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L'Impero Romano fu un impero di città, una delle quali predominava. Il suo ordine fu un ordine urbano; e il primo secolo dell'Impero fu un'epoca di costruzione e ricostruzione delle città stesse, per seguire tale ordine. Dalle ultime frontiere agli antichi centri, nella conformazione di nuove città e nella configurazione delle antiche, identico rimase il principio organizzativo. Era sempre la concezione romano-antica della città come sistema di involucri spaziali definiti e funzionali, connessi da arterie canalizzate. Tali arterie erano le strade e i viali, e nell'architettura imperiale esse assunsero una propria fisionomia. Giunsero così a venir sentite e trattate come entità spaziali indipendenti, conformate ed articolate in modo da recare implicito un movimento direzionale. Per mezzo di colonnati o arcate continue, per mezzo della scansione regolare delle verticali, scandita o collegata nel suo flusso tra linee orizzontali convergenti, la strada diventò una galleria scandita. Per mezzo di archi monumentali, che la valicavano, la strada puntava alla sua meta; per mezzo di archi laterali, che rompevano il ritmo dei colonnati, venne articolata agli incroci. La strada divenne così essa stessa una specie di edifìcio, un edificio pubblico con una navata centrale di transito illuminata dal ciclo e con ali in ombra, che sfociavano in campate uniformi, di pausa. In quanto tale, la strada concentrava la vita economica della città in botteghe ed officine allineate sotto i portici, assoggettando così alle sue leggi spaziali un'altra delle funzioni quotidiane della vita. Con la tendenza, tipica dell'Impero, di divenire attraverso l'urbanizzazione un tessuto ininterrotto di città, ciascuna di queste, sfociando verso le sue vicine, imprimeva sulla zona che la circondava l'impronta del suo proprio, umano ordine urbanistico. L'ambiente naturale venne così irretito in linee ortogonali, strade e sentieri, secondo una scompartizione regolare del terreno agricolo e fu drammaticamente portato a gravitare sul suo centro urbano per mezzo di acquedotti che lo attraversavano. Le grandi condutture che nutrivano, dovunque, le città assetate, sorrette dal passo ininterrotto degli archi, imponevano sulle accidentalità del paesaggio saldissime linee paesìstiche. Così le strade dì grande comunicazione, diritte in pianura, o tagliate nella roccia, o librate su ponti o viadotti modellavano il paesaggio in base alla volontà dell'uomo. Per mezzo di esse la natura era costretta ad un'unica dimensione e ad un'unica direzione, determinata dalle necessità umane: per mezzo di esse l'uomo era spinto in avanti, gli si impediva di sostare, lo si guidava alla meta. Tutto ciò era pur esso parte dell'architettura dell'Impero, era il fissarsi dello spazio nelle forme costruite dalla legge autonoma delle azioni dell'uomo e in funzione di essa.

(F. E. Brown - L'architettura romana, pp. 30-31, trad. it. di R. Pedio, Milano, 1963.)

Dal principio del I secolo a.C. fino a metà del I secolo d.C. possiamo seguire il movimento irresistibile che ha continuato ad ingrossare la popolazione dell'Urbs e che, ampliato ancora in seguito, l'ha portata fino al punto oltre il quale la sua coesione sarebbe stata scossa e compromesso il vettovagliamento. Lo scoppio della guerra degli alleati nel 91 a. C., facendo rifluire in Roma, in una confusione torrenziale, tutti gli Italici che si erano rifiutati di partire con gli insorti e che cercavano rifugio contro le loro rappresaglie, aveva prodotto uno scatto dì popolazione. Trent'anni più tardi, tale cifra (463.000, Cronaca di San Gerolamo) era notevolmente accresciuta, se veramente, come afferma lo scoliaste Lucano, Pompeo seppe organizzare la provvisione del grano indispensabile all'alimentazione di 486.000 bocche da sfamare. Dopo il trionfo di G. Cesare, nel 45 a.C. si assiste ad un nuovo balzo in avanti, di cui non sapremo, mancando le cifre, misurare la portata, ma il cui significato non è affatto dubbio, perché, invece dei 40/50.000 beneficati dal frumento ai quali nel 71 a.C. fa allusione Cicerone nelle Verrine, Cesare ne ammette, nel 44 a.C., 150.000 al benefìcio del grano gratuito. Il progresso è continuato sotto il principato di Augusto, durante il quale indizi concordati ci obbligano a fissare quasi ad 1.000.000 il numero degli abitanti di Roma... Finalmente le statistiche, incluse nei Regionari del IV secolo a.C., ci costringono ad aumentare ancora questa cifra per il periodo del II secolo, in cui abbiamo notato che la popolazione di Roma aveva preso il suo slancio più vigoroso... Sicché oggi noi siamo obbligati a concludere sulla testimonianza del Regionari del IV secolo, che già al II secolo in cui Roma ha probabilmente compiuto o, in ogni caso, potentemente accelerato il suo accrescimento, l'Urbe oltre i 50.000 abitanti, liberti o schiavi ripartiti all'ingrosso in un migliaio di case, contava, disseminati negli appartamenti di quei 46.602 immobili d'affitto, una popolazione che ha dovuto fluttuare tra 1.165.050 e 1.677.672 abitanti... Così pure non possiamo nasconderci che la capitale dell'Impero dovette allora subire i danni della sovrappopolazione peggio che non patiscono le nostre.

(Q. Carcopino - La vita quotidiana a Roma all'apogeo dell'Impero. pp. 30 e segg., Bari, 1947).


'Insulae' e 'domus'

Roma mostra in un contrasto schematico i rapporti tra una classe dominante di sfruttatori e un proletariato depresso. Mentre un piccolo gruppo di patrizi, circa 1800 famiglie, occupava grandi dimore private, spesso con vasti giardini e abitazioni talmente ampie da poter accogliere un intero esercito di servi e di schiavi, e in molti casi veri e propri palazzi, i membri della classe media, funzionari, mercanti, piccoli industriali, vivevano probabilmente in grossi casamenti simili a quelli che sono stati riportati alla luce nel vicino porto di Ostia. Queste abitazioni erano probabilmente decenti ma, secondo Ludwig Friedlander, gli inquilini pagavano ai tempi di Cesare un affitto quattro volte superiore a quello delle altre città d'Italia. La grande massa del proletariato abitava invece in circa 46.000 case operaie, ognuna delle quali, in media, doveva più o meno contenere duecento persone.

Il rapporto tra queste case e gli spaziosi palazzi o le terme della città era simile a quello tra i canali di scolo e la Cloaca Massima. La costruzione di queste insulae, come quella delle case popolari di New York, era un'attività speculativa a vantaggio di imprenditori disonesti che mettevano insieme sottili strutture in malfermo equilibrio, e di avidi proprietari che avevano imparato a suddividere gli antichi alloggi in celle ancor più esigue per accogliervi artigiani ancor più poveri con un profitto ancor più alto per unità di superficie. (Va notato, non senza un sorriso cinico, che uno dei pochi tipi di traffico rotabile permessi a Roma durante il giorno era quello degli impresari edili).

Crasso, che con queste case popolari accumulò ricchezze favolose, si vantava di non aver mai speso denaro per costruirne; era più conveniente acquistare antiche proprietà parzialmente danneggiate da un incendio e messe in vendita a basso prezzo e affittarle dopo aver provveduto a sommarie riparazioni. Operazioni di sistematico sventramento dei quartieri più miserabili, come il grande incendio di Nerone, aggravarono naturalmente la crisi degli alloggi e aumentarono il potere dei rapaci proprietari. Così alla dieta tradizionale dello schiavo, la minima razione possibile per tenerlo in vita, s'accompagnava un'abitazione altrettanto deprimente: affollata, sconquassata e rumorosa. E queste erano le comodità a disposizione dei «liberi cittadini» di Roma.

Persine nel più rozzo villaggio neolitico, la casa era sempre stata qualcosa di più di un semplice riparo per il corpo; era il luogo di riunione della famiglia; e il suo focolare non era solo un mezzo per cucinare ma un luogo sacro, la sede del dio della casa e dello spirito della famiglia, insomma un ricettacolo di valori morali non valutabili in termini di denaro. Tutte queste associazioni e tradizioni erano assenti dall'insula romana: per ricavare il massimo profitto da una scadente costruzione e da uno spazio sovraffollato, bastava fornire un semplice riparo; riconoscere qualsiasi altro valore sarebbe andato a discapito delle possibilità di estorsione. Tutte le pratiche di pietà legate alla casa, tutti i valori sentimentali attribuiti alla famiglia da scrittori come Cicerone, valgono soltanto per le case patrizie. A nessuno veniva in mente che gli abitanti dei tuguri di Roma avessero degli spiriti protettori o desiderassero partecipare a pranzi cerimoniali e a riti familiari. Diceva giustamente Tiberio Gracco, secondo Plutarco: «Le bestie dei campi e gli uccelli del cielo hanno le loro tane e i loro nascondigli, ma gli uomini che combattono e muoiono per l'Italia godono soltanto dell'aria e del sole». Ma a Roma sotto l'Impero mancavano persine l'aria e la luce. I piani erano ammucchiati uno sopra l'altro come mai in precedenza, per quanto la storia ricordi. Giovenale, nel II secolo d.C., esclamava: «Guarda la massa torreggiante di quella dimora, dove un piano sopra l'altro si arriva sino al decimo».

Le case dei patrizi, spaziose, aerate, igìeniche, fornite di bagni e gabinetti, riscaldate d'inverno dagli ipocausti, che facevano passare correnti d'aria calda sotto i pavimenti, erano forse le più comode e le più confortevoli che siano mai state costruite in un paese di clima temperato prima del XX secolo; un vero trionfo dell'architettura domestica. Ma le case popolari di Roma meritano menzione come le più affollate e le più malsane erette nell'Europa occidentale prima del Cinquecento, quando la sovrabbondanza dì costruzioni su ogni area e il sovraffollamento di ogni stanza divennero comuni da Napoli a Edimburgo; persino la Londra elisa-bettiana soccombette per qualche tempo a tali misfatti speculativi.

(L. Mumford - La città nella storia, Voi. I, Milano, 1981, pgg. 285-287)


Le ville di Plinio

a — "Perciò io sono solito chiamare quella Tragedia e questa Commedia, quella perché si eleva sui coturni, questa quasi sui sandali".

b — Per quanto riguarda l'ubicazione di queste ville sul lago di Como, una tradizione vuole collocata la Tragedia sul promontorio dì Bellagio (dove sorge la villa Serbelloni) perché fu trovata l'epigrafe forse riferita alla madre della terza moglie di Plinio; la Commedia invece avrebbe avuto sede presso Lemno (nel lago di fronte a Lemno furono trovati resti di colonne, frammenti di capitelli, etc.) e dove si pensa venisse insediata una villa che godeva di un lungo viale verdeggiante.

c - "... mentre l'una con una dolce curva comprende un solo golfo" (questa descrizione si riferirebbe chiaramente al golfo di Lemno), l'altra, la Tragedia invece che "dalla sua erta e scoscesa giogaia ne divide due", si riferirebbe alla punta di Bellagio (che all'origine divide due rami di Como e di Lecco del Lario).

d - Nella Commedia la passeggiata in lettiga si stende per un lungo percorso rettilineo sulla spiaggia; essendo infatti a Lemno il territorio pianeggiante era possibile l'esistenza della gestatio (il viale per la passeggiata in lettiga). Nella Tragedia si dispone in dolci curve in una spaziosissima terrazza: "Dall'una si possono osservare giù i pescatori, dall'altra si può pescare personalmente e gettare la lenza dalla propria camera e a momenti anche dal proprio letto come da una barca". [...]

e — La villa in Tuscis sorgeva in una zona collinare con orientamento N.N.O., S.S.E.. Fra il primo gruppo di fabbricati e quello più arretrato vi era una differenza di livello.

La parte a sud, costituita da una serie di ambienti era fronteggiata da uno xystus, tagliato da siepi di bosso che tracciavano numerosi disegni, preceduto dalla gestatio. Il gruppo posto a sud-est comprendeva il trìclinium (sala da pranzo), i cubiculo (locali da riposo), la cotidiana cenatio (tinello), la areola (cortile alberato a platani), Vatrium forse più vecchio rispetto alle altre parti della costruzione.

Una galleria (cryptoporticus), in pendenza, metteva in comunicazione con l'altro gruppo di fabbricati adatti soprattutto alla residenza estiva: i cubicula, una sala da pranzo con servizi di cucina sottostanti e infine un altro porticato (a due piani) collegava questi con altri locali, forse il quartiere degli schiavi indicato generalmente con il nome di dietae.

Sul lato destro si stendeva V ippodromus (giardino) in fondo al quale si trovava il cubiculum dotato di zotkecula (alcova) dove il proprietario poteva riposarsi o lavorava. La proprietà era interamente cinta da un muro di cui sono state trovate tracce (esso viene detto in un'altra lettera, era d'uso nelle ville romane il muro di recinzione).

Intorno si stende la tenuta agricola, coltivata a prato, a vigneto sulle colline. La villa era infatti sulle prime pendici dei colli, ma la scarsa elevazione consentiva una larga vista sulla valle del Tevere. [...] La descrizione della villa da parte di Plinio è sempre fatta in modo da affermare l'amenità e la salubrità, quella atmosfera di riposo, di quiete, rifugio dal frastuono cittadino. Passando comunque ad un'analisi più completa, osserviamo sul lato sud-est la sala da pranzo che si protende in avanti; dalle sue finestre si poteva vedere una parte della villa dove erano sistemati i bagni e dalla parte opposta l'ippodromo.

Dalla grande porta-finestra inoltre si vedeva l'ultima parte della terrazza e i terreni a prateria (pratum). Sullo stesso lato a metà galleria un gruppo di locali (diaeta I) che circondavano un'areola (cortile) a platani. Quindi due cubiculo, di cui uno era dormitorium (non una stanza per dormire la notte, ma per riposare di giorno, essendo vicino al tinello).

L'altro "cubiculum" era decorato in maniera molto semplice: lo zoccolo adorno di marmo; la decorazione con pitture che raffigurano rami con uccelli. All'interno della stanza una fontana. Il tutto per dare la visione illusionistica di un giardino. Alla parte opposta della galleria, rispetto al corpo di fabbrica contenente il triclinium è sistemata una camera da letto più vasta (cubiculum del proprietario) con le finestre sulla terrazza a sud ed altre ad ovest (forse) sui prati. Sotto queste porte-finestre vi era la piscina, con la vasca di marmo che prendeva l'acqua dall'alto e d'inverno conservava un piacevole tepore perché invasa dal sole.

Segue, a questo punto, la descrizione del complesso dei bagni. Accanto alla camera da letto vi è Vhypocauston, descritto anche da Vitruvio.

Con tale termine viene indicato tanto il locale riscaldato quanto il sistema di riscaldamento basato sulT irradiamento del calore attraverso il pavimento. Esso era formato da: una camera dì combustione (praefemum propnigeum) in cui una fiamma riscaldava acqua e aria, un canale di conduzione dell'aria calda, celle dì riscaldamento poste sotto gli ambienti dai quali erano separate mediante spessi soffitti-pavimenti.

Di esso si sono trovati molti esempi nelle ricerche archeologiche e corrisponde al calorifero ad aria delle abitazioni di un secolo fa.

Il praefurnium (ossia il locale per l'accensione della legna) era in genere a volte con un'apertura dove veniva accesa la legna e poi l'aria calda veniva inviata attraverso intercapedini nel pavimento o nelle pareti. Secondo Lehmann-Hartleben, hypocaustum non era in Plinio la fornace vera e propria ma una stanza sovrastante questa: quindi veniva riscaldata dal di sotto.

Segue poi lo spogliatoio (apodyterium) con varie finestre: da qui sì passa nella cella frigidario, con una grande vasca (baptisterium) e, attraverso i prati, nella piscina con acqua riscaldata.

Dal bagno freddo si passa nella cella media o tepidarium e quindi nella cella calda o calidariuw, quest'ultima esposta al sole. Nell'interno tre descensiones o bagni "alla pompeiana".

Sullo spogliatoio lo spheristerium per la ginnastica. A fianco al gruppo dei bagni tre locali (diaetae) cui si accedeva anche dalla galleria con una scala, che serviva questi ambienti e la galleria vetrata (cryptoporticus), per la differenza di livello.

Al termine di tale galleria una camera da letto, ricavata nel corpo stesso della galleria, che guarda sul maneggio, le vigne e i monti.

Da un braccio laterale di questa galleria si apre la galleria estiva (vetrata) e una sala da pranzo (triclinium) al centro. Accanto al triclinium una scala portava probabilmente alla cucina e serviva per portare i cibi durante i banchetti.

Questa galleria (sopraelevata) doveva avere un corridoio sotterraneo o seminterrato, comunicante attraverso la scala, che dava accesso ai servizi.

Dalla galleria estiva si diparte un loggiato che da accesso agli appartamenti. Il maneggio o hyppodromus occupa una posizione centrale, è circondato da platani, semicircolare, cinto da cipressi e ricoperto di ombra.

Di fronte vi era un ambiente di riposo; un cubiculum aperto con porte e finestre e un'alcova (zothecula) con un letto e delle sedie per la siesta. Plinio accenna a finestre superiori e inferiori: Winnefield interpreta come finestre che guardano verso il monte o verso Yhyppodromus (che sta più in basso), Lehmann invece pensa a due file di finestre l'una sopra l'altra. [...]

d — II Laurentinum era costruito in modo tale che tutte le principali stanze potessero essere orientate e a contatto con il mare; casa bassa estesa in lunghezza senza scale né piani tranne che in una di quelle torri riportate dalle piante.

Il nucleo più antico era costituito dalle due torri; con interventi successivi fu ampliato per renderlo sempre più confortevole. L'insieme ci da tuttavia la sensazione di minore ordine nell'organizzazione dei vari locali, se si confronta con la villa in Toscana.

La villa secondo quanto dice Plinio poteva soddisfare a tutte le necessità, pur senza eccesso di sfarzo; era composta da due corpi separati disposti lungo la spiaggia. Il primo formato da ambienti dì rappresentanza (con annessi servizi e bagni) con vestibolo, atrio (la disposizione della parte anteriore con l'atrio e il peristilio o porticato dietro è tipica della domus romana) e corte o area.

Intorno una serie di camere o cubicula con una grande sala da pranzo sporgente dagli altri fabbricati fino al punto da essere lambita dai flutti del mare. Il secondo gruppo era disposto lungo la spiaggia intorno ai giardini e ad i viali ed era riservato al riposo del padrone di casa.

Tra questi due gruppi le due vecchie torri sistemate ad abitazione. Il paesaggio intorno è pieno di boschi e prati a perdita d'occhio: questa parte della campagna era già fuori della coltivazione, assumendo l'aspetto pastorale che è durato per molto tempo. [...]

La villa, secondo quanto dice Plinio, era in grado di soddisfare tutte le necessità. Era dotata di un atrio sobrio e dignitoso, seguiva un loggiato incurvato a forma di una D che delimita un cortile piccolo ma grazioso (area).

Tale ambiente è protetto da vetrate e costituisce un ottimo riposo dalle inclemenze atmosferiche.

Fin dai primi tempi dell'età imperiale si erano munite le aperture delle finestre con lastre di talco dette speculano (lapis specularis) o con grosse lastre di vetro.

Di fronte si trovava un cortile coperto, cavaedium; questo è forse un secondo atrio, secondo quanto sostiene il Van Buren, usato in Vitruvio come un termine generico per le specie differenti di atrio (infatti egli parla indistintamente ora dell'uno ora dell'altro). Il primo atrio è come a Tifernum ex more veterum.

Una serie, quindi, di tre cortili interni allineata lungo un asse che corre dalla finestra occidentale del salone da pranzo fino al vestibolo dell'atrio che taglia la linea di base del D. Che l'asse principale della villa è sugli angoli a destra della costa è suggerito, secondo Shervin-White, dal fatto che tutte e tre i lati del salone hanno una vista sul mare.

Quindi la sala da pranzo era molto bella, protesa verso la spiaggia, sfiorata dai flutti del mare e tutt'intorno porte e finestre attraverso cui si poteva vedere su tre lati il mare; su un lato, invece, attraverso i locali d'ingresso, la vista era verso i monti.

Il gruppo delle camere da letto era posto sulla sinistra dell'asse principale ingresso-triclinio e con finestre a est e a ovest ossia verso i monti e il mare: solo se la villa è allineata alla costa può la finestra a sud catturare il sole di mattina. I muri delle camere da letto e della sala da pranzo racchiudevano un angolo: l'kybernaculum (appartamento invernale della casa caratterizzato dalla buona esposizione al sole e dalla presenza di caminetti).

Il triclinium corrisponde, secondo Shervin-White, all'oecus cyzicenus di Vitruvio.

I Romani davano grande importanza all'orientamento stagionale corretto delle stanze e delle case in rapporto al calore molto più che ad un adeguato sistema di riscaldamento. A quest'angolo era adiacente una stanza (il cubiculum è usato per ogni appartamento e contrasta con il dormitorium membrum, ambiente per dormire) a semicerchio con un armadio ad uso di biblioteca, con finestre che presentano un'analogia con la stanza absidata della villa dei Misteri.

Questo è l'unico riferimento alla biblioteca e, se si eccettua il padiglione del giardino, non vi è menzione di altri mobili o statue. A fianco il dormitorium membrum, diviso dal locale precedente da un ambito sopraelevato per far passare sotto il pavimento delle tubazioni per accumulare il calore e poi distribuirlo ai diversi vani.

È questo il sistema ad aria calda filtrata a cui si da il nome di hypocaustum. Il riscaldamento proveniva dalla zona dei bagni e la conduttura seguiva il corridoio il cui pavimento era sopraelevato per consentire il passaggio della canalizzazione del calore; esso, quindi, situato sopra il passaggio di riscaldamento principale, faceva sì che i flussi del calore si distribuissero attraverso il muro.

Nell'altro lato, ossia il lato destro del fabbricato di rappresentanza si susseguono: un cubiculum politissimum (forse decorato) forse la camera della moglie, un cubiculum più grande ben soleggiato che poteva servire da cotidiana cenatio, ossia un tinello per coloro che occupavano le successive stanze, una camera da letto con procoeton, ossia un'anticamera dove dormiva lo schiavo di fiducia del padrone, adatta all'estate (perché aveva soffitti elevati) e all'inverno (perché con mura grosse e finestre piccole).

Tutte queste stanze sembrano affacciarsi sul mare compresa la calida piscina. La descrizione dei bagni procede da est verso ovest: cella frigidaria con due grandi vasche, "più del necessario" dice Plinio in quanto i bagni freddi si potevano fare in mare; segue Yunctorium per i massaggi e i profumi, Yhypocauston ambiente riscaldabìle per mezzo del preopnigeon (praefurnium) e infine due camerette.

La discussione sui bagni non è abbastanza chiara perché le due stanze da sudore, l'hypocauston e il preopnigeon precedono la stanza del bagno caldo e non c'è accenno alla cella tepidario o ad una stanza per cambiarsi che non può essere l'unctorium. [...]

In questa zona esìsteva l'heliocaminus la stanza che serviva a raccogliere la maggiore quantità possibile di sole. Heliocaminus, parola rara, la ritroviamo in Ulpiano, che la equipara a solarium,

Era molto diffuso nelle ville romane, ad esempio nella villa romana a Tivoli, Vheliocaminus a cinque grandi porte, che facilitavano l'entrata dei raggi del sole, fornito di praefurnia. La legge romana proibiva addirittura di innalzare costruzioni o piantagioni che potessero far ombra all'heliocaminus altrui.

Questa zona della villa conteneva poi una camera da letto con al centro una zotheca.

Questo termine, e il suo diminutivo, zothecula, sembra essere adottato da Plinio con il significato di "avvallamento o recesso angolare o curvato". In Sidonio significa "nìcchia". La villa di Diomede a Pompei ce ne da un buon esempio. Le pitture di Boscoreale mostrano una notevole alcova svolazzante su un piano inferiore. La zotheca mediante paraventi poteva essere separata dalla stanza, aveva finestre su ogni lato in modo da godere di qualsiasi vista; in essa si trovavano il letto e due poltrone (cathedras). Segue una camera da letto più appartata ed isolata da luce e rumori. Ciò dipendeva da un andron (andito) che separava questa parete da quella del giardino. Andron è un termine greco corrispondente all'oecus romano, sala destinata a soggiorno degli uomini e situata in fondo al peristilio.

Aderente alla camera l'impianto di riscaldamento. Qui una specie di stufa con una finestrina mediante la quale si poteva regolare l'entrata dell'aria riscaldata. Il calore veniva prodotto al piano inferiore e veniva emesso attraverso una botola. Sono camere ad aria calda chiamate cella hypocausta.

La parola hypocauston significa presso Plinio un ambiente riscaldato dal di sotto, non la fornace stessa. Quindi si tratta di una cameretta aggiunta e riscaldata, cioè una specie di stufa con una finestrina verso il cubiculo stesso mediante la quale si poteva regolare l'entrata dell'aria riscaldata.

Segue un'anticamera (procoeton) e una stanza.

È questa la parte della costruzione che Plinio preferisce se, come egli stesso dice, riesce ad applicarsi ai suoi studi, e a restare lontano dallo schiamazzo e dai divertimenti della villa nei giorni di festa. [...]

(AA. VV.)

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Ultimo aggiornamento:  09-01-07