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Per
comprendere, invece, l’Orazio poeta, l’Orazio "sacerdote delle Muse", ed
il valore sacrale, religioso, che il Venosino attribuisce alla poesia in
quanto strumento di immortalità, ci soccorre la trentunesima ode del primo
libro.
Nell’ottobre del 28 avanti Cristo è dedicato ad Apollo un tempio sul
Palatino ed Orazio rivolge al dio della poesia, davanti alla folla
radunata per l’inaugurazione, una preghiera in strofi alcaiche.
L’ode,
concepita con tecnica circolare, fa corrispondere ai primi tre versi, nei
quali Orazio si chiede quale preghiera possa rivolgere, egli "vates",
al dio della poesia, gli ultimi tre, in cui è riposta l’effettiva
risposta.
Dallo
stesso verso tre al sedicesimo si apre lo scenario di ciò che egli non
chiede, né chiederà mai (<<non le messi feconde della ricca Sardegna...
non i graditi armenti dell’infuocata Calabria... non oro... non avorio
dell’India...>>), a cui subentra l’immagine di quanti si affaticano
invano alla ricerca di un effimero godimento di ricchezze e, per
contrasto, l’altra che evidenzia le semplici abitudini di vita del poeta
il quale si accontenta di poche e povere erbe alla sua mensa, di... <<olive,
cicoria e màlve leggere>>.
Questi
tredici versi segnano il passaggio naturale verso l’ultima strofe, verso
la richiesta più impegnativa di un Orazio ben consapevole dell’importanza
della preghiera per il suo futuro di uomo e di poeta: <<permettimi di
godere di quello che ho a portata di mano in buona salute, ma, te ne
prego, con la mente sana, e di non trascorrere una vecchiaia turpe e priva
della cetra>>.
o o o
I "SERMONES"
La
preparazione ai "Carmina"
La satira
"del seccatore"
Anche se
scritte tra il 35 ed il 30 avanti Cristo, quasi contemporaneamente agli
Epodi, le Satire ci presentano un Orazio non più gravato da slanci di
aggressività o di vendetta, da sfoghi veementi dettati da fosche visioni
politiche o dalle sue tristi esperienze personali, ma un Orazio più
maturo, garbatamente sorridente, pacato e discorsivo, un Orazio che da
mordace fustigatore dei costumi si trasforma talora in confidenziale
conversatore, talvolta in ironico e bonario osservatore della realtà del
tempo.
Quasi
tutte in forma dialogica, piacevoli e divertenti, briose nella varietà
delle immagini ed eleganti nell’armonia delle parti, le Satire del
Venosino, più che essere "un monumento" alla Roma augustea, sono un
affresco della società romana del tempo, dei cittadini, non visti in un
tribunale o sul campo di battaglia, ma nei contatti personali di ogni
giorno, nei loro momenti più emotivi, ma, comunque, reali, come reali
erano adulatori e parassiti, poetastri ed ambiziosi, che si vedevano nelle
piazze dell’Urbe: una varia umanità vociante, ironicamente ritratta anche
nei difetti più evidenti, e sempre uguale, ieri come oggi.
L’Orazio
"satiro", secondo tra cotanto senno nel quarto canto dell’Inferno
dantesco, vive in una Roma, quella gloriosa di Augusto del primo secolo
avanti Cristo, affollata di "captatores benevolentiae", di "salutatores"
incalliti, di veri e propri professionisti dell’arte di arrangiarsi; né
può o vuole il Venosino, come ha fatto Teofrasto tre secoli prima in
un’Atene non più centro di potere e divenuta "provinciale" nel senso
moderno del termine, "dare uno spintone a gente simile e scappar via di
gran carriera".
Tra le
diciotto, che compongono i due libri dell’opera oraziana, decisamente la
più valida, per vivacità e naturalezza del dialogo, per la grazia
maliziosa, per la fine ironia, ed addirittura giudicata degna di essere
sullo stesso piano delle commedie di Plauto per la facilità di una sua
scomposizione in scene e per il brio delle azioni, è da considerare la
nona del primo libro: quella detta "del seccatore", d’<<’o scucciatòre>>.
La
satira ha la struttura dell’antico mimo greco che, risalendo a Sofrone,
Teocrito, Eroda, Lucilio, suggerisce ora ad Orazio un vivace quadretto di
vita vissuta; e del mimo presenta tutte le caratteristiche: la vicenda; i
personaggi (suddivisi, come nel teatro vero, in protagonisti, in comparse
ed in personaggi secondari); l’ambientazione (che si avvale di dati
topografici ben individuati); lo spazio temporale (circoscritto ad una
mattinata). La differenza sostanziale rispetto al mimo è nello studio del
personaggio, qui finemente analizzato nella presentazione del "seccatore",
in quanto il primo intento del poeta è coglierne tutte le sfaccettature.
Orazio,
infatti, evidenzia subito del personaggio l’assenza di delicatezza,
l’enfasi adulatoria, la vanità, la spudoratezza. Nel delineare questa
figura, però, Orazio, oltre a riallacciarsi al mimo alessandrino, sembra
legarsi anche alla tradizione italica dell’atellana, con le sue salaci
battute, nel tentativo, riuscito, di creare una figura viva, pur
rappresentativa di una categoria umana dell’antica società urbana.
Di
questa satira, risalente per molti ad un anno compreso tra il 38 ed il 36
a.C., si forniranno, data la lunghezza, lettura metrica, traduzione e resa
in napoletano dei primi 34 versi, corrispondenti, secondo i canoni
teatrali, al prologo ed alla prima scena, mentre gli ultimi diciotto, da
inquadrare come quinta scena ed epilogo, saranno letti solo in vernacolo.
La
trasposizione del testo latino nel nostro dialetto, si nota, è stata
stralciata da un saggio di un giovane studente, oggi noto uomo di cultura,
pubblicato sulla rivista "Papè Satàn" del Liceo "Garibaldi" negli anni
Sessanta.
Ibam
forte via sacra, sicut meus est mos,
nescio quid meditans nugarum, totus in illis;
accurrit
quidam notus mihi nomine tantum,
arreptaque manu: <<Quid agis, dulcissime rerum?>>.
<<Suaviter,
ut nunc est, inquam <<et cupio omnia, quae vis>>.
Me ne
andavo per caso per la Via Sacra, come è mio costume, pensando non so a
quali sciocchezze, tutto assorto in quelle [La Via Sacra era una strada
molto frequentata, che univa il Colosseo al Campidoglio, detta così perché
era percorsa dai sacerdoti addetti ai riti]; mi si fa incontro un
tale, noto a me soltanto di nome, e afferratami la mano: <<Come va,
carissimo?>>. <<Bene, per ora>> gli rispondo <<ti auguro tutto ciò che
vuoi>>.
Me ne
ièvo pè ccàso p’à via Sacra, accussì còmme facèvo tùtte ‘e juòrne, nun
sàccio che fesserìe penzànno ‘ncàpa ‘a mme. Me vène ‘e fàccia nu tìzio ca
sàccio sultànto ‘e nòmme, ca m’affèrra ‘a màno e...: <<Comme stàje,
bellèzza mia>>, me rìce. <<Còmme stò mò?>> rich’ìo <<na maravìglia!! e te
fàccio aùrio ‘e chèllo ca vvuò>>.
Cum
adsectaretur, <<numquid vis?>> occupo. At ille
<<noris
nos, inquit; docti sumus>>.
Hic ego <<pluris
hoc>>,
inquam, <<mihi eris>>. Misere discedere quaerens,
ire modo
ocius, interdum consistere, in aurem
dicere
nescio quid puero, cum sudor ad imos
manaret
talos. <<O te, Bolane, cerebri
felicem
<<aiebam tacitus, cum quidlibet ille
garriret,
vicos, urbem laudaret.
Poiché
continuava a seguirmi: <<Desideri forse qualcosa?>> lo prevengo. Ma egli:
<<Mi dovresti conoscere>>, disse, <<sono un letterato!>>. Allora io gli
rispondo: <<Per questo sarai più stimato da me>>. Cercando disperatamente
di andarmene, talvolta mi fermavo, dicevo non so cosa in un orecchio ad un
servo, mentre il sudore mi scendeva fino alle calcagna. <<Beato te, Bolano,
che hai la testa calda!>>, dicevo tra me e me, mentre quello cianciava di
qualsiasi cosa gli passasse per la testa e lodava i quartieri, la città,
...
[Un
tipo, il Bolano menzionato prima, ricordato forse da Cicerone nelle
epistole "Ad Familiares" e noto a Roma per la sua risolutezza, ma
di lui non conosciamo altro, se non la derivazione del nome da Bola, città
degli Equi]
Còmme ca
chìllo secutàva... <<Fòrze quaccòsa vuò?>>, tàglia a cùrto io. Ma chìllo:
<<Tu me canùsce: sìmmo allitteràti!>>. <<Pe’ chèsto allòra me sarràje
cchiù càro>>. Pòvero risgraziàto, io, ca cercàvo ‘e ma squaglià, e ì... mò
cchiù amprèsso e mò ‘e me fermà, ca cercàvo ‘e dìcere ìnt’a rècchia, nun
sàccio che, ‘a nu uagliòne, mentr’abbàsci’e tallùne ‘o suròre me scurrèva.
<<Bolà, felìcia càpa rìcc’’e scùse!>>, ricèvo ‘ncuòrp’a mme, mentre ca
chìllo strìllava p’ogni ccòsa e d’’e quartière d’’a città bene ricèva.
Ut illi
nil
respondebam, <<misere cupis>>, inquit, <<abire;
iamdudum
video. Sed nil agis; usque tenebo,
persequar.
Hinc quo nunc iter est tibi?>>. <<Nil opus est te
circumagi:
quendam volo visere non tibi notum;
trans
Tiberim longe cubat is prope Caesaris hortos>>.
<<Nìl
habeo quod agam et non sum piger: usque sequar te>>.
Siccome
non gli davo alcuna risposta, disse: <<Desideri disperatamente
svignartela, lo vedo già da un pezzo. Ma non ce la fai: fino all’ultimo
non ti mollerò; ti seguirò. Di qui dove sei diretto ora?>>. <<Non c’è
bisogno affatto che tu sia costretto ad un giro così lungo: voglio far
visita ad un tale a te sconosciuto; ammalato sta a letto al di là del
Tevere, vicino ai giardini di Cesare>> [I giardini di Cesare, secondo
Svetonio, erano presso la porta Portuense, ai piedi del Gianicolo, a poco
meno di due chilometri]. <<Non ho niente da fare e non sono pigro: ti
verrò sempre dietro!>>.
Ricètte.
Còmme ca ‘a ìsso niènte rispunnèvo: <<Puverièllo! Tu te ne vulìss’ì: ‘o
vèco già ‘a nu pòco e nun fàje niènte; fìno all’ùrdemo a tte te
tenarràggio. E te secutarràggio. ‘A ccà addò vàje?>>. <<Nun c’è bisògno ca
tu fàje stu gìro: vògl’ì ‘a verè nu tìzio ca nun sàje, passàt’’o Tèvere,
luntàno, ...sta ‘e càsa vicìn’’e ciardìn’’e Cesare...>>. <<Niènte tèngo
che fa, e nun sòngo muòllo; te venarràggio arèto fin’a lla!>>.
Demitto
auricolas ut iniquae mentis asellus,
cum
gravius dorso subiit onus; incipit ille:
<<Si bene
me novi, non Viscum pluris amicum,
non
Varium facies: nam quis me scribere plures
aut
citius possit versus? Quis membra movere
mollius? Invideat quod Hermogenes, ego canto>>.
Abbasso
le orecchie, come un asinello rassegnato a forza, quando ha dovuto
sobbarcarsi ad un carico troppo pesante. Quello riprende: <<Se mi conosco
bene, non stimerai di più l’amico Visco, né Vario: infatti chi sarebbe
capace di scrivere più versi o più presto di me? Chi a danzare con più
molle eleganza? Io canto cose che anche Ermogene potrebbe invidiarmi>> [Visco
e Vario erano poeti vicini ad Orazio ed appartenenti al Circolo di
Mecenate, mentre Ermegene era il figlio adottivo del sardo Tigellio, un
cantore del tempo molto popolare].
Acàl’’e
rrècchie còmme fa nu ciùccio ‘e màla vuluntà, quànno suppòrta nu càrreco
supièrchio ncòpp’’e rìne. Chìllo accummència: <<Si bbuòno me sàje, Visco e
Vario cchiù amìce ‘un faciarràje; chi po’ scrìvere cchiù vièrze, cchiù
amprèss’affrònt’’a mme? Chi sàpe mòvere ‘e còsce cchiù aggraziàte quànno
bàlla? Pure Ermòggene spàntecasse pe’ chèllo ca io sàccio fà>>.
Interpellandi locus hic erat: <<Est tibi mater,
cognati,
quis te salvo est opus>>. <<Haud mihi quisquam:
omnes
composui>>. <<Felices! Nunc ego resto.
Confice:
namque instat fatum mihi triste, Sabella
quod
puero cecinit divina mota anus urna:
- hunc
neque dira venena nec hosticus auferet ensis
nec
laterum dolor aut tussis nec tarda podagra;
garrulus
hunc quando consumet cumque: loquaces,
si sapiat,
vitet, simul atque adoleverit aetas - >>.
Questo
era il momento di interromperlo: <<Hai tu una madre, dei parenti, i quali
abbiano bisogno che tu ti conservi in buona salute?>>. <<Non ho nessuno:
li ho sotterrati tutti>>. <<Beati loro! Ora resto io. Dammi il colpo di
grazia: infatti mi sovrasta la triste sorte che una vecchia di Venosa
predisse a me quando ero ragazzo, agitando la profetica urna: - Non
porteranno via costui né i funesti veleni, né la spada di un nemico, né la
pleurite o la tosse, né la podagra che fa camminare a stento; prima o poi
consumerà costui un chiacchierone: se ha giudizio, schivi i ciarloni,
appena l’età lo avrà reso maturo ->>.
Ma
chist’èra ‘o pùnto ‘e addimannà: <<Tiène na màmma..., pariènte ca t’hànn’a
tenè caro?>>. <<Pròprio nisciùno; ...a tùtte quànt’àggio atterràte>>. <<Bbiàte
‘a llòro. Mò rest’ìo: accìreme; tànt’àggio ‘ncuòllo nu dèstino nfàme ca
‘na vècchia sabbìna me cantàje ‘ncopp’a ‘na bòccia, quann’èro guagliòne: -
Chìsto, né velène ‘ntussucùse, né spàta nemìca, ‘o luvarrànn’a mièzo,
né... ‘na pulmunìte o ‘a tòsse, né ‘na sciancatùra: nu chiacchiaròne s’ò
cunzumarrà chiàne chiàne. Ma..., si tène càpa, ìsso se scanzarrà d’è
chiacchiarùne appena ca se faciarrà d’età - >>.
Seguono, negli esametri che non leggeremo, la scena della lite giudiziaria
in cui lo scocciatore è coinvolto (necessaria per consentire la rapida
soluzione finale) e quella che rivela le vere mire del meschino
"arrampicatore sociale": far parte del Circolo di Mecenate. Né valgono gli
espedienti di Orazio per distoglierlo dal fine prefissatosi; lo
"scocciatore", pur di raggiungere il suo scopo, si atteggia anche a
moralista, a "sputasentenze": <<la vita non ha concesso nulla agli
uomini senza grande fatica!>>,
dice.
Mèntre
ca rìce stì ccòse, ‘o vì llòco, ...‘ncuntràmmo Fusco Arìstio, n’amìco mìo,
...nu fràte, ca ‘o sapèva assàje bbuòno ‘a chèsta zècca.
Ce
fermàmmo: <<Addò viène, nèh? Addò vàje?>>, addimànna ìsso, tànto pè sapè.
E ìo l’accuminciàje
a cigulià, a pizzecà co ‘a màno chèlle bràccia ca nun se risentèvano,
facènno sìgno, sturcènno ll’uòcchie, quàsi a dìcere e me purtà luntàno a
chìllu là. Facènno ‘o fèsso quànno nun c’azzeccàva, ìsso stèva llà ‘a me
nzurdà; ...’a bbìle m’abbrusciàva ‘o fegatièllo.
<<Certamènte, nun sàccio ‘e che secrète tu me vulìve parlà>>.
<<Io m’arricòrdo
bbuòno, ma t’’o dìco n’àta vòta, ca ògge è trènta, ...sàbbate: che vulìsse
fa tuòrto all’Ebbrèje?>>.
<<Ma io
nun tèngo scrùpole>>, fàcc’ìo.
<<Ma ìo
sì>>, rispònne, <<’o ssàje, sòngo nu poco cchiù dèbbole, ...còmme ce
stànno tànte. Perduòname; sarrà pè nàta vòta>>.
Nu
juòrno accussì nnìro m’aspèttava! Fùje ‘o fetènte... e ìo rèsto ìnt’’a
tagliòla!
Pè bbòna
ciòrta nce venètte ‘e fàccia chillàtu testimmòne c’alluccàje: <<Nèh,
pièzz’’e svergugnàte, addò t’’a squàglie?>> e nfàccia a mme: <<Vuò fa ‘o
testimmòne?>>.
Sùbbeto
mètto rècchia e a ‘o tribbunàle ce ne jàmmo. Allùcc’’a cca, allùcc’’a lla,
gènte p’ògni pìzzo: sulamènte accussì me salvàje chìllu Sànto.
o o o
Le
originali impressioni di viaggio della Satira Quinta
L’Orazio
cesellatore forbito e vivace ritrattista, l’Orazio spontaneo e sorridente,
l’Orazio rapido nel cogliere l’immediatezza della vita è riscontrabile
anche nella Satira Quinta del Primo Libro, in quella in cui, ricalcando
l’"Iter Siculum" di Lucilio, descrive il viaggio compiuto, nel 37
a.C., da Roma a Brindisi: 530 chilometri, percorsi in 14 giorni e con
mezzi vari, affrescati così vivacemente da ispirare posteri quali Stèrne,
Ghoèthe, Hèine, Kìpling.
Di
questa satira, che mantiene l’attenzione dei lettori sempre ben desta
nella sua interezza (ma che limiteremo alle sole parti trattate), ci piace
cogliere, in primo luogo, i modi con cui il Venosino tratteggia molte
delle cittadine attraversate.
E così
Forappio, borgo laziale lungo la via Appia distante circa 26 miglia da
Ariccia, Orazio, al verso 4, lo qualifica "pieno zeppo di barcaioli e di
osti esosi" ("differtum nautis cauponibus atque malignis") ed al
verso 7 "(centro) dalla pessima acqua" ("aqua deterrima");
Anxur,
antica fortificazione dei Volsci le cui rovine sovrastano Terracina, la
descrive, al verso 26 come "posta su rocce che biancheggiano da lontano"
("impositum saxis late candentibus");
Fondi,
lontana sole 12 miglia da Terracina, al verso 36, offre motivo di ilarità
a causa delle insegne del pretore locale, definito un borioso
scribacchino, le quali presentavano una pretesta, un laticlavio e... un
braciere;
l’Apulia,
cioè la Puglia, è, al verso 78, "bruciata dal caldo Atabulo", lo scirocco
locale;
fino a
giungere, con i versi 87-89, ad un paese che Orazio, alla moda di Lucilio,
non menziona "perché (il suo nome) non entra in un solo verso" ("quod
versu dicere non est"), dove "si vende l’acqua, la più comune delle
cose" ("venit vilissima rerum hic aqua"), ma dove "il pane è di
gran lunga il migliore" ("sed panis longe pulcherrimus");
Canosa,
cittadina pugliese posta sulla destra del fiume Ofanto, è caratterizzata,
al verso 91, dal "pane che è duro come la pietra" e dall’essere un paese
"non più ricco di un’urna d’acqua" ("lapidosus, aquae non ditior urna");
Bari è
al verso 97, città "ricca di pesce", mentre Egnazia, l’attuale Torre d’Agnazzo
presso Monopoli, dice Orazio al verso 98, è stata "costruita in odio alle
acque" ("lymphis iratis exstructa").
Né
mancano gustosi bozzetti o scherzosi frammenti di vita vissuta, come i
versi 11-13 e 17-19, quando a Forappio... "tum pueri nautis, pueris
convicia nautae ingerere: <<huc adpelle>>, <<trecentos inseris>>, <<ohe,
iam satis est>>" ["i servi scagliavano ingiurie ai battellieri, e i
battellieri ai servi: <<Approda qua!>>, <<Ne cacci dentro trecento!>>, <<Ohè,
ormai basta!>>"],
e, poi,
"absentem
cantat amicam
multa
prolutus vappa nauta atque viator
certatim.
Tandem fessus dormire viator
incipit,
ac missae pastum retinacula mulae
nauta piger saxo religat stertitque supinus".
["ed
ecco un barcaiolo ed un passeggero, innaffiati di molto vinello, cantano a
gara l’amica lontana. Alla fine, stanco, il viaggiatore comincia a dormire
ed il pigro barcaiolo lega ad un masso la fune della mula mandandola a
pascolare e supino si mette a russare".],
quelli da
48 a 49, quando...
"Lusum
it Maecenas, dormitum ego Vergiliusque:
namque pila lippis inimicum et ludere crudis."
["Mecenate se ne va a giocare, io e Virgilio a dormire: infatti il gioco
della palla è nocivo ai cisposi ed a chi è di stomaco debole"]
gli
altri, da 71 a 76, che descrivono una scena gustosissima:
"tendimus
hinc recta Beneventum ubi sedulus hospes
paene
macros arsit dum turdos versat in igni;
nam vaga
per veterem dilapso flamma culinam
Volcano
summum properabat lambere tectum.
Convivas
avidos cenam servosque timentes
tum
rapere atque omnes restinguere velle videres."
["di là
ci dirigiamo subito verso Benevento, dove il premuroso ospite, mentre fa
girare sul fuoco dei magri tordi, per poco non bruciò; infatti,
propagatosi il fuoco per la vecchia cucina, la fiamma vagante si
affrettava a lambire la sommità del tetto. Allora avresti visto i
commensali affamati ed i servi timorosi sottrarre il pranzo e tutti cercar
di spegnere il fuoco".]
Anche
l’amore, o, almeno, il tentativo di amare, è oggetto di ricordi, ed allora
scopriamo un Orazio diverso, non più il leggiadro cantore di donne, ma un
Orazio molto più prosaico, se ai versi 82-85 il Venosino confessa...
<<In
preda alla follia qui io attendo fino a mezzanotte una ragazza bugiarda:
alla fine il sonno colse me assorto nei pensieri d’amore ed i sogni...>>
...ma di
più non diciamo!!!
ODI
LIBRO PRIMO
1, a Mecenate
Mecenate, nipote di nobili etruschi,
che mi sostieni e m'intenerisci d'orgoglio,
v'è chi gode a sollevare col carro
la polvere d'Olimpia e, sfiorata la meta
con le ruote in fiamme, per la palma d'onore
si crede, come gli dei, signore del mondo;
chi si esalta se il capriccio popolare si batte
per eleggerlo alle supreme cariche di stato,
e chi se nel proprio granaio può nascondere
tutto il raccolto che si miete in Libia.
Anche con la promessa d'incredibili ricchezze
per paura del mare non sapresti indurre
a solcare su un legno di Cipro l'Egeo
chi è felice di lavorare i propri campi.
Cosí il mercante, impaurito dal mare in burrasca
per il vento, loda, è vero, la pace agreste
del suo paese, ma poi, incapace a sopportare
la mediocrità, riarma la nave in avaria.
Trovi chi non si nega un bicchiere di vecchio massico
e perde parte del giorno sdraiato
all'ombra fresca di un corbezzolo o alla sorgente
dove l'acqua d'una ninfa mormora dolcemente.
A molti piace la vita militare, lo strepito
lacerante delle trombe, e la guerra, che ogni madre
maledice. Immobile sotto un cielo livido
il cacciatore dimentica la dolce compagna,
se i cani al suo fianco hanno stanato una cerva
o se un cinghiale ha spezzato l'intrico delle reti.
Io no: l'edera che premia la fronte dei sapienti
mi associa agli dei e il fresco dei boschi,
dove coi satiri danzano agili le ninfe,
mi distingue dalla folla, se non ammutolisce
il flauto di Euterpe e non si rifiuta
Polinnia di accordare la lira di Lesbo.
Ponimi dunque fra i poeti lirici:
col capo in cielo toccherò le stelle.
2, a Cesare Ottaviano
Neve e grandine maledetta rovesciò
Giove sulla terra e con la sua destra in fiamme
fulmini sulle rocche sacre: la città
si riempí di spavento,
s'atterrí la gente, temendo che tornasse
l'età di Pirra che vide strani prodigi,
quando Pròteo condusse il suo gregge a percorrere
i crinali dei monti,
e sulla cima degli olmi, ch'erano nido
delle colombe, si trasferirono i pesci
e nel mare, che invase la terra, nuotarono
terrorizzati i daini.
Cosí abbiamo visto il Tevere dorato
ritrarre le sue onde dal lido tirreno
e a forza abbattere insieme al tempio di Vesta
il sacrario del re,
mentre vantandosi vendicatore d'Ilia,
per compiacere la moglie che si lagnava,
senza freni straripa a sinistra dall'argine,
in conflitto con Giove.
E la gioventú, esangue per colpa dei padri,
saprà che i cittadini hanno affilato il ferro
con cui meglio si sarebbero uccisi i parti,
saprà dei fratricidi.
Quale, quale dio per difendere l'impero
potrà invocare il popolo? Con quale supplica
potranno le vergini convincere Vesta,
ora che non le ascolta?
A chi di espiare il delitto darà il compito
Giove? A noi, a noi vieni con il corpo splendido
tutto avvolto dalle nubi, augure Apollo:
è la nostra preghiera;
o se vuoi, vieni tu, sorridente Ericina,
con tutti i giochi d'amore che ti circondano;
o tu, Marte, se vuoi ai tuoi negletti eredi
rivolgere lo sguardo,
sazio di questo interminabile spettacolo,
tu che godi alle grida, al brillare degli elmi,
alla fierezza di un mauro, che ritto in piedi
sfida a sangue il nemico;
o ancora tu, figlio alato dell'alma Maia,
che mutato aspetto assumi quello di un giovane
sulla terra e tolleri che vendicatore
ti chiamino di Cesare:
possa tu al piú tardi ritornare in cielo
e lieto rimanere a lungo col tuo popolo,
né sdegnato dalle nostre colpe t'involi
un turbine di vento;
qui possa tu amare i grandi trionfi, Cesare,
e qui essere chiamato principe e padre:
non lasciare che sotto il tuo comando i medi
cavalchino impuniti.
3, alla nave di Virgilio
Possa la dea che protegge Cipro,
possano i fratelli di Elena, stelle che brillano in
cielo,
e possa il re dei venti guidarti,
incatenandoli tutti fuorché uno solo in favore,
o nave, che a noi devi rispondere
d'avere con te Virgilio: sbarcalo, te ne scongiuro,
incolume sui lidi dell'Attica,
e con lui avrai salvato metà dell'anima mia.
Rovere e tre lamine di bronzo
certo serravano il cuore di chi per primo affidò
una fragile barca alla furia
del mare, senza temere l'Africo che impetuoso
combatte a morte con gli Aquiloni,
né il grigiore delle Íadi o la collera di Noto,
che in Adriatico non ha emuli,
sia che voglia scatenare o trattenere i marosi.
Mai l'avvicinarsi della morte
dovette temere chi senza lacrime sostenne
l'apparire sul mare in burrasca
dei suoi mostri o degli Acrocerauni, scogli maledetti.
Inutilmente un dio previdente
separò dall'oceano inospitale le nostre terre,
se empie continuano le navi
a percorrere le acque che dovrebbero ignorare.
Audace nell'affrontarne i rischi,
si avventa il genere umano in tutto ciò che è
sacrilego:
audacemente il figlio di Giàpeto
con una frode sinistra fra noi introdusse il fuoco;
ma poi che la fiamma fu sottratta
all'Olimpo, una marea di malanni sconosciuti
che sfibrano piombò sulla terra,
e il destino, che un tempo era lento e quasi
indecifrabile,
affrettò il passo della morte.
Dedalo tentò con ali, che sono negate all'uomo,
di librarsi nel vuoto dell'aria;
forzò l'Acheronte Ercole in una delle fatiche.
Niente è inaccessibile ai mortali;
per nostra stoltezza diamo l'assalto persino al cielo
e per malvagità non lasciamo
che, esasperato dall'ira, Giove deponga i suoi
fulmini.
4, a Sestio
Al sorgere dolce di zefiro e della primavera
l'acuto gelo si dilegua
e gli argani dal secco
trascinano le navi al mare:
allora il gregge scorda il piacere degli ovili,
l'uomo quello del proprio focolare
e i campi piú non s'imbiancano
pallidi di brina.
Sotto il chiarore della luna
ora conduce Venere le danze
e mano nella mano
le Ninfe e le Grazie leggiadre
col piede battono a tempo la terra,
mentre nelle officine inquiete dei Ciclopi
si aggira tra le fiamme Vulcano.
Ora devi cingere il capo profumato
di un mirto verde, dei fiori
che sbocciano dalla terra dischiusa
e in un bosco ombroso
immolare a Fauno un'agnella
o un capretto se lo preferisce.
Con piede uguale la pallida morte
batte alle capanne dei poveri
e alle torri dei príncipi.
Sestio, uomo felice,
lo scorrere breve della vita
ci vieta di cullare una lunga speranza.
Già la notte ti avvince
e i Mani favolosi,
la diafana dimora di Plutone:
là, al tuo entrare,
non t'avverrà per sorte
d'essere eletto re del convito
e d'ammirare il tenero Lícida,
che ora i giovani fa accendere
e farà le fanciulle sospirare.
5, a Pirra
Chi è, Pirra, il giovane sottile
che ti stringe, umido di profumi,
sul letto di rose della tua grotta?
per chi con grazia misurata annodi
i tuoi capelli biondi? Quanto dovrà
lamentare la tua infedeltà, l'avversità
degli dei e osservare stupito le acque
agitate da un vento oscuro,
se ora senza sospetto ti gode dorata
e sempre libera ti spera, degna d'amore,
ignaro dell'inganno che respira.
Sventura a chi risplendi sconosciuta.
Per me su una parete sacra
la tavola votiva testimonia
che al dio potente del mare
le vesti bagnate ho consegnato.
6, ad Agrippa
Sulle ali del canto meonio
Vario potrà celebrare
il tuo coraggio, le tue vittorie sul nemico
e le prodezze
compiute in terra e in mare
dai soldati al tuo comando.
Io non oso cantare tutto questo, Agrippa,
né l'ira terribile e ostinata di Achille,
le traversie per mare dell'astuto Ulisse,
né gli orrori della casa di Pèlope:
troppo per i miei limiti;
il riserbo e la Musa,
che in sordina modula la mia poesia,
mi vietano di svilire,
per vizio d'ingegno,
la tua e la gloria ineguagliabile di Cesare.
Chi altri ancora
potrebbe celebrare degnamente Marte
chiuso nello splendore delle armi,
Merione nero della polvere di Troia,
o Diomede
simile a un dio per mano di Pallade?
Io, io canto i banchetti,
l'accanirsi incruento delle liti
fra giovani e fanciulle,
sia che frivolo come sono
io bruci o sia vuoto d'amore.
7, a Planco
Altri, altri poeti loderanno Rodi,
la sua luce, ed Efeso, Mitilene,
le mura di Corinto a specchio di due mari,
la fama di Tebe per Diòniso,
quella di Delfi e Tempe per Apollo.
Solo e ininterrottamente pensano altri
a celebrare in versi la città di Pallade,
a strappare rami d'ulivo
per potersene cingere la fronte.
Altri ancora in onore di Giunone
cantano Argo, i suoi cavalli,
e l'oro di Micene.
Io no, non mi commuovono l'austerità di Sparta,
le campagne lussureggianti di Larissa,
ma gli echi che a Tivoli animano
il tempio di Albunea, il bosco di Tiburno,
la cascata dell'Aniene e i frutteti
irrorati dal fluire dell'acqua.
Se il vento del sud rischiara le tenebre del cielo
fugandone le nubi e non sempre reca la pioggia,
anche tu con saggezza, Planco,
allontana la tristezza e col vino
addolcisci le angosce della vita,
dovunque ti trovi: al campo sfolgorante d'insegne
o a casa domani fra le ombre fitte di Tivoli.
Lasciando, in fuga da suo padre, Salamina,
Teucro non rinunciò, ti dico, a cingersi le tempie
umide di vino con corone di pioppo,
mentre si rivolgeva agli amici avviliti:
'Noi ce ne andremo, compagni d'arme e ventura,
dove migliore del padre ci condurrà fortuna.
Non disperate, a Teucro è affidata l'impresa
e a Teucro in verità promise Apollo
che in altra terra sorgerà confusa con l'antica
la nuova Salamina. Uomini, uomini miei,
che ben altri rischi avete affrontato con coraggio
al mio fianco, affogate nel vino gli affanni:
domani ritenteremo l'immensità del mare'.
8, a Lidia
Dimmi, Lidia, ti prego
per tutti gli dei, perché vuoi rovinare Síbari
col tuo amore? Perché odia
l'afa del Campo, pur sopportando sole e polvere?
perché piú non cavalca
con i compagni d'arme e non sa reggere il morso
dei cavalli di Gallia?
perché teme l'acqua del biondo Tevere? o evita
d'ungersi d'olio, quasi
fosse sangue di vipera, e non ha piú le braccia
piagate dalle armi,
famoso com'era nel lanciare asta e disco?
o perché si nasconde,
come il figlio di Teti marina, quando Troia
in lacrime periva,
per non essere spinto contro i lici alla morte?
9, a Taliarco
Guarda la neve che imbianca tutto
il Soratte e gli alberi che gemono
al suo peso, i fiumi rappresi
nella morsa del gelo.
Sciogli questo freddo, Taliarco,
e legna, legna aggiungi al focolare;
poi senza calcolo versa vino vecchio
da un'anfora sabina.
Lascia il resto agli dei: quando placano
sul mare in burrasca la furia dei venti,
non trema piú nemmeno un cipresso,
un frassino cadente.
Smettila di chiederti cosa sarà domani,
e qualunque giorno la fortuna ti conceda
segnalo tra gli utili. Se ancora lontana
è la vecchiaia fastidiosa
dalla tua verde età, non disprezzare, ragazzo,
gli amori teneri e le danze. Ora ti chiamano
l'arena, le piazze e i sussurri lievi
di un convegno alla sera,
il riso soffocato che ti rivela l'angolo
segreto dove si nasconde il tuo amore,
il pegno strappato da un braccio
o da un dito che resiste appena.
10, a Mercurio
Mercurio, estroso nipote di Atlante,
che svelando la parola e l'armonia dei gesti
hai col tuo genio ingentilito le abitudini
primitive degli uomini,
ti voglio cantare, messaggero di Giove
e degli dei, ideatore della lira,
che sai nascondere con lo scherzo di un furto
tutto ciò che ti piace.
Cosí Apollo il giorno che ti stordiva bambino
di minacce, perché rendessi le mandrie sottratte
con l'inganno, vistosi derubato anche
delle frecce, scoppiò a ridere.
Ancora: sotto la tua guida, uscendo da Troia
col suo riscatto, Priamo eluse l'arroganza
degli Atridi, le sentinelle dei mirmídoni,
tutto l'esercito nemico.
In luoghi di letizia tu riconduci le anime
dei giusti e con la verga d'oro come un gregge
guidi la folla delle ombre, tu caro agli dei
del cielo e dell'Averno.
11, a Leucònoe
Non chiedere anche tu agli dei
il mio e il tuo destino, Leucònoe:
non è lecito saperlo,
come indagare un senso
fra gli astri di Caldea.
Credimi, è meglio rassegnarsi,
se Giove ci concede molti inverni
o l'ultimo sia questo
che ora infrange le onde del Tirreno
contro l'argine delle scogliere.
Pensaci: bevi un po' di vino
e per il breve arco della vita
tronca ogni lunga speranza.
Mentre parliamo, con astio
il tempo se n'è già fuggito.
Goditi il presente
e non credere al futuro.
12, in lode della casa Giulia e di Cesare Ottaviano
Quale uomo, quale eroe t'accingi, mia Clio,
a celebrare col flauto acuto e la lira?
quale dio? Di chi l'eco con voce gioiosa
ripeterà il nome
sulle pendici piene d'ombra d'Elicona
o sulle cime del Pindo, dell'Emo gelido?
E dall'Emo seguirono a frotte le selve
la canzone d'Orfeo,
che il corso rapido dei fiumi e il turbinio
dei venti arrestava con l'arte della madre,
e al suono dolce della cetra trascinava
le querce che l'udivano.
E cosa canterò io prima delle lodi
al padre, che governa gli uomini e gli dei,
e il mare, la terra, tutto il nostro universo
di stagione in stagione?
Niente genera che sia maggiore di sé
e niente esiste che gli assomigli o lo segua.
Ma il posto d'onore al suo fianco l'occupò
Pallade, per l'audacia
che aveva in guerra; anche se non posso tacere
di te, Bacco, o della vergine che si batte
con le belve, o di Febo che incute paura
con la freccia infallibile.
E di Ercole canterò, dei figli di Leda,
famosi l'uno nelle corse dei cavalli,
l'altro nel pugilato: quando sulle navi
splende la loro stella,
dagli scogli defluiscono i flutti in guerra,
cadono i venti, fuggono le nubi, e le onde
ch'erano minacciose, per loro volere,
si placano sul mare.
Non so se dopo questi devo ricordare
prima Romolo o il regno in pace di Pompilio,
i fasci superbi di Tarquinio o la morte
nobile di Catone.
Volentieri glorificherò con la Musa
Regolo, gli Scauri e Paolo, pronto a immolare
la vita, quando la vittoria fu di Annibale,
e oltre a loro Fabrizio.
L'austera povertà e la modestia del fondo,
della casa paterna, avevano temprato
Fabrizio, Curio coi lunghi capelli incolti,
e Camillo alla guerra.
Come un albero, cresce senza che si veda
la fama di Marcello; e fra tutte rifulge
la stella di casa Giulia, come la luna
in mezzo agli altri astri.
O figlio di Saturno, padre che proteggi
il genere umano, a te la vita di Cesare
fu affidata dal fato: possa tu regnare
e Cesare seguirti.
Egli, sia che conduca in debito trionfo
vinti i parti che minacciavano l'impero,
oppure i seri e gli indi, che al confine estremo
vivono dell'oriente,
in tuo nome reggerà con giustizia il mondo:
e tu col carro in fiamme scuoterai l'Olimpo,
scaglierai sulle tue foreste profanate
per vendicarti i fulmini.
13, a Lidia
Quando ricordi il collo luminoso
di Tèlefo, le bianche, morbide braccia
di Tèlefo, Lidia, mi si rode il fegato
e si gonfia di una collera amara.
Allora mi si annebbia la mente e il viso
si scolora, senza volerlo lacrime
solcano le guance e rivelano il fuoco
che lentamente dentro mi consuma.
E brucio se una lite provocata dal vino
segna di lividi le tue spalle candide
o quel giovane nel suo delirio t'imprime
coi denti un ricordo sulle labbra.
Se solo mi ascoltassi, non potresti sperare
fedele chi offende cosí brutalmente
la dolcezza dei tuoi baci, che l'amore
impregna di tutto il suo piacere.
Felici immensamente gli amanti
che uniti in un solo desiderio,
l'amore, senza dannati litigi,
non scioglie prima che morte li divida.
14, alla nave
Altri flutti riporteranno al largo
la mia nave. Che fai? Guadagna in fretta
il porto. Non ti accorgi
che i remi sono infranti,
l'albero s'incrina in balia dei venti,
cigolano le antenne, e senza trinche
a stento può resistere
alla furia del mare
la tua chiglia? Non hai vele da issare,
non dei da invocare in altra tempesta.
Legno del Ponto, legno
d'una nobile selva,
non serve che vanti il nome e le origini:
il nocchiero non si affida ai colori
della poppa. Vuoi essere
alla mercé dei venti?
Un tempo fonte di disperazione,
ora di rammarico e in piú d'affanno,
se puoi, evita il mare
tra le splendenti Cicladi.
15, sul destino di Paride
Mentre su un legno d'Ida il pastore malfido
rapiva per mare la sua ospite Elena,
Nèreo in una calma fastidiosa fermò
il fluire dei venti, per predirgli
il suo destino crudele.
'Con triste augurio
tu conduci in patria una donna, che la Grecia
in forze ti richiederà, decisa a infrangere
le nozze e l'antico regno di Priamo.
Ahimè, quanto sudore sovrasta cavalli
e uomini! Quanti lutti arrechi alle genti
di Troia! Già Pallade prepara il suo elmo,
l'ègida, il carro e tutta la sua rabbia.
Forte dell'appoggio di Venere, ti pettini
i capelli, per il piacere delle donne
alterni alla cetra le tue canzoni amabili,
ma invano: nel tuo talamo d'amore
non potrai evitare il peso delle lance,
la punta delle frecce, lo strepito, e Aiace
che t'insegue; solo alla fine, ahimè, la polvere
lorderà i tuoi capelli profumati.
Non vedi sulle tue spalle incombere Ulisse,
che stermina la tua gente, non vedi Nestore?
T'incalza impavido Teucro, t'incalza Stènelo,
che è guerriero valente e infaticabile
auriga, quando occorre guidare i cavalli.
Imparerai anche a conoscere Merione.
Ed ecco Diomede che, piú forte del padre,
smania con crudeltà di ritrovarti,
ma tu, come un cervo che dimentica l'erba
se vede un lupo sull'altro versante, tu
fuggirai per viltà ansimando a testa alta:
non avevi questo promesso a Elena.
Per l'ira di Achille differirà l'armata
la fine di Troia e delle donne troiane;
ma all'ultimo inverno fissato dal destino
il fuoco arderà le case di Pèrgamo.'
16, a Tíndari (?)
Di madre bella figlia ancor piú bella, metti,
metti la fine che vuoi ai miei velenosi
giambi, gettandoli nel fuoco
o nell'Adriatico, se preferisci.
Non cosí scuotono nei penetrali l'animo
dei sacerdoti la dea di Díndimo, Apollo
o Bacco stesso, non cosí
battono i coribanti a distesa i bronzi
come un'ira cupa sconcerta, e non la frena
la spada, né il mare che travolge, né il fuoco
che devasta, o lo stesso Giove
quando irrompe con orribile fragore.
Si dice che Prometeo, costretto ad aggiungere
nel fango primigenio faville strappate
da ogni animale, ci abbia posto
in petto la rabbia assurda del leone.
E l'ira portò Tieste all'ultima rovina,
fu per città famose la ragione prima
perché sin dalle fondamenta
crollassero e là dove erano le mura
piantasse a forza il nemico l'aratro ostile.
Frena il tuo sdegno; nella dolce giovinezza
l'ardore del sangue assalí
anche me e furente mi spinse a dettare
giambi impetuosi. Ora non chiedo che mutare
in dolci i versi amari; ma tu, se ritratto
le parole che ti hanno offesa,
tornami amica, ridonami il tuo cuore.
17, a Tíndari
Come un lampo dal monte Liceo vola
Fauno al Lucretile sereno e ogni volta
dai venti gonfi di pioggia e dall'estate
infuocata difende le mie caprette.
E quando, Tíndari, le valli
e le pietre levigate, dove Ústica declina,
risuonano del suo flauto armonioso,
nel bosco tranquillo, isolate e sicure
le femmine del caprone selvatico
cercano gli arbusti nascosti, i timi,
e i capretti non temono piú l'insidia
dei serpenti o la ferocia dei lupi.
Gli dei mi proteggono: onorano
la devozione del mio canto. E per te
dal corno generoso dell'abbondanza
verrà ogni ricchezza della terra.
Qui in una valle solitaria potrai eludere
l'ardore dell'estate e sulla cetra di Teo
cantare Penelope e Circe marina
che si struggono per lo stesso amante.
Qui all'ombra potrai gustare il vino
innocente di Lesbo: il figlio di Sèmele
non verrà alle mani con Marte,
né da un sospetto sorgerà il timore
che Ciro con insolenza ponga su te,
cosí debole, le mani impazienti
e laceri la corona fermata
ai tuoi capelli o la veste indifesa.
18, a Varo
Prima della vite sacra non piantare, Varo,
alcun albero alle dolci pendici di Tivoli
o intorno alle mura di Càtilo:
agli astemi Bacco rende ogni cosa penosa
e gli affanni che ti rodono
non si dissolvono altrimenti.
Chi dopo aver bevuto ha sulle labbra ancora
i disagi della milizia o della povertà?
E chi invece non parla
di te, padre Bacco, di te, Venere leggiadra?
Ma perché non si abusi dei doni di Libero,
che ama la moderazione,
ricorda la rissa dei centauri coi làpiti,
finita in battaglia tra i fumi del vino,
ricorda la severità di Evio verso i sitoni,
quando, avidi di piaceri, a malapena
distinguono ciò che è lecito o no.
Io non ti provocherò, luminoso Diòniso,
contro tua voglia, non trascinerò alla luce
i tuoi simboli coperti di fronde.
Ma tu frena il frastuono dei tuoi timpani
e del corno di Berecinto:
ad esso segue un egoismo cieco,
un'arroganza che inalbera
il vuoto che hai dentro,
e l'infedeltà che svela i segreti,
piú trasparente del cristallo.
19, a Venere per Glícera
La madre crudele di ogni amore,
il figlio di Sèmele tebana
e un desiderio inquieto m'inducono
a destare i fuochi sopiti nel mio cuore.
Mi brucia il candore di Glícera
che risplende piú chiaro del marmo,
mi brucia la sua grazia impudica
e il viso di un'ambiguità struggente.
Per possedermi Venere ha lasciato Cipro
e non sopporta che io canti gli sciti
o l'irruenza dei parti sui cavalli in fuga
o altro che non sia l'amore.
Qui ponete, ragazzi, un altare
di erbe vive e fronde sacre, l'incenso
e una coppa di vino dell'anno passato:
compiuto un sacrificio, verrà piú mite.
20, a Mecenate
In coppe modeste berrai un vinello
sabino, che io stesso ho suggellato
in anfore greche, quando in teatro
ti tributarono,
mio caro Mecenate, quell'applauso,
che le rive del nostro fiume e l'eco
dei colli per gioco ti riportarono
con le tue lodi.
Tu bevi cecubo o vino spremuto
in torchi caleni, ma non falerno
o vini dei colli di Formia riempiono
i miei bicchieri.
21, in onore di Diana, Latona e Apollo
Cantate Diana, tenere fanciulle,
e voi, ragazzi, Apollo a chiome sciolte
e Latona, passione
dell'altissimo Giove.
La dea, fanciulle, che venera i fiumi
e il gelido Àlgido, l'Erimanto
oscuro, il verde Crago
dove sorgono i boschi;
e voi, ragazzi, con uguali lodi
vantate Tempe e Delo, dove nacque
Apollo, che sull'omero
porta faretra e lira.
Alle preghiere, proteggendo il popolo
e Cesare, rovescerà la guerra
e la fame, la peste
su britanni e persiani.
22, a Fusco per Làlage
Chi vive onestamente senza violenze
non ha bisogno, Fusco, di lance
africane, di archi o di faretre gonfie
di frecce avvelenate,
quando si avventura lungo le Sirti
assolate, fra i monti inospitali
del Caucaso o nelle terre lambite
dal favoloso Idaspe.
Davanti a me, vedi, mentre inerme
vagavo senza pensieri oltre i miei confini,
cantando la mia Làlage nella selva
sabina, è fuggito un lupo,
un mostro che nemmeno nei querceti
che ricoprono le Puglie piú aspre
può vivere, o nascere nei deserti dell'Africa,
in questa terra di leoni.
Ponimi pure in una pianura sterile
dove mai tepore estivo sfiora la natura,
in quella parte del mondo soffocata
da nebbie e uragani;
ponimi in una terra resa inabitabile
dal sole troppo vicino con il suo calore:
amerò Làlage che parla dolcemente
e dolcemente ride.
23, a Cloe
Mi eviti come un cerbiatto, Cloe,
che per monti impervi cerca la madre
impaurita, svuotato dal timore
degli alberi e del vento,
e trema nei ginocchi e nel cuore,
se l'avvicinarsi della primavera
ridesta un brivido tra le foglie irrequiete
o i ramarri scostano i rovi.
Ma io non t'inseguo per sbranarti
come un leone o una tigre selvaggia.
Dimentica tua madre:
è l'età dell'amore.
24, a Virgilio per la morte di Quintilio Varo
Avrà ritegno e limite il rimpianto
di chi ci è caro? Ispirami, Melpòmene,
canti di morte: Giove voce limpida
ti diede da intonare.
Dorme Quintilio un sonno senza fine:
potranno come lui trovarne un altro
l'onore, la giustizia e l'onestà,
la verità svelata?
I buoni lo piangono, ma nessuno
lo piange piú di te, Virgilio. Tu
nella pietà chiedi agli dei Quintilio,
male affidato a loro.
Serve che piú dolcemente d'Orfeo
tu suoni la lira che incanta gli alberi?
tornerebbe il sangue nell'ombra vuota,
che nel suo gregge nero
spinse la verga orrenda di Mercurio,
sordo a riaprire il fato alle preghiere?
Ahimè, rassegnati: sopporterai
ciò che non puoi mutare.
25, a Lidia che invecchia
Sempre piú raramente giovani indiscreti
battono con insistenza alle tue imposte.
Non ti rubano piú il sonno e i battenti
sigillano la porta
che cosí docile girava un tempo
sui cardini. Ormai meno, sempre meno odi:
'Per te io spreco le mie notti insonni,
Lidia, e tu dormi?'
In un vicolo deserto piangerai anche tu
invecchiata e derisa ai piedi di un amante,
quando il vento di Tracia stride forte
nel novilunio,
e il fuoco del desiderio, la foia
che sconvolge le madri dei cavalli,
sul tuo ventre piagato ti farà infierire,
strappandoti un lamento
per quei giovani che ammirano spensierati
l'edera verde, il mirto oscuro e all'Euro,
fratello dell'inverno, lasciano le foglie
inaridite.
26, a Pimplea per Lamia
Avvinto dalle Muse, malinconie e timori
lascio che venti irrequieti disperdano
nel mare, indifferente io solo
a Tiridate e ai suoi terrori,
al re temuto nei paesi gelidi del nord.
Dolce Pimplea, che ti incanti
alle sorgenti limpide, per Lamia mio
intreccia fiori pieni di sole, intreccia
una corona. Senza di te non serve
che gli renda onore: con armonie
diverse sulla cetra di Lesbo, tu,
le tue sorelle dovete consacrarlo.
27, al fratello di Megilla
Lanciarsi i calici, destinati alla gioia,
è da traci: si elimini questo costume
barbarico; dal casto Bacco
si tenga lontana ogni rissa di sangue.
Fra lucerne e vini la scimitarra stona
fuor di misura: frenate i vostri schiamazzi
da sacrileghi, amici miei,
e non alzate il gomito dal cuscino.
Volete che anch'io prenda del secco falerno
la mia parte? Dica il fratello di Megilla
di quale, di quale ferita
felicemente una freccia lo consuma.
Non vuole? A nessun altro patto io berrò.
Qualsiasi amore ti abbia in potere, vedi,
non ti brucerà di una fiamma
che ti faccia arrossire: un amore nobile
è il tuo peccato. Quale sia il tuo segreto
affidalo allora alle mie orecchie. Un vortice,
in questo tu ti dibattevi,
e non era quel fuoco che meritavi.
Potranno mai coi loro filtri liberarti
streghe e incantatori? lo potranno gli dei?
Pègaso forse potrà scioglierti,
avvinto come sei da questa chimera.
28, per Archita insepolto
Tu il mare, la terra, gli innumerevoli granelli
di sabbia misuravi, Archita, e ora
solo l'obolo di un pugno di polvere ti copre
sul lido matino, né può giovarti,
destinato com'eri alla morte, l'aver scrutato
lo spazio e indagato l'arco del cielo.
'Morí anche Tantalo che viveva insieme agli dei,
e Titone che fu rapito in cielo,
morí Minosse ammesso ai segreti di Giove, e il Tartaro
rinchiude il figlio di Panto, disceso
due volte nell'Orco, sebbene nient'altro alla morte
avesse concesso (in pegno portava
lo scudo del tempo di Troia) oltre i nervi e la pelle,
e tu sai nelle scienze di natura
che maestro fosse. Senza fine sarà la notte
ed è strada che si deve percorrere.
In pasto a Marte sono alcuni offerti dalle Furie
e di naviganti è avido il mare,
alla morte dei vecchi si affianca quella dei giovani,
Proserpina non risparmia nessuno:
nel mare d'Illiria a forza anche me sommerse Noto,
il compagno d'Orione che tramonta.
E tu, navigante, con crudeltà non rifiutarti
di spargere sul mio capo insepolto,
sulle ossa, un'ombra di terra: tutte le minacce
che volgerà Euro sull'Adriatico
si abbattano, salvandoti, sui boschi di Venosa,
e dal braccio di Giove, da Nettuno,
che protegge Taranto, ti venga il premio che meriti.
Non ti pesa commettere una colpa
che ricadrà sui tuoi figli innocenti? Può accadere
che debito e pena dell'empietà
ricadano su di te: se, maledetto, m'ignori,
nessun riscatto potrà liberarti.
Anche se hai fretta, l'indugio è breve: sparsi tre
pugni
di terra, potrai riprendere il mare.'
29, a Iccio
Ora tu invidi, Iccio, i tesori degli arabi
e contro i re della Sabea, sinora invitti,
muovi una guerra senza tregua
e arroventi catene per i medi
che incutono paura. Ucciso il suo ragazzo,
quale vergine nemica sarà tua schiava?
Quale fra i giovani di corte,
pronto a scagliare sull'arco paterno
frecce d'oriente, coi capelli profumati
diverrà tuo coppiere? Se tu, che speranze
piú alte suscitavi, tu
miri a barattare con la corazza
i grandi libri che hai raccolto di Panezio,
della scuola socratica, chi negherà
che possano ai monti tornare
i ruscelli e il Tevere alla sua fonte?
30, a Venere
Regina di Pafo, di Cnido, Venere,
lascia la tua Cipro e vieni in questa casa
graziosa, dove tra fumi d'incenso
Glícera t'invoca.
E con te accorrano il figlio amoroso,
le Grazie senza veli, le Ninfe, Mercurio
e questa, cosí noiosa senza te,
la giovinezza.
31, ad Apollo
Cosa può chiedere un poeta offrendo una coppa
di vino nuovo all'altare di Apollo?
cosa implorare? Non le messi ricche
che maturano in Sardegna,
gli armenti cosí invidiabili della Calabria
infuocata, non l'oro o l'avorio dell'India,
non i campi che il Liri, fiume silenzioso,
con acque tranquille corrode.
Lascia che con la falce poti le viti di Cales
chi le ebbe dalla fortuna e che in calici d'oro
si beva i vini barattati con unguenti
il mercante arricchitosi,
credi, col favore degli dei, se piú di una volta
l'anno può solcare senza pericolo le acque
dell'oceano.
Io mi nutro di olive,
di cicoria, di malve leggere.
Concedimi dunque, Apollo, che in buona salute
goda di quanto possiedo e, ti prego,
con mente lucida: non voglio trascinare
muto una vecchiaia deforme.
32, alla lira
M'invitano: se all'ombra senza altri pensieri
con te ho scherzato, ispirami, lira, un canto
che per noi possa sopravvivere nel tempo,
tu che da Alceo
fosti intonata per la prima volta, Alceo,
il guerriero che in armi o sulla riva umida
dove gettato dalla tempesta attraccò
la nave, Alceo
cantava Bacco, le Muse e con loro Venere,
il fanciullo che sempre l'accompagna e Lico,
quel giovane bellissimo, capelli neri,
occhi piú neri.
O lira, che orni il braccio di Apollo, lira,
che allieti i conviti di Giove, dolce balsamo
ai nostri affanni, assistimi quando ti chiamo
per il tuo rito.
33, ad Albio Tibullo
Albio, Albio, non dolerti cosí al ricordo
della crudele Glícera, non intonare
solo e sempre lamentose elegie, se un giovane,
rotta la fede, t'eclissa ai suoi occhi.
Con la sua bella fronte, per Ciro Licòride
avvampa d'amore e Ciro invece la fugge
per la scontrosa Fòloe: ma prima che questa
si conceda a un amante che disprezza,
le capre si uniranno ai lupi delle Puglie.
Cosí piace a Venere, che per suo diletto
crudelmente sottomette all'insopportabile
giogo anima e corpo differenti.
Anch'io, e mi chiamava piú nobile amore,
fui ridotto in dolci ceppi dalla liberta
Mírtale, piú sfrenata dei flutti del mare
che scavano le insenature calabre.
34, il potere degli dei
Tiepido e incostante cultore degli dei,
mentre, tronfio di una folle dottrina, vado
errando, a voltare le vele
sono costretto e a riprendere la rotta
abbandonata, perché dio padre, che sempre
fende le nubi col fuoco dei lampi, ora
nel cielo sereno ha lanciato
in volo col cocchio i cavalli tonanti,
e tremano il massiccio della terra, i fiumi
che scorrono, lo Stige, l'orribile e odiato
antro di Tènaro, il confine
di Atlante. La divinità può mutare
l'infimo in sommo, avvilire chi è al vertice,
mettendo in luce ciò che è oscuro; e la fortuna
con acuto stridore a forza
strappa all'uno la tiara, all'altro la dona.
35, alla Fortuna
O dea, che governi la tua amata Anzio,
che sai dalla loro condizione piú vile
sollevare gli uomini e la superbia
dei nostri trionfi trasformare in lutti,
con preghiera piena d'affanno nel suo campo
t'invoca il contadino in miseria e sul mare
di Càrpato, regina delle acque,
chiunque in nave di Bitinia lo sfidi.
Nella loro ferocia ti temono i daci,
i nomadi sciti, città e nazioni, e il Lazio
bellicoso e le madri di re barbari;
ti temono i tiranni avvolti di porpora
all'idea che con piede oltraggioso tu abbatta
le loro colonne svettanti e che in tumulto
il popolo chiami alle armi i timidi,
alle armi, e infranga l'autorità loro.
Innanzi a te sempre va la necessità
e nella mano di bronzo reca implacabile
chiodi da trave, cunei e non le mancano
spranghe resistenti e piombo liquefatto.
Ti onorano la speranza e la fede, rara,
velata di bianco, e la loro compagnia
non ti negano, se mutato aspetto
lasci irritata le case dei potenti.
Il volgo infido e la spergiura meretrice
ti voltano invece le spalle e da ogni parte,
per sottrarsi al tuo giogo, si disperdono
i falsi amici, che han dato fondo a un otre.
Ma tu salva Cesare, che sta per marciare
contro i britanni ai confini del mondo, e salva
i nostri giovani, perché divengano
nel golfo indiano il terrore dell'oriente.
Ahimè, l'atrocità delle ferite inferte
ai fratelli! Quale mai delitto evitammo
nel nostro cinismo? quale empietà
lasciammo intentata? Da quale si astenne
la gioventú per devozione? quali altari
rispettò? Volesse il cielo che contro gli arabi
e i massàgeti su fiammante incudine
tu ritemprassi l'arme nostra spuntata!
36, per Númida
Sí, con l'incenso, con la cetra
e col sangue di un vitello promesso in voto
devo ringraziare gli dei
di aver protetto, laggiú nella Spagna, Númida,
che ora dispensa baci e baci
agli amici del cuore e piú al diletto Lamia,
memore della fanciullezza
trascorsa ai cenni del medesimo maestro,
della toga mutata insieme.
Non rimanga senza un segno questo bel giorno,
non si ponga limite ai brindisi
o riposo ai piedi nella danze dei Salii,
e quella spugna di Dàmali
non vinca Basso a ingoiare il vino d'un fiato,
e poi non manchino le rose,
l'appio sempre verde e i gigli presto sfioriti.
Tutti poseranno su Dàmali
languidi gli occhi, ma lei non si lascerà
strappare dal suo nuovo amante,
avvinta a lui piú di un'edera voluttuosa.
37, per la sconfitta di Cleopatra
Ora puoi bere, puoi il piede battere libero
sulla terra; tornato, tornato è ora il tempo
di ornare, amici, l'ara degli dei
con un banchetto da fare invidia ai Salii.
Sacrilego prima sarebbe stato togliere
il cecubo dalle cantine, finché ebbra
per l'onda della fortuna e in balia
d'ogni speranza, con la sua accozzaglia
d'uomini sfregiata dalle mutilazioni,
quella regina impazzita minacciava
di abbattere il Campidoglio e annientare
l'impero. Ma una sola nave scampata
alle fiamme vanifica il suo furore
e alla cruda realtà riconduce Cesare
quella sua mente sconvolta dal vino:
come un cacciatore insegue sulle nevi
di Tessaglia la lepre o come fra colombe
smarrite incombe uno sparviero, la braccava,
che fuggiva dall'Italia, forzando
i remi per ridurre in catene il mostro
del nostro destino. Ma lei, cercando morte
con onore, come in cuor suo non era donna
da temere la spada, non fuggí
per mare a nascondersi in lidi lontani;
lei serena in volto la sua città in rovina
osò guardare e intrepida stringere in mano
aspidi irritati per assorbire
nelle sue vene il loro nero veleno,
con l'orgoglio spietato di chi vuol morire:
mai avrebbe subito che navi crudeli
la trascinassero superbamente
in trionfo, lei ch'era stata regina.
(tr. Prof. P. Sanasi)
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