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II caso Lucrezia nel De civitate Dei

La testimonianza di Ovidio e di Cicerone

L'opera I Fasti segna in modo tangibile il contributo formale pagato da Ovidio all'ideologia augustea e si rivela come la più opaca composizione del poeta nella cui abbondante produzione letteraria, come è stato sottolineato dalla critica, confluiscono momenti di tormentata sensibilità femminile che riescono a proporre figure eroiche rimaste celebri nella storia del costume di Roma. Ovidio riporta nei Fasti (un poema elegiaco, incompiuto, sulle feste del calendario romano, dedicato a Germanico con la speranza di una sua riabilitazione dalla condanna infettagli da Augusto alla fine dell'8 d.C.) l'episodio di violenza sessuale subita da Lucrezia, nel 510 a.C., da parte di Sesto, figlio del re Tarquinio il Superbo.

Il poeta descrive lo stato di prostrazione della nobile matrona romana, come quello di una «madre che va al rogo del figlio»; la donna, con inenarrabile dolore, trova il coraggio di svelare al padre Spurio Lucrezio Tricipitino e al marito Tarquinio Collatino la sventura della sua vergogna. I familiari di Lucrezia le esprimono il loro affetto e

«perdonano l'accaduto a lei per altrui violenza.

Ma lei: 'II perdono che mi accordate io lo nego a me stessa '.

E senza esitare si trafigge il petto con il ferro che teneva celato,

e coperta di sangue cade ai piedi del padre.

Ma anche allora, morente, badò di non crollare scomposta».

Nei versi che seguono il brano appena citato, Ovidio descrive, poi, lo sdegno dei Quiriti che, informati da Bruto delle nefandezze del figlio del re, sono incitati a cacciare il monarca, costretto a fuggire con la sua famiglia; si arriva, così, «ad annunciare la primavera» che cancella il regnum e fonda la libera res publica. Si intrecciano, nella narrazione del poeta sulmonese, i motivi per l'esaltazione di una virtus, onorata dal sacrificio della vita di Lucrezia, con un discutibile atto di grandezza d'animo, per la difesa della propria pudicizia, e quelli che giustificano la vendetta della violenza carnale come elemento catartico e purificatore per la risoluzione di rivolgimenti politici. Su quest'ultimo aspetto si era soffermato Cicerone nel De re publica, riportando l'episodio di Lucrezia, descritta come donna virtuosa che si uccise per l'oltraggio subito. La denuncia dell'Arpinate si inserisce in un contesto tormentato e difficile per il suo impegno politico e in un periodo in cui l'influsso stoico, che egli subisce, si colora di motivi mistici che tendono ad affermare "romanamente la necessità di attenersi a norme di governo fondate sull'esperienza e la tradizione". La facilità di versificazione del poeta di Sulmona e la potente oratoria dell'Arpinate scandagliano le pieghe del dolore di Lucrezia, quasi fossero quelle del proprio dolore, delle proprie delusioni e delle proprie amarezze procurate dagli insuccessi politici (Cicerone) o dal perduto prestigio goduto con voluttà nella cornice mondana della capitale (Ovidio). Ovidio e Cicerone, nell'esaltare la virtus di Lucrezia, sembrano operare un recupero della propria virtus, offesa, come per Lucrezia, dagli avvenimenti che li hanno travolti. Ma qual è la natura di tale virtù? Su quali radici si innesta e soprattutto a quale telos si ispira? Agostino affronta la questione nel De civitate Dei, un'opera in chiave cristologica in cui Cristo non è solo centro e ragione di vita, come si evince dalle Confessiones, non è solo l'amore che rivela l'immagine di Dio, Uno e Trino, come si evince dal De Trinitate, ma è fine e spiegazione di tutta la storia. La posizione che Agostino assume sull'episodio di Lucrezia è una risposta che va oltre gli interrogativi prima proposti poiché è destinata a confutare il paganesimo svelandone le molteplici insufficienze, sul piano morale, su quello sociale e su quello religioso. Infatti, l'Ipponense dimostra che le accuse dei pagani rivolte ai cristiani, colpevoli a loro dire del disfacimento dell'Impero, sono senza fondamento, poiché la corruzione e la decadenza morale sono da attribuire al culto idolatrico dei nemici del cristianesimo.

La testimonianza di Agostino

Agostino, comunque, non assume un atteggiamento di totale chiusura nei confronti della cultura pagana, e, senza polemica, recupera quegli aspetti dottrinali che possono essere compatibili con la dottrina cristiana. Il grande Padre della Chiesa, però, dimostra che tale recupero è finalizzato ad un perfezionamento per la soluzione di problemi lasciati irrisolti dalla cultura pagana. Nasce, così, col cristianesimo una nuova interpretazione della vita e della storia, una nuova sapienza, una nuova cultura. In particolare, Agostino, pur rilevando che ai Romani non è mancata una probità morale in grado di eleggere, spesso, a modelli di parsimonia, continenza, castità e sobrietà alcuni uomini, afferma che tutto ciò è servito solo per accrescere e conservare la città terrena. Egli non nasconde la sua ammirazione per Attilio Regolo o per altri famosi uomini virtuosi che ebbero a cuore la salvezza della Repubblica e contribuirono, sacrificando la propria vita, con i loro successori alla nascita dell'Impero, ma sottolinea che la virtù dei cristiani deve essere esercitata unicamente per la gloriosissima città di Dio e non per quella terrena12. Ma dove risiede la virtù di Lucrezia; perché i pagani osano oltraggiare le sacre vergini cristiane? Esse, ingiuriate dalla violenza dei barbari e fedeli al loro credo, non hanno voluto compiere su di sé un proprio peccato, togliendosi la vita, per accomunarlo a quello subito a causa di un altro. Cosa ha difeso Lucrezia col suicidio, forse la verginità e l'onore di una virtù ridotta a difendere solo un corpo fisico? Certo è gloria grande, quella che si conquista con la santità del proprio corpo. Ma tale santità è possibile acquisirla perdendo quella dello spirito? O è più certo che si può mantenere la santità del corpo, non perdendo quella dello spirito, anche se si perde l'illibatezza del proprio corpo?".

Quale giustizia difendono i pagani? A quale giustizia si è ispirata Lucrezia? Se la legge pagana dispone che è reato uccidere un assassino prima ancora che gli sia riconosciuta la colpevolezza, quanto deve essere grave il reato che si compie uccidendo una donna che le prove portate in giudizio hanno accertato essere casta e innocente? Questa giustizia, afferma Agostino, deve, dunque, colpire con severità chi ha commesso un così grave reato; ma chi ha commesso il reato? «Lo ha commesso Lucrezia, proprio quella Lucrezia, così esaltata, ha giustiziato Lucrezia casta, innocente, violentata. Pronunciate la sentenza. E se non potete, perché non è presente chi possiate condannare, per qual motivo esaltate con tanto encomio l'assassina di una donna innocente e casta?»''. Agostino continua la sua arringa evidenziando che la difesa di Lucrezia non è possibile esercitarla nemmeno presso i giudici d'oltretomba, quali appaiono nei versi dei poeti pagani i quali esaltano gli innocenti che si diedero la morte e che un destino ingrato costringe nelle tenebre. Non è possibile ipotizzare, asserisce Agostino, che Lucrezia è in quel luogo privo di luce, perché non si è uccisa da innocente, ma perché consapevole della sua colpa?". L'Ipponense continua: «Se infatti, e questo poteva saperlo soltanto lei, travolta anche dalla propria passione, acconsentì al giovane che la prese con la violenza e, per punire in sé il fatto, si pentì al punto di pensare di espiarlo con la morte? Ma anche in questo caso non doveva uccidersi se poteva fare presso falsi dèi una salutare penitenza. Ma se è così ed è falso che erano in due e uno solo commise adulterio, lui con aggressione palese, lei con assenso nascosto, non si uccise innocente. Quindi si può dire dai letterati suoi difensori che nell'oltretomba non è fra quelli 'che innocenti si diedero la morte. Ma così il processo si restringe dall'uno e dall'altro canto. Se ha attenuanti l'omicidio, si ratifica l'adulterio; se ha scusanti l'adulterio, si aggrava l'omicidio e non si trova affatto la soluzione al dilemma: se ha consentito all'adulterio, perché è lodata? Se era onesta, perché si è uccisa?».

Con esemplare chiarezza Agostino ha portato a termine la sua accusa ed espone con altrettanta perspicacia le ragioni dell'insano gesto di Lucrezia. Se consideriamo non adultera Lucrezia, allora il suicidio non è motivato dall'amore dell'onestà, ma dalla debolezza della vergogna19; essa «Si vergognò di essere ritenuta compartecipe al fatto se avesse sopportato remissivamente ciò che l'altro aveva compiuto in lei disonestamente. Così non si sono comportate le donne cristiane. Pur avendo subito il medesimo affronto continuano a vivere e non hanno punito in sé il delitto di un altro [...] Hanno infatti nell'interiorità la testimonianza della coscienza come ornamento della castità».

Conclusione

«II corpo diviene santo per l'attitudine di un volere santo». Ogni azione che non si può evitare non può essere imputabile a chi la subisce senza consenso. Il bene della castità, regolato dal principio della continenza, la cui massima espressione si identifica con la verginità, è virtù di chi consacra il proprio corpo e la propria anima a Dio. Questo atto intenzionale impegna la libera volontà del soggetto che lo esercita e, perciò, appartiene ad un ordine spirituale e non fisico.

Nell'intima connessione di corpo e anima, che si realizza nella persona umana, anche la verginità del corpo assume un carattere spirituale e nessuno può perderla se non violando con un atto intenzionale la virtù della castità. In tale prospettiva, l'interiorità agostiniana non decreta un deprezzamento del corpo, in quanto tale, anzi ne esalta la funzione poiché esso concorre con pari dignità con l'anima, anche se con grado ontologico minore, all'unità della natura umana. Una brutale violenza fisica, quindi, urta sicuramente il pudore della sua vittima, ma non può toglierle la pudicizia, poiché la persona oggetto di tale sopraffazione perde il potere del suo corpo, ma non quello superiore della ragione che ha la facoltà di escludere la vittima da ogni partecipazione intenzionale all'azione prevaricatrice, di farle acquisire il valore dell'umiltà e di rendere intatta la sua castità. Ed è l'umiltà il valore di un amore che si rivolge a Dio, dono di Grazia per elevarsi a Lui. Opposta all'umiltà è la superbia, disvalore che acquisisce chi non sopporta l'offesa al pudore, e, legando l'integrità fisica alla pudicizia, crede di poterne riscattare la perdita col rifiuto della vita, inteso come atto di grandezza d'animo. Espressione, invece, di un agire scellerato, spinto da un amore di sé che nasconde una colpa tanto più grande quanto più si è colpevoli nella motivazione che conduce al suicidio. Il caso Lucrezia, sollevato da Agostino, propone nella sua drammaticità non solo la denuncia di una falsa virtus che ha per telos la cupido gloriae, oggetto di culto per le future generazioni, ma il tema stesso del De civitate Dei, poiché in esso si colgono i due atteggiamenti antitetici dell'umiltà e della superbia, dell'amore di Dio e dell'amore di sé; due amori che fondano, secondo la grandiosa sintesi agostiniana, le due città: quella terrena e quella celeste.

G. Balido


       

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Ultimo aggiornamento:  19-03-07