





























































Altri spunti sulla tematica da...
Vitruvio VI, 3; VI, 9, 6, 2; V, 3
Tertulliano, Adv. Val. 7
Plinio il V., Nat. hist. XIX, 8;
XIX, 18; IX, 136
Tacito, Ann. II, 33; XV, 32, 2; XII,
5
Gellio, Noct. Att. VI, 12, 3
Quintiliano, Insr. or. XI, 3, 137;
141
Val. Massimo, Fact. et dict. VI, 3,
10
Seneca, Ep. 86, 2; 7; De ben. II,
17
Cicerone, Pro Cael. 15, 36; Ad Fam.
VII, 1; Lael. 1, 1; Verr. V, 118; De leg. 23, 58
Varrone, r.r. II, 11, 10; de l.l.
V, 161
Columella, De r.r. XI, 1, 19
Servio, Ad Aen. I, 726
Svetonio, Vita Dom. 4; Vita Ner. 12
e 22; Vita Aug. 71; Vita Cal. 54 e 55; Vita Cl. 34
Livio VII, 2, 3
Plinio il G., X, 39; II, 8; I, 6
Apuleio, Met. X, 32
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| Gli spettacoli, senza far
parte integrante del regime imperiale, ne sostenevano l'armatura, e
senza incorporarsi alla religione imperiale, alimentavano quel tanto
di fiamma che ancora in essa poteva bruciare. Ma c'è di
più: sulla strada che conduceva all'autocrazia, gli spettacoli
rappresentavano un ostacolo alla rivoluzione. Nell'Urbe, dove le
masse contavano cento-cinquantamila oziosi esonerati dal lavoro a
spese dell'assistenza pubblica, e forse altrettanti lavoratori — che
dal principio alla fine dell'anno ogni giorno, dopo la siesta, non
avevano altro da fare che starsene a braccia conserte né d'altra
parte potevano occupare il loro tempo libero nella politica —, gli
spettacoli occupavano il tempo, allettavano le passioni, distraevano
gli istinti, sfogavano l'attività. Un popolo che sbadiglia è maturo
per la rivolta. I Cesari non hanno lasciato sbadigliare la plebe
romana, né di fame né di noia: gli spettacoli furono la grande
diversione alla disoccupazione dei loro sudditi, e, per conseguenza,
il sicuro strumento dell'assolutismo; dedicando agli spettacoli ogni
cura, dilapidandovi somme favolose, essi provvidero scientemente
alla sicurezza del loro potere.
Dione Cassie riferisce che il pantomimo Pilade, sentendosi
rimproverare da Augusto di assordare Roma col chiasso delle sue
rivalità e delle sue dispute, osò rispondere: «È tuo interesse
Cesare, che il popolo si interessi di noi ... ». In tale risposta
l'arguto artista aveva tradotto l'intimo pensiero di Augusto, e
penetrato uno dei segreti del suo governo. I giuochi furono l'affare
più importante della sua politica interna, e infatti egli non
trascurava di intervenire con zelo ostentato e studiata gravita.
Sedeva nel centro del suo pulvinar tra la moglie e i
figli. Se era costretto a ritirarsi prima della fine, si scusava
subito e designava il suo sostituto; se poi restava fino all'ultimo,
lo si vedeva assorto in dignitosa attenzione, sia che veramente
prendesse gusto alla rappresentazione, come confessava ingenuamente,
sia che volesse evitare i mormorii provocati dal padre Cesare, che
durante lo spettacolo si metteva a leggere i rapporti e a
rispondervi. Egli voleva gioire col popolo, e soprattutto nulla
risparmiò perché questo godesse. « Gli spettacoli del suo regno
superavano in varietà e splendore tutto quanto era stato fino allora
ammirato »; ed egli stesso nelle sue Res gestae ricorda con
compiacimento di aver offerto i giuochi quattro volte in suo nome, e
ventitré volte per i magistrati cui toccavano le spese, ma che o
erano assenti o non avevano i mezzi per provvedere. [...]
La politica dei Cesari, cercando di divertire sempre di più i
sudditi, non faceva che attenersi alla necessità che regge i governi
di massa. Abbiam visto gli stessi principi applicati dai governi di
Germania con la « Kraft durch Freude », d'Italia con le istituzioni
del « Dopolavoro », di Francia con i servizi del ministero dei «
Loisirs ». Ma per grandiose che possano essere tali attività
contemporanee, sono ben lontane da quelle dell'impero romano, che se
ne servì per preservare la propria esistenza, garantire l'ordine di
una capitale sovrappopolata, salvaguardare la tranquillità di più di
un milione d'uomini.
Il culmine della sua grandezza, al principio del II secolo a.C.,
coincide con quello della sua munificenza nelle gare di corsa dei
suoi ludi, nelle rappresentazioni dei suoi teatri, nei
combattimenti autentici delle arene, e nelle lotte simulate e i
concorsi letterari e musicali dei suoi agones. [...]
Penetrando nelle arene dopo quasi duemila anni di
cristianesimo, abbiamo veramente l'impressione di discendere
nell'inferno dell'antichità. Per l'onore dei romani noi vorremmo
strappare dal libro della loro storia questo foglio in cui restò
intorbidata — macchiata da sangue indelebile — l'immagine di quella
civiltà di cui essi han creato le voci significative e propagata la
vivente realtà. Condannare tutto questo non ci basta: non arriviamo
neppure a comprendere l'aberrazione nella quale cadde questo popolo
quando trasformò il munus, questo sacrificio umano, in una
festa celebrata gioiosamente dall'intera cittadinanza, e quando tra
tutti i piaceri che gli venivano offerti esso preferì lo scannamento
di uomini, armati solo per uccidere ed essere uccisi alla sua
presenza. Già dal 164 a.C. questo popolo aveva disertato per un
combattimento di gladiatori il teatro in cui si rappresentava l'Hecyra
di Terenzio. Nel primo secolo a.C. ne era diventato così avido
che i candidati cercavano di guadagnarsi il suo favore invitandolo a
queste carneficine spettacolari. [...]
Nell'epoca di cui ci occupiamo, l'organizzazione dei giuochi
sanguinari è, ahimè!, perfetta. Nei municipi italici, nella città di
provincia, i magistrati locali cui incombe ogni anno l'obbligo dei
munera, si rivolgono per adempiere il compito loro a
impresari specializzati: i lanisti. Questi industriali
spregevoli, il cui mestiere nella letteratura e presso i giuristi
porta lo stesso marchio d'infamia del mestiere dei prosseneti o
lenones, sono veramente i mezzani della morte. Ai duoviri e agli
edili, il lanista offre al miglior prezzo, per quei
combattimenti in cui di solito muore la metà dei combattenti, la
schiera dei gladiatori, la familia gladiatoria. Egli la
mantiene con il suo denaro e in essa si mescolano tra loro in una
disciplina da ergastolo, schiavi comprati dal lanista e
poveri diavoli affamati, o figli di famiglia senza un soldo, i quali
— sicuri di essere abbondantemente nutriti nella « scuola di
allenamento », il ludus gladiatorius, allettati dalle
ricompense e dalle vistose fortune che l'impresario farà guadagnar
loro in seguito alle vittorie e dal premio che verrà versato (se
vivono ancora) allo scadere del contratto — hanno cinicamente
affittato i loro corpi e le loro vite, hanno rinunciato a ogni loro
diritto (auctorati), e dovranno, a suo ordine, marciare senza
batter ciglio al macello.
A Roma invece niente lanistae; la professione è
scomparsa, monopolizzata dal principe che l'esercita per mezzo dei
suoi procuratori. Questi funzionari hanno a loro disposizione degli
stabilimenti ufficiali: la caserma del ludus magnus,
edificata probabilmente sotto Claudio, quella del ludus matutinus,
costruita da Domiziano, entrambe sulla via Labicana; hanno poi i
branchi di bestie selvagge e di animali straordinari, che le
province soggette, i re clienti e perfino i potentati dell'India
mandano all'imperatore e che riempiono il suo serraglio, o
vivarium, fuori e presso la porta Prenestina; infine, hanno a
loro disposizione gli effettivi di un vero esercito di combattenti,
reclutati incessantemente dalle condanne capitali e dalle catture di
guerra.
I gladiatori che compongono questo esercito sono divisi in
istruttori e allievi, e destinati secondo le loro attitudini fisiche
ad « armi » differenti: i sanniti, che portano lo scudo (scutum)
e la spada (spatha); i traci che si proteggono con una
rotella (parma) e maneggiano il pugnale (sica); i
murmillones, forniti di un casco su cui è dipinto un pesce di
mare, la murma; i retiarìi che di solito sono i loro
antagonisti, con la rete e il tridente...
L'hoplomachia era il combattimento dei gladiatori
propriamente detto. Qualche volta l'attacco era simulato, con armi
rese inoffensive, come nei nostri incontri di scherma, e in tal caso
si chiamava prolusio o lusio secondo che preludeva al
combattimento vero e proprio o se occupava tutta la
rappresentazione, o parecchie di fila. In ogni modo, si trattava di
un'anticipazione del munus, séguito interminabile di duelli
autentici, o combinazione di duelli simultanei in cui le armi non
erano ricoperte, né i colpi attutiti, e in cui ogni gladiatore
cercava di sfuggire alla morte tentando di uccidere il proprio
avversario. Alla vigilia, un abbondante banchetto, che per molti
doveva essere l'ultimo pasto, riuniva i combattenti dell'indomani.
Il pubblico era ammesso a visitare questa cena libera e molti
curiosi circolavano intorno alle tavole con gioia malsana. Tra i
convitati alcuni, abbrutiti o fatalisti, approfittavano
dell'occasione e si rimpinzavano golosamente; altri, preoccupati di
accrescere le loro probabilità con una dieta sana, resistevano alla
tentazione della buona tavola e moderavano il loro appetito. I più
vili, che avevano il presentimento della prossima fine e con il
ventre e la gola già paralizzati dalla paura, invece di mangiare e
bere, si lamentavano, raccomandavano la famiglia ai passanti e
facevano testamento. Il giorno dopo, il munus iniziava con
una parata: i gladiatori, condotti in un carro dal ludus magnus
al Colosseo, smontavano davanti all'anfiteatro e facevano il
giro dell'arena in ordine militare, vestiti di clamidi purpuree e
ricamate in oro; marciavano con andatura disinvolta, con le mani
libere e seguiti da valletti che portavano le armi; quando
arrivavano all'altezza del palco imperiale, si voltavano verso il
principe e con la destra tesa verso di lui in segno di omaggio gli
rivolgevano l'acclamazione lugubre e veridica « Ave, Imperator,
morituri te salutant ».
Quando la sfilata era terminata si passava all'esame delle
armi, la probatio armorum, per togliere di mezzo le spade che
avessero il taglio o la punta smussata, e la funesta bisogna potesse
così compiersi fino in fondo. Quando le armi erano state trovate di
buona tempra e quindi distribuite, venivano costituite, tirando a
sorte, le coppie di duellanti, si fosse stabilito di opporre
gladiatori della stessa categoria, o di mettere alle prese
gladiatori di armi diverse: un sannita ed un trace, un mirmillone e
un reziario; sia che, per rendere più attraente lo spettacolo, si
ricorresse a strane formazioni o a selezioni a contrasto e, per
esempio, si ponesse un negro contro un negro, come nel munus
con cui Nerone onorò il re di Armenia, Tiridate, o un nano contro
una donna, come nel munus che fu organizzato da Domiziano nel
90 d.C..
Allora finalmente si levava lo stridore d'un'orchestra, o
piuttosto di un jazz, i cui flauti si univano alle trombette
stridule e i corni all'organo idraulico. Su ordine del presidente
del munus, si iniziava a suon di musica la serie dei duelli.
Non appena i gladiatori della prima coppia avevano cominciato a
saggiarsi, una febbre analoga a quella che regnava durante le corse
s'impadroniva dell'anfiteatro.
Come al circo gli spettatori ansavano di inquietudine e di
speranza, gli uni per gli « azzurri », gli altri per i « verdi », il
pubblico del munus divideva i suoi voti e le sue angosce tra
i palmularii, preferiti da Tito, e gli scutarii, verso
i quali inclinava Domiziano. Si scambiavano, come per i ludi,
scommesse, sponsiones, e per timore che le prove riuscissero
falsate da un segreto accordo tra i combattenti, stava vicino a loro
un istruttore, pronto ad ordinare ai lararii o staffilatori,
che stavano ai suoi ordini, d'eccitare l'ardore omicida con ignobili
inviti all'assassinio: « colpisci (verbera), sgozza (iugula),
brucialo (ure) »; o, se era necessario, di eccitarli
frustandoli a sangue con le loro cinghie di cuoio. A ogni ferita che
i gladiatori si infliggevano, il pubblico, che tremava per le sue
poste, reagiva con odiosa passione. Non appena vacillava colui
contro il quale avevano scommesso non si trattenevano più da un
infame tripudio e accusavano selvaggiamente il colpo: « le ha prese
(habet) », « questa volta le prende (hoc habet) »; e
provavano una gioia barbara per la vittoria del loro campione,
quando vedevano il suo avversario crollare sotto un colpo mortale.
Subito servi travestiti da Caronte o da Ermete Psicopompo si
avvicinavano al giacente, si assicuravano a colpi di mazzuola sulla
fronte dell'avvenuta morte e facevano segno ai libitinarìi di
portarlo via sulla barella fuori dell'arena mentre la sabbia
insanguinata veniva rimestata in fretta.
Qualche volta, per impetuoso che fosse stato, il combattimento
non aveva esito, essendo i duellanti egualmente robusti ed abili; o
cascavano tutti e due o restavano tutti e due in piedi (stantes).
L'incontro era dichiarato nullo e si passava alla coppia
seguente. Più spesso ancora il vinto, stordito o ferito, non era
ancora colpito a morte; ma sentendosi nell'impossibilità di
continuare la lotta, deponeva le armi, si stendeva sul dorso e
levava la mano per domandare grazia. Di regola era in potere del
vincitore accordare o no la grazia, e noi possiamo leggere
l'epitaffio di un gladiatore il quale, ucciso da un avversario cui
aveva fatto grazia in un precedente incontro, s'immagina mandi
d'oltre tomba ai suoi successori questo consiglio ferocemente
pratico: « La mia sorte sia per voi un avvertimento. Non si dia
quartiere ai vinti, chiunque essi siano! (moneo ut quis quem
vicerit occidat.) ». Ma il vincitore abdicava al suo diritto in
favore dell'imperatore, il quale spesso, prima di farne uso egli
medesimo, interrogava la moltitudine. Quando pareva che il vinto si
fosse energicamente difeso, gli spettatori agitavano i loro «
fazzoletti », levavano in alto il pollice, e gridavano: «Mitte
(rimandalo)». Se l'imperatore si conformava al loro desiderio,
levava anch'egli il pollice, il vinto era graziato e rimandato via
dall'arena vivo: missus. Se al contrario il pubblico
giudicava che il vinto per la sua fiacchezza aveva meritato d'essere
sconfitto, abbassava il pollice gridando: «iugula
(scannalo)». E l'imperatore, tranquillamente, ordinava volgendo in
giù il pollice — pollice verso — di immolare il gladiatore
atterrato al quale ora non restava che offrire la gola al colpo di
grazia del vincitore.
(Jéróme Carcopino - La vita quotidiana a
Roma, Bari)
Le terme
I Romani coltivarono l'arte del bagnarsi con una passione
particolare, tanto che essa divenne una delle più importanti
espressioni della loro vita. E non sarebbero stati i costruttori
razionali e metodici di un impero mondiale, se non avessero
trasformato quest'arte in un sistema di regole obbligatorie.
II medico Galeno, il più celebre clinico dell'antichità dopo
Ippocrate, aveva fissato per il bagno quotidiano quattro punti
programmatici, che egli riteneva indispensabile seguire con la
massima esattezza. In base alle sue prescrizioni, è necessario prima
di tutto fare aumentare convenientemente la temperatura del corpo in
un ambiente riscaldato con aria calda, poi far seguire a un bagno
caldo un bagno freddo e infine asciugare il sudore.
Secondo la concezione di Galeno, il primo procedimento
servirebbe dapprima a riscaldare le sostanze del corpo e a
scioglierle, poi ad aprire la pelle e a ripulirla. In seguito il
bagno caldo imbeve l'organismo di «terapeutica umidità», il bagno
freddo lo riattiva, chiudendo i pori della pelle, in modo che la
sudorazione durante il bagno non abbia, come conseguenza, un
eccessivo raffreddamento.
In armonia ai suoi principi, anche il più semplice impianto
termale comprendeva almeno tre locali: il «tepidario», un locale
moderatamente riscaldato per riscaldare o raffreddare
convenientemente il corpo; il «calidario», locale per i bagni caldi,
e il «frigidario», per i bagni con acqua fredda. Negli stabilimenti
pubblici, come nelle terme private dei ricchi, c'erano, oltre a
questi, altri locali secondari, come 1o spogliatoio, il reparto dei
massaggi e delle unzioni, e forse anche il «sudatorio», un locale
per il bagno di sudore in ambiente caldo-umido.
Il frequentatore di un bagno pubblico entrava dunque subito —
per lo più attraverso uno splendido portico a colonne — in uno
spogliatoio moderatamente riscaldato. Tutt'intorno alle pareti erano
piccole nicchie, nelle quali egli poteva deporre
i1 fagotto degli indumenti. Se era generoso, metteva in mano
al custode un asse, cioè una monetina di rame, prima di passare nel
tepidario.
Qui, nudo come Dio l'aveva creato, o con indosso un camice per
bagno, si sedeva su un sedile di marmo riscaldato a una temperatura
gradevole, e chiacchierando con amici e conoscenti, si praticava un
trattamento preparatorio con oli profumati. Oppure in un locale
adiacente si faceva massaggiare e ungere dalle esperte mani di un
muscoloso «masseur», fino a che l'arrossamento diffuso della pelle
attestava un'attiva circolazione sanguigna.
Così preparato, entrava nel «calidario», una sala gigantesca
con le volte sostenute da pilastri, verso le quali saliva come una
nuvola il vapore dei bagni caldi.
La luce del giorno cadeva dalle alte finestre vetrate sulle
grandi vasche, inserite nelle nicchie e riempite da getti d'acqua
calda che zampillavano da leoni di bronzo e di ottone. L'ospite
prendeva posto su uno dei seggi immurati, e, possibilmente,
sotto l'ampia bocca rotonda del Icone, dalla quale si lasciava
versare addosso per un certo tempo dell'acqua caldissima.
L'operazione continuava poi nel «frigidario», con il tuffo
nella piscina fredda.
È incerto se questa regola fosse sempre seguita. Col
rammollirsi dei costumi, saranno divenuti più frequenti i pretesti
per sottrarsi a quella violenta reazione di raffreddamento. Si
ritornava poi al «tepidario», dove ci si asciugava vigorosamente,
strofinando il corpo con olii e unguenti, e ci si stendeva
comodamente sul lucido pavimento di marmo o di pietra.
Chi era preoccupato più della reputazione che della linea,
concludeva il bagno con uno spuntino e una bibita fredda, di solito
vino dolce, che ridava l'umidità perduta al corpo assetato.
L'operazione era così finita, e il vecchio Adamo rinnovato.
Rinfrescato e riposato, l'ospite lasciava il bagno di giovinezza.
È chiaro che uno stabilimento termale condotto con un tale
impiego di mezzi richiedeva una tecnica molto sviluppata. Se anche
si fosse semplicemente trattato della conduzione e della regolazione
termica, della distribuzione e ripartizione dell'acqua corrente, la
cosa avrebbe già richiesto ingegneri e costruttori abilissimi. Ma
bisognava anche risolvere il problema del riscaldamento a
temperature differenti nei singoli locali. Questo problema fu
risolto con l'applicazione dell'hypocàuston, un sistema
perfezionatissimo e intelligente di riscaldamento a conduzione
sotterranea del calore sotto il pavimento e nell'intercapedine delle
pareti, la cui invenzione venne attribuita ad un piscicultore di
nome Sergio Orata, vissuto in Campania nell'ultimo secolo prima di
Cristo.
Quest'uomo geniale aveva osservato che i pesci di allevamento
prosperavano molto meglio nell'acqua calda che nella fredda, per cui
fece costruire una piscina in modo che fosse possibile accendervi
sotto il fuoco. Perfezionò il procedimento, facendo poggiare la
vasca sopra i piloni di laterizio e passare l'aria calda nel vano
così ricavato. Siccome Sergio Orata possedeva anche delle qualità
organizzative, cominciò a costruire vasche da bagno riscaldagli per
i ricchi romani. Dal bagno preriscaldato al riscaldamento del
pavimento e delle pareti il passo fu breve.
Il procedimento hypocaustico conquistò presto tutte le regioni
dell'impero.
Nel settore termale provocò uno sviluppo che trovò la sua
espressione più grandiosa nelle gigantesche costruzioni delle terme
di Roma e di Treviri.
Nella sua fondamentale opera in dieci volumi «De
Architectura», Vitruvio ci informa sulla tecnica edilizia delle
terme romane. La funzione civilizzatrice e sociale delle terme si
riflette nelle opere di numerosi scrittori, che tuttavia non
risparmiano le loro critiche. Come oggi il cinematografo e la
televisione, allora il sistema termale — Roma nel fiore dell'età
imperiale aveva quasi 1000 terme — era l'oggetto preferito sul quale
si appuntavano gli strali della critica contemporanea.
Più aspra di tutte la critica di Seneca. Aveva visto la
modesta villa rustica del grande Scipione, e l'angusto oscuro
stanzino in cui il «terrore di Cartagine» provvedeva alla propria
pulizia dopo il lavoro. «Il grand'uomo viveva sotto questo povero
tetto calpestando questo meschino lastricato», scrive in una delle
sue epistole morali. «Ed ora? C'è qualcuno che tolleri di fare le
proprie pulizie in un tale luogo? Ognuno si considera povero e
infelicissimo se le sue pareti non scintillano di grandi e preziose
lastre di marmo, se la copertura a volta non è nascosta dietro un
mosaico di vetro ... Che dico, se non ha rubinetti d'argento che
gettino l'acqua nelle vasche ...».
«Quale spreco di statue», continua nel suo sdegno, «di colonne
che non devono sostenere nulla, ma sono elevate soltanto per
ostentazione di ricchezza e di lusso!... Scipione nel suo
stambugio non aveva neppure una finestra, adesso invece, stando
nella propria vasca si vuole anche avere una piacevole vista sui
monti o sul mare. Un tempo ci si lavava vigorosamente una volta al
giorno, oggi pigramente e in ozio si passano giornate intere nelle
terme». Il filosofo Seneca non ha ancora finito con le sue invettive
contro l'usanza delle terme pubbliche. Le chiama «covi della
ciurmaglia che sfugge la luce del giorno», investe e accusa gli
oziosi e i ladri diurni che vi si incontrano, e deride i grassi, i
pancioni che, invece di eliminare i loro pannicoli adiposi
lavorando, cercano di riconquistare un'apollinea figura affidandosi
alle zampe dei massaggiatori.
Quello che soprattutto da fastidio a lui, l'uomo meditativo, è
l'assordante frastuono delle terme. Il suo orecchio riesce a
distinguere e a identificare i suoni più disparati: il mormorio
delle acque che scorrono, il battere degli zoccoli di legno, le voci
sgraziate della gente che canta facendo il bagno, i richiami degli
schiavi, la voce iraconda dell'eterno dio delle liti, le
dichiarazioni d'innocenza di un ladro sorpreso sul fatto, le grida
dei giocatori di palla, e ancora, infine, il vociare dei venditori
di focacce, dei mercanti di salsicce, dei pasticcieri e di tutti i
cantinieri delle osterie.
Anche se non sapessimo altro, la vivace descrizione del
vecchio adirato ci direbbe a sufficienza che il bagno quotidiano non
riguardava soltanto l'igiene personale, ma anche la vita pubblica.
Si andava al bagno per incontrare conoscenti e amici. Nelle
terme si concludevano gli affari, si scommetteva sugli aumenti delle
tasse e sui prezzi, si commentavano le ultime venationes e
gli ultimi scandali, si raccontavano le barzellette proibite, si
faceva della politica, mentre fioriva il pettegolezzo in grande
stile.
(Rudolf Portner)
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I
DIVERTIMENTI
Quando Augusto
assunse il potere, il calendario romano conosceva settantasei giorni di
festa, press'a poco come oggi; quando il suo ultimo successore ne
decadde, ce n'erano centosettantacinque, cioè era festa un giorno sì e
uno no. Esse venivano celebrate coi ludi scenici e coi
giuochi atletici.
I ludi scenici
non erano più il classico dramma, pomposo e solenne, estintosi, dopo una
breve stagione, molto più rapidamente di quanto non fosse nato. C'è
qualcosa nell'aria non solo di Roma, ma di tutta Italia, che le rende
piuttosto allergiche al teatro. Drammi si continuò a scriverne anche in
questo primo secolo d'Impero ma come esercitazioni poetiche che
trovavano qualche ascoltatore nei salotti in cui l'autore le leggeva,
non spettatori nei teatri e attori per interpretarle. Un pubblico rozzo,
composto in buona parte di stranieri che conoscevano soltanto un latino
elementare, preferiva la pantomima in cui la trama è resa evidente non
dalla parola, ma dal gesto e dalla danza. Si formò allora quella
tradizione del "gigione", grossolano, volgare, che arrota gli occhi, che
smorfieggia, gesticoloso, cui ancora oggi i nostri attori si ispirano.
Roma ebbe i suoi Totò e Macario in Esopo e Roscio, le vedettes di
quel tempo, che commettevano stravaganze per farsi pubblicità, mandavano
in delirio le platee coi loro sketches scollacciati e pieni di
doppi sensi, diventarono i "cocchi nostri" dei salotti aristocratici, si
prendevano per amanti le gentildonne più in vista, guadagnavano fior di
milioni e lasciavano in eredità dei miliardi. Essi avevano ora nelle
loro compagnie anche delle donne, le girls del tempo, che venendo
a causa di questa professione ufficialmente equiparate alle prostitute,
non avevano più nulla da perdere in fatto di pudore e contribuivano
senza ritegno alla oscenità degli spettacoli.
La libidine
dell'applauso spesso portava questi interpreti a rappresentare scene
colme di allusioni politiche in barba alla censura, come sempre capita
nei regimi di tirannia, quando nessuno osa dir qualcosa, ma tutti vanno
in visibilio per chi lo fa. La sera dei funerali di Vespasiano, un
attore ne parodiò il cadavere drizzandosi nella bara e chiedendo ai
beccamorti: «Quanto costa questo trasporto?». «Dieci milioni di
sesterzi». «Be', datemene centomila», rispose il cadavere, «e buttatemi
nel Tevere». Che era, bisogna riconoscerlo, un'uscita in tono col
carattere del defunto. All'empio andò bene, perché il successore era
Tito. Ma pochi anni prima Caligola aveva fatto bruciar vivo l'autore
d'un'allusione molto più timorata.
Mentre il teatro
scadeva così nella rivista di varietà, sempre più cresceva la fortuna
del Circo. Cartelli murali come quelli che oggi annunziano i film,
annunziavano gli spettacoli atletici. Essi costituivano l'argomento del
giorno, se ne discuteva appassionatamente in famiglia, a scuola, nel
Foro, alle Terme, in Senato, e perfino il giornale, Acta diurna,
ne faceva la presentazione e la recensione. Il giorno delle gare, folle
di centocinquanta o duecentomila persone si avviavano al Circo Massimo,
come oggi allo stadio, recando fazzoletti coi colori della squadra del
cuore, e i maschi facendo sosta, prima di entrare, nei bordelli che si
allineavano ai lati degl'ingressi. I dignitari avevano palchi a parte
con sedili di marmo ornato di bronzo. Gli altri si sistemavano su panche
di legno, dopo essere andati a frugare negli escrementi dei cavalli per
assicurarsi ch'erano stati nutriti a dovere, aver impegnato fin la
camicia nelle scommesse ed essersi procurati un panino e un cuscino
perché lo spettacolo durava tutta la giornata. L'imperatore aveva
addirittura, per sé e la famiglia, un appartamento con camere da letto
per schiacciarvi un pisolino fra una gara e l'altra, e l'immancabile
bagno per le abluzioni e altre comodità.
Come oggi,
cavalli e fantini appartenevano a scuderie private, ciascuna con la
propria casacca di cui le più famose erano le rosse e le verdi. Le
corse al galoppo si alternavano con quelle al trotto con due, o tre, o
quattro cavalli. Quasi tutti schiavi, i conducenti portavano elmetti di
metallo, tenendo in una mano le briglie, nell'altra la frusta, e a
tracolla un coltello con cui tagliare i finimenti in caso di caduta. Era
un caso frequente perché la corsa era spericolata, come lo è oggi quella
del Palio a Siena. Si dovevano percorrere sette circuiti, cioè
altrettanti chilometri, attorno alla ellittica arena, evitando le
metae e prendendo le curve quanto più stretto si poteva. I
calessini entravano facilmente in collisione, e bipedi e quadrupedi
ruzzolavano giù con stanghe e ruote per essere schiacciati dagli
equipaggi che sopraggiungevano. Tutto questo in mezzo ai boati degli
spettatori che atterrivano i cavalli.
Ma i numeri più
attesi erano le lotte gladiatorie: fra animale e animale, fra animale e
uomo, fra uomo e uomo. Il giorno in cui Tito inaugurò il Colosseo, Roma
spalancò gli occhi per la meraviglia.
L'arena poteva
essere abbassata e inondata come un bacino lacustre, oppure riemergere
diversamente addobbata, come un pezzo di deserto o un ciuffo di giungla.
Una galleria di marmo era riservata agli alti dignitari, e in mezzo si
elevava il suggestum, o loggia imperiale, con tutti i suoi
accessori, dove imperatore e imperatrice sedevano su troni d'avorio.
Chiunque poteva avvicinarsi al sovrano a impetrare una pensione, un
trasferimento, la grazia per un condannato. Ad ogni angolo fontane
lanciavano in aria zampilli di acqua profumata; e nei ridotti si
preparavano i tavoli per gli spuntini fra un numero e l'altro. Tutto era
gratuito: ingresso, sedile, cuscino, arrosto, vino.
Il primo numero
fu la presentazione di animali esotici, molti dei quali i romani non
avevano ancora mai visto. Fra elefanti, tigri, leoni, leopardi, pantere,
orsi, lupi, coccodrilli, ippopotami, giraffe, linci eccetera ne
sfilarono diecimila, e molti erano caricaturalmente addobbati per
parodiare personaggi della storia o della leggenda. Poi l'arena fu
tirata giù e riemerse adattata al combattimento: leoni contro tigri,
tigri contro orsi, leopardi contro lupi. Insomma, alla fine dello
spettacolo, solo la metà di quelle diecimila povere bestie era viva.
L'altra metà era scomparsa nella loro pancia. Poi di nuovo l'arena fu
tirata giù e riemerse addobbata a plaza de toros. La corrida,
già praticata dagli etruschi, era stata poi importata a Roma da Cesare
che l'aveva vista a Creta. Egli aveva un debole per queste feste, ed era
stato il primo a offrire ai suoi concittadini un combattimento di leoni.
Quello col toro piacque enormemente ai romani che vi si appassionarono
subito e da allora in poi lo reclamarono sempre. I toreri non
conoscevano il mestiere ed erano quindi destinati alla morte. Infatti
venivano scelti fra gli schiavi e i condannati, come tutti gli altri
gladiatori del resto. Molti di essi non combattevano nemmeno. Dovevano
rappresentare qualche personaggio della mitologia e subirne per davvero
la tragica fine. Per ravvivare la propaganda patriottica, uno veniva
presentato come Muzio Scevola e obbligato a bruciarsi la mano sui
carboni, un altro come Ercole cremato vivo sulla pira, un altro come
Orfeo sbranato mentre suonava la lira. Volevano essere insomma degli
spettacoli "edificanti" per la gioventù e come tali essi non erano
affatto vietati ai minori dì sedici anni, anzi.
Seguivano i
combattimenti fra gladiatori, tutti condannati a pene capitali per
omicidio, rapina, sacrilegio o ammutinamento, ch'erano i delitti per i
quali la morte veniva inflitta. Ma quando ce n'era carestia, compiacenti
tribunali condannavano a morte anche per altri motivi molto meno gravi:
Roma e i suoi imperatori non potevano fare a meno di questa carne umana
da macello. Tuttavia c'erano anche i volontari, e non tutti di bassa
estrazione, che s'iscrivevano alle apposite scuole per poi combattere
nel Circo. Erano forse le più serie e rigorose scuole di Roma. Vi sì
entrava quasi come in seminario, dopo aver giurato dì essere pronti a
farsi "frustare, bruciare e pugnalare". I gladiatori avevano, ad ogni
combattimento, una probabilità su due di diventare eroi popolari, cui i
poeti dedicavano i loro carmi, gli scultori le loro statue, gli edili
le loro strade e le signore le loro grazie. Prima della gara si offriva
loro un pantagruelico banchetto. E, se non vincevano, avevano l'obbligo
di morire con irridente indifferenza. Si chiamavano con vari nomi
secondo le armi che usavano, e ogni spettacolo contava centinaia di
questi duelli che potevano anche finire senza il morto se il
soccombente, essendosi condotto con coraggio e bravura, veniva graziato
dalla folla col gesto del pollice alzato. A uno spettacolo offerto da
Augusto e durato otto giorni, diecimila gladiatori presero parte.
Guardiani vestiti da Caronte e da Mercurio pungevano i caduti con
forconi acuminati per vedere se erano morti, i simulatori venivano
decapitati, schiavi negri appilavano i cadaveri e portavano nuova sabbia
per i combattimenti successivi.
Questo modo di
divertirsi al sangue e alle torture non sollevava obiezioni nemmeno fra
i moralisti più severi. Giovenale, che criticava tutto, era un tifoso
del Circo e lo trovava del tutto legittimo. Tacito ebbe qualche dubbio;
ma poi riflette che quello che si versava nell'arena era "sangue vile" e
con questo aggettivo lo giustificò. Perfino Plinio, il più civile e
moderno gentiluomo di allora, trovò che quei massacri avevano un valore
educativo perché abituavano gli spettatori allo stoico disprezzo della
vita (altrui). Non parliamo di Stazio e Marziale, i due poeti lodatori
di Domiziano, che nel Circo passavano la vita e vi attinsero le loro
ispirazioni poetiche. Stazio era un napoletano che si era fatto un bel
nome con un brutto poema, La Tebaide, aveva recitato nei teatri,
fu invitato a pranzo dall'imperatore e, per farlo sapere a tutta Napoli,
ci scrisse sopra un libro rappresentando Domiziano come un dio e
dedicandogli le sue Silvae, che sono le sole poesie leggibili di
questo autore. Morì sui cinquant'anni, quando già la sua stella era
offuscata da Marziale che cercava le sue ispirazioni soprattutto nel
Circo e nel bordello.
Marziale era uno
spagnolo di Bilbao che venne a Roma a ventiquattr'anni e vi godè la
protezione dei suoi compatrioti Seneca e Lucano. Perché gli spagnoli
allora si aiutavano, come fanno oggi i siciliani. Non fu un gran poeta.
Ma anticipò Longanesi nella "battuta", che lasciava il segno come un
morso. «Le mie pagine sanno di uomini», diceva; ed è vero. I suoi
personaggi sono di basso rango perché li sceglieva in quegli ambienti
malfamati delle prostitute e dei gladiatori; ma appunto per questo sono
vivi nella loro) volgarità e abiezione. Era lui stesso un tipo piuttosto
ignobile. Piaggiò Domiziano, calunniò i suoi benefattori, visse nei
bassifondi mangiandosi i soldi in vino, dadi e scommesse alle corse. Ma
non seppe cosa volesse dire retorica, i suoi Epigrammi rimangono
il più perfetto monumento del genere, e la testimonianza ch'egli ci ha
lasciato di Roma è forse la più autentica. Finì per tornarsene a Bilbao,
ch'era allora un paesello, dove visse, tanto per cambiare, alle spalle
di un amico che gli regalò una villa, e dove, di Roma, rimpianse una
cosa sola: il Circo, non avendo più l'età per rimpiangere anche l'altra:
i bordelli.
Soltanto Seneca
ci ha lasciato una condanna dei giuochi gladiatori che dice di non aver
mai frequentato. Egli andò a visitare il Colosseo una volta sola, e
rimase sbigottito. "L'uomo, la cosa all'uomo più sacra, qui viene ucciso
per sport e divertimento", scrisse tornando a casa.
Ma il fatto è che
questo sport e divertimento era ormai in tono col livello morale di una
Roma non ancora cristiana, ma non più neanche pagana. L'imperatore che
vi presiedeva era anche l'Alto Sacerdote, cioè il papa, di una religione
di stato che non trovava nulla da obiettare a simili ignominie per il
semplice motivo che non credeva più a niente essa stessa. Celebrava le
feste con una liturgia sempre più complicata, innalzava templi sempre
più fastosi, creava nuovi idoli come Annona e Fortuna. Ma a sorreggerli
c'erano soltanto dei capitelli di marmo. La fede, no. Essa era
monopolio di quelle poche centinaia o migliaia di cristiani, soprattutto
ebrei, che, invece di andare al Circo a tripudiare per la morte degli
uomini, si riunivano nelle loro piccole ecclesiae a pregare per
la loro anima.
(I. Montanelli -
Storia d'Italia - vol. 3°) |
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