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In Grecia

La donna greca non aveva niente da invidiare alle sue nipoti d'oggigiorno per quel che riguarda la cura della persona.

Essa faceva il bagno in casa, aiutata dalle sue schiave, a meno che non fosse un'etèra o una donna di bassa condizione, nel qual caso, almeno in età recenti, frequentava i bagni pubblici; si profumava con profumi costosi ed esotici e si "truccava" con molta cura.

I cosmetici, infatti, conosciuti forse nell'età più antica, erano usati in epoca classica anche presso le madri di buona famiglia, che ne facevano un uso moderato, mentre le etère ne abusavano; finchè in età ellenistica divennero l'indispensabile artificio per la bellezza di tutte le donne, specie di quelle di città.

Il colorito pallido, conseguenza della vita chiusa e sedentaria, la prima ruga, la pelle rilassata e "stanca" erano inconvenienti da correggere o da nascondere in ogni modo e a qualunque costo.

Così si ricorreva al belletto bianco della biacca, al belletto rosso del minio, dell'ancusa o del fuco, che si spargevano sulle labbra e sulle guance con un apposito pennello, mentre si ombreggiavano le ciglia e le sopracciglia con un leggero velo di tintura nera di antimonio o di nerofumo.

Se poi la tinta naturale dei capelli non soddisfaceva o, peggio ancora, rivelava qualche filo d'argento, allora si tingeva tutta la capigliatura in biondo oro o in nero ebano e, quando, purtroppo, la natura spietata faceva l'ultimo oltraggio, si ricorreva all'inganno della parrucca.

D'altronde il desiderio che esse destavano nei loro amanti era la ragione stessa della loro importanza, specialmente in città quali Atene e Corinto.

Generalmente erano belle, e si servivano soprattutto della loro bellezza per attirare gli uomini.

Non ignoravano nessuno dei stratagemmi capaci di renderle ancora più seducenti, stratagemmi che le vecchie trasmettevano alle più giovani.

Le donne della buona società non esitavano a ricorrere a simili stratagemmi per conservare l'interesse dei loro mariti.

I belletti, i vestiti provocanti, le tuniche trasparenti di cui parla la Lisistrata di Aristofane sono tutte armi che le donne adoperavano per attirare gli uomini, mariti o amanti, quando volevano sedurli o trattenerli presso di sè.

Non c'è da dubitare sul fatto che tra la condizione sociale della donna, eterna minorenne che passava dalla tutela del padre a quella del marito, e la sua condizione reale ci fosse, anche su questo piano, una certa distanza: si può notare, infatti, una realtà quotidiana diversa dall'immagine un pò troppo incolore che una semplice analisi della vita delle donne basata sulla loro condizione sociale e giuridica farebbe supporre.

A Roma

Nei primi tempi i Romani non ebbero molta cura della loro persona e le donne raccoglievano semplicemente le chiome in un soffice nodo sulla nuca o in lunghe trecce.

Le donne della Roma repubblicana probabilmente non usavano i belletti colorati, tanto è vero che il "Cyprus", utilizzato da parecchi popoli barbari per colorare in rosa ed in rosso la pelle, non viene citato da alcun autore latino prima di Celso e da questo viene adoperato a scopo non cosmetico, ma come emolliente.

Dalla fine del III sec. a.C. cominciarono ad emanciparsi fino a raggiungere le stranezze dell'età imperiale dinanzi alle quali anche noi moderni rimarremmo stupiti.

Le povere schiave dovevano lavorare ore ed ore per sistemare l'acconciatura della propria padrona, che si ergeva sulla testa per 40 o 50 cm., in strati sovrapposti di riccioli, volute, posticci, o che ricadeva da un nodo centrale in riccioli fittissimi, ciascuno fissato da uno spillone.

Diffuso era poi l'uso delle tinture, ed il colore preferito era il biondo-rosso, che si otteneva cospargendo la chioma di sego di capra misto a cenere di faggio!

Non parliamo poi dei cosmetici e di come le donne romane fossero capaci di impiastricciarsi il viso!

Le labbra erano tinte di rosso con polvere di ocra; il volto e le braccia erano imbiancati con gesso e biacca, le ciglia ed il contorno degli occhi erano anneriti con fuliggine, ed i denti lucidati con polvere di corno!

Svariatissime erano le creme di bellezza, conservate in cofanetti od in cilindri.

Alcune, a base di miele, di cera di api, di latte cagliato, di olio ed altri unguenti sono assai simili a quelle dei giorni nostri; altre, invece, erano miscugli così schifosi che solo il proverbiale coraggio femminile per conservare, o creare la bellezza, poteva tollerare.

Inoltre le romane si depilavano accuratamente; si cospargevano di escrementi secchi di uccelli per depurare la pelle da macchie o foruncoli, e, come fondotinta, oltre alla biacca, quando si volevano nascondere inconvenienti maggiori, niente era più indicato di un abbondante strato di creta!

Curavano, quindi, molto la pulizia della cute, soprattutto di quella del viso.

Per detergere la pelle e liberarne i pori dalle impurità, Dioscoride adoperava estratti di "galle", escrescenze sferoidali delle foglie che hanno subìto la puntura di certi insetti.

Molto diffuso in questo campo fu l'"Hellenium", una pianta i cui estratti erano ritenuti efficacissimi nella cura della pelle.

La differenza tra la cosmesi orientale (Egizi, Micenei, Siri) e quella romana è che quest'ultima, nonostante quanto detto sopra, era più rudimentale e spesso nociva alla salute, mentre l'altra, avendo come base essenze vegetali, poteva veramente raggiungere buoni risultati terapeutici.

APPENDICE: La farmacia cosmetica romana

I medici romani conoscevano bene pressochè tutte le malattie della pelle ed avevano una medicina ed una farmacia dermatologiche. Essi eseguivano perfettamente la terapia di parecchie di queste malattie; anche le malattie cutanee venivano prese in degna considerazione. Così le verruche erano curate anche applicando alla loro superficie sostanze caustiche o corrosive, come i fichi acerbi cotti nell'acqua o la feccia del vino. Sugli esantemi prodotti dal sudore, sulle scottature dovute a prolungata esposizione ai raggi solari, sulle lesioni cutanee prodotte dal freddo, sulle pustole dei bambini, si applicavano le lenticchie, prima bollite, poi impastate con il miele. Contro la vitiligine vi erano molte preparazioni: quella composta da Imeneo era a base di foglie secche di fico. Circa l'acne Celso avverte: <<E' quasi puerile impegnarsi nella cura dell'acne, delle lentiggini e delle efelidi, ma è senz'altro impossibile privare le donne della cura nell'ornarsi>>. Contro l'acne giovanile si adoperava una pomata composta in parti uguali da resina e da allume, con l'aggiunta di una piccola quantità di miele. Per le lentiggini occorreva applicare una pasta a base di galbano e di "nitrum" triturati assieme nell'aceto. Abbiamo anche la descrizione della prima maschera di bellezza che la storia ricordi.

La sua composizione, elaborata da un medico di nome Trifone, era a base di argilla azzurra, di mandorle amare, di farina d'orzo e di molti altri vegetali più rari polverizzati. Il tutto veniva amalgamato mediante il miele e l'impasto si applicava alla sera, in uno strato sottile ed uniforme; al mattino seguente si detergeva il viso.

Vi erano anche detergenti speciali per i denti: i migliori erano a base di corallo finemente macinato stemperato nell'acqua solo qualche istante prima di adoperarli.

TESTIMONIANZE

Esiodo (sec. VIII/VII a.C.)

Nelle "Opere e i Giorni" tra i saggi consigli al fratello Perse anche...

<<mh de gunh se noon pugostoloV exapatatw

aimula kwtillousa, tehn dijwsa kalihn.

oV de gunaiki pepoiJe, pepoiJ| o ge jhlhthsin.>>

(vv. 373/375)

<<E non far che una donna dal sedere azzimato ti faccia perdere la testa,

sussurrando parole allettatrici, mentre mira alla tua dispensa;

chi presta fiducia a una donna, presta fiducia ai pirati.>>

<<oikon men prwtista gunaika te boun tç arothra,

kththn, ou gamethn, h tiV kai bousin epoito,

crhmata dç en oikw pantç armena poihsasJai,

mh su men aithV allon, [...]>>

(vv. 405/408)

<<Cerca di avere anzitutto una casa, una donna ed un bue per arare,

una donna comperata, non sposata, che all'occorrenza possa star dietro ai buoi,

e prepara in casa tutte le cose adatte,

affinchè non abbia a chiederle a un altro, [...]>>

<<h te domwn entosJe jilh para mhteri mimnei

ou pw ergç eiduia polucrusou AjrodithVç

eu te loessamenh terena croa kai lipçelaiw

crisamenh mucih katalexetai endoJi oikou

hmati ceimeriw, [...]>>

(vv. 520/524)

<<la fanciulla se ne sta dentro casa accanto alla diletta madre,

non ancora esperta delle opere di Afrodite splendida d'oro;

ella dopo avere ben lavato il tenero corpo ed asperso di olio

in gran copia va a riposarsi entro casa nella parte più interna,

durante la giornata invernale, [...]>>

...e ancora, ai vv. 695/705...

<<Conduci a casa tua una moglie, quando avrai l'età giusta,

non molto al di sotto dei trent'anni,

nè molto al di sopra; questo è il tempo opportuno per le nozze;

e la donna abbia raggiunto la pubertà da quattro anni, e si mariti nel quinto.

Sposa una vergine, perchè tu possa insegnarle onesti costumi;

sposa soprattutto quella che abita vicino a casa tua,

dopo esserti guardato bene intorno, per non sposarti, ludibrio ai vicini.

Difatti nessuna cosa può l'uomo acquistare migliore

di una sposa onesta, come non c'è niente di più triste d'una moglie cattiva,

piena d'ingordigia, la quale brucia senza bisogno di torcia il povero marito,

per quanto gagliardo, e lo vota ad una crudele vecchiaia.>>

(trad. A. Colonna)

Aristofane (sec. V/IV a.C.)

Povere donne!

<<Calonica:

Ciao, Lisistrata. Come sei stravolta: via quella faccia, creatura mia! A ponte fino le sopracciglia: no!

Lisistrata:

Dentro mi brucia, Calonica: mi avveleno per noi altre donne, gli uomini ci credono delinquenti nate...

Calonica:

Hanno ragione, perdio!

Lisistrata:

L'appuntamento era qui, dovevamo decidere un affare importante: loro se la dormono, non viene nessuna.

Calonica:

Verranno, cara: uscire di casa, è un'impresa per le donne. Noi altre, chi deve sbattersi per il marito, chi svegliare lo schiavo, chi mettere a letto il bambino, chi lavarlo, dargli la pappa...>>

(Lisistrata, vv. 3/15; trad. Marzullo)

Un attestato di superiorità

<<Prassagora:

Sono fatte meglio di noi, ve lo posso dimostrare. Primo: bagnano la lana nell'acqua calda come gli antichi, nessuna esclusa. [...] Loro però sedute in cucina, come una volta. Portano roba sulla testa, come una volta. Fanno le Tesmoforie, come una volta. Infornano torte, come una volta. Consumano i mariti, come una volta. Tengono amanti in casa, come una volta. Si fanno manicaretti di nascosto, come una volta. Gli piace il vino forte, come una volta. [...] Amici, affidiamo a loro la Città, senza troppe chiacchiere.>>

(Ecclesiazuse, vv. 879/888; trad. Marzullo)

Screzi

<<1^ vecchia:

Perchè gli uomini non arrivano? E' passato il momento! E io qua impalata, con la faccia incipriata, vestita a festa: senza niente. Canticchio fra me una lagna: faccio la scema per acchiapparne uno, quando passa.

Ragazza:

Ah, ti sei affacciata prima di me, mummia! Credevi di attirare la gente con le canzoni! Se fai così, canto pure io.>>

(Ecclesiazuse, vv. 908/915; trad. Marzullo)

Eubulo (in Ateneo, XIII, 557 f)

Che spettacolo!!!

<<Per Zeus, non sono impiastricciate di biacca nè come voi hanno le guance spalmate di succo di more. E, qualora usciate d'estate, due rivoli d'inchiostro scorrono dai vostri occhi e il sudore grondante dalle guance traccia sulla gola un solco vermiglio, i capelli trascinati sul viso sembrano canuti, sono intrisi di biacca.>>

(Venditrici di corone, fr. 98 K.; trad. Renna)

Lisia (sec. V/IV a.C.)

La prova del tradimento

<< ...mi misi a dormire di gusto, come fa chi torna dal lavoro in campagna. Sul far del giorno tornò lei e aprì la porta [le camere delle donne si trovavano su un altro piano]. Siccome le chiedevo come mai durante la notte avevano cigolato le porte, mi rispose che si era spento il lume che stava accanto al bambino, e allora lo aveva fatto riaccendere dai vicini. Io rimasi zitto, pensando che le cose stessero davvero così. Eppure, giudici, avevo avuto l'impressione che avesse il viso truccato, sebbene fosse trascorso meno di un mese dalla morte di suo fratello [il lutto stretto era di trenta giorni].>>

(Per l'uccisione di Eratostene, pr. 14; trad. Medda)

Senofonte (sec. V/IV a.C.)

Meglio al naturale!

<< Allora Iscomaco disse: - Una volta, Socrate, la vidi che si era spalmata con molta crema, per sembrare più bianca di quanto non fosse, e di molto belletto, per sembrare più rosea della realtà, e che indossava scarpe alte per sembrare più alta del naturale. [...] "Credi pure, moglie - Iscomaco riferì di averle detto - che io non preferisco il colore della biacca e della cipria rosa al tuo, ma, come gli dei hanno fatto sì che per i cavalli la cosa più piacevole fossero i cavalli, per i buoi i buoi, e per le pecore, le pecore, così anche gli esseri umani ritengono che la cosa più piacevole sia il corpo umano senza trucco. Questi trucchi potrebbero ingannare in qualche modo gli estranei, ma, per chi sta sempre insieme, è necessario che la cosa venga alla luce, se cercano di ingannarsi a vicenda: o sono scoperti quando si alzano dal letto e prima che si siano truccati, o sono sbugiardati dal sudore, o denunciati dalle lacrime, oppure la verità viene rivelata quando fanno il bagno.>>

(Economico, 10, 2; 7-8; trad. AA.VV.)

Il desiderio di piacere

<<E l'aspetto di una padrona quando lo si paragona con quello di un'ancella, dato che lei è più semplice e decorosamente vestita, risulta molto attraente, soprattutto quando si aggiunge il desiderio di piacere, invece dell'essere costrette ad accontentare l'uomo. Invece quelle che stanno sempre sedute dandosi delle arie si espongono ad essere giudicate artificiose e ingannatrici.>>

(Economico, 10, 12-13; trad. AA.VV.)

Eschine (sec. IV a.C.)

Una severa punizione voluta da Solone per le adultere

<<Solone, il più illustre dei legislatori, ha trattato, con l'austerità propria dei suoi tempi, dell'onesto comportamento delle donne. E così egli vieta ogni forma di abbellimento esteriore in una donna che sia stata sorpresa in flagrante adulterio, le ordina di astenersi dal partecipare a funzioni pubbliche, a che, frequentando donne oneste, non abbia a corromperne il comportamento. Se, a discapito di questa difesa, ella continui a prender parte a dette cerimonie o si ostini ad agghirlandarsi, egli ordina al primo in cui si imbatterà di strapparle i vestiti, di far scomparire ogni traccia di abbellimento e di darle dei "ceffoni", evitando, tuttavia, di causarne la morte o di "stroppiarla". Quel legislatore in tal modo colpisce con una pena vergognosa questo tipo di donne e prepara loro un modo di vivere per nulla sopportabile.>>

(Contro Timarco, pr. 183; trad. Martin)

Plauto (metà sec. III a.C./fine sec. II a.C.)

Ipocrisie o... confidenze?

<<Baciucchiella:

Dammi subito lo specchio e la cassetta coi monili, Barcaccia; voglio acconciarmi per quando arriverà Fiordamore, l'amore mio.

Barcaccia:

Lo specchio serve alla donna che non si fida di sè e della sua età: ma che bisogno hai di specchio tu, che sei lo specchio più bello per lo specchio? [...]

Baciucchiella:

I capelli - guarda! - stanno bene a posto?

Barcaccia:

Se sei a posto tu, puoi star sicura che lo sono anche i capelli. [...]

Baciucchiella:

Dammi il belletto.

Barcaccia:

E che ne hai bisogno?

Baciucchiella:

Ma mi debbo spalmare le guance.

Barcaccia:

E che vorresti imbiancare l'avorio con l'inchiostro? [...]

Baciucchiella:

Ma su, ora dammi il rossetto.

Barcaccia:

Non te lo do, sei già bella abbastanza. Vuoi impiastricciare quel capolavoro di faccia ridipingendolo? La tua non è l'età da ricorrere alle tinture e alle creme, alla cipria e a qualsiasi altro impiastro.

Baciucchiella:

Ora reggimi lo specchio. [...]

Baciucchiella:

E non credi che debba passarmi sopra un pò di pomata?

Barcaccia:

Ma neanche per idea!

Baciucchiella:

E perchè?

Barcaccia:

Perchè la donna odora bene quando non ha odore addosso. Non vedi le vecchiacce, che si ungono e credono di rimettersi a nuovo, slabbrate e sdentate come sono, che le magagne credono di ricoprirsele col belletto, quando l'unguento e il sudore hanno fatto tutta una poltiglia allora fanno lo stesso odore di quando il cuoco fa un ragù alla cacciatora! Non riesci a capire di che cavolo odorino, sai solo che è una puzza.

(Mostellaria, vv. 248/279 scelti; trad. Paratore)

Properzio (sec. I a.C.)

Amore non ama artifici

<<A che giova, vita mia, recare adorne le chiome

e muovere le pieghe sottili di una veste coa?

Perchè ti cospargi i crini di mirra orontea

e ti vendi per doni forestieri

e sprechi la grazia naturale con ornamenti comprati,

non consentendo alle tue membra di splendere dei pregi propri?

Prestami ascolto, non c'è bisogno di alcun abbellimento per la tua figura:

Amore nudo non ama artifici esteriori.>>

(I, 2; 1-8; trad. Sbordone)

Ovidio (metà sec. I a.C./inizio sec. I d.C.)

I cosmetici per il viso: ricette

<<Priva della pellicola e delle reste l'orzo

che i coloni di Libia su navi ci hanno inviato.

Un'uguale quantità di lenticchie sia amalgamata con dieci uova,

ma l'orzo mondato raggiunga il peso di due libbre [gr. 657,36].

Quando questa poltiglia esposta ai soffi del vento si sarà essiccata

falla macinare con la ruvida mola da un'asina lenta.

E quelle prime corna che cadranno ad un cervo longevo

tritura assieme ad essa (mettine la sesta parte di una libbra [cioè gr. 54,78]),

e quando poi tutti gli ingredienti si saranno mescolati

alla polvere farinosa

subito vaglia il tutto con un setaccio molto fitto.

Aggiungi dodici bulbi di narciso senza tunica

che la mano decisa dovrà pestare sul liscio marmo

e, poi, pesta insieme un sestante [gr. 54,78] di questa sostanza

gommosa col seme etrusco [la spelta];

a questo punto si aggiunga nove volte tanto di miele.

Ogni donna che tratterà il volto con tale cosmetico

risplenderà più liscia dello specchio suo.

E tu non esitare, poi, a torrefare i giallastri lupini

e contemporaneamente tosta i semi di guado selvatico.

I due componenti, con ugual dosaggio, pesino sei libbre [kg. 1,972]

e fà macinare entrambi da mola di pietra scura.

Non ti manchi la biacca nè la spuma del salnitro rosso

nè il giaggiolo che viene dalla terra d'Illiria.

Fà impastare il tutto da braccia vigorose di giovani,

ma il peso giusto di questa poltiglia dovrà essere un'oncia [gr. 27,39].

Dovrai aggiungere poi la sostanza medica che si prende dal nido dei

queruli uccelli [i gabbiani]:

toglie le macchie dal viso: la chiamano alcionèa.

Se mi chiedi quale peso ritenga giusto per essa,

bene: quella di un'oncia divisa in due parti [gr. 13,69].

Perchè tutta la sostanza si rapprenda e possa essere facilmente

spalmata sulla pelle

aggiungi miele dell'Attica tratto da favi biondi.>>

(Medicamina faciei, vv. 51-82; trad. Galli)

Le malizie per conquistare un uomo

<<Già compilai per voi, donne, un libretto [il "Medicamina faciei"]

ricco d'ogni consiglio alla bellezza;

è un piccolo libretto, ma prezioso.

Rivolgetevi a lui che vi ristori

dallo sfacelo delle vostre forme:

sempre per voi è pronta l'arte mia.

Ma che l'amante non vi colga mai

con i vasetti delle vostre creme!

L'arte che vi fa belle sia segreta.

Chi non vi schiferebbe nel vedervi

la feccia [del vino] sparsa sopra tutto il viso,

quando vi scorre e sgocciola pesante?

E che fetore

l'esipo [sudiciume attaccato alla lana di pecora non lavata, usato anche contro il mal di testa e l'epilessia] emana, sozza spremitura

del vello immondo d'un caprone, fetida

anche se vien da Atene. E non vi approvo

quando applicate in pubblico misture

di midollo di cerva, o vi sfregate

davanti a tutti i denti. Queste cure

fan belle, ma son brutte a vedersi.>>

(Ars amatoria, III, vv. 205-217; trad. Barelli)

Marziale (sec. I d.C.)

Un severo consiglio a Massimina

<<Ridi, fanciulla, se sei saggia, ridi>>

disse - credo - il poeta di Sulmona [Ovidio]

ma non lo disse a tutte le fanciulle.

Poniamo pure ch'egli l'abbia detto

a tutte le fanciulle,

non lo disse per te:

tu non sei più fanciulla, o Massimina,

e non hai che tre denti,

che ci mostrano il nero della pece

o quel del bosso.

Ora, se credi a me ed allo specchio,

il riso devi tu temere [...]

quanto Fabulla imbellettata

teme i rovesci della pioggia,

quanto Sabella, bianca di cerussa,

teme i raggi del sole. [...]

(Epigr., II, 41; trad. Carbonetto)

Petronio (sec. I d.C.)

Una bellezza perfetta

<<Qualunque cosa io dicessi, sarebbe troppo poco col confronto. I capelli, rialzati sulla fronte piccola e pura, le scendevan per le spalle, naturalmente ondulati; i sopraccigli, quasi congiunti sugli occhi, le si piegavano in arco fin sulla linea del volto; le pupille brillavan più chiare di stelle in notte senza la luna; il naso era un pochino ricurvo, e la bocca adorabile, come Prassitele immaginò che l'avesse Diana. Il mento, il collo, la mano, il candore del piede che traspariva fra i sottili legaccioli d'oro, oscuravano il marmo di Paro. Allora, per la prima volta, ebbi a disprezzar Dori, che pur amavo da un pezzo.>>

(Satyricon, 126; trad. Cesareo/Terzaghi)

Plutarco (sec. I/II d.C.)

Un espediente

<<La cosa più incredibile di tutto fu che riuscì a nascondere la gravidanza, pur facendo il bagno con le sue compagne. Infatti, il prodotto con cui le donne si spalmano i capelli e li rendono dorati o rossi contiene un unguento che rilassa le carni e fa ingrassare, così da produrre una sorta di dilatazione e gonfiore; Empona usò questo unguento con abbondanza su tutte le altre parti del corpo e nascose la grossezza del ventre.>>

(Sull'amore, 25; trad. Gigliozzi)

Luciano (sec. II d.C.)

Una laboriosa preparazione

<<...esse [sono fornite] di bacinelle d'argento, brocche, specchi e, come in una farmacia, di una moltitudine di boccette, e vasetti pieni zeppi di porcheria, nei quali sono tenute pronte sostanze capaci di ripulire i denti o studiate per annerire le palpebre. Il più del tempo è consumato dalla pettinatura dei capelli: alcune, mediante preparati capaci di fare che le loro trecce mandino al sole di mezzogiorno riflessi rosseggianti, le tingono, come colorassero delle lane, con fiori fulvi, condannando la propria natura; quante invece si accontentano della chioma nera consumano in questa la ricchezza dei mariti esalando dai loro capelli i profumi, si può dire, di tutta l'Arabia, ne avvolgono a forza in riccioli su strumenti di ferro scaldati a fiamma lenta la naturale crespatura, e la capigliatura, quand'è minuziosamente curata e fatta scendere fino ai sopraccigli, lascia in mezzo poco spazio alla fronte, mentre i ricci posteriori ondeggiano pomposamente fin sul dorso. Dopo di ciò ci sono i calzari a più colori, che stringono i piedi entrando nella carne e la veste dal tessuto velato, che è veste in apparenza, perchè sembrino non essere nude. [...] Quando poi l'intero corpo è stato stregato dalla bellezza ingannevole di una falsa avvenenza, arrossano le guance svergognate con belletti che vi spalmano sopra, affinchè il colore purpureo tinga la loro pelle bianchissima e grassa. Ebbene, qual è la loro vita dopo tanta preparazione?

(Amor., 39-41; trad. AA.VV.)

Giovenale (sec. II d.C.)

Si truccano i pervertiti...

<<A poco a poco ti accoglieranno tra loro quelli che in casa portan nastri attorno alla fronte, gran collane al collo e placano la dea Bona [dea della castità] con pancetta di tenero porco e grandi crateri di vino. Ma con rito perverso, ogni donna è respinta lontano, non può entrare: soltanto ai maschi s'apre l'altare della dea. - Via di qui, o profane! - si grida, - nessuna flautista può far gemere qui il suo flauto!

Orge come queste le celebravano un tempo i Bapti [seguaci del culto orgiastico della dea Cotitto], al lume segreto d'una torcia, capaci di disgustare persino la cecropia Cotitto. Eccone uno che con ago ricurvo s'allunga le sopracciglia tingendole con fuliggine inumidita e battendo le palpebre si dipinge gli occhi levati al cielo. E un altro che beve da un priapo di vetro, con le chiome rigonfie sotto una reticella d'oro, vestito d'azzurri quadretti o di raso giallino: solo in nome di Giunone giura il suo servo. E quell'altro ancora che tiene in mano uno specchio, [...]>>

(Satire, II, 83-99; trad. Barelli)

Svetonio (sec. I/II d.C.)

...ma anche gli imperatori!

<<[Ottone] aveva delle civetterie quasi femminili giacchè si faceva depilare e, avendo i capelli radi, portava una parrucca così ben fatta e perfettamente sistemata che nessuno se ne accorgeva; inoltre si radeva tutti i giorni e poi si applicava sul viso la mollica di pane bagnata, abitudine che aveva preso fin da quando gli era spuntata la prima barba, allo scopo di non averne mai.>>

(Ottone, 12; trad. Noseda)

Tertulliano (sec. I/II d.C.)

Cambiano i tempi!

<<Puoi vedere - cosa che Cecina Severo [Tacito, in Ann. II 33, ne segnala la severità con il "sesso debole"] bollò severamente davanti al senato - matrone che se ne vanno in pubblico senza stola. Ma basti dire che per decreto dell'àugure Lentulo colei che così si spogliava della sua dignità veniva punita come per adulterio, poichè alcune avevano a bella posta smesso di indossare, come impedimento all'esercizio della seduzione, proprio quelle vesti che sono indizio e difesa della dignità. Ma ora facendo da ruffiane a se stesse, per essere avvicinate più agevolmente, hanno rinunziato alla stola e alla camicia, alla benda e alla cuffia, e perfino alle stesse lettighe e alle portantine, dalle quali anche in pubblico erano protette come nel segreto della casa. Ma uno spegne i propri lumi, un altro accende quelli che non sono suoi. Guarda le bagasce, merce di pubblici mestieri, e le stesse tribadi, e se preferisci distogliere gli occhi da tali esseri vergognosi che han fatto scempio in pubblico della castità, guarda almeno di traverso, e a questo punto vedrai le matrone.>>

(De pallio, IV, 9; trad. Costanza)

Vergognatevi!

<<Vi piantate sulla testa non so qual macchina di capelli, ora costruita a modo di parrucca, in cui la testa rimane imprigionata, come in un fodero o in un coperchio, ora ridotta tutta indietro a pesare sul vostro collo. [...] Via da una fronte libera l'umiliante servitù di siffatte acconciature! Invano vi affaticate di mostrarvi adorne, invano mettete in opera tanti industriosi parrucchieri: Dio prescrive che voi siate velate, perchè vuole, io credo, che la testa di alcune di voi non sia veduta da nessuno. Ed oh! se avverrà che, nel giorno del trionfo dei Cristiani, io, miserabile, alzi, anche sotto i vostri piedi, la fronte, vedrò allora se voi risorgerete con tutta la biacca e il rossetto e lo zafferano, e con tutta codesta ambiziosa acconciatura del capo; vedrò allora se così dipinte gli angeli vi solleveranno sulle nubi, nell'aria, per muovere incontro a Cristo!>>

(De cultu femin.,VII; trad. Moricca)

Girolamo (metà sec. IV/inizio sec. V)

Consigli

<<Anche l'abbigliamento e l'abito le indichino a chi è stata promessa. Non ti permettere di forarle le orecchie, di imbellettare di biacca e rossetto un volto consacrato a Cristo, di appesantirle il collo con perle ed oro, di gravarle il capo con gemme, di tingerle i capelli di rosso dandole così un anticipo del fuoco della geenna. [...] Pretestata, donna di famiglia nobilissima, per ordine di suo marito Imezio, zio della vergine Eustochio, cambiò l'abbigliamento e la veste di essa, e le acconciò, disponendoli ad onde, i capelli trascurati, con l'aspirazione di vincere il proponimento della vergine e il desiderio della madre. Ed ecco che la notte stessa vede in sogno un angelo dall'aspetto terribile che le si fa incontro e la minaccia di castighi: "Tu hai osato anteporre a Cristo l'ordine di tuo marito? Tu hai osato toccare con mani sacrileghe il capo di una vergine di Dio? Queste mani già ora ti diverranno secche, perchè, con tale tormento, ti renda conto di cosa hai fatto e tra cinque mesi sarai condotta all'inferno. Se poi persevererai nel misfatto, sarai privata, al tempo stesso, del marito e dei figli." Tutto si adempì nell'ordine ed una morte rapida suggellò il pentimento tardivo della sventurata. Così Cristo si vendica di chi viola il suo tempio, così difende le sue gemme ed i suoi gioielli più preziosi.

(Epist. 107, Ad Laetam, 5; trad. Palla)

APPENDICE

Dalle iscrizioni funerarie alcuni esempi di fedeltà e... di tradimenti, di vita "vissuta" nell'agiatezza e nella povertà.

Avignone, Francia

AGLI DEI MANI

A CUPIZIA FIORENTINA SPOSA PIA E CASTA GENNARO PRIMITIVO

Il marito dedica questo sepolcro come ha potuto, da povero

(CIL XII 1036)

o o o

QUI E' DEPOSTO GIUNIO FAUSTO UN POVERO PICCINO DI DUE ANNI

Alla madre mia empia e scellerata gli Dei Superi e Inferi facciano scontare il fio per avermi...

(CIL XII 1036)

o o o

Roma

Fui la sua prima moglie e, finchè vissi, piacqui al marito e gli fui cara.

Tra le sue braccia resi l'ultimo respiro, fu lui piangendo a chiudermi gli occhi morenti.

E' un elogio sufficiente, per una donna, dopo la morte.

(CIL VI 6593)

o o o

Haidra, Tunisia

La vita è bene, la vita è male? La morte non è nè l'una nè l'altra cosa.

Rifletti, se hai giudizio, quale delle due ti convenga di più.

Ma, poichè esistono i Mani, ti sia lieve la terra.

TITTIA LUCILLA VISSE 14 ANNI E 5 MESI. DEL QUALE TEMPO 18 MESI, FINO AL GIORNO DELLA SUA MORTE, CON IL MARITO. ALLA SPOSA INNOCENTE E PIA FABIO ESUPERANZIO POSE.

(CIL VIII 11665)

o o o

Ain Kebira, Mauretania

SACRO AGLI DEI MANI

DI RUSTICEIA MATRONA. VISSE 25 ANNI.

Causa della mia morte fu il parto e l'empio fato. Ma tu cessa di piangere, mio diletto compagno, e custodisci l'amore per il figlio nostro. Poichè il mio spirito è ormai tra gli astri del cielo.

...ALLA MOGLIE MERITEVOLE POSE.

(CIL VIII 20288)

o o o

Salona, Spalato

SELIA CHIA LIBERTA DI MARCO.

Qui son io, Chia; per volere del fato, la mia bellezza è dissolta in cenere. L'ìnvida morte tutti eguaglia...

(CLE 1949)

o o o

Pisa

AGLI DEI MANI

di Scribonia Hedone, con la quale vissi diciotto anni senza mai un litigio, per desiderio della quale giurai che dopo di lei non avrei preso un'altra moglie.

(ILS 8461)

o o o

Roma

Ti chiamavi Tortora e tale fosti veramente, fino alla morte il marito non ebbe altro amore.

(Diehl 2142)

o o o

Vercelli

A Filomeno ed Eutichia, che andarono insieme sani a dormire e furono trovati esanimi l'uno nelle braccia dell'altro.

(ILS 8476, trad. Mazzolani)

o o o


I CONSIGLI DI OVIDIO

I cosmetici per il viso

(Medicamina faciei di Ovidio)

Elogio della bellezza e della cosmesi (w. 1-50)

Giovani donne, apprendete quale trattamento di cura

sia in grado di valorizzarvi l'aspetto e in che

modo dobbiate proteggere la vostra bellezza.

La coltivazione volle che la terra sterile apprezzasse

i prodotti di Cerere:

scomparvero così i rovi pungenti.

La cura corregge anche nei frutti l'asprezza dei succhi

e l'albero inciso d'innesto trae forza dal concorso di un altro.

Piace tutto ciò che è curato: si cospargono d'oro gli alti

[soffitti

e la nera terra è nascosta sotto coperture di marmo.

Anche la lana coi colori di Tiro è spesso trattata;

a nostra gioia l'India offre avorio intarsiato.

Forse le antiche Sabine, sotto il re Tazio,

preferivano coltivare i campi paterni più che curare se stesse;

era il tempo in cui, rubiconda, la donna maritata, assisa

sull'alto sedile

con mano instancabile filava impegnata in dura fatica

e di persona provvedeva a rinchiudere a sera gli agnelli che

la figlia aveva menato al pascolo

e lei stessa gettava sul focolare ramoscelli e tronchi di legna.

Non così le vostre madri che partorirono delicate fanciulle:

voi che volete i corpi coperti di vesti d'oro tessute

e poi volete spesso variare l'acconciatura ai profumati capelli

e mettere in mostra, volete, le mani ingemmate.

Adornate il collo di pietre preziose fatte venire d'Oriente

e due ne appendete alle orecchie sì grandi che fanno fatica

a portarle.

Ma tutto ciò non è un male: è giusto che vi preoccupiate di

[piacere

dato che alla vostra generazione appartengono uomini che

[hanno

cura di sé.

I vostri mariti vi hanno carpito i muliebri segreti

e la sposa non sa più cosa fare per superarne la ricercatezza.

Importa conoscere a quali espedienti esse ricorrano per

[valorizzarsi

e quali siano le loro passioni:

nessuna accusa meritano, invece, per l'eleganza.

Vivono remote in campagna, eppure si tingono i capelli; e

[fosse

anche l'inaccessibile Athos a nasconderle,

pure l'alto Athos avrà le sue donne eleganti.

C'è certo in tutti il desiderio di piacere a se stessi,

ma alle giovani donne sta particolarmente a cuore la loro

[bellezza.

L'uccello di Giunone distende le sue penne ammirate

[dall'uomo,

volatile muto, superbo va della sua bellezza.

Così l'amore vi stimola più con la sua forza che non l'erbe

potenti che mano di maga recide con terribile scienza.

Lasciate perdere le piante o le elaborate pozioni,

non provate il veleno nocivo di puledra in calore.

Non sono gli incantesimi marsici a far crcpare i serpenti

né l'onda torna supina alla sua fonte.

E per quanto uno rimuova i bronzi di Témesa

la luna non sarà mai sbalzata dai suoi cavalli.

Allora mie giovani donne, attente, per prima cosa, alla

[vostra condotta:

l'aspetto esteriore attira se ad esso si accompagna la bellezza

[dei modi.

La durata di un amore dipende dai caratteri: gli anni, infatti,

devasteranno la bellezza

e il volto che un tempo piaceva sarà solcato dalle rughe.

Verrà il tempo in cui avrete paura a guardarvi allo specchio

ed il dolore sarà altra cagione di rughe.

La virtù è sufficiente, regge all'usura del tempo

e, finché dura, bene dipende da essa l'amore...

Cinque ricette per il viso (vv. 51-100)

«Suvvia, ora spiega quando il sonno avrà rilassato le

delicate membra

in che modo possano i candidi volti risplendere».

1^ ricetta

Priva della pellicola e delle reste l'orzo

che i coloni di Libia su navi ci hanno inviato.

Un'uguale quantità di lenticchie sia amalgamata con dieci

[uova,

ma l'orzo mondato raggiunga il peso di due libbre.

Quando questa poltiglia esposta ai soffi del vento si sarà

[essiccata

falla macinare con la ruvida mola da un'asina lenta.

E quelle prime corna che cadranno ad un cervo longevo

tritura assieme ad essa (mettine la sesta parte di una libbra),

e quando poi tutti gli ingredienti si saranno mescolati

alla polvere farinosa

subito vaglia il tutto con un setaccio molto fitto.

Aggiungi dodici bulbi di narciso senza tunica

che la mano decisa dovrà pestare sul liscio marmo

e, poi, pesta insieme un sestante di questa sostanza

gommosa col seme etrusco;

a questo punto si aggiunga nove volte tanto di miele.

Ogni donna che tratterà il volto con tale cosmetico

risplenderà più liscia dello specchio suo.

2^ ricetta

E tu non esitare, poi, a torrefare i giallastri lupini

e contemporaneamente tosta i semi di guado selvatico.

I due componenti, con ugual dosaggio, pesino sei libbre

e fa’ macinare entrambi da mola di pietra scura.

Non ti manchi la biacca né la spuma del salnitro rosso

né il giaggiolo che viene dalla terra d'Illiria.

Fa’ impastare il tutto da braccia vigorose di giovani,

ma il peso giusto di questa poltiglia dovrà essere un'oncia.

Dovrai aggiungere poi la sostanza medica che si prende dal

nido dei queruli uccelli:

toglie le macchie dal viso: la chiamano alcionea.

Se mi chiedi quale peso ritenga giusto per essa,

bene: quella di un'oncia divisa in due parti.

Perché tutta la sostanza si rapprenda e possa essere

[facilmente

spalmata sulla pelle

aggiungi miele dell'Attica tratto da favi biondi.

3^ ricetta

Anche se l'incenso serve a placare l’irata volontà degli dèi,

non bisogna tuttavia gettarlo tutto sul fuoco acceso.

Quando avrai mescolato l'incenso col nitro che pulisce la

[pelle,

fa’ in modo che entrambi abbiano ugual peso: un terzo di

[libbra.

Aggiungi della gomma, meno della quarta parte, ricavata

[dalla corteccia

e un piccolo dado di grassa mirra.

Quando avrai pestato il tutto, vaglialo con fitto setaccio;

la polvere dovrà essere condensata versandovi miele.

4^ ricetta

Suole portar giovamento anche aggiungere finocchi alla

[mirra

ben profumata;

questa la dose: si procurino cinque scrupoli di finocchio,

nove di mirra,

e di petali di rosa essiccata giusto un pugno

e incenso maschio con sale di Ammone.

Vèrsavi sopra la mucillagine che produce l'orzo:

l'incenso col sale deve eguagliare il peso delle rose.

Basta che per poco tempo la crema sia spalmata sul volto

[delicato

ed ecco che su tutto il viso non si avrà più alcun segno di

[arrossamento.

5^ ricetta

Ho avuto modo di vedere una donna che pestava papaveri

macerati nell'acqua fredda

e con essi cospargeva le morbide guance...

trad. di Michelarcangelo Galli


IL TRUCCO DELLE ROMANE

Instabile come gli umori ed effimera quanto la vanità, la ricerca della bellezza è antica quanto l’uomo (e la donna, ovviamente). Le conoscenze cosmetiche e farmacologiche dell’antica Grecia e delle civiltà orientali infatti, sono già così approfondite da rimanere praticamente invariate fino al XVII secolo.

I romani, seppur originariamente contraddistinti da una certa semplicità di costumi, si lasciarono facilmente sedurre dal piacere di dedicare attenzione al proprio corpo e “farsi belli” (pensiamo a quanto rimpiangeva nei suoi discorsi in Senato la rigida applicazione del ”mos maiorum” Marco Porcio Catone in età pre-augustea) .

La “Naturalis Historia” di Plinio e gli scritti di Discoride, suo contemporaneo che per primo applicò la botanica alla medicina, sono affascinanti quanto esaurienti fonti di notizie, ricette e consigli confermati dai numerosi ritrovamenti archeologici dei quali, tra l’altro, anche Pompei è stata particolarmente generosa.

I COSMETICI

Le facoltose matrone romane potevano contare su un fornitissimo arsenale di belletti, profumi, balsami e unguenti per la preparazione dei quali gli abili “unguentarii” dell’Urbe, le cui botteghe erano concentrate nel vicus Thuriarius e nell’attiguo vicus Unguentarius al Velabro, venivano, a buon titolo, “profumatamente” pagati.

I belletti erano conservati in  beauty-case di legno pregiato (vedi foto a lato - Teca con oggetti di cosmesi - Museo Arch. Napoli),  boccette di vetro soffiato, pasta vitrea, terracotta  o alabastro,  e in conchiglie, naturali o plasmate in ambra profumata, usate soprattutto per contenere rossetti e ombretti. Specifici per i ricambi dei profumi erano particolari contenitori a forma di colomba, riempiti e sigillati a fiamma, per aprire i quali si usava spezzarne la coda o il becco.

Il trucco quotidiano delle matrone cominciava con una base di fondo tinta, preparato principalmente con biacca o carbonato di piombo e venduto in pasticche da mescolare al miele o a sostanze grasse.

L’impasto poteva poi essere colorato con salnitro, feccia di vino o ocra rossa e veniva spalmato uniformemente sulla pelle del viso in uno strato piuttosto spesso.

Considerando la qualità degli ingredienti e il fatto che sia la biacca che il carbonato di piombo sono altamente tossici, particolare peraltro già noto alle Romane, è comprensibile nutrire forti dubbi sui risultati di tali rimedi estetici e condividere l’opinione dei poeti e commediografi latini, che non lesinano velenose e sarcastiche critiche a tali costosissime pratiche femminili.

Riccioli, trucco, belletto, cerone e denti hai comprato. Con la stessa spesa compravi una faccia nuova”, commenta Lucilio sin dal II secolo a.C., ben poco cavallerescamente, nel XVI libro delle sue Satire.

Marziale non è meno caustico: “Ovunque tu passi, fai pensare che Cosmo (ndr Cosmo era il più noto profumiere contemporaneo a Marziale) stia traslocando e che essenze profumate escano a profusione da un flacone agitato. Non mi va, Gellia, che tu prenda gusto a queste sciocchezze straniere. Lo sai che il mio cane potrebbe essere così profumato!” (Epigrammata, 3,559).

Ovidio non pare più conciliante anche se è prodigo di consigli.

Ma che l’amante non vi colga mai con i vasetti delle vostre creme. L’arte che vi fa belle sia segreta. Chi non vi schiferebbe nel vedervi la feccia cosparsa per tutto il viso, quando vi scorre e sgocciola pesante tra i due tiepidi seni? E che fetore l’esipo (ndr, tipo di lanolina) emana, rozza spremitura del vello immondo di un caprone, fetido anche se viene da Atene! E non vi approvo quando v’applicate in pubblico misture di midollo di cerva o vi fregate davanti a tutti i denti. Queste cure fanno belle ma son brutte a vedersi. Spesso ciò che ci piace, piace quando è fatto, mentre si fa dispiace.” (Ars amatoria, 209-218).

Per nulla scoraggiate da simili, dissacranti commenti, le donne romane continuarono a imbellettarsi, marcando le sopracciglia con antimonio polverizzato (stibium) o con il nerofumo ( fuligio) e colorando le palpebre con ombretti verdi se ottenuti dalla malachite e azzurri se derivati dall’azzurrite.

Dal gelso, dal fuco (un’alga di colore rossastro), da estratti animali e vegetali e da sostanze minerali (soprattutto cinabro, gesso rosso e minio, anche quest’ultimo tossico) venivano poi ricavati i rossetti per le labbra.

Anche i denti erano oggetto di cura, grazie ai dentifrici preparati con polvere di pomice,  mastice di Chio,  soda  e bicarbonato di sodio. Per l’alito esistevano poi “miracolose” pasticche: “Per non olezzare pesantemente delle bevute del giorno prima, Fescennia, trangugi smodatamente pastiglie di Cosmo…che dire, giacché l’alito pestifero mescolato alle pastiglie puzza ancora di più e il duplice odore del fiato si spande più lontano!” ( Marziale).        

L’arte della preparazione dei belletti era affidata alle cosmetae (schiave appositamente addestrate per quello specifico compito) che, di volta in volta, al momento dell’uso, scioglievano i vari ingredienti con la saliva in piccoli contenitori, aiutandosi con una specifica serie di spatolette, cucchiaini e miscelatori ad anello in legno, osso, avorio, ambra, vetro o metallo.

Le maschere di bellezza per prevenire l’invecchiamento della pelle o per curarne le imperfezioni (efelidi, desquamazioni, macchie) erano poi altrettanto diffuse. Potevano essere a base vegetale e ricavate da lenticchie, miele, orzo, lupini, finocchio con aggiunta di essenze di rosa e mirra oppure ottenute da composti organici ( corna caduche di cervi, escrementi di alcione, topo e coccodrillo, placenta, midollo, genitali, fiele, urina di vitelli, mucche, tori, asini) mescolati a olio, grasso di oca, succo di basilico o semi d’origano, biancospino, zolfo, miele o aceto.

Particolare attenzione doveva poi essere riservata alle modalità di applicazione. Le maschere ottenute con l’urina d’asino, ad esempio, pare fossero efficaci solo se utilizzate al momento in cui sorgeva la costellazione del Cane.

I PROFUMI

I profumi meritano una particolare menzione. Troviamo una stupenda testimonianza del loro intero processo di produzione, ad opera di paffuti amorini, nell’affresco della casa dei Vettii di Pompei.

Non essendo ancora conosciuto il processo di distillazione, introdotto dagli Arabi solo nel IX secolo d.c., le essenze erano ottenute per spremitura e macerazione. La base oleosa (tecnicamente chiamata onfacio) era costituita da olio di olive verdi o da succo di uva acerba (agresto) e in essa venivano fatte macerare sostanze profumate insieme a coloranti.

Ci sono anche giunti i nomi di alcuni profumi.

Il Rhodium era l’essenza derivata dai petali di rosa, prodotta soprattutto a Palestrina, Capua e Napoli; l’Illirium e il Susinum erano ottenuti con varie specie di gigli pompeiani, il Mirtum-laurum dal lauro e dal mirto, il Melinon dalle mele cotogne, lo Iasminum dal gelsomino. Dall’Egitto proveniva il Metopium, tra i cui ingredienti figurava anche il costosissimo “Balsamo di Giudea”.

In età imperiale Alessandria era il maggior centro di smistamento delle spezie e delle erbe aromatiche che da qui venivano inviate a Roma e, soprattutto, a Preneste, Napoli e Capua, dove si trovavano i massimi produttori di essenze ma anche i più abili contraffattori (!!!!) dei più famosi profumi dell’epoca.

Le essenze raggiungevano prezzi proibitivi già dal I secolo d.c., quando una libbra di profumo costava anche più di 400 denari. Uno scandaloso spreco, a detta di Plinio, poiché simili ricchezze venivano dissipate “pro fumo”, senza alcun effetto se non quello di appagare il piacere altrui, dato che “chi è profumato non si accorge di esserlo”.

Seguendo letteralmente le indicazioni di Plinio e di Dioscoride è stato possibile ricreare le antiche fragranze, scoprendo che i gusti dei nostri vanitosi antenati propendevano per aromi intensi e dolciastri, forse più adatti a coprire gli olezzi delle fogne e delle stalle, oltre all’odore pungente e acre del sangue delle fiere uccise negli anfiteatri durante gli spettacoli.

Dei profumi non si faceva però solo un uso personale.

Era  costume diffuso, infatti, profumare arditamente anche gli ambienti domestici. Esempio altisonante per regalità e sfarzo è la Domus Aurea di Nerone in cui “il soffitto dei saloni per i banchetti era a tasselli di avorio mobili e perforati, in modo da poter spargere fiori e profumi sui convitati.” (Svetonio, Neronis Vita, 31)

Tali pratiche non erano comunque prive di inconvenienti.

Pare infatti che, ad un banchetto offerto da Nerone, uno sfortunato commensale sia morto asfissiato dagli effluvi di ingentissime quantità di acque profumate con petali di rosa lasciate cadere sugli invitati.

L’imperatore Eliogabalo, invece, aveva fatto disporre una pioggerella di acque profumate e violette dal soffitto, ma precipitarono sui suoi ospiti anche i vasi di terracotta che le contenevano.

L’imbarazzante incidente pare abbia fatto sbellicare Marziale: “Un buon profumo hai dato ai commensali, è vero, ma cibo niente. E’ da ridere essere profumati e affamati. Digiuni e ben unti, Fabullo, sono i defunti.” (Epigramma, 3,12).

Ancora, a detta di Plutarco, Cesare avrebbe mangiato asparagi conditi per errore con un unguento aromatico anziché con un volgare ma certamente più salutare olio da cucina.

Non sono noti eventuali effetti collaterali che Cesare abbia sofferto a causa dell’incauto pasto ma il suo rapporto con i profumi e, più in generale, con la femminile arte cosmetica intesa nel senso del termine greco “kallopizestai” (millantare!), doveva essere piuttosto tribolato.

E’ infatti noto che la divina Cleopatra era una esperta conoscitrice delle più antiche arti della cosmesi, (a lei si deve un intero trattato  sull’arte del trucco), tanto che alla fattoria con annessa “officina aromataria” scoperta sulle sponde del Mar Morto nella regione dell’Idumea, in riva ad un lago, 30 chilometri a sud dell’Oasi di En Ghedi  è stato dato il nome di “laboratorio cosmetico di Cleopatra”.

La zona, 400 metri sotto il livello del mare, è una delle più profonde depressioni terrestri e, a causa della forte evaporazione, la concentrazione dei sali era altissima. L’officina, appartenuta a Erode il Grande, era composta da nove ambienti, di cui uno adibito a sala d’attesa per i clienti e arredato con panche in pietra.

Interessantissimi, per l’eccezionale stato di conservazione, i ritrovamenti del sito, due vasche per la macerazione, altrettanti mulini rotanti per la triturazione dei vegetali, due forni e un focolare per riscaldare gli oli nella preparazione dei profumi, oltre a diversi residui di essenze e belletti.

Nell’officina veniva anche prodotto ciò che Plinio indica come “asphalite”, fango conosciuto anche con il nome di pece nera di Giudea, estratto dal petrolio e usato per curare la psoriasi, oltre ai famosi sali del Mar Morto, utilizzati sia come medicamento che belletto, tuttora usati in cosmesi.

CAPELLI, PARRUCCHE, TINTURE

Non si può parlare di bellezza, senza fare un cenno alla cura dei capelli, fonte di costante impegno per chi li possiede e di tormenti non meno intensi per chi non può farne bella mostra.

Quello della calvizie era un problema particolarmente sentito, soprattutto dagli uomini, al quale spesso si cercava  rimedio con misture di laudano e mirra.

Plinio ci fornisce una buona ricetta per far