È stata più volte sottolineata la complessità dello
sforzo ermeneutico che la ricerca specializzata produce
nell'interpretare le opere filosofiche degli antichi, poiché tali
scritti possono in-durci a credere che da essi è possibile trarre chiare
informazioni sul pensiero e sulla psicologia del loro autore, mentre, di
fatto, sono piuttosto risoluzioni legate all'arte dell'autore il quale,
attraverso l'utilizzazione letterale di formule o di parole impiegate
dalla tradizione precedente, conferisce alle stesse un senso nuovo
adattato a quello che vuole dire.
Importanti studi, anche di un recente passato, hanno
condizionato, spesso, un quadro concettuale per troppo tempo
imprigionato in stereotipi, frutto di fuorvianti analisi storiografiche.
Seneca e Agostino sono un caso emblematico di tale tendenza,
caratterizzata da formule di sintesi che, per il Cordovano,
parlano di stoicismo cristianizzato e, per il vescovo d'Ippona,
di cristianesimo neoplatonizzante. Così, se da una parte, la tesi
di san Girolamo, che parlava di un Seneca tanto vicino al cristianesimo
da poter essere nel novero dei Santi, è risultata essere
insostenibile, per l'inattendibilità dello scambio epistolare
(chiaramente apocrifo) che Seneca avrebbe avuto con san Paolo,
dall'altra si è sistematicamente insistito sulle affinità profonde fra
pensiero senecano e pensiero cristiano. E se all'Agostino delle
Confessiones e del De civitate Dei è stata riconosciuta la
sofferta evoluzione spirituale che lo conduce a Cristo nella sua forma
di Verità redentrice e di salvezza, l'autore dei Dialoghi di
Cassiciacum è stato visto su di uno sfondo intellettualistico di
stampo plotino-porfiriano che gli avrebbe impedito di vedere la figura
di Cristo nella divina umiltà incarnata, per interpretarla in una forma
esclusivamente o pedagogica o come portaparola dell'intelletto divino'.
Qui si tenta di mettere in discussione l'operazione concettuale della
sintesi, che condurrebbe Seneca a spiritualizzare il razionalismo
stoico e Agostino a razionalizzare la spiritualità cristiana, per
ricostruire lo spartiacque che distanzia l'interiorità pagana di Seneca
da quella cristiana di Agostino.
L'interiorità in Seneca
Non si può non notare, in verità, in Seneca, l'invito
all'esame di coscienza quotidiano, quando egli ci esorta a raccoglierci
in noi stessi «Recede in te ipse, quantum potes», non passano
inosservati il suo disprezzo per i beni terreni e l'idea che la sventura
sia in qualche modo provvidenziale, mettendoci alla prova per renderci
migliori; non possiamo non riflettere quando denuncia la sua repulsione
per l'orrore della guerra e per gli spettacoli cruenti ed immorali dove
il male è furore e forza malefica innata. Non sfuggono le sottili
analisi, condotte con estrema lucidità razionale e morale, sulla brevità
della vita, sull'acccttazione della morte, che conducono il cordovano
alla scoperta di una nuova dimensione dell'uomo; come è impossibile non
evidenziare la convinzione che il filosofo ha della fede in un Dio che
prima di essere al di fuori di noi è dentro la nostra coscienza, dentro
noi stessi. Né da Seneca viene trascurata l'importanza della solidarietà
e dell'amicizia, quando afferma che non bisogna stringere amicizia
pensando solo a se stessi, ma trovare un rapporto privilegiato con gli
altri, basato sull'amore reciproco e sulla gioia dell'acquisto, poiché
se si vuole essere amati, così come dice Ecatone, si deve amare per
primi: «Si vis amari, ama».
L'importanza di tale sentimento è sottolineata da
Seneca quando sostiene che nella scelta degli amici non occorre trovarli
nella cerchia dei filosofi che fanno sfoggio di saggezza, ciò che
importa è la loro integrità morale. Come massima espressione del legame
che Seneca sembra costruire col cristianesimo, si può citare il brano in
cui l'antico collaboratore di Nerone sottolinea che gli schiavi sono
uomini come noi perché fatti della stessa carne e dello stesso sangue e,
con afflato pedagogico, rivolge l'invito morale: «comportati con il
tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore si comportasse con te»,
invito a cui non si può non associare il precetto cristiano
«Quanto dunque desiderate che gli uomini vi facciano, fatelo anche voi
ad essi. Questa è infatti la legge e i profeti»". È bene ricordare,
comunque, che molte delle aspirazioni delle quali il cordovano si faceva
portavoce erano proprie non solo dello stoicismo ma anche
dell'epicureismo e di altre filosofie di provenienza greca o orientale
che si erano imposte nel mondo romano per la crisi morale e religiosa
che attraversava.
Chi fu dunque Seneca? Un eminente studioso ne ha
tracciato un ritratto esemplare: «Seneca è un personaggio quale non
era mai apparso finora nel mondo antico. La sua vita e le sue opere
dimostrano una contraddittorietà strutturale senza precedenti [...]
Seneca può essere definito se non un grande filosofo o pensatore, senza
dubbio il più grande psicologo del mondo classico. Nessuno prima di lui
e fino ad Agostino ha scoperto e analizzato la pluridi-mensionalità
dell'anima umana, e il suo essere una commixtio inesplicabile di
bene e di male, di razionale e irrazionale [...] Le pagine dedicate agli
aspetti contraddittori della humana condicio (Epist. 110),
alla ricerca inesauribile delle più varie attività, per riempire il
vuoto dell'esistenza, al tedio, ali"inquietudine' e al 'tormento' della
vita, [,..]alla ricerca di una propria mai raggiunta stabilità morale e
psicologica, all'analisi accanita della malvagità umana, [...] rivelano
il genio»".
Seneca, dunque, è una personalità contraddittoria che
agisce in una realtà dispersiva, malvagia, irrazionale, spregevole. Una
realtà che non poteva essere più drammaticamente descritta da san Paolo
nella Lettera ai Romani: «Per questo Dio li ha dati in balia di
passioni ignominiose [...] Dio li abbandonò in balia di una mente
insipiente [...] Essi, conoscendo bene il decreto di Dio, per cui coloro
che compiono tali azioni sono degni di morte, non solo le fanno, ma
danno il loro consenso, approvando chi le compie».
Ed è in questa realtà che Seneca esprime il suo senso
moderno ed esistenziale, soffermandosi sulla fugacità del tempo e
sull'amore per la vecchiaia: «nessuno è tanto vecchio da non poter
sperare in almeno un giorno di vita, e anche un solo giorno di vita può
essere equivalente a una vita intera» \ la vita, infatti, ci sfugge,
inconsapevoli, spesso, del male che facciamo e di morire un po' di più
ogni giorno che passa; paradossale è il fatto che siamo attenti a farci
restituire i nostri prestiti ma restiamo indifferenti davanti al tempo
che passa e che non può esserci restituito.
Come è stato già sottolineato dalla ricerca
specializzata, il cordovano invita a tenere ben presente in noi il
passato e il futuro; ed è proprio attraverso la previsione, una volta
svanita la paura, che il saggio può trionfare sul tempo che si trasforma
in un ente dal valore qualitativo anziché quantitativo. Si realizza,
così, mediante il dato irreale legato all'acronia, quell'atemporalità
che permette al saggio di diventare come un Dio, perché in qualche modo
ama il proprio destino e lo governa. Ma qual è la svolta che
caratterizza il programma di Seneca, in che modo e quando cerca di
realizzarlo?
«Punto di partenza di tutto il discorso è il
fallimento della sua azione politica». Il collaboratore di Nerone,
che aveva accumulato ricchezze enormi con insensibilità di usuraio, il
cortigiano di una corte in cui l'imperatore si è macchiato di delitti
orrendi, è un politico machiavellico senza scrupoli e un utopista senza
limiti; coinvolto, forse ingiustamente, nella congiura pisoniana è
costretto al suicidio. Sembrano avverarsi le rotture violente di quell'indagine
sul male descritte nelle sue tragedie, il cui pessimismo si esalta nel
trionfo del male che «non è un dato sopraggiunto, ma trasmesso
geneticamente e anteriore alla coscienza», inconscio che si pone
irrazionalmente come presenza ontologica. Nelle tragedie senecane si
accumulano, sinergicamente insopportabili, malvagità, sofferenze umane e
orrori infernali che offrono una visione disperata della storia che
sconvolge e non offre speranza. L'allontanamento dalla corte non conduce
alla sconfitta il filosofo che si è sostituito al politico; Seneca
produce il suo capolavoro filosofico e letterario, Epistulae morales
ad Lucilium. In questa sua opera c'è l'ultima disperata difesa di un
mondo che sta crollando, un mosaico ormai che si deturpa per i tasselli
imputriditi che si staccano dall'insieme, poiché una società vecchia e
malata può rispondere ai vitae tormenta, animi iactatio, alla
inquietudo e alla maestitia, per giungere ad una apparente
tranquillitas, solo con vecchie categorie esistenziali a cui manca
il nuovo messaggio della Verità di Cristo. Il filosofo, che ha subito lo
smacco della caduta, risponde con una cesura totale col passato,
rifugiandosi nella solitudine dell'io. Tutto ciò che è al di fuori
dell'io viene disprezzato e respinto; il mondo ormai è lontano,
inesistente. Nel Cordovano si è spento ogni rumore, ogni passione, ogni
dolore. Si è giunti all'assoluta riduzione dell'oggetto d'indagine
all'io, al proprio io. La fuga dal mondo e l'orgoglio della propria
solitudine sfociano nel dramma solipsistico e nel suicidio, atto
sciagurato di una rinuncia alla vita che già si era spenta nella falsa
libertà del «me prius scrutar, deinde hunc mundum».
Seneca, che aveva scoperto l'interiorità come un
mondo ovattato e sicuro, ha reciso ogni legame fra il suo microcosmo e
il macrocosmo in cui poteva inscriversi, per dare senso e significato
alla sua introspezione. La «libertas del sapiens si scopre,
nel suo cerchio egoistico, da un lato come la maschera di un orgoglio
eroico affascinante e 'impossibile' che giunge all'esaltazione del
suicidio quale affermazione dell'io; dall'altro, come la rivelazione di
una sconfitta storica e l'umanissimo scudo di difesa contro l'incalzare
della paura».
L'interiorità in Agostino
Di ben altra portata e significato è l'interiorità di
Agostino e, perciò, diverse saranno le risposte che l'Ipponense saprà
dare al problema del male, scorporato da qualsiasi entità ontologica ma
legato alla volontà perversa dell'uomo, al tempo come creatura,
all'amicizia come dedizione, alla storia come peregrinatici verso
la meta eterna. Pertanto, profondamente diversa sarà la soluzione che
solleciterà la sua inquietudine, quando il tormento della consuetudo
carnalis e la caligine della dissipatio mentis, che affiorano
nel racconto delle Confessiones, non cercheranno più di
raggiungere la tranquillità della contemplazione neoplatonica espressa
dall'omne corpus fugiendum. Agostino, rifiutando il disincarnato
stato mentale, legato alla superbia dell'intellettualismo razionalistico
di Piotino, si affiderà alla luce della Grazia, la sola in grado di
accendere quella fede che purifica e potenzia lo sguardo intcriore e di
guidare l'uomo là dove si accende il lume stesso della ragione. Allora
al «me prius scrutor, deinde hunc mundum», Agostino risponde :
«Noli fora s ire, in te ipsum redi in inferiore homine habitat veritas»;
al «recede in te ipse» dell'io solipsistico senecano
risponde: «et si tuam naturam mutabilem inveneris, transcende et
teipsum» che è il vero fondamento dell'interiorizzazione
agostiniana, poiché alla sconfinata fiducia della ratto pagana
Agostino oppone la sua umiltà di cristiano, affermando: «Sed memento
cum te transcendis ratiocinantem animam trascendere» e prosegue:
«Confessa di non essere tu ciò che è la verità, poiché essa non cerca se
stessa; tu invece sei giunto ad essa non già passando da un luogo
all'altro, ma cercandola con la disposizione della mente, in modo che
l'uomo interiore potesse congiungersi con ciò che abita in lui non nel
basso piacere della carne, ma in quello supremo dello spinto». Se si
vuole trovare la verità, dunque, bisogna trascendere se stessi e ciò si
può fare solo con un atto di fede, perché la fede è la stessa luce della
verità verso la quale si deve dirigere la ragione. Non si tratta,
perciò, di un atto fideistico, disgiunto dalla ragione, non si tratta di
un salto nel vuoto senza radicamenti ed appigli; si tratta piuttosto di
non rifiutare la mano della misericordia che si è abbassata per porre
l'uomo nella condizione di cogliere la vita eterna.
Il tempo in funzione
escatologica
L'interiorità di Agostino, a differenza di quella
pagana, può dare al tempo e alla storia una dimensione che si distacca
dalla ciclicità e ripetitività della concezione stoico-neoplatonica, e
alla dottrina della metempsicosi e alla molteplicità dei mondi, che si
riproducono nell'eternità del nulla, oppone un tempo che non si risolve,
come in Seneca, in una illusoria atemporalità. Il tempo in Agostino
scorre verso l'irreversibilità unidirezionale della storia che assume
significato, certo, al di là dell'intersoggettività, seguendo i ritmi
scanditi dall'intenzionalità soggettiva del tempo psicologico, ma che
assume valore solo, in una prospettiva escatologica. Nel De civitate
Dei, Agostino allora, affronta il problema del significato della
storia in una visione globale di filosofia e teologia della storia del
tutto estranea all'intero percorso del pensiero pagano, «in nome
dell'unicità irripetibile della morte e resurrezione di Cristo, ma anche
della enorme perdita di senso dell'agire umano, nella relatività di una
ripetizione senza fine». Nella nuova spiritualità cristiana, la fede
e la speranza fanno sì che i cittadini della Città di Dio, che è
pellegrina sulla terra, tremino e desiderino, si rattristino e godano,
come i cittadini della Città terrena. Ma a differenza dei figli
della Città terrena quelli della Città di Dio temono la
pena eterna, desiderano la vita eterna, si dolgono della loro
condizione: «Grazie alla rivelazione, la ragione umana viene a
scoprire che il senso della storia è la salvezza dell'umanità, ossia la
sua partecipazione alla vita divina, e che, pertanto, il senso ultimo
della storia è l'escatologia».
Conclusione
Se al platonismo sfugge la intenzionalità, legata al
tempo psicologico e non a quello ciclico, esso può valutare i fatti
storici solo da un punto di vista fenomenologico. Vi è un abisso fra la
giustizia pagana, che si realizza nella storia, e quella cristiana, che
ha uno sbocco metastorico, la quale diventa misura di una dannazione o
di una vita beata da subire o da godere. In tale prospettiva non ha
senso pensare a formule di sintesi che creano solo un inaccettabile
ibrido, una operazione culturale che risulta insostenibile sia per lo
stoicismo cristianizzato di Seneca sia per il cristianesimo
neoplatonizzante di Agostino. Al suicidio della disperazione
senecana, innalzato a libertà, Agostino oppone la speranza della vita
eterna così come recita la sua invocazione nel De Trinitate:
«Liberami, o mio Dio, dalla moltitudine di parole di cui soffro
nell'interno della mia anima, misera alla tua presenza e che si rifugia
nella tua misericordia [...] Parlando di Te un sapiente nel suo libro,
che si chiama Ecclesiastico, ha detto: 'Molto potremmo dire senza
giungere alla meta, la somma di tutte le parole è: Lui è tutto' (Eccl.
43,29). Quando dunque arriveremo alla tua presenza, cesseranno
queste 'molte parole che diciamo sema giungere a le'; Tu resterai, solo,
'tutto in tutti' (1 Cor 15,28), e senza fine diremo una
sola parola, lodandoti in un solo slando e divenuti anche noi una sola
cosa in Te. Signore, unico Dio, Dio-Trinità [...] Amen». Agostino
denuncia, così, le aporie strutturali e insolubili di tutto il
razionalismo antico, rilevando l'impossibilità del mondo pagano di
accogliere un universo provvidenziale in sostituzione di una virtus
elitaria che si insegue con la superbia dello sforzo
intellettualistico.
G. Balido