La Grecia micenea o achea dei secoli
XVI-XII a.C. viene comunemente equiparata alle formazioni statali
dispotiche d'Oriente, ad essa coeve (Assiria, Babilonia, Egitto, il regno
Hittita). Molti tratti, in effetti, sono comuni: un forte potere
monarchico, grande proprietario terriere, supportato dall'esercito e da
funzionari statali; vasti territori soggetti a sfruttamento, sotto il
controllo universale di una contabilità burocratica, ecc.
Tuttavia, nella società greca più
antica vi erano anche delle caratteristiche non riscontrabili in alcuna
società orientale. Si pensi, ad es., al rapporto tra Micene (principale
capitale del mondo acheo) e le altre città minori, ovvero il suo re
(simile all'Agamennone dell'Iliade) e i principi di rango inferiore (come
i vari Menelao, Ulisse, Achille...).
In Oriente esisteva una grande
differenza fra i monarchi veri e propri, che si consideravano alla stregua
di "fratelli", e gli altri potentati, giudicati dei vassalli o "figli" del
re. Quest'ultimi dovevano al loro "padre" la subordinazione politica, il
tributo economico, l'aiuto militare e la collaborazione diplomatica.
Certo, anche i re micenei avevano una
grande autorità. Basti pensare che Micene e Tirinto (altra residenza
reale) erano le due uniche città fortificate da cinte imponenti, mentre le
altre città ne erano quasi prive, a testimonianza della loro inferiorità.
Inoltre lo stile miceneo dominava le arti e i mestieri di tutta la Grecia.
Nondimeno l'autorità sovrana dei
micenei era fondata più sulla leadership morale che non sul dominio
economico o sulla forza militare. Nessun tributo venne mai pagato a Micene
da altre città. Tra i documenti ritrovati a Pylos, vi è una lettera del
XIII sec. a.C. che il re hittita aveva scritto, con tutta la deferenza
possibile, al re della Grecia achea, per chiedergli l'estradizione di un
vassallo ribelle. Ebbene, il re acheo -come si evince dal documento-
mostrava di non avere il potere di obbligare i propri sudditi, presso i
quali il fuggiasco s'era rifugiato, a estradarlo. Egli al massimo poteva
raccomandarli di consegnarlo, ma non forzarli, come invece si aspettava il
re hittita.
Questo rispetto della dignità
dell'individuo, del suo libero arbitrio, benché riguardi ancora una
ristretta cerchia di aristocratici, costituirà più tardi una
caratteristica fondamentale della struttura politico-sociale della polis.
In fondo l'universo dell'Iliade, che rispecchiava la tradizione micenea,
era dominato da una sorta di "cultura cavalleresca", del tutto estranea al
centralismo assolutistico.
La polis era un tipo di
organizzazione socio-politica formatasi nella Grecia e nella Roma antiche.
Essa si fondava sulla sovranità economica e politica della comunità dei
proprietari e dei liberi produttori, cittadini appunto della polis, e la
sua organizzazione si estendeva all'intero territorio. Tale sovranità
implicava, per ogni cittadino, la possibilità (e spesso anche l'obbligo)
di partecipare, con l'uso del voto nelle assemblee popolari, alle delibere
riguardanti le questioni politiche vitali della città. La polis costituiva
l'unità organica della struttura politica e della società civile. Essa
contribuiva allo sviluppo del patriottismo, del sentimento di uguaglianza
fra tutti i cittadini e al rispetto consapevole delle leggi fissate,
normalmente, da una Costituzione scritta.
La monarchia micenea avrebbe anche
potuto trasformarsi in un dispotismo assoluto. Ciò non avvenne anche per
una ragione molto concreta: una potente ondata migratoria dal nord
s'abbatté sulla Grecia achea nei secoli XIII-XI a.C. I possedimenti reali
furono suddivisi tra gli immigrati, ovvero tra le comunità d'invasori e,
all'interno di queste, tra i membri la cui proprietà privata della terra
stava per diventare la base del nuovo sviluppo economico della Grecia.
Col passare del tempo, nella misura
in cui cresceva il progresso economico e la stabilità politica, le
comunità rurali si allearono, dando vita a delle formazioni che
prefiguravano la polis ("protopolis") e che si ponevano come garanti della
proprietà dei loro membri. La comunità dei proprietari liberi costituiva
una sorta di embrione della futura società civile.
L'ideologia dei liberi proprietari,
abitanti della "protopolis", trovò la sua migliore espressione nel poema
di Esiodo, Le opere e i giorni (sec. VIII-VII a.C.). Già da tempo gli
studiosi hanno rilevato lo spirito "borghese" della morale di Esiodo, la
cui "protopolis" rappresenta una società debolmente stratificata, ove si
distingue un ceto elevato che vanta sì origini aristocratiche, ma che, nel
contempo, resta aperto a ogni proprietario agiato.
La principale massima morale è
"Lavora e avrai successo". Nella "protopolis" il lavoro è non solo una via
verso il benessere e la reputazione sociale, ma anche una sorta di dovere
religioso, una forma di espiazione dell'antico peccato di Prometeo,
imposta dagli dèi, che amano i lavoratori e odiano i fannulloni. Il lavoro
apprezzato dagli dèi è una convinzione che prefigura, se vogliamo, quella
"etica protestante" il cui ruolo nella formazione del capitalismo è stato
ben sottolineato da Max Weber.
La "protopolis" si trasformò in polis
classica nei secolo VII-VI a.C., quando in Grecia le varie comunità dei
liberi proprietari stabilirono formalmente, attraverso delle Costituzioni
scritte, la sovranità sui loro rispettivi territori e introdussero
l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Fu così che, per la prima
volta, la società civile apparve sulla scena storica, in una forma
praticamente identica alla struttura politica.
Nella stragrande maggioranza delle
società antiche il potere militare e amministrativo dominava la proprietà,
cioè la controllava e la distribuiva. Nella polis invece il potere veniva
esercitato dalla comunità dei proprietari cittadini ed essa era chiamata
ad esprimere direttamente la loro volontà.
La seconda componente aristocratica
della polis, correlata alla morale di Esiodo, era l'atmosfera di
competizione che vi regnava, cioè l'aspirazione dell'individuo,
socialmente incoraggiato, alla gloria, alla notorietà, guadagnata anche in
campi estranei alla politica e alla produzione materiale (come le gare
atletiche, l'arte, la scienza). Lo stile di vita era agonistico e
l'individuo cercava di affermarsi in una competizione tra uguali.
All'epoca della "protopolis" questo
stile di vita si traduceva nel desiderio di distinguersi nella guerra,
nella caccia, nei festini, nella produzione di oggetti di lusso, nel
mecenatismo, nell'organizzazione delle competizioni poetiche, nel
finanziare regolarmente i giochi olimpici, che erano assai costosi. Gli
aristocratici, praticamente, emulavano lo stile di vita miceneo, così
vivacemente descritto da Omero.
Nella misura in cui la
democratizzazione si estese a tutti gli aspetti della vita cittadina,
l'ideale aristocratico di autoaffermazione nella competizione guadagnò
strati sociali più vasti di cittadini liberi. Tutte le capacità: fisiche,
intellettuali, artistiche, che potevano rendere celebri, venivano
sviluppate.
Così, mentre la "borghesia" della
polis seppe creare l'unità della società politica e civile, l'aristocrazia
invece seppe aggiungere a questa sintesi l'ideale dell'individuo libero,
che non pensa solo a "lavorare" ma anche a "competere per diventare
famoso".
La sovranità economica della polis
era sempre considerata come una garanzia della proprietà privata dei suoi
cittadini, anzitutto della loro proprietà fondiaria, benché in numerose
polis si siano sviluppate efficacemente anche l'artigianato e il
commercio.
Se la proprietà fondiaria e la
cittadinanza procedevano parallelamente, l'artigianato e il commercio
erano spesso praticati, nella polis, da lavoratori non-cittadini, come ad
es. i coloni di altre polis e, più tardi, i liberti. Come nel caso della
plebe romana, esisteva uno strato sociale assai vasto di persone che, pur
non fruendo dei diritti civili, giocava un ruolo considerevole nella vita
economica della città, lottando, spesso con successo, per l'uguaglianza.
Per l'uomo dell'antichità classica
gli schiavi, così come i meteci (persone prive di cittadinanza), erano
visti come "strumenti" o "circostanze" che servivano al benessere della
polis. L'impiego degli stranieri schiavizzati divenne un fenomeno di massa
in seguito alla vasta applicazione dell'iniziativa libera nella produzione
mercantile. Nell'antichità gli schiavi avevano la stessa funzione della
macchina nell'epoca industriale.
Non per questo dobbiamo considerare
gli antichi greci e romani come anzitutto degli "schiavisti". L'abitante
della polis era prima di tutto un libero proprietario in emulazione coi
suoi pari, che partecipava direttamente alla realizzazione della volontà
politica del suo Stato.
Il fenomeno dello schiavismo è parte
integrante d'un fenomeno più generale: l'autarchia, il separatismo civile
della polis, che nega ai non-cittadini ogni diritto sul proprio territorio
e che impone dei limiti alla crescita della stessa polis. Da un lato,
quindi, s'impongono rigidi e assurdi controlli sul numero effettivo della
popolazione; dall'altro sorgono interminabili e spesso disastrosi
conflitti egemonici tra le polis.
La cosiddetta "democrazia dei piccoli
spazi", se assolutizzata, restringe le possibilità evolutive del sistema,
trasformando i rapporti tra le polis in una guerra interminabile di tutti
contro tutti.
La Roma antica cercò di superare
questa contraddizione, sostituendo progressivamente alla polis greca la
costruzione dell'impero, che, dapprima in forme repubblicane, si pose come
obiettivo quello di creare una "cosmopolis universale". Il cosmopolitismo,
come teoria filosofica, era nato nella Grecia antica, ma solo nell'impero
romano trovò la sua adeguata espressione politica. Una gigantesca potenza
polietnica appariva come un'unica città. Con l'editto di Caracalla (212
d.C.) tutti gli abitanti dell'Impero acquisivano lo status legale di
cittadini liberi. Nel contempo l'Impero cercava di trasformare gli schiavi
in coloni locatari, interessandoli ai risultati del loro lavoro.
Purtroppo, riducendo la polis a
livello di "municipi", e subordinandole alle strutture burocratiche
indipendenti dalla volontà dei cittadini, l'Impero aveva creato, col
tempo, una frattura tra il sistema politica e la società civile.
L'importanza politica di un cittadino era stata ridotta al minimo: il
potere centrale poteva facilmente disporre di lui e della sua proprietà.
L'Impero, divenuto dispotico, si avvicinava così ai modelli delle
monarchie orientali.
Il pensiero politico greco
Un primo problema deriva dalla
necessità di usare termini attuali per descrivere ed interpretare tale
concetto, con il rischio di " modernizzare" quanto è oggetto di esame e,
quindi, di non esprimere esattamente il relativo significato,
attribuendone ad esso uno attuale. Un’altra difficoltà è quella connessa
con l’esigenza di riuscire a cogliere l’ampiezza del contenuto e del
significato di un concetto del passato, oltre che di riuscire a
descriverlo ed esprimerlo, in tutta la sua portata, con parole adeguate.
Tali problemi e difficoltà emergono
in misura notevole e, in particolare, quando si esamina il termine di
democrazia, parola ampiamente presente nel linguaggio politico moderno il
cui significato e portata sono, però, del tutto diversi da quelli ad essa
attribuiti nel periodo della democrazia greca.
Nella Grecia del quinto e del quarto
secolo,demokratia è una parola polemica e di "lotta" che esprime il
carattere aggressivo di questa forma di governo che viene intesa come
kràtos, cioè come dominio esclusivo ed anche violento di una parte (il
popolo) sull’altra, sui propri avversari. Il significato attuale ha perso
completamente ogni connotazione di tale genere ed esprime valori del tutto
assenti dalla nozione greca ed, anzi, opposti ad essa.
Oggi con la parola democrazia, si
intende far riferimento ad un sistema politico caratterizzato dalla
tolleranza e cioè da una situazione in cui posizioni differenti si
scontrano, ma senza violenza e prevaricazione e con reciproca
accettazione. Sarebbe quindi errato, allorché si intende indicare la
nozione greca di democrazia, il far riferimento al significato attualmente
attribuito a tale espressione.L'antropologo Gernet, cercando di esprimere
una connotazione sommaria della democrazia greca, evidenzia come, con
riferimento alle nostre concezioni politiche, essa dovrebbe considerarsi
una oligarchia, cioè una situazione di dominio e concentrazione di potere
di una parte sull’altra, tanto che si deve ritenere che fossero più
democratiche le città con il maggior numero di schiavi e cioè le città
nelle quali vi era maggiore disparità tra il mondo dei liberi e il mondo
degli schiavi: ciò perché, appunto, il carattere essenziale della
democrazia era quello di appropriazione e di dominio esercitato dal
popolo, tanto da poter affermare che "i diritti dell’uomo non sono
propriamente a cuore alla democrazia".
Mentre nel quinto secolo la
democrazia era innanzitutto "politica" e cioè si esplicava essenzialmente
sul piano politico e non solo sul piano economico (ogni cittadino di ceto
popolare aveva rilievo in quanto tale e la sua posizione non era
contrapposta e di rivendicazione nei confronti di chi possedeva la
ricchezza in quanto, appunto, possidente), nel quarto secolo emerse la
contrapposizione tra il ceto popolare, in quanto privo di ricchezze e il
ceto di chi aveva le proprietà e la ricchezza. Ciò tra l’altro è
deducibile da parecchie orazioni di Demostene nelle quali si evidenzia la
necessità di cessare i processi volti a colpire i ricchi e l’esigenza di
un patto sociale attraverso il quale si garantiscano sovvenzioni pubbliche
al popolo.
Nella seconda metà del quarto secolo
la democrazia , oltre a colpire sul terreno dell’economia diviene
"totalizzante" poiché coinvolge tutte le attività del cittadino che
esercita il suo kràtos sia come uomo politico che come giudice e,
comunque, in modo molto ampio addirittura utilizzando un’azione di censura
e di intervento nell’elaborazione artistica, determinando ciò che i comici
devono dire ed esprimere. Va evidenziato che non esiste una teoria della
democrazia greca elaborata da chi sosteneva tale istituto e che le uniche
teorie in proposito possono essere ricavate da ciò che ne hanno detto i
suoi avversari.
Di fondamentale rilevanza è l’opera
di Tucidide dalla quale, in sostanza, emerge la sussistenza di un nesso
contemporaneamente di identità e di contraddizione tra libertà e
democrazia . Nell’epitafio di Pericle, riportato da Tucidide , il concetto
di democrazia appare essere in antitesi con quello di libertà perché la
democrazia si manifesta come la negazione della libertà di chiamare a far
parte del demo.
Tucidide, al contrario, identifica il
regime democratico con il concetto di libertà quando, parlando del colpo
di stato del 411 ad Atene, afferma che, in tale occasione, fu tolta al
popolo la libertà conquistata cento anni prima con la cacciata dei
tiranni. Da questi due contrastanti idee di democrazia ne derivano altre
due ugualmente opposte l’una all’altra: da un lato, da parte di chi
identifica la democrazia con la libertà, vi è la coincidenza di oligarchia
e tirannide, mentre, dall’altro lato chi ritiene che la democrazia sia
kràtos, cioè dominio oppressivo ed esclusivo del popolo in
contrapposizione alla libertà e alla uguaglianza, identifica la stessa
democrazia con la tirannide intesa come dominio del popolo ai danni degli
oligarchi e cioè dei possidenti e di coloro che vorrebbero un regime di
libertà e di uguaglianza in cui sia premiata la competenza e la qualità
piuttosto che la violenza.
Il pensiero politico greco tenta di
superare questo contrasto nella concezione di democrazia, introducendo un
concetto correttivo valido per ciascuna forma costituzionale, prevedendo
una forma buona ed una cattiva per ognuna di esse e, quindi, una buona ed
una cattiva democrazia, un buona ed una cattiva oligarchia, una buona ed
una attiva monarchia (tirannide). Ciò significa che ogni forma
costituzionale presenta delle possibilità positive e delle possibilità
negative che permettono di esprimere, in ogni situazione particolare,
valutazione positiva o negativa a seconda che prevalgano le une o le
altre. Questa elaborazione del pensiero greco è teorizzata esplicitamente
da Aristotele che, addirittura, usa due termini diversi per indicare le
due possibilità nell’ambito della democrazia, politeia per individuare
quella buona e demokratìa per la cattiva, identificando la politeia con un
regime in cui un consistente ceto medio attenua i conflitti di classe con
un regime di scontro di classi e di prevalenza ed affermazione del kràtos
del popolo. Quest’ultima situazione si realizza soprattutto nel quarto
secolo ed è caratterizzata dal costante scontro, soprattutto sulla
ricchezza connessa con l’iniziativa del popolo volta all’appropriazione di
essa. La politeia per Aristotele è una forma ideale di costituzione mista,
in cui convivono in armonia un po’ di monarchia, un po’ di oligarchia e un
po’ di democrazia.
Inoltre va evidenziato il limite
preciso della riflessione politica greca, costituito dal fatto che essa
non ha approfondito a sufficienza e risolto il problema fondamentale sulla
natura del regime che si instaura quando il demo esercita il kràtos
:questo è un regime di democrazia e di libertà o di oligarchia e
tirannide? Esemplare è il colloquio tra il giovane Alcibiade ed il vecchio
Pericle. Pericle, che non esita ad affermare che è legge valida sia quella
proposta dal tiranno sia quella proposta dagli oligarchi se trova il
consenso degli altri membri della compagine sociale e che non è legge
quella imposta con la violenza, evita di pronunciarsi in ugual modo quando
Alcibiade gli chiede se sia legge valida quella imposta dal demo con la
violenza.
La democrazia ateniese caratterizzata
dall’esercizio del kràtos e, quindi, anche dalla legge imposta dal demo
senza il consenso generale, è stata effetto di varie critiche. In
particolare i sofisti hanno evidenziato la contrapposizione tra la legge
così imposta e la natura, poiché quella è spesso in contrasto con i
principi fondamentali della natura. Per natura tutti gli uomini sono
uguali e devono essere trattati allo stesso modo: la legge, al contrario,
introduce spesso situazioni di disuguaglianza e di prevaricazione, ad
esempio prevedendo categorie di uomini liberi e di uomini schiavi in
contrasto con l’uguaglianza naturale. Questa teoria è, evidentemente,
critica verso il regime democratico di Atene, che è fondato proprio sulla
disuguaglianza e sulla prevaricazione di chi fa parte del demo nei
confronti di chi ne è escluso.
(fonte internet)