37
E non solo quelli che erano complici della
congiura avevano la mente stravolta, ma tutta intera la plebe, per
cupidigia di novità, approvava le imprese di
Catilina. Evidentemente faceva ciò secondo la sua consuetudine.
Infatti,
nello Stato, coloro che non hanno beni
invidiano sempre i cittadini dabbene, esaltano i malvagi, esecrano
il vecchio,
bramano il nuovo, per odio della loro
condizione desiderano un radicale mutamento, vivono senza pena di
torbidi e di
sommosse perché la miseria mette facilmente al
riparo da ogni danno. Ma la plebe romana aveva davvero molte ragioni
di gettarsi nel tumulto. Prima di tutto,
coloro i quali dovunque emergevano per turpitudine e sfrontatezza,
poi gli altri
che avevano con vita svergognata dissipato il
patrimonio, infine tutti coloro che un'ignominia o un delitto aveva
scacciato dalla patria, tutti costoro erano
confluiti a Roma come in una sentina. Poi, molti, memori della
vittoria di Silla,
poiché vedevano alcuni semplici soldati
divenuti senatori, altri così ricchi da trascorrere il tempo in un
lusso regale,
ognuno, se prendeva le armi, sperava dalla
vittoria le medesime cose. Inoltre la gioventù che nei campi con il
lavoro
manuale pativa la miseria, stimolata dalle
largizioni pubbliche e private, aveva preferito l'ozio urbano a un
lavoro
ingrato. Essi e tutti gli altri vivevano del
pubblico danno. Non c'era dunque da meravigliarsi se uomini
bisognosi, di
cattivi costumi, di sconfinata ambizione,
facevano buon mercato dello Stato come di se stessi. Inoltre, coloro
dei quali
la vittoria di Silla aveva proscritto i
parenti, strappato i beni, sminuito il diritto alla libertà, non
attendevano certo con
altro animo il successo della guerra. Poi,
chiunque fosse di un partito diverso da quello del Senato, preferiva
che fosse
sconvolto lo Stato piuttosto che diminuita la
propria influenza. È così che dopo molti anni il male aveva di nuovo
invaso
la città.
38
Infatti, dopo che i consoli Cn. Pompeo e M.
Crasso ristabilirono la potestà tribunizia, uomini ancor giovani
venuti in possesso di un'autorità così grande,
con la violenza d'animo che l'età rinfocolava coi loro attacchi al
Senato
cominciarono ad agitare la plebe, poi con
elargizioni e promesse ad alimentare l'incendio, e così diventare
essi stessi
famosi e potenti. A loro con tutte le forze si
opponeva gran parte della nobiltà, sotto l'apparenza di difendere il
Senato,
in realtà per conservare i suoi privilegi. E
infatti, per dire il vero in breve, dopo quei tempi, tutti coloro
che sconvolsero
lo Stato sotto onorevoli pretesti, alcuni come
difendessero gli interessi del popolo, altri perché grande e piena
fosse
l'autorità del Senato, simulando il bene
pubblico, lottavano ciascuno per il proprio potere. Né avevano
moderazione o
misura nel contendere; gli uni e gli altri
esercitavano crudelmente la vittoria.
39
Ma dopo che Cn. Pompeo fu inviato alla guerra
contro i pirati e contro Mitridate, le forze della plebe furono
diminuite, crebbe la potenza dei pochi. In
loro possesso le magistrature, le province ed ogni altra cosa; essi
intoccabili,
fiorenti, trascorrevano la vita senza timore,
e tenevano gli avversari sotto la minaccia dei processi per ottenere
che
durante la loro magistratura non agitassero la
plebe. Ma appena l'incertezza della situazione richiese speranza di
rinnovamenti, l'antico spirito combattivo li
rianimò. E se nel primo scontro Catilina fosse riuscito vittorioso o
con pari
sorte, certo una grande strage e calamità
avrebbe oppresso la repubblica, e a quelli che avessero conseguito
la vittoria
non sarebbe stato lecito goderne a lungo,
senza che venisse qualcuno più forte a strappare il potere e la
libertà ad essi
spossati e affranti.
Vi furono tuttavia molti, estranei alla
congiura, che all'inizio partirono per raggiungere Catilina. Tra di
essi
Fulvio, figlio di un senatore, che il padre
fece riprendere in viaggio e ricondurre indietro, e uccidere.
51
«Tutti gli uomini che giudicano su casi dubbi,
o padri coscritti, devono essere esenti da malevolenza, da ira, da
pietà. L'animo non distingue facilmente il
vero se è da esse offuscato, e mai nessuno servì insieme la passione
e
l'interesse. Se tendi lo spirito, esso ha
tutta la sua forza; se domina la passione, essa ha il potere,
l'animo nulla vale. Ho
grande abbondanza di memorie, o padri
coscritti, sulla quantità di cattive decisioni prese da re e popoli,
spinti dall'ira o
dalla pietà; ma preferisco parlare di quella
che i nostri avi presero secondo probità e giustizia dominando la
loro
passione. Nella guerra di Macedonia che
facemmo al re Perseo, la grande e opulenta città di Rodi, che aveva
prosperato
con l'aiuto dei Romani, ci fu infida e
avversa. Ma dopo che, finita la guerra, si deliberò sui Rodiesi, i
nostri avi, non
volendo che alcuno li accusasse di aver fatto
la guerra più per le ricchezze che per l'offesa ricevuta, li
lasciarono
impuniti. Ugualmente in tutte le guerre
puniche, mentre i Cartaginesi durante gli intervalli di pace e le
tregue compirono
atroci misfatti, i nostri avi all'occasione
non ne compirono di tali; cercavano di fare ciò che fosse degno di
loro,
piuttosto che giuste ritorsioni contro di
quelli. Allo stesso modo dovete preoccuparvi, o padri coscritti, che
non valga
presso di voi l'offesa di P. Lentulo e di
tutti gli altri, più della vostra dignità, e che non pensiate più
alla vostra ira che
alla vostra fama. Infatti se si cerca una pena
degna dell'operato di quelli, approvo una misura senza precedenti;
ma se la
grandezza del delitto supera ogni
immaginazione, sono dell'avviso che si debbano applicare loro le
pene previste dalla
legge.
«I più di quelli che hanno espresso il loro
parere prima di me hanno deplorato con parole acconce e adorne la
sventura della repubblica. Quale sarebbe la
crudeltà della guerra, quale la sorte dei vinti: le vergini, i
fanciulli rapiti, i
figli strappati dalle braccia dei genitori, le
matrone sottoposte al capriccio dei vincitori, i templi, le case
spogliate,
ovunque perpetrati assassini, incendi, infine,
tutto invaso dalle armi, dai cadaveri, dal sangue, dalle lacrime.
Ma, per gli
Dèi immortali, a che tendeva un tale discorso?
Forse a rendervi ostili alla congiura? Certo chi non è stato turbato
da una
cosa tanto grave e atroce, lo sarà da un
discorso! Ma non è così : e a nessun mortale i torti subiti sembrano
lievi, molti
anzi li stimarono più gravi del giusto. Ma la
libertà d'azione non è uguale per tutti, o padri coscritti. Gli
umili che
vivono oscuri, se peccarono d'ira, pochi lo
sanno: la reputazione e la fortuna sono pari. Quelli forniti di
grande potere,
che vivono in alto, compiono azioni esposte
alla conoscenza di tutti i mortali. Così , più grande è la fortuna,
meno
grande è la libertà d'azione: non si deve
favorire, né odiare e meno di tutto adirarsi. Quella che presso gli
altri si dice
iracondia, nell'esercizio del potere si chiama
crudeltà e superbia. Per mia parte, o padri coscritti, ritengo ogni
supplizio
inferiore ai loro crimini. Ma i più dei
mortali ricordano le ultime impressioni, e anche essendo in causa
degli scellerati,
si dimentica il loro delitto per discutere la
loro pena, se sia stata un po' troppo severa.
«Certamente so che D. Silano, uomo forte ed
energico, ha detto quel che ha detto per amore della repubblica,
né in tale grave argomento lo hanno mosso
favore o inimicizia: conosco l'indole e la moderazione di quest'uomo.
Ma la
sua proposta mi sembra non crudele - cosa
infatti può farsi di crudele a tali uomini? -, ma estranea allo
spirito del nostro
Stato. Infatti di certo il timore e l'enormità
dell'offesa ti hanno indotto, o Silano, che sei console designato, a
proporre
una pena sconosciuta alle nostre leggi. Del
timore è superfluo discutere, soprattutto perché per lo zelo del
nostro
eminente console tanti presidii si trovano in
armi. Della pena posso ben dire qualcosa, com'è nei fatti: che nel
dolore e
nelle miserie la morte è requie ai tormenti,
non supplizio, e dissoluzione di tutte le sventure mortali; oltre
essa non v'è
luogo a gioia o ad affanni. Ma, per gli Dèi
immortali, perché nella proposta non hai aggiunto che contro di essi
si
procedesse anche con la flagellazione? Forse
perché la legge Porcia lo vieta? Ma altre leggi vietano che ai
cittadini
condannati si tolga la vita, e ingiungono che
si infligga loro l'esilio. Forse perché la flagellazione è più grave
della
morte? Ma che può essa avere di troppo
rigoroso e grave verso uomini convinti d'un delitto così grave? Se è
invece
perché questa pena è troppo lieve, come
accordi il rispetto della legge in un dettaglio minore, mentre la
trascuri in un
punto essenziale?
«Ma, si dirà, chi biasimerà ciò che è stato
decretato contro degli assassini della patria? L'occasione, il
tempo, la
fortuna, il cui capriccio governa le genti.
Qualunque cosa accadrà, essi l'avranno meritata, ma voi o padri
coscritti,
considerate l'influenza della vostra decisione
su altri. Tutti gli abusi sono nati da buone misure. Ma quando il
potere
pervenne agli ignari di esso, o a disonesti,
quell'abuso straordinario, da colpevoli che lo meritavano, si
applica a
innocenti che non lo meritano. Gli Spartani,
vinti gli Ateniesi, imposero trenta uomini per governare la loro
repubblica.
Costoro dapprima cominciarono a mandare a
morte senza processo i peggiori criminali invisi a tutti: e il
popolo a
rallegrarsi di ciò, e che era giustamente
accaduto. Poi, quando a poco a poco l'arbitrio crebbe, ecco costoro
uccidere
indiscriminatamente i buoni e i cattivi a loro
capriccio, e a terrorizzare tutti gli altri. Così la città, oppressa
dalla servitù,
pagò gravi pene per una stolta letizia. In
giorni che ricordiamo, quando Silla vincitore fece sgozzare
Damasippo e altri
della stessa marmaglia che erano cresciuti per
la sventura della repubblica, chi non lodava il suo operato?
Dicevano
giustamente soppressi dei criminali e dei
faziosi, che avevano turbato la repubblica con la sedizione. Ma tale
fatto fu
l'inizio di una grande strage. Infatti, appena
qualcuno bramava un palazzo, una villa, insomma addirittura un vaso
o il
vestito di un altro, si adoprava a farlo
risultare nella lista dei proscritti. Così coloro per i quali la
morte di Damasippo
era stata una gioia, poco dopo venivano
trascinati essi stessi al supplizio; né si smise di sgozzare prima
che Silla
colmasse tutti i suoi di ricchezze. Io non
temo questo, con un console come M. Tullio, e di questi tempi; ma in
una
grande città molte e varie sono le indoli. In
un altro tempo, con un altro console che abbia ugualmente in pugno
un
esercito, può credersi il falso come cosa
vera. Se poggiando sul nostro precedente, un console per decreto del
Senato
snuderà la spada, chi gli porrà un limite, chi
potrà moderarlo?
«I nostri antenati, o padri coscritti, non
difettarono mai né di raziocinio né di audacia; né v'era superbia
che
impedisse loro di imitare istituzioni
straniere, se erano buone. Dai Sanniti presero armi di difesa e di
offesa; dagli
Etruschi la maggior parte delle insegne delle
magistrature; infine, ciò che presso alleati o nemici appariva
utilizzabile,
con grande zelo cercavano di realizzarlo in
patria: preferivano imitare piuttosto che invidiare i buoni esempi.
Ma nel
medesimo tempo, imitando l'uso dei Greci,
facevano battere con le verghe i cittadini, e sottoponevano i
condannati alla
pena capitale. Dopo che la repubblica crebbe,
e per la moltitudine dei cittadini presero vigore le fazioni, si
cominciò a
sopraffare gli innocenti e a compiere abusi di
tal genere. Allora furono promulgate la legge Porcia e altre leggi,
con le
quali fu permesso ai condannati l'alternativa
dell'esilio. Ritengo, o padri coscritti, che questo sia argomento
capitale
contro la decisione di prendere provvedimenti
inusitati. Certo il valore e la saggezza furono maggiori in costoro,
che da
piccola potenza fecero un così grande impero,
piuttosto che in noi, che a stento conserviamo i beni acquistati per
loro
merito.
«Vorremo forse che essi siano liberati, e si
rafforzi così l'esercito di Catilina? No davvero. Ma questo
propongo: le loro ricchezze siano confiscate,
essi si debbano tenere in catene nei municipi più forti e
attrezzati, e
nessuno poi ne venga a parlare in Senato o ne
discuta con il popolo; chi avrà fatto diversamente, il Senato lo
ritenga
nemico dello Stato e della comune salvezza.»
52
Dopo che Cesare ebbe finito di parlare, gli
altri consentivano con le parole dell'uno o dell'altro. Quando venne
per M. Porcio Catone il turno di esprimere il
suo parere, egli tenne un discorso di questa guisa:
«Di gran lunga diverso è il mio animo, o padri
coscritti, quando considero la vicenda e i nostri pericoli, e
quando fra me stesso valuto l'opinione di
alcuni. Mi sembra che essi abbiano dissertato sul castigo per coloro
che hanno
preparato guerra alla loro patria, ai parenti,
agli altari e ai focolari; ma la situazione ci ammonisce a
premunirci contro
di essi piuttosto che consultarci sulle
condanne da infliggere loro. Infatti tu puoi punire tutti gli altri
crimini quando
sono stati commessi: questo invece, se non
provvedi a non farlo accadere, quando sia accaduto imploreresti
invano
l'aiuto della legge: presa la città, nulla
resta per i vinti. Ma, per gli Dèi immortali, mi rivolgo a voi che
sempre aveste a
cuore i palazzi, le ville, le statue, i
quadri, piuttosto che la repubblica, se volete conservare quei beni,
di qualunque
genere siano, ai quali siete così attaccati,
se volete dedicarvi tranquillamente ai vostri piaceri, destatevi
infine, e
prendete in pugno le sorti della patria. Non
si tratta di tasse abusive o di angherie agli alleati: la libertà e
la vita nostra
sono in gioco.
«Sovente, o padri coscritti, ho parlato a
lungo davanti al vostro consesso, spesso ho rampognato il lusso e
l'avidità dei nostri concittadini, e per
questa ragione molti mi si sono fatti nemici mortali. Per me, che
non avrei mai
perdonato a me stesso e al mio animo nessun
delitto, non era facile perdonare ad altri le malefatte della loro
passione.
Ma sebbene voi non vi curaste di ciò, tuttavia
la repubblica era salda: la prosperità tollerava la negligenza. Ma
ora non
si tratta di questo, se viviamo virtuosamente
o viziosamente, né di quanto sia grande e magnifico l'impero del
popolo
romano, ma di sapere se questi beni, in
qualunque modo li si consideri, resteranno nostri o cadranno insieme
con noi in
potere del nemico. E ora qualcuno mi viene a
parlare di mansuetudine e di pietà? Già da tempo, invero, abbiamo
disimparato il vero senso delle parole: poiché
l'essere prodighi coi denari altrui si dice liberalità e l'audacia
nelle
ribalderie si chiama bravura, perciò la
repubblica è ridotta allo stremo. Poiché tali sono i costumi, siano
pure liberali con
i beni degli alleati; siano pietosi con i
ladri dell'erario: ma non largheggino con il nostro sangue, e mentre
risparmiamo
pochi scellerati, non mandino tutti i
galantuomini in rovina.
«Con parole acconce ed eleganti Cesare ha poc'anzi
dissertato di vita e di morte in questo consesso, stimando
favole, io credo, le tradizioni relative agli
inferi, secondo le quali i malvagi per cammino diverso dai buoni
sono
assegnati a luoghi tetri, selvaggi, spaventosi
e sozzi. E così ha proposto di confiscare i beni dei colpevoli, e
questi
tenerli in prigione sparsi nei municipi,
evidentemente per timore che, se restino a Roma, siano liberati a
forza dai
complici della congiura e dalla plebaglia
prezzolata: quasi che i malvagi e gli scellerati si trovino nella
città, e non in
tutta Italia, e l'audacia non abbia più potere
dove minori sono le forze della difesa. Perciò è sicuramente vana
questa
misura, se Cesare teme un pericolo da parte di
quelli; se fra lo spavento di tutti egli solo non teme, tanto più
importa che
io e voi temiamo. Perciò, quando voi vi
pronuncerete sulla sorte di Lentulo e degli altri, tenete per certo
che deciderete
anche dell'esercito di Catilina e di tutti i
congiurati. Quanto più energicamente agirete voi, tanto più debole
sarà il loro
animo; se vi vedranno vacillare appena un
poco, subito si ergeranno tutti pieni di ferocia.
«Non pensate che i nostri avi da piccola
abbiano fatto grande la repubblica con le armi. Se fosse così , noi
oggi
la avremmo ancora più bella, poiché certo noi
abbiamo maggiore copia di alleati e di cittadini, maggior numero
anche di
armi e di cavalli di quanti ne ebbero essi. Ma
altre cose furono a renderli grandi, e che noi non abbiamo per
nulla:
attività in patria, giustizia nel governare
all'estero, animo libero nel decidere, scevro da rimorsi e passioni.
In luogo di
ciò, noi abbiamo lusso e avidità, povere le
finanze pubbliche, doviziose le private; lodiamo le ricchezze,
aspiriamo
all'ozio, nessuna distinzione fra i buoni e i
malvagi; tutte le ricompense dovute alla virtù sono in mano
all'intrigo. Né fa
meraviglia; quando voi separatamente prendete
decisioni ciascuno a proprio vantaggio, quando in casa siete servi
del
piacere, e qui del denaro e del favore, da ciò
consegue che si faccia violenza allo Stato indifeso.
«Ma tralasciamo questo argomento. Cittadini
della più alta nobiltà hanno congiurato per incendiare la patria;
chiamano alla guerra un popolo gallo, il più
ostile al nome romano; il capo dei nemici ci è sopra con un
esercito: e voi
ancora indugiate ed esitate nella punizione da
infliggere a nemici catturati dentro le mura della città? Abbiatene
pietà, vi
propongo; sono ragazzi, errarono per
ambizione; anzi di più, liberateli armati; purché questa vostra
mansuetudine e
pietà, se essi prendano le armi, non si mutino
in rovina. Senza dubbio la questione è grave, ma voi non la temete.
Anzi
vi terrorizza: ma per inerzia e mollezza
d'animo voi prendete tempo aspettando l'uno dopo l'altro, certamente
confidando negli Dèi immortali che sempre nei
più grandi pericoli salvarono questa repubblica. Ma non con voti o
suppliche da femmine si ottiene il soccorso
degli Dèi, bensì con le veglie, con l'azione, con le sagge
decisioni, tutte le
cose volgono al meglio. Quando ti sia dato
all'inerzia e all'ignavia, invano imploreresti gli Dèi; sono irati e
ostili.
«Al tempo dei nostri antenati, A. Manlio
Torquato, durante la guerra gallica fece giustiziare suo figlio
perché
contro gli ordini aveva attaccato il nemico, e
quel giovane egregio pagò con la morte la pena di un eccessivo
coraggio; e
voi osate indugiare nello stabilire la sorte
dei più crudeli parricidi? Certamente tutta la loro vita trascorsa
protesta contro
questo loro delitto. Ebbene rispettate la
dignità di Lentulo, se egli ebbe mai riguardo del suo pudore e della
sua
reputazione, degli Dèi e degli uomini;
perdonate la giovinezza di Cetego, se non è la seconda volta che
egli prende le
armi contro la patria. E che dire di Gabinio,
Statilio, Cepario, i quali, se avessero avuto mai scrupolo, non
avrebbero
architettato questo piano contro la
repubblica? Infine, o padri coscritti, se potessimo, per Ercole,
rischiare un errore,
lascerei volentieri che voi foste corretti
dagli eventi, poiché spregiate le parole. Ma siamo circondati da
tutte le parti,
Catilina con l'esercito ci serra la gola,
altri sono nemici tra le mura, nel cuore della città, e nulla può
prepararsi e
decidersi in segreto: ragione di più per
affrettarci.
«In conseguenza di ciò io propongo: poiché per
nefando complotto di scellerati cittadini la repubblica è stata
gettata nei più gravi rischi, e convinti su
denuncia di T. Volturcio e degli ambasciatori Allobrogi essi stessi
hanno
confessato il proposito di stragi, incendi e
altri turpi e crudeli atti contro i cittadini e la patria, sulla
loro confessione, e
come colti in flagrante delitto capitale,
siano condannati a morte secondo il costume degli antichi.»
53
Dopo che Catone sedette, i consolari e con
loro la maggior parte del Senato plaudono alla sua proposta e
portano alle stelle la sua fermezza d'animo;
gridando gli uni contro gli altri, si rimproverano la pusillanimità.
Catone è
proclamato grande e illustre: il Senato decide
secondo la sua proposta.
Ma io, che molto ho letto e molto ho ascoltato
le gloriose gesta del popolo romano in pace e in guerra, nel mare
e sulla terra, per avventura ho voluto
ricercare le cause che soprattutto hanno sostenuto tali imprese.
Sapevo che spesso
con una piccola schiera i Romani si erano
scontrati con grandi eserciti nemici; avevo appreso che con esigue
forze
avevano fatto guerra a regni opulenti; oltre a
ciò, avevano spesso sopportato i rovesci della fortuna; ma erano
stati
inferiori ai Greci nella parola, ai Galli
nella gloria militare. Ebbene, alla mia lunga riflessione appariva
chiaro questo,
che lo straordinario valore di pochi cittadini
aveva tutto operato, e per sua cagione la povertà aveva vinto sulla
ricchezza, i pochi avevano superato la
moltitudine. Ma dopo che il lusso e l'inerzia corruppero la città,
la potenza della
repubblica a sua volta fu tanto forte da
resistere ai vizi dei suoi condottieri e magistrati; ma come si
fosse isterilita
partorendo, per lunghi periodi non vi fu più
in Roma nessun uomo grande nella virtù. Tuttavia nella mia epoca vi
furono
due uomini di diversa indole ma di valore
eminente, M. Catone e G. Cesare. E poiché l'argomento li ha posti
sulla mia
strada, non sono stato del parere di passarli
sotto silenzio, ma voglio descriverli, per quanto io sappia, nel
loro carattere
e nei loro costumi.
54
Dunque, essi furono quasi uguali per nascita,
per età, per eloquenza, pari la grandezza d'animo, e anche la
gloria, ma di qualità differente. Cesare era
stimato grande per liberalità e munificenza, Catone per integrità di
vita. Il
primo si era fatto illustre con l'umanità e
l'inclinazione alla pietà, al secondo aveva aggiunto dignità il
rigore. Cesare
aveva acquistato gloria con il danaro, con il
soccorrere, con il perdonare, Catone con il nulla concedere. L'uno
era il
rifugio degli sventurati, l'altro la rovina
dei malvagi. Del primo era lodata l'indulgenza del secondo la
fermezza. Infine
Cesare s'era prefisso nell'animo di lavorare
senza tregua, di vegliare, di trascurare i suoi interessi per
dedicarsi a quelli
degli amici, di non rifiutare nulla che
meritasse di essere donato; per sé desiderava una grande potenza, un
esercito, una
guerra nuova in cui potesse risplendere il suo
valore. Catone invece ambiva la misura, il decoro, ma soprattutto la
severità. Non gareggiava in ricchezze con il
ricco, in faziosità con il fazioso, ma in coraggio con il valoroso,
in ritegno
con il modesto, in integrità con gli onesti.
Preferiva essere che sembrare buono, così , quanto meno cercava la
gloria,
tanto più quella lo seguiva.
58
«So bene, soldati, che le parole non donano il
coraggio, e che nessun esercito da ignavo diventa strenuo, né
forte da timoroso per un discorso del
comandante. Quanta audacia è nell'animo di ciascuno per natura o per
indole, tanta
suole rivelarsi in guerra. Si esorterebbe
invano chi non è infiammato né dalla gloria né dai rischi; la paura
gli occlude le
orecchie. Ma io vi ho chiamati per darvi brevi
consigli e insieme per svelarvi la ragione della mia scelta.
«Sapete certamente, soldati, quanta rovina ci
abbia arrecato la mollezza e la viltà di Lentulo, e in qual modo
l'attesa dei rinforzi dalla città m'ha
impedito di marciare verso la Gallia. E ora in quale situazione ci
troviamo lo
comprendete tutti come me. Ci si oppongono due
eserciti nemici, uno dalla città, uno dalla Gallia. Rimanere più a
lungo
in questi luoghi, anche se l'animo lo
sopportasse, ci è impedito dalla mancanza di frumento e di altro.
Dovunque
vogliamo andare dobbiamo aprirci la via con il
ferro. Perciò vi esorto ad essere di animo strenuo e pronto a tutto,
e
quando entrerete in battaglia, ricordate che
avete in pugno la ricchezza, l'onore, la gloria e inoltre la libertà
e la patria.
Se vinciamo, tutto sarà sicuro per noi: avremo
viveri in abbondanza, i municipi e le colonie ci apriranno le porte.
Ma se
cederemo alla paura, tutte quelle stesse cose
ci si faranno avverse, né vi sarà luogo o amico che protegga chi non
sarà
stato difeso dalle sue armi. Inoltre, soldati
noi e loro non siamo sovrastati dalla stessa necessità; noi lottiamo
per la
patria, per la libertà, per la vita, per essi
è un sovrappiù il combattere per la potenza di pochi. Perciò con
maggiore
slancio assaliteli, memori dell'antico valore.
Avreste potuto trascorrere in esilio la vita con sommo disdoro;
alcuni, persi
i loro beni avrebbero potuto sperare di vivere
a Roma della liberalità altrui. Ma poiché ciò sembrava turpe e
intollerabile
per dei veri uomini, sceglieste di affrontare
questo pericolo. Se volete uscirne, c'è bisogno di audacia, nessuno,
se non
vincitore, poté mutare la guerra nella pace.
Infatti, sperare salvezza nella fuga, quando hai sviato dal nemico
le armi che
ti proteggono le membra, è pura follia.
Sempre, in battaglia, è più grave il pericolo per coloro che hanno
il maggior
timore; l'audacia è un baluardo.
«Quando vi guardo, o soldati, e rivolgo nel
mio animo le vostre imprese passate, mi prende una grande
speranza di vittoria. L'animo, l'età, il
valore vostri mi infondono fiducia, e pure la necessità che rende
forti anche i
timorosi. Per di più l'angustia del luogo
impedisce alla moltitudine dei nemici di circondarci. Che se la
fortuna si
rifiuterà di assecondare il vostro valore,
badate di non perdere la vita invendicati, e piuttosto di lasciarvi
prendere e
trucidare come bestie, combattendo da uomini
lasciate al nemico una vittoria insanguinata e luttuosa.»
59
Ciò detto, indugiato brevemente, fa suonare il
segnale di battaglia e guida i ranghi schierati in un luogo
pianeggiante. Poi, allontanati tutti i cavalli
per dare più coraggio ai soldati con l'uguaglianza del pericolo,
egli stesso, a
piedi, dispone l'esercito secondo la natura
del terreno e la qualità dei soldati. Infatti, poiché la pianura era
fra i monti a
sinistra e scoscendimenti dirupati a destra,
stanzia otto coorti sul fronte, e raggruppa le altre in masse più
serrate di
riserva. Da queste preleva i centurioni, tutti
soldati scelti e richiamati, e inoltre i meglio armati dei comuni
soldati, e li
pone in prima fila. Affida il comando della
destra a G. Manlio, della sinistra a uno di Fiesole, egli con i
liberti e i coloni
si attesta presso l'aquila, che si diceva
essere stata di Mario contro i Cimbri.
Dall'altra parte G. Antonio, sofferente di
gotta, poiché non poteva partecipare alla battaglia, affida
l'esercito a
M. Petreio. Questi dispone sul fronte le
coorti dei veterani arruolati contro l'insurrezione, e alle loro
spalle il resto
dell'esercito di riserva. Egli stesso
percorrendo a cavallo le file, chiama per nome ogni soldato, li
prega di ricordarsi che
stanno lottando con predoni male armati, per
la patria, per i figli, per gli altari e i focolari. Uomo di guerra,
poiché era
stato nell'esercito più di trent'anni con
grande gloria, tribuno, prefetto, legato, pretore, conosceva i più
dei soldati e le
loro imprese, e ricordandole infiammava i loro
cuori.
60
Dopo aver passato tutto in rivista Petreio fa
dare con le trombe il segnale della battaglia, ordina alle coorti di
avanzare lentamente, lo stesso fa l'esercito
nemico. Giunti là dove i ferentari devono attaccare combattimento,
piegate le
insegne contro il nemico, con altissimo
clamore corrono gli uni contro gli altri, lasciano i giavellotti, si
combatte con le
spade. I veterani, memori dell'antico valore,
incalzano acremente da presso: quelli, per nulla intimoriti,
resistono, si
combatte con estrema violenza. Intanto
Catilina con la truppa leggera imperversa in prima linea, soccorre
quelli in
difficoltà, rimpiazza i feriti con truppe
fresche, provvede a tutto, si batte egli stesso con vigore, spesso
colpisce il
nemico; eseguiva insieme il dovere di un
soldato coraggioso e di un buon condottiero. Petreio, quando vede
che Catilina
contrariamente a quel che aveva creduto,
combatteva con grande energia, lancia la coorte pretoria contro il
centro dei
nemici, e massacra quelli che riesce a
scompigliare e che cercavano di resistere altrove; poi attacca gli
altri da entrambe
le parti. Manlio e il Fiesolano cadono tra i
primi combattendo. Catilina, quando vede le sue truppe in rotta e se
stesso
rimasto con pochi uomini, memore della sua
stirpe e della passata dignità, si getta dove i nemici erano più
folti e ivi
lottando è trafitto.
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Terminata la battaglia, allora avresti veduto
davvero quanta audacia e forza d'animo fossero state nell'esercito
di Catilina. Infatti quel luogo che ognuno da
vivo aveva occupato lottando, ora, perduta la vita, lo ricopriva con
il suo
cadavere. Pochi del centro, poi, che la coorte
pretoria aveva disperso, giacevano un po' più lontano, ma tutti
nondimeno
colpiti di fronte. Catilina fu trovato lontano
dai suoi, tra i cadaveri dei nemici, respirava ancora appena,
recando
impressa in volto la fierezza d'animo che
aveva avuto da vivo. Infine, di tutta questa armata, nessun libero
cittadino fu
catturato in battaglia o in fuga: a tal punto
ciascuno aveva risparmiato la sua vita al pari di quella del nemico.
Né
l'esercito del popolo romano aveva ottenuto
una vittoria lieta o incruenta, infatti tutti i più valorosi o erano
caduti in
battaglia o ne erano usciti gravemente feriti.
Molti poi che erano usciti dal campo per visitare il terreno di
combattimento o far bottino, rivolgendo i
cadaveri dei nemici, trovavano chi un amico, chi un ospite o un
parente; vi
furono anche alcuni che trovarono un nemico
personale. Così per tutto l'esercito variamente si mescolavano la
letizia,
l'angoscia il cordoglio la gioia.