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John Dee, matematico della corte della regina Elisabetta I d'Inghilterra (1533-1603) scrisse : "Alcune persone usano le carte per abbellire le loro sale e le loro biblioteche, altri le usano per i loro viaggi verso le terre lontane o per capire i viaggi di altri uomini... ama, prendi ed usa le carte geografiche, le mappe nautiche e i mappamondi ".

Il giudizio del matematico, oltre che far riflettere sull'importanza delle carte geografiche di tutti i tempi, è utile anche per comprendere il valore squisitamente artistico ad esse connesso.

La cartografia è una scienza antichissima, nata da esigenze di carattere commerciale, militare e politico.

Le carte più antiche avevano valore locale e servivano a definire i confini tra appezzamenti di terreni, a operare delle mappature delle proprietà agrìcole allo scopo di tassarle, a individuare dislocazioni di miniere e così via.

Con lo sviluppo della navigazione si diffuse l'uso dei "portolani", carte nautiche preziose e gelosamente conservate, su cui erano tracciate, sotto forma di reticoli, le linee di rotta (ved. foto 1 - Jean Roth compose questa stupenda carta, arricchita da disegni, a Dieppe, per inserirla nel suo "Boke of Ideography", un interessantissimo atlante portolano presentato ad Enrico VIII nel 1542. La carta è stata per molto tempo oggetto di speculazioni e controversie, poichè la gran massa di terraferma a sud di Sumatra (a nord della carta) era stata interpretata da alcuni studiosi come uno dei primi ricordi visivi dei contatti portoghesi con l'Australia. Le vivide scene e le figure colorate sembrano ricollegarsi strettamente al resoconto del viaggio che i fratelli francesi Parmentier compirono in Sumatra occidentale nel 1529. A partire dal sec. XIII i navigatori avevano cominciato a realizzare accurate carte marittime, note come portolani, che solitamente non avevano meridiani e paralleli, ma che usavano come sistema di riferimento un insieme di linee tratteggiate che indicavano le rotte per raggiungere i principali porti.).

Nel corso del Medioevo la memoria delle carte di Tolomeo (II sec. d.C.), frutto di tecniche di tipo matematico e prettamente grafico e supporto fondamentale per la conoscenza del mondo, venne persa (ved. foto 2 - Incisione di Schnitzer del 1492 ricavata dalla "Cosmografia" di Tolomeo [sec. II d.C.]. Intorno al 150 d.C. lo studioso egiziano Tolomeo produsse il suo trattato di geografia, che conteneva alcune carte del mondo. In essa veniva utilizzata per la prima volta una forma di proiezione conica basata sui precetti della matematica, con l'uso di un rudimentale reticolo di meridiani e paralleli. La Terra appare come una massa che racchiude le acque oceaniche. L'Africa orientale si salda all'Asia sud-orientale tramite una striscia di terra ["Terra Incognita", che fa dell'Oceano Indiano un mare chiuso]. Nel calcolo della longitudine c'è un errore di 11°, di conseguenza il Mediterraneo è più lungo di circa 1/3 e l'Italia è fortemente spostata nel senso ovest-est.).

foto 1

JEAN ROTH - PORTOLANO DELL'ASIA SUD-ORIENTALE

foto 2

CLAUDIUS PTOLEMY - IL MONDO

Cominciò a prevalere l'uso di carte che, nonostante il grande valore artistico, avevano scarsa funzionalità, in quanto le rappresentazioni dell'ecumene conosciuto, disegnate completamente a mano, avevano valore religioso piuttosto che geografico.

Il centro del mondo di questo tipo di carte era sempre Gerusalemme.

Nella seconda metà del '400, tramontata completamente la valenza religiosa e recuperato il carattere matematico-geografico, comparvero le prime carte stampate.

Esse all'inizio erano realizzate su prototipi costituiti da pezzi di legno (xilografie) e poi in seguito su lastre di rame (incisioni).

Il vero periodo d'oro per la cartografia si ebbe in Olanda nel diciassettesimo secolo, epoca in cui grande importanza assunsero le carte di città.

Caratteristica fondamentale di tutti i tipi di carte erano i colori, sempre molto accesi e sgargianti e nella maggior parte dei casi arricchiti da metalli preziosi come oro e lapislazzulì.

Altro elemento decorativo fondamentale era la scrittura. In principio si preferivano i caratteri grafici maiuscoli, più formali, anche se col tempo si cominciò a prediligere il corsivo, molto più elegante e flessibile. In alcuni casi le raffigurazioni venivano abbellite con gli stemmi delle famiglie aristocratiche committenti.

Nella seconda metà del diciassettesimo secolo le decorazioni, invece, erano caratterizzate da dettagli molto realistici. Le figure umane erano utilizzate come parti integranti delle mappe: pellegrini in viaggio, cartografi al lavoro o committenti impazienti.

Le persone, i loro costumi, i luoghi, la fauna, la flora, i mostruosi animali dalle origini leggendarie tipici delle carte del passato operano, in definitiva, una fusione straordinaria della storia, della geografia, delle scienze, del mito, dell'etnografia e, superando i confini dell'arte del cartografo, offrono un multiforme ma unitario riflesso del mondo conosciuto.

Dalla tavola Strozzi alla pittura di veduta

Già dai primi tempi dell'età cristiana e nel corso di tutto il Medioevo, numerosi pellegrini e studenti, spinti da motivi di carattere religioso e dalla fondazione di nuove università, hanno attraversato l'Italia, gettando le basi per la diffusione di conoscenze sempre più ampie sui luoghi visitati e sulle loro peculiari caratteristiche.

Di questo flusso di viaggiatori che, seppure marginalmente, toccava anche Napoli, si possono ricostruire le tracce solo attraverso documenti indiretti.

I "Mirabilia " che, insieme ad una serie di informazioni sui miracoli e sulle reliquie dei santi, indicavano anche gli edifici pagani e cristiani più importanti, rappresentarono, in quell'epoca, una sorta di "guida turistica"per i pellegrini in cerca di indulgenze.

Un'opera di questo tipo, gli "Otia Imperialia ", fu scritta da Gervasio di Tilury, nel 1222.

Col passare del tempo, il viaggio perse le sue connotazioni prettamente religiose per diventare già nel '400 e, definitivamente, nel '500, laico e colto.

Si cominciò a sentire, probabilmente, proprio in questo momento, la necessità di dotarsi di una serie di informazioni culturali e iconografiche specifiche, relative alle mete dei viaggi.

Le prime piante di città, in copie stampate su prototipi di legno - Il dipinto, su tavola di legno, illustra l'ingresso trionfale della flotta di re Ferdinando d'Aragona a Napoli, dopo la battaglia combattuta il 6 luglio 1465 contro Giovanni d'Angiò, al largo di Ischia. I condottieri che hanno partecipato alla battaglia a favore del re sono ricordati con estrema precisione attraverso le insegne sui pennoni delle navi. Sullo sfondo della città, raffigurata da Castel dell'Ovo fino al campanile della chiesa di S. Pietro ad Aram, una lunga fila di navi da guerra avanza nelle acque del golfo. Le galee vittoriose rimorchiano navi nemiche disarmate, prive di alberi e di equipaggio. L'estrema fedeltà con cui è rappresentata la flotta caratterizza anche la veduta della città, presa dal mare, secondo un punto di vista che permette di abbracciare uno scorcio molto vasto di panorama. II tessuto urbano è adagiato su un pendio accentuato in modo che gli edifici non siano sovrapposti. Le chiese monumentali sono dilatate nella scala usata dall'artista e rappresentate con una pseudo-prospettiva. La tecnica rappresentativa usata è l'isometria cavaliera con assi di fuga all'infinito. Si distinguono con chiarezza S. Chiara, S. Domenico Maggiore, il Duomo, Castel Capuano.), prima, e di rame, poi, corredate di numerose informazioni di carattere artistico e storico, cominciarono a diffondersi negli ambienti colti di tutta Europa.

Nell'edizione del 1490 del "Supplementum Chronicarum ", di fra lacopo Filippo Foresti, apparve la prima immagine a stampa di Napoli - Napoli, distorta nelle sue proporzioni appare come una città fortificata dominata da Castel S. Elmo. Il punto di osservazione sembra una delle torri costiere a sud della foce del Sebeto.).

Nel 1493, a Norimberga, il "Liber Chronicarum ", opera di grande impegno per il considerevole numero di tavole riprodotte, comprendeva una piccola veduta che mostrava Napoli simile ad una città del Nord - La veduta presenta una città che, con i suoi tetti spioventi e gli alti campanili, ha caratteri nordica. E' possibile, tuttavia, trarre, dall'immagine, un'impressione generale che ricorda elementi realmente presenti a Napoli. Le mura e le torri cilindriche, ad esempio, richiamano la struttura difensiva aragonese. Gli edifici, con qualche balcone e finestre bifore sormontate da un occhio, hanno forme genericamente "italiane". Per la loro particolare diversità, all'interno di un tessuto urbano indifferenziato, si distinguono tre edifici. Il primo, in basso a sinistra, di forma rettangolare illuminato da una fila di finestre archivoltate è collegato ad un'altra struttura di forma poligonale con volta a costoloni e due ordini di finestre monofore e bifore. Il secondo edificio, in alto, ha la struttura di un castello o di un monastero fortificato. Presenta due alte torri campanarie con bifore e orologio. Il terzo edificio, a destra, è una cattedrale con abside merlata affiancata da un alto campanile. Proprio con questi elementi, ricavati, forse, da appunto di viaggio, l'autore caratterizza, anche se in forma simbolica, la città.).

Tra la metà del '500 e l'inizio del '600, l'interesse del viaggiatore, fino a questo momento, di carattere essenzialmente naturalistico e paesaggistico, cominciò ad integrarsi con quello, più specifico, per la città come centro urbano in continua espansione, straordinario contenitore di numerosissime emergenze storico-artistiche.

In risposta all'esigenza di una conoscenza sempre più universale, furono pubblicate numerose opere di sintesi e di divulgazione iconografica di città. Le vedute che, nella tradizione quattrocentesca, venivano realizzate in xilografia, su matrici lignee di carattere generale che si limitavano ad "alludere" alla città con un codice simbolico, cominciarono a diventare vere e proprie piante, costruite dal vero, con le tecniche del rilievo topografico.

La "Cosmographia " di Munster del 1572 rappresentò un punto di saldatura tra la tradizione quattrocentesca e le ultime novità. L'immagine urbana, con il suo efficace linguaggio sintetico si impose all'attenzione di un vasto pubblico di collezionisti, di eruditi e di viaggiatori.

Il viaggio, intanto, considerato complemento indispensabile alla formazione del giovane nobile e dell'intellettuale, cominciò a comprendere anche Napoli e i suoi dintorni. Il legame tra viaggio e "..topograficae urbium oppidorum descriptiones " (Braun, 1572) diventò strettissimo. Nella prefazione all'Atlante "Civitates Orbis Terramai ", tra cui figurava anche una splendida immagine di Napoli, l'editore Braun loda l'esperienza del viaggiatore che più di ogni altra consente di conoscere "..diversarum gentium ritus, disciplinae, leges, mores, instituta et consuetudines ..multo accuratius quam si ea ..sola historica lecitone tractaremus ".

Da questo momento, sulla scia di numerose raffigurazioni di città, prodotte e diffuse in tutta l'Europa, in fogli sciolti, o, raccolte in Atlanti, una consistente documentazione iconografica diffuse, a livello internazionale, l'immagine di Napoli, della sua bellezza, della sua storia e delle sue "curiosità".

Vedute topografiche dal mare, da occidente, da oriente, in prospettiva, in assonometria, a volo d'uccello, imposero, sulla scena europea, l'impianto urbano le volumetrie e le composizioni architettoniche che caratterizzavano la città di Napoli. Il tratto grafico e pittorico erano spesso così significativi da conferire a queste opere una forte valenza artistica.

Proprio alla fine del '500 appartengono due particolari piante in cui sono utilizzati due inconsueti punti di "Belvedere": la veduta di Van Stinemolen dalle colline a Nord di Napoli (1582) - La città vista dalle colline settentrionali. Rilievo topografico effettuato intorno alla metà del '500. Piani visivi : Vomero, Scudillo, Sant'Elmo. Angolo visuale: 240 circa. La pianta è il risultato dell'assemblaggio di più punti di vista. L'autore, come tutti i cartografi dell'epoca, ha preso probabilmente degli schizzi dai vari punti della città e in seguito li ha ricostruiti a memoria. I punti di vista sono tre: Castel S.Elmo, lo Scudillo e il Vomero. Nel centro storico identifichiamo: S.Chiara - Donnaregina - Palazzo Sanseverino - Castel Capuano - S.Severo e Sossio - S.Caterina a Formelle - S.Sebastiano - S.Giovanni a Carbonara - S.Domenico Maggiore - S.Antonio Abate - S.Pietro a Ma]ella - Castel S.Elmo - S.Lorenzo - Certosa di S.Martino - Porta S.Gennaro - Monte Echia - Duomo - Castel dell'Ovo. II centro storico è stato ricostruito guardando la città da Castel S.Elmo. Questo lo si può capire perché l'asse immaginarìo che si può far passare tra i due decumani coincide perfettamente con gli spalti di Castel S. Elmo. Inoltre, guardati da questo punto, Castel dell'Ovo e l'isola di Capri sono allineati così come appaiono nella pianta. Il secondo punto di vista è lo Scudillo (Colli Aminei) : da qui si osservano nella loro imponenza Castel S.Elmo e la Certosa di S.Martino. Infine l'ultimo punto di vista è il Vomero, unico "belvedere" da Nord, da cui Castel dell'Ovo non risulta eclissato dal monte Echia. Gli artifici utilizzati per mettere insieme tutto il passaggio compreso tra le colline e il mare generano notevoli deformazioni del tessuto urbano. La veduta quindi è poco attendibile dal punto di vista topografico. Alcuni ambiti urbani come, ad esempio, il territorio compreso tra S.Chiara e S.Domenico Maggiore, su cui si centra la veduta dello Scudillo, sono, tuttavia, fedelmente riportati.) e la veduta da Posillipo di Hoefnagel (1578) - L'incisione, presenta una dettagliata descrizione del paesaggio napoletano. Come inconsueto punto di "belvedere" è stata scelta la collina Posillipo ad ovest di Napoli. In primo piano troviamo la grotta di Posillipo che permetteva l'accesso a chi veniva da Pozzuoli e voleva evitare il passaggio attraverso le colline. All'ingresso della grotta, scavata nel tufo, si notano due baracche in legno, da una delle quali esce un oste che ha il compito di ristorare i due personaggi in arrivo, altri personaggi, invece, si riposano. A distanza, sulla collina, un pastore pascola le sue pecore al suono delle zampogne. La città compare, nella veduta, come parte di un orizzonte più vasto che si estende dal lontano Partenio al Faito ed ai paesi della costiera sorrentina avendo al centro il Vesuvio. Si intravede il profilo di Pizzofalcone e di S.Elmo ed anche i giardini di Chiaia.).

La pianta Lafrery si impone in questo secolo come insuperabile modello cartografico - Dati tecnici - Questa pianta è un documento storico-cartografico di enorme importanza. Incisa su due lastre di rame è costruita con una scala molto alta che si conserva, almeno entro certi limiti, costante. Torrione occidentale di Castel nuovo - Abside di S.Chiara 1:6300 circa; Lanterna del Molo - Bastione del Carmine 1:6000 circa; Porta Reale - Porta Capuana 1:5900 circa. Il computo metrico eseguito su scala dà un rapporto di 100 canne napoletane (212m) per 40 mm di distanza sulla pianta. 21200 :4 = X:1 - X = 21200/4 = 5300 - Scala 1:5300. II valore della scala aumenta e si avvicina meglio ai dati descritti se, come probabile, è stata usata la canna architettonica romana. La pianta può essere considerata una rappresentazione assonometrica [punto di vista all'infinito] in cui però la veduta della città è resa più realistica come se fosse vista da un punto alto del cielo [a volo d'uccello]. Il piano del rilievo e quello dell'incisione coincidono e i dislivelli di quota sono resi con una pseudo prospettiva che crea l'impressione ottica dell' esistenza di una pianura e di un salto di altezza. Il tratteggio lungo e obliquo che caratterizza le colline da l'impressione che la luca provenga da destra. Il mare è rappresentato con una fitta punteggiatura che sarà imitata in seguito da numerosi cartografi. La novità di questa pianta è dovuta all'eccezionale rigore geometrico del rilevamento topografico e all'equilibrio con cui le varie emergenze sono rappresentate senza che prevalgano ne gli aspetti militari ne quelli religiosi.).

Intorno alla metà del '600, nacque, tra gli editori olandesi di cartografia, che si contendevano un vasto mercato internazionale, una grande competizione.

Allo scopo di sorprendere ed anticipare la concorrenza, carte sempre nuove vennero incise, stampate e pubblicate.

Parallelamente ad un mercato che sollecitava, attraverso la bellezza delle opere realizzate, l'appoggio economico delle corti o, comunque di ricchi committenti se ne andava, intanto sviluppando un altro destinato al consumo turistica In questo ambito, numerose riduzioni (25 cm. x l7,5 cm.) della pianta Lafréry o, di piante ad essa simili per impostazione cartografica, furono adattate all'illustrazione di numerosi volumi di viaggia Nel corso delle riduzioni gran parte dei dintorni veniva eliminata, per ottenere un'immagine essenziale della città, il campo topografico era rispettato ma i pieni e i vuoti (edifici e strade) risultavano alterati.

Tra le piante destinate al consumo turistico, ricordiamo quelle che si rifacevano alle edizioni Werner–Probst - II ritratto della città che va da Mergellina al ponte della Maddalena riflette il gusto dell'epoca. In alcuni tratti, infatti, sembra una città orientale. Il punto di vista è molto basso e, quindi, c'è negli edifici e soprattutto nelle cupole un'altezza esasperata.). Dalla lettura di queste piccole vedute si intuisce che l'attività dell'incisore si limitava, spesso, ad una riedizione sommaria, senza aggiornamenti urbanistici e priva di una interpretazione personale di piante, talvolta, molto vecchie. Tali prodotti, inseriti negli itinerari del viaggio in Italia, che proprio nel '600, prende il nome di Grand Tour, erano destinati essenzialmente, all'attenzione dei giovani aristocratici in viaggio di formazione e ad esperti che, vere e proprie guide moderne, cominciarono a organizzare gli itinerari in funzione degli interessi del cliente e a proporsi dietro compenso, come accompagnatori - Questa piccola pianta è inserita in un'edizione dell'Itinerario, ovvero nuova descrizione dei viaggi principali d'Italia, di F. Scoto, stampato a Padova nel 1654. Il critico Schlosser definisce quest'opera un vero e proprio "Baedeker"che vuole soddisfare solo le immediate necessità dei viaggiatori, senza alcun pregio grafico e artistico. Schlosser fa riferimento al libraio tedesco di guide turistiche stampate agli inizi dell'800 che per ricchezza di notizie e per il corredo di cartine diventarono le guide turistiche per antonomasia.).

Nel '600, anche a Napoli cominciarono ad essere stampati numerosi volumi, simili per impostazione, a vere e proprie guide turistiche.

Le opere del Capaccio (1630), del Celano (1692), del Sarnelli (1697) , con l'estrema ricchezza di particolari, di informazioni dotte nel campo della geologia, dell'idrografia, della storia e dell'arte, rappresentano, ancora oggi, uno strumento validissimo per la lettura della Napoli seicentesca.

Anche dal punto di vista cartografico si impose, in questo periodo, un modello interpretativo locale. Numerosi incisori e stampatori collocarono le loro botteghe fango la strada, ancora oggi, conosciuta col nome di San Biagio de' Librai. Di produzione napoletana è la pianta del Pettini, che rappresenta l'ultima sintesi tra vedutìsmo e cartografia planimetrica.

Così ai volumi di guida alla città, organizzati per itinerari, si aggiunsero piante generali o scorci vedutistici comprendenti punti di vista diversi. Numerose sono le pìccole vedute di Cassiano de Silva, che, insieme alla pianta del Pesche (La veduta è schiacciata in senso longitudinale tanto che il riferimento della costa verso Posillipo fa in modo che Nisida venga a trovarsi davanti a Pozzuoli. La pianta presenta una particolareggiata descrizione della città e il carattere di una miniatura. Anche le aree verdi e il carattere della vegetazione risultano delineate in modo particolareggiato, tanto che è possibile distinguere le varie essenze urbane. Fu presto destinata ad illustrare la guida del Sarnelli in una riduzione in 12°.), furono inserite nella guida di Sarnelli.

L'editoria straniera perse, così mano a mano, il monopolio della rappresentazione di Napoli (In quest'ultima carta si nota che il Vesuvio, prima dell'eruzione del 1631, è relegato in posizione secondaria ed in carte del territorio ad ampio raggio.).

Numerosi autori di tutti i paesi, cominciarono a utilizzare, per loro produzioni, materiale cartografico apparso nelle guide stampate a San Biagio de' Librai e a Toledo.

Con la pianta settecentesca del Duca di Noja, si sviluppò un nuovo razionale metodo di rappresentazione planimetrica zenitale della città e il grande vedutismo topografico fu, sempre meno, praticato.

E’ interessante notare, che l'immagine della città, anche nelle produzioni locali, come in quelle straniere, aveva sempre come elemento centrale Castel sant'Elmo, mentre rare erano le rappresentazioni in cui compariva il Vesuvio. Dopo l'eruzione subpliniana del 1631, l'interesse scientifico, le curiosità culturali da parte dei viaggiatori, le pale votive commissionate a Napoli per lo scampato pericolo, in onore di San Gennaro, cominciarono a imporre il Vesuvio come 'tòpos'.

Nel fervore tutto nuovo che fece del '700 il secolo culminante del Grand Tour, il Vesuvio diventò l'elemento centrale dell'interesse dei viaggiatori e della loro produzione artistica.

Contemporaneamente, le splendide soluzioni cartografiche classiche della città cominciarono, pian piano, a diventare memorie visive di emozioni e di stati d'animo fermati, su taccuini segreti, da schizzi a penna e a matita.

I paesaggi prendevano poi vita, in patria, nelle delicate sfumature degli acquarelli o nei pastosi colori degli oli. La lettura dei luoghi della città, spesso di raffinata bellezza, diventò sempre più interiore, idealizzata e fantastica: cominciò la storia del vedutismo pittorico; mentre i moderni strumenti di rilevazione del territorio e l'uso più sapiente delle coordinate geografiche, fecero della cartografia una storia diversa.

 

Il viaggiatore entra in Italia – L’area orientale

La pianura fuori porta Capuana, tra l'attuale via Foria, le colline di Capodichino e di Poggioreale, era chiamata, in epoca angioina e aragonese, "Campo", in quanto sede di stanziamento delle truppe napoletane.

Già in epoca antichissima in questa area erano tracciate le più importanti vie d'accesso alla città:

a) la via del borgo Loreto che collegava la porta del Carmine con il ponte della Maddalena, dove cominciava la strada per la Basilicata e la Calabria;

b) la via di S. Antonio Abate che da porta Capuana si dirigeva all'Abruzzo e a Roma;

c) la via di Poggioreale che, anch'essa attraverso porta Capuana, si dirigeva al Sannio e alle Puglie.

Questi tracciati viari, che si individuavano con chiarezza già nella pianta Lafrery, saranno , nel corso del tempo, fattori determinanti nella progressiva dilatazione della città oltre le mura orientali.

Nella pianta seicentesca del Baratta (ved. foto 3 e 4) è possibile leggere una forte urbanizzazione extra moenia rispetto al secolo precedente.

Morfologicamente quest'area appartiene alla cosiddetta "depressione del Sebeto". Fino all'inizio del '900 era coperta da fertili paludi attraversate da corsi d'acqua a lento deflusso (claniis).

In questo territorio si snodava il percorso del fiume Sebeto, che, nascendo dalle sorgenti della Bolla ai piedi del Monte Somma, scendeva fino al ponte della Maddalena dove, dividendosi in due rami, sboccava a mare.

II fiume aveva impostato il suo corso nella depressione formatasi in seguito ad un abbassamento, di origine tettonica, dell'area orientale rispetto al livello della Terra di lavoro. Il corso del Sebeto, che un tempo alimentava numerosi mulini, è oggi un collettore fognario individuabile al di sotto di via Argine.

L'ingresso alla città murata, per chi proveniva da Roma, richiedeva il passaggio attraverso il borgo di S. Antonio Abate che aveva trovato, a partire dal '300, il suo centro di coagulazione intorno alla chiesa omonima.

Infatti, fino al '700, il passaggio attraverso via Foria era precluso da un corso d'acqua a carattere torrentizio che raccoglieva le acque di dilavamento collinari convogliandole, attraverso l'attuale via Arenaccia, fino al mare.

A destra, il dolce degradare delle colline di Miradois, di Capodimonte, del Vomere, di Posillipo accoglieva il viaggiatore, che, a sinistra, dall'alto della collina di Capodichino, a perdita d'occhio poteva cogliere, in tutta la sua estensione, il territorio delle Paludi: mulini, case sparse con orti recintati, tenute di caccia, e, al termine di una strada alberata, abbellita da numerose fontane, la villa aragonese di Poggioreale.

Questa villa fu iniziata nel 1487 da Ferrante d'Aragona, all'epoca ancora principe ereditario col nome di Duca di Calabria.

Nelle piante Baratta e Stopendael la villa appare circondata da un parco in cui si possono distinguere fontane, vasche e la tessitura ordinata dei giardini, secondo il modello tipico del giardino all'italiana.

Nel '700 Io stradone di via Foria fu sistemato, le acque vennero incanalate lungo via Carbonara, fu costruito l'albergo dei Poveri e si creò un nuovo accesso alla città (ved. foto 5 - Questa veduta settecentesca, realizzata per celebrare il trionfo di Carlo III d'Asburgo, è l'ultima che utilizza il ponte della Maddalena come punto di vista sullo scenario della città. In basso Carlo III, sceso da una biga, offre, sotto lo sguardo di Ercole, un ramo di alloro al conte Daun che ha sconfitto le truppe spagnole del viceré di Vigliena. Al centro, la popolazione festante incontra i vincitori mentre i notabili della città offrono al re le chiavi di Napoli. La veduta della città con le mura abbassate verso sud è in parte coperta da una ricca panoplia decorativa di gusto rococò.).

Nella pianta del Duca di Noja si leggono con molta chiarezza tutti gli elementi di queste trasformazione.

foto 3

PIANTA BARATTA - SEC. XVII

foto 4

PIANTA BARATTA - PARTICOLARE - SEC. XVII

foto 5

DECKER - CORVINUS - WOLFF - AUGUSTA - 1737

La città dentro le mura

Sospesa tra miseria e grandezza, l'immagine di Napoli ha vivamente stimolato, nei secoli, l'interesse dei viaggiatori attraverso soluzioni urbanistiche sempre nuove.

Le esigenze dettate dal progressivo aumento della popolazione, la necessità di organizzare in modo sempre più razionale le aree urbane, il rinfittirsi degli scambi commerciali e, infine, i progetti di abbellimento che competevano alla città, quale capitale del Regno, hanno determinato una serie di cambiamenti che di cui resta traccia visibile nell'iconografia di Napoli.

Gli interventi urbanistici, di epoca bizantina, ducale, normanno-sveva, angioina, aragonese, vicereale, borbonica, risultavano chiarissimi, già nel passato, a chi analizzava e confrontava le vedute topografiche che circolavano in tutta l'Europa. Tanto che, anche nello spazio ristretto di una stanza, coloro che le consultavano potevano, in un viaggio immaginario, partecipare al flusso di conoscenze che tanto ha arricchito i viaggiatori del Grand Tour.

Davanti agli occhi attenti di chi entrava in città, idealmente o attraverso l'esperienza diretta, risultava evidente la progressiva espansione della città. Nel tempo, infatti, aree urbane sempre nuove si erano sviluppate intorno al centro antico, prima in direzione del mare, poi verso oriente ed, infine, verso occidente.

Al fitto reticolato delle strade del centro greco-romano si erano aggiunte già in epoca angioina, estese aree dalla struttura viaria tipicamente medioevale nella zona del Mercato e di Castel Nuovo.

Dalla porta del Carmine fino a Castel Nuovo si susseguivano l'area del mercato con le sue concerie, le logge straniere dei genovesi, dei pisani, dei fiorentini, dei catalani insieme alla fitta distribuzione delle botteghe dei conciatori di pelle, dei sellai, degli armaioli.

La bellezza dei palazzi e dei giardini, l'importanza delle fabbriche religiose andava affermandosi su distretti cittadini sempre diversi mano a mano che la corte si spostava da una reggia all'altra e in relazione ai legami che i vari regnanti stabilivano con la chiesa di Roma.

Il controllo esercitato dal poter centrale, richiamando entro le mura, con una serie di vantaggi fiscali, i nobili feudatari, favoriva il moltiplicarsi in ogni punto della città di nuovi palazzi nobiliari. Nel tempo, verso occidente, i numerosi casali sorti sulla collina di Posillipo avevano finito col determinare rimpianto di una nuova struttura viaria.

Lo straniero che visitasse l'area dell'attuale via Toledo poteva individuare già nel '500 il nuovo polo militare nell' intero quartiere costruito per le truppe spagnole. La rocca fortificata di Castel S. Elmo, scavata nella collina tufacea di San Martino, dominava la città e costituiva l'estremo confine della cinta muraria.

Per antichissima tradizione, la città era divisa in sedili, antiche circoscrizioni in cui la popolazione, per motivi di carattere fiscale e per la ripartizione dei privilegi, era rigidamente domiciliata. Ogni sedile comprendeva un'area della città ed era, contemporaneamente, un edificio a porticato riccamente ornato in cui si riunivano i cittadini appartenenti a quella determinata area urbana per discutere di affari commerciali e politici. In questi edifici venivano, inoltre, eletti i rappresentanti del Tribunale di San Lorenzo.

I sedili erano sei: Nido, Capuana, Montagna, Porto, Portanuova, Sedile del Popolo. Ciascuno di essi aveva un proprio stemma di cui ancora oggi resta memoria sul campanile della chiesa di San Lorenzo, antica sede del Tribunale cittadino.

Con la sua semplicità, la veduta del Munster (ved. foto 6) consente di isolare con chiarezza il sedile di Nido e di Capuana.

Di questi stessi e infiniti altri minuziosi particolari sono ricchissime tutte le antiche vedute; in particolare quelle del Lafrèry (ved. foto 7 e 8), del Baratta, del Duca di Noja, restano le più consultate per una lettura circostanziata delle trasformazioni urbanistiche della città di Napoli nel corso dei secoli.

Questi antichi e affascinanti documenti, scacchiere ideali per gli spostamenti nello spazio dei viaggiatori del passato, ci uniscono ad essi come un ponte in uno straordinario viaggio nel tempo.

foto 6

S. MUNSTER - BASILEA - 1572

INCISIONE SU LEGNO - 132 x 180

foto 7

PIANTA LAFRERY - 1566 - INCISIONE SU RAME

Struttura viaria ippodamea e medievale

foto 8

PIANTA LAFRERY - 1566 - INCISIONE SU RAME

Prof.ssa R. Di Costanzo

 


   

 

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Ultimo aggiornamento:  05-04-07