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IPOTESI SULLA CANZONE MICHELEMMÀ.
Come è riportato da tutti i testi di
storia della CANZONE NAPOLETANA, la composizione
rammentata in epigrafe, chiaramente di autori ignoti, si
fa risalire al 1600 circa prendendo a spunto la
citazione contenuta nel testo che fa riferimento alle
prime invasioni di Turchi.
Salto a pié pari la nota querelle
intorno al falso operato da Salvatore Di Giacomo che
tentò pedestremente di far risalire la composizione di
questa notissima tarantella all’estro di Salvator Rosa e
mi soffermo proprio sul titolo: MICHELEMMÀ.
Cosa vorrà mai dire Michelemmà?
La domanda non ha una risposta
univoca o ovvia avendo il detto termine suscitato varie
ipotesi; la più accreditata è che MICHELEMMÀ significhi:
Michela è mia; ma recentemente alcuni autori come
il compianto Max Vajro, il vulcanico Salvatore Palomba,
sulla scia del ricercatore Gaetano Amalfi, ipotizzano
che la parola sia un intercalare del tipo Michela e
ba un mottozzo modellato sullo schema di ‘o mare
e ba presente in altre canzoni partenopee.
Non condivido né l’una, né l’altra
opinione: la prima perché un nome chiaramente maschile (Michelelo
trasforma, ma non si capisce per quale ragione o strada
semantica in uno femminile (Michela) ed arbitrariamente
fa divenire un MA, mia con una capriola non
spiegabile.
Ugualmente non percorribile mi appare
l’opinione più nuova che, oltre a continuare con
l’equivoco del maschile fatto femminile, fa un vero
salto mortale trasformando un MA in un BA.
ancora più fantasioso,ma non comprovabile, del MIA
della prima ipotesi.
E allora?
Allora bisogna armarsi di pazienza e
seguirmi in un ragionamento.
Innanzi tutto occorrerà rammentare
che il termine MICHELE nel linguaggio napoletano non
indica solamente un nome proprio di persona, ma è usato
anche come aggettivo sostantivato di grado positivo nel
significato di sciocco, tontolone e si usa dire
eufemisticamente in luogo del becero far fesso
(ingannare), far michele.
Nel linguaggio familiare poi tale
accezione è usata dai genitori quasi a mo’ di scherno
affettuoso nei confronti dei propri figliuoli, quando
vogliono scherzare con loro ed in luogo di dire ‘o
fesso mio, lo scemo mio, dicono ‘o michele
mio.
Ciò premesso, dirò che ad un attento
esame di tutta la canzone si può ragionevolmente pensare
che si tratti di un racconto che una mamma stia facendo
al proprio figliolo
Se ci poniamo in tale ottica possiamo
giungere ad una conclusione che senza stravolgere il
sesso della persona chiamata in causa e senza capriole
semantiche, ci può condurre a dire che MICHELEMMÀ possa
essere una corruzione trascrittoria di un ipotizzabile
originario MICHELE ‘E MA’ (Michele di mamma) corrottosi
nel corso del tempo in MICHELEMMÀ.
Ipotizzo cioè che ci sia stata una
mamma che, stringendo tra le braccia un suo bambino cui
per scherzo ed affettuosamente dava bonariamente dello
sciocco (michele), gli raccontava la favola della
nascita di un’isola (ISCHIA?) ricoperta di fronzuta
vegetazione (scarola) e su tale isola sbarcassero
Turchi (Saraceni) e se la disputassero chi per
conquistarne il monte (la cimma), chi per
impadronirsi della spiaggia (lo streppone).
Questa ipotesi poggia sul fatto
accertato che una delle versioni più accreditate del
testo sia quella raccolta proprio da Gaetano Amalfi in
Serrara d’Ischia, che potrebbe essere quella stessa
Diana riportata nel testo.
26/5/2005 |
EPITETI
Tenendo dietro a quanto ebbi a dire circa la voce
locena e dintorni e che qui, per rapidità di consultazione,
riporto ( la locena pur essendo un taglio di carne
gustosissimo, è un taglio che, ricavato dal quarto anteriore della
bestia, il meno pregiato e meno costoso, è da ritenersi di mediocre
qualità, quasi di scarto, e di tutti i vari nomi con cui è connotato
in Italia, quello che più si attaglia a simili minime qualità, è
proprio il napoletano lòcena.
Etimologicamente infatti la parola lòcena
nel suo precipuo significato di vile, scadente è forgiato
come il toscano ocio ed il successivo locio (dove è
evidente l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare
avicus mediante una forma aucius che in toscano sta per:
scadente, di scarto; da locio a locia e successiva locina con
consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la
lettura, si è pervenuto a locena. Chiarito il concetto di
partenza, passiamo al significato traslato: fu quasi normale in
un’epoca: fine ‘500, principio ‘600 in cui la donna non era tenuta
in gran conto (a quell’epoca risalgono, a ben pensare, quasi tutti i
proverbi misogini della tradizionale cultura partenopea …),
trasferire il termine lòcena da un taglio di carne di scarto, ad una
donna… di scarto, quale poteva esser ritenuta una donna becera,
villana, sciatta,sguaiata, volgare, sfrontata ed, a maggior
ragione,una donna di malaffare o anche solo chi fosse una demi
vierge o che volesse apparir tale. Rammenterò che altrove, con
linguaggio più pungente se non più crudo, tale tipo di donna è detto
péreta, soprattutto quando quelle sue pessime qualità la
donna le inalberi e le metta ostentatamente in mostra; le ragioni di
questo nome sono facilmente intuibili laddove si ponga mente che il
termine pereta è il femminile di pireto (dal b. lat.:peditu(m))
cioè: peto, scorreggia che sono manifestazioni viscerali rumorose
rispetto alla corrispondente loffa (probabilmente dal tedesco
loft= aria) fetida manifestazione viscerale silenziosa,
ma olfattivamente tremenda. Va da sé che una donna che
strombazzi le sue pessimi qualità, si comporta alla medesima stregua
di un peto, manifestando rumorosamente la sua presenza e ben si può
meritare con icastico, seppur crudo linguaggio, l’appellativo di
pereta.Per completezza dirò poi che simile donna becera e
volgare, altrove, ma con medesima valenza è anche detta
alternativamente lumèra o anche lume a ggiorno atteso
che una donna becera e volgare abbia nel suo quotidiano costume
l’accendersi iratamente per un nonnulla; tale prender fuoco
facilmente richiama quello simile del lume a gas (lumera) o
di quello a petrolio ( lume a giorno) ambedue altresì
maleolenti tali quale una pereta. Ciò che vengo dicendo è tanto
vero che addirittura questo tipo di donna è stato codificato nella
Smorfia napoletana che al num. 43 recita: donna Pereta for’ ô
balcone per indicare appunto una donna… di scarto che faccia di
tutto per mettersi in mostra; ed addirittura nella smorfia il
termine pereta da nome comune è divenuto quasi nome proprio.) tento
qui di sèguito l’illustrazione degli epiteti che le popolane
sogliono rivolgersi l’un l’altra , per offendersi talvolta
pesantemente; preciso sùbito che gli epiteti di cui dirò sono
presenti oltre che sulle labbra di infime donnaccole, anche passim
negli scritti di Basile, Sgruttendio, Cortese, Trinchera ed altri.
Ciò detto, principio, augurandomi di risultare il
più chiaro possibile, anche se non esauriente, atteso che gli
epiteti – soprattutto di viva voce - possono essere molti di più,
stante la vivacità d’inventiva del popolo napoletano e soprattutto
quello plebeo;
ad litteram: pettinatrice a
domicilio ed estensivamente: pettegola, propalatrice di
notizie raccolte in giro e riportate magari corredate di
falsità aggiunte ad arte alle originarie notizie conosciute
durante l’itinerante lavoro; etimologicamente è voce derivato da
capo (testa) + il suffisso femm. di pertinenza era
(al masch.èra diventa iere (es.: ‘a salum+èra,
‘o salum+iere);
banchèra= ad litteram: venditrice al
minuto che lavora servendosi di un banco/bancone tenuto
all’aperto sulla pubblica via, venditrice che essendo in
contatto con molte persone può – come la precedente capèra
- diventar pettegola, propalatrice di notizie;
etimologicamente è voce derivata da banche plurale di
banco (che è dal germ. *bank 'sedile di legno' ) + il
suffisso femm. di pertinenza era o altrove iera ;
votacàntere = vuota-pitali quella donna
(probabilmente lercia, sporca,o pensata tale), addetta agli
infimi uffici quale quello di svuotare in mare( per solito
durante la c.d. malora ‘e chiaia(vedi altrove)) i vasi di
comodo in cui le famiglie depositavano i propri esiti
fisiologici; etimologicamente la voce votacàntare risulta
esser l’unione di una voce verbale vòta = vuota (3° pers.
sing. ind. pres. dell’infinito votà= vuotare che è un
denominale derivato dal lat. volg. *vocitu(m),
variante di *vacitu(m), part. pass. di *vacìre
'essere vuoto', corradicale del lat. vacuus 'vuoto') + il
sostantivo càntare plurale di càntaro= vaso di comodo,
pitale etimologicamente dal lat. càntharu(m) forgiato
sul greco kantharos;
vajassa = serva, fantesca ma
intesa in senso dispregiativo ; dall’arabo: baassa
attraverso il francese bajasse con la solita alternanza
partenopea b/v, da cui in italiano: bagascia = meretrice.
funnachèra letteralmente abitante,
frequentatrice di un fondaco, il fondaco(in napoletano
fùnneco) fu, dalla seconda metà dell’ ‘800, ai primi del
‘900, un locale a pianterreno o seminterrato, usato come
magazzino o come abitazione poverissima;ma anche estensivamente
un cortilaccio o vicolo cieco circondato di abitazioni da povera
gente, ed addirittura una zona poverissima ed insalubre della
città ( a Napoli ne esistettero fino ai primi del 1900, a dir
poco una settantina (tra i quali il famoso
Funneco Verde cantato da Salvatore Di Giacomo)
ubicati quasi tutti nella città vecchia segnatamente nelle zone
del Porto e Pendino e spesso detti fondaci prendevano il loro
nome da quello degli artieri che vi aprivono bottega: es:
funneco verde =fondaco degli ortolani, funneco ‘a ramma fondaco
dei ramai) con costruzioni fatiscenti e malsane; quindi la
funnachèra quale abitante o frequentatrice di un fondaco,
connota una donna di bassa condizione civile , intesa becera,
volgare, triviale;
etimologicamente voce denominale di fùnneco che è
derivato dall'arabo funduq (attraverso lo spagnolo
fùndago(con assimilazione progressiva nd>nn e variazione
di tipo popolare della gutturale dolce g con la più aspra e dura
c: 'alloggio, magazzino', che è dal gr.
pandokêion(pan=tutto, dokomai=accolgo) locanda, albergo
pubblico '+ il solito suffisso femminile di pertinenza
era;
vasciajola letteralmente abitante di
un basso locale a pianterreno o seminterrato, usato come
magazzino o come abitazione poverissima, simile al fondaco; ) e
quindi donna, di infima condizione civile , intesa becera,
volgare, triviale, incline al pettegolezzo e alla chiassata;
etimologicamente voce denominale di vascio (lat.: bassu(m))+
il suffisso lat. volg.: ariolus/la con un’ inattesa
dissimilazione totale della r;
janara catarrosa letteralmente strega
affetta da catarro e dunque sporca, lercia; di per sé la
janara= strega, megera, donna plebea brutta e malefica,
etimologicamente pare essere un derivato del nome della dea
pagana Diana(m), non manca però chi pensa ad una
derivazione da (r)janara forma metatica di irana/iranara
= granata coperta di peli di capra; catarrosa
aggettivo sofferente di catarro: un vecchio catarroso o
che rivela la presenza di catarro: tosse, voce catarrosa
denominale di catarro che è dal tardo lat. catarrhu(m),
che è dal gr. katárrous, deriv. di katarrêin
'scorrere giù;
janara cecagnòla o scazzata
letteralmente strega, megera,quasi cieca o cisposa; cecagnòla
= guercia nell’immaginario comune l’esser guercio o come il
successivo, l’esser cisposo è di persona (specie se donna)
volgare, laida, sporca, falsa ed inaffidabile, tendente alla
cattiveria; l’etimo di cecagnola risulta un deverbale di
cecà/cecare dal lat. caecare, mentre la voce
scazzata = cisposo, da scaccolare è un aggettivo da un
participio passato dell’infinito scazzà = scaccolare, liberar
gli occhi dalle caccole che formano il cispo (in napoletano
scazzimma da un lat.volgare caccita; non si può
però escludere che il verbo scazzà derivi da un basso
latino ex-cacare composto di cacare)
spernocchia =conocchia/canocchia o
cicala di mare: piccolo crostaceo marino con duro carapace,
commestibile, con corpo allungato e zampe anteriori ripiegate,
atte alla presa; per traslato donna coriacea, repulsiva,
scostante; letteralmente vale l’italiano sparnocchia;
la voce napoletana è un adattamento popolare giocoso di
spannocchia (dal lat. volg. *panucula(m), per il
class. panicula(m), dim. di panus ' con protesi di
una s intensiva) forse per la forma che ricorda quella di
una pannocchia ben accartocciata nelle sue foglie;
trafechèra letteralmente vale l’italiano
traffichina e dunque donna dedita a traffici poco onesti,
imbrogliona, intrigante; etimologicamente è un deverbale del
verbo trafechïà attraverso il sostantivo trafeca
(travaso) + il consueto suffisso femm. èra; la
voce trafechïà in primis vale (con derivazione dal
catalano trafegar)travasare il vino (da un tardo
latino: trans + faex-faecis= feccia )e quindi
estensivamente: maneggiare, esercitar traffici illeciti;
muzzecútela vale l’italiano
maldicente,malevola sparlatrice, mordace detto soprattutto
di donna che in una discussione pretende d’aver sempre l’ultima
parola; etimologicamente è un deverbale del verbo
muzzecà (morsicare, mordere anche in senso figurato) che è
forse da un basso latino *muccicare, se non dal tardo
lat. morsicare, deriv. di morsus, part. pass. di
mordìre 'mordere' con tipico passaggio rs>rz>zz.
trammèra vale l’italiano
colei che
tesse inganni, congiure, insidie,
donna inaffidabile;va da sé che la voce a margine non à nulla a
che spartire con il termine tram essendo etimologicamente
un derivato della voce trama (dal lat. trama(m) )
= macchinazione, intrigo, con tipico raddoppiamento popolare
della labiale m e l’aggiunta del suff. femm. èra;
cajòtela vale l’italiano
donna di facili costumi probabilmente voce derivata da un
lat. (foemina) *caveottula con riferimento al ristretto
covo (cavea) in cui detta femmina prestava la sua opera
mercenaria;
pernacchia da non confondere con
l’omonima voce italiana con la quale si rende il pernacchio
napoletano, cioè il suono volgare emesso con un forte soffio
a labbra serrate, in segno di disprezzo o di scherno; questa a
margine è offesa che si rivolge ad una donnaccola brutta,
ripugnante e dai modi volgari che tuttavia, nel tentativo di
farsi notare ed accettare usa agghindarsi in maniera ridondante
ed appariscente attirandosi spesso il dileggio di coloro che la
guardino, e che spesso usano nomarla pernacchia
‘mpernacchiata (donnaccola agghindata) l’etimo di
pernacchia è dal lat. vernacula 'cose servili,
scurrili'neutro plur (poi inteso femm.). di vernaculum
deriv. di verna 'schiavo nato in casa'
pirchipétola/perchipetola vale l’italiano
donna ciana, becera, donnaccola pettegola e volgare
quando non donna di facili costumi con derivazione
dell’addizione della voce perchia = perca: pesce
acquatico di scarsissimo valore con bocca grossa e ventre ampio
e floscio + petola/petula = pettegola, ciarliera; delle
medesime infime qualità: bocca grossa (come che sottolineata dal
pesante trucco), e ventre ampio e floscio, frutto del tipo di…
lavoro comportante spesso gravidanze indesiderate è accreditata
la donna di facili costumi detta
perchia spesso ciarliera e dunque
pirchipétola/perchipetola;
chiazzèra donna plebea, ciana, volgare adusa
ad urlare, vociare sguaiatamente soprattutto palam in piazza
in maniera spesso scomposta, volgare, triviale, scurrile,
sboccata, maleducata rozza, zotica; etimologicamente derivata
dall’addizione di chiazza (=piazza dal lat. platea(m)
'via ampia', che è dal gr. platêia, f. sost. di
platy/s 'ampio, largo)+ il solito suff. femm. èra
fuchèra donnaccola pettegola e volgare
adusa ad accendere metaforici fuochi, seminando zizzania,
con derivazione dall’addizione di fuoche (plurale di
fuoco che è dal lat. focu(m)) + il consueto suff.
femm. di pertinenza èra ‘mmicïata donna di facili
costumi, viziosa ; voce quasi del tutto desueta che però si
può ancora riscontrare – con intenzioni e valenza molto
offensive - nel parlato plebeo di talune cittadine dell’area
vesuviana; etimologicamente derivata dal basso latino *in
vitiata da un in (illativo)+ vitium con
stravolgimento dell’originario significato di vitium
inteso non più come errore, ma come la disposizione
abituale al male; l'acquiescenza continua agli istinti più bassi;
per il passaggio di inv a ‘mm vedi alibi
invece=’mmece, invidia=’mmidia;
scigna cacata letteralmente scimmia
sporca d’escrementi e per traslato: donna lercia,
laida,sporca quantunque tenti di apparire avvenente (tené ‘e
bbellizze d’’a scigna = avere le grazie della scimmia
pensato animale grazioso in quanto imitatore dell’essere umano)scigna
deriva dal lat. simia>simja, con un consueto
passaggio di s+ vocale a sci: (vedi altrove semum>scemo)
e mj>gn (come in cammjare>cagnà) cacata = part.
passato femm. aggettivato dell’infinito cacà/cacare =
defecare dal latino cacare;
aucellona ‘nzevosa uccellone unto
id est: donnaccola appariscente, ma sporca, lercia; aucellona
è l’accrescitivo femm. (vedi il suff. ona) del
sostantivo maschile auciello derivato da un tardo lat.
aucellus doppio diminutivo di
avis>avicula>avicellus>avuciello>auciello con tipica
dittongazione cie della sillaba ce, sillaba implicata ossia
seguita da due consonanti; ‘nzevosa= unta, untuosa e
quindi sporca, lercia con etimo da un basso latino
in(illativo) + sebosus = ingrassato, aggettivo
forgiato su sebum= grasso, in+s sfocia sempre in ‘nz e
tipica è l’alternanza partenopea b/v (vedi barca/varca,
bocca/vocca etc.;
zandraglia perucchiosa zandraglia =
donna volgare, sporca incline alle chiassate, ai litigi ed al
pettegolezzo; perucchiosa = pidocchiosa, coperta di
pidocchi,la voce zandraglia (etimologicamente dal
francese les entrailles,)indicò dapprima le donne povere
volgari e vocianti che si litigavano, alle porte delle cucine
reali o del macello situato a Napoli presso il ponte Licciardo,
le interiora e le ossa delle bestie macellate,(donde
l’espressione partenopea: va’ fa ll’osse ô ponte= vai a
raccattar le ossa al ponte, invito perentorio e malevolo
rivolto a chi ci importunasse con richieste fastidiose, affinché
ci liberi della sua sgradevole presenza, spostandosi altrove!)
interiora ed ossa distribuite gratuitamente; poi, in altra
epoca, con la medesima voce si indicarono le donne designate a
ripulire dai resti umani i campi di battaglia e/o i luoghi di
esecuzioni capitali (ed in tali occasioni queste donne
malvissute si contendevano l’un l’altra le vesti e qualche
effetto personale dei soldati o dei condannati); l’aggettivo
perucchiosa femm. metafonetico di perucchiuso vale
pidocchiosa, affetta dai pidocchi, dalle zecche, ma pure
avara, taccagna forgiato sul sostantivo perocchio
(con derivazione da un originario lat.pedis= pidocchio
attraverso un diminutivo pediculus alterato in
peduculus> peduc’lus >perocchio con la tipica
alternanza mediterranea d/r) addizionato dei suffissi di
appartenenza uso/osa;
zellósa aggettivo sostantivato femm.
metafonetico di zelluso e vale tignosa, affetta da
alopecia(in napoletano: zella) la voce a margine
etimologicamente è formata dall’addizione di zella (da un
lat. regionale (p)silla(m) dal greco psilòs =nudo,
calvo; il raddoppiamento della liquida è d’origine popolare,
(come alibi mellone<melon – ‘ntallià<in-taliare
etc. ) con i soliti suffissi di appartenenza uso/osa;
fetósa aggettivo sostantivato femm.
metafonetico di fetuso e vale fetida, poco
raccomandabile, pericolosa, sporca, lercia, che puzza; la
voce a marigine etimologicamente è formata dall’ad-dizione di
fieto (che è uno dei pochi lemmi derivati non da un
accusativo latino, ma da un nom.: foetor= puzzo) con i
soliti suffissi di appartenenza uso/osa;
mmerdósa
di per sé pur’esso un aggettivo sostantivato femm., metafonetico
di mmerduso e varrebbe in primis: sporco di
escrementi, ma sta pure per persona abietta, spregevole,
capace di qualsiasi slealtà; l’etimo risulta essere la consueta
addizione di un sostantivo con i soliti suffissi di appartenenza
uso/osa;il sostativo in questione è chiaramente mmerda
(dritto per dritto dal lat. merda(m)=escrementi umani ed
animali;
culo ‘e tiella letteralmente fondo di
padella (che per essere costantemente a contatto con il
fuoco, risulta bruciacchiato ed annerito, inteso dunque
perennemente sporco; culo di per sé culo,
sedere,deretano, ma nell’accezione a margine sta per
fondo, etimologicamente dal basso latino culu(m) che
è dal greco kolon=intestino;
tiella è la padella, teglia e
segnatamente quella di ferro con etimo dal lat. volgare
tegella(m) diminutivo di tegula (in origine
i tegami furono di argilla cotta come le tegole); da
tegella >tejella/teiella>tiella;
cacatrònele sostantivo che (intraducibile
ad litteram in quanto sarebbe caca-tuoni), indica
la donnaccola becera, sfrontata, scostumata che non si fa
scrupolo di fare trombetta del proprio posteriore
abbandonandosi palam al crepitio prolungato di rumorosi
peti.
la voce a margine è formata dall’unione di
caca (voce verbale 3° pers. sing. ind. pres. dell’infinito
cacà/cacare =defecare, dal basso lat. cacare) + il
sostantivo femm. plurale trònele = tuoni,
percosse,peti (dal basso lat. tonitru(m)>*tronitu(m)
con un suff. diminutivo atono femm. ole (lat.ulae);
cuopp’ ‘allesse cartoccio (conico) di
castagne lesse , inteso tale cartoccio bagnato e macchiato
(la buccia interna delle castagne lesse tinge di scuro la carta
con cui si confeziona il cartoccio!) e quindi lercio, sporco e
tali sono ritenute le donnaccole cui è riferito l’epiteto a
margine; cuoppo = cartoccio (conico) quanto all’etimo è
una forma masch. e dittongata del tardo lat. cuppa(m) per
il class. cupa(m)= botte, per la comunanza funzionale,
sebbene non di forma, del concetto di capienza e ricezione;
allesse plur. di allessa= castagna privata della dura
scorza esterna e bollita in acqua con aggiunta di foglie
d’alloro e semi di finocchio derivata dal part. pass. femm.
del tardo lat. elixare 'far cuocere nell'acqua, sebbene
qualcuno proponga un tardo lat. *ad-lessa(m) ma non ne
vedo la necessità;
furnacella sfunnata letteralmente
piccolo forno sfondato; va da sé che quale epiteto rivolto
ad una donnaccola con la voce fornacella non si indica
certamente il fornetto in pietra o metallo, ma furbescamente
la vulva di colei cui è diretto l’epiteto, vulva che
risultando sfunnata (sfondata) accredita la donnaccola
offesa d’esser donna di facili costumi, se non
addirittura una meretrice abbondantemente conosciuta in senso
biblico; furnacella= fornetto portatile alimentato a carbone;
nell’espressione a margine vale però per traslato : vulva
atteso che sia il fornetto sia la vulva son sede(l’uno di un
reale fuoco, l’altra di uno figurato; rammenterò al proposito
che nel parlato napoletano tra le più comuni voci per indicare
la vulva c’è quella che suona purchiacca/pucchiacca
che con etimo dal greco pýr +k(o)leacca>*cljacca sta
per fodero di fuoco; tornando a furnacella dirò che
l’etimologia è dall’acc. lat. volgare furnacella(m) che è
un diminutivo con cambio di suffisso per cui in luogo
dell’atteso furnacula(m) dim. di furnum si è ottenuto la
ns. furnacella(m); sfunnata= sfondata, rotta , consunta
part. pass. femm. aggettivato dell’infinito sfunnà = sfondare;
denominale del latino fundu(m) con protesi di una s
questa volta distrattiva;
tozzola spugnata = cantuccio di pane raffermo
ammollato in acqua, dunque donnaccola lercia, ciana,
sporca,bagnata; la tozzola essendo un cantuccio di
pane raffermo è cosa inutile, da buttar via, inservibile,
tal quale la donnaccola volgare e spregevole così chiamata;
tozzola= cantuccio di pane raffermo, tozzo; tozzola
etimologicamente forse è un diminutivo femminilizzato del lat.
tursum =gambo, da un *tursola>turzola e per
assimilazione regressiva tuzzola>tozzola; spugnata part.
pass. femm. aggettivato dell’infinito spugnà= ammollare
etimologicamente denominale di spogna= spugna che è dal
lat. spongia(m);
vrenzola spurtusata letteralmente
straccio bucato e dunque donna volgare, lercia ,
rabberciata, stracciona, raffazzonata
; di per sé la voce vrenzola nel suo significato primo di
straccio e poi in quello estensivo di persona, donna mal fatta o
mal ridotta pare che etimologicamente possa ricollegarsi ad una
brenniciola>brenciola diminutivo di un’originaria
brenna corrispondente (vedi il Du Cange) ad un basso lat.
breisna= rozza, vile,senza valore ma non manca chi fa
derivare brenna dall'ant. fr. braine (giumenta)
sterile e quindi priva di valore; spurtusata part.
pass. femm. aggettivato dell’infinito spertusà =bucare
denominale della voce pertuso =buco (dal lat. *pertusium
derivato di pertundere=bucare) con protesi di una s
intensiva.
guallecchia vale di per sé ernia
molliccia e dunque per traslato donna dappoco, volgare,
fastidiosa tal quale un’ernia molliccia quella stessa che a
Napoli è indicata oltre che con la voce a margine anche con
l’espressione guallera cu ‘e filosce (ernia corredata di
spugnose frittatine) ed infatti la voce a margine risulta essere
una gustosa forma eufemistica della voce guallera
(dall’arabo wadara =ernia) incrociata con la voce
pellecchia=pelle aggrinzita, molle e cadente ma pure
buccia sottile (ad es. di pomidoro) ( che deriva da un lat.
volg. pellicla(m) per il class. pellicula(m)
diminutivo di pellis-is = pelle, buccia); rammento pure
che la voce filoscio di cui filosce/i è il plurale
= frittata sottile e spugnosa (dal francese filoche da
fil= filo sottile;
squàcquara vale di per sé neonata,
bambina piccola e come offesa rivolta ad una donna:
flaccida, deforme,senza forze, rachitica; in effetti al di
là di imprevisti malanni costituzionali, una neonata non può
avere tutta la gagliardìa fisica di un’adulta e spesso si mostra
flaccida e senza forze; quanto all’etimo la voce a
margine risulta un deverbale di squacquarà che riproduce
in modo onomatopeico il verso della quaglia giovane ed infatti a
Napoli, nel gergo giovanile, una ragazza giovane si disse
quaglia (che è
dall'ant. fr. quaille, voce derivata dal lat. volg. *coacula(m),
di origine onomatopeica) e la piccola bambina quagliarella;
chiarchiósa pesante offesa che rivolta ad
una donna l’accredita d’esser sudicia, sporca, lordata
quando non estensivamente laida meretrice; la voce a
margine di suo è un aggettivo poi sostantivato (vedi il suff.
femm. di pertinenza osa/oso unito al sostantivo di
partenza che è chiarchio = lordura, sozzura, muco nasale
(di probabile etimo onomatopeico);
‘nfranzesata letteralmente
infranciosata, meretrice che à contratto il mal francese
cioè la lue o sifilide e dunque donnaccia da trivio;
rammenterò che un tempo la sifilide fu detta a Napoli mal
francese in quanto ritenuta malattia infettiva trasmessa
attraverso le prostitute dai soldati francesi di Carlo VIIIre di
Francia (1470-1498),che era figlio di Luigi XI e di Carlotta di
Savoia.(c’è sempre un Savoia (mannaggia a loro!)
sulla strada dei Napoletani!) , mentre in Francia fu chiamato
mal napolitaine, in quanto pensato propagato tra i medesimi
soldati dalle prostitute partenopee che già ne erano affette, e
per dileggio si usò dire di chi fosse stato colpito
dall’infezione: È stato in… Francia! Etimologicamente la
voce a margine è un’adattamento dialettale di infranciosata
che è il part. passato femm. dell’infinito infranciosare
per il più comune infrancesare (da un in illativo
+ francese).
FÀ N’ACCISO E ‘NU ‘MPISO
Ad litteram: fare un ucciso ed un impiccato
id est: minacciare una strage con conseguenze gravissime per tutti.
Reboante, antica locuzione con la quale, sia pure
solo metaforicamente, si minaccia di comportarsi in maniera tanto
violenta e spropositata da lasciare sul terreno per lo meno un morto
e ci si dichiara disponibile a subire le conseguenze di tale
omicidio, conseguenze comportanti (un tempo) la condanna alla pena
di morte per impiccagione.
acciso = voce verbale (part. pass. spesso
sostantivato o aggettivato) dell’infinito accidere o
accirere = uccidere; accidere (donde acciso)
etimologicamente si sospetta un basso latino *accidere (ad-caedere)
collaterale di ob-caedere = uccidere, ammazzare, da non
confondere con ob-cadère (donde gli italiani occaso,
occidente etc.)= andar giù, cascare;
‘mpiso = voce verbale (part. pass. spesso
sostantivato o aggettivato) dell’infinito ‘mpennere =
appendere,ed estensivamente impiccare; ‘mpennere (donde
‘mpiso) etimologicamente dal latino in(illativo) +
pendere = portare a sospensione; normale in napoletano il
passaggio per assimilazione di nd>nn.
CABIBO/CABIBBO - GABIBBO
Le voci in epigrafe son voci dialettali d’area
dell’Italia nordica dell’est ed ovest, dove indicano con valore
spregiativo i meridionali.
Per la verità, non vedo cosa ci sia di
spregiativo nella voce cabibbo! Essa voce che in ligure è: gabibu
e nel veneto-giuliano: cabibo o cabibbo (con malevolo
indurimento della gutturale d'avvio: g>c e raddoppiamento popolare
della esplosiva labiale) è un derivato dell'arabo: habìb=
amico, voce usata genericamente per rivolgersi a persona
sconosciuta, ma spesso prossima, vicina, del gergo dei soldati
africani; solo successivamente - trasmigrata nei dialetti italici -
significò: uomo scaltro e malfido e poi: sciocco,
meridionale, terrone, ma non si comprende il motivo di questa
lettura spregiativa, atteso che l'originario significato non aveva
valenza negativa, ma positiva di "amico", "caro"!
MA ADDÓ STAMMO? Â CANTINA ‘E VASCIO PUORTO? ‘O
RUTTO, ‘O PIRETO E ‘O SANGO ‘E CHI T’È MMUORTO?!
Ma dove mai ci troviamo? Nella cantina (ubicata)
giù al porto? (tra) eruttazioni, peti e bestemmie?
È locuzione usata per indicare sarcasticamente
che ci si trovi in ambienti o tra persone decisamente plebee che,
come gli avventori di quella tal bettola rammentata ,(forse quella
taverna del Cerriglio, alibi ricordata) si danno a
manifestazioni eccessivamente disdicevoli e scostumate quali:
eruttazioni, peti e bestemmie;
addó = dove, in quale luogo: avverbio
di luogo etimologicamente da un latino de ubi con successivo
rafforzamento popolare attraverso un ad del de
d’avvio;
stammo =siamo,stiamo,troviamo: voce verbale
(1° pers. plur. indicativo presente) dell’infinito stà/stare
dal latino stare;
cantina = bettola, taverna, mescita di
vini, infima osteria; etimologicamente
tardo latino canthu(m)
=angolo appartato che è dal gr. kanthós 'angolo dell'occhio'
con l’aggiunta del suffisso diminutivo inus/ina;
Puorto = voce toponomastica indicante tutta
la zona adiacente il luogo di attracco e partenza di tutti i grossi
natanti; la voce comune puorto = porto, luogo sulla riva del
mare, di un lago o di un fiume che, per configurazione naturale o
per le opere artificiali costruite dall'uomo, può dare sicuro
ricovero ai navigli; etimologicamente dal
lat. portu(m), propr. 'entrata,
passaggio', della stessa radice di porta 'porta'con
dittongazione popolare nella sillaba d’avvio;
rutto = eruttazione, aria emessa
bruscamente e rumorosamente dalla bocca con etimo dal lat.
ructu(m) deverbale del basso latino ructare
(frequentativo di erugere 'gettare fuori'), = eruttare,
emettere rumorosamente; va da sé che il sostantivo rutto qui
a margine, non va confuso con participio passato aggettivato
rutto = rotto, frantumato, spezzato che è dal verbo rumpere=
rompere;
pirete plurale di pireto= peto,
rumorosa emissione di gas intestinale; etimologicamente dal
latino peditu(m) con tipica rotacizzazione mediterranea della
D>R;
‘o sango ‘e chi t’è mmuorto! letteralmente:
il sangue di chi ti è morto; vibrante bestemmia offesa che ,
con più cattiveria ed acrimonia dell’omologa: ‘e muorte ‘e chi
t’è mmuorto (i morti di chi ti è morto id est: gli antenati
dei tuoi morti(quelli che nel dialetto romanesco sono: li
mortacci tua) chiama in causa, per maledirlo, addirittura il
succo vitale (il sangue!) dei defunti di colui contro cui si lancia
l’offensiva bestemmia; talvolta, per peggiorarla, l’offesa suona ‘o
sango ‘nfamo ‘e chi t’è mmuorto! o anche ‘o sango sperzo ‘e
chi t’è mmuorto con l’aggiunta o dell’aggettivo ‘nfamo
che è: infame, che à pessima fama, che merita il pubblico
disprezzo con derivazione dal latino: infame(m), comp. di
in distrattivo ed un deriv. di fama 'fama, buon nome';
propr.’senza buon nome’, 'che à cattiva reputazione' oppure
dell’aggettivo sperzo che è: perduto, disseminato in giro,
non più reperibile, smarrito, deverbale del latino perdere
con la protesi di una s durativa o intensiva, nel senso che
chi avesse disperso in giro , anche metaforicamente, il proprio
sangue, facendolo quasi divenir sangue perduto, irreperibile,
smarrito, meriterebbe, tal quale l’infame di cui sopra,la non
considerazione, anzi il disprezzo pubblico;
sango = sangue etimologicamente dal latino
sangue(m) da un antico nom. sanguen collaterale del
classico sanguine(m) di sanguis, attraverso un
metaplasmo popolare sangu(m)>sango;
muorto = voce verbale (part. pass.
maschile)sostantivato o aggettivato dell’infinito murí che
etimologicamente è da un lat. volg. *morire, per il class.
mori; tipica, come popolare, la dittongazione uo
dell’originaria o.
MANNÀ A LL’URMO
Letteralmente: mandare all’olmo che sta
per mandare qualcuno a far da olmo; successivamente chiarirò
il concetto; ora comincio col dire che spesso la frase in epigrafe
viene confusa e distorta in mannà all’urdemo, ma si tratta
evidentemente di un qui pro quo generato dall’assonanza tra urmo
ed urdemo e dal fatto che chi usi l’espressione mannà
all’urdemo in luogo di mannà all’urmo, probabilmente non
conosce l’origine di quest’ultima espressione e perché la si usi; la
cosa capitò inopinatamente (se non m’inganno) anche al grande Libero
Bovio che in una sua canzone, che ora mi sfugge, erroneamente
scrisse: t’aggiu mannato all’urdemo /pecché ll’urdemo ‘e ll’uommene
tu sî. che tradotto suona: ti ò mandato in ultimo perché
l’ultimo degli uomini tu sei; in tale errore probabilmente non
sarebbe incorso don Ferdinando Russo, a mio avviso il più grande
poeta partenopeo, oltre che drammaturgo, narratore e saggista,
attentissimo studioso della parlata napoletana che andava a cogliere
di persona sulle labbra dei frequentatori di infime bettole e
fondaci abitati da miseri individui adusi ad un lessico popolare
-gergale! In effetti mannà a ll’ urmo è espressione usata
nelle bettole o osterie nel giuoco chiamato a Napoli ‘o tuocco
o patrone e sotto; identico giuoco lo si fa nelle osterie
romane dove prende il nome di passatella; il giuoco si svolge
tra varî giocatori tra i quali vengono scelti un capo (patrone)
ed un vice capo (sotto) i quali decidono ad insindacabile
giudizio chi (dei giocatori) e quanto vino debba bere; spesso per
dileggio o pretestuoso motivo un giocatore viene condannato dal
patrone o dal sotto a non partecipare alla bevuta ed è
destinato a reggere il boccale del vino in favore degli altri senza
mai poterne bere; in tal caso costui si dice che è mannato a ll’urmo
ossia è mandato a far da olmo (dell’altrui bevuta)
riducendosi a comportarsi così come l’olmo, albero che nelle vigne è
piantato accanto alle viti per reggerle.
NOTA
Mi corre l’obbligo di apportare una correzione a
quanto detto precedentemente circa i versi: t’aggiu mannato all’urdemo
/ pecché ll’urdemo ‘e ll’uommene tu sî, e di ritornar la stima a
don Liberato Bovio;
pare infatti che i versi incriminati non
appartengano ad una sua canzone, ma ad una canzone di giacca (la
canzone di giacca fu un tipo particolare di composizione
poetico-musicale a fortissime tinte, spesso addirittura
granguignolesche, composizioni che venivano presentate in teatro da
un cantante che, per l’occasione, dismetteva il frac o lo smoking,
per indossare più confacenti giacche vistose che s’attagliassero
all’argomento trattato dalla canzone) intitolata: QUISTIONE ‘E
TUOCCO per i versi di un tal G. Barra e la musica del
notissimo E.A.MARIO; d’accordo i versi furono di un non
meglio conosciuto G. Barra, ma è grave che E.A.MARIO, il signor
tutto della canzone napoletana abbia lasciato correre il qui pro
quo (urdemo/urmo) e non abbia operato alcuna correzione, come
invece era uso spessissimo fare con chi gli fornisse versi per le
sue canzoni.
MUGLIERA
Il termine in epigrafe: mugliera donde
l’antico toscano: mogliera = moglie è voce molto
antica nata da un acc. di un basso latino o latino volgare, dove fu
muliere(m)= donna, prima la semplice donna in età da marito,
ma ancora nubile, poi segnatamente quella sposata, sostituendo la
più comune voce: uxor (sposa), opposta a virgo(vergine,nubile);
; la voce latina, pervenuta al napoletano attraverso un tipico
metaplasmo li>gli e dal napoletano all’antico toscano,pare
che stesse ( con sincope popolare della g e successiva
infissione della i eufonica) per il latino mulger
deverbale di mulgeo = mungo, atteso che nell’antichità
della famiglia latina, pare toccasse alle donne il compito di
mungere capre e vacche; qualche studioso pensa di collegare la voce
mulier (donde mugliera) all’aggettivo mollis =
molle, delicato, anzi quasi mollior = più delicata dell’uomo,
ma è ipotesi che mi par troppo fantasiosa.
Nota: metaplasmo: Dal lat. metaplasmu(m),
che è dal gr. metaplasmós, deriv. di metaplássein
'foggiare diversamente', comp. di metá, che indica
trasformazione, e plássein 'formare'):
nella moderna linguistica, passaggio di
una parola da una categoria morfologica a un'altra (p. e. dal
lat. foli°a, neutro pl. di foli°um, si à l'it.
foglia, f. sing)
‘NTRALLAZZO
La voce in epigrafe, voce ormai pervenuta nella
lingua nazionale (sia pure non aferizzata, ma nella forma di
intrallazzo) con particolare riferimento d’ambito
socio-politico, è voce non eccessivamente antica (risale infatti
agli anni tra il 1940 ed il 1950)ed è di origine centro-
meridionale: Abruzzo, Campania, Silicia; attualmente significa:
imbroglio, raggiro, intrigo, ma originariamente stette per:
scambio illecito di beni o di favori e con le voci:
‘nderlacce (abruzzese), ‘ntrallazzu (siciliano) e appunto
‘ntrallazzo o anche ‘nterlazzo (napoletano) si
identificò dapprima il mercato o borsa nera e solo per
estensione
l’ imbroglio, il raggiro,l’intrigo dapprima quelli generici,
poi segnatamente – complice il linguaggio mediatico – quelli
d’ambito socio-politico.
Di non tranquilla lettura l’etimologia della voce
a margine; dai più si pensa ch’essa derivi dal sicil. 'ntrallazzu
'intreccio, intrigo', a sua volta deriv. del lat. volg. *interlaceare,
comp. di intra 'tra' e laqueus 'laccio', ma – pur non
potendo negare un’ evidente somiglianza tra il siciliano 'ntrallazzu
ed il napoletano ‘ntrallazzo penso che per il partenopeo,
più che ad un prestito siciliano, si possa risalire ad un antico
tramite catalano: entralasar o anche un antico francese:
entralacer ; sia il verbo catalano che quello francese furono
forgiati sul precennato lat. volg. *interlaceare, comp. di
intra 'tra' e laqueus 'laccio'e valsero: impaniare,
intralciare, avviluppare donde il significato di azione che si
manifesti in un imbroglio, raggiro,’intrigo; va da sé che il
mercato/borsa nera configuri il medesimo imbroglio,
raggiro,’intrigo.
A questo punto non ci resta che discutere se sia
stato il napoletano o il siciliano a cedere alla lingua nazionale il
vocabolo in esame; ma sarebbe questione di lana caprina nella quale
è inutile e pericoloso addentrarsi ed io evito di entrarvi.
TOTONNO ‘E QUAGLIARELLA
Il destro, questa volta, per talune note
linguistiche su voci della lingua napoletana, me lo fornirà il testo
di TOTONNO ‘E QUAGLIARELLA una delle più vivide e dense
composizioni poetiche di Giovanni Capurro, il famosissimo
poeta autore dei versi de ‘O SOLE MIO la canzone che musicata
(1917) da Eduardo Di Capua (1865 – 1917) porta ancora bellamente in
giro per ilmondo, a circa un secolo dalla sua nascita , la voce e
l’emblema di Napoli. Il testo di Totonno ‘e Quagliarella fu
scritto da Giovanni Capurro nel 1919, e musicata
subito da Francesco Buongiovanni, fu interpretato per la prima volta
da Peppino Villani (Na 1875 – Roma 1944, cantante ed attor comico
famosissimo in quegli anni) e in questa canzone c’è una filosofia un
po’ amara ma realistica sull’ esistenza umana, ma tuttavia si
avverte in essa una morale positiva ed un’energia vitale. Il
protagonista Totonno, è infatti un ubriaco filosofo che sebbene
abbia subìto diverse sventure, non si abbatte, ma si accontenta di
quel poco che la vita gli offre e, di fronte alle innumerevole
difficoltà dell’esistenza, adotta la tecnica "dell’arrangiarsi",
che poi è una concezione di vita tipicamente napoletana. Secondo un
aneddoto Capurro scrisse la canzone Totonno ‘e Quagliarella
dopo aver conosciuto un singolare avventore in una taverna di
Napoli, il quale mostrava degli atteggiamenti un po' strani.Còlti ed
annotati detti atteggiamenti, Capurro li riportò in versi amari e
ricchi di umanità, versi che Francesco Buongiovanni rivestì di note
che si prestavano ai recitativi di Peppino Villani e
più ancora dell’immenso Raffaele Viviani (C/mare Na 1888 – Na
1950) che dal 1920, anno della morte di G. Capurro, fece di
Totonno ‘e Quagliarella uno dei suoi cavalli di battaglia. Prima
di riproporre il testo e la traduzione della canzone, annoterò
brevissimamente qualche dato degli autori.
CAPURRO GIOVANNI - Napoli, 5 febbraio 1859 - 18 gennaio 1920.
È il poeta, come ò ricordato dell'immortale 'O sole mio, la
canzone che sta alla pari con poche altre come l'universale
Marechiare del Di Giacomo o come la struggente Chiove di
Bovio ed è canzone che, forse, nel confronto, à accenti più umani,
se non più descrittivi e pittorici. Ma pur vantando successi
clamorosi, non ebbe la fortuna che avrebbe meritata.
Visse in ristrettezze finanziarie per tutta la vita e le sue
bellissime poesie videro la luce a distanza di ben trent'anni dalla
sua morte...
Gli nocquero, certo,(come giustamente à scritto qualcuno) l'innata
modestia, il suo considerar poco quel molto che gli sgorgava dal
cuore e dal cervello, il ritenere l'Arte - com'è difatti - qualcosa
di troppo alto ed inaccessibile. Ma Capurro era nell'arte, senza
saperlo; era un poeta vero, senza nemmeno intuirlo, forse per quel
rispetto - come allora usava - per tutto ciò ch'è puro e ch'è bello,
ed à il fascinoso nome di Poesia.
Per trent'anni circa appartenne alla famiglia del giornale Roma;
vi fu assunto da cronista, poi fu critico teatrale e, negli ultimi
anni di sua vita, impiegato amministrativo. Era un brillantissimo
frequentatore di salotti ove cantava, suonava il pianoforte e faceva
spassose imitazioni.
I successi:
In dialetto: ‘A vongola (1892), Cutignè, cutignì, cutignà
(1892), Carmela 'e San Sivero (1894), 'E tre chiuove
(1894), A tossa (1895), 'E cataplaseme (1895), 'O
guaglione 'o speziale (1895), A misturella (1896),
Chitarra mia (1896), 'E zzite cuntignose (1896), 'O
pizzaiuolo nuovo (1896), 'O presidente (1896), 'O
sculariello - v. e m. - (1896), A sciantosa (1897),
Quanno ll'ommo va a marcià (1897), 'O sole mio (1898),
Vòtate 'a cca e ggirate 'a llà (1900), Palomma mia
(1901), A vennegna (1902), Zi' Carulina (1902), Nun
saccio spiegà... (1904), Quanno mammeta nun ce stà!
(1904), Lilì Kangy (1905), Ammore che gira (1907), Così,
com'è (1907), A capa quanno 'a miette? (1908), Eh?
(1908), Il disperato eccentrico (1908), A zarellara
(1909), Addò ce mette 'o musso Margarita (1910),
Perì-pperò (1912), 'O napulitano a Londra (1915),
Totonno 'e Quagliarella (1919), ed altre.
In lingua: Fili d'oro (1912).
FRANCESCO BUONGIOVANNI, Napoli 1872 – ivi
1940 musicista napoletano, compositore di moltissime famose canzoni
napoletane. Lavorò in coppia con i più mportanti poeti napoletani da
Di Giacomo a Capurro a Califano a Bovio e ad altri.
I successi:
Zi' Carulina, 1902, musicata su versi di
Giovanni Capurro Napoli1859 -ivi, 1920, editata da Casa
Editrice Ferdinando Bideri Napoli.
Totonno 'e Quagliarella, 1919, Casa
Editrice Ferdinando Bideri diNapoli versi di Giovanni Capurro
Mandulinata a mmare, 1915, pubblicata
da Casa Editrice Gennarelli di Napoli, su versi di Aniello Califano,
(Sorrento 1870 - Napule1919).
Lacreme napulitane, 1925, musicata su
versi del poeta Libero Bovio, (Napoli 1883 -ivi,1942).
ed altre minori.
Rammentati, per sommi capi, gli autori e le loro
opere, riporto qui di seguito il testo che ci occupa, corredato
d’una traduzione quasi ad litteram;
Totonno ‘e Quagliarella
versi di Giovanni Capurro (1859 -1920) – musica di
Francesco Buongiovanni (1872 -1940)
pubblicata nel 1919
Facite comm'a mme, senza timore:
cufféjo pure 'a morte e 'a piglio a rrisa...
Io so' cuntento meglio 'e nu signore
pecché tengo una faccia e una cammisa...
E quanno metto 'a lengua 'int'ô ppulito,
che ne facite 'a lengua 'e nu paglietta!?
Embè, quanto stimate 'a palla 'e vrito,
chi vo' stà bbuono, à dda sapé 'a ricetta!
Si ll'ommo tutt''e cchiacchiere
vulesse sentí dicere,
quanta fasule e cícere
se mettarría a scartá!
E si tenite 'a freva,
lassáte stá 'o cchinino...
Addó sta 'o mmeglio vino,
jatelo a ppigliá llá!
Ce steva ‘nu scarparo puveriello,
chiagneva sempe ca purtava 'a croce...
'A sciorta lle scassaje 'o bancariello
e pe se allamentà...perdette 'a voce!
Quann' è 'a staggione, vaco ascianno sulo
’na bbona fritta 'e puparuole forte...
’Nu piezzo'e pane, 'nzieme a ‘nu cetrulo,
e 'o riesto, 'o vvotto dint'â capa 'e morte!
Che tengo 'e figlie o aggi''a penzá ô pesone?
I' faccio ogne arte e ghièsco p''a campata!
Si è p''a lucanna, sott'a nu bancone,
se dorme frisco e puó passá 'a nuttata...
Riguardo ô ttaffiatorio,
mm''a scorcio bona 'a máneca
e addó se trova 'agliáneco,
truvate sempe a mme!
Menammo tutto a bbuordo
fintanto ca se campa:
Dimane, forze, 'a lampa
se putarría stutá...
Che brutta cosa ch'è a tirá 'a carretta
quanno nisciuna mano vótta 'a rota!
Nun sèntere cunziglie, nun dá retta,
ca senza ll'uoglio chella nun avota!
Pe' spartere aggio avuto quacche botta
ma nun mme sóngo miso maje paura!
na vota, 'int'a n'incendio a Forerotta,
salvaje, 'a dint' ô ffuoco, ‘na criatura...
Quann'i' so' mmuorto, ll'ànn''a aizá 'sta crapa!
Nisciuno chiagne, manco p''o mumento...
Ll'esequie è bello e pronto: 'ncapa e 'ncapa
e vaco â sala e Ricanuscimento!
Quann'è fernuta ll'opera,
pezzente o miliunario,
s'à dda calá 'o sipario
e s'à dda arricettá...
Pe cchesto, 'o servo vuosto
Tatonno 'e Quagliarella,
'o ccisto 'int'â garsèlla,
nun s''o ffa maje mancá...
E quanno 'o libbro mio sarrá fernuto,
nisciuno diciarrá si è bello o brutto...
Ma, primma 'e ve dá ll'urdemo saluto,
ne voglio n'atu litro...'e chell'asciutto!
traduzione
Fate come me: senza paura
prendo in giro anche la morte e le rido (in viso)…
io sono contento più di un signore
perché ò una (sola) faccia ed una (sola) camicia…
E quando mi metto a parlar bene,
non c'è paragone con il parlare di un avvocato!
Ebbene, per quanto stimate la sfera di vetro (cioè: per
quanto credete nel futuro),
chi vuole star bene, deve sapere la ricetta!
Se l'uomo tutti i pettegolezzi
volesse ascoltare,
quanti fagioli e ceci
dovrebbe scegliere!
E se avete la febbre,
lasciate perdere il chinino…
dove c'è il vino migliore,
là andate a prenderlo!
C'era un ciabattino poveretto,
piangeva sempre che portava la croce…
La sorte gli ruppe il banchetto
e per lamentarsi… perse la voce!
Quando è l'estate, vado cercando solo
un’ abbondante frittura di peperoni forti…
un pezzo di pane, insieme ad un cetriolo
Ed il restante lo caccio in gola!
Forse che ò figli o devo pensare alla pigione?
Io faccio tutti i mestieri ed esco al mattino (adattandomi ad ogni
lavoro )per vivere!
Se è per l'alloggio, sotto un banco,
si dorme al fresco e puoi trascorrere la notte…
Per quanto riguarda il bere
ripiego bene la manica ( cioè: sono sempre pronto)
e dove c'è il miglior vino,
mi trovate sempre là!
Buttiamo tutto a bordo (cioè: mangiamo, beviamo e cogliamo il
giorno che passa) finché si vive:
Domani, forse, il lume (cioè: la vita)
potrebbe spegnersi…
Che brutta cosa è tirare il carretto
quando nessuna mano spinge la ruota!
Non ascoltare consigli, non dar ascolto,
che senza l’olio quella non gira!
Per dividere i litiganti ò avuto qualche percossa
ma non ò mai avuto paura!
una volta, in un incendio a Fuorigrotta,
salvai una bambina dalle fiamme…
Quando sarò morto, dovranno togliere questa carcassa!
Nessuno piangerà, neanche per un momento…
I funerali sono già pronti:
portato a braccia
finirò nella sala di Riconoscimento (perché probabilmente
morirò per istrada).
Quando è finita l'opera,
povero o milionario,
si deve abbassare il sipario
e si deve rassettare…
Per questo, il vostro servo
Tatonno 'e Quagliarella,
l'olio nella lampada,
non se lo fa mai mancare…
E quando il mio libro sarà finito,
nessuno dirà se è bello o brutto…
Ma, prima di darvi l'ultimo saluto,
ne voglio un altro litro… di quello asciutto(vino rosso secco e
gagliardo) !
Cominciamo ora a soffermarci sulle singole parole
o espressioni;
(etimologicamente dal lat.
timore(m), deriv. di timìre 'temere'):sentimento di
ansia, di apprensione, di incertezza che si prova davanti a un
pericolo o a un danno vero o supposto; preoccupazione,
trepidazione, ma anche e qui sentimento di rispetto e
soggezione; da notare che la voce timore, non è
napoletana, ma toscana e probabilmente fu presa a prestito da
Capurro solo per potere acconciamente rimare con il successivo
signore; in pretto napoletano per esprimere i medesimi
concetti suindicati per timore, s’usa il termine paura
che è rifatto su un acc. latino pavore(m) per il tramite
d’un lat. volgare pavura(m) ed infatti talvolta in
napoletano, specie tra i bambini s’usa proprio l’antica voce
pavura in luogo di paura;
cuffejo = corbello, canzono, beffo;
voce verbale (ind. pres. 1° p. sing.) dell’infinito cuffià,
modellato quale denominale sull’arabo quffa (cesto,
corbello);
piglio a rrisa = mi faccio beffe di
qualcuno, ridendogli in viso: risa (da un basso lat. risa
neutro plurale ricostruito e poi inteso femminile , deriv. di
ridìre 'ridere') vale resate= risate di scherno;
signore nel napoletano dal lat.
seniore(m), compar. di senex senis 'vecchio,
attraverso il francese seigneur; rammenterò che in
napoletano la voce signore non indica solo l’uomo in
genere, quanto l’ uomo raffinato nei modi e nei gusti, oltreché
facoltoso ed abbiente, qualità che gli consentono di essere,
come affermato dal poeta, contento, al contrario del
protagonista della canzone che certamente non è (e lo si vede
nello svolgimento delle strofe) né raffinato, nè facoltoso, né
abbiente, ma al quale basta (per esser contento ) il
possesso di una sola
cammisa = camicia; la voce napoletana è
da un acc. tardo latino: camisia(m) con tipico
raddoppiamento popolare della m; e gli basta soprattutto di
avere una sola faccia (etimologicamente da un tardo
latino facia(m) per il classico facie(m) con il
consueto, tipico raddoppiamento popolare della c) cioè a dire di
non essere un voltagabbana, una banderuola, un opportunista;
metto ‘a lengua ‘int’ ô pulito
espressione con voce verbale d’avvio (ind. pres. 1° p. sing.
dell’infinito mettere): Mettere ‘a lengua dint’ô pulito
Ad litteram: mettere la lingua nel pulito
id est: sforzarsi di parlare con ricercatezza escludendo il
dialetto e tentando di adoperare al meglio la lingua nazionale ,
ma il più delle volte, precipitare nell’affettazione, correndo
il rischio di essere ridicoli nell’errata convinzione che
l’idioma nazionale sia il migliore o il più adatto ad esprimere
i propri concetti; lengua = lingua con etimo sia
per l’italiano che per il napoletano dal latino lingua(m);
pulito= letteralmente lustro, netto, pulito, ma per
traslato e nell’espressione a margine: corretto, ricercato;
etimologicamente è un deverbale (part. passato sostantivato)
del latino polire = levigare, pulire;
paglietta letteralmente: paglietta,
piccola paglia (lat. palea(m)) tipico
copricapo originariamente da uomo, di rigida paglia intrecciata,
con cupolino alto, bordato con un’ampia fascia di seta, e tesa
breve, copricapo usato specialmente nella bella stagione e poi
moltissimo in teatro da attori comici (il più famoso fu Nino
Taranto(Napoli 1907- ivi 1986) cantante ed attore
insuperato interprete delle macchiette napoletane(canzoni
di argomento divertente e/o comico, ricche di recitativi che ne
favorivano l’interpretazione caricaturale;Taranto, su
suggerimento di Gigi Pisano (Na 1889 – ivi 1973) fecondissimo e
facondissimo autore, spessissimo in coppia con il musicista
Giuseppe Cioffi (Na 1901 – ivi 1976), indossò la paglietta
tagliando a pizzi triangolari la parte del davanti della tesa; e
la paglietta così tagliata divenne il suo segno distintivo,
imitato in seguito da altri cantanti comici partenopei; la
paglietta fu poi ai principî del 1900 il copricapo abituale di
molti giovani e non molto esperti avvocati o legulei al segno di
divenirne quasi un emblema e con la voce paglietta si
finì per indicare un avvocato cavilloso e parolaio, ma
inaffidabile in quanto non molto esperto o attento conoscitore
di codici e leggi;
stimàte voce verbale (2° p.pl. ind.
presente) dell’infinito stimà che letteralmente dal basso
latino aestimare, deriv. di aes aeris 'bronzo,
denaro'significa: avere in grande considerazione;
apprezzare molto, ma qui anche porre attenzione, pensare
con applicazione a qualcosa,
‘a palla ‘e vrito = letteralmente la
sfera di vetro, ma qui, per traslato ed estensivamente il
futuro ( quello che è d’uso esser letto nella palla di vetro
); esiste anche una seconda chiave di lettura dell’espressione
stimà ‘a palla ‘e vrito; tale seconda lettura non
considera la palla di vetro quale strumento per divinare
il futuro, ma vi vede sic et simpliciter la boccia del vino
leggendo stimà ‘a palla ‘e vrito come tenere in
considerazione il vino, ma a mio avviso, letta in questo
modo l’espressione non si presterebbe ad introdurre il
successivo chi vo’ stà bbuono à dda sapé ‘a ricetta (chi
intende stare bene deve conoscere la prescrizione) per cui
reputo più corretta l’interpretazione che parla di futuro;
palla = palla, sfera dal fr. ant.
balle, che è dal francone balla 'palla'probabilmente
forgiato sulla medesima radice del greco: bàllein, pàllein =
al latino pellere= gettare;
vrito = vetro dalla metatesi vritu(m)
del latino vitru(m) ;
ricetta = ricetta, prescrizione medica e
di qualsiasi altra natura; la voce deriva dal lat. recipe,
seconda pers. sing. dell'imp. di recipere; propr.
prendi, parola con cui anticamente era d’uso cominciar le
ricette mediche;
chiacchiere = conversazioni futuli su
argomenti di nessuna importanza, ma anche: maldicenze,pettegolezze,
dicerie; deverbale dell’infinito chiacchiarà che è voce
d’origine onomatopeico;
fasule e cicere letteralmente fagioli
e ceci, i legumi che secchi per esser cucinati occorre che
prima siano – scartati ( p.p. dell’infinito scartà
dal basso latino ex-carptare frequentativo di
ex-cerpere = cavar fuori, togliere, separare) e cioè
accuratamente scelti per potere eliminare quelli marci e non
edibili; detta operazione, che vale anche in senso metaforico,
risulta lunga e noiosa e perciò fastidiosa;
fasule= fagioli da un latino
phasèolu(m) che diede il volgare fasjolu(m)>fasolu(m);
cicere = ceci, da un lat. volg. cicere(m);
freva = febbre da un basso latino
febre(m) attraverso una forma metatica frebe(m) con
tipica alternanza popolare b>v;
chinino = in farmacologia denominazione
corrente del solfato basico di chinina e più in generale
di tutti i sali di chinina che è un alcaloide
estratto dalla corteccia di china (donde il nome a margine) ; i
suoi sali, come detto, sono usati come farmaci principalmente
contro la malaria ed altre affezioni febbrili; si ottiene anche
sinteticamente;
jàtelo = andatelo voce verbale (2°
p. pl. imperativo) dell’infinito jì = andare dal latino
ire; la voce verbale orignaria è jate: quella a
margine è addizionata del pronome lo in posizione
enclitica;
scarparo = letteralmente è il fabbricante
di scarpe, con etimo da un acc. tardo latino scarpariu(m)
derivato di scarpa (che a sua volta è da un antico
tedesco skarpa = tasca di pelle) addizionato del suff. di
pertinenza arius>aro, ma in napoletano – per consuetudine
– con la voce a margine s’indica il calzolaio, il ciabattino;
però costui più acconciamente, in napoletano è detto:
solachianiéllo (da sòla voce verbale di suolare +
chianèlla = pianella e cioè scarpa bassa e piana (composto
dal lat. planum; normale il passaggio di pl>chi);
sciorta = sorte,destino, fortuna,
ma qui più acconciamente: cattiva fortuna; sciorta è dal
latino sorte(m) dove s + vocale > sci (vedi
alibi: scemo <semum, scigna <simiam, sciacquo etc.);
scassaje = distrusse, ruppe voce
verbale (3° p. sing. pass. remoto) dell’infinito scassà =
rompere, rovinare, fracassare; etimologicamente da un basso
latino squassare (iterativo di quàtere=
sconquassare ) con la tipica protesi di una S intensiva;
bancariello = piccolo banco, deschetto,
tavolino da lavoro ma segnatamente quello del ciabattino;
etimologicamente si tratta di un diminutivo della voce banco
che è dal germanico *bank 'sedile di legno';
allamentà = lamentar(si) voce
verbale infinito etimologicamente da un Lat. tardo lamentare,
per il class. lamentari, deriv. di lamentum
'lamento' con raddoppiamento popolare rafforzativo nella sillaba
d’avvio attraverso un ad>al;
staggiona = di per sé varrebbe
stagione, ma nel napoletano è esclusivamente la bella
stagione: l’estate giusta la stringente interpretazione
dell’etimologia che è dal latino . statione(m), propr.
'luogo o tempo di sosta', con riferimento alle apparenti soste
del sole agli equinozi e ai solstizi; e quale miglior tempo se
non quello dei mesi caldi per dare una sosta al lavoro?;
ascianno = cercando voce verbale
(gerundio) dell’ infinito ascià = cercare con attenzione
ed applicazione, quasi annusando,etimologicamente da un basso
latino ad+flare che è il tipico annusare del cane, o pure
da un basso latino anxiare = ansimare, anelare;
preferisco la prima ipotesi dove è presente il suono latino
fl che dà sempre in napoletano sci (es.: flos= sciore,
flumen= sciummo etc.);
bbona = letteralmente buona
aggettivo qualificativo con etimo dal femm. basso latino bona(m)
del maschile bonu(m); da notare che la voce a
margine, spesso e qui nel napoletano dismette la sua funzione
qualitativa, per assumere quella quantitativa nel significato di
abbondante, copioso/a come capita ad es. nell’espressione
bbuono malato che non configura, come invece potrebbe
apparire, un ossimoro giacché l’espressione significa: molto
malato e non malato ed in salute!
fritta = frittura; la voce
napoletana è il part. pass. sostantivato del verbo frjere
che è dal latino frigere di origine onomatopeica;
puparuole forte = peperoni piccanti,
tipico prodotto degli orti partenopei altrove detti pure
pipere (dritto per dritto dal latino piper) forte;
la voce puparuolo di cui quella a margine è il
plurale è etimologicamente un’alterazione fonomorfologica del
latino piper= pepe per il sapore piccante dell’ortaggio;
il pu d’avvio rappresenta una tipica alterazione vocalica
in sillaba iniziale; il par deriva da un consueto giuoco
ar/er(vedi anche in italiano: notarella o
noterella sebbene notarella sia considerata meno
corretta di noterella) uolo è un consueto suffisso
diminutivo; forte = piccante, di gusto intenso e
penetrante; è dal latino forte(m);
‘nzieme = insieme, con; la voce
napoletana, tal quale quella italiana deriva da un lat. volg. *insemel,
rifacimento del class. insimul 'nel medesimo tempo;
insieme', con sostituzione di semel 'una volta' a
simul 'insieme'e con aferesi della i nella sillaba d’avvio;
vvotto = butto; voce verbale (1°
p. sing. ind. pres.) dell’infinito vuttà = buttare,
spinger giù, urtare etimologicamente dall’antico francese
bouter con tipica alternanza mediterranea b/v; qui la
voce a margine sta per assumere voracemente, mangiare di
gusto;
capa ‘e morte letteralmente è testa di
morto, teschio; ma qui vale quasi: bocca, fauci ed
anche stomaco considerando che la testa, il capo è la
sede della bocca che è il veicolo d’ogni cibo e/o bevanda;
capa forse da un basso latino *capa(m) per il
classico caput;
pesone = fitto, pigione
etimologicamente dall’acc. latino pensione(m) con sincope
della n e semplificazione del dittongo io>o, accusativo
derivato dal verbo pendere= pesare, pagare;
campata letteralmente è quel poco
necessario e sufficiente al sostentamento di un giorno;
etimologicamente voce deverbale di campà (vivere,
sostenersi) derivato dal sostantivo campo donde quasi
esclusivamente , un tempo , con il faticoso lavoro campestre, si
ricavavano i mezzi di sostentamento;
lucanna id est: locanda, albergo
economico, di modesto livello; trattoria con alloggio.alloggio
di fortuna; etimologicamente dalla locuzione lat.
(sunt) locanda '(ci)(sono) (stanze) da
affittare' (gerund. f. di locare 'affittare'), scritta un
tempo sui muri delle case da affittare; il neutro plurale
locanda fu poi inteso femminile; normale, nel napoletano
nd>nn;
bancone accrescitivo di banco
mobile spesso a forma di sedile, generalmente in legno, di varia
foggia e con vari complementi a seconda degli usi a cui è
destinato; ( etimologicamente dal tedesco bank) tali
mobili, spessissimo alti e con ripiani marmorei sono usati nei
negozi, in ispecie di generi alimentari per servir le merci agli
avventori, ed un tempo furono usati al medesimo scopo anche nei
mercati rionali ed ivi erano collocati non in un negozio, ma
sulla pubblica strada, offrendo di notte un comodo riparo a chi
non avesse dove più acconciamente alloggiare;
taffiatorio di per sé lauta e sontuosa
mangiata e bevuta, ma qui più restrittivamente lunga ed
eccessiva bevuta; la voce ; etimologicamente risulta essere
un deverbale di taffià/are verbo che fu anche nell’antico
italiano con probabile origine o da una voce espressiva taf,
o molto più probabilmente dal latino tabula attraverso il
verbo tabulare > tablare > taflare > taffiare =mangiare
ingordamente ed abbondantemente; oltre la voce a margine il
verbo taffià generò anche il sostantivo taffio= pasto;
scorcio = ripiego, scorcio voce
verbale (1° per. sing. ind. pres.) dell’infinito scurcià
= accorciare, render più corto (per solito con un taglio), ma
qui ripiegare (la manica dell’abito) per evitar di imbrattarsi;
; etimologicamente dal latino volg. *excurtiare, deriv.
di curtus 'corto';
màneca = manica dell’abito
etimologicamente dal lat. manica(m), deriv. di manus
'mano';
aglianeco è l’aglianico l’antico
vitigno dell'Italia meridionale ed il vino, rosso e di media
gradazione, che se ne ricava; etimologicamente forse dal latino
iulius >aulius>auglius>aglius'luglio'in quanto
vitigno che matura nel mese di luglio;
menammo letteralmente buttiamo
voce verbale (2° per. plur. dell’imperativo (ma qui a carattere
esortativo)) dell’infinito menà/are che letteralmente,
con etimo dal tardo latino minare, propr. 'spingere
innanzi gli animali con grida e percosse', deriv. di minae
'minacce' , vale appunto spingere innanzi, condurre ma
qui estensivamente vale ingoiare, spingere in gola, assumere
copiosamente;
bbuordo letteralmente bordo
ciascuno dei fianchi o murate di una nave o di qualsiasi
imbarcazione; la parte del fianco emergente dall'acqua: nave
d'alto bordo, con la fiancata alta; virare di..., ma
qui estensivamente sta per stomaco, corpo per indicare ad
un dipresso la parte del corpo quasi protetta da ipotetiche
murate; etimologicamente probabilmente dal tedesco o dall’arabo
bord con dittongazione mobile popolare;
lampa di per sé fiamma, ma anche
estensivamente lampada, lume ed altrove pure quantità
di vino ingollata in un’unica bevuta; qui nel testo sta per
lampada, usata figuratamente per significare la vita
ed il suo durare; etimologicamente dal nom. sing. del latino
lamp(s)-lampa(dis);
carretta è il carretto a due
ruote, per solito (se grosso) trainato da un asino o mulo o
cavallo, ma spesso, (se più piccolo e maneggevole), spinto o
tirato a mano per il trasporto di merci e masserizie; la voce
napoletana carretta o – più spesso – carrettella è
il diminutivo femminile del maschile carro che è dal
latino carru(m) d’origine gallica; da notarsi che in
napoletano s’usa la voce femminile carretta mezzo di
trasporto inteso più grosso del carretto: in napoletano
spessissimo il femminile è usato per indicare cosa o utensile
più grossi dei corrispondenti maschili (ad es.: cucchiara
(più grossa) e cucchiaro (più piccolo) tammorra
(più grossa) e tammurro (più piccolo) etc.). A margine
ricorderò che l’espressione tirà ‘a carretta in
napoletano, oltre il significato ovvio di azionare un
carretto, vale: impegnarsi a fondo per provvedere alle
necessità familiari; è da notare come il protagonista della
canzone, quantunque abbia dichiarato di non avere famiglia (…
non à figli!) si immedesima quasi nel vivere quotidiano di chi
invece abbia una famiglia e sa che è molto duro ed impegnativo
provvederne alle necessità senza l’aiuto gratuito e
disinteressato di qualcuno o delle istituzioni pubbliche (quanno
nisciuna mana votta ‘a rota = se nessuna mano spinge la ruota)
quella stessa che se non è unta (senza l’uoglio)
nun avota = non gira; nun
(negazione dal lat. non con chiusura popolare o>u
della vocale) = non; avota voce verbale (3° per. sing.
ind. presente) dell’infinito avutà = girare, voltare
etimologicamente da un latino volgare volvitare>voltare
frequentativo del classico volvere con infissione di una
a protetica popolare ed eufonica e con il gruppo ol che
seguìto da consonante > u;
spàrtere = dividere, separare e
qui probabilmente contendenti, litiganti;
etimologicamente dal basso lat. partire per il classico
partiri, deriv. di pars partis 'parte'con
arretramento eufonico dell’accento tonico e protesi della s
intensiva;
bbotta = colpo, percossa,colpo
violento dato con le mani, con un bastone o altro: per il
vero la voce (etimologicamente da una radice onomatopeica
bott) è un prestito della lingua nazionale, ed è stata usata
con il pretestuoso motivo di rimare con il successivo
Forerotta = Fuorigrotta, quartiere periferico e popolare
della città di Napoli; in pretto napoletano i colpi, le percosse
vengono indicati con un generico mazzate o con altre più
particolari voci che già alibi illustrai;
miso maje paura letteralmente: messo
mai paura e cioè: non ò mai avuto paura, non ò mai temuto;
da notare che in napoletano s’usa il verbo mettere
(etimo: lat. mittere di per sé 'mandare' e 'porre,ma pure
mettere') di cui miso è il part. pass. quasi che
chi abbia paura, la indossi (mettere) quasi a mo’ di abito;
maje = mai (etimo: dal lat. magis con sostituzione
della g con il suono semiconsonantico di adattamento j e vocale
paragogica e semimuta); paura = paura, timore (con etimo,
come ò già detto, dal latino lat. pavore(m)> pavuram 'timore',
con sincope della v intervocalica che talvolta persiste
nel linguaggio degli adolescenti dove paura è spesso
latinamente pavura;)
aizà voce verbale infinito di aizà/are
= alzare, sollevare, tirare su (etimologicamente dal basso
latino altiare denominale di altus; in origine il
napoletano trasse da altiare> autiare con un consueto
(come visto alibi) cambio al>au; da autiare > aitiare>
aiziare >aizare donde aizà);
crapa letteralmente forma metatica di
capra (dal lat. capra(m)), ma qui per dileggio vale
bestia, cadavere
nisciuno = nessuno, alcuno
etimologicamente dal latino ne ipsum unum (neppure uno)
ne ipsum unum>ne issum unum>nessunum; ss
seguito da vocale dà sci e quindi nessunum>nisciuno;
chiagne = piange voce verbale (3°
pers. sing. ind. pres.) dell’infinito chiagnere =
piangere etimologicamente dal basso latino plangere=
battersi il petto con adattamento metatico ng>gn e
consueto passaggio di pl>chi;
esequie e cioè il corteo funebre di
accompagnamento d’una salma; etimologicamente dal lat.
exsequiae, nom. pl., deriv. di exsequi 'seguire';
propr. 'seguire (sequi) fino alla fine (ex-)',
sottintendendo 'un corteo funebre';
‘a sala ‘e Riconoscimento è l’obitorio
pubblico dove venivano trasportati coloro che fossero decessi
per istrada, sprovvisti di documenti, affinché chi li conoscesse
(amici e/o parenti) vi andasse ad operare il riconoscimento
= identificazione (etimologicamente deverbale dal lat.
recognoscere, comp. di re- con valore iterativo e
cognoscere 'conoscere';
arricettà letteralmente rassettare,
ma qui toglier di mezzo, dare sistemazione; voce verbale:
infinito del verbo arricettà/are etimologicamente
denominale derivato dal latino ad +receptum del verbo
recipere = raccogliere, sistemare;
ccisto letteralmente petrolio, ma
qui per traslato furbesco: vino; etimologicamente la voce
cisto che alcuni forse più acconciamente usano scrivere
scisto prendendo per buona una derivazione etimologica
dal latino schistu(m) che è dal greco skhistós del
verbo skìzein = dividere, ma (se si eccettua un tenue
legame con la voce toscana scisto di uguale etimo e che
identifica una roccia metamorfica che contiene minerali
lamellari o fibrosi disposti in piani paralleli e che perciò si
sfalda, si divide facilmente e dalla quale, forse scaturisce il
petrolio),francamente non riesco a cogliere il nesso tra il
petrolio ed il verbo dividere! per cui penso che sia più
percorribile, quanto all’etimo, la strada che unisce cisto,
( scritto perciò senza alcuna s d’avvio) , all’aggettivo croato
cist = netto, pulito atteso che un tempo il petrolio fu
usato ed ancora talvolta lo è, oltre che quale fonte
d’illuminazione, anche come liquido smacchiante e/o detergente;
carsèlla o talvolta, con assimilazione
popolare cassella letteralmente lume a petrolio,
ma qui per traslato furbesco: stomaco ed estensivamente
testa, persona; voce derivata dal nome di
Bertrand-Guillaume Carcel - orologiaio francese (ca. 1750-1812),
inventore di un tipico lume ad olio di colza poi a petrolio
usata normalmente per illuminazione domestica tra la fine del
1700 e la prima metà del 1800.
E qui faccio punto.
RAFFAELE VIVIANI – GUAGLIONE
Questa volta, per illustrare alcune parole della
lingua napoletana, mi servirò di una poesia di Raffaele Viviani,
illustre ed apprezzato poeta, commediografo ed attore del teatro
partenopeo; egli nacque a Castellammare di Stabia il 10 gennaio del
1888 da famiglia povera, il padre, Raffaele, fu cappellaio e poi
vestiarista teatrale e la madre una umile e squattrinata casalinga.
Ad appena 4 anni e mezzo fece il suo esordio (indossando un
minuscolo frac, confezionatogli da suo padre) in un teatrino di
marionette sito in Napoli nella via Foria(strada limitrofa del
centro storico, frequentata ed abitata da operai e medio- bassa
borghesia, abituati a frequentare quei piccoli e rabberciati teatri
di cui pullulava la strada e quelle adiacenti), di proprietà di
Aniello Scarpati. A soli dodici anni Raffaele, rimasto orfano del
padre, piombò in un profondo stato d'indigenza e si dovette
accollare il gravoso compito di badare alla madre ed alla sorella
Luisella. La tragicità della condizione familiare di Papiluccio
traspare, in maniera straziante, dall'opera autobiografica La
Boheme dei comici che egli scrisse nel 1930.
Negli anni seguenti divenne uno dei maggiori esponenti della
drammaturgia napoletana,e son da ricordare, tra le sue più belle
opere: 'O vico, Tuledo 'e notte,’O sposarizio, Circo
equestre Squeglia, I pescatori e la notissima Morte di
Carnevale. Si spense il 22 marzo del 1950 a Napoli nella sua
casa del Corso Vittorio Emanuele II (la magnifica strada panoramica
che – a mezza costa della collina del Vomero - fu aperta per volere
del re Borbone Ferdinando II col nome di C.so Maria Teresa, poi per
opportunismo politico mutato in C.so Vittorio Emanuele II in omaggio
al 1° re della scellerata Italia unita!), e prima di morire, dopo
esser stato zitto per più di 12 ore, trovò la forza di chiedere, con
un ultimo sforzo e con un tenue filo di voce: Arapite, faciteme
vedé Napule
(Aprite (il balcone) e fatemi vedere Napoli!). La poesia, di cui mi
servirò per la mia ricerca, apre la raccolta completa delle poesie
di R. Viviani e si intitola: Guaglione. Eccone qui di seguito
il testo completo con la relativa traduzione.
GUAGLIONE
Quanno jucavo ô strummolo, â liscia, ê ffijurelle,
a ciaccia, a mazza e pìvezo, ô juoco d''e
ffurmelle,
stevo 'int' â capa retena 'e figlie 'e bona
mamma,
e me scurdavo ô ssolito, ca me murevo 'e famma.
E comme ce sfrenàvamo: sempe chine 'e sudore!
'E mamme ce lavàvano minute e quarte d'ore!
Junchee fatte cu 'a canapa 'ntrezzata, pe ffà a
pprete;
sagliute 'ncopp'a ll'asteche, p'annarià cumete;
p’ ‘o mare ce menàvamo spisso cu tutte 'e panne;
e 'ncuollo ce 'asciuttàvamo, senza piglià malanne.
'E gguardie? sempe a sfotterle, pe' ffà secutatune;
ma ê vvote ce afferravano cu schiaffe e
scuzzettune
e â casa ce purtavano: Tu, pate, ll'hê 'a 'mparà!
Ma manco 'e figlie lloro sapevano educà.
A dudece anne, a tridece, tanta piezz''e
stucchiune:
ca niente maje capévamo pecché sempe guagliune!
'A scola ce 'a sàlavamo p''arteteca e p''a
foja:
'o cchiù 'struvito, ô massimo, faceva 'a firma
soja.
Po' gruosse, senza studie, senz'arte e senza
parte,
fernévamo pe perderce: femmene, vino, carte,
dichiaramiente, appicceche; e sciure 'e giuventù
scurdate 'int'a ‘nu carcere, senza puté ascì cchiù.
Pur'io jucavo ô strummolo, â liscia, ê ffijurelle,
a ciaccia, a mmazza e pìvezo, ô juoco d''e
ffurmelle:
ma, a dudece anne, a tridece, cu 'a famma e
cu 'o ccapì,
dicette: Nun pô essere: sta vita à dda fernì.
Pigliaie ‘nu sillabbario: Rafele mio, fa' tu!
E me mettette a correre cu A, E, I, O, U.
Eccone la traduzione:
RAGAZZO
Quando giocavo con la trottolina, alla liscia,
alle figurine,
a cciaccia, alla lippa, al giuoco dei
bottoni,
stavo nella maggior combriccola dei figli di buona
mamma (buona lana),
e dimenticavo, al solito, di avere fame;
e quanto chiasso facevamo, sempre molto sudati:
le mamme ci lavavano continuamente!
Fionde fatte di canapa intrecciata, per lanciar
pietre,
salite sui lastrici solari per innalzare aquiloni;
spesso ci tuffavamo in mare con i vestiti
e li asciugavamo tenendoli indosso, senza prender
alcun malanno.
Gli agenti di polizia? Sempre a prenderli in giro,
per farci inseguire,
però – a volte – ci prendevano con schiaffi e
scappellotti
e a casa ci conducevano (dicendo): Tu padre,
devi insegnargli (a comportarsi bene)!
ma neppure i loro figlioli sapevano educare…
A dodici anni, tredici, tanto alti e sviluppati
che (però) nulla mai comprendevamo, perché sempre
(con la testa di) ragazzi
la scuola la marinavamo per la vivacità e la
furia,
il più istruito, al massimo, sapeva firmare;
poi (diventati) grandi, ignoranti, senza avere un
mestiere o un partito (un’inclinazione)
finivamo per perderci: donne, vino e carte
sfide cruente, litigi e giovanissimi
rinchiusi in carcere, senza poterne uscire più;
Anch’io giocavo con la trottolina, alla liscia,
con le figurine,
a ciaccia, alla l | | |