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IPOTESI SULLA CANZONE MICHELEMMÀ.

Come è riportato da tutti i testi di storia della CANZONE NAPOLETANA, la composizione rammentata in epigrafe, chiaramente di autori ignoti, si fa risalire al 1600 circa prendendo a spunto la citazione contenuta nel testo che fa riferimento alle prime invasioni di Turchi.

Salto a pié pari la nota querelle intorno al falso operato da Salvatore Di Giacomo che tentò pedestremente di far risalire la composizione di questa notissima tarantella all’estro di Salvator Rosa e mi soffermo proprio sul titolo: MICHELEMMÀ.

Cosa vorrà mai dire Michelemmà?

La domanda non ha una risposta univoca o ovvia avendo il detto termine suscitato varie ipotesi; la più accreditata è che MICHELEMMÀ significhi: Michela è mia; ma recentemente alcuni autori come il compianto Max Vajro, il vulcanico Salvatore Palomba, sulla scia del ricercatore Gaetano Amalfi, ipotizzano che la parola sia un intercalare del tipo Michela e ba un mottozzo modellato sullo schema di ‘o mare e ba presente in altre canzoni partenopee.

Non condivido né l’una, né l’altra opinione: la prima perché un nome chiaramente maschile (Michelelo trasforma, ma non si capisce per quale ragione o strada semantica in uno femminile (Michela) ed arbitrariamente fa divenire un MA, mia con una capriola non spiegabile.

Ugualmente non percorribile mi appare l’opinione più nuova che, oltre a continuare con l’equivoco del maschile fatto femminile, fa un vero salto mortale trasformando un MA in un BA. ancora più fantasioso,ma non comprovabile, del MIA della prima ipotesi.

E allora?

Allora bisogna armarsi di pazienza e seguirmi in un ragionamento.

Innanzi tutto occorrerà rammentare che il termine MICHELE nel linguaggio napoletano non indica solamente un nome proprio di persona, ma è usato anche come aggettivo sostantivato di grado positivo nel significato di sciocco, tontolone e si usa dire eufemisticamente in luogo del becero far fesso (ingannare), far michele.

Nel linguaggio familiare poi tale accezione è usata dai genitori quasi a mo’ di scherno affettuoso nei confronti dei propri figliuoli, quando vogliono scherzare con loro ed in luogo di dire ‘o fesso mio, lo scemo mio, dicono ‘o michele mio.

Ciò premesso, dirò che ad un attento esame di tutta la canzone si può ragionevolmente pensare che si tratti di un racconto che una mamma stia facendo al proprio figliolo

Se ci poniamo in tale ottica possiamo giungere ad una conclusione che senza stravolgere il sesso della persona chiamata in causa e senza capriole semantiche, ci può condurre a dire che MICHELEMMÀ possa essere una corruzione trascrittoria di un ipotizzabile originario MICHELE ‘E MA’ (Michele di mamma) corrottosi nel corso del tempo in MICHELEMMÀ.

Ipotizzo cioè che ci sia stata una mamma che, stringendo tra le braccia un suo bambino cui per scherzo ed affettuosamente dava bonariamente dello sciocco (michele), gli raccontava la favola della nascita di un’isola (ISCHIA?) ricoperta di fronzuta vegetazione (scarola) e su tale isola sbarcassero Turchi (Saraceni) e se la disputassero chi per conquistarne il monte (la cimma), chi per impadronirsi della spiaggia (lo streppone).

Questa ipotesi poggia sul fatto accertato che una delle versioni più accreditate del testo sia quella raccolta proprio da Gaetano Amalfi in Serrara d’Ischia, che potrebbe essere quella stessa Diana riportata nel testo.

26/5/2005


EPITETI

Tenendo dietro a quanto ebbi a dire circa la voce locena e dintorni e che qui, per rapidità di consultazione, riporto ( la locena pur essendo un taglio di carne gustosissimo, è un taglio che, ricavato dal quarto anteriore della bestia, il meno pregiato e meno costoso, è da ritenersi di mediocre qualità, quasi di scarto, e di tutti i vari nomi con cui è connotato in Italia, quello che più si attaglia a simili minime qualità, è proprio il napoletano lòcena.

Etimologicamente infatti la parola lòcena nel suo precipuo significato di vile, scadente è forgiato come il toscano ocio ed il successivo locio (dove è evidente l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma aucius che in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio a locia e successiva locina con consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a locena. Chiarito il concetto di partenza, passiamo al significato traslato: fu quasi normale in un’epoca: fine ‘500, principio ‘600 in cui la donna non era tenuta in gran conto (a quell’epoca risalgono, a ben pensare, quasi tutti i proverbi misogini della tradizionale cultura partenopea …), trasferire il termine lòcena da un taglio di carne di scarto, ad una donna… di scarto, quale poteva esser ritenuta una donna becera, villana, sciatta,sguaiata, volgare, sfrontata ed, a maggior ragione,una donna di malaffare o anche solo chi fosse una demi vierge o che volesse apparir tale. Rammenterò che altrove, con linguaggio più pungente se non più crudo, tale tipo di donna è detto péreta, soprattutto quando quelle sue pessime qualità la donna le inalberi e le metta ostentatamente in mostra; le ragioni di questo nome sono facilmente intuibili laddove si ponga mente che il termine pereta è il femminile di pireto (dal b. lat.:peditu(m)) cioè: peto, scorreggia che sono manifestazioni viscerali rumorose rispetto alla corrispondente loffa (probabilmente dal tedesco loft= aria) fetida manifestazione viscerale silenziosa, ma olfattivamente tremenda. Va da sé che una donna che strombazzi le sue pessimi qualità, si comporta alla medesima stregua di un peto, manifestando rumorosamente la sua presenza e ben si può meritare con icastico, seppur crudo linguaggio, l’appellativo di pereta.Per completezza dirò poi che simile donna becera e volgare, altrove, ma con medesima valenza è anche detta alternativamente lumèra o anche lume a ggiorno atteso che una donna becera e volgare abbia nel suo quotidiano costume l’accendersi iratamente per un nonnulla; tale prender fuoco facilmente richiama quello simile del lume a gas (lumera) o di quello a petrolio ( lume a giorno) ambedue altresì maleolenti tali quale una pereta. Ciò che vengo dicendo è tanto vero che addirittura questo tipo di donna è stato codificato nella Smorfia napoletana che al num. 43 recita: donna Pereta for’ ô balcone per indicare appunto una donna… di scarto che faccia di tutto per mettersi in mostra; ed addirittura nella smorfia il termine pereta da nome comune è divenuto quasi nome proprio.) tento qui di sèguito l’illustrazione degli epiteti che le popolane sogliono rivolgersi l’un l’altra , per offendersi talvolta pesantemente; preciso sùbito che gli epiteti di cui dirò sono presenti oltre che sulle labbra di infime donnaccole, anche passim negli scritti di Basile, Sgruttendio, Cortese, Trinchera ed altri.

Ciò detto, principio, augurandomi di risultare il più chiaro possibile, anche se non esauriente, atteso che gli epiteti – soprattutto di viva voce - possono essere molti di più, stante la vivacità d’inventiva del popolo napoletano e soprattutto quello plebeo;

  • -capèra = ad litteram: pettinatrice a domicilio ed estensivamente: pettegola, propalatrice di notizie raccolte in giro e riportate magari corredate di falsità aggiunte ad arte alle originarie notizie conosciute durante l’itinerante lavoro; etimologicamente è voce derivato da capo (testa) + il suffisso femm. di pertinenza era (al masch.èra diventa iere (es.: ‘a salum+èra, ‘o salum+iere);

  • banchèra= ad litteram: venditrice al minuto che lavora servendosi di un banco/bancone tenuto all’aperto sulla pubblica via, venditrice che essendo in contatto con molte persone può – come la precedente capèra - diventar pettegola, propalatrice di notizie; etimologicamente è voce derivata da banche plurale di banco (che è dal germ. *bank 'sedile di legno' ) + il suffisso femm. di pertinenza era o altrove iera ;

  • votacàntere = vuota-pitali quella donna (probabilmente lercia, sporca,o pensata tale), addetta agli infimi uffici quale quello di svuotare in mare( per solito durante la c.d. malora ‘e chiaia(vedi altrove)) i vasi di comodo in cui le famiglie depositavano i propri esiti fisiologici; etimologicamente la voce votacàntare risulta esser l’unione di una voce verbale vòta = vuota (3° pers. sing. ind. pres. dell’infinito votà= vuotare che è un denominale derivato dal lat. volg. *vocitu(m), variante di *vacitu(m), part. pass. di *vacìre 'essere vuoto', corradicale del lat. vacuus 'vuoto') + il sostantivo càntare plurale di càntaro= vaso di comodo, pitale etimologicamente dal lat. càntharu(m) forgiato sul greco kantharos;

  • vajassa = serva, fantesca ma intesa in senso dispregiativo ; dall’arabo: baassa attraverso il francese bajasse con la solita alternanza partenopea b/v, da cui in italiano: bagascia = meretrice.

  • funnachèra letteralmente abitante, frequentatrice di un fondaco, il fondaco(in napoletano fùnneco) fu, dalla seconda metà dell’ ‘800, ai primi del ‘900, un locale a pianterreno o seminterrato, usato come magazzino o come abitazione poverissima;ma anche estensivamente un cortilaccio o vicolo cieco circondato di abitazioni da povera gente, ed addirittura una zona poverissima ed insalubre della città ( a Napoli ne esistettero fino ai primi del 1900, a dir poco una settantina (tra i quali il famoso Funneco Verde cantato da Salvatore Di Giacomo) ubicati quasi tutti nella città vecchia segnatamente nelle zone del Porto e Pendino e spesso detti fondaci prendevano il loro nome da quello degli artieri che vi aprivono bottega: es: funneco verde =fondaco degli ortolani, funneco ‘a ramma fondaco dei ramai) con costruzioni fatiscenti e malsane; quindi la funnachèra quale abitante o frequentatrice di un fondaco, connota una donna di bassa condizione civile , intesa becera, volgare, triviale; etimologicamente voce denominale di fùnneco che è derivato dall'arabo funduq (attraverso lo spagnolo fùndago(con assimilazione progressiva nd>nn e variazione di tipo popolare della gutturale dolce g con la più aspra e dura c: 'alloggio, magazzino', che è dal gr. pandokêion(pan=tutto, dokomai=accolgo) locanda, albergo pubblico '+ il solito suffisso femminile di pertinenza era;

  • vasciajola letteralmente abitante di un basso locale a pianterreno o seminterrato, usato come magazzino o come abitazione poverissima, simile al fondaco; ) e quindi donna, di infima condizione civile , intesa becera, volgare, triviale, incline al pettegolezzo e alla chiassata; etimologicamente voce denominale di vascio (lat.: bassu(m))+ il suffisso lat. volg.: ariolus/la con un’ inattesa dissimilazione totale della r;

  • janara catarrosa letteralmente strega affetta da catarro e dunque sporca, lercia; di per sé la janara= strega, megera, donna plebea brutta e malefica, etimologicamente pare essere un derivato del nome della dea pagana Diana(m), non manca però chi pensa ad una derivazione da (r)janara forma metatica di irana/iranara = granata coperta di peli di capra; catarrosa aggettivo sofferente di catarro: un vecchio catarroso o che rivela la presenza di catarro: tosse, voce catarrosa denominale di catarro che è dal tardo lat. catarrhu(m), che è dal gr. katárrous, deriv. di katarrêin 'scorrere giù;

  • janara cecagnòla o scazzata letteralmente strega, megera,quasi cieca o cisposa; cecagnòla = guercia nell’immaginario comune l’esser guercio o come il successivo, l’esser cisposo è di persona (specie se donna) volgare, laida, sporca, falsa ed inaffidabile, tendente alla cattiveria; l’etimo di cecagnola risulta un deverbale di cecà/cecare dal lat. caecare, mentre la voce scazzata = cisposo, da scaccolare è un aggettivo da un participio passato dell’infinito scazzà = scaccolare, liberar gli occhi dalle caccole che formano il cispo (in napoletano scazzimma da un lat.volgare caccita; non si può però escludere che il verbo scazzà derivi da un basso latino ex-cacare composto di cacare)

  • spernocchia =conocchia/canocchia o cicala di mare: piccolo crostaceo marino con duro carapace, commestibile, con corpo allungato e zampe anteriori ripiegate, atte alla presa; per traslato donna coriacea, repulsiva, scostante; letteralmente vale l’italiano sparnocchia; la voce napoletana è un adattamento popolare giocoso di spannocchia (dal lat. volg. *panucula(m), per il class. panicula(m), dim. di panus ' con protesi di una s intensiva) forse per la forma che ricorda quella di una pannocchia ben accartocciata nelle sue foglie;

  • trafechèra letteralmente vale l’italiano traffichina e dunque donna dedita a traffici poco onesti, imbrogliona, intrigante; etimologicamente è un deverbale del verbo trafechïà attraverso il sostantivo trafeca (travaso) + il consueto suffisso femm. èra; la voce trafechïà in primis vale (con derivazione dal catalano trafegar)travasare il vino (da un tardo latino: trans + faex-faecis= feccia )e quindi estensivamente: maneggiare, esercitar traffici illeciti;

  • muzzecútela vale l’italiano maldicente,malevola sparlatrice, mordace detto soprattutto di donna che in una discussione pretende d’aver sempre l’ultima parola; etimologicamente è un deverbale del verbo muzzecà (morsicare, mordere anche in senso figurato) che è forse da un basso latino *muccicare, se non dal tardo lat. morsicare, deriv. di morsus, part. pass. di mordìre 'mordere' con tipico passaggio rs>rz>zz.

  • trammèra vale l’italiano colei che tesse inganni, congiure, insidie, donna inaffidabile;va da sé che la voce a margine non à nulla a che spartire con il termine tram essendo etimologicamente un derivato della voce trama (dal lat. trama(m) ) = macchinazione, intrigo, con tipico raddoppiamento popolare della labiale m e l’aggiunta del suff. femm. èra;

  • cajòtela vale l’italiano donna di facili costumi probabilmente voce derivata da un lat. (foemina) *caveottula con riferimento al ristretto covo (cavea) in cui detta femmina prestava la sua opera mercenaria;

  • pernacchia da non confondere con l’omonima voce italiana con la quale si rende il pernacchio napoletano, cioè il suono volgare emesso con un forte soffio a labbra serrate, in segno di disprezzo o di scherno; questa a margine è offesa che si rivolge ad una donnaccola brutta, ripugnante e dai modi volgari che tuttavia, nel tentativo di farsi notare ed accettare usa agghindarsi in maniera ridondante ed appariscente attirandosi spesso il dileggio di coloro che la guardino, e che spesso usano nomarla pernacchia ‘mpernacchiata (donnaccola agghindata) l’etimo di pernacchia è dal lat. vernacula 'cose servili, scurrili'neutro plur (poi inteso femm.). di vernaculum deriv. di verna 'schiavo nato in casa'

  • pirchipétola/perchipetola vale l’italiano donna ciana, becera, donnaccola pettegola e volgare quando non donna di facili costumi con derivazione dell’addizione della voce perchia = perca: pesce acquatico di scarsissimo valore con bocca grossa e ventre ampio e floscio + petola/petula = pettegola, ciarliera; delle medesime infime qualità: bocca grossa (come che sottolineata dal pesante trucco), e ventre ampio e floscio, frutto del tipo di… lavoro comportante spesso gravidanze indesiderate è accreditata

  • la donna di facili costumi detta perchia spesso ciarliera e dunque pirchipétola/perchipetola;

  • chiazzèra donna plebea, ciana, volgare adusa ad urlare, vociare sguaiatamente soprattutto palam in piazza in maniera spesso scomposta, volgare, triviale, scurrile, sboccata, maleducata rozza, zotica; etimologicamente derivata dall’addizione di chiazza (=piazza dal lat. platea(m) 'via ampia', che è dal gr. platêia, f. sost. di platy/s 'ampio, largo)+ il solito suff. femm. èra

  • fuchèra donnaccola pettegola e volgare adusa ad accendere metaforici fuochi, seminando zizzania, con derivazione dall’addizione di fuoche (plurale di fuoco che è dal lat. focu(m)) + il consueto suff. femm. di pertinenza èra ‘mmicïata donna di facili costumi, viziosa ; voce quasi del tutto desueta che però si può ancora riscontrare – con intenzioni e valenza molto offensive - nel parlato plebeo di talune cittadine dell’area vesuviana; etimologicamente derivata dal basso latino *in vitiata da un in (illativo)+ vitium con stravolgimento dell’originario significato di vitium inteso non più come errore, ma come la disposizione abituale al male; l'acquiescenza continua agli istinti più bassi; per il passaggio di inv a ‘mm vedi alibi invece=’mmece, invidia=’mmidia;

  • scigna cacata letteralmente scimmia sporca d’escrementi e per traslato: donna lercia, laida,sporca quantunque tenti di apparire avvenente (tené ‘e bbellizze d’’a scigna = avere le grazie della scimmia pensato animale grazioso in quanto imitatore dell’essere umano)scigna deriva dal lat. simia>simja, con un consueto passaggio di s+ vocale a sci: (vedi altrove semum>scemo) e mj>gn (come in cammjare>cagnà) cacata = part. passato femm. aggettivato dell’infinito cacà/cacare = defecare dal latino cacare;

  • aucellona ‘nzevosa uccellone unto id est: donnaccola appariscente, ma sporca, lercia; aucellona è l’accrescitivo femm. (vedi il suff. ona) del sostantivo maschile auciello derivato da un tardo lat. aucellus doppio diminutivo di avis>avicula>avicellus>avuciello>auciello con tipica dittongazione cie della sillaba ce, sillaba implicata ossia seguita da due consonanti; ‘nzevosa= unta, untuosa e quindi sporca, lercia con etimo da un basso latino in(illativo) + sebosus = ingrassato, aggettivo forgiato su sebum= grasso, in+s sfocia sempre in ‘nz e tipica è l’alternanza partenopea b/v (vedi barca/varca, bocca/vocca etc.;

  • zandraglia perucchiosa zandraglia = donna volgare, sporca incline alle chiassate, ai litigi ed al pettegolezzo; perucchiosa = pidocchiosa, coperta di pidocchi,la voce zandraglia (etimologicamente dal francese les entrailles,)indicò dapprima le donne povere volgari e vocianti che si litigavano, alle porte delle cucine reali o del macello situato a Napoli presso il ponte Licciardo, le interiora e le ossa delle bestie macellate,(donde l’espressione partenopea: va’ fa ll’osse ô ponte= vai a raccattar le ossa al ponte, invito perentorio e malevolo rivolto a chi ci importunasse con richieste fastidiose, affinché ci liberi della sua sgradevole presenza, spostandosi altrove!) interiora ed ossa distribuite gratuitamente; poi, in altra epoca, con la medesima voce si indicarono le donne designate a ripulire dai resti umani i campi di battaglia e/o i luoghi di esecuzioni capitali (ed in tali occasioni queste donne malvissute si contendevano l’un l’altra le vesti e qualche effetto personale dei soldati o dei condannati); l’aggettivo perucchiosa femm. metafonetico di perucchiuso vale pidocchiosa, affetta dai pidocchi, dalle zecche, ma pure avara, taccagna forgiato sul sostantivo perocchio (con derivazione da un originario lat.pedis= pidocchio attraverso un diminutivo pediculus alterato in peduculus> peduc’lus >perocchio con la tipica alternanza mediterranea d/r) addizionato dei suffissi di appartenenza uso/osa;

  • zellósa aggettivo sostantivato femm. metafonetico di zelluso e vale tignosa, affetta da alopecia(in napoletano: zella) la voce a margine etimologicamente è formata dall’addizione di zella (da un lat. regionale (p)silla(m) dal greco psilòs =nudo, calvo; il raddoppiamento della liquida è d’origine popolare, (come alibi mellone<melon – ‘ntallià<in-taliare etc. ) con i soliti suffissi di appartenenza uso/osa;

  • fetósa aggettivo sostantivato femm. metafonetico di fetuso e vale fetida, poco raccomandabile, pericolosa, sporca, lercia, che puzza; la voce a marigine etimologicamente è formata dall’ad-dizione di fieto (che è uno dei pochi lemmi derivati non da un accusativo latino, ma da un nom.: foetor= puzzo) con i soliti suffissi di appartenenza uso/osa;

  • mmerdósa di per sé pur’esso un aggettivo sostantivato femm., metafonetico di mmerduso e varrebbe in primis: sporco di escrementi, ma sta pure per persona abietta, spregevole, capace di qualsiasi slealtà; l’etimo risulta essere la consueta addizione di un sostantivo con i soliti suffissi di appartenenza uso/osa;il sostativo in questione è chiaramente mmerda (dritto per dritto dal lat. merda(m)=escrementi umani ed animali;

  • culo ‘e tiella letteralmente fondo di padella (che per essere costantemente a contatto con il fuoco, risulta bruciacchiato ed annerito, inteso dunque perennemente sporco; culo di per sé culo, sedere,deretano, ma nell’accezione a margine sta per fondo, etimologicamente dal basso latino culu(m) che è dal greco kolon=intestino;

  • tiella è la padella, teglia e segnatamente quella di ferro con etimo dal lat. volgare tegella(m) diminutivo di tegula (in origine i tegami furono di argilla cotta come le tegole); da tegella >tejella/teiella>tiella;

  • cacatrònele sostantivo che (intraducibile ad litteram in quanto sarebbe caca-tuoni), indica la donnaccola becera, sfrontata, scostumata che non si fa scrupolo di fare trombetta del proprio posteriore abbandonandosi palam al crepitio prolungato di rumorosi peti.

  • la voce a margine è formata dall’unione di caca (voce verbale 3° pers. sing. ind. pres. dell’infinito cacà/cacare =defecare, dal basso lat. cacare) + il sostantivo femm. plurale trònele = tuoni, percosse,peti (dal basso lat. tonitru(m)>*tronitu(m) con un suff. diminutivo atono femm. ole (lat.ulae);

  • cuopp’ ‘allesse cartoccio (conico) di castagne lesse, inteso tale cartoccio bagnato e macchiato (la buccia interna delle castagne lesse tinge di scuro la carta con cui si confeziona il cartoccio!) e quindi lercio, sporco e tali sono ritenute le donnaccole cui è riferito l’epiteto a margine; cuoppo = cartoccio (conico) quanto all’etimo è una forma masch. e dittongata del tardo lat. cuppa(m) per il class. cupa(m)= botte, per la comunanza funzionale, sebbene non di forma, del concetto di capienza e ricezione; allesse plur. di allessa= castagna privata della dura scorza esterna e bollita in acqua con aggiunta di foglie d’alloro e semi di finocchio derivata dal part. pass. femm. del tardo lat. elixare 'far cuocere nell'acqua, sebbene qualcuno proponga un tardo lat. *ad-lessa(m) ma non ne vedo la necessità;

  • furnacella sfunnata letteralmente piccolo forno sfondato; va da sé che quale epiteto rivolto ad una donnaccola con la voce fornacella non si indica certamente il fornetto in pietra o metallo, ma furbescamente la vulva di colei cui è diretto l’epiteto, vulva che risultando sfunnata (sfondata) accredita la donnaccola offesa d’esser donna di facili costumi, se non addirittura una meretrice abbondantemente conosciuta in senso biblico; furnacella= fornetto portatile alimentato a carbone; nell’espressione a margine vale però per traslato : vulva atteso che sia il fornetto sia la vulva son sede(l’uno di un reale fuoco, l’altra di uno figurato; rammenterò al proposito che nel parlato napoletano tra le più comuni voci per indicare la vulva c’è quella che suona purchiacca/pucchiacca che con etimo dal greco pýr +k(o)leacca>*cljacca sta per fodero di fuoco; tornando a furnacella dirò che l’etimologia è dall’acc. lat. volgare furnacella(m) che è un diminutivo con cambio di suffisso per cui in luogo dell’atteso furnacula(m) dim. di furnum si è ottenuto la ns. furnacella(m); sfunnata= sfondata, rotta , consunta part. pass. femm. aggettivato dell’infinito sfunnà = sfondare; denominale del latino fundu(m) con protesi di una s questa volta distrattiva;

  • tozzola spugnata = cantuccio di pane raffermo ammollato in acqua, dunque donnaccola lercia, ciana, sporca,bagnata; la tozzola essendo un cantuccio di pane raffermo è cosa inutile, da buttar via, inservibile, tal quale la donnaccola volgare e spregevole così chiamata; tozzola= cantuccio di pane raffermo, tozzo; tozzola etimologicamente forse è un diminutivo femminilizzato del lat. tursum =gambo, da un *tursola>turzola e per assimilazione regressiva tuzzola>tozzola; spugnata part. pass. femm. aggettivato dell’infinito spugnà= ammollare etimologicamente denominale di spogna= spugna che è dal lat. spongia(m);

  • vrenzola spurtusata letteralmente straccio bucato e dunque donna volgare, lercia , rabberciata, stracciona, raffazzonata ; di per sé la voce vrenzola nel suo significato primo di straccio e poi in quello estensivo di persona, donna mal fatta o mal ridotta pare che etimologicamente possa ricollegarsi ad una brenniciola>brenciola diminutivo di un’originaria brenna corrispondente (vedi il Du Cange) ad un basso lat. breisna= rozza, vile,senza valore ma non manca chi fa derivare brenna dall'ant. fr. braine (giumenta) sterile e quindi priva di valore; spurtusata part. pass. femm. aggettivato dell’infinito spertusà =bucare denominale della voce pertuso =buco (dal lat. *pertusium derivato di pertundere=bucare) con protesi di una s intensiva.

  • guallecchia vale di per sé ernia molliccia e dunque per traslato donna dappoco, volgare, fastidiosa tal quale un’ernia molliccia quella stessa che a Napoli è indicata oltre che con la voce a margine anche con l’espressione guallera cu ‘e filosce (ernia corredata di spugnose frittatine) ed infatti la voce a margine risulta essere una gustosa forma eufemistica della voce guallera (dall’arabo wadara =ernia) incrociata con la voce pellecchia=pelle aggrinzita, molle e cadente ma pure buccia sottile (ad es. di pomidoro) ( che deriva da un lat. volg. pellicla(m) per il class. pellicula(m) diminutivo di pellis-is = pelle, buccia); rammento pure che la voce filoscio di cui filosce/i è il plurale = frittata sottile e spugnosa (dal francese filoche da fil= filo sottile;

  • squàcquara vale di per sé neonata, bambina piccola e come offesa rivolta ad una donna: flaccida, deforme,senza forze, rachitica; in effetti al di là di imprevisti malanni costituzionali, una neonata non può avere tutta la gagliardìa fisica di un’adulta e spesso si mostra flaccida e senza forze; quanto all’etimo la voce a margine risulta un deverbale di squacquarà che riproduce in modo onomatopeico il verso della quaglia giovane ed infatti a Napoli, nel gergo giovanile, una ragazza giovane si disse quaglia (che è dall'ant. fr. quaille, voce derivata dal lat. volg. *coacula(m), di origine onomatopeica) e la piccola bambina quagliarella;

  • chiarchiósa pesante offesa che rivolta ad una donna l’accredita d’esser sudicia, sporca, lordata quando non estensivamente laida meretrice; la voce a margine di suo è un aggettivo poi sostantivato (vedi il suff. femm. di pertinenza osa/oso unito al sostantivo di partenza che è chiarchio = lordura, sozzura, muco nasale (di probabile etimo onomatopeico);

  • ‘nfranzesata letteralmente infranciosata, meretrice che à contratto il mal francese cioè la lue o sifilide e dunque donnaccia da trivio; rammenterò che un tempo la sifilide fu detta a Napoli mal francese in quanto ritenuta malattia infettiva trasmessa attraverso le prostitute dai soldati francesi di Carlo VIIIre di Francia (1470-1498),che era figlio di Luigi XI e di Carlotta di Savoia.(c’è sempre un Savoia (mannaggia a loro!) sulla strada dei Napoletani!) , mentre in Francia fu chiamato mal napolitaine, in quanto pensato propagato tra i medesimi soldati dalle prostitute partenopee che già ne erano affette, e per dileggio si usò dire di chi fosse stato colpito dall’infezione: È stato in… Francia! Etimologicamente la voce a margine è un’adattamento dialettale di infranciosata che è il part. passato femm. dell’infinito infranciosare per il più comune infrancesare (da un in illativo + francese).

FÀ N’ACCISO E ‘NU ‘MPISO

Ad litteram: fare un ucciso ed un impiccato id est: minacciare una strage con conseguenze gravissime per tutti.

Reboante, antica locuzione con la quale, sia pure solo metaforicamente, si minaccia di comportarsi in maniera tanto violenta e spropositata da lasciare sul terreno per lo meno un morto e ci si dichiara disponibile a subire le conseguenze di tale omicidio, conseguenze comportanti (un tempo) la condanna alla pena di morte per impiccagione.

acciso = voce verbale (part. pass. spesso sostantivato o aggettivato) dell’infinito accidere o accirere = uccidere; accidere (donde acciso) etimologicamente si sospetta un basso latino *accidere (ad-caedere) collaterale di ob-caedere = uccidere, ammazzare, da non confondere con ob-cadère (donde gli italiani occaso, occidente etc.)= andar giù, cascare;

‘mpiso = voce verbale (part. pass. spesso sostantivato o aggettivato) dell’infinito ‘mpennere = appendere,ed estensivamente impiccare; ‘mpennere (donde ‘mpiso) etimologicamente dal latino in(illativo) + pendere = portare a sospensione; normale in napoletano il passaggio per assimilazione di nd>nn.

CABIBO/CABIBBO - GABIBBO

Le voci in epigrafe son voci dialettali d’area dell’Italia nordica dell’est ed ovest, dove indicano con valore spregiativo i meridionali.

Per la verità, non vedo cosa ci sia di spregiativo nella voce cabibbo! Essa voce che in ligure è: gabibu e nel veneto-giuliano: cabibo o cabibbo (con malevolo indurimento della gutturale d'avvio: g>c e raddoppiamento popolare della esplosiva labiale) è un derivato dell'arabo: habìb= amico, voce usata genericamente per rivolgersi a persona sconosciuta, ma spesso prossima, vicina, del gergo dei soldati africani; solo successivamente - trasmigrata nei dialetti italici - significò: uomo scaltro e malfido e poi: sciocco, meridionale, terrone, ma non si comprende il motivo di questa lettura spregiativa, atteso che l'originario significato non aveva valenza negativa, ma positiva di "amico", "caro"!

MA ADDÓ STAMMO? Â CANTINA ‘E VASCIO PUORTO? ‘O RUTTO, ‘O PIRETO E ‘O SANGO ‘E CHI T’È MMUORTO?!

Ma dove mai ci troviamo? Nella cantina (ubicata) giù al porto? (tra) eruttazioni, peti e bestemmie?

È locuzione usata per indicare sarcasticamente che ci si trovi in ambienti o tra persone decisamente plebee che, come gli avventori di quella tal bettola rammentata ,(forse quella taverna del Cerriglio, alibi ricordata) si danno a manifestazioni eccessivamente disdicevoli e scostumate quali: eruttazioni, peti e bestemmie;

addó = dove, in quale luogo: avverbio di luogo etimologicamente da un latino de ubi con successivo rafforzamento popolare attraverso un ad del de d’avvio;

stammo =siamo,stiamo,troviamo: voce verbale (1° pers. plur. indicativo presente) dell’infinito stà/stare dal latino stare;

cantina = bettola, taverna, mescita di vini, infima osteria; etimologicamente tardo latino canthu(m) =angolo appartato che è dal gr. kanthós 'angolo dell'occhio' con l’aggiunta del suffisso diminutivo inus/ina;

Puorto = voce toponomastica indicante tutta la zona adiacente il luogo di attracco e partenza di tutti i grossi natanti; la voce comune puorto = porto, luogo sulla riva del mare, di un lago o di un fiume che, per configurazione naturale o per le opere artificiali costruite dall'uomo, può dare sicuro ricovero ai navigli; etimologicamente dal lat. portu(m), propr. 'entrata, passaggio', della stessa radice di porta 'porta'con dittongazione popolare nella sillaba d’avvio;

rutto = eruttazione, aria emessa bruscamente e rumorosamente dalla bocca con etimo dal lat. ructu(m) deverbale del basso latino ructare (frequentativo di erugere 'gettare fuori'), = eruttare, emettere rumorosamente; va da sé che il sostantivo rutto qui a margine, non va confuso con participio passato aggettivato rutto = rotto, frantumato, spezzato che è dal verbo rumpere= rompere;

pirete plurale di pireto= peto, rumorosa emissione di gas intestinale; etimologicamente dal latino peditu(m) con tipica rotacizzazione mediterranea della D>R;

‘o sango ‘e chi t’è mmuorto! letteralmente: il sangue di chi ti è morto; vibrante bestemmia offesa che , con più cattiveria ed acrimonia dell’omologa: ‘e muorte ‘e chi t’è mmuorto (i morti di chi ti è morto id est: gli antenati dei tuoi morti(quelli che nel dialetto romanesco sono: li mortacci tua) chiama in causa, per maledirlo, addirittura il succo vitale (il sangue!) dei defunti di colui contro cui si lancia l’offensiva bestemmia; talvolta, per peggiorarla, l’offesa suona ‘o sango ‘nfamo ‘e chi t’è mmuorto! o anche ‘o sango sperzo ‘e chi t’è mmuorto con l’aggiunta o dell’aggettivo ‘nfamo che è: infame, che à pessima fama, che merita il pubblico disprezzo con derivazione dal latino: infame(m), comp. di in distrattivo ed un deriv. di fama 'fama, buon nome'; propr.’senza buon nome’, 'che à cattiva reputazione' oppure dell’aggettivo sperzo che è: perduto, disseminato in giro, non più reperibile, smarrito, deverbale del latino perdere con la protesi di una s durativa o intensiva, nel senso che chi avesse disperso in giro , anche metaforicamente, il proprio sangue, facendolo quasi divenir sangue perduto, irreperibile, smarrito, meriterebbe, tal quale l’infame di cui sopra,la non considerazione, anzi il disprezzo pubblico;

sango = sangue etimologicamente dal latino sangue(m) da un antico nom. sanguen collaterale del classico sanguine(m) di sanguis, attraverso un metaplasmo popolare sangu(m)>sango;

muorto = voce verbale (part. pass. maschile)sostantivato o aggettivato dell’infinito murí che etimologicamente è da un lat. volg. *morire, per il class. mori; tipica, come popolare, la dittongazione uo dell’originaria o.

MANNÀ A LL’URMO

Letteralmente: mandare all’olmo che sta per mandare qualcuno a far da olmo; successivamente chiarirò il concetto; ora comincio col dire che spesso la frase in epigrafe viene confusa e distorta in mannà all’urdemo, ma si tratta evidentemente di un qui pro quo generato dall’assonanza tra urmo ed urdemo e dal fatto che chi usi l’espressione mannà all’urdemo in luogo di mannà all’urmo, probabilmente non conosce l’origine di quest’ultima espressione e perché la si usi; la cosa capitò inopinatamente (se non m’inganno) anche al grande Libero Bovio che in una sua canzone, che ora mi sfugge, erroneamente scrisse: t’aggiu mannato all’urdemo /pecché ll’urdemo ‘e ll’uommene tu sî. che tradotto suona: ti ò mandato in ultimo perché l’ultimo degli uomini tu sei; in tale errore probabilmente non sarebbe incorso don Ferdinando Russo, a mio avviso il più grande poeta partenopeo, oltre che drammaturgo, narratore e saggista, attentissimo studioso della parlata napoletana che andava a cogliere di persona sulle labbra dei frequentatori di infime bettole e fondaci abitati da miseri individui adusi ad un lessico popolare -gergale! In effetti mannà a ll’ urmo è espressione usata nelle bettole o osterie nel giuoco chiamato a Napoli ‘o tuocco o patrone e sotto; identico giuoco lo si fa nelle osterie romane dove prende il nome di passatella; il giuoco si svolge tra varî giocatori tra i quali vengono scelti un capo (patrone) ed un vice capo (sotto) i quali decidono ad insindacabile giudizio chi (dei giocatori) e quanto vino debba bere; spesso per dileggio o pretestuoso motivo un giocatore viene condannato dal patrone o dal sotto a non partecipare alla bevuta ed è destinato a reggere il boccale del vino in favore degli altri senza mai poterne bere; in tal caso costui si dice che è mannato a ll’urmo ossia è mandato a far da olmo (dell’altrui bevuta) riducendosi a comportarsi così come l’olmo, albero che nelle vigne è piantato accanto alle viti per reggerle.

NOTA

Mi corre l’obbligo di apportare una correzione a quanto detto precedentemente circa i versi: t’aggiu mannato all’urdemo / pecché ll’urdemo ‘e ll’uommene tu sî, e di ritornar la stima a don Liberato Bovio;

pare infatti che i versi incriminati non appartengano ad una sua canzone, ma ad una canzone di giacca (la canzone di giacca fu un tipo particolare di composizione poetico-musicale a fortissime tinte, spesso addirittura granguignolesche, composizioni che venivano presentate in teatro da un cantante che, per l’occasione, dismetteva il frac o lo smoking, per indossare più confacenti giacche vistose che s’attagliassero all’argomento trattato dalla canzone) intitolata: QUISTIONE ‘E TUOCCO per i versi di un tal G. Barra e la musica del notissimo E.A.MARIO; d’accordo i versi furono di un non meglio conosciuto G. Barra, ma è grave che E.A.MARIO, il signor tutto della canzone napoletana abbia lasciato correre il qui pro quo (urdemo/urmo) e non abbia operato alcuna correzione, come invece era uso spessissimo fare con chi gli fornisse versi per le sue canzoni.

MUGLIERA

Il termine in epigrafe: mugliera donde l’antico toscano: mogliera = moglie è voce molto antica nata da un acc. di un basso latino o latino volgare, dove fu muliere(m)= donna, prima la semplice donna in età da marito, ma ancora nubile, poi segnatamente quella sposata, sostituendo la più comune voce: uxor (sposa), opposta a virgo(vergine,nubile); ; la voce latina, pervenuta al napoletano attraverso un tipico metaplasmo li>gli e dal napoletano all’antico toscano,pare che stesse ( con sincope popolare della g e successiva infissione della i eufonica) per il latino mulger deverbale di mulgeo = mungo, atteso che nell’antichità della famiglia latina, pare toccasse alle donne il compito di mungere capre e vacche; qualche studioso pensa di collegare la voce mulier (donde mugliera) all’aggettivo mollis = molle, delicato, anzi quasi mollior = più delicata dell’uomo, ma è ipotesi che mi par troppo fantasiosa.

Nota: metaplasmo: Dal lat. metaplasmu(m), che è dal gr. metaplasmós, deriv. di metaplássein 'foggiare diversamente', comp. di metá, che indica trasformazione, e plássein 'formare'): nella moderna linguistica, passaggio di una parola da una categoria morfologica a un'altra (p. e. dal lat. foli°a, neutro pl. di foli°um, si à l'it. foglia, f. sing)

‘NTRALLAZZO

La voce in epigrafe, voce ormai pervenuta nella lingua nazionale (sia pure non aferizzata, ma nella forma di intrallazzo) con particolare riferimento d’ambito socio-politico, è voce non eccessivamente antica (risale infatti agli anni tra il 1940 ed il 1950)ed è di origine centro- meridionale: Abruzzo, Campania, Silicia; attualmente significa: imbroglio, raggiro, intrigo, ma originariamente stette per: scambio illecito di beni o di favori e con le voci: ‘nderlacce (abruzzese), ‘ntrallazzu (siciliano) e appunto ‘ntrallazzo o anche ‘nterlazzo (napoletano) si identificò dapprima il mercato o borsa nera e solo per estensione l’ imbroglio, il raggiro,l’intrigo dapprima quelli generici, poi segnatamente – complice il linguaggio mediatico – quelli d’ambito socio-politico.

Di non tranquilla lettura l’etimologia della voce a margine; dai più si pensa ch’essa derivi dal sicil. 'ntrallazzu 'intreccio, intrigo', a sua volta deriv. del lat. volg. *interlaceare, comp. di intra 'tra' e laqueus 'laccio', ma – pur non potendo negare un’ evidente somiglianza tra il siciliano 'ntrallazzu ed il napoletano ‘ntrallazzo penso che per il partenopeo, più che ad un prestito siciliano, si possa risalire ad un antico tramite catalano: entralasar o anche un antico francese: entralacer ; sia il verbo catalano che quello francese furono forgiati sul precennato lat. volg. *interlaceare, comp. di intra 'tra' e laqueus 'laccio'e valsero: impaniare, intralciare, avviluppare donde il significato di azione che si manifesti in un imbroglio, raggiro,’intrigo; va da sé che il mercato/borsa nera configuri il medesimo imbroglio, raggiro,’intrigo.

A questo punto non ci resta che discutere se sia stato il napoletano o il siciliano a cedere alla lingua nazionale il vocabolo in esame; ma sarebbe questione di lana caprina nella quale è inutile e pericoloso addentrarsi ed io evito di entrarvi.

TOTONNO ‘E QUAGLIARELLA

Il destro, questa volta, per talune note linguistiche su voci della lingua napoletana, me lo fornirà il testo di TOTONNO ‘E QUAGLIARELLA una delle più vivide e dense composizioni poetiche di Giovanni Capurro, il famosissimo poeta autore dei versi de ‘O SOLE MIO la canzone che musicata (1917) da Eduardo Di Capua (1865 – 1917) porta ancora bellamente in giro per ilmondo, a circa un secolo dalla sua nascita , la voce e l’emblema di Napoli. Il testo di Totonno ‘e Quagliarella fu scritto da Giovanni Capurro nel 1919, e musicata subito da Francesco Buongiovanni, fu interpretato per la prima volta da Peppino Villani (Na 1875 – Roma 1944, cantante ed attor comico famosissimo in quegli anni) e in questa canzone c’è una filosofia un po’ amara ma realistica sull’ esistenza umana, ma tuttavia si avverte in essa una morale positiva ed un’energia vitale. Il protagonista Totonno, è infatti un ubriaco filosofo che sebbene abbia subìto diverse sventure, non si abbatte, ma si accontenta di quel poco che la vita gli offre e, di fronte alle innumerevole difficoltà dell’esistenza, adotta la tecnica "dell’arrangiarsi", che poi è una concezione di vita tipicamente napoletana. Secondo un aneddoto Capurro scrisse la canzone Totonno ‘e Quagliarella dopo aver conosciuto un singolare avventore in una taverna di Napoli, il quale mostrava degli atteggiamenti un po' strani.Còlti ed annotati detti atteggiamenti, Capurro li riportò in versi amari e ricchi di umanità, versi che Francesco Buongiovanni rivestì di note che si prestavano ai recitativi di Peppino Villani e più ancora dell’immenso Raffaele Viviani (C/mare Na 1888 – Na 1950) che dal 1920, anno della morte di G. Capurro, fece di Totonno ‘e Quagliarella uno dei suoi cavalli di battaglia. Prima di riproporre il testo e la traduzione della canzone, annoterò brevissimamente qualche dato degli autori.

CAPURRO GIOVANNI - Napoli, 5 febbraio 1859 - 18 gennaio 1920.
È il poeta, come ò ricordato dell'immortale 'O sole mio, la canzone che sta alla pari con poche altre come l'universale Marechiare del Di Giacomo o come la struggente Chiove di Bovio ed è canzone che, forse, nel confronto, à accenti più umani, se non più descrittivi e pittorici. Ma pur vantando successi clamorosi, non ebbe la fortuna che avrebbe meritata.
Visse in ristrettezze finanziarie per tutta la vita e le sue bellissime poesie videro la luce a distanza di ben trent'anni dalla sua morte...
Gli nocquero, certo,(come giustamente à scritto qualcuno) l'innata modestia, il suo considerar poco quel molto che gli sgorgava dal cuore e dal cervello, il ritenere l'Arte - com'è difatti - qualcosa di troppo alto ed inaccessibile. Ma Capurro era nell'arte, senza saperlo; era un poeta vero, senza nemmeno intuirlo, forse per quel rispetto - come allora usava - per tutto ciò ch'è puro e ch'è bello, ed à il fascinoso nome di Poesia.
Per trent'anni circa appartenne alla famiglia del giornale Roma; vi fu assunto da cronista, poi fu critico teatrale e, negli ultimi anni di sua vita, impiegato amministrativo. Era un brillantissimo frequentatore di salotti ove cantava, suonava il pianoforte e faceva spassose imitazioni.

I successi:
In dialetto: ‘A vongola (1892), Cutignè, cutignì, cutignà (1892), Carmela 'e San Sivero (1894), 'E tre chiuove (1894), A tossa (1895), 'E cataplaseme (1895), 'O guaglione 'o speziale (1895), A misturella (1896), Chitarra mia (1896), 'E zzite cuntignose (1896), 'O pizzaiuolo nuovo (1896), 'O presidente (1896), 'O sculariello - v. e m. - (1896), A sciantosa (1897), Quanno ll'ommo va a marcià (1897), 'O sole mio (1898), Vòtate 'a cca e ggirate 'a llà (1900), Palomma mia (1901), A vennegna (1902), Zi' Carulina (1902), Nun saccio spiegà... (1904), Quanno mammeta nun ce stà! (1904), Lilì Kangy (1905), Ammore che gira (1907), Così, com'è (1907), A capa quanno 'a miette? (1908), Eh? (1908), Il disperato eccentrico (1908), A zarellara (1909), Addò ce mette 'o musso Margarita (1910), Perì-pperò (1912), 'O napulitano a Londra (1915), Totonno 'e Quagliarella (1919), ed altre.
In lingua: Fili d'oro (1912).

FRANCESCO BUONGIOVANNI, Napoli 1872 – ivi 1940 musicista napoletano, compositore di moltissime famose canzoni napoletane. Lavorò in coppia con i più mportanti poeti napoletani da Di Giacomo a Capurro a Califano a Bovio e ad altri.

I successi:

Zi' Carulina, 1902, musicata su versi di Giovanni Capurro Napoli1859 -ivi, 1920, editata da Casa Editrice Ferdinando Bideri Napoli.

Totonno 'e Quagliarella, 1919, Casa Editrice Ferdinando Bideri diNapoli versi di Giovanni Capurro

Mandulinata a mmare, 1915, pubblicata da Casa Editrice Gennarelli di Napoli, su versi di Aniello Califano, (Sorrento 1870 - Napule1919).

Lacreme napulitane, 1925, musicata su versi del poeta Libero Bovio, (Napoli 1883 -ivi,1942).

ed altre minori.

Rammentati, per sommi capi, gli autori e le loro opere, riporto qui di seguito il testo che ci occupa, corredato d’una traduzione quasi ad litteram;

Totonno ‘e Quagliarella

versi di Giovanni Capurro (1859 -1920) – musica di Francesco Buongiovanni (1872 -1940)

pubblicata nel 1919

Facite comm'a mme, senza timore:
cufféjo pure 'a morte e 'a piglio a rrisa...
Io so' cuntento meglio 'e nu signore
pecché tengo una faccia e una cammisa...

E quanno metto 'a lengua 'int'ô ppulito,
che ne facite 'a lengua 'e nu paglietta!?
Embè, quanto stimate 'a palla 'e vrito,
chi vo' stà bbuono, à dda sapé 'a ricetta!

Si ll'ommo tutt''e cchiacchiere
vulesse sentí dicere,
quanta fasule e cícere
se mettarría a scartá!

E si tenite 'a freva,
lassáte stá 'o cchinino...
Addó sta 'o mmeglio vino,
jatelo a ppigliá llá!

Ce steva ‘nu scarparo puveriello,
chiagneva sempe ca purtava 'a croce...
'A sciorta lle scassaje 'o bancariello
e pe se allamentà...perdette 'a voce!

Quann' è 'a staggione, vaco ascianno sulo
’na bbona fritta 'e puparuole forte...
’Nu piezzo'e pane, 'nzieme a ‘nu cetrulo,
e 'o riesto, 'o vvotto dint'â capa 'e morte!

Che tengo 'e figlie o aggi''a penzá ô pesone?
I' faccio ogne arte e ghièsco p''a campata!
Si è p''a lucanna, sott'a nu bancone,
se dorme frisco e puó passá 'a nuttata...

Riguardo ô ttaffiatorio,
mm''a scorcio bona 'a máneca
e addó se trova 'agliáneco,
truvate sempe a mme!

Menammo tutto a bbuordo
fintanto ca se campa:
Dimane, forze, 'a lampa
se putarría stutá...

Che brutta cosa ch'è a tirá 'a carretta
quanno nisciuna mano vótta 'a rota!
Nun sèntere cunziglie, nun dá retta,
ca senza ll'uoglio chella nun avota!

Pe' spartere aggio avuto quacche botta
ma nun mme sóngo miso maje paura!
na vota, 'int'a n'incendio a Forerotta,
salvaje, 'a dint' ô ffuoco, ‘na criatura...

Quann'i' so' mmuorto, ll'ànn''a aizá 'sta crapa!
Nisciuno chiagne, manco p''o mumento...
Ll'esequie è bello e pronto: 'ncapa e 'ncapa
e vaco â sala e Ricanuscimento!

Quann'è fernuta ll'opera,
pezzente o miliunario,
s'à dda calá 'o sipario
e s'à dda arricettá...

Pe cchesto, 'o servo vuosto
Tatonno 'e Quagliarella,
'o ccisto 'int'â garsèlla,
nun s''o ffa maje mancá...

E quanno 'o libbro mio sarrá fernuto,
nisciuno diciarrá si è bello o brutto...
Ma, primma 'e ve dá ll'urdemo saluto,
ne voglio n'atu litro...'e chell'asciutto!


traduzione
Fate come me: senza paura
prendo in giro anche la morte e le rido (in viso)…
io sono contento più di un signore
perché ò una (sola) faccia ed una (sola) camicia…

E quando mi metto a parlar bene,
non c'è paragone con il parlare di un avvocato!
Ebbene, per quanto stimate la sfera di vetro (cioè: per quanto credete nel futuro),
chi vuole star bene, deve sapere la ricetta!

Se l'uomo tutti i pettegolezzi
volesse ascoltare,
quanti fagioli e ceci
dovrebbe scegliere!

E se avete la febbre,
lasciate perdere il chinino…
dove c'è il vino migliore,
là andate a prenderlo!

C'era un ciabattino poveretto,
piangeva sempre che portava la croce…
La sorte gli ruppe il banchetto
e per lamentarsi… perse la voce!

Quando è l'estate, vado cercando solo
un’ abbondante frittura di peperoni forti…
un pezzo di pane, insieme ad un cetriolo
Ed il restante lo caccio in gola!

Forse che ò figli o devo pensare alla pigione?
Io faccio tutti i mestieri ed esco al mattino (adattandomi ad ogni lavoro )per vivere!
Se è per l'alloggio, sotto un banco,
si dorme al fresco e puoi trascorrere la notte…

Per quanto riguarda il bere
ripiego bene la manica ( cioè: sono sempre pronto)
e dove c'è il miglior vino,
mi trovate sempre là!

Buttiamo tutto a bordo (cioè: mangiamo, beviamo e cogliamo il giorno che passa) finché si vive:
Domani, forse, il lume (cioè: la vita)
potrebbe spegnersi…

Che brutta cosa è tirare il carretto
quando nessuna mano spinge la ruota!
Non ascoltare consigli, non dar ascolto,
che senza l’olio quella non gira!

Per dividere i litiganti ò avuto qualche percossa
ma non ò mai avuto paura!
una volta, in un incendio a Fuorigrotta,
salvai una bambina dalle fiamme…

Quando sarò morto, dovranno togliere questa carcassa!
Nessuno piangerà, neanche per un momento…
I funerali sono già pronti:
portato a braccia

finirò nella sala di Riconoscimento (perché probabilmente morirò per istrada).

Quando è finita l'opera,
povero o milionario,
si deve abbassare il sipario
e si deve rassettare…

Per questo, il vostro servo
Tatonno 'e Quagliarella,
l'olio nella lampada,
non se lo fa mai mancare…

E quando il mio libro sarà finito,
nessuno dirà se è bello o brutto…
Ma, prima di darvi l'ultimo saluto,
ne voglio un altro litro… di quello asciutto(vino rosso secco e gagliardo) !

Cominciamo ora a soffermarci sulle singole parole o espressioni;

  • timore =(etimologicamente dal lat. timore(m), deriv. di timìre 'temere'):sentimento di ansia, di apprensione, di incertezza che si prova davanti a un pericolo o a un danno vero o supposto; preoccupazione, trepidazione, ma anche e qui sentimento di rispetto e soggezione; da notare che la voce timore, non è napoletana, ma toscana e probabilmente fu presa a prestito da Capurro solo per potere acconciamente rimare con il successivo signore; in pretto napoletano per esprimere i medesimi concetti suindicati per timore, s’usa il termine paura che è rifatto su un acc. latino pavore(m) per il tramite d’un lat. volgare pavura(m) ed infatti talvolta in napoletano, specie tra i bambini s’usa proprio l’antica voce pavura in luogo di paura;

  • cuffejo = corbello, canzono, beffo; voce verbale (ind. pres. 1° p. sing.) dell’infinito cuffià, modellato quale denominale sull’arabo quffa (cesto, corbello);

  • piglio a rrisa = mi faccio beffe di qualcuno, ridendogli in viso: risa (da un basso lat. risa neutro plurale ricostruito e poi inteso femminile , deriv. di ridìre 'ridere') vale resate= risate di scherno;

  • signore nel napoletano dal lat. seniore(m), compar. di senex senis 'vecchio, attraverso il francese seigneur; rammenterò che in napoletano la voce signore non indica solo l’uomo in genere, quanto l’ uomo raffinato nei modi e nei gusti, oltreché facoltoso ed abbiente, qualità che gli consentono di essere, come affermato dal poeta, contento, al contrario del protagonista della canzone che certamente non è (e lo si vede nello svolgimento delle strofe) né raffinato, nè facoltoso, né abbiente, ma al quale basta (per esser contento ) il possesso di una sola

  • cammisa = camicia; la voce napoletana è da un acc. tardo latino: camisia(m) con tipico raddoppiamento popolare della m; e gli basta soprattutto di avere una sola faccia (etimologicamente da un tardo latino facia(m) per il classico facie(m) con il consueto, tipico raddoppiamento popolare della c) cioè a dire di non essere un voltagabbana, una banderuola, un opportunista;

  • metto ‘a lengua ‘int’ ô pulito espressione con voce verbale d’avvio (ind. pres. 1° p. sing. dell’infinito mettere): Mettere ‘a lengua dint’ô pulito

  • Ad litteram: mettere la lingua nel pulito id est: sforzarsi di parlare con ricercatezza escludendo il dialetto e tentando di adoperare al meglio la lingua nazionale , ma il più delle volte, precipitare nell’affettazione, correndo il rischio di essere ridicoli nell’errata convinzione che l’idioma nazionale sia il migliore o il più adatto ad esprimere i propri concetti; lengua = lingua con etimo sia per l’italiano che per il napoletano dal latino lingua(m); pulito= letteralmente lustro, netto, pulito, ma per traslato e nell’espressione a margine: corretto, ricercato; etimologicamente è un deverbale (part. passato sostantivato) del latino polire = levigare, pulire;

  • paglietta letteralmente: paglietta, piccola paglia (lat. palea(m)) tipico copricapo originariamente da uomo, di rigida paglia intrecciata, con cupolino alto, bordato con un’ampia fascia di seta, e tesa breve, copricapo usato specialmente nella bella stagione e poi moltissimo in teatro da attori comici (il più famoso fu Nino Taranto(Napoli 1907- ivi 1986) cantante ed attore insuperato interprete delle macchiette napoletane(canzoni di argomento divertente e/o comico, ricche di recitativi che ne favorivano l’interpretazione caricaturale;Taranto, su suggerimento di Gigi Pisano (Na 1889 – ivi 1973) fecondissimo e facondissimo autore, spessissimo in coppia con il musicista Giuseppe Cioffi (Na 1901 – ivi 1976), indossò la paglietta tagliando a pizzi triangolari la parte del davanti della tesa; e la paglietta così tagliata divenne il suo segno distintivo, imitato in seguito da altri cantanti comici partenopei; la paglietta fu poi ai principî del 1900 il copricapo abituale di molti giovani e non molto esperti avvocati o legulei al segno di divenirne quasi un emblema e con la voce paglietta si finì per indicare un avvocato cavilloso e parolaio, ma inaffidabile in quanto non molto esperto o attento conoscitore di codici e leggi;

  • stimàte voce verbale (2° p.pl. ind. presente) dell’infinito stimà che letteralmente dal basso latino aestimare, deriv. di aes aeris 'bronzo, denaro'significa: avere in grande considerazione; apprezzare molto, ma qui anche porre attenzione, pensare con applicazione a qualcosa,

  • ‘a palla ‘e vrito = letteralmente la sfera di vetro, ma qui, per traslato ed estensivamente il futuro ( quello che è d’uso esser letto nella palla di vetro ); esiste anche una seconda chiave di lettura dell’espressione stimà ‘a palla ‘e vrito; tale seconda lettura non considera la palla di vetro quale strumento per divinare il futuro, ma vi vede sic et simpliciter la boccia del vino leggendo stimà ‘a palla ‘e vrito come tenere in considerazione il vino, ma a mio avviso, letta in questo modo l’espressione non si presterebbe ad introdurre il successivo chi vo’ stà bbuono à dda sapé ‘a ricetta (chi intende stare bene deve conoscere la prescrizione) per cui reputo più corretta l’interpretazione che parla di futuro;

  • palla = palla, sfera dal fr. ant. balle, che è dal francone balla 'palla'probabilmente forgiato sulla medesima radice del greco: bàllein, pàllein = al latino pellere= gettare;

  • vrito = vetro dalla metatesi vritu(m) del latino vitru(m) ;

  • ricetta = ricetta, prescrizione medica e di qualsiasi altra natura; la voce deriva dal lat. recipe, seconda pers. sing. dell'imp. di recipere; propr. prendi, parola con cui anticamente era d’uso cominciar le ricette mediche;

  • chiacchiere = conversazioni futuli su argomenti di nessuna importanza, ma anche: maldicenze,pettegolezze, dicerie; deverbale dell’infinito chiacchiarà che è voce d’origine onomatopeico;

  • fasule e cicere letteralmente fagioli e ceci, i legumi che secchi per esser cucinati occorre che prima siano – scartati ( p.p. dell’infinito scartà dal basso latino ex-carptare frequentativo di ex-cerpere = cavar fuori, togliere, separare) e cioè accuratamente scelti per potere eliminare quelli marci e non edibili; detta operazione, che vale anche in senso metaforico, risulta lunga e noiosa e perciò fastidiosa;

  • fasule= fagioli da un latino phasèolu(m) che diede il volgare fasjolu(m)>fasolu(m);

  • cicere = ceci, da un lat. volg. cicere(m);

  • freva = febbre da un basso latino febre(m) attraverso una forma metatica frebe(m) con tipica alternanza popolare b>v;

  • chinino = in farmacologia denominazione corrente del solfato basico di chinina e più in generale di tutti i sali di chinina che è un alcaloide estratto dalla corteccia di china (donde il nome a margine) ; i suoi sali, come detto, sono usati come farmaci principalmente contro la malaria ed altre affezioni febbrili; si ottiene anche sinteticamente;

  • jàtelo = andatelo voce verbale (2° p. pl. imperativo) dell’infinito = andare dal latino ire; la voce verbale orignaria è jate: quella a margine è addizionata del pronome lo in posizione enclitica;

  • scarparo = letteralmente è il fabbricante di scarpe, con etimo da un acc. tardo latino scarpariu(m) derivato di scarpa (che a sua volta è da un antico tedesco skarpa = tasca di pelle) addizionato del suff. di pertinenza arius>aro, ma in napoletano – per consuetudine – con la voce a margine s’indica il calzolaio, il ciabattino; però costui più acconciamente, in napoletano è detto: solachianiéllo (da sòla voce verbale di suolare + chianèlla = pianella e cioè scarpa bassa e piana (composto dal lat. planum; normale il passaggio di pl>chi);

  • sciorta = sorte,destino, fortuna, ma qui più acconciamente: cattiva fortuna; sciorta è dal latino sorte(m) dove s + vocale > sci (vedi alibi: scemo <semum, scigna <simiam, sciacquo etc.);

  • scassaje = distrusse, ruppe voce verbale (3° p. sing. pass. remoto) dell’infinito scassà = rompere, rovinare, fracassare; etimologicamente da un basso latino squassare (iterativo di quàtere= sconquassare ) con la tipica protesi di una S intensiva;

  • bancariello = piccolo banco, deschetto, tavolino da lavoro ma segnatamente quello del ciabattino; etimologicamente si tratta di un diminutivo della voce banco che è dal germanico *bank 'sedile di legno';

  • allamentà = lamentar(si) voce verbale infinito etimologicamente da un Lat. tardo lamentare, per il class. lamentari, deriv. di lamentum 'lamento' con raddoppiamento popolare rafforzativo nella sillaba d’avvio attraverso un ad>al;

  • staggiona = di per sé varrebbe stagione, ma nel napoletano è esclusivamente la bella stagione: l’estate giusta la stringente interpretazione dell’etimologia che è dal latino . statione(m), propr. 'luogo o tempo di sosta', con riferimento alle apparenti soste del sole agli equinozi e ai solstizi; e quale miglior tempo se non quello dei mesi caldi per dare una sosta al lavoro?;

  • ascianno = cercando voce verbale (gerundio) dell’ infinito ascià = cercare con attenzione ed applicazione, quasi annusando,etimologicamente da un basso latino ad+flare che è il tipico annusare del cane, o pure da un basso latino anxiare = ansimare, anelare; preferisco la prima ipotesi dove è presente il suono latino fl che dà sempre in napoletano sci (es.: flos= sciore, flumen= sciummo etc.);

  • bbona = letteralmente buona aggettivo qualificativo con etimo dal femm. basso latino bona(m) del maschile bonu(m); da notare che la voce a margine, spesso e qui nel napoletano dismette la sua funzione qualitativa, per assumere quella quantitativa nel significato di abbondante, copioso/a come capita ad es. nell’espressione bbuono malato che non configura, come invece potrebbe apparire, un ossimoro giacché l’espressione significa: molto malato e non malato ed in salute!

  • fritta = frittura; la voce napoletana è il part. pass. sostantivato del verbo frjere che è dal latino frigere di origine onomatopeica;

  • puparuole forte = peperoni piccanti, tipico prodotto degli orti partenopei altrove detti pure pipere (dritto per dritto dal latino piper) forte; la voce puparuolo di cui quella a margine è il plurale è etimologicamente un’alterazione fonomorfologica del latino piper= pepe per il sapore piccante dell’ortaggio; il pu d’avvio rappresenta una tipica alterazione vocalica in sillaba iniziale; il par deriva da un consueto giuoco ar/er(vedi anche in italiano: notarella o noterella sebbene notarella sia considerata meno corretta di noterella) uolo è un consueto suffisso diminutivo; forte = piccante, di gusto intenso e penetrante; è dal latino forte(m);

  • ‘nzieme = insieme, con; la voce napoletana, tal quale quella italiana deriva da un lat. volg. *insemel, rifacimento del class. insimul 'nel medesimo tempo; insieme', con sostituzione di semel 'una volta' a simul 'insieme'e con aferesi della i nella sillaba d’avvio;

  • vvotto = butto; voce verbale (1° p. sing. ind. pres.) dell’infinito vuttà = buttare, spinger giù, urtare etimologicamente dall’antico francese bouter con tipica alternanza mediterranea b/v; qui la voce a margine sta per assumere voracemente, mangiare di gusto;

  • capa ‘e morte letteralmente è testa di morto, teschio; ma qui vale quasi: bocca, fauci ed anche stomaco considerando che la testa, il capo è la sede della bocca che è il veicolo d’ogni cibo e/o bevanda; capa forse da un basso latino *capa(m) per il classico caput;

  • pesone = fitto, pigione etimologicamente dall’acc. latino pensione(m) con sincope della n e semplificazione del dittongo io>o, accusativo derivato dal verbo pendere= pesare, pagare;

  • campata letteralmente è quel poco necessario e sufficiente al sostentamento di un giorno; etimologicamente voce deverbale di campà (vivere, sostenersi) derivato dal sostantivo campo donde quasi esclusivamente , un tempo , con il faticoso lavoro campestre, si ricavavano i mezzi di sostentamento;

  • lucanna id est: locanda, albergo economico, di modesto livello; trattoria con alloggio.alloggio di fortuna; etimologicamente dalla locuzione lat. (sunt) locanda '(ci)(sono) (stanze) da affittare' (gerund. f. di locare 'affittare'), scritta un tempo sui muri delle case da affittare; il neutro plurale locanda fu poi inteso femminile; normale, nel napoletano nd>nn;

  • bancone accrescitivo di banco mobile spesso a forma di sedile, generalmente in legno, di varia foggia e con vari complementi a seconda degli usi a cui è destinato; ( etimologicamente dal tedesco bank) tali mobili, spessissimo alti e con ripiani marmorei sono usati nei negozi, in ispecie di generi alimentari per servir le merci agli avventori, ed un tempo furono usati al medesimo scopo anche nei mercati rionali ed ivi erano collocati non in un negozio, ma sulla pubblica strada, offrendo di notte un comodo riparo a chi non avesse dove più acconciamente alloggiare;

  • taffiatorio di per sé lauta e sontuosa mangiata e bevuta, ma qui più restrittivamente lunga ed eccessiva bevuta; la voce ; etimologicamente risulta essere un deverbale di taffià/are verbo che fu anche nell’antico italiano con probabile origine o da una voce espressiva taf, o molto più probabilmente dal latino tabula attraverso il verbo tabulare > tablare > taflare > taffiare =mangiare ingordamente ed abbondantemente; oltre la voce a margine il verbo taffià generò anche il sostantivo taffio= pasto;

  • scorcio = ripiego, scorcio voce verbale (1° per. sing. ind. pres.) dell’infinito scurcià = accorciare, render più corto (per solito con un taglio), ma qui ripiegare (la manica dell’abito) per evitar di imbrattarsi; ; etimologicamente dal latino volg. *excurtiare, deriv. di curtus 'corto';

  • màneca = manica dell’abito etimologicamente dal lat. manica(m), deriv. di manus 'mano';

  • aglianeco è l’aglianico l’antico vitigno dell'Italia meridionale ed il vino, rosso e di media gradazione, che se ne ricava; etimologicamente forse dal latino iulius >aulius>auglius>aglius'luglio'in quanto vitigno che matura nel mese di luglio;

  • menammo letteralmente buttiamo voce verbale (2° per. plur. dell’imperativo (ma qui a carattere esortativo)) dell’infinito menà/are che letteralmente, con etimo dal tardo latino minare, propr. 'spingere innanzi gli animali con grida e percosse', deriv. di minae 'minacce' , vale appunto spingere innanzi, condurre ma qui estensivamente vale ingoiare, spingere in gola, assumere copiosamente;

  • bbuordo letteralmente bordo ciascuno dei fianchi o murate di una nave o di qualsiasi imbarcazione; la parte del fianco emergente dall'acqua: nave d'alto bordo, con la fiancata alta; virare di..., ma qui estensivamente sta per stomaco, corpo per indicare ad un dipresso la parte del corpo quasi protetta da ipotetiche murate; etimologicamente probabilmente dal tedesco o dall’arabo bord con dittongazione mobile popolare;

  • lampa di per sé fiamma, ma anche estensivamente lampada, lume ed altrove pure quantità di vino ingollata in un’unica bevuta; qui nel testo sta per lampada, usata figuratamente per significare la vita ed il suo durare; etimologicamente dal nom. sing. del latino lamp(s)-lampa(dis);

  • carretta è il carretto a due ruote, per solito (se grosso) trainato da un asino o mulo o cavallo, ma spesso, (se più piccolo e maneggevole), spinto o tirato a mano per il trasporto di merci e masserizie; la voce napoletana carretta o – più spesso – carrettella è il diminutivo femminile del maschile carro che è dal latino carru(m) d’origine gallica; da notarsi che in napoletano s’usa la voce femminile carretta mezzo di trasporto inteso più grosso del carretto: in napoletano spessissimo il femminile è usato per indicare cosa o utensile più grossi dei corrispondenti maschili (ad es.: cucchiara (più grossa) e cucchiaro (più piccolo) tammorra (più grossa) e tammurro (più piccolo) etc.). A margine ricorderò che l’espressione tirà ‘a carretta in napoletano, oltre il significato ovvio di azionare un carretto, vale: impegnarsi a fondo per provvedere alle necessità familiari; è da notare come il protagonista della canzone, quantunque abbia dichiarato di non avere famiglia (… non à figli!) si immedesima quasi nel vivere quotidiano di chi invece abbia una famiglia e sa che è molto duro ed impegnativo provvederne alle necessità senza l’aiuto gratuito e disinteressato di qualcuno o delle istituzioni pubbliche (quanno nisciuna mana votta ‘a rota = se nessuna mano spinge la ruota) quella stessa che se non è unta (senza l’uoglio)

  • nun avota = non gira; nun (negazione dal lat. non con chiusura popolare o>u della vocale) = non; avota voce verbale (3° per. sing. ind. presente) dell’infinito avutà = girare, voltare etimologicamente da un latino volgare volvitare>voltare frequentativo del classico volvere con infissione di una a protetica popolare ed eufonica e con il gruppo ol che seguìto da consonante > u;

  • spàrtere = dividere, separare e qui probabilmente contendenti, litiganti; etimologicamente dal basso lat. partire per il classico partiri, deriv. di pars partis 'parte'con arretramento eufonico dell’accento tonico e protesi della s intensiva;

  • bbotta = colpo, percossa,colpo violento dato con le mani, con un bastone o altro: per il vero la voce (etimologicamente da una radice onomatopeica bott) è un prestito della lingua nazionale, ed è stata usata con il pretestuoso motivo di rimare con il successivo Forerotta = Fuorigrotta, quartiere periferico e popolare della città di Napoli; in pretto napoletano i colpi, le percosse vengono indicati con un generico mazzate o con altre più particolari voci che già alibi illustrai;

  • miso maje paura letteralmente: messo mai paura e cioè: non ò mai avuto paura, non ò mai temuto; da notare che in napoletano s’usa il verbo mettere (etimo: lat. mittere di per sé 'mandare' e 'porre,ma pure mettere') di cui miso è il part. pass. quasi che chi abbia paura, la indossi (mettere) quasi a mo’ di abito; maje = mai (etimo: dal lat. magis con sostituzione della g con il suono semiconsonantico di adattamento j e vocale paragogica e semimuta); paura = paura, timore (con etimo, come ò già detto, dal latino lat. pavore(m)> pavuram 'timore', con sincope della v intervocalica che talvolta persiste nel linguaggio degli adolescenti dove paura è spesso latinamente pavura;)

  • aizà voce verbale infinito di aizà/are = alzare, sollevare, tirare su (etimologicamente dal basso latino altiare denominale di altus; in origine il napoletano trasse da altiare> autiare con un consueto (come visto alibi) cambio al>au; da autiare > aitiare> aiziare >aizare donde aizà);

  • crapa letteralmente forma metatica di capra (dal lat. capra(m)), ma qui per dileggio vale bestia, cadavere

  • nisciuno = nessuno, alcuno etimologicamente dal latino ne ipsum unum (neppure uno)

  • ne ipsum unum>ne issum unum>nessunum; ss seguito da vocale dà sci e quindi nessunum>nisciuno;

  • chiagne = piange voce verbale (3° pers. sing. ind. pres.) dell’infinito chiagnere = piangere etimologicamente dal basso latino plangere= battersi il petto con adattamento metatico ng>gn e consueto passaggio di pl>chi;

  • esequie e cioè il corteo funebre di accompagnamento d’una salma; etimologicamente dal lat. exsequiae, nom. pl., deriv. di exsequi 'seguire'; propr. 'seguire (sequi) fino alla fine (ex-)', sottintendendo 'un corteo funebre';

  • ‘a sala ‘e Riconoscimento è l’obitorio pubblico dove venivano trasportati coloro che fossero decessi per istrada, sprovvisti di documenti, affinché chi li conoscesse (amici e/o parenti) vi andasse ad operare il riconoscimento = identificazione (etimologicamente deverbale dal lat. recognoscere, comp. di re- con valore iterativo e cognoscere 'conoscere';

  • arricettà letteralmente rassettare, ma qui toglier di mezzo, dare sistemazione; voce verbale: infinito del verbo arricettà/are etimologicamente denominale derivato dal latino ad +receptum del verbo recipere = raccogliere, sistemare;

  • ccisto letteralmente petrolio, ma qui per traslato furbesco: vino; etimologicamente la voce cisto che alcuni forse più acconciamente usano scrivere scisto prendendo per buona una derivazione etimologica dal latino schistu(m) che è dal greco skhistós del verbo skìzein = dividere, ma (se si eccettua un tenue legame con la voce toscana scisto di uguale etimo e che identifica una roccia metamorfica che contiene minerali lamellari o fibrosi disposti in piani paralleli e che perciò si sfalda, si divide facilmente e dalla quale, forse scaturisce il petrolio),francamente non riesco a cogliere il nesso tra il petrolio ed il verbo dividere! per cui penso che sia più percorribile, quanto all’etimo, la strada che unisce cisto, ( scritto perciò senza alcuna s d’avvio) , all’aggettivo croato cist = netto, pulito atteso che un tempo il petrolio fu usato ed ancora talvolta lo è, oltre che quale fonte d’illuminazione, anche come liquido smacchiante e/o detergente;

  • carsèlla o talvolta, con assimilazione popolare cassella letteralmente lume a petrolio, ma qui per traslato furbesco: stomaco ed estensivamente testa, persona; voce derivata dal nome di Bertrand-Guillaume Carcel - orologiaio francese (ca. 1750-1812), inventore di un tipico lume ad olio di colza poi a petrolio usata normalmente per illuminazione domestica tra la fine del 1700 e la prima metà del 1800.

E qui faccio punto.

RAFFAELE VIVIANI – GUAGLIONE

Questa volta, per illustrare alcune parole della lingua napoletana, mi servirò di una poesia di Raffaele Viviani, illustre ed apprezzato poeta, commediografo ed attore del teatro partenopeo; egli nacque a Castellammare di Stabia il 10 gennaio del 1888 da famiglia povera, il padre, Raffaele, fu cappellaio e poi vestiarista teatrale e la madre una umile e squattrinata casalinga. Ad appena 4 anni e mezzo fece il suo esordio (indossando un minuscolo frac, confezionatogli da suo padre) in un teatrino di marionette sito in Napoli nella via Foria(strada limitrofa del centro storico, frequentata ed abitata da operai e medio- bassa borghesia, abituati a frequentare quei piccoli e rabberciati teatri di cui pullulava la strada e quelle adiacenti), di proprietà di Aniello Scarpati. A soli dodici anni Raffaele, rimasto orfano del padre, piombò in un profondo stato d'indigenza e si dovette accollare il gravoso compito di badare alla madre ed alla sorella Luisella. La tragicità della condizione familiare di Papiluccio traspare, in maniera straziante, dall'opera autobiografica La Boheme dei comici che egli scrisse nel 1930. Negli anni seguenti divenne uno dei maggiori esponenti della drammaturgia napoletana,e son da ricordare, tra le sue più belle opere: 'O vico, Tuledo 'e notte,’O sposarizio, Circo equestre Squeglia, I pescatori e la notissima Morte di Carnevale. Si spense il 22 marzo del 1950 a Napoli nella sua casa del Corso Vittorio Emanuele II (la magnifica strada panoramica che – a mezza costa della collina del Vomero - fu aperta per volere del re Borbone Ferdinando II col nome di C.so Maria Teresa, poi per opportunismo politico mutato in C.so Vittorio Emanuele II in omaggio al 1° re della scellerata Italia unita!), e prima di morire, dopo esser stato zitto per più di 12 ore, trovò la forza di chiedere, con un ultimo sforzo e con un tenue filo di voce: Arapite, faciteme vedé Napule (Aprite (il balcone) e fatemi vedere Napoli!). La poesia, di cui mi servirò per la mia ricerca, apre la raccolta completa delle poesie di R. Viviani e si intitola: Guaglione. Eccone qui di seguito il testo completo con la relativa traduzione.

GUAGLIONE

Quanno jucavo ô strummolo, â liscia, ê ffijurelle, 

a ciaccia, a mazza e pìvezo, ô juoco d''e ffurmelle,

stevo 'int' â capa retena 'e figlie 'e bona mamma,   

e me scurdavo ô ssolito, ca me murevo 'e famma.

E comme ce sfrenàvamo: sempe chine 'e sudore!  

'E mamme ce lavàvano minute e quarte d'ore!

Junchee fatte cu 'a canapa 'ntrezzata, pe ffà a pprete;  

sagliute 'ncopp'a ll'asteche, p'annarià cumete;

p’ ‘o mare ce menàvamo spisso cu tutte 'e panne;  

e 'ncuollo ce 'asciuttàvamo, senza piglià malanne.

           'E gguardie? sempe a sfotterle, pe' ffà secutatune;           

ma ê vvote ce afferravano cu schiaffe e scuzzettune

  e â casa ce purtavano: Tu, pate, ll'hê 'a 'mparà!   

Ma manco 'e figlie lloro sapevano educà.

A dudece anne, a tridece, tanta piezz''e stucchiune: 

ca niente maje capévamo pecché sempe guagliune!

  'A scola ce 'a sàlavamo p''arteteca e p''a foja:     

'o cchiù 'struvito, ô massimo, faceva 'a firma soja.

Po' gruosse, senza studie, senz'arte e senza parte,

fernévamo pe perderce: femmene, vino, carte,

dichiaramiente, appicceche; e sciure 'e giuventù 

scurdate 'int'a ‘nu carcere, senza puté ascì cchiù.

Pur'io jucavo ô strummolo, â liscia, ê ffijurelle,  

a ciaccia, a mmazza e pìvezo, ô juoco d''e ffurmelle:

  ma, a dudece anne, a tridece, cu 'a famma e cu 'o ccapì, 

dicette: Nun pô essere: sta vita à dda fernì.

        Pigliaie ‘nu sillabbario: Rafele mio, fa' tu!          

E me mettette a correre cu A, E, I, O, U.

Eccone la traduzione:

RAGAZZO

Quando giocavo con la trottolina, alla liscia, alle figurine,

a cciaccia, alla lippa, al giuoco dei bottoni,

stavo nella maggior combriccola dei figli di buona mamma (buona lana),

e dimenticavo, al solito, di avere fame;

e quanto chiasso facevamo, sempre molto sudati:

le mamme ci lavavano continuamente!

Fionde fatte di canapa intrecciata, per lanciar pietre,

salite sui lastrici solari per innalzare aquiloni;

spesso ci tuffavamo in mare con i vestiti

e li asciugavamo tenendoli indosso, senza prender alcun malanno.

Gli agenti di polizia? Sempre a prenderli in giro, per farci inseguire,

però – a volte – ci prendevano con schiaffi e scappellotti

e a casa ci conducevano (dicendo): Tu padre, devi insegnargli (a comportarsi bene)!

ma neppure i loro figlioli sapevano educare…

A dodici anni, tredici, tanto alti e sviluppati

che (però) nulla mai comprendevamo, perché sempre (con la testa di) ragazzi

la scuola la marinavamo per la vivacità e la furia,

il più istruito, al massimo, sapeva firmare;

poi (diventati) grandi, ignoranti, senza avere un mestiere o un partito (un’inclinazione)

finivamo per perderci: donne, vino e carte

sfide cruente, litigi e giovanissimi

rinchiusi in carcere, senza poterne uscire più;

Anch’io giocavo con la trottolina, alla liscia, con le figurine,

a ciaccia, alla l