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PETRONIO - SATYRICON
31 Toccati da un
gesto di tale generosità, stavamo entrando in sala da pranzo,
quando ci si para davanti quello stesso servo per il quale
eravamo intervenuti e, con noi che lo guardiamo allibiti, ci
sommerge letteralmente di baci per ringraziarci del nostro buon
cuore e aggiunge: «Presto saprete chi avete aiutato: sono io che
ho l'incarico di versare il vino del padrone».
Finalmente ci sediamo
a tavola, mentre degli schiavi alessandrini ci versano sulle
mani dell'acqua ghiacciata, subito rimpiazzati da altri che,
inginocchiati ai nostri piedi, cominciano a tagliarci le
pellicine delle unghie con una precisione incredibile. E mentre
erano impegnati in questo ingrato servizio non stavano mica a
bocca chiusa, ma accompagnavano il tutto cantando. Siccome
volevo capire se tutta la servitù avesse quella caratteristica,
chiedo che mi portino da bere. In men che non si dica uno
schiavetto mi serve emettendo un gorgheggio non meno stridulo, e
così tutti gli altri se solo si ordinava qualcosa. Al punto che
più che a pranzo in casa di un padre di famiglia, sembrava di
essere in mezzo a una compagnia di mimi.
Nel frattempo ci
viene servito un antipasto mica male: tutti avevano infatti già
preso posto, salvo il solo Trimalcione cui, in virtù di
un'usanza del tutto nuova, era stato riservato quello d'onore.
Al centro del piatto di portata troneggiava un asinello in
bronzo di Corinto, con sopra un basto che da una parte era pieno
di olive nere e dall'altra di chiare. Sulla groppa dell'animale
c'erano due piatti sui cui orli era stato inciso il nome di
Trimalcione e il peso dell'argento. In aggiunta c'erano poi dei
ponticelli saldati insieme che sorreggevano dei ghiri conditi
con miele e salsa di papavero. E ancora c'erano delle salsicce
che friggevano sopra una graticola d'argento e, sotto la
graticola, prugne di Siria con chicchi di melagrana.
32 Eravamo nel pieno
di quelle delizie, quand'ecco che Trimalcione in persona fa il
suo ingresso trasportato a suon di musica, sdraiato su soffici
cuscini, e noi scoppiamo a ridere perché la cosa ci coglie alla
sprovvista. Gli spuntava la crapa pelata da sotto un mantello
rosso fuoco e intorno al collo già imbacuccato per bene si era
avvolto un foulard orlato di porpora con frange svolazzanti da
una parte e dall'altra. Al mignolo della mano sinistra portava
un enorme anello dorato, mentre nell'ultima falange dell'anulare
ne aveva uno più piccolo che secondo me era tutto d'oro ma con
saldate sopra delle scaglie di ferro fatte a forma di stella. E
per non limitarsi a sfoggiare soltanto quei preziosi, si scopre
il bicipite destro su cui facevano un gran figurone un bracciale
d'oro e un cerchietto d'avorio chiuso da una lamina piena di
luce.
33 Dopo essersi dato
una ripassata tra i denti con uno stuzzicadenti d'argento, dice:
«Amici, ad essere sincero non mi andava ancora di venire a
tavola, ma per non farvi cominciare il pranzo in ritardo per la
mia assenza, ho preferito sacrificare i comodi miei. Ciò
nonostante permettetemi di finire la partita». Infatti gli
veniva dietro un ragazzino con in mano una scacchiera di radica
e dei dadi di cristallo, e io notai un particolare che era il
colmo della raffinatezza: al posto delle pedine bianche e nere
aveva infatti delle monete d'oro e d'argento. E mentre lui
continuava a giocare bestemmiando come un perfetto portuale, e
noi eravamo ancora all'antipasto, viene portato un vassoio con
sopra un cestino contenente una gallina di legno che aveva le
ali aperte a cerchio, come di solito fanno quando covano le
uova. Subito si avvicinano due servi che, sul sottofondo
assordante della musica, cominciano a frugare in mezzo alla
paglia e tirano fuori una serie di uova di pavone che
distribuiscono tra i commensali. Di fronte al colpo di scena,
Trimalcione si volta e ci comunica: «Amici, ho fatto mettere
sotto la gallina delle uova di pavone ma, per dio, mi sa che ci
sia già dentro il pulcino. In ogni modo vediamo un po' se si
possono ancora inghiottire». Noi allora prendiamo dei cucchiaini
che non pesavano meno di mezza libbra e rompiamo quelle uova
ricoperte con un impasto di farina. Io stavo quasi per buttar
via il mio perché mi sembrava che dentro ci fosse già il
pulcino. Ma poi, quando sento un habitué di quelle serate
dire "mi sa che qui dentro c'è qualcosa di buono", frugo un po'
con la mano dentro al guscio e ci trovo un beccaccino da favola
immerso in salsa piccante di tuorlo.
34 Nel frattempo
Trimalcione aveva finito la partita e si era fatto servire ogni
cosa, invitando a gran voce chi di noi avesse voluto prendere
ancora del vino al miele, quando all'improvviso ricomincia la
musica a un preciso segnale e una squadra di servi porta via gli
antipasti cantando in coro. Ma nel mezzo di quel caos, caso
vuole che cada un piatto d'argento e che subito uno schiavetto
lo raccatti: Trimalcione se ne accorge e ordina di
schiaffeggiare il ragazzino e di ributtare a terra il piatto che
finisce scopato via insieme a tutto il resto da un guardarobiere
comparso immediatamente. Poi entrano in sala due capelloni
etiopi con in mano dei piccoli otri uguali a quelli che usano
allo stadio per spargere la sabbia, e ci versano del vino sulle
mani. Di acqua infatti nemmeno a parlarne.
Siccome facciamo un
sacco di complimenti al padrone di casa per tutto quel lusso,
lui dice: «A Marte piace il giusto. Per questo ho ordinato che a
ciascuno venisse assegnato un tavolo personale. Ma anche perché
questi schiavi puzzolenti ci soffino meno sul collo andando su e
giù per la stanza».
Un attimo dopo
arrivano delle anfore di cristallo scrupolosamente sigillate e
con delle etichette incollate al collo con su scritto: «Falerno
Opimiano di cent'anni». Mentre eravamo impegnati a leggere,
Trimalcione batte le mani urlando: «Oddio, dunque il vino vive
più a lungo di un pover'uomo. Ma allora scoliamocelo d'un fiato!
Il vino è vita e questo è Opimiano puro. Ieri non ne ho offerto
di così buono, eppure avevo a cena gente ben più di riguardo».
Mentre noi tracanniamo e osserviamo con gli occhi sgranati tutto
quel ben di dio, arriva un servo con uno scheletro d'argento
costruito in maniera tale che lo snodo delle vertebre e delle
giunture permetteva qualunque tipo di movimento. Dopo averlo
buttato a più riprese sul tavolo facendogli assumere varie
posizioni grazie alla struttura mobile, Trimalcione aggiunge:
«Ahimè, miseri noi,
che cosa da nulla è un pover'uomo.
Noi tutti saremo così
il giorno che l'Orco ci prende.
Ma allora viviamo,
finché godere possiamo».
35 A questo elogio
funebre segue una portata inferiore all'attesa, ma capace di far
spalancare gli occhi a tutti per la sua assoluta originalità.
Era infatti una grossa teglia rotonda che aveva tutto intorno i
segni dello zodiaco, sopra ciascuno dei quali il cuoco aveva
piazzato una specialità appropriata al simbolo: sull'Ariete dei
ceci di Arezzo; sul Toro un quarto di bue; sui Gemelli testicoli
e rognoni; sul Cancro una corona; sul Leone fichi africani;
sulla Vergine una vagina di scrofa; sulla Libra una bilancia con
una focaccia in un piatto e un polpettone nell'altro; sullo
Scorpione un pesciolino di mare; sul Sagittario un gufo; sul
Capricorno un'aragosta; sull'Acquario un'oca; sui Pesci due
triglie. Al centro, poi, una zolla di terra strappata con tutta
l'erba attaccata sosteneva un favo di miele. Uno schiavetto
egiziano distribuiva pane caldo in giro prendendolo da un forno
portatile d'argento.
... e anche lui con
una voce d'inferno attacca una tirata dal mimo Il venditore
di silfio. Ma quando Trimalcione si accorge che quei cibi
tanto ordinari non li abbiamo accolti con troppo slancio, dice:
«Abbiate fiducia e pensiamo a mangiare: il meglio della cena è
proprio questo».
36 Dopo la battuta
di Trimalcione, quattro servi entrano ballando al ritmo di
un'orchestra e scoperchiano il vassoio. E cosa ti vediamo
dentro? Capponi, mammelle di scrofa e, al centro, una lepre con
tanto di ali che sembrava un Pegaso. Agli angoli del vassoio
notiamo anche quattro statuette di Marsia, che da piccoli otri
innaffiavano di salsa piccante dei pesci che ci sguazzavano
dentro come in un braccio di mare. Applaudiamo tutti unendoci ai
servi e, nell'allegria generale, ci buttiamo su quel ben di dio.
E Trimalcione, come noi al settimo cielo per quella nuova
portata, urla: «Trincia!». Subito arriva un trinciatore che,
muovendosi lui pure al ritmo dell'orchestra, taglia la carne
così bene che lo avresti detto un essedario impegnato a
combattere sul carro al suono dell'organo. Trimalcione, intanto,
continuava a ripetere «Trincia! Trincia!» con la sua voce
strascicata. E io, sospettando che quella parola ripetuta tante
volte contenesse un qualche sottosenso spiritoso, non esitai a
chiederlo al commensale seduto al mio fianco. Ma quello, che di
sicuro aveva assistito già altre volte a pantomime del genere,
mi spiega: «Lo vedi il servo che taglia le pietanze? Ebbene si
chiama Trincia. Così, ogni volta che Trimalcione dice "Trincia",
con una parola sola lo chiama e gli dà un ordine».
37 Io non riuscivo
più a buttare giù nulla ma, rivolgendomi a lui per saperne di
più, la presi alla larga e gli chiese chi fosse quella donna che
continuava ad andare avanti e indietro. «Ma è la moglie di
Trimalcione» specifica lui, «si chiama Fortunata e i soldi li
conta a palate. E lo sai cos'era fino all'altro ieri? Lasciamelo
dire: era una che da lei non avresti accettato nemmeno un tozzo
di pane. Adesso, non chiedermi come né perché, ha toccato il
cielo con il dito ed è il braccio destro di Trimalcione. Al
punto che se a mezzogiorno spaccato lei gli dice che è notte,
lui ci crede anche. Lui stesso non lo sa mica quanto ha, tanto è
ricco sfondato. Ma quella figlia di troia ne sa una più del
diavolo e non le sfugge niente. Mangia poco, non beve, e ha la
testa sul collo: tutto oro quel che vedi. Però ha una lingua,
una vera cornacchia! Chi ama ama, chi non ama non ama. Lui,
Trimalcione, ha tante terre che per vederle ci vorrebbero le ali
di un nibbio e fa soldi su soldi. Nella guardiola del suo
portiere c'è più oro di quanto altri ne hanno in un patrimonio
intiero. Circa la servitù, lasciamo perdere: ad aver visto in
faccia il padrone, porcaccia la miseria, ce ne sarà sì e no uno
su dieci. Sta di fatto che questi scrocconi lui se li rivolta
come vuole. [...]
61 E dopo che tutti
si sono scambiati l'augurio di stare bene nell'anima e nel
corpo, Trimalcione si gira verso Nicerote e gli fa: «Certo che
una volta tu a tavola eri ben più allegro: non capisco perché
ora te ne stai lì zitto e non fiati. Ma ti prego, se vuoi farmi
contento, raccontami l'avventura che ti è capitata». E Nicerote,
compiaciuto per il cortese invito dell'amico, esclama: «Possa io
non guadagnare più il becco di un quattrino, se già non faccio
salti di gioia a vederti tanto in forma. Viva dunque l'allegria,
anche se ho paura che questi letterati mi ridano dietro. Vedano
un po' loro, io tanto la racconto lo stesso. E poi cosa vuoi che
mi tolga chi ride? È meglio far ridere che essere derisi».
Dopo aver detto così,
incomincia il suo racconto:
«Quando ero ancora
schiavo, abitavamo in Vico Stretto, dove oggi c'è la casa di
Gavilla. Lì, dài che ti dài, attacco a farmela con la moglie di
Terenzio, l'oste. Magari l'avete anche conosciuta, Melissa, la
Tarentina, quel gran pezzo di donna. Io però non ci avevo messo
gli occhi sopra perché era una maggiorata o per sbattermela, ma
piuttosto perché aveva un cuore grande così. Qualunque cosa le
chiedevo, lei me lo dava: se racimolava un soldo, la metà finiva
a me. Quanto al sottoscritto, quello che avevo lo passavo nelle
sue tasche e non ci ho mai preso delle fregature. Un giorno,
mentre se ne stava in campagna, il suo ganzo tira le cuoia.
Allora io, facendo il boia e l'impiccato, cerco con ogni mezzo
di raggiungerla, perché - così si dice - gli amici li si vede
nel bisogno.
62 Il caso volle che
il mio padrone se ne fosse andato a Capua a vendere il fior
fiore del suo ciarpame. E così, cogliendo la palla al balzo,
convinco un nostro ospite ad accompagnarmi fino al quinto
miglio. Mica per altro: era un soldato e per giunta forte come
un demonio. Alziamo le chiappe al primo canto del gallo e con
una luna così chiara che sembrava di essere di giorno. Finimmo
dentro un cimitero: il mio socio si avvicina a una lapide e si
mette a pisciare, mentre io attacco a contare le lapidi
fischiettando. A un certo punto, mi giro verso il tipo e vedo
che si sta togliendo i vestiti di dosso e butta la sua roba sul
ciglio della strada. A me mi va il cuore in gola e resto lì a
fissarlo che per poco ci resto stecchito. Ed ecco che quello si
mette a pisciare tutto intorno ai vestiti e di colpo si
trasforma in lupo. Non pensate che stia scherzando: non mentirei
nemmeno per tutto l'oro del mondo. Ma, come stavo dicendo,
appena trasformato in lupo, attacca a ululare e poi si va a
imboscare nella macchia. Sulle prime io non sapevo più nemmeno
dov'ero: poi mi avvicino ai suoi vestiti per raccoglierli, ma
quelli erano diventati di pietra. Chi più di me avrebbe dovuto
morire dalla paura? Ciò nonostante sguaino la spada e, menando
colpi alle ombre, tra uno scongiuro e l'altro, arrivo fino alla
casa della mia amica. Entro che sembro un cadavere, senza più
fiato, con il sudore che mi scorre tra le gambe e gli occhi
spenti. Tanto che per riprendermi ci metto un bel po'. La mia
Melissa, stupita di vedermi in giro a quell'ora della notte, mi
fa: "Se solo fossi arrivato un po' prima, almeno ci avresti dato
una mano: un lupo è entrato nel recinto e ci ha massacrato tutte
le pecore come un macellaio. Comunque, anche se è riuscito a
scappare, non ha da stare allegro, perché un nostro servo gli ha
trapassato il collo con la lancia". Dopo aver sentito questa
storia, non riesco a chiudere occhio per tutta la notte, ma alle
prime luci dell'alba me la filo a casa del nostro Gaio, nemmeno
fossi un oste appena ripulito. E quando passo davanti al punto
in cui i vestiti del mio compare erano diventati di pietra, ci
trovo soltanto una pozza di sangue. Quando arrivo a casa, il
soldato è lì sbracato sul letto come un bue, con al capezzale un
medico impegnato a curargli il collo. Allora mi rendo conto che
è un lupo mannaro e da quel giorno non ho più mangiato con lui
manco un tozzo di pane, nemmeno a costo della vita. Liberi voi
di pensare quello che volete, ma se vi racconto una frottola, mi
stramaledicano i vostri numi tutelari».
63 Rimaniamo tutti a
bocca aperta. «Ci credo sì» commenta Trimalcione «a questa
storia - se c'è ancora qualcosa in cui credere - e ho tutti i
peli dritti perché so benissimo che Nicerone frottole non ne
racconta, anzi è un tipo serio che non ama le chiacchiere. Ma
una storia incredibile ve la voglio raccontare anch'io. Un po'
come quella dell'asino che vola. Quando avevo ancora una testa
di capelli così, che da ragazzo io facevo la bella vita, muore
il bambino del mio padrone, un ragazzino affettuoso, per dio una
perla come non ce ne sono. Mentre quella poveraccia della madre
lo stava piangendo e noi eravamo in moltissimi lì intorno a
vegliarlo, ecco che all'improvviso sentiamo urlare le streghe.
Era come un cane che insegue una lepre. C'era con noi uno della
Cappadocia, uno spilungone, tutto muscoli e niente paura, e così
forte che riusciva a sollevarti un toro imbestialito. Questo
qui, allora, impugnata coraggiosamente la spada e proteggendosi
con cura la mano sinistra con la veste, si precipita fuori della
porta e infilza per bene una di quelle donne, proprio qui nel
nel mezzo, che dio me lo conservi! Noi sentiamo un gemito, ma -
non è una bugia, ve lo giuro - delle streghe nemmeno la traccia.
Ma appena rientra dentro, il nostro marcantonio si va ad
accasciare sul letto col corpo pieno di lividi, come se lo
avessero preso a frustate, perché evidentemente lo aveva toccato
una mano stregata. Sprangata la porta, noi ce ne torniamo alla
nostra veglia, ma quando la madre fa per abbracciare il
corpicino del figlio, mette avanti le mani e trova soltanto un
fantoccio di paglia. Niente più cuore, niente più intestino,
niente di niente: era chiaro che le streghe si erano portate via
il bambino e al suo posto avevano messo quel fantoccio di
paglia. Vi prego, mi dovete credere: esistono realmente queste
donne che ne sanno una più del diavolo, queste creature della
notte che sconvolgono ogni cosa. Del resto quel pezzo di
spilungone, dopo il fattaccio, non ha più ripreso il suo
colorito e, tempo pochi giorni, è morto pazzo da legare».
64 Noi rimaniamo
senza fiato come se fossimo convinti e, baciando la tavola,
imploriamo le creature della notte di restare nelle loro dimore,
quando di lì a poco ce ne saremmo tornati dalla cena.
A dir la verità io
iniziavo a vedere le lampade doppie e mi sembrava che tutta la
sala fosse mutata, quando Trimalcione esclama: «Plocamo, dico a
te, possibile che tu non ci racconti nulla? Non vuoi proprio
farci divertire? E dire che un tempo eri più simpatico,
canticchiavi dei motivetti ch'era un piacere e anche quelle
canzoncine d'amore. Ahimè, bei giorni che furono!». «Ormai» fa
quello, «sono arrivato al traguardo. Adesso ho la gotta. E
pensare che quando ero giovane, a forza di cantare quasi mi
prendo la tisi. E ballare? E recitare? E fare il barbiere? Ma
quando mai c'è stato uno del mio livello, tolto Apellete?». E
accostata una mano alla bocca, ne cava fuori non so quale
spernacchiata che ci spaccia per musica greca.
Ovviamente anche
Trimalcione, per non essere da meno, si mette a imitare quelli
che suonano la tromba, poi si gira a guardare il suo tesoro, un
ragazzino tutto cisposo e coi denti cariati che lui chiamava
Creso. Quest'ultimo, alle prese con una cagnetta nera, grassa da
far schifo, che cercava di avvolgere in una fascia verde
pisello, aveva piazzato sul letto una pagnotta da mezza libbra e
tentava di ingozzarla a tutti i costi, anche se la bestia si
tirava indietro per la nausea. Di fronte a quello spettacolo,
Trimalcione ordina che gli venga portato Cucciolone, «guardiano
della casa e della famiglia». Un attimo dopo viene fatto entrare
un cane enorme, con tanto di catena al collo, che, non appena il
portinaio gli tira un calcio ordinandogli di fare la cuccia, si
va a piazzare davanti alla tavola. E allora Trimalcione,
allungandogli un pezzo di pane bianco, dichiara: «Non c'è
nessuno in casa mia che mi ami di più». Ma il ragazzino,
indispettito da quel complimento tanto smaccato a Cucciolone,
mette a terra la cagnetta e la aizza alla rissa. E Cucciolone,
da vero cane qual era, riempie la sala di orrendi latrati e per
poco non fa a pezzi la perla di Creso. Ma il gran bailamme non
si esaurisce nella zuffa, perché un candelabro, rovesciandosi
sulla tavola, manda in mille pezzi tutti i vasi di cristallo,
schizzando di olio bollente parecchi commensali. Trimalcione,
per far vedere che quel disastro non gli faceva né caldo né
freddo, bacia il ragazzino e se lo fa salire sulle spalle.
Quello non se lo fa ripetere due volte: gli si mette a
cavalcioni e gli assesta delle gran pacche a mano aperta sulla
schiena, strillando tra una risata e l'altra: «Indovina
indovinello quante sono queste qua!». Dopo essersi finalmente
sfogato, Trimalcione ordina di preparare un gavettone per dare
da bere ai servi seduti ai nostri piedi, ma a una condizione:
«Se qualcuno non gli va, rovesciateglielo in testa: di giorno
serietà, ma adesso allegria».
65 Dopo questo
slancio di bontà arrivano delle altre leccornie, che, vi giuro,
mi viene la nausea soltanto a ripensarci. A ciascuno degli
invitati, invece dei tordi, portano una gallina d'allevamento, e
uova di papera incappucciate, che Trimalcione fa di tutto per
costringerci ad assaggiare, dicendo che erano galline disossate.
Proprio in quel frangente un littore bussa alla porta della sala
ed ecco entrare un nuovo commensale in tunica bianca e con al
seguito un gran numero di persone. Impressionato da una simile
maestà, io pensavo fosse arrivato il pretore, e così faccio per
alzarmi, nonostante fossi a piedi nudi. Di fronte a questa mia
agitazione Agamennone scoppia a ridere e dice: «Ma sta'
tranquillo, scemo. È soltanto il seviro Abinna, che è anche
marmista e pare faccia delle bellissime lapidi».
Tranquillizzato da
questo suo intervento, torno a distendermi e mi godo con enorme
curiosità l'ingresso di Abinna. Quello, ormai ubriaco,
appoggiandosi con le mani sulle spalle della moglie, mentre
l'olio profumato dalla fronte gli colava fin negli occhi a causa
delle molte corone piazzate sulla testa, si sistema al posto
d'onore, e ordina subito vino e acqua calda. Compiaciuto
dell'allegria che c'era in sala, Trimalcione si fa portare anche
lui un boccale più grosso e poi chiede ad Abinna come gli era
andata. «Tutto perfetto: mancavi solo tu. Io però ero qui col
pensiero. Ma, dio di un dio, è andata alla grande. Scissa ha
offerto un ricco novendiale in onore di un suo schiavo che,
povero diavolo, lui aveva liberato in punto di morte. Ma mi sa
che avrà delle brutte rogne con le tasse, perché il morto
gliel'hanno valutato 50.000 sesterzi. Comunque siamo stati che è
un piacere, anche se ci è toccato versare metà del vino sulle
quattro ossa di quel disgraziato».
66 «Va bene, va
bene» fa Trimalcione. «Ma per cena che cosa vi hanno dato?».
«Adesso» risponde l'altro, «provo a dirtelo, se ci riesco. Ma io
a memoria vado così forte che a volte non mi ricordo manco come
mi chiamo. Ad ogni modo, di primo ci hanno portato del maiale
incoronato di salsicce e di ventrigli di pollo cucinati
meravigliosamente, bietole e pane integrale autentico, che io
preferisco a quello bianco perché ti rimette in forze e quando
faccio i miei bisogni non mi vengono le lacrime agli occhi. Di
secondo ci hanno portato una focaccia fredda con sopra del miele
caldo, di quello spagnolo che è la fine del mondo. La focaccia
l'ho assaggiata appena, il miele invece me lo son fatto uscire
dagli occhi. Di contorno ceci e lupini, noci a piacere e una
mela a testa. Io comunque me ne sono prese due, e la seconda ce
l'ho qua nel tovagliolo, perché se al mio schiavetto non gli
porto qualcosa, finisce che mi fa una scenata. Ah sì, fa bene a
ricordarmelo la mia signora. Avevamo davanti agli occhi anche un
bel pezzo di carne di orso e Scintilla, dopo averne assaggiata
un po' senza starci a pensare, a momenti si vomita anche le
budella. Io invece me ne son fatta più di una libbra perché
sapeva di carne di cinghiale. E poi, dico io, se l'orso si pappa
gli ometti, perché gli ometti non dovrebbero papparselo l'orso?
Per dessert ci hanno portato formaggio fresco, sapa, lumache,
una a testa, trippa, fegatini al tegamino, uova alla coque,
rape, senape e un piatto con dentro della roba che sembrava
merda. Ma basta! Niente da fare: hanno fatto girare anche un
vaso di olive in salamoia, e dei burini se ne sono prese fino a
tre manciate a testa. Il prosciutto invece lo abbiamo rimandato
al mittente».
67 «Ma dimmi un po',
Gaio, te ne prego, com'è che Fortunata non è della partita?».
«Come? Non lo sai» gli risponde Trimalcione «che quella, finché
non ha rimesso a posto tutta l'argenteria e distribuito gli
avanzi ai servi, non butta giù nemmeno una goccia d'acqua?». «Va
bene» incalza Abinna, «ma se lei non si fa vedere, io alzo le
chiappe e tolgo il disturbo». E aveva già fatto il gesto di
alzarsi, quando, su ordine del padrone, tutta la servitù si
mette a chiamare Fortunata quattro volte e più. Così lei arriva,
con il vestito tenuto su da una cintura giallina che le si
vedeva sotto la tunica color ciliegia, i cerchietti intrecciati
alle caviglie e gli stivaletti dorati. Allora, asciugandosi le
mani con un fazzoletto che aveva al collo, si va a sdraiare
accanto a Scintilla, la moglie di Abinna, e mentre questa batte
le mani, la sbaciucchia dicendo: «Te, beato chi ti vede!».
Tra un discorso e
l'altro, si arriva al punto che Fortunata si sfila i
braccialetti dalle braccia grassissime e li mostra a Scintilla
tutta presa dalla cosa. Poi si toglie anche i cerchietti dalle
caviglie e la reticella da capelli che a sua detta era di oro
puro. Trimalcione segue la scena e poi, alla fine, si fa portare
il tutto dicendo: «Ecco qua le catene delle donne! E noi,
baccalà, ci facciamo ripulire fino all'osso. Questo qui mi sa
che pesa almeno sei libbre e mezzo. Però un bracciale da dieci
libbre ce l'ho anch'io, che me lo son fatto fare coi millesimi
di Mercurio». Poi, per far vedere che non raccontava frottole,
si fa portare una bilancia e pretende che i commensali se la
passino per verificare il peso del bracciale. Ma Scintilla non è
da meno, perché si toglie dal collo un astuccio in oro da lei
chiamato Felicione e ne estrae due orecchini che porge a
Fortunata, dicendole: «Questi sono un regalo del mio signor
marito che di più belli non ce ne sono». «Sfido io!» sbotta
Abinna. «Per farti comprare quegli affari di vetro, mi hai
portato via anche la camicia! Stai pur certa che se avessi una
figlia, le taglierei i lobi delle orecchie. Se non ci fossero le
donne, ti tirebbero dietro la roba. E invece, guarda un po', ci
tocca pisciare caldo e bere freddo».
Intanto le due donne,
toccate nel vivo, mezze brille com'erano già, se la ridono e si
sbaciucchiano, mentre una elogia il suo impegno di madre di
famiglia, e l'altra si lamenta delle scappatelle del marito e di
quanto lui la trascuri. E mentre se ne stanno così appiccicate,
Abinna, senza farsi vedere, si alza e tira Fortunata per i
piedi, facendola finire lunga e distesa sul letto. «O porca...»
urla quella con il vestito che svolazza fin sopra le ginocchia.
Poi però si ricompone e si va a buttare tra le braccia di
Scintilla, nascondendosi con il fazzoletto la faccia resa ancora
più volgare dal rossore. [...]
75 Dopo questa
sfuriata, Abinna comincia a implorarlo di calmarsi. «Tutti
possono sbagliare. Siamo uomini, non dèi». Le stesse cose gliele
ripete anche Scintilla in lacrime, chiamandolo Gaio e
scongiurandolo in nome del suo nume tutelare di avere pietà. E
Trimalcione, non riuscendo più a trattenere le lacrime, sbotta:
«Ti prego, Abinna, e che tu possa godere a lungo dei tuoi soldi,
ma sputami in faccia se ho fatto qualcosa di male. Ho baciato un
ragazzino tutto per bene, non tanto perché è carino, ma perché è
pieno di pregi: sa dividere per dieci, legge i libri a prima
vista, coi suoi risparmi si è comprato una tenuta da Trace, e
poi una poltrona e due vasi, sempre di tasca sua. Non è dunque
giusto che sia la pupilla dei miei occhi? Ma Fortunata non
vuole. È così che la mettiamo, razza di spocchiosa? Lo vuoi un
consiglio? Cerca di capire il colpo di fortuna che hai avuto,
razza di arpia, e non irritarmi più del dovuto, se no finisce
che lo vedi di cosa sono capace, zoccola da strapazzo. Eppure mi
conosci: se mi ficco in testa qualcosa, è come un chiodo
piantato in un muro. Ma pensiamo a noi, piuttosto. E voi, amici,
vi prego, su con la vita. Come voi lo sono stato anch'io, ma per
la mia bravura sono arrivato fino a qui. È il cuore che fa
l'uomo, e tutto il resto sono quisquilie. "Compro bene, vendo
bene". C'è chi vi dirà una cosa, chi un'altra. Sta di fatto che
io ho benessere da vendere. E tu invece, cosa continui a
piangere, razza di lagna? Bada che se non la pianti, ti faccio
piangere io. Allora, come vi stavo dicendo, è stata la mia
parsimonia a farmi arrivare così in alto. Quando sono arrivato
dall'Asia ero alto come quel candelabro: ogni giorno mi ci
andavo a misurare e, per farmi crescere la barba più in fretta,
mi ungevo la faccia con l'olio delle lampade. Per quattordici
anni sono stato il cocco del padrone, e non venitemi a dire che
è un obbrobrio: chi comanda è il padrone. Io comunque mi facevo
a mia volta la padrona. Capite benissimo di cosa parlo: ma non
aggiungo altro, perché non sono uno che si dà arie».
76 «Ad ogni modo,
come gli dèi han voluto, in quella casa divenni io il padrone, e
il mio signore faceva tutto di testa mia. Che altro dovrei
dirvi? Mi nominò erede unico insieme all'imperatore, lasciandomi
un patrimonio da senatore. Ma nessuno ne ha mai abbastanza, e
così mi buttai nel commercio. Per non farvela troppo lunga, feci
costruire cinque navi, le caricai di vino - che in quel tempo
era oro colato - e lo spedii a Roma. Però, nemmeno a farlo
apposta, le navi andarono a picco dalla prima all'ultima. È la
verità, mica una frottola. In un solo giorno il mare si pappò
trecentomila sesterzi. Credete che mi sia scoraggiato? Manco a
pensarlo: la cosa non mi fece né caldo né freddo, come se non
fosse successo un bel niente. Invece feci costruire altre navi,
più grosse, più robuste e più fortunate, così che tutti
andassero a dire in giro che ero uno che non si scoraggia. Lo
sapete benissimo, più una nave è grande, più diventa resistente.
Imbarcai di nuovo vino, lardo, fave, cosmetici e schiavi. In
quel frangente fu Fortunata a compiere un bel gesto davvero:
vendette in massa gioielli e guardaroba e mi mise in mano cento
monete d'oro. E per le mie finanze questo gruzzolo fu come
lievito. Quando poi il cielo ti assiste, le cose filano ch'è un
piacere. Con un viaggio soltanto mi misi in tasca dieci milioni
di sesterzi. Riscattai subito la terra che era stata del mio
padrone, mi tirai su una casa, acquistai schiavi e bestie da
soma. Tutto quello che toccavo, cresceva come fosse stato un
favo. Quando mi resi conto di esser più ricco di tutta la mia
città messa insieme, la piantai col commercio e mi misi a
prestare a interesse ai liberti. A essere sinceri, non lo facevo
volentieri quel traffico, ma a spingermi a continuare fu un
astrologo che dalle nostre parti ci era capitato per caso, un
greco di nome Serapa, che quanto a consigli poteva darne anche
agli dèi. Riuscì a elencarmi per filo e per segno anche quelle
cose che ormai io mi ero bello che dimenticato. Sembrava in
grado anche di leggermi negli intestini, e poco mancò che mi
sapesse dire anche quello che avevo mangiato il giorno prima.
Sembrava avesse passato con me una vita intera».
77 «Dammi una mano,
Abinna, se non sbaglio c'eri anche tu, no, quando mi diceva: "Tu
la padrona l'hai conquistata con quella tua tecnica. Tu con gli
amici non sei granché fortunato. Nessuno ti è mai grato
abbastanza di quello che fai. Tu possiedi terre a perdita
d'occhio. Tu ti porti in seno una vipera". E - perché poi non
dovrei confessarvelo - che mi restano da vivere trent'anni,
quattro mesi e due giorni, e che riceverò presto un'eredità. Il
mio oroscopo è questo. Se poi riuscirò a toccare la Puglia coi
miei terreni, allora sì che avrò speso bene la vita. Nel
frattempo, con l'aiuto di Mercurio, mi sono costruito questa
casa. E voi lo sapete benissimo che era una bicocca: adesso è
diventata una reggia. Ha quattro sale da pranzo, venti camere da
letto, due porticati in marmo, una serie di stanze al piano di
sopra, la camera dove dormo io, un salottino per questa vipera
qua, e un alloggetto niente male per il portinaio. Per gli
ospiti, poi, lo spazio non manca. Quando Scauro è transitato di
qua, non ha voluto alloggiare se non da me, e dire che il padre
ha una gran villa sul mare. E ci sono anche tante altre cose che
tra un attimo vi faccio vedere. Credete a me: noi valiamo per
quello che abbiamo. Più possiedi, più sarai considerato.
Prendete il vostro amico: da rana che era, adesso è diventato
re. Ma ora Stico portami la roba con cui voglio essere
seppellito. E portami anche i cosmetici e un dito di quel vino
nell'anfora, che voglio lo usino per lavarmi le ossa».
SENECA
47
1 Ho sentito con
piacere da persone provenienti da Siracusa che tratti
familiarmente i tuoi servi: questo comportamento si confà alla
tua saggezza e alla tua istruzione. "Sono schiavi." No, sono
uomini. "Sono schiavi". No, vivono nella tua stessa casa. "Sono
schiavi". No, umili amici. "Sono schiavi." No, compagni di
schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e su
loro. 2 Perciò rido di chi giudica disonorevole cenare in
compagnia del proprio schiavo; e per quale motivo, poi, se non
perché è una consuetudine dettata dalla piú grande superbia che
intorno al padrone, mentre mangia, ci sia una turba di servi in
piedi? Egli mangia oltre la capacità del suo stomaco e con
grande avidità riempie il ventre rigonfio ormai disavvezzo alle
sue funzioni: è più affaticato a vomitare il cibo che a
ingerirlo. 3 Ma a quegli schiavi infelici non è permesso
neppure muovere le labbra per parlare: ogni bisbiglio è represso
col bastone e non sfuggono alle percosse neppure i rumori
casuali, la tosse, gli starnuti, il singhiozzo: interrompere il
silenzio con una parola si sconta a caro prezzo; devono stare
tutta la notte in piedi digiuni e zitti. 4 Così accade che
costoro, che non possono parlare in presenza del padrone, ne
parlino male. Invece quei servi che potevano parlare non solo in
presenza del padrone, ma anche col padrone stesso, quelli che
non avevano la bocca cucita, erano pronti a offrire la testa per
lui e a stornare su di sé un pericolo che lo minacciasse;
parlavano durante i banchetti, ma tacevano sotto tortura. 5
Inoltre, viene spesso ripetuto quel proverbio frutto della
medesima arroganza: "Tanti nemici, quanti schiavi": loro non ci
sono nemici, ce li rendiamo tali noi. Tralascio per ora
maltrattamenti crudeli e disumani: abusiamo di loro quasi non
fossero uomini, ma bestie. Quando ci mettiamo a tavola, uno
deterge gli sputi, un altro, stando sotto il divano, raccoglie
gli avanzi dei convitati ubriachi. 6 Uno scalca volatili
costosi; muovendo la mano esperta con tratti sicuri attraverso
il petto e le cosce, ne stacca piccoli pezzi; poveraccio: vive
solo per trinciare il pollame come si conviene; ma è più
sventurato chi insegna tutto questo per suo piacere di chi
impara per necessità. 7 Un altro, addetto al vino, vestito da
donna, lotta con l'età: non può uscire dalla fanciullezza, vi è
trattenuto e, pur essendo ormai abile al servizio militare,
glabro, con i peli rasati o estirpati alla radice, veglia tutta
la notte, dividendola tra l'ubriachezza e la libidine del
padrone, e fa da uomo in camera da letto e da servo durante il
pranzo. 8 Un altro che ha il còmpito di giudicare i convitati,
se ne sta in piedi, sventurato, e guarda quali persone dovranno
essere chiamate il giorno dopo perché hanno saputo adulare e
sono stati intemperanti nel mangiare o nei discorsi. Ci sono poi
quelli che si occupano delle provviste: conoscono esattamente i
gusti del padrone e sanno di quale vivanda lo stuzzichi il
sapore, di quale gli piaccia l'aspetto, quale piatto insolito
possa sollevarlo dalla nausea, quale gli ripugni quando è sazio,
cosa desideri mangiare quel giorno. Il padrone, però non
sopporta di mangiare con costoro e ritiene una diminuzione della
sua dignità sedersi alla stessa tavola con un suo servo. Ma buon
dio! quanti padroni ha tra costoro. 9 Ho visto stare davanti
alla porta di Callisto il suo ex padrone e mentre gli altri
entravano, veniva lasciato fuori proprio lui che gli aveva messo
addosso un cartello di vendita e lo aveva presentato tra gli
schiavi di scarto. Così quel servo che era stato messo tra i
primi dieci in cui il banditore prova la voce, gli rese la
pariglia: lo respinse a sua volta e non lo giudicò degno della
sua casa. Il padrone vendette Callisto: ma Callisto come ha
ripagato il suo padrone!
10 Considera che
costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme,
gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi
vederlo libero, come lui può vederti schiavo. Con la sconfitta
di Varo la sorte degradò socialmente molti uomini di nobilissima
origine, che attraverso il servizio militare aspiravano al grado
di senatori: qualcuno lo fece diventare pastore, qualche altro
guardiano di una casa. E ora disprezza pure l'uomo che si trova
in uno stato in cui, proprio mentre lo disprezzi, puoi capitare
anche tu.
11 Non voglio
cacciarmi in un argomento tanto impegnativo e discutere sul
trattamento degli schiavi: verso di loro siamo eccessivamente
superbi, crudeli e insolenti. Questo è il succo dei miei
insegnamenti: comportati con il tuo inferiore come vorresti che
il tuo superiore agisse con te. Tutte le volte che ti verrà in
mente quanto potere hai sul tuo schiavo, pensa che il tuo
padrone ha su di te altrettanto potere. 12 "Ma io", ribatti,
"non ho padrone." Per adesso ti va bene; forse, però lo avrai.
Non sai a che età Ecuba divenne schiava, e Creso, e la madre di
Dario, e Platone, e Diogene? 13 Sii clemente con il tuo servo e
anche affabile; parla con lui, chiedigli consiglio, mangia
insieme a lui.
A questo punto
tutta la schiera dei raffinati mi griderà: "Non c'è niente di
più umiliante, niente di più vergognoso." Io, però potrei
sorprendere proprio loro a baciare la mano di servi altrui. 14
E neppure vi rendete conto di come i nostri antenati abbiano
voluto eliminare ogni motivo di astio verso i padroni e di
oltraggio verso gli schiavi? Chiamarono padre di famiglia il
padrone e domestici gli schiavi, appellativo che è rimasto nei
mimi; stabilirono un giorno festivo, non perché i padroni
mangiassero con i servi solo in quello, ma almeno in quello;
concessero loro di occupare posti di responsabilità nell'ambito
familiare, di amministrare la giustizia, e considerarono la casa
un piccolo stato. 15 "E dunque? Inviterò alla mia tavola tutti
gli schiavi?" Non più che tutti gli uomini liberi. Sbagli se
pensi che respingerò qualcuno perché esercita un lavoro troppo
umile, per esempio quel mulattiere o quel bifolco. Non li
giudicherò in base al loro mestiere, ma in base alla loro
condotta; della propria condotta ciascuno è responsabile, il
mestiere, invece, lo assegna il caso. Alcuni siedano a mensa con
te, perché ne sono degni, altri perché lo diventino; se c'è in
loro qualche tratto servile derivante dal rapporto con gente
umile, la dimestichezza con uomini più nobili lo eliminerà. 16
Non devi, caro Lucilio, cercare gli amici solo nel foro o nel
senato: se farai attenzione, li troverai anche in casa. Spesso
un buon materiale rimane inservibile senza un abile artefice:
prova a farne esperienza. Se uno al momento di comprare un
cavallo non lo esamina, ma guarda la sella e le briglie, è
stupido; così è ancora più stupido chi giudica un uomo
dall'abbigliamento e dalla condizione sociale, che ci sta
addosso come un vestito. 17 "È uno schiavo." Ma forse è libero
nell'animo. "È uno schiavo." E questo lo danneggerà? Mostrami
chi non lo è: c'è chi è schiavo della lussuria, chi
dell'avidità, chi dell'ambizione, tutti sono schiavi della
speranza, tutti della paura. Ti mostrerò un ex console servo di
una vecchietta, un ricco signore servo di un'ancella, giovani
nobilissimi schiavi di pantomimi: nessuna schiavitù è più
vergognosa di quella volontaria. Perciò codesti schizzinosi non
ti devono distogliere dall'essere cordiale con i tuoi servi
senza sentirti superbamente superiore: più che temerti, ti
rispettino.
18 Qualcuno ora
dirà che io incito gli schiavi alla rivolta e che voglio
abbattere l'autorità dei padroni, perché ho detto "il padrone lo
rispettino più che temerlo". "Proprio così?" chiederanno. "Lo
rispettino come i clienti, come le persone che fanno la visita
di omaggio?" Chi dice questo, dimentica che non è poco per i
padroni quella reverenza che basta a un dio. Se uno è
rispettato, è anche amato: l'amore non può mescolarsi al
timore. 19 Secondo me, perciò tu fai benissimo a non volere che
i tuoi servi ti temano e a correggerli solo con le parole: con
la frusta si puniscono le bestie. Non tutto ciò che ci colpisce,
ci danneggia; ma l'abitudine al piacere induce all'ira: tutto
quello che non è come desideriamo, provoca la nostra collera.
20 Ci comportiamo come i sovrani: anche loro, dimentichi delle
proprie forze e della debolezza altrui, danno in escandescenze e
infieriscono, come se fossero stati offesi, mentre
l'eccezionalità della loro sorte li mette completamente al
sicuro dal pericolo di una simile evenienza. Lo sanno bene, ma,
lamentandosi, cercano l'occasione per fare del male; dicono di
essere stati oltraggiati per poter oltraggiare.
21 Non voglio
trattenerti più a lungo; non hai bisogno di esortazioni. La
rettitudine ha, tra gli altri, questo vantaggio: piace a se
stessa ed è salda. La malvagità è incostante e cambia spesso, e
non in meglio, ma in direzione diversa. Stammi bene.
95
1 Mi chiedi di
trattare sùbito quell'argomento che avevo deciso di rinviare a
suo tempo e vuoi che ti scriva se la parte della filosofia che i
Greci chiamano "parenetica" e noi "precettistica" basta per
raggiungere una perfetta saggezza. So che se io rifiutassi, non
te l'avresti a male. A maggior ragione mi impegno e mantengo
vivo il proverbio: "Non domandare una seconda volta quello che
non volevi ottenere." 2 A volte domandiamo insistentemente cose
che rifiuteremmo se qualcuno ce le offrisse. Che sia leggerezza
o servilismo, questo comportamento va punito con un pronto
assenso. Vogliamo dare l'impressione di voler sapere molte cose,
ma non è così. Un autore portò una volta un enorme volume di
storia, scritto a caratteri minutissimi e avvolto molto
strettamente; dopo averne letto una gran parte, dice: "Se
volete, smetto." "Continua, continua", gridano gli ascoltatori,
anche se in realtà vorrebbero che tacesse. Spesso vogliamo una
cosa e ne chiediamo un'altra e non diciamo la verità neppure
agli dèi, ma gli dèi o non ci esaudiscono o hanno compassione di
noi. 3 Io non avrò pietà e mi vendicherò infliggendoti una
lunga lettera. Se la leggerai mal volentieri, di': "Me lo sono
tirato addosso io questo disastro." Fa' conto di essere uno di
quegli uomini che hanno sposato una donna dopo averla
corteggiata a lungo e adesso lei li tormenta; di quelli che
hanno sudato per raggiungere la ricchezza e ora vivono male; di
quelli che hanno puntato alle cariche pubbliche con ogni intrigo
e con ogni mezzo e ora ne sono torturati, e di tutti gli altri,
colpevoli dei propri mali.
4 Ma lasciamo da
parte ogni preambolo ed entriamo in argomento. "La felicità,"
sostengono, "si basa sull'agire onestamente; alle azioni oneste
ci portano i precetti; quindi i precetti bastano per arrivare
alla felicità." Non sempre i precetti ci portano ad agire
onestamente, ma solo se trovano un carattere docile; a volte è
inutile impartirli, se l'animo è ingombro di idee distorte. 5
Inoltre, certi individui, anche se agiscono rettamente, non ne
sono consapevoli. Nessuno, a meno che non sia educato
dall'inizio e regolato dalla ragione perfetta, può adempiere a
tutte le regole per sapere quando è opportuno agire, in che
limiti, con chi, come e perché. Non può tendere all'onestà con
tutte le sue forze e neppure con costanza o volentieri, ma si
volterà indietro e avrà delle esitazioni.
6 "Se le azioni
oneste sono frutto dei precetti," dicono, "questi sono più che
sufficienti per arrivare alla felicità: la prima proposizione è
vera, quindi, è vera anche la seconda." A costoro risponderemo
che le azioni oneste sono frutto dei precetti, ma non solo di
essi.
7 "Se alle altre
arti bastano i precetti, essi basteranno anche alla saggezza;
anche questa è un'arte, l'arte della vita. Ora, il pilota lo
forma chi gli insegna: 'Il timone muovilo così, così ammaina le
vele, in questo modo utilizza il vento favorevole, resisti a
quello contrario, sfrutta quello variabile e incostante.' I
precetti formano anche gli uomini dediti alle altre arti,
pertanto avranno lo stesso effetto su chi si occupa dell'arte
del vivere." 8 Tutte queste arti si occupano dei mezzi per
vivere, non della vita nella sua interezza; ci sono, perciò
molti fattori esterni che le impediscono e le ostacolano: la
speranza, la cupidigia, il timore. Ma alla saggezza, che
esercita l'arte della vita, niente vieta di mettere in atto se
stessa; essa abbatte ogni impedimento e rimuove tutti gli
ostacoli. Vuoi sapere quanto è diversa la condizione delle altre
arti rispetto alla saggezza? Nelle arti è più giustificabile un
errore volontario che uno casuale; nella saggezza la colpa più
grave è sbagliare volontariamente. 9 Le cose stanno proprio
così. Un erudito non arrossisce di un solecismo se l'ha fatto
consapevolmente, ma arrossisce se è un errore inconsapevole; un
medico, se non capisce che l'ammalato sta morendo, è
professionalmente più colpevole che se finge di non capire; ma
in quest'arte della vita, la colpa volontaria è più spregevole.
E poi, anche gran parte delle arti - e in particolare quelle più
liberali, come, ad esempio, la medicina - hanno, oltre alla
precettistica, i loro princìpî teorici; perciò le sette di
Ippocrate, di Asclepiade, di Temisone sono diverse tra loro. 10
Inoltre, non c'è scienza teoretica che non abbia princìpî
propri: i Greci li chiamano dogmata, noi decreta,
scita o placita e li trovi anche in geometria e in
astronomia. La filosofia è teoretica e pratica insieme: osserva
e contemporaneamente agisce. Sbagli se pensi che riguardi solo
le attività terrene: vive in una sfera più alta. "Scruto
l'universo intero," afferma, "e non mi limito alle relazioni
umane, contentandomi di consigliare o dissuadere: mi chiamano
problemi grandi, al di sopra di voi.
11 "Comincerò a
trattare della suprema essenza del cielo e degli dèi e svelerò i
primordi dell'universo; da dove la natura crei tutte le cose, le
accresca e le alimenti, e in che cosa, annientandole, di nuovo
le dissolva",
così scrive Lucrezio. Ne consegue
che, essendo un'attività teoretica, la filosofia ha princìpî
propri. 12 E poi, a un lavoro può attendere convenientemente
solo chi avrà imparato il metodo per eseguire tutte le funzioni
necessarie in ogni circostanza; ma se uno ha ricevuto
insegnamenti particolari e non generali, non potrà adempiervi. I
precetti particolari sono di per sé inefficaci e, per così dire,
senza radici. A premunirci, a tutelare la nostra quiete e
tranquillità sono i princìpî generali: essi comprendono la vita
intera e l'intera natura delle cose. Tra i princìpî della
filosofia e i precetti intercorre la stessa differenza che tra
gli elementi e le parti di un organismo: queste dipendono dai
primi che sono causa di esse e di tutte le cose.
13 "L'antica
saggezza," obiettano, "indicava solo le azioni da compiere e
quelle da evitare e a quel tempo gli uomini erano di gran lunga
migliori: da quando sono comparsi i dotti, i buoni non ci sono
più; quella virtù semplice e chiara si è mutata in una scienza
oscura e scaltra: impariamo a discutere, non a vivere." 14
Quell'antica saggezza, soprattutto ai suoi inizi, fu senza
dubbio, come dite voi, rozza, come le altre scienze, che nel
processo di evoluzione si sono poi affinate. Ma ancòra non c'era
il bisogno di studiati rimedi. La malvagità non era ancòra
arrivata a tanto, non si era diffusa così ampiamente: i vizi
erano semplici e si poteva combatterli con rimedi semplici. Ora
le difese devono essere tanto più efficaci quanto più violento è
l'attacco.
15 La medicina un
tempo consisteva nel conoscere poche erbe per far coagulare il
sangue e rimarginare le ferite; poi, a poco a poco, è arrivata
all'odierna molteplicità di branche. E non c'è da meravigliarsi
che avesse meno da fare allora, quando l'organismo dell'uomo era
ancora sano e robusto e il vitto semplice e non alterato dagli
artifici e dal piacere: in séguito si cominciò a ricercare il
cibo non per soddisfare la fame, ma per stuzzicarla, e si sono
escogitati mille condimenti per eccitare l'avidità: quelli che
erano alimento per un ventre digiuno, sono un peso per un ventre
pieno. 16 Da qui il pallore e il tremito nervoso degli
alcolizzati e la magrezza dovuta alle indigestioni, più
miserevole di quella per fame; da qui l'incedere incerto e
malfermo e il barcollare continuo, come in piena ubriachezza; il
sudore a rivoli su tutta la pelle, il ventre rigonfio per la
cattiva abitudine di ingurgitare oltre misura; e poi
l'itterizia, il volto pallido, il decomporsi degli organi [...]
che si putrefanno, le dita rinsecchite per l'irrigidimento delle
articolazioni, il torpore dei nervi divenuti insensibili o il
loro tremito continuo. 17 E che dire dei capogiri? Dei dolori
lancinanti agli occhi e alle orecchie, delle fitte del cervello
in fiamme, delle ulcere agli intestini? E ancòra, degli
innumerevoli tipi di febbre, alcune violente, altre insinuanti e
subdole, altre che si manifestano con brividi e forte tremore?
18 Ma perché elencare le numerosissime malattie, con cui si paga
la dissolutezza? Erano immuni da questi mali quegli uomini che
non si erano ancòra snervati nei piaceri, che comandavano e
servivano se stessi. Irrobustivano il fisico con il lavoro e la
fatica vera, stancandosi con la corsa, con la caccia, o arando
la terra; e li attendeva un cibo che poteva piacere solo a degli
affamati. Perciò non avevano bisogno di tanti arnesi medici, di
tanti ferri e vasetti. Le malattie erano semplici e originate da
cause semplici: la molteplicità delle portate ha provocato la
molteplicità delle malattie. 19 Vedi come la dissolutezza,
devastando terra e mare, mescoli una quantità di cose che
passano attraverso la gola di uno solo. Perciò sostanze tanto
diverse sono necessariamente in contrasto fra loro e, ingoiate,
non vengono digerite bene, perché hanno effetti opposti. E non
c'è da stupirsi che cibi dissimili causino malattie dal decorso
vario e mutevole e che alimenti di natura contraria, cacciati
nello stesso ventre, siano rigettati. Perciò le nostre malattie
sono nuove, come nuovo è il nostro genere di vita.
20 Il più grande
medico, il fondatore della medicina, affermò che le donne non
perdono i capelli e non soffrono di gotta: e invece, i capelli
li perdono e hanno la gotta. La loro natura non è cambiata: è
stata vinta; hanno uguagliato gli uomini in dissolutezza, e li
hanno uguagliati pure nelle malattie. 21 Passano le notti
vegliando come loro, bevono come loro, con loro gareggiano nella
lotta e nel vino; vomitano anch'esse i cibi ingurgitati contro
voglia e rigettano tutto il vino; anch'esse rosicchiano pezzi di
ghiaccio per dar sollievo allo stomaco in fiamme. Nella libidine
poi non sono da meno dei maschi: destinate per natura a un ruolo
passivo (che gli dèi le fulminino), hanno escogitato un genere
così perverso di impudicizia da montare gli uomini. Non c'è,
dunque, da meravigliarsi se il più grande medico, profondo
conoscitore della natura, è stato smentito e tante donne sono
calve e malate di gotta. Per i vizi hanno perso i vantaggi del
loro sesso; si sono spogliate della natura femminile e così sono
state condannate alle malattie proprie degli uomini.
22 I medici di
una volta ignoravano l'uso di somministrare agli ammalati il
cibo con più frequenza e di sostenere col vino una deficienza
circolatoria, non conoscevano il salasso e la possibilità di
alleviare le malattie croniche con bagni e sudorazioni, non
sapevano far affiorare un male nascosto e interno legando
braccia e gambe. Non occorreva cercare molte specie di presidî:
i pericoli erano pochissimi. 23 Ma ora, che passi da gigante
hanno fatto le malattie! È questo il prezzo che paghiamo per i
piaceri agognati oltre i giusti limiti. Non stupirti che i
malati siano così numerosi: conta i cuochi. Non si studia più e
i professori di discipline liberali stanno in aule deserte senza
anima viva; le scuole dei retori e dei filosofi sono
abbandonate: ma che folla c'è nelle cucine! Quanti giovani si
ammassano intorno al focolare degli scialacquatori! 24 E taccio
della massa di quei poveri ragazzi che dopo il banchetto sono
vittime di altri oltraggi nelle camere; taccio delle schiere di
amasi divisi per nazionalità e colore in modo che abbiano tutti
la stessa levigatezza, la stessa prima lanuggine, lo stesso tipo
di capelli: chi li ha lisci non va mescolato a chi li ha ricci;
taccio della torma di fornai e di servi, che, a un ordine,
corrono a mettere in tavola. 25 Buon dio, a quanti uomini dà da
fare un solo ventre! Ma come? Credi che quei funghi, voluttuoso
veleno, non abbiano un effetto nascosto, anche se non
istantaneo? Non pensi che quel ghiaccio d'estate produca un
indurimento del fegato? E che le ostriche, carne inerte
ingrassata nella melma, trasmettano la loro limacciosa
pesantezza? E quella salsa che viene dalle province, preziosa
poltiglia di pesci guasti, non credi che bruci le viscere col
suo piccante marciume? E quella carne purulenta che passa dal
fuoco alla bocca secondo te si raffredda nello stomaco senza
provocare danni? Eruttano in maniera disgustosa e pestilenziale;
che nausea di se stessi provano a mandar fuori i miasmi della
crapula del giorno prima! Il cibo non lo assimilano: marcisce.
26 Ricordo che mi è stato raccontato di un piatto famoso in cui
il taverniere aveva ammassato, affrettando la sua rovina, tutte
quelle vivande che nelle case dei signori vengono servite nel
corso di una giornata: conchiglie di Venere, spondili e ostriche
tagliate fin dove si possono mangiare, divise e intervallate da
‹tordi›; ricci e triglie fatte a pezzi senza lische, ricoprivano
interamente il piatto. 27 Ormai non piace più gustare vivande
singole: si mescolano sapori diversi. Durante il pranzo avviene
quello che dovrebbe avvenire nello stomaco: ormai mi aspetto che
vengano serviti cibi già masticati. E non ci manca molto: si
tolgono gusci e ossa e il cuoco svolge la funzione dei denti. "È
scomodo far baldoria assaporando le vivande una per una:
mettiamo tutto insieme a formare un sapore unico. Perché mettere
mano a un solo piatto? Ne vengano serviti molti simultaneamente,
si uniscano e si mescolino portate diverse e raffinate. 28 Chi
affermava che tutto ciò si fa per ostentazione e desiderio di
notorietà sappia che queste vivande non sono messe in mostra, ma
presentate al giudizio di ognuno. Quei cibi che di solito si
servono separatamente vengano uniti, immersi nello stesso
intingolo; non ci siano distinzioni; ostriche, ricci, spondili,
triglie siano messi in tavola cotti insieme e mescolati." Il
cibo che si vomita non potrebbe essere più mescolato. 29 Le
malattie che nascono da piatti così confusi sono complesse,
oscure, diverse, multiformi, e per combatterle la medicina ha
cominciato a munirsi di svariati metodi e ricette.
Lo stesso ti dico
della filosofia. Un tempo, quando le colpe erano meno gravi e vi
si poteva porre facilmente rimedio, era più semplice: ma di
fronte a un tale sfacelo morale, bisogna tentare di tutto. E
volesse il cielo che questa peste fosse infine debellata! 30 La
nostra follia interessa la vita privata e anche quella pubblica.
Reprimiamo gli omicidi, gli assassini di singoli individui: ma
che dire delle guerre e dello sterminio di intere popolazioni,
delitti di cui ci si vanta? L'avarizia, la crudeltà non
conoscono misura. E finché rimangono nascoste, opera di singole
persone, sono meno nocive e meno abominevoli. Ma le atrocità
vengono sancite dai decreti del senato e del popolo e si comanda
in nome dello stato quello che è proibito in privato. 31 Quei
delitti che, compiuti di nascosto, verrebbero puniti con la pena
di morte, noi li approviamo perché li hanno commessi degli alti
ufficiali? Gli uomini, che pure sono una razza mitissima, non si
vergognano di godere delle reciproche stragi, di fare guerre e
di lasciarle in eredità ai figli perché le portino avanti,
mentre anche le bestie e le fiere non combattono tra loro. 32
Contro un furore così potente e diffuso la filosofia è diventata
più attiva e più forte in proporzione alla forza dei mali che
doveva combattere. Era facile, in passato, rimproverare gli
uomini che indulgevano al vino e ricercavano cibi più raffinati,
non serviva una grande forza per riportarli alla frugalità: non
se ne erano allontanati molto.
33 ora ci vuole mano
rapida e grande maestria.
Dovunque si cerca il piacere;
nessun vizio rimane dentro i suoi confini: il lusso precipita
nell'avidità. L'onestà è dimenticata; non consideriamo ignobile
niente di quello che ci alletta. L'uomo, creatura sacra
all'uomo, viene ormai ucciso per divertimento e per gioco, e
mentre prima era considerato un misfatto insegnare a un
individuo a ferire e a essere ferito, ora lo si spinge fuori
nudo e inerme, e la morte di un uomo è uno spettacolo che
soddisfa. 34 Di fronte a una tale depravazione si sente il
bisogno di una forza più vigorosa del comune, che dissipi questi
mali inveterati: bisogna agire in base ai princìpî della
filosofia per sradicare del tutto le nostre false convizioni. E
se ai princìpî uniremo precetti, consolazioni, esortazioni, essi
avranno efficacia: da soli non bastano. 35 Se vogliamo
vincolare gli uomini al bene e strapparli ai vizi che li legano,
imparino che cosa è il bene e che cosa il male, sappiano che
ogni cosa, tranne la virtù, cambia nome e diventa un po' un
bene, un po' un male. Come il primo vincolo di un soldato è la
lealtà giurata, l'amore per la bandiera e il considerare la
diserzione un delitto, e quando ha prestato giuramento, gli
altri obblighi li si può esigere e comandarglieli facilmente;
così in quegli uomini che vuoi condurre alla felicità bisogna
gettare le prime fondamenta del bene e insinuare la virtù. Ne
abbiano quasi una fanatica venerazione, la amino; vogliano
vivere con lei, e senza di lei morire.
36 "Ma come?
Individui sprovvisti di un'educazione accurata non sono
diventati uomini onesti e hanno conseguito dei risultati
notevoli semplicemente adeguandosi a una pura precettistica?"
D'accordo, ma avevano un ingegno fertile e gli insegnamenti
utili li hanno carpiti al volo. Gli dèi immortali non hanno
bisogno di imparare le virtù, le possiedono tutte innate e fa
parte della loro natura essere buoni; così ci sono degli uomini
dotati dalla fortuna di qualità straordinarie, che arrivano
senza un lungo apprendistato a quei concetti che di solito
vengono insegnati, e abbracciano i princìpî onesti appena ne
sentono parlare; di qui queste menti così pronte a ghermire la
virtù, fertili anche di per se stesse. Le nature deboli e
ottuse, invece, oppure assediate dalle cattive abitudini,
bisogna ripulirle dalla ruggine spirituale. 37 Del resto se uno
insegna i princìpî filosofici, come riesce a condurre più
rapidamente ai vertici del bene chi vi è incline, così aiuterà
anche i più deboli, strappandoli ai pregiudizi sbagliati; e di
come siano necessari questi princìpî te ne puoi rendere conto.
Ci sono forze in noi che ci rendono pigri per certe cose,
temerari per altre; è un'audacia che non può essere contenuta,
un'indolenza che non si può scuotere, se non ne sopprimi le
cause, e cioè il terrore o l'ammirazione infondati. Finché ne
siamo preda, puoi ben dire: "Questo lo devi al padre, questo ai
figli, questo agli amici, questo agli ospiti"; anche se uno ci
prova, lo bloccherà l'avarizia. Saprà che bisogna battersi per
la patria, ma la paura lo distoglierà; saprà che per gli amici
bisogna sudare fino all'ultima goccia, ma glielo vieteranno i
piaceri; saprà che è un gravissimo affronto per la moglie avere
un amante, ma la lussuria lo spingerà ad agire contro virtù. 38
Indicare delle norme non servirà a niente, se prima non togli di
mezzo gli ostacoli a queste norme, allo stesso modo che aver
messo sotto gli occhi e a disposizione di una persona delle armi
non servirà a niente se non gli sleghi le mani per usarle.
Perché l'animo possa indirizzarsi agli insegnamenti che gli
offriamo, bisogna liberarlo. 39 Supponiamo che qualcuno faccia
quanto è necessario: non lo farà in modo né costante, né
uniforme; ignora, difatti, perché lo faccia. O per caso, o a
forza di provare, certe cose avranno buon esito, ma egli non
stringerà in pugno lo strumento che gli consente una verifica,
in base a cui possa ritenere giusto quello che ha fatto. Uno
buono per caso non garantisce di conservarsi così eternamente.
40 Inoltre i
precetti potranno forse metterlo in grado di compiere il proprio
dovere, ma non gli indicheranno il modo; e se non lo indicano,
non conducono certo alla virtù. Se ammonito, farà il suo dovere,
te lo concedo; ma è poco, perché lodevole non è l'azione, ma il
come si verifica. 41 Che cosa c'è di più scandaloso che
mangiarsi un patrimonio da rango equestre in una cena sontuosa?
Che cosa merita maggiore censura se uno, come blaterano questi
dissoluti, fa una tale concessione a sé e al suo estro? E
tuttavia, uomini frugalissimi, all'entrata in carica, hanno
offerto pranzi da un milione di sesterzi. Lo stesso fatto è
riprovevole se è una concessione alla gola; ma non lo si può
criticare se è per una carica; non è lusso, ma una spesa dovuta
alle consuetudini. 42 A Tiberio fu inviata una triglia di
dimensioni gigantesche - e perché non specificare il peso e
solleticare la golosità di qualcuno? - dicevano che pesasse
quattro libbre e mezza. Egli diede ordine che fosse portata al
mercato e messa in vendita, dicendo: "Amici, se non mi sbaglio,
questa triglia la comprerà o Apicio o P. Ottavio." Ma si andò al
di là delle sue previsioni: misero il pesce all'asta, vinse
Ottavio e si ricoprì di grande gloria tra i suoi: aveva
acquistato per cinquemila sesterzi la triglia venduta da Cesare,
che neppure Apicio aveva comprato. Pagare una somma simile fu
una vergogna per Ottavio, non per chi aveva acquistato la
triglia con l'intenzione di mandarla a Tiberio; per quanto,
secondo me, anche costui va criticato: l'ha giudicata
straordinaria e ne ha considerato degno l'imperatore. 43 Uno
assiste l'amico ammalato: bravo! Ma lo fa per ereditare: è un
avvoltoio, aspetta il cadavere. Le stesse azioni possono essere
oneste o disoneste: quello che conta è il perché o il modo in
cui sono fatte. Ma saranno sempre oneste se ci consacreremo
all'onestà e vedremo in essa e in quello che ne trae origine
l'unico bene dell'uomo; gli altri sono beni temporanei. 44
Dobbiamo, perciò metterci bene in testa questa convinzione - io
la chiamo principio - che riguarda tutta la vita. A tale
convinzione le nostre azioni, i nostri pensieri si uniformeranno
e la nostra vita a sua volta si uniformerà ad essi. I consigli
particolari sono poca cosa per chi vuole dare un ordine
all'intera esistenza. 45 M. Bruto nel libro intitolato $ðåñr
êáèÞêïíôïò$ dà una ricca precettistica per i genitori, i figli,
i fratelli: ma nessuno la seguirà come deve, se non avrà un
punto di riferimento. Dobbiamo proporci come fine il sommo bene,
tendervi con ogni sforzo e guardare ad esso per tutte le nostre
azioni e le nostre parole, così come i marinai devono dirigere
la rotta secondo una stella. 46 Se manca un traguardo, la vita
è un girovagare. E se questo traguardo bisogna senz'altro
proporselo, cominciano a essere necessari i princìpî. Sarai
d'accordo, penso, che niente è più riprovevole di un uomo che,
pieno di dubbi, di incertezze, di paure, ritorna sui suoi passi.
E questo ci capiterà in ogni circostanza se non togliamo di
mezzo tutto ciò che trattiene e lega il nostro animo e gli
impedisce di avanzare e di lottare con tutto se stesso.
47 Tra le norme
più diffuse ci sono quelle che riguardano il culto degli dèi.
Ebbene: si proibisca di accendere lumi il sabato: gli dèi non
hanno bisogno di luce e per gli uomini il fumo delle lucerne non
è piacevole. Si vieti l'adempimento dei saluti mattutini e lo
stare seduti alle porte dei templi: solo l'ambizione umana è
conquistata da omaggi come questi; onorare dio è conoscerlo. Si
vieti che vengano portati a Giove drappi di tela e strìgili e
che si regga lo specchio a Giunone: dio non cerca servitori.
Perché no? È lui stesso a servire gli uomini, è a disposizione
dovunque e di tutti. 48 Anche se uno apprende quali norme deve
rispettare nei sacrifici, come debba abbandonare le
superstizioni dannose, non avrà mai fatto progressi sufficienti
se non ha una giusta concezione di dio, che tutto possiede,
tutto offre, ed è benefico senza pretendere una contropartita.
49 Che cosa spinge gli dèi a fare il bene? La loro natura. È un
errore credere che non vogliono fare del male; non possono
farlo. E non possono né subire, né arrecare offese; offendere ed
essere offesi sono cose strettamente unite. La loro natura
superiore e più bella di ogni altra li ha sottratti ai pericoli
e li ha resi anche non pericolosi per gli altri. 50 Primo atto
di venerazione verso gli dèi è credere in loro; poi riconoscerne
la maestà e riconoscerne la bontà senza la quale non c'è maestà;
sapere che sono loro a governare il mondo, a regolare tutto con
la loro forza, a esercitare la tutela dell'umanità, trascurando
a volte i singoli individui. Gli dèi non fanno e non subiscono
il male; ma riprendono certi uomini, li tengono a freno, li
castigano e talora infliggono una punizione sotto l'apparenza di
un bene. Vuoi propiziarti gli dèi? Sii buono. Imitarli è un atto
di venerazione sufficiente.
51 Ecco un altro
problema: come ci si deve comportare con gli uomini? Che
facciamo? Che insegnamenti diamo? Di non versare sangue umano? È
davvero poco non fare del male al prossimo cui si dovrebbe fare
del bene! È proprio un grande merito per un uomo essere mite con
un altro uomo! Insegneremo a porgere la mano al naufrago, a
mostrare la strada a chi l'ha perduta, a dividere il pane con
chi ha fame? Perché elencare tutte le azioni da compiere e da
evitare quando posso insegnare questa breve formula che
comprende tutti i doveri dell'uomo: 52 tutto ciò che vedi e che
racchiude l'umano e il divino, è un tutt'unico; noi siamo le
membra di un grande corpo. La natura ci ha generato fratelli,
poiché ci ha creato dalla stessa materia e indirizzati alla
stessa meta; ci ha infuso un amore reciproco e ci ha fatti
socievoli. Ha stabilito l'equità e la giustizia; in base alle
sue norme, chi fa del male è più sventurato di chi il male lo
riceve; per suo comando le mani siano sempre pronte ad aiutare.
53 Medita e ripeti spesso questo verso:
Sono un uomo, e
niente di ciò che è umano lo giudico a me estraneo.
Mettiamo tutto in comune: siamo
nati per una vita in comune. La nostra società è molto simile a
una vòlta di pietre: cadrebbe se esse non si sostenessero a
vicenda, ed è proprio questo che la sorregge.
54 Dopo gli dèi e
gli uomini vediamo come dobbiamo valerci delle cose. Le norme
che predichiamo sono inutili, se prima non avremo l'esatta
opinione su tutto, sulla povertà, la ricchezza, la gloria, il
disonore, la patria, l'esilio. Valutiamo queste cose una per
una, tralasciando l'opinione generale, e cerchiamo la loro
essenza, non il loro nome.
55 Passiamo ora
alle virtù. Qualcuno ci raccomanderà di stimare molto la
prudenza, di abbracciare la fortezza, di stringerci, se
possibile, alla giustizia più che alle altre virtù' ma non
arriverà a nessun risultato se noi ignoriamo cos'è la virtù, se
è una o più di una, se sono separate o collegate, se chi ne ha
una, possiede anche le altre, in che cosa differiscano tra
loro. 56 L'artigiano non ha bisogno di chiedere notizie sul suo
mestiere, quando è cominciato, quale ne sia l'uso, come non ne
ha bisogno il pantomimo sull'arte della danza: tutte queste arti
conoscono se stesse, non manca nulla, perché non riguardano la
totalità della vita. La virtù è conoscenza delle altre cose e di
sé; per apprenderla bisogna studiarla a fondo. 57 Un'azione non
sarà onesta, se onesta non sarà la volontà, da cui l'azione
deriva. E d'altra parte, la volontà non sarà onesta, se non sarà
onesta la disposizione di spirito da cui la volontà deriva. A
sua volta, la disposizione di spirito non sarà la migliore se
non avrà appreso le leggi dell'intera esistenza e non avrà
ricercato che giudizio si debba esprimere su ogni fatto, se non
avrà ricondotto le cose alla verità. La serenità la può avere
solo chi si è formato un giudizio sicuro e incrollabile. Tutti
gli altri cadono più volte, si rimettono in piedi e ondeggiano
alternativamente tra rinunce e desideri. 58 Qual è il motivo di
questa loro instabilità? Che niente è chiaro per chi si basa sul
criterio più incerto: l'opinione pubblica. Se vuoi avere una
volontà costante, devi volere sempre la verità. Ma alla verità
non si arriva senza princìpî filosofici: essi comprendono tutta
la vita. Il bene e il male, l'onestà e la disonestà, la
giustizia e l'ingiustizia, la pietà e l'empietà, la virtù e
l'esercizio delle virtù, il possesso di comodità materiali, la
stima e la dignità, la salute, le forze, la bellezza, l'acutezza
dei sensi - tutte queste cose hanno bisogno di uno che ne faccia
una stima esatta. Dobbiamo sapere quanto ciascuna vada
valutata. 59 Difatti ci inganniamo e certe cose le stimiamo più
del loro valore; anzi ci inganniamo al punto da apprezzare
moltissimo cose che non valgono un soldo: la ricchezza, il
favore della massa, la potenza. Ma il giusto valore non lo
potrai conoscere se non esaminerai la base fondamentale per cui
queste cose vengono stimate in rapporto tra loro. Le foglie non
possono germogliare da sé, hanno bisogno di stare attaccate a un
ramo da cui trarre la linfa; analogamente questi precetti, da
soli, marciscono; richiedono di essere strettamente legati a una
dottrina filosofica.
60 Inoltre, quei
filosofi che eliminano i princìpî, non capiscono che questi
trovano conferma proprio nel motivo per cui vengono eliminati.
Che cosa sostengono costoro? Che per vivere, i precetti sono
sufficienti e che i princìpî della saggezza sono superflui. Ma
questa stessa loro affermazione, perbacco, è un principio,
proprio come se ora io dicessi che bisogna abbandonare i
precetti perché inutili e servirsi dei princìpî e concentrarsi
solo su questi; darei dei precetti proprio nel momento in cui
sostenessi che i precetti vanno tralasciati. 61 Certe parti
della filosofia richiedono un ammonimento, certe altre una
dimostrazione, e ampia, perché sono oscure e diventano più
chiare solo procedendo con grande esattezza e penetrazione. Se
le dimostrazioni sono necessarie, sono necessari anche i
princìpî che col ragionamento arrivano alla verità. Certi sono
chiari, certi oscuri: chiari quelli che si comprendono col buon
senso e rimangono nella memoria; oscuri quelli che sfuggono a
queste due facoltà. Ma la ragione non si appaga di concetti
evidenti: la sua funzione maggiore e più bella si esplica nelle
questioni che ci sfuggono. Queste richiedono una dimostrazione,
e per la dimostrazione bisogna ricorrere ai princìpî; quindi i
princìpî sono necessari. 62 Il senso comune e anche
l'intelligenza perfetta sono il prodotto di un giudizio esatto
sulle cose; se è vero che senza di esso tutto dentro di noi
diventa incerto, i princìpî, che ci forniscono un giudizio
immutabile, sono necessari. 63 Infine, quando esortiamo
qualcuno ad avere per l'amico la stessa considerazione che per
se stesso, a pensare che un nemico può diventare un amico, ad
accrescere il suo amore per il primo, a moderare l'odio verso il
secondo, noi aggiungiamo: "È giusto, onesto." Ma il giusto e
l'onesto dei nostri princìpî lo comprende la ragione; dunque, è
necessaria, perché senza di essa non esistono neppure i
princìpî. 64 Ma uniamo precetti e princìpî: senza le radici i
rami sono inservibili, e d'altra parte le radici si valgono dei
rami che hanno generato. Nessuno può ignorare l'utilità delle
mani, l'aiuto che dànno è evidente: ma il cuore, che alle mani
dà vita, slancio, movimento, è nascosto. Dei precetti possiamo
dire lo stesso: sono evidenti, mentre i princìpî della saggezza
sono reconditi. Solo gli iniziati conoscono i più sacri misteri
del culto, così i misteri della filosofia sono svelati agli
individui ammessi e accolti nei suoi penetrali; ma i precetti e
gli altri insegnamenti dello stesso tipo sono noti anche ai
profani.
65 Secondo
Posidonio sono necessarie non solo la precettistica (niente ci
proibisce di servirci di questa parola), ma anche il consiglio,
il conforto e l'esortazione; aggiunge, inoltre, la ricerca delle
cause, o eziologia, e non vedo perché noi non dovremmo osarne
l'adozione e l'uso, quando i grammatici, custodi della lingua
latina, a buon diritto, se ne servono. Posidonio sostiene anche
l'utilità della descrizione di ciascuna virtù, che egli chiama
"etologia", mentre altri la definiscono "charatterismos"; essa
ci dà le note caratteristiche di ogni virtù e di ogni vizio,
grazie alle quali si distinguono cose simili tra loro. 66
L'etologia ha la stessa forza dei precetti; difatti, chi insegna
dice: "Fai questo se vuoi essere temperante"; chi descrive dice:
"È temperante chi fa questo, chi non fa quest'altro." Vuoi
sapere la differenza? Il primo dà precetti di virtù, il secondo
ne dà un modello. Confesso che queste descrizioni o
rappresentazioni fedeli, per usare una parola da esattori, sono
utili: proponiamo esempi lodevoli, troveremo un imitatore. 67
Ritieni utile che ti vengano date delle prove grazie alle quali
puoi riconoscere un cavallo di razza, per non concludere un
affare sbagliato, per non perder tempo con un animale fiacco?
Quanto è più utile conoscere le caratteristiche di un animo
straordinario, che da un altro si possono trasferire a sé!
68 Un puledro di buona
razza avanza eretto nei campi, posando con agilità le zampe; per
primo osa muoversi, guadare fiumi minacciosi, attraversare un
ponte mai passato e non lo spaventano vani fragori. Ha il collo
erto, la testa ben delineata, il ventre piccolo, il dorso pingue
e il superbo petto è un rigoglio di muscoli...
...Se sente da lontano risuonare
le armi, non sa stare fermo, drizza le orecchie, gli fremono gli
arti e soffia dalle narici, cacciando fuori l'ardore accumulato.
69 Il nostro Virgilio, senza
volerlo, ci ha descritto l'uomo forte: io, almeno, di un
grand'uomo farei lo stesso ritratto. Se dovessi rappresentare M.
Catone impavido fra i clamori delle guerre civili, nell'atto di
attaccare per primo gli eserciti arrivati ormai alle Alpi e di
affrontare la guerra civile, non gli darei un aspetto diverso o
un diverso atteggiamento. 70 Nessuno poté certamente avanzare
con maggiore dignità dell'uomo che si levò contemporaneamente
contro Cesare e Pompeo e che mentre si parteggiava per l'una o
per l'altra fazione, li sfidò entrambi e mostrò che si potevano
anche tenere le parti dello stato. È poco dire di Catone "non lo
spaventano vani fragori". E perché no? Visto che non lo
spaventano quelli veri e vicini, che alza la sua voce libera
contro dieci legioni, le milizie ausiliarie galliche, le forze
barbariche miste a quelle civili ed esorta lo stato a non
capitolare di fronte alla lotta per la libertà, ma a tentare di
tutto, perché cadere in schiavitù è più onorevole che andarle
incontro. 71 Che vigore, che audacia c'è in lui, che coraggio
in mezzo al panico generale! Sa che è il solo la cui condizione
non è in gioco: il problema non è se Catone è libero, ma se vive
tra uomini liberi: da qui il suo disprezzo dei pericoli e delle
spade. Piace ammirare l'invincibile fermezza di un uomo
incrollabile nella rovina generale e dire "e il superbo petto è
un rigoglio di muscoli".
72 Sarà utile non
solo descrivere le qualità usuali degli uomini virtuosi e
ritrarre la loro immagine e i loro tratti caratteristici, ma
raccontare e mostrare quali furono; l'estrema e coraggiosissima
ferita di Catone attraverso la quale la libertà esalò l'ultimo
respiro; la saggezza di Lelio e l'armonia con il suo Scipione;
le azioni straordinarie dell'altro Catone, nella sfera privata e
in quella pubblica; i letti conviviali di legno di Tuberone,
allestiti per un pranzo ufficiale, con pelli di capra anziché
coperte, e i vasi di argilla per i banchetti posti proprio
davanti alla cella di Giove; che altro significava se non
consacrare la povertà sul Campidoglio? Anche se non conoscessi
altri suoi gesti per metterlo tra i Catoni, questo ti
sembrerebbe poco? Non fu un pranzo, ma una censura. 73 Come
ignorano quegli uomini avidi di gloria che cosa essa sia
veramente e come la si debba cercare! Quel giorno il popolo
romano vide le suppellettili di molte persone, ma ammirò quelle
di uno solo. L'oro e l'argento di tutti gli altri è stato
spezzato e fuso molte volte: i vasi d'argilla di Tuberone
dureranno attraverso le generazioni. Stammi bene.
TACITO - GERMANIA
1. I fiumi Reno e
Danubio separano l'intera Germania da Galli, Reti e Pannoni; la
reciproca paura o i monti la separano da Sarmati e Daci; le
altre parti le cinge l'Oceano, abbracciando ampie penisole e
isole di smisurata estensione, dove, in tempi recenti, abbiamo
conosciuto alcuni popoli e re, che la guerra ci ha fatto
scoprire. Il Reno, scaturito da inaccessibile e scoscesa vetta
delle Alpi Retiche, piegando con lenta curva a occidente, va a
sfociare nell'Oceano settentrionale. Il Danubio, sgorgando dalla
catena del monte Abnoba, non molto elevato e dal dolce pendio,
lambisce le terre di molti popoli, per poi gettarsi, da sei
foci, nel Mar Pontico; la corrente d'una settima foce
s'impaluda.
2. Propendo a credere
i Germani una razza indigena, con scarsissime mescolanze dovute
a immigrazioni o contatti amichevoli, perché un tempo quanti
volevano mutare paese giungevano non via terra ma per mare,
mentre l'Oceano, che si stende oltre sconfinato e, per così
dire, a noi contrapposto, raramente è solcato da navi
provenienti dalle nostre regioni. E poi, a parte i pericoli d'un
mare tempestoso e sconosciuto, chi lascerebbe l'Asia, l'Africa o
l'Italia per portarsi in Germania tra paesaggi desolati, in un
clima rigido, in una terra triste da vedere e da starci se non
per chi vi sia nato?
In antichi poemi,
unica loro forma di trasmissione storica, cantano il dio
Tuistone nato dalla terra. A lui assegnano come figlio Manno,
progenitore e fondatore della razza germanica e a Manno
attribuiscono tre figli, dal nome dei quali derivano il proprio
gli Ingevoni, i più vicini all'Oceano, gli Erminoni, stanziati
in mezzo, e gli Istevoni, cioè tutti gli altri. Alcuni, per la
libertà che tempi tanto antichi consentono, ritengono più
numerosi i figli del dio e più numerose le denominazioni dei
popoli, cioè i Marsi, i Gambrivii, gli Svevi, i Vandilii, e che
questi siano i nomi genuini e antichi. Invece il termine
Germania è stato introdotto nell'uso di recente, perché i primi
che varcarono il Reno, cacciandone i Galli, quelli che ora son
detti Tungri, si chiamavano a quel tempo Germani. Così a poco a
poco prevalse il nome di una tribù, non dell'intera stirpe:
dapprima tutti, per la paura che incutevano, furono chiamati
Germani dal nome dei vincitori, ma poi, ricevuto quel nome,
finirono per attribuirselo essi stessi.
3. Si ricorda che
anche Ercole ebbe a stare con loro e, al momento di andare in
battaglia, lo celebrano come il più valoroso fra tutti gli eroi.
Hanno pure canti di battaglia che intonano - la modulazione la
chiamano bardito - per esaltare gli animi e dal canto traggono
presagi sull'esito della battaglia. Infatti atterriscono, o son
loro a tremare, a seconda di come si leva il grido di guerra; e
non sembra un complesso di voci, ma un unanime incitamento al
valore. Puntano soprattutto all'asprezza del suono e a produrre
un'onda sonora tutta franta, e accostano lo scudo alla bocca,
perché la voce, per risonanza, rimbombi più forte e cupa. Alcuni
poi pensano che anche Ulisse, portato a questo Oceano da quel
suo ben noto lungo e leggendario errare, abbia raggiunto le
terre della Germania e che abbia fondato e chiamato Asciburgio
la località posta sulla riva del Reno e oggi ancora abitata;
dicono anzi che in quello stesso luogo si sia ritrovata in
passato un'ara consacrata a Ulisse, con l'aggiunta del nome del
padre Laerte e che al confine tra Germania e Rezia esistano
tuttora monumenti e tombe con iscrizioni in caratteri greci.
Cose che non confermo, né intendo confutare: ciascuno può
credervi, o no, a suo piacere.
4. Personalmente
inclino verso l'opinione di quanti ritengono che i popoli della
Germania non siano contaminati da incroci con gente di altra
stirpe e che si siano mantenuti una razza a sé, indipendente,
con caratteri propri. Per questo anche il tipo fisico, benché
così numerosa sia la popolazione, è eguale in tutti: occhi
azzurri d'intensa fierezza, chiome rossicce, corporature
gigantesche, adatte solo all'assalto. Non altrettanta è la
resistenza alla fatica e al lavoro; incapaci di sopportare la
sete e il caldo, ma abituati al freddo e alla fame dal clima e
dalla povertà del suolo.
5. Il quale suolo,
alquanto vario d'aspetto, nell'insieme risulta irto di selve e
infestato da paludi, più umido verso le Gallie, più ventoso
verso il Norico e la Pannonia; ferace di messi, inadatto agli
alberi da frutta, ricco di bestiame, per lo più di piccola
taglia. Neppure i buoi hanno la loro solenne bellezza o
l'ornamento delle corna; conta per loro la quantità e sono
l'unica e più gradita ricchezza. Gli dèi hanno negato ai Germani
l'argento e l'oro: se sia ciò segno di protezione o di ostilità,
non saprei. Però non mi sento di dire che non s'apre nessuna
vena d'argento o d'oro in Germania: chi le ha mai sondate?
Diverso rispetto a noi l'uso, diverso il valore che danno al
possesso. Capita di vedere, da loro, vasi d'argento offerti in
dono ad ambasciatori o a capi, ma trattati con la stessa
noncuranza di quelli d'argilla. Ma i popoli a noi più vicini, a
seguito dei rapporti commerciali, valorizzano l'oro e l'argento
e mostrano di riconoscere e di pregiare alcune nostre monete; i
popoli dell'interno praticano, con più semplice e antica forma
di scambio, il baratto. Danno credito alle monete vecchie, note
da tempo, quelle con l'orlo dentato o con impressa una biga.
Ricercano l'argento più dell'oro, non per una particolare
predilezione, ma perché il valore delle monete d'argento meglio
si presta al commercio di oggetti ordinari e poco pregiati.
6. Neppure il ferro
abbonda, a giudicare dal tipo di armi. Pochi usano spade e lance
d'una certa lunghezza: portano delle aste o, per dirla col loro
nome, delle framee, dal ferro stretto e corto ma tanto aguzze e
maneggevoli che possono impiegare la stessa arma, secondo
occorrenza, in combattimenti da vicino e da lontano. Anche i
cavalieri si limitano ad avere scudo e framea; i fanti lanciano
anche proiettili, molti ciascuno, e li scagliano a grande
distanza, a corpo nudo o coperti d'un mantello leggero. Non
ostentano ornamenti militari; soltanto gli scudi li tingono di
colori vistosi. Pochi indossano corazze, pochissimi poi un elmo
di cuoio o di metallo. I cavalli non spiccano né per bellezza né
per velocità. Neppure li addestrano a fare volteggi, come da
noi: portano i cavalli in linea retta o fanno eseguire loro una
conversione a destra con un allineamento così compatto che
nessuno resta indietro. Ad una valutazione globale, è più forte
la fanteria; e per questo combattono mescolati, perché si
uniforma armonicamente alla battaglia equestre la velocità dei
fanti, scelti fra tutti i giovani e disposti in prima fila.
Anche il loro numero è prestabilito: cento per ogni distretto, e
appunto questo è il nome che li indica fra loro, sicché quello
che dapprima era un numero diventa un titolo d'onore. La schiera
si dispone a cunei. L'indietreggiare, purché si contrattacchi,
lo considerano saggia tattica piuttosto che segno di paura.
Anche nelle battaglie d'esito incerto, portano indietro i corpi
dei caduti. L'onta peggiore è abbandonare lo scudo e a chi così
si sia disonorato non si concede più di presenziare ai riti o di
intervenire alle assemblee, tanto che molti scampati alla guerra
posero fine al loro disonore con un laccio al collo.
7. Scelgono i re per
nobiltà di sangue, i comandanti in base al valore. I re non
hanno potere illimitato o arbitrario e i comandanti contano per
l'esempio che danno, non perché comandano, facendosi ammirare,
se sono coraggiosi, se si fanno vedere innanzi a tutti, se si
battono in prima fila. D'altronde, mettere a morte,
imprigionare, sferzare è concesso solo ai sacerdoti e ciò non
per punizione o per ordine del comandante, ma come per
imposizione del dio che credono presente fra i combattenti.
Portano in battaglia immagini di belve e simboli divini tratti
dai boschi sacri, e - cosa che più d'ogni altra sprona al
coraggio - la formazione di uno squadrone di cavalleria o di un
cuneo avviene non per casuale raggruppamento, ma in base alle
famiglie e ai clan; i loro cari stanno nei pressi, da dove
possono udire le urla delle donne e i vagiti dei bambini. Questi
i testimoni più sacri; da loro la lode più ambita: presentano le
ferite alle madri, alle mogli, che hanno l'animo di contarle e
di esaminarle; ed esse recano ai combattenti cibi ed
esortazioni.
8. Si ha ricordo di
eserciti, ormai sul punto di ripiegare e di cedere, rinsaldati
dalle insistenti preghiere delle donne che mostravano il petto e
che indicavano loro lo spettro dell'imminente schiavitù;
schiavitù che temono per le loro donne assai più che per sé,
tanto che si sentono più saldamente vincolate quelle popolazioni
dalle quali si pretendono, come ostaggi, anche nobili fanciulle.
Attribuiscono anzi alle donne un che di sacro e di profetico e
non ne sottovalutano i consigli o ne disattendono i responsi.
Abbiamo veduto noi romani, al tempo del divo Vespasiano, Velleda
considerata da molti come un dio; ma anche in passato venerarono
Albruna e parecchie altre, non per adulazione, né per farne
delle dee.
9. Sopra tutti gli dèi
onorano Mercurio, cui ritengono lecito, in certi giorni, fare
anche sacrifici umani. Placano Ercole e Marte con sacrifici
d'animali consentiti. Parte degli Svevi sacrifica anche a Iside.
Dell'origine e del motivo di questo culto straniero ho potuto
accertare ben poco al di fuori di un dato, e cioè che il simbolo
stesso della dea, rappresentata in forma di nave liburnica,
dimostra che il culto è stato importato. Non ritengono per altro
conforme alla maestà degli dèi rinserrarli fra pareti e
raffigurarli con sembianza umana: consacrano loro boschi e selve
e danno nomi di divinità a quell'essere misterioso che solo il
senso religioso fa loro percepire.
10. Più di qualsiasi
altro popolo rispettano gli auspici e le sorti. Per queste
ultime il procedimento è semplice. Tagliano un rametto di albero
fruttifero in piccoli pezzi, li contraddistinguono con certi
segni e li buttano a caso su una veste bianca. Dopo di che il
sacerdote della tribù, se il consulto è per la comunità, o il
capofamiglia, se ha destinazione privata, invocati gli dèi con
lo sguardo volto al cielo, ne raccoglie tre pezzi, uno per
volta, e li interpreta secondo il segno impresso. Se il responso
è contrario, non si interrogano più le sorti, per quel giorno,
sul medesimo argomento; in caso invece di segni favorevoli, si
richiede un'ulteriore conferma degli auspici. È noto anche in
Germania l'uso di interrogare le voci e i voli degli uccelli. È
specialità di quelle genti ispirarsi ai presagi e ai moniti dei
cavalli. Essi sono nutriti, a spese della collettività, nelle
foreste e nei boschi sacri prima ricordati, bianchissimi e non
contaminati dal lavoro prestato all'uomo: aggiogati al carro
sacro, sono accompagnati dal sacerdote, dal re o dal capo di una
gente, i quali ne osservano nitriti e fremiti. Non esiste
auspicio al quale più ci si affidi, non solo da parte della
gente comune, ma dei notabili e dei sacerdoti: ritengono infatti
sé ministri degli dèi e i cavalli depositari del volere divino.
Esiste anche un altro modo di trarre gli auspici, impiegato per
prevedere l'esito di guerre importanti. Un prigioniero del
popolo con cui sono in guerra, comunque catturato, lo oppongono
a combattere contro un campione del loro popolo, ciascuno con le
proprie armi: la vittoria dell'uno o dell'altro ha valore di
pronostico.
11. Sulle questioni di
minore importanza decidono i capi, su quelle più importanti,
tutti; comunque, anche quelle di cui è arbitro il popolo
subiscono un preventivo esame da parte dei capi. Si radunano,
tranne casi di improvvisa emergenza, in giorni particolari, nel
novilunio o nel plenilunio, perché credono che siano i periodi
più favorevoli per prendere iniziative. Non contano il tempo,
come noi, per giorni, ma per notti; con tale criterio fissano
date, così si accordano: per loro è la notte che guida il
giorno. Dal loro spirito di libertà deriva questo inconveniente,
che non si presentano alle riunioni contemporaneamente, come
dietro comando, ma perdono due o tre giorni per l'attesa dei
partecipanti. Quando la massa dei convenuti lo ritiene
opportuno, siedono in assemblea, armati. Il silenzio viene
imposto dai sacerdoti che, in quelle occasioni, hanno anche il
potere di reprimere. Quindi prendono la parola i re o i capi,
secondo l'età, la nobiltà, la gloria militare e l'abilità
oratoria e li stanno ad ascoltare più per l'autorevolezza che
hanno nel persuadere che per l'autorità. Se le idee espresse non
piacciono, manifestano disapprovazione con mormorii; se invece
piacciono, battono insieme le framee: il plauso espresso con le
armi è il più onorevole.
12. Nell'assemblea è
consentito presentare anche accuse e intentare un processo
capitale. Le pene variano secondo le colpe: i traditori e i
disertori sono impiccati agli alberi; i vili e i codardi e
quelli che macchiano il proprio corpo con pratiche infamanti
vengono sommersi nel fango di una palude, poi coperta con un
graticcio. La diversità del supplizio ha un suo significato: la
punizione dei primi crimini deve essere veduta da tutti, quella
degli atti vergognosi, nascosta. Anche per le mancanze meno
gravi esistono punizioni proporzionate: i colpevoli pagano
un'ammenda in cavalli o capi di bestiame, parte della quale va
al re o alla collettività e l'altra a chi ottiene giustizia o ai
suoi familiari. Sempre in queste assemblee vengono scelti anche
i capi, che amministrano la giustizia nei distretti e nei
villaggi; ciascuno di essi è assistito da cento uomini del
popolo, che lo consigliano e gli conferiscono autorità.
13. Nessun affare
trattano, né pubblico né privato, se non armati ma, per
consuetudine, nessuno prende le armi se non quando la comunità
l'ha giudicato idoneo. Allora, in assemblea, uno dei capi o il
padre o un parente ornano il giovane dello scudo e della framea:
questa è per loro la toga, questo il primo attestato d'onore per
i giovani: prima di quel momento sono considerati parte della
famiglia, poi dello stato. Il titolo di nobiltà o le grandi
benemerenze degli antenati conferiscono dignità di capo anche
agli adolescenti; gli altri si aggregano ai capi più maturi e
già sperimentati, senza vergognarsi di figurare nel seguito che,
secondo il giudizio di chi comanda, comporta una gerarchia. Di
conseguenza esiste una grande emulazione per conquistare il
primo posto presso il capo, e, fra i capi, per avere i seguaci
più numerosi e combattivi. Questo è il prestigio, questa la
potenza dei capi: essere attorniati sempre da una folta schiera
di giovani scelti dà decoro in tempo di pace e in guerra. Ed è
motivo di gloria e di rinomanza, non solo presso la propria
gente, ma anche agli occhi delle popolazioni vicine, segnalarsi
per il numero e il valore del seguito. I capi sono ricercati
nelle ambascerie, colmati di doni e spesso con la loro fama
decidono le sorti della guerra.
14. In battaglia poi è
disonorevole per un capo lasciarsi superare in valore ed è
disonorevole per il seguito non eguagliare il valore del capo.
Inoltre costituisce un'infamia e una vergogna, che dura per
tutta la vita, tornare dal campo di battaglia, sopravvivendo al
proprio capo: difenderlo, proteggerlo, attribuire a sua gloria
anche i propri atti di valore è l'impegno più sacro: i capi
combattono per la vittoria, il seguito per il capo. Se la tribù
in cui sono nati intorpidisce nell'ozio di una lunga pace, molti
giovani nobili raggiungono volontariamente le tribù che al
momento sono impegnate in qualche guerra, sia perché la gente
germanica non ama la pace, sia perché più facilmente si acquista
fama in mezzo ai pericoli, e si può mantenere un grande seguito
solo con la forza e la guerra. Dalla generosità del capo
pretendono quel cavallo adatto alla guerra o quella cruenta
framea vittoriosa; infatti cibo e imbandigioni, non raffinati ma
abbondanti, valgono come paga. I mezzi per largheggiare in doni
derivano dalle guerre e dai saccheggi. È ben più difficile
indurli ad arare la terra e ad aspettare il raccolto dell'anno
che a provocare il nemico e a guadagnarsi ferite; pare anzi loro
pigrizia e viltà acquistare col sudore quanto possono avere col
sangue.
15. Quando non sono in
guerra, dedicano molto tempo alla caccia, ma più all'ozio,
abbandonandosi al sonno e al cibo; i più forti e bellicosi non
fanno nulla, delegando la cura della casa, della famiglia e dei
campi alle donne, ai vecchi e alle persone più deboli della
famiglia: essi restano inattivi, in stupefacente contrasto con
la loro natura, perché gli stessi amano l'inattività e detestano
la pace. È usanza che, nelle tribù, ciascuno porti
volontariamente ai capi una quota di bestiame o di prodotti
della terra e tutto ciò, accettato come segno di onore, serve
anche ai loro bisogni. Si compiacciono soprattutto dei doni dei
popoli confinanti, mandati da privati ma anche dalla
collettività: cavalli scelti, belle armi, decorazioni metalliche
e collane; ma ormai abbiamo loro insegnato a prendere anche
denaro.
16. È notorio che le
popolazioni germaniche non hanno vere e proprie città e che non
amano neppure case fra loro contigue. Vivono in dimore isolate e
sparse, a seconda che li attragga una fonte, un campo, un bosco.
Non costruiscono, come noi, villaggi con edifici vicini e
addossati gli uni agli altri: ciascuno lascia uno spazio intorno
alla propria casa o per precauzione contro possibili incendi o
per imperizia nella costruzione. Non impiegano pietre tagliate o
mattoni: per ogni cosa si servono di legname grezzo, incuranti
di assicurare un aspetto accogliente. Tuttavia rivestono
accuratamente certe parti delle abitazioni di una terra così
fine e lucida da imitare la tinteggiatura e i disegni colorati.
Usano ricavare anche degli spazi sotterranei, ricoprendoli di un
abbondante strato di letame, quale rifugio d'inverno o deposito
per le messi, perché, così facendo, mitigano il rigore del
freddo e, in occasione di incursioni di un nemico, questi
devasta i luoghi scoperti, mentre ciò che è nascosto sotto terra
o rimane ignorato o sfugge proprio perché deve essere cercato.
17. Il vestito, per
tutti, è un corto mantello allacciato da una fibbia o, in
mancanza, da una spina; il resto del corpo è nudo e passano
intere giornate accanto al focolare acceso. I più ricchi si
distinguono per una sottoveste, non ampia, come hanno Sarmati e
Parti, ma attillata, e che mette in rilievo le forme. Indossano
anche pelli di fiere: senza voler apparire eleganti quelli
vicini ai fiumi, come segno di raffinatezza invece quelli
dell'interno, dove il commercio non porta alcun lusso. Questi
ultimi scelgono gli animali adatti, li scuoiano e poi ne
screziano le pellicce con pezzi di pelle di altri animali, che
l'Oceano più lontano o il mare sconosciuto danno alla luce.
Analogo a quello degli uomini è l'abbigliamento delle donne,
salvo che queste si coprono spesso con mantelli di lino ricamati
di porpora e non allungano la parte superiore della tunica a
formare delle maniche; hanno braccia e avambracci scoperti e
rimane scoperta anche la parte superiore del petto.
18. Per altro i rapporti
coniugali sono severi e, nei loro costumi, nulla v'è che meriti
altrettanta lode. Infatti, quasi soli fra i barbari, sono paghi
di una sola moglie, salvo pochissimi, e non per sete di piacere,
ma perché, a causa della loro nobiltà, sono oggetto di molte
offerte di matrimonio. La dote non la porta la moglie al marito,
ma il marito alla moglie. Intervengono i genitori e i parenti e
valutano i doni, scelti non per soddisfare i piaceri femminili o
perché se ne adorni la nuova sposa, ma consistenti in buoi, in
un cavallo bardato, in uno scudo con framea e spada. Come
corrispettivo di tali doni si riceve la moglie, che, a sua
volta, porta qualche arma al marito: questo è il vincolo più
solido, questo l'arcano rito, queste le divinità nuziali. E
perché la donna non si creda estranea ai pensieri di gloria
militare o esente dai rischi della guerra, nel momento in cui
prende avvio il matrimonio, le si ricorda che viene come
compagna nelle fatiche e nei pericoli, per subire e affrontare
la stessa sorte, in pace come in guerra: questo significano i
buoi aggiogati, questo il cavallo bardato, questo il dono delle
armi. Così deve vivere, così morire: sappia di ricevere armi che
dovrà consegnare inviolate e degne ai figli, che le nuore
riceveranno a loro volta, per trasmetterle ai nipoti.
19. Vivono dunque in
riservata pudicizia, non corrotte da seduzioni di spettacoli o
da eccitamenti conviviali. Uomini e donne ignorano egualmente i
segreti delle lettere. Rarissimi, tra gente così numerosa, gli
adulterii, la cui punizione è immediata e affidata al marito:
questi le taglia i capelli, la denuda e, alla presenza dei
parenti, la caccia di casa e la incalza a frustate per tutto il
villaggio. Non esiste perdono per la donna disonorata: non le
varranno bellezza, giovinezza, ricchezza, per trovare un marito.
Perché là i vizi non fanno sorridere e il corrompere e l'essere
corrotti non si chiama moda. Ancora più austere sono le tribù in
cui solo le vergini si sposano e la speranza e l'attesa del
matrimonio si appagano una volta sola. Un solo marito ricevono
così come hanno un solo corpo e una sola vita, perché il loro
pensiero non vada oltre e non si prolunghi il desiderio e perché
amino non tanto il marito, bensì il matrimonio. Limitare il
numero dei figli o ucciderne qualcuno dopo il primogenito è
considerata colpa infamante e lì hanno più valore i buoni
costumi che non altrove le buone leggi.
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