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Augusti vita

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Rinunziò subito dopo le guerre civili all'esercizio del cavalcare e delle armi; e prima passò alla palla e al pallone, poi non fece altro esercizio se non quello del farsi portare in lettiga e del passeggiare; e nell'ultimo tratto della passeggiata correva saltellando avviluppato in una sopravveste di pelle o in una coperta. Per distrarre la mente ora pescava con la lenza, ora giocava ai dadi, o con sassolini o con noci insieme con bambini, cercando dappertutto i più piacevoli per figura e per vivacità, particolarmente mauritani e sirìaci; aborriva infatti come scherzi di natura e come malaugurosi i nani e gli sciancati e tutti gli altri siffatti.

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Scrisse molto in prose di varia specie, parecchie delle quali lesse in riunioni familiari che facevan da uditorio. Tali: le "Risposte a Bruto intorno a Catone", di cui in gran parte diede lettura da vecchio ma che poi, essendosi stancato, fece terminar di leggere a Tiberio; le "Esortazioni alla filosofia", e alcune notizie su la sua vita, che espose in tredici libri fino alla narrazione della guerra cantabrica; ma non andò oltre. Di poesia compose brevi saggi; rimane un solo libro suo in esametri, che ha per argomento e per titolo "Sicilia". Un altro resta, egualmente breve, di "Epigrammi", che per lo più componeva durante il bagno. E una tragedia, che aveva cominciata con grande ardore, fu da lui distrutta perché la forma non gli veniva come aveva desiderato; e quando gli amici gli domandavano che mai facesse Aiace, rispose che il suo Aiace si era gettato su una spugna.

(tr. Vitali)


 

Tiberii vita

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Qualche giorno dopo il suo arrivo a Capri si diede alla solitudine, quando un pescatore lo raggiunse inaspettatamente per offrirgli una grossissima triglia; atterrito nel vedere che un uomo era arrivato al suo cospetto salendo, dalla parte posteriore dell'isola, lungo rocce inaccessibili, gli fece strofinare la faccia con quello stesso pesce; quando poi, durante il supplizio, il pescatore si congratulò con se stesso per non avergli offerto anche il grosso gambero che aveva preso, Tiberio ordinò di rovinargli il viso anche con quello. Punì con la morte un pretoriano perché aveva rubato un pavone da un giardino. Durante un viaggio, poiché la lettiga in cui era trasportato si era incastrata in alcuni cespugli spinosi, fece sdraiare per terra l'ufficiale incaricato di ispezionare la strada, un centurione delle prime coorti, e lo fece frustare lasciandolo quasi morto.


 

Caligulae vita

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La ferocia della sua natura si manifestò soprattutto da questi fatti. Poiché era troppo costoso procurarsi il cibo per sfamare gli animali selvaggi destinati ai giochi, designò un certo numero di condannati perché venissero divorati e, passando in rivista le varie prigioni, senza consultare nessun registro, si pose semplicemente in mezzo al portico e ordinò di portarli tutti indistintamente alle belve. Poiché un uomo aveva fatto voto di battersi come gladiatore se lui fosse guarito da una malattia, lo obbligò ad esibirsi, stette a guardarlo mentre combatteva con la spada e non lo lasciò andare se non dopo molte preghiere e solo quando risultò vincitore. Un altro, che per lo stesso motivo, si era votato alla morte, esitava ad ammazzarsi, allora lo affidò ai fanciulli e raccomandò loro di condurlo in giro per i diversi quartieri, tutto inghirlandato di verbena coma una vittima, ricordandogli la promessa, fin tanto che non si fosse gettato dal terrazzo delle esecuzioni. Molte persone di rango onorevole furono prima marchiate con il ferro e poi condannate alle miniere, ai lavori stradali o ad essere divorati dalle belve, oppure costrette e tenersi a quattro zampe in una gabbia, come animali, oppure furono tagliate a metà con una sega; e questo avveniva non per gravi motivi, ma semplicemente per aver criticato uno dei suoi spettacoli o perché qualcuno non aveva giurato per il suo genio. Costringeva i parenti ad assistere all'esecuzione dei loro figli: quando uno di loro si scusò perché era ammalato, gli mandò la sua lettiga. Invitò un altro che ritornava proprio dall'esecuzione alla sua tavola e impiegò tutto il suo buon umore per farlo ridere e scherzare. Per più giorni consecutivi un intendente dei giochi e delle cacce fu flagellato con catene in sua presenza e lo fece uccidere solo quando si sentì infastidito dall'odore del cervello in putrefazione. Un autore di Atellana, solo per un verso che conteneva una battuta a doppio senso, fu bruciato nell'anfiteatro, in mezzo all'arena. Quando un cavaliere romano, condannato ad essere divorato dalle belve, proclamò la propria innocenza, diede ordine di portarlo indietro, di tagliargli la lingua e di riportarlo al supplizio.


 

         

Neronis vita

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Oltre Ottavia prese poi due mogli: Poppea Sabina, figlia di padre questorio e stata già moglie d'un cavaliere romano, e Statilia Messalina, pronipote di Tauro, cittadino trionfale stato due volte console; per avere costei trucidò il suo marito, il console Attico Vestino, mentre ancora era in carica. Della convivenza con Otta-via si era assai presto infastidito, sì che agli amici i quali lo rimproveravano rispose « che a lei dovevan bastare gli ornamenti coniugali »; e, dopo di aver più volte disegnato di strangolarla, la ripudiò come sterile, e, poiché il popolo biasimava quel divorzio e non gli risparmiava le invettive, anche la confinò. Da ultimo la fece morire sotto accusa di adulterio, accusa sì impudente e bugiarda che, poiché nel processo tutti quanti insistevano nel negarla, egli addusse come testimonio il suo pedagogo Aniceto a falsamente deporre di averla posseduta. Poppea, sposata dodici giorni dopo il divorzio da Ottavia, fu da lui amata in modo singolare; eppure egli uccise anche lei con un calcio perché, incinta e inferma, lo aveva vivamente rimproverato dell'esser tornato tardi da una scarrozzata. Da lei ebbe una figlia Clau-dia Augusta, che perde nella prima infanzia.

Non vi fu alcun vincolo di parentela o d'amicizia ch'egli non rompesse con la sua scelleratezza. Ad Antonia figlia di Claudio, che dopo la morte di Poppea rifiutava di sposarlo, fece dar morte accusandola di cospirazione. Similmente usò con altri che gli erano congiunti o per parentela o per affinità; fra essi il giovine Aulo Plauzio, a cui fece violenza prima che fosse ucciso, e di cui disse: « Vada ora mia madre a baciare il mio successore », affermando ch'era stato da lei amato e spinto ad aspirare all'impero. Comandò che i servi del suo figliastro Rufio Crispino, nato di Poppea, lo affogassero in mare mentre pescava, perché, ancora impùbere, si diceva che giocasse a fare il duce e l'imperatore. Confinò Tusco, figlio della sua nutrice, perché, essendo suo agente

(da Svetonio)


LA CRONOLOGIA DEGLI IMPERATORI

 
 
 

(Le tabelle sono tratte da "NOMEN")


I FLAVI

A dare involontariamente una mano ai cristiani fu un imperatore che aveva in uggia gli ebrei e commise l'imperdonabile errore di perseguitarli aiutando, con la loro dispersione nel mondo, la diffusione della nuova fede.

Vespasiano salì al trono l'anno 70, dopo lo spaventoso interregno seguito alla morte di Nerone, con cui terminò la dinastia dei Giulio-Claudi. A succedergli era stato il generale ribelle Galba, un aristocratico non peggiore di tanti altri, calvo, grasso, con le giunture inceppate dall'artrite e la mania del risparmio. Il suo primo gesto, appena proclamato imperatore, fu di ordinare a quanti avevano ricevuto doni da Nerone di restituirli allo stato. E gli costò il trono e la vita perché fra i beneficiati c'erano anche i pretoriani che, incontrandolo, tre mesi dopo la sua proclamazione, nel Foro, dove egli si faceva portare con una lettiga, gli tagliarono la testa, le braccia e le labbra, e proclamarono suo successore Ottone, un banchiere che aveva fatto bancarotta fraudolenta e prometteva di amministrare le finanze pubbliche con la stessa spensieratezza con cui aveva amministrato quelle sue private.

A quella notizia, l'esercito dislocato in Germania sotto il comando di Aulo Vitellio e quello dislocato in Egitto sotto Vespasiano si ribellarono e marciarono su Roma. Prima vi giunse Vitellio che seppellì Ottone già uccisosi, si proclamò imperatore, si abbandonò alla sua passione preferita, quella dei pranzi luculliani, e per seguitare ad abboffarsi di abbacchio trascurò di farsi incontro alle forze di Vespasiano che frattanto erano sbarcate. La sanguinosa battaglia di Cremona decise le sorti di quella guerra di successione. Vitellio fu battuto, e i romani si divertirono un mondo al massacro che seguì nella loro stessa città. Tacito racconta che la gente gremiva le finestre e i tetti per assistere a quel macello, tifando per i contendenti come se si fosse trattato di una partita di calcio. Fra un accoppamento e l'altro, i combattenti entravano nei negozi, li saccheggiavano e vi appiccavano il fuoco; oppure sparivano nei portoni, adescati da qualche prostituta, e mentre giacevano con lei venivano pugnalati da un nuovo cliente della parte avversa. Vitellio, quando fu catturato nel suo nascondiglio, dove, tanto per cambiare, banchettava, fu trascinato nudo per la città con un laccio al collo, bersagliato di escrementi, torturato con ponderata lentezza, e alla fine gettato nel Tevere.

Questa città che si divertiva al fratricidio, questi eserciti che si ribellavano, questi imperatori che venivano subissati di sterco pochi giorni dopo essere stati coperti di osanna: ecco cos'era diventata la capitale dell'Impero.

Tito Flavio Vespasiano ci aveva vissuto poco. Era nato in provincia, a Rieti, eppoi aveva abbracciato la carriera militare che lo aveva condotto un po' dovunque. Non era nobile. Veniva dalla media borghesia campagnola, i gradi e lo stipendio se li era guadagnati con mille sacrifici, e onorava soprattutto due virtù: la disciplina e il risparmio. Aveva sessantanni quando salì al trono, ma li portava bene. Il suo cranio era completamente calvo, il volto aperto, rozzo e franco, incorniciato da due orecchi immensi e pelosi come quelli di Ante Pavelic. Detestava gli aristocratici, li considerava dei bighelloni, non subì mai la tentazione snobistica di farsi passare per uno di loro, e quando un araldista, appunto per nobilitarlo, venne ad annunziargli che aveva rintracciato la sua origine e scoperto ch'essa risaliva a Ercole, scoppiò in una risata da buttar giù i muri e da farci sospettare che in quella piaggeria ci fosse un po' di verità. Quando riceveva qualche dignitario gli palpava la tonaca per vedere s'era di stoffa troppo fine e lo annusava per sentire se odorava d'acqua di colonia. Non sopportava queste sofisticherie.

La sua prima cura fu quella di riordinare l'esercito e le finanze. Il primo lo diede in appalto a ufficiali di carriera, quasi tutti provinciali come lui. Per le seconde, scelse la via più spicciola: quella di vendere, a prezzi salatissimi, le alte cariche pubbliche. «Tanto», diceva, «son tutti ladri, in qualunque modo li promuoviamo. Meglio che vadano avanti restituendo allo stato un po' di refurtiva». Lo stesso metodo seguì per riorganizzare il fisco. Lo affidò a funzionari scelti fra i più rapaci e dissanguatori, e li sguinzagliò con pieni poteri in tutte le province dell'Impero. Figuratevi che pacchia per le povere popolazioni. Mai la tributaria di Roma aveva funzionato con sì spietata puntualità. Ma quando la rapina fu consumata, Vespasiano ne richiamò a Roma gli esecutori, li elogiò, e confiscò tutti i loro personali guadagni, con cui, pareggiato il bilancio, risarcì le vittime. Il figlio Tito, ch'era un puritano pieno di scrupoli, venne a protestare contro questi sistemi repugnanti al suo bigotto e candido virtuismo. «Io faccio il sacerdote nel tempio», rispose il padre. «Coi briganti, faccio il brigante». E per aumentare gl'introiti, inventò quei piccoli monumenti che oramai portano il nome appunto di vespasiani, stabilendo una tassa per chi li usava e una contravvenzione per chi non li usava. Non c'era scelta. Chi la faceva fuori pagava più di chi la faceva dentro. Anche per questa misura, Tito venne a protestare. Suo padre gli mise sotto il naso un sesterzio e gli chiese: « Puzza di qualcosa?»

Questo figliolo delicato e perbene, che amava teneramente, era la più grossa preoccupazione di quel sovrano scettico, che non pretendeva riformare l'umanità e abolirne i vizi, ma soltanto mantenerli nella loro sede. Per fargli fare pratica di uomini, lo mandò a rimettere ordine in Palestina, dov'era scoppiata l'ultima e più terribile rivoluzione. Gli ebrei difesero Gerusalemme con un eroismo senza precedenti. Secondo un loro storico, ne morirono due milioni; secondo Tacito, seicentomila. Per venire a capo della resistenza, Tito diede la città alle fiamme che distrussero anche il Tempio. Dei sopravvissuti, alcuni si uccisero, altri furono venduti come schiavi, altri fuggirono. La loro dispersione, cominciata sei secoli prima, diventò la vera e propria "diaspora". E come nello zaino dei soldati di Napoleone c'erano i Diritti dell'uomo, nel sacco di molti fra questi poveri emigranti c'era il Verbo di Cristo.

Vespasiano, inorgoglito, tributò a Tito un trionfo un po' sproporzionato al valore militare di quell'impresa, e in suo onore fece costruire il famoso arco che ne porta il nome. Ma con suo grande sgomento vide suo figlio passarci sotto portandosi appresso come preda bellica una graziosa principessa ebrea, Berenice. Non aveva nulla in contrario che se la tenesse come amante; ma il guaio è che Tito voleva sposarla, sostenendo di averla "compromessa". Vespasiano non capiva perché mai quel ragazzo volesse confondere l'amore, passeggero e volubile capriccio, con la famiglia, istituzione seria e permanente. Dacché era rimasto vedovo, anche lui si era preso una concubina, ma non l'aveva sposata. Perché Tito non faceva altrettanto, tenendosi come concubina Berenice? Sembra di sentir parlare il babbo nostro, quando gli s'andava a chiedere il permesso di sposare la sciantosa. E, come noi, alla fine anche Tito alla sciantosa rinunziò.

Di lì a poco, toccò a lui far l'imperatore. Dopo dieci anni di saggio regno, il più saggio di cui Roma abbia goduto dopo Augusto, Vespasiano un giorno tornò a Rieti in vacanza. Ci andava spesso per ritrovare i suoi amici di gioventù, fare con loro una battuta alla lepre, quattro chiacchiere, una mangiata di fagioli con le cotiche e una partitella a scopone, ch'erano i suoi passatempi favoriti. Gli venne la cattiva idea di sciacquarsi i reni con l'acqua di Fonte Cottorella. O che la cura non fosse adatta, o che ne sbagliasse le dosi, fatto sta che fu colto da una colica, e subito s'avvide che non c'era rimedio. « Vae!», disse strizzando l'occhio, senza rinunziare nemmeno in quel momento al suo abituale e grezzo buonumore, «puto deus fio». (Ahi ahi, mi sa che sto diventando un dio). Perché in quella Roma di piaggiatori ormai c'era l'uso di divinizzare tutti gl'imperatori, quando morivano. Dopo tre giorni e tre notti di dissenteria, trovò ancora la forza di alzarsi, giallo come un limone e con la fronte imperlata di sudore, guardò gli astanti che a loro volta lo guardavano sbigottiti e, ridacchiando per far vedere che si rendeva conto della gigioneria, barbugliò: «Eh lo so, lo so... Ma che volete farci? Un imperatore ha da morire in piedi!».

E in piedi morì, nell'anno 79, questo borghese nato per morire, come tutti i borghesi, in fondo a un letto: da attore coscienzioso, costretto a recitare una parte non sua.

Tito, che gli successe, fu il più fortunato dei sovrani perché non ebbe il tempo di commettere errori, come certo gli sarebbe capitato in grazia non dei suoi difetti, ma delle sue virtù: il galantomismo, il candore e la generosità. Non firmò una condanna a morte. Quando seppe di un complotto, mandò un messaggio di ammonimento ai congiurati e un altro di rassicurazione alle loro madri. Nei suoi due anni di regno, Roma subì un terribile incendio, Pompei fu sotterrata dal Vesuvio e l'Italia devastata da una tremenda epidemia. Per riparare i danni, Tito esaurì il Tesoro. Per assistere di persona i malati, si contagiò e perse egli stesso la vita, a quarantadue anni, rimpianto da tutti, meno che da suo fratello, Domiziano, che gli successe al trono.

Non sappiamo che giudizio complessivo dare di quest'ultimo rappresentante della dinastia dei Flavi. Fra gli scrittori che vissero sotto di lui, Tacito e Plinio ne hanno lasciato il ritratto più nero; Stazio e Marziale il più roseo. Non sono d'accordo neanche sul suo aspetto fisico: i primi lo descrivono calvo e panzone su gambe di rachitico, i secondi bello come un arcangelo, timido e dolce. Doveva aver molto sofferto della preferenza che Vespasiano aveva sempre avuto per Tito, questo sì. E quando il padre scomparve, avanzò la pretesa a una metà del potere. Tito gliela offrì. Domiziano rifiutò e si mise a complottare. Dione Cassio sostiene che quando suo fratello cadde malato, ne affrettò la morte coprendolo di neve.

Il suo regno è un po' come quello di Tiberio, cui abbiamo l'impressione ch'egli stesso, come uomo, somigliasse. Identico ne fu l'inizio: saggio e oculato, con qualche venatura di austerità puritana. Domiziano era soprattutto un moralista e un ingegnere. La carica cui più tenne fu quella di censore, che gli dava il titolo di controllare i costumi, e i ministri di cui si circondò erano dei tecnici particolarmente qualificati a ricostruire la città devastata dall'incendio. Non volle guerre. E quando Agricola, governatore in Britannia, tentò di portare i confini dell'Impero fino alla Scozia, lo silurò. Forse fu questo il suo più grave errore, perché Agricola era suocero di Tacito che lo adorava e che si assunse l'incarico di giudicare gli uomini del suo tempo. È naturale che abbia conciato così male questo povero sovrano.

Purtroppo la pace, per ottenerla, bisogna essere in due a volerla. E Domiziano ebbe a che fare coi daci che non la volevano. Essi attraversarono il Danubio, batterono i generali romani, e obbligarono l'imperatore a prendere in mano le redini dell'esercito. Lo stava conducendo molto bene, quando Antonino Saturnino, governatore della Germania, si ribellò con alcune legioni, obbligandolo a una pace prematura e sfavorevole coi daci e mettendogli in corpo l'ossessione delle congiure. Colui che sino a quel momento aveva governato piuttosto come un Cromwell, diventò uno Stalin, e per salvare la propria "personalità" ne instaurò il "culto" più smodato. S'installò su un trono vero, volle essere chiamato "Signore e dio nostro", e pretese che i visitatori gli baciassero i piedi. Anche lui espulse dall'Italia i filosofi perché contestavano il suo assolutismo, tagliò la testa ai cristiani perché rifiutavano la sua divinità, e diede la precedenza ai delatori perché credeva che lo proteggessero dai nemici. I senatori lo odiavano, lo incensavano, e ne avallavano le sentenze di morte. E fra questi senatori c'era anche Tacito, il suo futuro spietato giudice.

In un accesso di mania di persecuzione si ricordò che il proprio segretario Epafrodito era quegli stesso che un quarto di secolo prima aveva aiutato Nerone a tagliarsi la carotide. E, temendo che ne avesse preso il vizio, lo condannò a morte. Allora tutti gli altri funzionari di palazzo si sentirono minacciati, organizzarono una congiura e chiamarono a parteciparvi anche l'imperatrice Domizia. Lo pugnalarono di notte. Domiziano si difese fino all'ultimo, selvaggiamente. Aveva cinquantacinque anni, e per quindici aveva regnato prima come il più saggio, poi come il più nefasto dei sovrani.

Così finì, nel buio da cui era sorta, anche la seconda dinastia dei successori di Augusto. Di dieci imperatori avvicendatisi nello spazio di centoventisei anni (dal 30 avanti Cristo al 96 dopo Cristo) sette erano morti ammazzati. C'era qualcosa nel sistema che non andava, che tramutava in sanguinari tiranni anche uomini disposti al bene; qualcosa di più decisivo dello stesso ereditario malanno che forse imputridiva il sangue dei Giulio-Claudi.

E questo qualcosa va ricercato nella società romana, com'era venuta trasformandosi negli ultimi tre secoli.

Indro Montanelli (da "Storia d’Italia")


NERVA E TRAIANO

Gli uccisori di Domiziano non avevano dato alla loro vittima il tempo di nominare un erede. E il Senato, che non aveva mai ufficialmente riconosciuto il diritto degl'imperatori a designarne, ma aveva sempre accettato in pratica le loro scelte, ne approfittò per farne una di suo gusto nella persona di un suo membro.

Marco Cocceio Nerva era un giurista che si dilettava a tempo perso dì poesia, ma non aveva né la litigiosità degli avvocati né la vanità dei poeti. Era un omaccione alto e grosso, che non aveva mai fatto del male a una mosca, non aveva mostrato ambizioni e, alla fine del suo regno, potè dire con piena ragione di non aver fatto nulla che gli vietasse di tornare alla vita privata senza correre rischi.

Forse la sua scelta fu dovuta non tanto alle sue virtù, quanto al fatto che aveva già settant'anni ed era debole di stomaco, il che lasciava prevedere un regno di breve durata. Infatti durò due anni soli, ma a Nerva bastarono per riparare i torti del suo predecessore. Richiamò i proscritti, distribuì molte terre ai poveri, liberò gli ebrei dai tributi che Vespasiano aveva loro imposto e rimise ordine nelle finanze. Ciò non impedì ai pretoriani, scontenti di quel nuovo padrone che si opponeva alle loro prepotenze, di assediarlo nel palazzo, scannare alcuni suoi consiglieri ed imporre la consegna degli assassini di Domiziano. Nerva, pur di salvare i suoi collaboratori, offrì in cambio la propria testa. E, siccome gliela risparmiarono, diede le proprie dimissioni al Senato che le respinse. Nerva non aveva mai preso nessuna decisione senza consultare il Senato e in opposizione ad esso. Anche stavolta si arrese. Sentiva di essere alla fine, e il poco tempo che gli restava da vivere lo impiegò a cercarsi un successore che il Senato gradisse e ad adottarlo come figlio (di suoi non ne aveva), in modo da togliere ai pretoriani la tentazione d'incoronare qualcuno di testa loro. La scelta di Traiano fu forse il miglior servizio che Nerva abbia reso allo stato.

Traiano era un generale che in quel momento comandava un esercito in Germania, e quando seppe che lo avevano proclamato imperatore, non si scompose molto. Mandò a dire al Senato che ringraziava della fiducia e che sarebbe venuto ad assumere il potere appena avesse avuto un minuto di tempo. Ma per due anni non lo trovò, perché doveva regolare certe pendenze coi teutoni. Era nato appena quarant'anni prima in Spagna, ma da una famiglia romana di funzionari, e funzionario era sempre rimasto egli stesso, cioè mezzo soldato e mezzo amministratore. Era alto e robusto, di costumi spartani e d'un coraggio a tutta prova, ma senza esibizionismi. Sua moglie Plotina si proclamava la più felice delle spose perché egli non l'ingannava, ogni tanto, che con qualche giovanotto; con altre donne mai. Passava per un uomo colto perché usava portarsi appresso, sul suo carro di generale, Dione Crisostomo, un celebre rètore del tempo, che gli parlava continuamente di filosofia. Ma un giorno confessò che non aveva mai capito una sola delle molte parole che Dione aveva pronunciato, anzi non le ascoltava nemmeno: si lasciava cullare dal loro suono d'argento pensando ad altro: ai conti della spesa, al piano di una battaglia, al progetto di un ponte.

Quando alla fine trovò il famoso minuto per cingere la corona, Plinio il Giovane fu incaricato di rivolgergli un panegirico in cui cortesemente gli si ricordava ch'egli doveva la sua elezione ai senatori e quindi doveva interpellarli per ogni decisione. Traiano sottolineò il passaggio con un segno approvativo del capo, cui nessuno prestò gran fede. Ma ebbero torto, perché quella regola egli l'osservò strettamente. Il potere non gli diede mai alla testa, e nemmeno la minaccia dei complotti valse a trasformarlo in un despota sospettoso e sanguinario. Quando scoprì quello di Licinio Sura, andò a pranzo da lui, e non solo mangiò tutto quello che gli venne servito nel piatto, ma poi offrì la gola al barbiere del congiurato per farsela radere.

Era un formidabile lavoratore e pretendeva che lo diventassero anche tutti coloro che gli stavano intorno. Mandò molti sfaticati senatori a fare ispezioni e a rimettere ordine nelle province, e dalle lettere che scambiò con loro e di cui qualcuna c'è rimasta, si possono indurre la sua competenza e diligenza. Le sue idee politiche erano quelle di un conservatore illuminato che credeva più alla buona amministrazione che alle grandi riforme, escludeva la violenza, ma sapeva ricorrere alla forza. Per questo non esitò a muover guerra alla Dacia (che corrisponde oggi alla Romania), quando il suo re, Decebalo, venne a insidiargli le conquiste fatte in Germania. Fu una campagna condotta da brillante generale. Battuto, Decebalo si arrese, ma Traiano gli risparmiò la vita e il trono, limitandosi a imporgli un vassallaggio. Tanta clemenza, nuova negli annali della storia romana, fu mal ricompensata, perché di lì a due anni Decebalo nuovamente si ribellò. Traiano riprese il sentiero di guerra, batté di nuovo il fedifrago, ne dilapidò le miniere d'oro transilvane, e con questo bottino finanziò quattro mesi di giuochi ininterrotti nel Circo con diecimila gladiatori per celebrare la sua vittoria e un programma di lavori pubblici destinato a fare del suo regno uno dei più memorabili nella storia dell'urbanistica, dell'ingegneria e dell'architettura.

Un gigantesco acquedotto, un nuovo porto ad Ostia, quattro grandi strade, l'anfiteatro di Verona, furono tra le sue opere più insigni. Ma quella più conosciuta fu il Foro Traiano, dovuto al genio di Apollodoro, un greco di Damasco, che già aveva costruito per lui, in pochi giorni, quel meraviglioso ponte sul Danubio, che gli aveva consentito di prendere a rovescio Decebalo. Per innalzare la colonna che ancora si erge di fronte alla basilica Ulpia, furono trasportati da Paro diciotto cubi di un marmo speciale, di cinquanta tonnellate ciascuno: un miracolo, per quei tempi. Su di essa furono incise, in bassorilievo, duemila figure, secondo uno stile vagamente neorealista, cioè con molta propensione alla crudezza delle scene rappresentate. È un'incisione troppo gremita per essere bella, ma dal punto di vista documentario è interessante, e fu questo che piacque di certo a Traiano.

Dopo sei anni di pace, occupati in quest'opera di ricostruzione, Traiano fu ripreso dalla nostalgia dell'accampamento e, sebbene toccasse ormai la sessantina, si mise in testa di completare l'opera di Cesare e di Antonio in Oriente, portando i confini dell'Impero fino all'Oceano Indiano. Ci riuscì dopo una marcia trionfale attraverso la Mesopotamia, la Persia, la Siria, l'Armenia, tutte ridotte a "province" romane. Costruì una flotta per il Mar Rosso. E rimpianse di esser troppo vecchio per imbarcarsi e muovere alla conquista dell'India e dell'Estremo Oriente. Ma erano paesi in cui non bastava lasciar guarnigioni per stabilirvi un ordine duraturo. Traiano era ancora sulla via del ritorno, quando le ribellioni gli scoppiarono alle spalle un po' dovunque. Il guerriero stanco voleva tornare indietro per sedarle. L'idropisia lo trattenne. Mandò in sua vece Lucio Quieto e Marcio Turba, e riprese il viaggio verso Roma sperando di arrivarvi in tempo per morire. Una paralisi lo folgorò a Selino nell'anno 117 dopo Cristo, sessantaquattresimo della sua vita. E a Roma non tornarono che le sue ceneri, e furono seppellite sotto la sua colonna.

Nerva e Traiano furono certamente due grandi imperatori. Ma fra i molti effettivi meriti che li raccomandano al nostro ricordo, ebbero anche una fortuna: quella di guadagnarsi la gratitudine di uno storico come Tacito, e di un memorialista come Plinio, le cui testimonianze dovevano essere decisive per il tribunale della posterità.

Tacito, che ha raccontato la vita di tanta gente, si è dimenticato di dirci qualcosa di quella sua. Non sappiamo con precisione dove sia nato, e non siamo nemmeno certi che fosse figlio di quel Cornelio Tacito che amministrava le finanze del Belgio. La sua famiglia doveva appartenere a quella borghesia quattrinaia che poi era entrata a far parte dell'aristocrazia. Ma, più che della propria, egli andava fiero della casata di sua moglie, figlia di quell'Agricola, proconsole e governatore della Britannia, che Domiziano aveva avuto il torto di silurare. Questo Agricola lo conosciamo attraverso la biografia che ce ne ha lasciato suo genero, il quale di biografie doveva restare un insuperato maestro. Ma siccome in Tacito si compendiano tutte le qualità del grande scrittore meno l'obiettività, non sappiamo se quel ritratto sia del tutto veridico. Sappiamo soltanto che doveva essere sincera l'ammirazione che lo ispirava.

Tacito era un grande avvocato. Plinio lo considera più grande dello stesso Cicerone. Ma noi temiamo ch'egli abbia composto le sue storie un po' con gli stessi criteri con cui difendeva i suoi clienti: e cioè più per far trionfare una tesi che per stabilire la verità. Debuttò con un libro dedicato al periodo fra Galba e Domiziano, di cui era stato egli stesso spettatore. E la sua potente requisitoria contro la tirannia ebbe un tale successo nei circoli aristocratici che n'erano stati le maggiori vittime, da indurlo a risalire nel tempo ai regni di Nerone, Claudio, Caligola e Tiberio. Onestamente egli riconosce di aver dovuto egli stesso, al tempo di Domiziano, piegarsi ai capricci satrapeschi di quel sovrano e avallare, come senatore, i suoi soprusi. Non è difficile indurne che l'amore per la libertà dovette nascergli in corpo proprio allora. Scrisse quattordici libri di Storie, di cui solo quattro sono giunti sino a noi, e sedici di Annali di cui ne sopravvivono dodici, oltre a vari lavori come l'Agricola e un pamphlet sui germani in cui con straordinaria abilità polemica si esaltano le virtù di quel popolo per denunciare, sotto sotto, i vizi di quello romano.

Tacito va letto con criterio. Non bisogna chiedergli analisi né sociologiche né economiche. Bisogna contentarsi di grandi reportages, perfetti come meccanica di narrazione, col thrill e la suspense come si dice in linguaggio cinematografico, e animati da personaggi probabilmente falsi, ma straordinariamente caratterizzati, che si scolpiscono nella memoria con un vigore di stile che nessuno scrittore ha mai più avuto dopo di lui. Le sue fonti sono dubbie, e forse non si scomodò mai a ricercarne. Va per sentito dire, attingendovi quel che gli fa comodo, anche se falso, e respingendo quel che non gli torna, anche se è vero, al solo scopo di propagandare le sue tesi favorite: che il massimo bene è la libertà e che la libertà è garantita soltanto dalle oligarchie aristocratiche; che il carattere vale più dell'intelligenza; e che le riforme non sono che passi verso il peggio. Tutto sommato, fu un grosso peccato che Tacito si piccasse di storia. Avesse avuto le ambizioni del romanziere, sarebbe stato meglio per lui e per noi.

Meno geniale e colorito, ma più circostanziato e attendibile, è il ritratto che della società di quel tempo ci ha lasciato Plinio il Giovane, un gran signore che ebbe tutte le fortune, comprese quelle di uno zio ricco che gli lasciò il nome e il patrimonio, di una eccellente educazione, di una moglie virtuosa (che per quei tempi doveva essere una rarità) e di un buon carattere che gli faceva vedere il lato bello di tutto e di tutti. Era insomma nella tradizione di Attico: quella dei gentlemen. Era nato a Como, e naturalmente debuttò come avvocato. Tacito gli propose di dividere con lui l'onere e l'onore dell'accusa contro Mario Prisco, funzionario incriminato di malversazioni e crudeltà. Plinio accettò. Ma invece di pronunciare un'arringa contro l'imputato, pronunciò un elogio esclamativo, lungo due ore, del suo collega, che, quando fu il suo turno, lo ricambiò (e Prisco, nella gabbia, doveva frattanto fregarsi le mani nel sentirsi completamente dimenticato).

Gli diedero alcuni incarichi. Li assolse tutti con diligenza e onestà. Ma particolarmente brillò in quelli diplomatici, per i quali lo prescelse Traiano, gran conoscitore di uomini. La sua qualità fondamentale infatti era il "tatto". Basta leggere la lettera che scrisse al suo vecchio precettore Quintiliano, il gran giurista, per scusarsi di non potergli dare più di cinquantamila sesterzi (qualcosa come tre milioni di lire) per la dote di sua figlia: sembra che chieda un favore, invece di offrire un'elemosina. Quando lo mandavano per qualche ambasceria o ispezione, rifiutava stipendio, trasferte e diaria, si riempiva le valigie di regali per le mogli dei governatori, dei generali e dei prefetti che avrebbe incontrato per strada, e si portava al seguito, pagandolo di tasca propria, qualcuno con cui parlare di letteratura: Svetonio, in generale, perché aveva un debole per lui. Siccome, con quella mania che aveva di scrivere lettere a tutti, manteneva i "contatti" (ch'è sempre stata una gran furberia in tutti i tempi), gl'inviti, dovunque arrivasse, gli grandinavano sulla testa. Rispondeva sempre per iscritto: Accetto il tuo invito a pranzo, amico, ma a patto che mi congedi presto e mi tratti frugalmente. Che intorno alla tavola s'intreccino filosofici conversari, ma anche di quelli godiamo con moderazione.

Con moderazione: ecco la sua etica, la sua estetica e la sua dietetica. Plinio fece tutto con moderazione: anche l'amore. E di tutto con moderazione parlò nelle sue lettere descrittive all'imperatore, ai colleghi, ai parenti, ai clienti, che sono quanto di meglio ci resta di lui e costituiscono la testimonianza forse più preziosa di quella società e dei suoi costumi.

Indro Montanelli (da "Storia d’Italia")


ADRIANO

Si prova, lo confessiamo, qualche riluttanza ad ammettere che un episodio così fausto come l'avvento al trono del più grande imperatore dell'antichità fosse dovuto a una coincidenza banale e piuttosto sudicia come l'adulterio. Eppure, Dione Cassio ci da per certo che Adriano fu qualificato a prendere il posto di Traiano, morto senza designare eredi, da un titolo solo: quello di amante della moglie di costui, Plotina.

Ai "si dice" bisogna far credito fino a un certo punto, specie in fatto di corna. Ma, certo, Plotina almeno una mano per incoronarlo, a Adriano la diede. Erano zia e nipote, ma non di sangue, eppoi le parentele a Roma non avevano mai impedito nessun amore. Traiano e Adriano erano compaesani, perché nati nella stessa città di Spagna, Italica. E il secondo, che portava quel nome perché la sua famiglia veniva da Adria ed era di ventiquattr'anni più giovane, venne a Roma chiamatovi dal primo, ch'era amico di casa e suo tutore. Era un ragazzo pieno di vita, di curiosità e d'interessi, che studiava tutto con fervore: matematica, musica, medicina, filosofia, letteratura, scultura, geometria, e imparava presto. Traiano gli diede in moglie sua nipote Vivia Sabina. Fu un matrimonio rispettabile e ghiaccio, dal quale non nacquero né amore né figli. Sabina, statuariamente bella ma priva di sex appeal, si lamentava a mezza voce del fatto che suo marito avesse più tempo per i cani e i cavalli che per lei. Adriano la conduceva con sé nei suoi viaggi, la colmava di cortesie, licenziò il proprio segretario Svetonio perché un giorno parlò di lei poco rispettosamente, ma di notte dormiva solo.

Aveva quarant'anni appena quando salì sul trono, e il suo primo gesto fu quello di chiudere rapidamente le pendenze militari lasciate da Traiano. Era sempre stato contrario alle imprese guerresche del suo tutore. E, presone il posto, si affrettò a ritirare gli eserciti dalla Persia e dall'Armenia, con gran malumore dei loro comandanti, i quali pensavano che una strategia puramente difensiva fosse l'inizio della morte per l'Impero o la fine della carriera, delle medaglie e delle "diarie" per loro. Non si è mai saputo con esattezza come avvenne che quattro di questi comandanti, i più valorosi e autorevoli, venissero di lì a poco soppressi senza processo. Adriano era sul Danubio in quel momento a cercarvi una soluzione definitiva coi daci, che escludesse ulteriori conflitti. Si precipitò a Roma, e il Senato si assunse tutte le responsabilità dell'eliminazione, dicendo che i generali si erano macchiati di complotto contro lo stato. Ma nessuno credette all'innocenza di Adriano, che se la comprò distribuendo ai cittadini un miliardo di sesterzi, liberandoli dai debiti col fisco e divertendoli per intere settimane con magnifici spettacoli nel Circo.

Questi debutti fecero temere a molti romani un ritorno neroniano. E i sospetti furono avvalorati dal fatto che Adriano cantava, dipingeva, componeva appunto come Nerone. Ma poi si vide che in queste sue ambizioni artistiche non c'era nulla di patologico. Adriano vi si abbandonava solo nei ritagli di tempo, per riposarsi delle sue fatiche di scrupoloso e abilissimo amministratore. Era un bell'uomo, alto, elegante, coi capelli ricciuti e una barba bionda che tutti i romani vollero imitare forse ignorando ch'egli se l'era lasciata crescere solo per nascondere certe sgradevoli chiazze bluastre che aveva sulle gote. Ma non era facile capirne il carattere complesso e contraddittorio. Di solito era gentile e di buon umore, ma talvolta fu duro sino alla crudeltà. In privato si mostrava scettico, irridente agli dèi e agli oracoli. Ma quando adempieva le sue funzioni di Pontefice Massimo, guai a chi dava segno d'irriverenza. Personalmente, non si sa a cosa credesse.

Forse agli astri, perché ogni tanto strologava ed era pieno di superstizioni sulle eclissi e le maree. Ma considerando la religione un puntello della società, non ammetteva pubbliche offese ad essa, e di persona redasse il progetto del tempio di Venere e di Roma, dopo aver messo a morte Apollodoro che aveva risposto al suo invito con uno sprezzante rifiuto.

Intellettualmente, propendeva per lo stoicismo, ed era un ammiratore di Epitteto che aveva studiato con attenzione. Ma in pratica non si sforzò mai di applicarne i precetti. Prese il piacere dovunque lo trovò secondo un gusto raffinato, ma senza vergogna né rimorso. S'innamorava indifferentemente di bei ragazzi e di belle ragazze, ma nessuno di costoro gli fece perdere la testa. Gli piaceva mangiar bene, ma detestava i banchetti; e alle orge preferiva cenette di poche scelte persone che, più che bere, sapessero conversare. Anche per procurarsene, istituì una università, dove chiamò a insegnare i più grandi maestri del tempo, specialmente greci. Eran costoro e i loro allievi i suoi ospiti abituali. Nelle discussioni, era buon giocatore: accettava contestazioni e critiche. Anzi, un giorno rimproverò a Favorino, un intellettuale gallo, di dargli troppo spesso ragione. «Ma un uomo che basa i suoi argomenti su trenta divisioni in armi ha sempre ragione», rispose spiritosamente il giovane filosofo. E l'imperatore riraccontò la storiella in Senato, divertendolo e divertendocisi.

Il suo tratto più straordinario fu di non sentirsi "necessario", anzi di fare tutto il possibile per non diventarlo e per non essere scambiato per il solito "uomo della provvidenza" quali si credono e aspirano ad essere considerati tutti i monarchi assoluti. Il suo costante sforzo fu quello di mettere in piedi una organizzazione burocratica cui bastasse la supervisione del Senato per andare avanti. Aveva la vocazione dell'ordine e cercò d'instaurarlo semplificando le leggi che si erano accumulate in un caos inestricabile. In quest'opera, che affidò a Giuliano, precorse Giustiniano.

A questa razionale divisione del lavoro, che consentiva all'apparato statale una certa meccanicità di funzionamento, egli tendeva anche per ragioni egoistiche: perché aveva la passione dei viaggi e voleva intraprenderli senza la preoccupazione che tutto, in sua assenza, andasse in malora. Infatti ne fece di lunghissimi, che durarono fino a cinque anni, per conoscere da vicino l'Impero in tutti i suoi angoli. Scrupolo del dovere? Curiosità? Un po' l'uno e un po' l'altra. Quattr'anni dopo l'incoronazione partì per un'accurata ispezione della Gallia. Viaggiava come un privato qualsiasi, con un seguito composto quasi esclusivamente di tecnici. Governatori e generali se lo vedevano piovere addosso all'improvviso, e dovevano mostrargli le bucce della loro amministrazione, fino all'ultima. Adriano ordinava un nuovo ponte o una nuova strada, concedeva una promozione o impartiva un siluro; e, se capitava, prendeva in mano una legione, lui, l'uomo della pace, per definire con una battaglia un confine incerto. Batteva da fantaccino, alla testa dei fantaccini, sino a quaranta chilometri al giorno, e non perse una scaramuccia.

Dalla Gallia passò in Germania, vi riorganizzò le guarnigioni, studiò a fondo i costumi degl'indigeni, dei quali ammirò con preoccupazione la vergine forza, discese il Reno su una nave, salpò per la Britannia e vi ordinò la costruzione di quella specie di "Linea Maginot" che fu il famoso Vallo. Poi tornò in Gallia e passò in Spagna. A Tarragona fu aggredito da uno schiavo. Forte com'era, lo disarmò e lo consegnò ai dottori che lo dichiararono pazzo. Adriano, accettando questo alibi, lo graziò. Scese in Africa, alla testa di un paio di legioni soffocò una rivolta di mori, e continuò per l'Asia Minore.

A Roma si era un po' inquieti per le manie peripatetiche di quell'imperatore che non tornava più. E le chiacchiere cominciarono a farsi maligne quando si seppe ch'egli si era imbarcato su una nave che risaliva il Nilo con un nuovo ospite di nome Antinòo, dagli occhi vellutati e dai capelli ricciuti.

Sembrava un destino, da Cesare in poi: appena toccavano l'Egitto, i gerarchi romani inciampavano in qualche disgrazia sentimentale. Di che natura fosse, per Adriano, quella incarnata da Antinòo, non si sa. Sabina, che accompagnava l'imperatore, non risulta che abbia protestato contro la presenza di quel ragazzo. Comunque, non si è mai chiarito come questi morisse, annegando nel fiume, a quanto pare. Per Adriano, fu un colpo terribile. Pianse, dice Sparziano, come una donnicciola, fece innalzare un tempio in onore del povero defunto, e intorno al tempio fece costruire una città, Antinòpoli, che diventò importante al tempo di Bisanzio. Secondo una leggenda, forse posteriore agli avvenimenti, Antinòo si era ucciso perché aveva saputo dagli oracoli che i piani del suo protettore si sarebbero realizzati solo se egli fosse morto. Certo, scomparendo, un servigio quel ragazzo lo rese: quello di lasciare la successione al trono aperta a un monarca della stoffa di Antonino. Se fosse vissuto, forse Roma se lo sarebbe trovato sul gobbo come imperatore.

L'uomo che tornò a Roma dopo quella sciagura non era più il brillante, allegro, gioviale sovrano che ne era partito. Adriano si era fatto un po' misantropo e, mentre un tempo abbandonava il tavolo di lavoro con sollievo, felice di potersi prendere un po' di riposo e sapendo benissimo come utilizzarlo, ora sembrava aver paura di quelle ore vuote, e le riempiva scrivendo. Una grammatica, alcune poesie e un'autobiografia furono il frutto di questa sua solitudine. Ma quel che più lo teneva occupato erano i piani di ricostruzione. Adriano aveva il mal della pietra, accompagnato dall'estro e dal gusto. Rifece il Pantheon, che Agrippa aveva innalzato e il fuoco distrutto, secondo quello stile greco ch'egli preferiva al romano. E non c'è dubbio che si tratta del monumento meglio preservato dell'antichità. Quando il papa Urbano VIII smantellò il soffitto del portico, ne ricavò bronzo per costruire oltre cento cannoni e il baldacchino che tuttora si trova sull'altare maggiore di San Pietro.

Un altro capolavoro della sua architettura fu la villa intorno a cui poi nacque Tivoli. C'era di tutto: templi, ippodromo, librerie e musei, dove per duemila anni gli eserciti di tutto il mondo son venuti a saccheggiare, trovandoci sempre qualcosa. Ma vi si era appena stabilito, che una malattia cominciò a roderlo. Il suo corpo si gonfiava e abbondanti emorragie gli sgorgavano dal naso. Sentendosi vicino alla fine, Adriano chiamò e adottò come figlio, per prepararlo alla successione, il suo amico. Lucio Vero, che la morte stroncò di lì a poco.

La scelta di Adriano cadde allora su Antonino, cui, mantenendo per sé il titolo di Augusto, conferì quello di Cesare, che d'allora in poi fu adottato per tutti gli eredi presuntivi al trono.

Le sue sofferenze erano così grandi, ch'egli non aspirava più che alla tomba. Se la fece costruire di là dal Tevere con un ponte apposta, il ponte Elio, per raggiungerla: ed è quel grande mausoleo, che oggi si chiama Castel Sant'Angelo. Un giorno, quando l'edificio era già terminato, il filosofo stoico Eufrate venne a chiedergli il permesso di uccidersi. L'imperatore glielo diede, discusse con lui sull'inutilità della vita; e quando Eufrate ebbe bevuto la cicuta, la chiese anche lui per seguirne l'esempio, ma nessuno volle dargliela. La ordinò al suo medico; e questi, per non disobbedirgli, si uccise. Pregò un servo di procurargli una spada o un pugnale; ma il servo fuggì.

«Ecco qui un uomo», esclamò disperato, «che ha il potere di mettere a morte chi vuole, salvo se stesso».

Finalmente, a sessantadue anni, dopo ventuno di regno, chiuse gli occhi. Pochi giorni prima aveva composto un piccolo poema sulle memorie del tempo che fu, che costituisce forse il più squisito capolavoro della lirica latina: Animula vagula, blandula, hospes comesque corporis...

Con lui non morì soltanto un grande imperatore, ma anche uno dei più complessi, inquietanti e cattivanti personaggi della storia di tutti i tempi e forse il più moderno fra quelli del mondo antico. Come Nerva, si congedò da Roma rendendole il più insigne dei servigi: quello di designare il successore meglio qualificato a non farlo rimpiangere.

Indro Montanelli (da "Storia d’Italia")


ANTONIO PIO E MARCO AURELIO

Il titolo di Pio fu dato ad Antonino a posteriori dal Senato, che lo chiamò anche Optimus princpeps, il migliore dei principi. Il suo successore Marco Aurelio lo definì "un mostro di virtù" e, quando non sapeva che pesci pigliare, raccomandava a se stesso: "Fa' come in questo caso avrebbe fatto Antonino". Precetto, a dire il vero, più facile da enunciare che da seguire perché il problema era appunto di sapere come avrebbe fatto Antonino.

Non era più giovanissimo quando nel 138 dopo Cristo salì sul trono, perché aveva già passato la cinquantina. Eppure, se si fosse chiesto a uno dei tanti romani che salutavano con gioia il suo avvento per quali ragioni tutti n'erano così felici, lo si sarebbe messo in imbarazzo. Antonino, sino a quel momento, non aveva fatto nulla d'insigne.

Era un bravo avvocato, ma, avendo piuttosto in uggia la retorica, esercitava poco, e quel poco gratuitamente perché era ricchissimo. La sua era una famiglia di banchieri venuta di Francia un paio di generazioni prima, ed egli aveva ricevuto una educazione da grande borghese. Aveva studiato filosofia, ma senza troppo addentrarcisi e sempre preferendo, come puntello, la religione. Non era bigotto, ma rispettoso: forse fu uno degli ultimi romani a credere sinceramente negli dèi, o per lo meno a comportarsi come se ci credesse. Sapeva di letteratura e protesse molti scrittori, ma trattandoli un po' dall'alto, con indulgente e aristocratico distacco, come elementi decorativi della società da non prendersi troppo sul serio. Ma tutti gli volevano bene e lo avevano in simpatia per la sua faccia paciosa e serena, issata su due larghe spalle, per la sua gentilezza, per la sua sincera partecipazione ai casi altrui, per la discrezione con cui seppe nascondere i suoi senz'annoiare nessuno. Quest'uomo senza nemici ne ebbe uno in casa: sua moglie. Faustina era bella, ma, a dir poco, vivace. Anche a far la tara su quello che si diceva di lei, ne restava sempre di che mandare fuor dei gangheri qualsiasi marito. Antonino volle ignorare tutto. Aveva avuto da lei due figlie: una gli morì, l'altra aveva ripreso da sua madre e non diversamente da lei trattò suo marito Marc'Aurelio. Antonino portò le sue delusioni in silenzio. Quando morì Faustina, istituì in suo onore un tempio e un fondo per l'educazione delle ragazze povere, dopo averla rimproverata una sola volta in vita: quando lei, sapendosi imperatrice, aveva avanzato alcune pretese di lusso. «Non ti rendi conto», le disse, «che ora abbiamo perso quello che avevamo?».

Non era retorica, perché il primo gesto di Antonino imperatore fu quello di versare la sua immensa fortuna privata nelle casse dello stato. Alla sua morte il suo patrimonio personale era ridotto a zero, quello dell'Impero si elevava a due miliardi e settecento milioni di sesterzi, cifra mai più raggiunta. A questo risultato giunse con un'amministrazione giudiziosa, ma senza taccagnerie. Rivide e ridusse il programma ricostruttivo di Adriano, ma non lo revocò. E per ogni spesa, anche per la più trascurabile, chiedeva l'autorizzazione del Senato, cui rendeva i conti sino al centesimo. Sempre col suo consenso, condusse avanti il riordinamento e la liberalizzazione delle leggi iniziati dal suo predecessore. Per la prima volta, i diritti e i doveri dei coniugi furono parificati, la tortura quasi del tutto bandita e l'uccisione di uno schiavo proclamata delitto.

Al contrario dell'inquieto e curioso Adriano, il gran bighellone, aveva un temperamento sedentario, da burocrate ligio all'orario. E infatti non risulta che si sia allontanato neanche per un giorno al di là di Lanuvio dove aveva una villa e andava a passare il week-end pescando o cacciando in compagnia di amici. Da quando era vedovo, si era preso una concubina, che gli fu più fedele di quanto gli fosse stata la moglie. Ma la teneva in disparte, senza mescolarla alle faccende di stato. Volle la pace. Forse la volle anche un po' troppo: cioè a costo perfino del prestigio dell'Impero, per esempio in Germania dove si mostrò eccessivamente arrendevole incoraggiando la baldanza dei ribelli. Ma non c'è scrittore forestiero di quel tempo che non abbia esaltato la tranquillità e l'ordine che il mondo godé sotto di lui. A sentire Appiano, Antonino era addirittura assediato dagli ambasciatori di tutti i paesi che chiedevano l'annessione all'Impero. Come tutti i regni felici, quello suo, sebbene durato ventitre anni, fu senza storia, cioè senza eventi. L'ideale, dice Renan, sembrava raggiunto: il mondo era governato da un padre.

A settantaquattr'anni, forse per la prima volta in vita sua, Antonino cadde ammalato. E, siccome non c'era avvezzo, sebbene si trattasse solo d'un mal di pancia, capì ch'era finita. Egli aveva già il Cesare di ricambio: glielo aveva indicato, morendo, lo stesso Adriano, nella persona di un diciassettenne, Marco Aurelio, che di Antonino era anche nipote. Lo mandò a chiamare e gli disse semplicemente: «Ora, figliolo, tocca a te». Poi ordinò ai servi di portare nelle stanze di Marco la statua d'oro della dea Fortuna, diede all'ufficiale di guardia la parola d'ordine per quel giorno: «Equanimità», disse che lo lasciassero solo perché voleva dormire, si girò dall'altra parte nel letto. E si addormentò davvero. Per sempre.

Marco aveva in quel momento, 161 dopo Cristo, quarant'anni esatti. Ed era uno di quei rari uomini che, essendo nati con la camicia, lo riconoscono lealmente. Ho un grosso debito, ha lasciato scritto, con gli dèi. Essi mi hanno dato buoni nonni, buoni genitori, una buona sorella, buoni maestri e buoni amici. Fra questi ultimi c'era stato anche Adriano che frequentava la sua casa e lo aveva preso sin da piccolo in gran simpatia. La ragione di questa amicizia era la comune origine spagnola. Anche gli Aureli venivano di laggiù, dove si erano guadagnati il soprannome di "Veri" per la loro onestà. Era stato il nonno, allora console, a occuparsi del ragazzo rimasto orfano a pochi mesi; e che fiducia riponesse in quel nipotino lo dimostra il numero di precettori che gli diede: quattro per la grammatica, sei per la filosofia, uno per la matematica. Insomma, diciassette in tutto. Come abbia fatto quel ragazzo a imparar qualcosa senza diventar matto, lo sa Iddio. Egli predilesse, fra questi pedagoghi, Cornelio Frontone, il rètore, ma disprezzò la sua disciplina. Il curialismo e l'oratoria erano quanto egli amava di meno nei suoi concittadini. Viceversa si appassionò alla filosofia, preferì quella stoica, e non solo volle studiarla a fondo, ma anche praticarla. A dodici anni fece portar via dalla sua camera il letto, dormì sul nudo pavimento e si attenne a tale dieta e astinenza che la sua salute alla fine ne risentì. Ma non se ne dolse. Anzi ringraziò gli dèi anche di questo: di averlo mantenuto casto fino ai diciotto anni e capace di reprimere gl'impulsi sessuali.

Forse sarebbe diventato addirittura un sacerdote dello stoicismo, e fra i più puritani, come ne usava allora, se Antonino non lo avesse fatto Cesare quand'era ancora adolescente e non se lo fosse associato al governo, dopo averlo adottato insieme con Lucio Vero, il figlio di colui che Adriano aveva nominato suo successore e che invece gli era premorto. Ma Lucio era di tutt'altra stoffa: un uomo di mondo, donnaiolo e gaudente, che non se n'ebbe punto a male quando Antonino più tardi lo escluse per designare come Cesare il solo Marco. Costui ricordando i desideri di Adriano, chiamò tuttavia Lucio a condividere il potere e gli diede in sposa sua figlia Lucilia. Purtroppo, la lealtà in politica non è sempre buona consigliera.

Tutti i filosofi dell'Impero, quando Marco fu coronato, esultarono, vedendo nel suo il loro trionfo e in lui il realizzatore dell'Utopia. Ma sbagliarono. Marco, non fu un grande uomo di stato: non capiva nulla di economia, per esempio, sbagliava i bilanci, e ogni tanto bisognava riguardargli i conti. Ma dal tirocinio fatto sotto Antonino, l'illuminato conservatore realista e un po' scettico, aveva tratto la sua lezione sugli uomini. Sapeva che le leggi non bastano a migliorarli, per cui tirò avanti la riforma dei codici intrapresa dai suoi due predecessori, ma fiaccamente e senza troppo credere ai suoi benefici. Da buon moralista, credeva di più all'esempio, e cercò di darlo con la sua vita ascetica, che i sudditi ammirarono, ma senza essere tentati d'imitarla.

Gli eventi non gli furono favorevoli. Era appena asceso al trono che i britanni, i germani e i persiani, incoraggiati dall'arrendevolezza di Antonino, cominciarono a minacciare i confini dell'Impero. Marco mandò in Oriente con un esercito Lucio, che ad Antiochia trovò Pantea e ci si fermò. Era la Cleopatra del luogo, e Lucio era un Marc'Antonio senza il coraggio e il genio militare di costui. Quando vide quel po' po' di donna, perse completamente la testa. Dicono che lei ne aiutò la smemoratezza con dei filtri. Ma se era veramente bella come ce l'hanno descritta, dei filtri non dovette averne nessun bisogno.

Marco non protestò contro il contegno di Lucio che seguitava a fare il ganimede con Pantea, mentre i persiani scorrazzavano a loro piacere in Siria. Si limitò a mandare discretamente un piano di operazioni al capo di stato maggiore del suo socio, Avidio Cassio, con l'ordine di eseguirlo a puntino. Era, dicono, un piano che rivelava un gran talento militare. Lucio rimase a gavazzare ad Antiochia mentre il suo esercito batteva brillantemente i persiani, e non ne riprese il comando che per farsi incoronare d'alloro il giorno del trionfo che Marco gli fece decretare. Purtroppo, con le spoglie del nemico vinto, egli portava ai suoi concittadini un brutto regalo: i microbi della peste. Fu un terribile flagello che uccise nella sola Roma oltre duecentomila persone. Galeno, il più celebre medico del tempo, racconta che i corpi dei malati erano squassati da una tosse rabbiosa, si riempivano di pustole e il loro fiato puzzava. Tutta l'Italia ne fu contaminata, città e villaggi rimasero disabitati, la gente affollava i santuari per invocare la protezione degli dèi, nessuno più lavorava, e dietro l'epidemia si profilava la carestia.

Marco non era più un imperatore, era un infermiere che non abbandonava nemmeno per un'ora le corsie degli ospedali, ma la scienza a quei tempi non offriva rimedi. A queste pubbliche calamità se ne aggiunsero per lui di private. Faustina, la figlia che Antonino gli aveva dato in moglie, somigliava in tutto e per tutto alla sua omonima mamma: nella bellezza, nella gaiezza e nell'infedeltà. I suoi adulteri non sono provati, ma tutta Roma ne parlava. Forse essa aveva delle attenuanti: quel marito ascetico e malinconico, assorto nel suo sacerdozio di "primo servitore dello stato", non era fatto per una donnina col pepe in corpo e piena di vita come lei. Gran gentiluomo come il suo predecessore e suocero, Marco la colmò solo di attenzioni e di tenerezza, non pronunciò una parola di deplorazione o di lamento, e anche nelle sue Meditazioni ringraziò gli dèi per avergli dato una moglie così devota e affettuosa. Dei quattro figli nati da quel matrimonio, una era morta, un'altra era diventata l'infelice moglie di Lucio, che si comportò bene solo il giorno in cui si decise a lasciarla vedova, e quanto ai due gemelli, di cui tutta Roma diceva che il vero padre era un gladiatore, uno morì nascendo, e l'altro, che si chiamava Commodo, aveva ora sette anni, era una meraviglia di bellezza atletica, già faceva disperare i suoi istitutori per la sua renitenza allo studio e una sfrenata passione per il Circo e la lotta con le belve. Quando si dice: il sangue... Ma Marco lo amava disperatamente.

Le decimazioni della pestilenza e la carestia avevano fatto di Roma una città cupa e sfiduciata. Già vecchio prima della cinquantina in mezzo a tanti triboli, il galantuomo Marco, roso dall'insonnia e dall'ulcera di stomaco, non faceva in tempo a riparare un guaio che un altro ne cominciava. Ora erano le tribù germaniche che dilagavano verso l'Ungheria e la Romania. Quando Marco si mise personalmente alla testa delle legioni, molti sorrisero: quell'omino fragile e macilento, costretto a una dieta vegetariana, non dava affidamento come trascinatore d'uomini. E invece poche volte i legionari avevano combattuto con tanto impeto come fecero sotto il suo diretto comando. Quest'uomo di pace fece la guerra, per sei anni, battendo uno dopo l'altro i più aggressivi nemici: i quadi, i longobardi, i marcomanni, i sarmati. Ma quando, dopo una giornata di battaglia, si ritrovava solo con se stesso, sotto una tenda di semplice soldato, apriva il quaderno delle Meditazioni e scriveva: Un ragno, quando ha catturato una mosca, crede di aver fatto chissacché. E così crede chi ha catturato un sarmato. Né l'uno né l'altro si rendono conto di essere soltanto due piccoli ladri. Però il giorno dopo ricominciava a combattere contro i sarmati.

Stava coronando in Boemia un brillante seguito di vittorie, quando Avidio Cassio, generale in Egitto, si ribellò proclamandosi imperatore. Era l'ex capo di stato maggiore di Lucio, che col piano di Marco aveva battuto i persiani. Marco concluse una rapida e generosa pace coi suoi avversari, riunì i soldati, disse loro che, se Roma lo voleva, volentieri si sarebbe ritirato per lasciare il suo posto al concorrente, e tornò indietro. Ma il Senato rifiutò all'unanimità e, mentre Marco muoveva incontro a Cassio, "questi fu ucciso da un suo ufficiale. Marco rimpianse di non aver potuto perdonarlo, si fermò ad Atene per uno scambio di vedute coi maestri delle varie scuole filosofiche locali e, tornato a Roma, subì a malincuore il trionfo che gli tributarono e vi associò Commodo, che ormai era celebre per le sue gesta di gladiatore, per la sua crudeltà, e per il suo vocabolario da bassofondo.

Forse anche per distrarre quel ragazzo dalle sue malsane passioni, riprese subito dopo la guerra contro i germani, conducendoselo dietro. E di nuovo fu alle soglie della vittoria definitiva, quando a Vienna cadde malato, cioè più malato del solito. Per cinque giorni, rifiutò di mangiare e di bere. Al sesto, si alzò, presentò Commodo, come nuovo imperatore, alla truppa schierata, gli raccomandò di portare i confini di Roma fino all'Elba, tornò a letto, si coprì il volto col lenzuolo e attese la morte.

Le Meditazioni ch'egli compose in greco sotto la tenda sono giunte fino a noi. Esse non rappresentano un gran documento letterario, ma contengono il più alto codice morale che ci abbia lasciato il mondo classico. Proprio nel momento in cui la coscienza di Roma si spegneva, essa trovava in questo imperatore il suo più luminoso barbaglio.

Indro Montanelli (da "Storia d’Italia")


I SEVERI

Nel presentarlo ai soldati come suo successore, Marco aveva chiamato Commodo "il sole nascente". E forse i suoi occhi di babbo (se lo era) lo vedevano così. Ma anche ai legionari quel ragazzo manesco, di pochi scrupoli, di appetito gagliardo e di turpiloquio pronto, piacque. Lo credevano più militaresco di suo padre.

Grandi furono quindi il loro stupore e malumore quando il giovanotto, invece di liquidare il nemico già intrappolato in una "sacca", gli offrì la più sconsiderata e frettolosa delle paci. Per due volte un miracolo interveniva a salvare quei turbolenti germani: un miracolo di cui Roma doveva fare più tardi le spese.

Commodo non era un codardo, ma la sola guerra che amava era quella contro i gladiatori e le belve nel Circo. Alzandosi, rifiutava la colazione prima di aver scannato la sua tigre quotidiana. E siccome di tigri in Germania non ce n'era, aveva furia di tornare a Roma, dove dall'Oriente i governatori erano incaricati di mandarne a branchi. Per questo, infischiandosi dell'Impero e dei suoi destini, stipulò quella rovinosa pace che lasciava insoluti tutti i problemi. Il Senato rinunziò al suo diritto elettivo attraverso l'adozione che da Nerva in poi aveva dato sì buoni frutti, e accettò il ripristino, che quell'imperatore incarnava, del principio ereditario.

Come per Nerone e Caligola, anche a voler fare un po' di ribasso su quello che i contemporanei hanno scritto di lui, ce n'è d'avanzo per catalogare Commodo fra le pubbliche iatture. Giocatore e bevitore, con un serraglio, dicono, di centinaia di ragazze e giovanotti per i suoi piaceri, pare che abbia avuto un affetto solo: quello per una certa Marzia, che, essendo cristiana, non si capisce come conciliasse la sua fede austera con quell'amante debosciato, ma che tuttavia fu utile ai suoi correligionari salvandoli da una probabile persecuzione.

Il peggio cominciò quando alcuni delatori denunziarono a Commodo una congiura capeggiata da sua zia Lucilia, la sorella di suo padre. Senza curarsi di prove, la uccise, e fu l'inizio di un nuovo terrore che venne dato in appalto a Cleandro, il capo dei pretoriani. Per la prima volta dopo Domiziano, Roma cominciò a tremare sotto i soprusi di queste guardie. Un giorno la popolazione, più per paura che per coraggio, le assediò nel Palazzo e chiese la testa di Cleandro. Commodo gliela diede senza esitare, sostituendo la vittima con Leto, un uomo accorto, il quale si rese subito conto che, una volta salito a quel posto, o si faceva uccidere dal popolo per compiacere all'imperatore, o si faceva uccidere dall'imperatore per compiacere al popolo. Per sfuggire a questo dilemma, c'era un'altra via sola: uccidere lui, l'imperatore. E la scelse con la complicità di Marzia, di cui anche in questa occasione discerniamo male la cristianità, e che propinò a Commodo una bevanda avvelenata. Lo finirono strangolandolo nel bagno perché il giovanotto, appena trentenne, era duro a morire.

Era il 31 dicembre del 192 dopo Cristo. Cominciava la grande anarchia.

I senatori, felici per la morte di Commodo, agirono come se ne fossero stati essi gli autori, eleggendo a successore un loro collega, Pertinace, che non voleva saperne e aveva ragione. Per rimettere in sesto le finanze, dovette fare economia; e per fare economia, dovette licenziare molti profittatori, fra cui i pretoriani. Dopo due mesi di governo in questo senso, lo trovarono morto, ucciso dalle sue guardie, le quali annunziarono che il trono era all'asta: vi sarebbe salito chi offriva loro la mancia più alta.

Un banchiere miliardario di nome Didio Giuliano stava tranquillamente mangiando nel suo palazzo, quando la moglie e la figlia, ch'erano piene di ambizioni, gli buttarono addosso la toga ordinandogli di precipitarsi a concorrere. Riluttante, ma temendo più le sue donne che le incognite del potere, Didio offrì ai pretoriani tre milioni a testa (doveva averne, oh!), e vinse.

Il Senato era caduto in basso, ma non sino al punto d'inghiottire un simile mercato. Spedì segretamente disperate richieste di aiuto ai generali dislocati in provincia, e uno di costoro, Settimio Severo, venne, vide, promise il doppio di quel che aveva dato Giuliano, e vinse. Il banchiere piangeva, rinchiuso in una stanza da bagno, dove lo decapitarono. Sua moglie rimase vedova, ma si consolò col titolo di ex imperatrice.

Per la prima volta, con Settimio, saliva al trono un africano di origine ebrea. Roma non se l'era scelto; anzi, il Senato si dichiarò per un altro generale, Albino. Ma non se ne trovò male, quando Settimio ebbe vinto la partita, messo a morte i suoi oppositori e trasformato definitivamente il Principato in una monarchia ereditaria di stampo militare. Era triste che si fosse arrivati a questo punto. Ma, una volta arrivatici, e non certo per colpa di Settimio, costui non poteva agire diversamente. Ci voleva una mano di ferro per indigare la catastrofe, e Settimio la ebbe. Era un bell'uomo sulla cinquantina, robusto, eccellente stratega, conversatore spiritoso, ma comandante di pochi spiccioli. Veniva da una famiglia benestante, aveva studiato filosofia ad Atene e diritto a Roma, ma parlava il latino con un forte accento fenicio. Non aveva certo la stoffa morale di un Antonino o di un Marc'Aurelio, né la complessità intellettuale di un Adriano. Era anzi un cinico, ma diritto e onesto, col senso chiaro della realtà. L'unica sua bizzarria era l'astrologia, cui doveva un matrimonio che a Roma non portò fortuna. Si trovava in Siria, quando gli morì la prima moglie, ch'era una brava e semplice donna. Il vedovo, che subito interrogò gli astri, seppe che uno di essi, un meteorite probabilmente, era caduto nei pressi di Emesa. Vi andò, e su quel frammento di cielo trovò eretto un tempio, dove se ne venerava la reliquia, accudita da un prete e da sua figlia, Giulia Donna, che, oltre tutto, era anche un fior di ragazza. Vedendola, fu facile a Settimio convincersi ch'era quella la sposa che gli astri gli ordinavano. E fin qui, nulla di male. Diventata imperatrice, Giulia fece parecchi torti a suo marito, che aveva troppo daffare per avvedersene. E anche questa fu una sciagura, sì, ma di carattere soltanto privato. Era una donna intelligente e colta, che riunì un salotto letterario e vi portò i modi e le mode dell'Oriente. Purtroppo però mise al mondo Caracalla e Geta.

Settimio governò diciassette anni, rivolgendosi al Senato solo per impartirgli ordini, e quasi sempre guerreggiando. Egli introdusse una grande e pericolosa novità: il servizio militare obbligatorio per tutti, ad eccezione degli italiani, ai quali era invece proibito. Era il riconoscimento della decadenza guerriera del nostro paese e della sua irrimediabilità. D'ora in poi esso era in balìa di legioni straniere. Con esse, Settimio combattè un seguito di guerre fortunate, non solo per rinforzare i confini, ma anche per tenere in allenamento le guarnigioni. E ne stava portando a compimento una ennesima, quando la morte lo sorprese in Britannia nel 211 dopo Cristo. Colui che aveva criticato Marc'Aurelio per aver designato a successore Commodo, designò Caracalla e Geta. Perché era un babbo anche lui, o perché non conosceva i suoi figli, dai quali era sempre stato lontano? Forse perché non gliene importava nulla. A un suo luogotenente disse: «Sono diventato tutto quel che ho voluto. E mi accorgo che non ne valeva la pena». E ai suoi due eredi raccomandò: «Non lesinate quattrini ai soldati e infischiatevi sempre di tutto il resto».

Raccomandazione superflua: Caracalla e Geta talmente s'infischiavano di tutto il resto, da includervi anche il loro padre, e ordinarono ai medici di affrettarne il trapasso.

Dei due, il primo fu il Commodo di turno, e non tardò a dimostrarlo. Seccato di dover dividere il potere con suo fratello, lo fece assassinare, condannò a morte ventimila cittadini sospetti di parteggiare per lui e, memore delle istruzioni impartitegli da suo padre, placò i malumori dei soldati riempiendogli le tasche di sesterzi. Non era un ragazzo sprovveduto; era, semplicemente, un amorale. Ogni mattina, alzandosi, voleva un orso vivo con cui misurarsi per tenere i muscoli in esercizio, a tavola sedeva con una tigre per commensale, e si coricava con un leone dormendo fra le sue zampe. Non riceveva i senatori che affollavano la sua anticamera, ma era cordiale coi soldati e li colmava di favori. Estese la cittadinanza a tutti i maschi dell'Impero, ma solo per aumentare il gettito delle tasse di successione, cui solo i cittadini erano astretti.

Di politica si occupava poco. Preferiva lasciarla a sua madre che se n'intendeva, ma naturalmente la faceva da donna, cioè basandosi sulle simpatie e antipatie. Era lei che sbrigava la corrispondenza e riceveva in udienza ministri e ambasciatori. A Roma dicevano che si era procacciata questa posizione di favore cedendo alle incestuose voglie di suo figlio. Probabilmente non era vero. Caracalla da questo lato era abbastanza serio, e la sua unica vera passione erano le guerre e i duelli. Un giorno qualcuno gli parlò di Alessandro il Grande. Egli se n'entusiasmò e volle imitarlo. Reclutò una "falange" armata come quelle dell'eroe, mosse verso la Persia, ma nelle battaglie si dimenticava di essere il generale perché si divertiva di più a fare il soldato e a provocare il nemico in singoli corpo a corpo. Finché un giorno i legionari, stanchi di quel marciare e di quel guerreggiare senza capo né coda, senza programmi e soprattutto senza bottino, lo pugnalarono.

Giulia Donna, deportata ad Antiochia dopo aver perso tutto, marito, trono e figli, rifiutò di mangiare finché morì. Ma si lasciò dietro una sorella, Giulia Mesa, che la valeva come cervello e ambizione. Essa aveva due nipoti, figli di due sue figlie: uno si chiamava Vario Avito e faceva, con lo pseudonimo di Elio-gabalo, che vuol dire dio-sole, il prete a Emesa, donde la famiglia dell'imperatrice era originaria; l'altro si chiamava Alessiano, ed era ancora bambino.

Mesa sparse la voce che Eliogabalo era figlio naturale di Caracalla, e i legionari, che laggiù in Siria si erano convertiti alla religione locale e rispettavano in quel chierichetto quattordicenne il rappresentante del Signore, lo proclamarono imperatore e lo condussero trionfalmente a Roma, con la nonna e la madre.

Un giorno di primavera del 219 dopo Cristo, l'Urbe vide arrivare il più strano degli Augusti: un ragazzo tutto vestito di seta rossa, le labbra tinte di rossetto, le ciglia ripassate con l'henné, una fila di perle al collo, braccialetti di smeraldi ai polsi e alle caviglie, e una corona di diamanti in testa. Ma lo acclamò ugualmente. Oramai nessuna mascheratura la scandalizzava più.

Ancora una volta il vero imperatore fu una donna: nonna Mesa, la sorella di quella precedente. Per Eliogabalo il trono era un balocco, e lo usò come tale. Nella sua infantile innocenza, quel ragazzetto era anche simpatico come un cucciolone. Il suo piacere preferito era quello di fare scherzi a tutti, ma innocenti: tombole e lotterie con la sorpresa, burle, giuochi di carte. Ma era anche un sibarita, voleva il meglio di tutto, e ci spendeva cappellate di quattrini. Non viaggiava con meno di cinquecento carri al seguito, e per una boccetta di profumo era pronto a pagare milioni. Quando un indovino gli disse che sarebbe morto dì morte violenta, vuotò le casse dello stato per provvedersi di tutti i più raffinati strumenti di suicidio: una spada d'oro, un armamentario di corde di seta, scatole tempestate di brillanti per la cicuta. Ogni tanto, ricordando i suoi trascorsi sacerdotali, aveva crisi mistiche. Un giorno si circoncise, un altro tentò di evirarsi, un altro ancora si fece spedire da Emesa il famoso meteorite del suo bisnonno materno, vi fece costruire sopra un tempio e propose agli ebrei e ai cristiani di riconoscere la loro religione come quella di stato, se gli uni accettavano di sostituire Jeovah e gli altri Gesù con quella sua pietruzza.

Nonna Mesa capì che quel nipotino metteva in pericolo la dinastia. Lo persuase a adottare il cuginetto Alessiano e a nominarlo Cesare con l'imponente nome di Marco Aurelio Severo Alessandro. E con la disinvoltura ch'era una caratteristica della famiglia, lo fece uccidere con sua madre, ch'era poi sua figlia.

È curioso veder nascere, da un così orrendo massacro, il regno di un santo, Alessandro Severo, che aveva quattordici anni, faceva onore al suo nome: aveva studiato con diligenza, dormiva su un duro giaciglio, mangiava sobriamente, prendeva la doccia fredda anche d'inverno, si vestiva come uno qualunque, e del suo predecessore aveva ereditato una cosa sola: l'imparzialità verso tutte le religioni, con pronunciate simpatie per la regola morale degli ebrei e dei cristiani. Il loro precetto: "Non fare agli altri ciò che non vuoi che sia fatto a te", fu da lui scolpito su molti pubblici edifici. Discuteva imparzialmente coi teologi, ed anche su pressione della madre Mammea, che aveva preso il posto di Mesa ormai morta, e propendeva verso il cristianesimo, ebbe un debole per Origene, un asceta che portava nella nuova fede una vocazione di stoico.

Mentre Alessandro si occupava soprattutto del Cielo, Mammea governava bene la terra, assistita dai consigli di Ulpiano, che di Alessandro era stato il tutore. Essa condusse un'abile politica economica, ridusse le influenze dei militari e ridiede al Senato parte dei suoi poteri. Ingiustizie ne commise solo verso la nuora perché, dopo averla data in sposa a suo figlio, se ne ingelosì e la fece bandire. Anche le imperatrici son donne e mamme. Ma quando i persiani ricominciarono a minacciare, essa partì con suo figlio alla testa dell'esercito per respingerli. Alessandro, prima di ingaggiare battaglia, mandò al re nemico una lettera in cui cercava di convincerlo a non farla. L'altro la prese come un segno di debolezza, attaccò e fu battuto. L'imperatore, che non amava la guerra, cercò di evitare almeno quella coi germani. E, incontratine in Gallia gli emissari, offrì loro un tributo annuo se accettavano di ritirarsi.

Fu forse il suo unico sbaglio, e lo pagò caro. I legionari non erano più ansiosi di battaglie, ma non erano ancora pronti a comprarsi le paci. Indignati, si ribellarono, uccisero Alessandro sotto la tenda con la madre e tutto il seguito, e acclamarono imperatore il generale dell'esercito di Pannonia, Giulio Massimino.

Correva l'anno 235 dopo Cristo.

Indro Montanelli (da "Storia d’Italia")


DIOCLEZIANO

L'anarchia che seguì la morte di Alessandro Severo durò cinquant'anni, cioè fino all'avvento di Diocleziano, e già non fa più parte della storia di Roma, ma della decomposizione del suo cadavere. Diventa perfino difficile seguire la successione al trono, e non c'è speranza che il lettore, per quanto volenteroso, possa ricordare i nomi di tutti coloro che vi si diedero il cambio, ognuno sgozzando regolarmente il suo predecessore. Limitiamoci a un "promemoria".

Massimino si sarebbe dovuto chiamare Massimone perché era alto più di due metri, con un torace in proporzione e delle dita così grosse che usava come anelli i braccialetti di sua moglie. Era figlio di un contadino della Tracia, aveva il complesso d'inferiorità della propria ignoranza, e nei suoi tre anni di regno non volle mettere piede a Roma che infatti non lo vide mai. Preferì restare tra i soldati in mezzo ai quali era cresciuto, e per finanziare le guerre, che costituivano il suo solo divertimento e nelle quali riusciva benissimo, impose tali tasse ai ricchi che costoro gli aizzarono contro la rivalità di Gordiano, proconsole in Africa, signore colto e raffinato, ma già ottantenne. Massimino gli uccise il figlio in battaglia, e Gordiano si suicidò.

I capitalisti si rivolsero allora a Massimo e a Balbino, proclamandoli congiuntamente imperatori. Massimino stava per batterli ambedue, quando fu assassinato dai suoi soldati. I suoi avversari non poterono godere di quel gratuito trionfo perché ne seguirono immediatamente la sorte ad opera dei pretoriani, che sul trono installarono il loro uomo, un altro Gordiano. I legionari lo uccisero mentre li guidava contro i persiani, e acclamarono Filippo l'Arabo, che a sua volta fu accoppato da Decio a Verona.

Decio riuscì a restare imperatore due anni, che per quei tempi era quasi un primato, e mise in cantiere alcune serie riforme, tra cui il ripristino dell'antica religione a danno del Cristianesimo che egli voleva distruggere. Ma fu sconfitto e ucciso dai goti, sostituito da Gallo che venne assassinato dai suoi soldati, i quali acclamarono Emiliano e pochi mesi dopo accopparono anche questo.

Sul trono salì Valeriano, già sessantenne, che si trovò con cinque guerre contemporanee sul gobbo, contro i goti, gli alemanni, i franchi, gli sciti e i persiani. Andò a combattere i nemici d'Oriente, lasciando quelli d'Occidente alle cure di suo figlio Gallieno; ma cadde prigioniero, e Gallieno diventò unico imperatore. Aveva meno di quarant'anni, coraggio, decisione e intelligenza. In altri tempi sarebbe stato un magnifico sovrano. Ma non c'era ormai più forza umana che potesse arginare la catastrofe. I persiani erano in Siria, gli sciti in Asia Minore, i goti in Dalmazia. La Roma di Cesare, per non dire quella di Scipione, avrebbe potuto far fronte a queste simultanee catastrofi. Quella di Gallieno era un rottame alla deriva, in attesa solo di qualche miracolo per salvarsi.

Uno ne avvenne in Oriente, quando Odenato, che governava Palmira per conto di Roma, battè i persiani, si proclamò re di Cilicia, Armenia e Cappadocia, morì, e lasciò il potere a Zenobia, la più grande regina dell'Est. Era una creatura che, nascendo, aveva sbagliato sesso. In realtà aveva il cervello, il coraggio, la fermezza di un uomo. Della donna, aveva solo la sottigliezza diplomatica. Ufficialmente, essa agì in nome di Roma, e come sua rappresentante si annetté anche l'Egitto. In realtà il suo fu un regno indipendente che si formò nel cuore dell'Impero, ma che nello stesso tempo fece diga contro gli invasori sarmati e sciti che