





























































Altri spunti sulla tematica da...
Tertulliano, Apol. XXI, 1; III; XVI
Marco, XII, 17
Giovanni, XIV, 11
I Petri, II, 9
Lett. S. Paolo ai R., XIII, 1
Apoc. di Giov. XII
I Clementis, LXI
Tacito, Ann. XV, 44
Svetonio, Vita Ner. 16
Plinio il G., Ep. X, 98
II Maccabei, 11, 34
I Maccabei, 8, 23
Cicerone, Pro Flacco, 28
Tacito, Hist. V, 9; V, 5; V, 3-4;
V, 8; Ann. II, 85; XV, 44
Atti Apost., 6, 9; 18, 2; 27, 17
Svetonio, Vita Jul. 84; Vita Tib.
36; Vita Cl. 25
Giustino, Apol. I, 55
Plinio il V., Nat. hist. XIII, 4,
46
Lucano, Phars. II, 593
Min. Felice, Oct. 9
Quintiliano, Inst. or. III, 7, 21
Agostino, De civ. Dei, VI, 11
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ORIGINI E CARATTERI DELLA LETTERATURA CRISTIANA
II cristianesimo ispira,
dunque, una nuova letteratura, il cui primo carattere è quello di
corrispondere ad esigenze proprie della tarda antichità, alle sue
ansie di rinnovamento più vive e feconde. Nonostante la diversità
degli ambienti nei quali fiorisce, in Africa, in Italia, in Gallia,
la letteratura cristiana di lingua latina avrà poi una fisionomia
maggiormente unitaria, di fronte a quella in greco, essendo meno
caratterizzata da interessi dottrinali e speculativi che
dall'impegno polemico, antipagano.
Se la nuova letteratura,
con le sue peculiari forme d'arte, nasce più d'un secolo dopo la
predicazione del Vangelo in Italia, le cause sono varie e non
imputabili senz'altro a un ritardo nel costituirsi delle comunità
occidentali. Anzitutto bisogna tenere presente che la propaganda
cristiana, a Roma e nell'intero Occidente, si era svolta dapprima
lungamente in greco. L'apostolato missionario aveva avuto inizio,
difatti, nelle colonie giudaiche costituitesi in seguito alla
diaspora, nelle quali lingua d'uso era appunto la koivti
ellenistica. E il greco rimase nel I-II sec. lingua ufficiale della
Chiesa, anche a Roma, per le funzioni liturgiche, l'insegnamento
dottrinale, le direttive pastorali, come provano, insieme con alcune
epigrafi, i resti dei più antichi documenti letterari: importante
fra tutti la Lettera ai Corìnzi di papa Clemente che, scritta
verso il 96, nell'invitare alla disciplina gerarchica quei lontani
confratelli affermava già il primato della Chiesa di Roma.
Del resto i Cristiani, in
principio, erano andati generalmente confusi con i giudei, tanto che
la storia della Chiesa primitiva nei suoi rapporti con l'impero si
inserisce nella storia del giudaismo, almeno fino all'età flavia.
Secondo una notizia di Svetonio, fu il primo Claudio ad allontanare
da Roma i giudei che, impulsore Chresto, davano luogo a
continui tumulti: si trattava probabilmente di conflitti fra giudei
e cristiani, questi ultimi non essendo, agli occhi dei primi, che
degli scismatici. L'autorità statale giunse ad occuparsi dei
cristiani relativamente tardi, giacché una legge specifica contro di
essi non c'era neppure sotto Nerone. Più inviso al popolino
superstizioso che noto nella sua essenza, il cristianesimo — attesta
Tertulliano — era tenuto facilmente responsabile di ogni calamità
civile, e Nerone ebbe buon giuoco, quando la voce pubblica lo
accusava dell'incendio di Roma, nel riversare l'accusa sui
cristiani. Ancora in epoca domizianea, a quanto sembra, questi
furono accomunati col giudaismo d'opposizione. In seguito, e fino a
tutta la dinastia dei Severi, valse per lo più la famosa norma
suggerita a Plinio il Giovane dall'optimus princeps, quella
di non perseguire che i rei confessi, ma dietro denunzia di singoli
e senza andare a cercarli. Siffatta mancanza di precise basi legali
alle persecuzioni, fra l'altro, aiuta a comprendere la tenace
vivacità della polemica che contraddistinse la letteratura
apologetica in latino.
Secondariamente, il ritardo
negli inizi della letteratura latino-cristiana fu conseguenza di
quel maggiore prestigio che aveva sempre il greco, non solo come
lingua dei testi sacri (l'Antico Testamento, conosciuto nella
traduzione dei Settanta fino dal sec. Ili a.C.; i Vangeli;
gli Atti degli Apostoli, e così via), ma anche come lingua
universale di cultura e in particolare della speculazione
filosofica, lingua ultimamente rimessa in auge dagli scrittori della
nuova Sofistica. In greco scrivevano e parlavano i romani colti, a
cominciare dagli imperatori; a un'opera scritta in greco, i
Ricordi, avrebbe affidato Marco Aurelio le sue dolenti e
composte meditazioni sulla vanità del tutto. Era naturale che il
greco, pertanto, continuassero a usare i primi scrittori cristiani
d'Occidente, come Giustino, autore fra l'altro di un'Apologia
dedicata ad Antonino Pio, Marco Aurelio e Lucio Vero.
Ma quando il cristianesimo
ebbe varcato i limiti delle primitive cerehie giudai-che, facendo
proseliti in strati sempre più larghi (nel contempo la lotta
ideologica era venuta circoscrivendosi nell'ambito dei rapporti con
l'autorità imperiale romana), allora sorse una grande letteratura
cristiana in latino, dai fini eminentemente pratici e battagliera,
appunto fra il II e il III secolo. Si può distinguere un primo
periodo, fino all'epoca della tetrarchia, cui danno l'impronta, per
un concorso di circostanze culturali e storiche, gli apologisti
Tertulliano, Minucio Felice, Cipriano, Arnobio, tutti delle province
d'Africa. Fra queste circostanze è il benessere economico ivi
raggiunto dalla classi medie, l'alto livello delle loro scuole
retoriche, donde escono infatti anche non pochi scrittori pagani, ed
i maggiori legami di quelle province con Roma, anziché con centri
dell'Oriente ellenistico. L'età aurea della letteratura cristiana si
protrae per quasi un secolo e mezzo, da Costantino al
pontificato di S. Leone Magno, comprendendo i Padri della Chiesa
occidentale (Ilario di Poitiers, Ambrogio, Girolamo, Agostino).
Allora, dopo che l'editto di Milano ebbe sancito il trionfo
definitivo del cristianesimo (313), si determinano in clima propizio
le più alte conquiste del pensiero ecclesiastico, anche contro un
pullulare di eresie, alla luce dei risultati teologici acquisiti dai
Padri greci (Clemente Alessandrino, Orìgene, Basilio, Gregorio
Nazianzeno, Gregorio di Nissa), e si assimilano finalmente i valori
pedagogici e letterari dell'eredità classica, mentre anche la poesia
cristiana assurge a espressioni d'arte. Un terzo ed ultimo periodo,
fino a Isidoro di Siviglia, può dirsi caratterizzato dall'attività
degli scrittori cristiani in seno ai primi regni romano-barbarici.
Versioni della Bibbia
I primi documenti della nuova letteratura,
com'è naturale, sono costituiti dalle versioni latine dei testi
sacri. Per un certo tempo questi furono letti, anche in Occidente,
solo in greco; ma almeno dalla metà del II sec., entrati a far parte
delle comunità cristiane molti che il greco ignoravano, si resero
necessarie versioni della Bibbia in latino. Volendo servire a
esigenze liturgiche, esse furono opera occasionale di ministri del
culto anonimi, piuttosto che di dotti professionisti, e non ebbero
pretese letterarie. Le più antiche, ricostruibili da sparse
citazioni di S. Cipriano, sembrano essere state eseguite in Africa e
si indicano perciò complessivamente col nome di Afra (sott.
versio). Altre successive ebbero luogo in Italia, specie
durante il IV sec., nella cerchia di S. Ambrogio e della Chiesa
milanese (Itala): queste ultime erano ancora preferite
nell'insieme da S. Agostino, che le giudicava più chiare e fedeli.
(Ronconi, Posani, Tandoi - Storia della
letteratura latina, Firenze, 1976, 196 sgg.)
I VANGELI
I Vangeli, "la Buona
Novella", descrivono la vita, le opere e la predicazione di Gesù.
Essi risultano scritti fra gli anni 50-100 dopo Cristo. Il primo ad
essere compilato fu il Vangelo dell'apostolo S. Matteo, scritto
intorno agli anni 50-60 in aramaico, lingua parlata dalle genti di
Palestina. Seguirono in ordine di tempo gli altri tre Vangeli, in
lingua greca, scritti da S. Marco, discepolo di S. Pietro, S. Luca,
discepolo di S. Paolo, e S. Giovanni, l'apostolo prediletto.
I primi tre Vangeli hanno
carattere prevalentemente narrativo; l'esposizione della dottrina e
della predicazione di Gesù è fatta in maniera semplice e piana,
numerose parabole illustrano le eterne verità contenute nella Buona
Novella. Il Vangelo di S. Giovanni, ultimo in ordine di tempo, si
differenzia alquanto dagli altri per il suo contenuto
prevalentemente dottrinato e filosofico. Sembra evidente che esso
fosse destinato a gente di cultura superiore, laddove i primi tre
erano destinati alla predicazione e alla grande massa di fedeli.
La Vulgata editio: col
diffondersi del Cristianesimo, i Vangeli furono tradotti in diverse
lingue; varie furono anche le traduzioni in lingua latina, con
rifacimenti e alterazioni del testo originale, a tal punto che col
tempo si rivelò alquanto difficile l'esatta interpretazione della
Buona Novella. La necessità che la dottrina divina fosse chiaramente
definita in un testo unico, che facesse fede per la chiesa
universale, fu sentita vivamente dal papa Damaso (IV secolo). Per
sua richiesta, il dotto San Girolamo si assunse l'arduo compito
della revisione dei testi biblici latini, sulla scorta dei più
antichi manoscritti ebraici e greci. La sua opera diligente, che va
sotto il nome di vulgata, fu condotta a termine sulla fine del IV
secolo o nei primi anni del V secolo. La nuova traduzione ne risultò
migliorata, fu riconosciuta autentica dal concilio di Trento ed è
quella tuttora adottata dalla Chiesa.
L'opera di revisione compiuta
da S. Girolamo ebbe lo scopo di riprodurre il pensiero genuino degli
apostoli e dei discepoli. L'Autore preferì conservare vivo e
inalterato il linguaggio del popolo, come quello cui era destinata
la predicazione del "verbo" divino. Il latino classico, quello che
si riscontra nelle opere del periodo aureo e argenteo della
letteratura latina, ai tempi di S. Girolamo era ormai scomparso
dall'uso comune, costituiva niente più che l'eredità di un mondo
tramontato, era limitato alla ristretta cerchia della gente erudita.
Nel latino classico, inoltre, non trovavano posto i nuovi vocaboli
introdotti dalla Chiesa, e molti degli antichi vocaboli avevano
assunto o andavano assumendo nell'uso quotidiano un significato
diverso. Si osservino, per esempio, taluni vocaboli, come:
benedictio, baptìzare, maledicere, apostolus, oratio, ecc.; essi
o non trovano riscontro nei testi classici, o nella lingua dei
Vangeli hanno perduto il significato primitivo. Il latino dei
Vangeli, che era quello comunemente parlato dal popolo e nelle
famiglie, continuava la lenta e graduale evoluzione del latino
classico; da questa lenta evoluzione trassero origine le diverse
lingue romanze o neolatine, fra cui l'italiano.
(F. Manna -
Antologia latina, Milano, 1969, 7 sgg.)
LA LINGUA
Se il latino, come lingua
della cultura, non fu travolto dalla crisi dell'impero e dal
dilagare delle invasioni barbariche, il merito fu intieramente della
religione cristiana, la quale, facendo di Roma il centro della sua
diffusione, ereditò dalla latinità pagana la struttura organizzativa
e la lingua necessaria a far funzionare quella struttura stessa. Con
l'evangelizzazione dei suoi monaci, poi, il Cristianesimo riuscì a
diffondere la conoscenza del latino anche in regioni con le quali
l'impero pagano non aveva avuto contatti se non rari ed indiretti:
nel Medio Evo i linguaggi parlati in Europa saranno molteplici e tra
loro incomprensibili, ma la lingua scritta sarà una sola, quella
latina, appresa sui testi degli auctores e mediante le
grammatiche, « morta » per un verso, ma « viva » per un altro, in
quanto strumento che rende operante la comunità giuridica, politica
e religiosa che costituisce la Sancta Romana Res Publica,
l'Europa cristiana. Per giungere a ciò, il latino della tradizione
letteraria non potè evitare alcune trasformazioni, anche profonde,
in esso introdotte dal Cristianesimo, sia sul piano lessicale sia
sul piano sintattico-stilistico.
Tale azione trasformatrice
si può vedere articolata in due momenti:
I) In primo luogo occorre
considerare che il Cristianesimo è una religione « nuova », che
implica un totale rinnovamento dell'uomo e dei suoi valori, giacché,
come afferma S. Paolo, si deve servire Dio in novitate spiritus
et non in vetustate litterae (Epistula ad Romanos, 7, 6). Tale
rinnovamento si manifesta anche con la presenza di molte parole
nuove o piegate ad assumere nuovi significati (captivus, per
es., non è più il « prigioniero » ma il « malvagio », « colui che è
preda del maligno »).
II) II Cristianesimo, poi,
è una religione orientale, nata in ambiente giudeo-alessandrino, con
testi originariamente redatti in ebraico, in aramaico, in greco (il
greco, anzi fu per molti decenni la lingua universale di tutta la
cristianità: la stessa Epistula ad Romanos di S. Paolo era
scritta in greco). La traduzione dei testi cristiani in latino
cominciò nel II secolo e giunse a compimento solo nel IV: il latino
che in essa era adottato non si preoccupò troppo dell'urbanitas
e lasciò ampio spazio all'introduzione di molti termini
stranieri costituiti da un certo gruppo di ebraismi (Messia,
Satanas, sabbatum, pascha, hosanna, alleluia, oltre a tutti i
nomi propri) e da moltissimi grecismi (Christus, angelus,
diabolus, evangelium, parabola, ecclesia, baptisma, apostolus,
episcopus, ecc.).
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GESU'
Fra i cristiani
che Nerone fece massacrare nell'anno 64, come responsabili
dell'incendio di Roma, c'era anche il loro capo: un certo Pietro, che,
condannato alla crocifissione dopo aver visto sua moglie avviarsi alla
tortura, chiese di essere appeso con la testa in giù perché non si
sentiva di morire nella stessa posizione in cui era morto il suo
Signore, Gesù Cristo. Il supplizio si svolse là dove ora sorge il gran
tempio che porta il nome del suppliziato. E i carnefici non furono
nemmeno sfiorati dal dubbio che la tomba della loro vittima avrebbe
fatto da fondamento a un altro Impero, spirituale, destinato a
sotterrare quello, secolare e pagano, che aveva pronunciato il verdetto.
Pietro era ebreo
e veniva dalla Giudea, una delle province più tartassate dal malgoverno
imperiale. Due secoli e mezzo prima era riuscita, con miracoli di
coraggio e diplomazia, a liberarsi dal dominio persiano e aveva
ritrovato, per una settantina d'anni, la sua indipendenza, sotto la
guida dei suoi re-sacerdoti da Simone Maccabeo in giù. La loro reggia
era il Tempio di Gerusalemme. E qui gli ebrei si asserragliarono per
resistere all'invasione di Pompeo, che voleva estendere anche su questa
terra il dominio di Roma. Combatterono con la forza della disperazione,
ma non vollero rinunziare alla pausa del sabato, che la religione
imponeva. Pompeo se ne accorse, e proprio di sabato li attaccò.
Dodicimila persone furono massacrate. Il Tempio non venne saccheggiato.
Ma la Giudea diventò una provincia romana. Si ribellò pochi anni dopo,
pagò il tentativo con la libertà di trentamila cittadini venduti come
schiavi, e ritrovò uno sprazzo d'indipendenza sotto un re straniero,
Erode, che tentò d'introdurvi la civiltà greca e la sua pagana
architettura. Fu a suo modo un grande re, intelligente, crudele e
pittoresco, che seppe fare il protetto di Roma senza diventarne il servo
e regalò ai suoi sudditi un tempio ancora più bello, ma decorato di
quelle immagini che l'austera fede ebraica respinge severamente come
peccaminose e contrarie alla legge.
Sotto il suo
successore Archelao di nuovo gli ebrei si ribellarono, i romani rimisero
a sacco Gerusalemme, ne vendettero come schiavi altri trentamila
cittadini; e Augusto, per tagliar corto, fece della Giudea una provincia
di seconda classe sotto il governatorato della Siria. Ma poco prima che
questa nuova sistemazione fosse decisa, era avvenuto nel paese un
piccolo fatto di cui nessuno, lì per lì, si accorse, ma che col tempo
doveva rivelarsi di una qualche importanza per le sorti dell'intera
umanità: a Betlemme, vicino a Nazareth, era nato Gesù Cristo.
Per un paio di
secoli l'autenticità di questo episodio è stata revocata in dubbio da
una "scuola critica" che voleva negare l'esistenza di Gesù. Ora i dubbi
sono caduti. Ne resta, caso mai, uno solo, di secondaria importanza:
quello sulla data esatta di questa nascita. Matteo e Luca, per esempio,
dicono ch'essa avvenne sotto il regno di Erode, che, secondo il nostro
modo di contare, sarebbe morto tre anni prima di Cristo. Altri dice
ch'era un giorno di aprile, altri di maggio. La data del 25 dicembre del
753 ab Urbe condita fu fissata d'autorità
trecentocinquantaquattro anni dopo l'avvenimento, e diventò definitiva.
La storia ci
serve poco, a ritracciare la giovinezza di Gesù. Essa ci fornisce
testimonianze contraddittorie, date incerte, episodi discutibili, e ha
ben poco da opporre alla versione che ce ne danno poeticamente i
Vangeli: l'Annunciazione a Maria, la vergine sposa di Giuseppe il
falegname, la nascita nella stalla, l'adorazione delle pecore e dei re
Magi, la strage degl'Innocenti, la fuga in Egitto. La storia ci aiuta
soltanto a farci un'idea delle condizioni di quel paese, quando Gesù vi
nacque, e delle ispirazioni che vi trovò. Sono gli unici elementi di cui
ci si può fidare.
La Giudea o Palestina era tutto un fremito patriottico e
religioso. Ci vivevano circa due milioni e mezzo di persone, di cui
centomila erano addensate in Gerusalemme. Non c'era unità razziale e
confessionale. In alcune città anzi la maggioranza era dei gentili,
cioè dei non ebrei, specie greci e siriani. La campagna invece era
interamente ebraica, composta di contadini e piccoli artigiani poveri,
parsimoniosi, industriosi, austeri e pii. Passavano la vita a lavorare,
a pregare, a digiunare e ad aspettare il ritorno di Jeovah, il loro Dio
che, secondo le Sacre Scritture, le quali costituivano anche la Legge,
doveva tornare a salvare il suo popolo e a stabilire sulla terra il
Regno del Cielo. Commerciavano poco. Anzi, sembra che fossero del tutto
sprovvisti di quel genio speculativo, per cui in seguito diventarono
così celebri (e temuti).
Il limitato
autogoverno che Roma concedeva era esercitato dal Sinedrio, o Consiglio
degli anziani, composto di settantun membri sotto la presidenza di un
alto sacerdote, e diviso in due frazioni: quella conservatrice e
nazionalista dei sadducèi, che tiravano più alle cose di questa terra
che a quelle del Cielo; e quella bigotta dei farisei, dei teologi che
passavano il loro tempo a interpretare i sacri testi. Poi c'era anche
una terza setta, estremista, quella degli esseni, che vivevano in un
regime comunista, mettevano insieme i profitti del loro lavoro, si
servivano di oggetti fatti con le loro mani, mangiavano a una stessa
tavola, tacendo, e così poco, che campavano in genere oltre i cento
anni, e il sabato non evacuavano nemmeno perché lo consideravano
contrario alla Legge. Gli scribi invece, cui Gesù tanto spesso allude,
non erano una setta; erano una professione e appartenevano per la
maggior parte ai farisei. Rappresentavano un po' i notai, i cancellieri,
gl'interpreti delle Sacre Scritture, da cui ricavavano i precetti per
regolare la vita della società.
Non solo tutta la
politica, ma anche tutta la letteratura e tutta la filosofia ebraiche
erano d'intonazione profondamente religiosa (e lo sono rimaste). Il loro
motivo dominante è l'attesa del Redentore che sarebbe venuto un giorno a
riscattare il popolo dal Male, rappresentato nella fattispecie da Roma.
E i più, seguendo Isaia, erano convinti che il Messia di questa
Redenzione sarebbe stato un Figlio di Uomo, discendente dalla famiglia
di David, il mitico re degli ebrei, che avrebbe scacciato il Male e
instaurato il Bene: l'amore, la pace, la ricchezza.
Questa speranza
cominciava ad essere condivisa allora anche dai popoli pagani soggetti a
Roma che, avendo perso ogni fede nel loro destino nazionale, la stavano
trasferendo sul piano spirituale. Ma in nessun paese l'attesa era così
vibrante e spasmodica come in Palestina, dove i presagi e gli oracoli
davano per imminente la grande apparizione. C'era gente che passava la
giornata nello spiazzo di fronte al Tempio, pregando e digiunando.
Tutti sentivano che ormai il Messia non poteva più tardare.
Pure, Gesù trovò
qualche difficoltà a farsi riconoscere come l'atteso Figlio dell'Uomo. E
pare ch'Egli stesso acquistasse la coscienza di esserlo solo dopo aver
ascoltato le prediche di Giovanni il Battista, ch'era Suo lontano
parente perché figlio di una cugina di Maria. In genere, noi ci
rappresentiamo Giovanni, per la sua qualità di precursore, come molto
più anziano di Gesù. Invece sembra che fosse quasi Suo coetaneo. Viveva
sulle rive del Giordano, vestito solo dei suoi lunghi capelli, si
nutriva di erbe, di miele e di locuste, chiamava la gente a purificarsi
col rito del Battesimo, da cui gli derivò il soprannome, e prometteva
l'avvento del Messia come corrispettivo di un sincero pentimento.
Gesù venne a
trovarlo "nel quindicesimo anno di Tiberio", cioè quando Egli stesso
doveva averne ventotto o ventinove. E sostanzialmente ne accettò la
dottrina e la riprese per conto Suo, ma astenendosi dal battezzare gli
altri di persona, e portando la predicazione in mezzo alla società. Poco
dopo Giovanni venne arrestato dalle guardie del tetrarca di Gerusalemme,
Erode Antipa. Luca e Matteo raccontano che l'arresto fu dovuto alle
critiche di Giovanni al matrimonio di Erode con Erodiade, moglie di suo
fratello Filippo. La figlia Salomè danzò talmente bene di fronte al
tetrarca che questi si offrì di contentare qualunque suo desiderio. Su
suggerimento della madre, Salomè chiese la testa decapitata di Giovanni,
e fu contentata.
Fu dopo questo
avvenimento che la missione di Gesù entrò nel suo pieno. Egli cominciò a
predicare nelle sinagoghe, e dalle concordi testimonianze che ci restano
si direbbe che qualcosa di soprannaturale attirasse subito le folle
verso di Lui. Egli accompagnava le prediche, di quando in quando, coi
miracoli; ma li faceva con riluttanza, proibiva ai Suoi seguaci di
sfruttarli a scopi pubblicitari e si rifiutava di considerarli "prove"
della Sua onnipotenza.
Intorno a Lui si
era formata una cerchia di stretti collaboratori, i dodici Apostoli. Il
primo fu Andrea, un pescatore ch'era stato seguace di Giovanni. Egli
condusse con sé Pietro, pescatore anche lui, impulsivo, generoso,
talvolta timido fino alla viltà. Anche Giacomo e Giovanni, i figli di
Zebedeo, erano pescatori. Matteo invece era "pubblicano" (oggi si
direbbe "statale") cioè un collaboratore dell'odiato governo romano.
Giuda Iscariota era l'amministratore dei fondi che gli Apostoli
mettevano in comune.
Sotto di loro
c'erano settantadue Discepoli, che precedevano scalzi Gesù nelle città
ch'Egli intendeva visitare per prepararvi la gente alle Sue prediche.
Eppoi tutto un codazzo di fedeli, uomini e donne, che Lo seguivano,
vivendo fraternamente tra loro secondo la regola degli esseni.
Dapprima
il Sinedrio non si preoccupò molto di Gesù. Per due ragioni: prima di
tutto, perché i Suoi seguaci erano ancora scarsi; eppoi perché le idee
che predicava non erano, nel loro complesso, incompatibili con la Legge
e coi suoi dogmi. L'avvento del Redentore e del Regno del Cielo faceva
parte della dottrina ebraica e del suo messianismo, come i precetti
morali che Gesù propagandava. "Ama il prossimo tuo come te stesso",
"Offri l'altra guancia a chi ti ha schiaffeggiato", eccetera erano già
nel galateo di quel popolo. Gesù diceva: «Io non sono venuto a
distruggere la legge di Mosè, ma ad applicarla».
La rottura con le
autorità avvenne quando Gesù annunzio di esser Lui il Figlio dell'Uomo,
il Messia che tutti aspettavano, e la folla di Gerusalemme, dov'era
tornato dopo la predicazione in provincia e nel contado. Lo salutò come
tale. Il Sinedrio ne fu preoccupato soprattutto per ragioni politiche:
temeva che Gesù approfittasse del Suo credito di Messia per provocare
una sollevazione contro Roma, sollevazione che sarebbe finita in un
nuovo massacro.
La sera del 3
aprile dell'anno 30, Egli fu informato che il Sinedrio aveva deciso il
Suo arresto su denunzia di uno degli Apostoli. Pranzò ugualmente con
essi in casa di un amico e in quell'ultima cena annunzio che uno fra
loro lo stava tradendo, e li avvertì che ormai Gli restava poco tempo da
trascorrere con loro. I gendarmi Lo catturarono quella notte stessa nel
giardino di Getsemani. E quando al Sinedrio che Gli chiedeva se era Lui
il Messia, rispose: « Sì, sono io», fu deferito al procuratore romano,
Ponzio Pilato, per empietà.
Ponzio Pilato era
un funzionario, che più tardi finì la sua carriera piuttosto
ingloriosamente: lo silurarono per malversazioni e crudeltà. Tuttavia
nel caso di Gesù non si comportò molto male, dal punto di vista
burocratico. Gli chiese se manteneva la Sua pretesa di essere il re
degli ebrei, ma in tono di scherzo e forse sperando che l'accusato gli
rispondesse di no. Gesù gli rispose invece di sì, e gli spiegò che regno
intendeva instaurare. Pietro dice ch'Egli aveva deciso di morire per
espiare le colpe di tutti gli uomini.
Pilato impartì
con riluttanza la condanna a morte che quella confessione imponeva: cioè
a mezzo di crocifissione. Fu inchiodato alle nove del mattino, fra due
ladroni, sotto la tortura per un attimo vacillò e mormorò: «Mio Dio, mio
Dio, perché mi hai abbandonato?». Alle tre del pomeriggio spirò.
Due influenti
membri del Sinedrio chiesero e ottennero da Pilato il permesso di
seppellire il cadavere. Due giorni dopo, Maria Maddalena, una delle più
ardenti seguaci di Gesù, andata a visitarne la tomba, la trovò vuota. La
notizia volò di bocca in bocca e fu confermata dalle apparizioni che
Cristo fece ancora sulla terra, presentandosi in carne ed ossa ai
Discepoli.
Quaranta giorni
dopo il Suo decesso ufficiale, Egli ascese al Cielo, com'era del resto
nella tradizione ebraica, da Mosè a Elia a Isaia. E i Suoi seguaci si
sparpagliarono nel mondo ad annunziare la grande novella della Sua
resurrezione e del prossimo ritorno.
(I. Montanelli -
Storia d'Italia - vol. 3°)
IL TRIONFO DEI CRISTIANI
Nella
fantasia della gente, surriscaldata da cattivi romanzi e da brutti
film, la persecuzione dei cristiani porta soprattutto il nome di
Nerone. Ma è un errore. Nerone fece condannare e suppliziare un
certo numero di cristiani per l'incendio di Roma al solo scopo di
stornare i sospetti della gente contro la propria persona. La sua fu
una manovra di diversione che non si appoggiava su nessun serio
risentimento del popolo e dello stato contro quella comunità
religiosa che del resto era fra le più pacifiche e che, come tutte
le altre, godeva a Roma di una larga tolleranza. L'Urbe ospitava
liberalmente tutti gli dèi di tutti i forestieri che venivano ad
abitarci, e in questo era realmente caput mundi. Ce n'erano
oltre trentamila, di questi dèi, in coabitazione. E anche quando uno
straniero chiedeva la cittadinanza, la sua concessione non era
sottoposta a nessuna condizione religiosa.
I primi
screzi nacquero quando s'impose di riconoscere l'imperatore come dio
e di adorarlo. Per i pagani, era facile: nel loro Olimpo di dèi ce
n'eran già tanti che uno di più, si chiamasse Caracalla o Commodo,
non guastava. Ma gli ebrei e i cristiani, che la polizia non
riusciva a distinguere gli uni dagli altri, ne adoravano uno solo,
Quello, e non erano punto disposti a barattarlo. Alla fine, prima
di Nerone, fu promulgata una legge che li esentava da quel gesto che
per loro era di abiura. Ma Nerone e i suoi successori alle leggi
facevano poco caso, e così sorse il primo malinteso che mise a nudo.
altre e più profonde incompatibilità. Non a caso Celso, che fu il
primo ad analizzarle seriamente, disse che il rifiuto di adorare
l'imperatore era in sostanza il rifiuto di sottomettersi allo stato,
di cui la religione non costituiva, a Roma, che uno strumento. Egli
scoprì che i cristiani ponevano Cristo al di sopra di Cesare e che
la loro moralità non coincideva affatto con quella romana che faceva
degli stessi dèi i primi servitori dello stato. Tertulliano,
rispondendogli che proprio in questo consisteva la loro
superiorità, riconobbe la fondatezza di queste accuse e andò anche
più in là, proclamando che il dovere del cristiano era proprio
quello di disobbedire alla legge, quando la trovava ingiusta.
Finché questa
diatriba rimase monopolio dei filosofi, essa non diede luogo che a
dispute. Ma quando i cristiani crebbero di numero e la loro condotta
cominciò a farsi notare in mezzo alla popolazione, quest'ultima
prese a covare delle diffidenze che abili propagandisti sfruttavano
a dovere, come più tardi si è fatto contro gli ebrei. Di loro, si
cominciò a dire che facevano esorcismi e magie, che bevevano il
sangue romano, che veneravano un somaro, che portavano il
malocchio. Era il "dalli all'untore" che maturava e creava
l'atmosfera del pogrom e del "processo alle streghe".
Dopo Nerone,
l'ostilità nei loro riguardi diventò un'ondata di fondo, e la legge
che proclamava delitto capitale la professione della nuova fede non
fu il ghiribizzo di un imperatore a suggerirla, ma un fremito di
odio collettivo a suscitarla. Anzi, la maggior parte degl'imperatori
cercarono di evaderla o di applicarla con indulgenza. Traiano
scriveva a Plinio, elogiandone la tolleranza: Approvo i tuoi
metodi. L'accusato che nega di essere un cristiano e ne fornisce
prova con atto di ossequio ai nostri dèi dev'essere assolto
senz'altro. Adriano, da bravo scettico, andava più in là:
concedeva l'assoluzione anche su un semplice gesto di pentimento
formale. Ma era difficile opporsi alle ondate d'odio popolare quando
si scatenavano specie in occasione di qualche calamità che veniva
regolarmente attribuita all'indignazione degli dèi per la tolleranza
che si mostrava verso gli empi cristiani. La religione pagana a Roma
era morta, ma la superstizione era sempre viva; e non c'era
terremoto, o pestilenza, o carestia, che non venisse messa sul conto
di quei poveri diavoli. Neanche quel sant'uomo di Marc'Aurelio,
sotto il cui regno le calamità si moltiplicarono, poté resistere a
questi soprassalti, e dovette piegarvisi. Attalo, Potino, Policarpo
furono fra i più illustri di questi martiri.
La
persecuzione cominciò a diventare sistematica con Settimio Severo
che proclamò delitto il battesimo. Ma ora i cristiani erano
abbastanza forti per reagire, e lo fecero attraverso un'opera
propagandistica che qualificava Roma di "nuova Babilonia", ne
propugnava la distruzione e affermava l'incompatibilità del servizio
militare con la nuova fede. Era la predicazione aperta del
disfattismo, e suscitò l'ira di quei "patrioti" che per la patria
minacciata dal nemico esterno non si battevano più, ma con quello
interno e inerme erano intransigenti. Decio vide in questo
soprassalto d'indignazione un cemento di unità nazionale e lo
sfruttò dandogli soddisfazione. Indisse una grande cerimonia di
ossequio agli dèi avvertendo che si sarebbero presi i nomi di chi
non vi avesse partecipato. Ci furono, per paura, molte apostasie, ma
anche molti eroismi ripagati con la tortura. Tertulliano aveva
detto: «Non piangete i martiri. Essi sono il nostro seme». Terribile
e spietata verità. Sei anni dopo, sotto Valeriano, il papa stesso,
Sisto II, fu messo a morte.
La battaglia
più grossa fu quella scatenata da Diocleziano. È curioso che un così
grande imperatore non ne abbia visto l'inutilità, anzi la
controproducenza. Ma pare che sia stato un moto d'ira a
suggerirgliene l'attuazione. Un giorno ch'egli stava officiando come
Pontefice Massimo, i cristiani che gli stavano intorno si fecero il
segno della Croce. Irritato, Diocleziano ordino che tutti i sudditi,
civili e militari, ripetessero il sacrificio e che coloro che vi si
rifiutavano venissero frustati. I rifiuti furono molti, e allora
l'imperatore ordinò che tutte le chiese cristiane fossero rase al
suolo, tutti i loro beni confiscati, i loro libri bruciati, i loro
adepti uccisi.
Questi ordini
erano ancora in via di esecuzione quando egli si ritirò a Spalato,
dove ebbe tutto il tempo e l'agio di meditare sui risultati di
quella persecuzione, che costituì la prova più brillante del
Cristianesimo e lo "laureò", per cosi dire, trionfatore. Gli Atti
dei martiri, in cui si narrano, forse con qualche esagerazione,
i supplizi e le morti dei cristiani che non si rinnegarono,
costituirono un formidabile motivo di propaganda. Essi diffusero la
persuasione che il Signore rendeva insensibili ai patimenti coloro
che li affrontavano in nome Suo e spalancava loro il Regno dei
Cieli.
Non sappiamo
se anche Costantino ne fosse convinto, quando fece stampare la Croce
di Cristo sul suo labaro. Sua madre era cristiana. Ma essa aveva
potuto poco sull'educazione di quel ragazzo che se l'era fatta sotto
la tenda in mezzo ai soldati, dove si era circondato di filosofi e
rètori pagani. Anche dopo la conversione, seguitò a benedire gli
eserciti e le messi secondo il rituale pagano, in chiesa ci andò di
rado, e a un amico che gli chiedeva il segreto del suo successo,
rispose: « È la Fortuna che fa di un uomo un imperatore». La
Fortuna, non Dio. Nel trattare coi sacerdoti, aveva un po' il piglio
del padrone, e solo nelle questioni teologiche li lasciava fare non
perché ne riconoscesse l'autorità, ma perché si trattava di faccende
di cui s'infischiava. Nella testimonianza dei cristiani
contemporanei, come Eusebio, che avevano i più fondati motivi di
gratitudine per lui, egli passa per qualcosa di poco meno che un
santo. Ma noi crediamo ch'egli sia stato soprattutto un uomo
politico equilibrato, freddo, di larga visione e di gran buon senso
che, avendo constatato di persona il fallimento della persecuzione,
preferì mettervi sopra un sigillo.
È molto
probabile tuttavia che a questo calcolo di contingente opportunità,
in lui se ne siano aggiunti anche altri, più complessi. Egli doveva
essere rimasto molto colpito dalla superiore moralità dei cristiani,
dalla decenza della loro vita, insomma dalla rivoluzione puritana
ch'essi avevano operato nel costume di un Impero che non ne aveva
più nessuno. Essi avevano formidabili qualità di pazienza e di
disciplina. E oramai, se si voleva trovare un buono scrittore, un
bravo avvocato, un funzionario onesto e competente, era fra loro che
bisognava cercarlo. Non c'era, si può dire, città in cui il vescovo
non fosse migliore del prefetto. Non si poteva forse sostituire, ai
vecchi e corrotti burocrati, quei prelati irreprensibili, e far di
costoro gli strumenti di un nuovo Impero?
Le
rivoluzioni vincono non in forza delle loro idee, ma quando riescono
a confezionare una classe dirigente migliore di quella precedente. E
il Cristianesimo era riuscito proprio in questa impresa.
Costantino
cominciò col riconoscere ai vescovi competenza di giudici nelle loro
circoscrizioni o diocesi. Poi esentò i beni della Chiesa dalle
tasse, riconobbe come "persone giuridiche" le associazioni dei
fedeli, diede un prete per tutore a suo figlio dopo averlo
battezzato, e alla fine cancellò l'editto di Milano che garantiva la
tolleranza di tutte le religioni su piede di parità, per
riconoscere il primato di quella cattolica, che da quel momento fu
la religione di stato, rendendo obbligatori per tutti i cittadini i
precetti del Sinodo.
Agendo più da
papa che da re, indisse il primo Concilio Ecumenico, cioè
universale, della Chiesa, per risolvere i dissensi interni che la
rodevano. Egli stesso fornì, coi fondi dello stato, i mezzi a
trecentodiciotto vescovi e a infiniti altri prelati minori per
raggiungere Nicea, presso Nicomedia. C'erano gravi questioni da
mettere a posto. Alcuni estremisti dell'ascetismo avevano fatto
secessione da un sacerdozio che ai loro occhi si mostrava troppo
disposto ai compromessi e attaccato ai beni di questa terra, e
avevano dato inizio a un movimento monastico.
Quasi nello
stesso tempo il vescovo di Cartagine, Donato, lanciò il progetto,
che fece subito proseliti, di un "epurazione" ai danni di quei
sacerdoti che avevano abiurato per paura durante le persecuzioni e
di coloro che da essi. avevano ricevuto il battesimo. La proposta
era stata respinta, ma aveva dato luogo a uno scisma che doveva
continuare per secoli. Però il pericolo più grosso era quello
rappresentato da Ario, un predicatore di Alessandria che attaccava
la dottrina alla base, confutando la consustanzialità di Cristo con
Dio. Il vescovo lo aveva scomunicato, ma Ario aveva seguitato a
predicare e a fare seguaci. Costantino aveva mandato a chiamare i
due litiganti e aveva cercato di far da mediatore fra loro
invitandoli a trovare un compromesso. Il tentativo era fallito e il
conflitto si era allargato e approfondito. Ed era soprattutto questo
che aveva reso necessario il Concilio.
Il papa
Silvestro I, vecchio e malato, non poté intervenire. Attanasio
sostenne le accuse contro Ario che rispose con coraggio e onestà.
Era un uomo sincero, povero, malinconico, che sbagliava in buona
fede. Dei trecentodiciotto vescovi, due soli lo sostennero sino alla
fine, e furono scomunicati con lui. Costantino assisté a tutti i
dibattiti, ma non intervenne che di rado, per richiamare i
contendenti alla calma e alla ponderatezza, quando la discussione si
accendeva. Quando il verdetto che riaffermava la divinità di Cristo
e condannava Ario fu formulato, egli lo tradusse in un editto che
bandiva l'eretico coi suoi due sostenitori, ne condannava al rogo i
libri e comminava la pena di morte a chi li avesse nascosti.
Costantino chiuse il Concilio con un grande
banchetto agli intervenuti, poi si diede a organizzare la sua nuova
capitale che, con solenne cerimonia, dedicò alla Vergine. La chiamò
Nova Roma, ma i posteri le diedero il suo nome: quello di
Costantinopoli.
Non sappiamo
s'egli si rendesse conto che, con questo trasferimento di capitale,
egli decretava praticamente la fine dell'Impero romano e l'inizio di
un altro, che avrebbe continuato, sì, a chiamarsi "romano", ma di
cui l'Italia sarebbe stata solo una provincia con Roma per
capoluogo.
Costantino fu
uno strano e complesso personaggio. Faceva gran scialo di fervore
cristiano, ma nei suoi rapporti di famiglia non si mostrò molto
ossequente ai precetti di Gesù. Mandò sua madre Elena a Gerusalemme
per distruggere il tempio di Afrodite che gli empi governatori
romani avevano elevato sulla tomba del Redentore, dove, secondo
Eusebio, fu ritrovata la croce su cui era stato suppliziato. Ma
subito dopo mise a morte sua moglie, suo figlio e suo nipote.
Si era
sposato due volte: dapprima con Minervina, che gli aveva dato Crispo,
un bravo ufficiale che si era coperto di medaglie nelle campagne
contro Licinio; poi con Fausta, la figlia di Massimiano, che gli
aveva dato tre ragazzi e tre bambine. Pare che Fausta, per escludere
dalla successione Crispo, lo accusasse presso l'imperatore di aver
cercato di sedurla; e che poi Elena, che per Crispo aveva un debole,
raccontasse a Costantino ch'era stata Fausta a sedurre il
figliastro. Per non sbagliare, l'imperatore accoppo ambedue. Quanto
al nipote Liciniano, figlio di sua sorella Costanza che lo aveva
avuto da Licinio, dicono che lo mise a morte perché complottava.
Niente di
tutto questo si trova nella Vita di Costantino scritta da
Eusebio a mo' di panegirico e intesa, logicamente, all'esaltazione
di chi aveva fatto, di una setta perseguitata, la Chiesa
dell'Impero. Costantino non era un santo, come dice il suo biografo.
Fu un grande generale, un accorto amministratore, un lungimirante
uomo di stato, che commise tuttavia qualche errore anche lui.
Il giorno di
Pasqua del 337 dopo Cristo, trentesimo compleanno della sua ascesa
al trono, si rese conto di essere alla fine. Chiamò un prete, chiese
i sacramenti, lasciò la stola di porpora per indossare quella bianca
dei battezzandi, e aspettò tranquillamente la morte.
Dinanzi al
tribunale degli uomini, i servigi ch'egli aveva reso alla causa
della civiltà cristiana sono largamente sufficienti a farlo
assolvere dei delitti di cui si macchiò. Dinanzi a quello di Dio,
non sappiamo.
(I.
Montanelli - Storia d'Italia - vol. 3°)
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