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Vitruvio, De Arch. VII, 9; II, 7

Catone, De agr. 135; I, 8; 7, 8, 9; 5, 4; 1, 17; 2

Cicerone, De l. agr. II, 32; Pro Plancio, 62; Cat. I, 8; Pro Rab. 20; Verr. IV, 58; IV, 46, 103; Ad fam. 16, 26, 2

Tacito, Hist. I, 38; Ann. I, 17; 12, 65; 11, 20

Cesare, De b.c. I, 36

Varrone, De r.r. I, 22, 11; I, 2; I, 17; 2, 10

Vegezio, II, 11

Livio, XXVI, 51; I, 56-59; VI, 13

Columella, De r.r. XI, 3; I, 7; IV, 17; VIII, 2; XII

Ovidio, Met. 6, 53; Fasti, 4, 695

Orazio, Carm. 2, 16; 1, 1, 11; 1, 35, 6; 2, 14, 12; Sat. 2, 1, 35; 1, 2, 1; Ep. 2, 1

Seneca, Ep. M. 14, 2, 90; 2, 5; De tranq. 8

Val. Massimo 4, 4, 11

Gaio 1, 47; 4, 71

Catullo 20, 3

Properzio 3, 2; 4, 8, 41

Marziale 6, 16; 6, 73; 11, 49; 12, 72; 13, 40; 2, 11, 9; 8, 31, 9

Svetonio, Vita Caes. 42; Vita Othon. 64; 73

Apuleio, Met. 9, 12

Vangeli, Marco 1, 20

Petronio, Satyr. 117; 42

Plauto, Aul. 73; 280

Tibullo 1, 5, 19; 1, 6, 76

Terenzio, Andria 74

Atti Apost., 16, 44

Tertulliano, De cultu f. 2, 13

Cipriano, Ep. 76

LE TECNICHE

strumenti e macchine – metodi di lavoro industriale

Nonostante alcuni abbiano affermato che, nel campo delle applicazioni della tecnica, l’evo antico sia molto vicino a noi, dobbiamo comunque premettere che Roma, malgrado le sue notevoli realizzazioni non si distaccò molto dal livello raggiunto durante la civiltà ellenistica.

Durante quest’ultima, infatti, si sviluppò il periodo d’oro della tecnica antica, che fu caratterizzato dalle invenzioni del mulino ad acqua, delle pulegge, della vite senza fine, delle pompe e di altre macchine idrauliche o di altro tipo.

Nell’età romana, invece, a parte l’attività di Erone, non vi furono particolari scoperte nel campo delle scienze sperimentali, ma piuttosto fu impiegata la tecnica ereditata dalle altre civiltà.

I Romani dell’età imperiale sentivano di vivere in un periodo di grande progresso tecnico che sbalordiva tutti, anche perché, quando il bisogno incalzava, si dava alla produzione industriale un ritmo molto veloce.

Bisogna comunque dire che, nel complesso, il quadro non è affatto da ricondurre al meccanicismo, perché a Roma il lavoro umano prevalse sempre su quello meccanico. È, quindi, l’ansia di perfezionamento che fornì un deciso contributo alla tecnica.

Dal confronto con quelle precedenti, l’età romana non risulta certo emergente nel campo delle invenzioni e delle scoperte atte a perfezionare quantitativamente la produzione.

Le cause da attribuirsi all’inefficienza dimostrata in tale ambito derivano sia dalla concezione che i Romani avevano del lavoro, inteso come un esercizio prettamente servile, sia dalla effettiva ristrettezza del potere di acquisto delle masse.

D’altra parte la scarsa disponibilità di capitali per i liberi artigiani ed in completo disinteresse degli schiavi, rendevano ancora più irrealizzabile alcun genere di innovazioni. Il principale ed unico fine che ci si poneva, pertanto, era quello di perfezionare le tecniche di produzione già in uso per un miglioramento qualitativo del prodotto destinato ad una ristretta cerchia di consumatori. Ne conseguì perciò anche una vera e propria specializzazione dell’artigiano nel suo più preciso operato.

Bisogna però precisare che in condizioni di necessità, ed in risposta anche a stimoli apprezzabili, l’ingegno dei Romani si rivelò capace di risolvere problemi di genere pratico, raggiungendo un livello tecnico assai elevato ed anticipando, in taluni casi, moderne innovazioni.

Il ritrovamento di un’ancora ripescata nel lago di Nemi testimonia, ad esempio, come i Romani avessero preceduto la soluzione di un problema di navigazione presentatosi in età posteriore e risolto allo stesso modo pur a notevole distanza di tempo.

In campo agricolo abbiamo l’inven-zione del torchio a vite e della macchina per la mietitura, il perfezionamento degli utensili e di nuovi metodi di coltura. Al periodo augusteo risalgono probabilmente la trebbiatrice e la ruota ad acqua.

Numerosi furono, poi, i progressi nella produzione di coloranti e nella chimica, la cui introduzione è tutt’oggi tenuta in considerazione.

Se, quindi, l’apporto di Roma in campo strettamente innovativo non è molto considerevole, è da attribuirle comunque la grande opera di diffusione del patrimonio tecnologico greco orientale in Occidente.

Se agli scienziati greci ed ellenistici spetta il merito incontestabile di aver molto contribuito nel campo della tecnica e della meccanica strumentale con molte ingegnose invenzioni di strumenti e macchine, soprattutto nel campo agricolo, ai Romani spetta il merito di aver contribuito alla "volgariz-zazione" ed alla diffusione di essi e, soprattutto, motivo di lode per essi, è l’aver perfezionato, sul piano pratico, numerosi strumenti e macchine.

Come già accennato precedentemente, gli agronomi romani solevano distinguere gli strumenti dell’agricoltura in tre categorie, la prima era l’instrumentum vocale, ovvero utensile con la parola, cioè lo schiavo che esprimeva un altissimo potenziale tecnologico. Il mondo romano sfruttò moltissimo, quale fonte di energia, quella muscolare umana, soprattutto per la costruzione di opere pubbliche e nello sfruttamento delle miniere.

Alla seconda categoria appartenevano gli instrumenta semivocalia, ovvero gli animali; infine vi erano gli instrumenta muta, privi cioè della parola, ovvero gli utensili e le macchine.

In questo periodo questi ultimi si diffusero moltissimo, probabilmente grazie alla loro perfezione e specializzazione a tal punto che il complesso strumentale agricolo in uso presso i Romani, molto vario e ben assortito, ha suscitato la grande meraviglia degli studiosi.

Molto diffuso era l’aratro, usato per smuovere la terra e per prepararla alla semina; ve ne erano vari tipi, ciascuno dei quali caratterizzato da ingegnose particolarità allo scopo di essere adeguati alla varietà degli impieghi ,delle colture e dei terreni.

Vi erano, poi, l’ercipe, la crates, il rastrum simile al nostro rastrello, il sarculum o zappa a mano il sarchiello di legno: tutti strumenti impiegati per smuovere la terra, eguagliarne la superficie, rompere le zolle ed estirpare le erbacce.

Nelle ville e nei giardini si usavano strumenti più specializzati, quali bides, per una cultura più accurata dei terreni, il ligo e la pala, affini alla nostra vanga; la marra, per svellere le erbe e strappare le radici, simile ad una zappa fornita di denti; la gruccia; il pennato, strumento tipico dei vignaiuoli utilizzato per svariati usi :gioghi, legnature per sostenere le viti e gli alberi, ecc…

Per recidere i rami e le radici si usavano la securis e la dolabra, talvolta riunite in un unico utensile, la securis dolabrata.

Per la mietitura: dalle più diverse forme di falci (vericulate, denticulate, rostrate, ecc.), a strumenti dentati, a vere e proprie macchine anche a trazione animale, molto diffuse in Gallia.

Per trebbiare si adoperava il tribulum, mentre per vagliare il grano si usavano i ventilabra e i velli, strumenti a forma di pala.

Molto diffusi ed importanti erano i cesti, adoperati come sacchi o da collocare su carretti. Oltre agli strumenti a trazione umana o animale vi erano quelli a trazione idrica, soprattutto per la macinazione (le molae). Diffuso era anche il torchio; ve ne erano di vari tipi: arbores, prelum, sucula, regulae, ecc…. Questo era adoperato per la pigiatura delle vinacce e la premitura delle olive; indispensabile erano i recipienti (dolia, aphorae), per la raccolta e la conservazione dei prodotti.

Ciascun complesso di molae era chiamato trapetum ed era affiancato da strumenti accessori più o meno semplici.

Solo più tardi, nel 50 d.C., furono perfezionati ulteriormente tali strumenti e ne furono inventati dei nuovi, come ad esempio il torchi a vite, cochlea.

Mentre macchine per seminare, mietere e trebbiare erano largamente in uso, in Egitto diffuse erano speciale macchine idrauliche per far salire l’acqua da irrigazione.

Per quanto riguarda il campo mercantile lo strumento di scambio fondamentale era la moneta. Infatti fino al IV secolo a.C. nell’Italia romana il bestiame era mezzo di scambio, poi con lo sviluppo del commercio sopravvennero le monete. Nel 269 furono coniate quelle d’argento, il denarius ed il sestertius, poi nel 217 le prime monete d’oro, gli aurei.

Dobbiamo ricordare, inoltre, i mezzi di trasporto. Alcuni imperatori romani proibirono l’uso dei veicoli con ruote durante le ore del giorno. Per i lunghi viaggi si andava a cavallo o in carrozza tirate da cavalli. Ma i mezzi di trasporto più importanti erano decisamente le navi, soprattutto per il commercio.

Le navi romane erano mosse o dalle vele o dai rematori seduti in più ordini di banchi ed erano molto grandi. Si navigava solo lungo la costa e solo nella bella stagione.

Dobbiamo, però, tener presenti anche gli innumerevoli utensili in uso e la varietà degli strumenti di lavoro, come i recipienti per la conservazione dei prodotti, i banchi per le esposizioni delle merci, gli strumenti di misura, bilance, pesi, misure lineari, tenendo conto pure degli strumenti adoperati in alcune professioni come l’oreficeria e l’artigianato.

Lo scarso sviluppo dell’attività industriale a favore di quella agricola è dovuto prevalentemente alla ridotta produzione e, quindi, allo scarso impiego di macchine, che avrebbero permesso un’ingente aumento della produttività ed un minor costo del prodotto, ed all’esigua richiesta del mercato che non incentivava in alcun modo l’artigianato.

La meccanica, l’idrostatica e la chimica delle scuole di Archimede e di Alessandria in pratica ricevettero poca importanza poiché venivano applicati essenzialmente i loro principi di base, ed in maniera poco precisa. Nel mondo antico si incrementò moltissimo, col tempo, lo sviluppo della tecnica e della produzione sempre più automatizzata, tecnica risultata utile nelle epoche successive. Naturalmente il macchinismo moderno non è dovuto soltanto alla tecnica, ma anche a quelle scienze sperimentali che ne hanno permesso l’applicazione.

È anche vero che gli impulsi e gli stimoli moderni sono molto diversi da quelli del mondo antico che, quando si trovò di fronte a qualcuno di questi, riuscì ad appagarlo attraverso sempre nuove produzioni tecniche.

L’apice del progredire della tecnica lo si ebbe nel mondo romano tra il II sec. a.C. ed il II sec. d.C., in quanto successivamente non è possibile notare alcuna forma di progresso, a parte qualche caso anomalo come quello della fabbricazione del vetro. Già nello stesso secolo II d.C. si possono rilevare molteplici differenze rispetto al I secolo soprattutto nel campo della gioielleria e della ceramica: in entrambi è palese una lavorazione più rozza nel II sec. rispetto ai prodotti "mirabili per grazia e senso artistico" del primo secolo.

Il ferro e l’acciaio che venivano impiegati dai Romani a scopo bellico ed agricolo, erano il risultato di una lunga e paziente lavorazione.

Infatti il ferro, dopo essere stato estratto, veniva portato alle fornaci, dove però esso non si fondeva mai del tutto perché non era possibile con i mezzi allora esistenti raggiungere la temperatura richiesta per la fusione. Perciò il ferro, che si trasformava in un grossa massa spugnosa, veniva raffreddato con l’acqua e, poi, conservato per essere lavorato con l’incudine in caso di necessità.

Molto più semplice si presentava, invece, la lavorazione di altri metalli più duttili e malleabili, come l’oro, l’argento e, soprattutto, il bronzo, che veniva largamente adoperato nel campo artistico per la statuaria.

Questo metallo veniva lavorato ridotto in lamine che, riscaldate, potevano essere trasformate in vari oggetti.

C’era, poi, anche il mercurio che poteva essere ottenuto, oltre che ricavandolo allo stato libero, anche per sublimazione del cinabro.

Una grandissima importanza, infine, rivestiva, nella lavorazione dei vari metalli, la tecnica della saldatura. Essa fu usata dai romani soprattutto per la fabbricazione di tubi di piombo per le condotture, che venivano ottenuti piegando le lamine di piombo su se stesse e poi saldandole.

Per quanto riguarda, poi, l’estrazione dei vari minerali, essa era molto primitiva e veniva ancora effettuata manualmente o con macchinari comunque molto rudimentali.

lavoro libero e lavoro servile – lavoro nero

Il rapporto tra il lavoro libero e lavoro servile nel mondo romano è oggetto di polemiche e contrasti tra gli studiosi di economia antica; alcuni, infatti, sostengono che quest'ultima era fondata interamente sul lavoro servile, altri, invece, tendono a limitare gli effetti del lavoro servile sia nel tempo che nei singoli settori di produzione.

Bisogna precisare che, parlando di lavoro servile, si è soliti in genere riferirsi alle prestazioni dei liberti, anche se il lavoro del liberto, per le condizioni in cui era svolto, per il rendimento e l'abilità evidenziata dal lavoratore nella esecuzione tecnica del prodotto, non era paragonabile al lavoro dello schiavo.

In sostanza, dal punto di vista economico, la prestazione lavorativa dei liberti può essere considerata sullo stesso piano di quella degli ingenui, per la possibilità di appropriazione immediata del prodotto e l'interesse personale ad un massimo rendimento; si può anzi affermare che i liberti rispetto agli ingenui ebbero maggior senso del lavoro, riuscendo spesso ad elevarsi socialmente ed a venire a capo di cospicui patrimoni.

Dal punto di vista intellettuale non doveva esserci gran differenza tra ingenui e liberti, in quanto solo i più intelligenti ed i più docili degli schiavi riuscivano ad ottenere la libertà: se, al limite, c'era una differenza tra le due categorie, essa, per ciò che riguarda lavoro e produttività, doveva essere a vantaggio dell'elemento libertino. E vero che essi portavano dai propri luoghi di origine usi e costumi diversi da quelli in uso tra le popolazioni indigene, ma ciò si risolveva in genere in applicazioni vantaggiose per il rendimento produttivo; la loro posizione può essere considerata affine a quella degli stranieri immigrati, con in più il possesso della cittadinanza romana, che la maggior parte di questi ultimi non possedeva.

Sebbene le origini della schiavitù a Roma risalgano alla preistoria, è certo che presso i Romani il numero degli schiavi rimase a lungo relativamente limitato; nella fase iniziale delle guerre puniche i proprietari romani possedevano in media due, o tre schiavi ciascuno e tale situazione non deve apparire sorprendente in un periodo in cui la vita economica procedeva senza scosse in un ambiente rurale dominato dalla piccola proprietà.

Non bisogna dimenticare, infatti, che un largo impiego di mano d'opera servile avrebbe richiesto ai proprietari terrieri un accertamento di capitali che in quell'epoca non poteva essere frequente.

La situazione mutò radicalmente quando l'organizzazione economica dell'Italia fu sconvolta dall'afflusso continuo di capitali che rese insufficienti o inadeguate le antiche forme di produzione.

Fino ad allora il lavoro domestico, integrato dall'artigianato libero si era ben adeguato alla scarsezza dei bisogni; però, con l'improvviso aumento delle esigenze, questa organizzazione si trovò nell'impossibilità di farvi fronte: l'equilibrio tra domanda ed offerta di lavoro venne spezzato e l’impos-sibilità di servirsi dei lavoratori liberi avviò la richiesta di mano d'opera servile, favorita anche dalle guerre vittoriose in seguito alle quali furono riversate sul mercato considerevoli quantità di schiavi a prezzi sempre più bassi.

La crisi della mano d'opera fu partico-larmente grave nel campo dell'agricoltura: dopo le guerre di espansione la classe dei piccoli contadini-proprietari, che aveva fornito all'agricoltura gran parte della forza lavoro, si trovò decimata e distolta dalla terra, per una serie di cause che determinarono l'espansione del latifondo a danno dell'economia domestica.

A causa della sempre più accentuata rarefazione dei contadini-proprietari le grandi industrie dovettero fondare la organizzazione del lavoro solo sulla mano d'opera servile, anche se in parte la popolazione contadina continuò a rimanere nelle terre trasformata in affittuaria delle grandi tenute.

Già nell'età di Augusto il fenomeno aveva raggiunto un'estensione generale: l'Italia agricola e guerriera andava scomparendo e si manifestava sempre più la tendenza a limitare l'impiego di mano d'opera libera.

In conclusione si può affermare che negli ultimi due secoli della repubblica il lavoro servile era penetrato nei vari settori della vita economica, sebbene l'impiego di uomini liberi non venne abbandonato, soprattutto per i lavori di maggiore importanza e delicatezza.

Non possiamo precisamente stabilire, per carenza di dati, quale fosse la consistenza numerica degli schiavi in questo periodo; sappiamo, però, che ai Romani doveva sembrare enorme (almeno a sentire le testimonianze di Plinio, Cicerone ed altri) e forse in realtà lo era, tanto da emanare la legge Fufia Canina che riguardava coloro che possedevano fino a cinquecento schiavi.

C'è da chiedersi, quindi, quale fosse il rapporto tra la forza-lavoro dell'elemento servile e di quello libero: questione, questa, che ha sollevato numerosi dibattiti tra gli studiosi.

Noi potremmo basarci sui più probabili dati dello storico Mayer (che opta per un rapporto di due schiavi per un libero) da cui, considerando che gli schiavi erano quasi tutti adibiti al lavoro mentre i liberi lo erano solo per un quarto, deriviamo che nel I sec. a.C. c'era una netta preponderanza della forza-lavoro servile.

Nei primi tempi dell'impero, poi, vi fu un forte incremento del fattore servile sia nelle case dei ricchi, che brulicavano di schiavi, sia nelle aziende agricole medie e grandi, gestite dalle cosiddette familiae servili.

Ma, per valutare l'effettiva importanza degli schiavi sull'economia imperiale, dobbiamo prima conoscere la loro consistenza nelle classi medie e poi stabilire i rapporti tra la azienda contadina, gestita direttamente dal proprietario senza quasi impiego di mano d'opera non libera, e le medie e grandi proprietà di cui abbiamo parlato prima.

Vediamo che, iniziato con Catone, il quale accentuava la convenienza degli schiavi nei campi, il processo della loro affermazione raggiunge con Augusto la sua pienezza: tutte le grandi e medie aziende sono condotte tramite gruppi di familiae rusticae, sotto la sovraintendenza di un vilicus, anch'egli schiavo.

Nonostante ciò, la piccola fattoria indipendente, gestita direttamente dal proprietario, non scompare del tutto, ma anzi mantiene la prevalenza sul latifondo in Spagna (vedi Marziale), in Africa ed in Italia (vedi Orazio, Catullo, ecc..).

Ricordiamo, inoltre, che erano liberi, e quindi relativamente indipendenti, anche i lavoratori di affitto parcellare, che troviamo in Italia largamente diffusi ai tempi di Traiano e di Nerva (vedi le iscrizioni di Piacenza e di Benevento), poi anche in Africa e forse in tutte le altre province, ad eccezione dell'Egitto.

Il lavoro servile, quindi, non soppiantò mai quello libero, che mantenne la sua posizione anche grazie a mercenari che fittavano le loro prestazioni e ad operai specializzati in operazioni delicate, alle quali probabilmente erano inadatti gli schiavi.

Addirittura vediamo che successivamente si innestò un processo, e ciò è attestato da Varrone, secondo cui le forze servili vennero a subire la concorrenza delle forze libere, sia per quanto riguardava l'affidamento di mansioni di maggiore presa economica, sia quello di fondi privati in generale.

Si può ben dire, quindi, che nel I sec. d.C., anche considerando le testimonianze di Plinio riguardo addirittura la detestabilità dell'opera servile, lo "schiavismo" promulgato da Catone si estinguerà totalmente.

Sempre di più, dunque si diffondevano i liberi lavoratori, sia per le motivazioni economiche prima menzionate, che per ragioni di ordine politico: lo Stato, infatti, cercava di favorire la suddivisione dei grandi appezzamenti di terreno in piccoli lotti da distribuire equamente ai coltivatori, in modo da sostituire le grandi aziende a mano d'opera servile con piccole fattorie contadine.

In questo modo veniva eliminato il rischio di disordini e sommosse che potevano essere fomentate dall'eccessiva concentrazione degli schiavi nei latifondi.

A questo scopo vennero presi provvedimenti quali la legge agraria di Tiberio Gracco, la concessione di terre ai veterani e la legge di Cesare.

I liberi lavoratori non venivano impiegati in larga misura nelle industrie, dove piuttosto prevaleva la mano d'opera servile, parte della quale, talvolta, prendeva addirittura parte all'amministrazione dell'azienda.

Superiore a quello degli schiavi era, invece, il numero dei lavoratori liberi dediti all'artigianato. Se, in effetti, antichi giuristi, come Varo e Testa, testimoniano che, talora, proprio agli schiavi era affidata la gestione di botteghe ed officine per conto del padrone, molti altri dati rivelano che, in questo genere di attività, prevalevano i cittadini liberi: infatti su 1854 iscrizioni di nomi di lavoratori pervenuteci, toltene 919, solo 67 sono sicuramente attribuibili a schiavi mentre le altre riguardano i liberi. Ancora... anche dagli scavi di Pompei si è potuto desumere che esisteva, in quella città, una grande quantità di artigiani liberi.

È certa, infatti, l'esistenza di numerose associazioni professionali-artigianali che, tra l'altro, avevano un rilevante peso politico, in quanto potevano offrire un valido sostegno ad un candidato nelle elezioni.

È evidente che tali artigiani non potevano essere schiavi, perché a questi era proibito riunirsi in associazioni e, comunque, ben poco valore avrebbero avute le loro raccomandazioni.

La presenza, in questo periodo, di una numerosa componente di lavoratori ed artigiani liberi è stata accertata anche in altre località: a Tiro, a Pozzuoli, nel paese dei Calibi od in Egitto (dove veniva adoperata, per lo più, mano d'opera libera per sino nelle miniere).

I lavoratori liberi trovavano largo impiego anche nei lavori pubblici e nelle attività commerciali. In verità nel campo del commercio sono stati rilevati casi in cui padroni, dando agli schiavi un piccolo capitale (peculium), affidavano loro il controllo dei propri commerci, avvalendosi, spesso, della naturale abilità e dell'intuito propri degli orientali. Così gli schiavi, in alcuni casi, ricevevano le più varie mansioni nell'ambito del commercio, ma in realtà si trattava di casi-limite od almeno non molto frequenti erano i momenti in cui ricchi signori di Roma decidevano d adoperare degli schiavi per la gestione dei propri affari commerciali, perché l'esercizio diretto del commercio era considerato disonorevole per il nobile romano.

Al personale servile, dunque, venivano affidate non funzioni direttive, ma incarichi operativi e pratico-manuali. Un gran numero di schiavi, poi, era impegnato in attività servile di ogni genere e molti di loro diventavano amministratori, precettori, cuochi, addetti alle librerie, corrieri, medici,

A Roma la forza-lavoro viene sempre divisa tra schiavi e liberti, ma non abbiamo notizie che attestino il rapporto secondo il quale essi si siano distribuiti in tutte le regioni.

È logico comunque credere che nei luoghi in cui vi era un forte accumulo d capitali, quindi presso aziende agricole ed industriali, il concentramento servile fosse di gran lunga maggiore che nelle altre zone. Ma il fatto non va generalizzato, perché in alcune grandi aziende troviamo accanto agli schiavi famiglie di coloni liberi che si occupano della gestione del terreno a loro affidato.

La scarsa produttività del lavoro servile portò i Romani a cercar di studiare i mezzi per aumentarne il rendimento.

Infatti, oltre alle spese di sorveglianza o alla necessità di assicurare all'azienda un lavoro continuo per tutto l'anno, si aggiunse anche il limite insuperabile della mancanza di interesse diretto del lavoratore alla produzione, tale che si giunse a calcolare che esso era di due terzi inferiore a quello di un operaio libero.

Quindi per porre rimedio a questa situazione non c'era altro modo che eliminare i motivi di disinteresse e la mancanza di autonomia nell'esecuzione. Si ricorse, quindi, a due istituti giuridici, il peculio e la manomissione: con il primo lo schiavo non ebbe più potere di possedere e di contrattare; il secondo fece si che egli potesse divenire libero e lavorare liberamente.

Per attirare lo schiavo ad un lavoro maggiormente produttivo si pensò di con cedergli un piccolo patrimonio che, col passare del tempo, sarebbe potuto aumentare e di cui lo schiavo aveva la piena disponibilità; anche se solo di diritto, esso apparteneva ancora al padrone, che prelevava solo una somma di denaro fissata a priori, lasciando così l'intera gestione di un'azienda commerciale allo schiavo.

Così lo schiavo fu stimolato ad un perfezionamento tecnico del lavoro che svolgeva.

In questo nuovo sistema che si sperimentò, però, vi erano anche lati negativi, come quello di vedersi tolto tutto il patrimonio accumulato dal padrone da un giorno all'altro. Comunque questo sistema fu attuato sia nella coltivazione dei campi che nell'industria e nel commercio mediante l'autorizzazione data allo schiavo o di coltivare per conto proprio un pezzo di terreno, o di metter su bottega.

E fu così che lo schiavo partecipò in società più come "persona" che come res. La manomissione fu l'altro mezzo con cui la società pensò di accrescere il rendimento della mano d'opera.

Dal punto di vista sociale, infatti, si cercò di sostituire al lavoro meccanico ed indisciplinato dello schiavo quello interessato e diligentissimo di coloro i quali erano capaci di svolgere un lavoro autonomo. Così i liberti costituirono nell'impero una classe che, anche se sotto certi punti di vista era considerata poco raccomandabile, si seppe distinguere nei settori della produzione e, spesso, in una posizione finanziaria dominante. Essi costituirono una classe molto differenziata di uomini validi, perché, sin dall'epoca di Augusto, ebbero una parte di primo piano nell'amministrazione, mentre assunsero un posto di grande rilievo nella borghesia municipale, riuscendo con le proprie doti, talvolta, a costituire enormi patrimoni.


IL "CAPITALISMO" ROMANO

Roma non era una città industriale. Di grossi stabilimenti c'erano soltanto una cartiera e una fabbrica di coloranti. Sin da quegli antichi tempi, la sua industria vera era la politica che offre, ai guadagni, scorciatoie molto più rapide che non il lavoro vero. E questa vocazione non è cambiata nemmeno ai giorni nostri.

La fonte principale di ricchezza dei signori romani erano l'intrallazzo nei corridoi dei Ministeri e il saccheggio delle province. Essi spendevano molti soldi per far carriera. Ma, una volta arrivati a qualche alto grado amministrativo, si rifacevano con larghi interessi, e i guadagni li investivano nell'agricoltura. Giunio Columella e Plinio ci hanno lasciato il ritratto di questa società latifondista e dei criteri che seguiva per lo sfruttamento delle fattorie.

La piccola proprietà che i Gracchi, Cesare e Augusto avevano voluto ripristinare con le loro leggi agrarie non aveva retto alla concorrenza del latifondo: una guerra o un anno di siccità ba­stavano a distruggerla a profitto dei grandi feudi che avevano possibilità di resistere. Ce n'erano di vasti come reami, dice Seneca, accuditi da schiavi che non costavano nulla ma trattavano la terra senza nessun criterio, e specializzati nell'alleva­mento del bestiame, che rendeva più dell'aratura dei campi. Pascoli di dieci o ventimila ettari con dieci o ventimila capi non erano una rarità.

Ma fra Claudio e Domiziano cominciò una lenta trasformazione. Il lungo periodo di pace e l'estensione della piena cittadinanza ai provinciali interruppero il rifornimento di schiavi che cominciarono a farsi rari e quindi più costosi: e il miglioramento degl'incroci condusse a una crisi di sovrapproduzione del bestiame che si procurava con difficoltà i mangimi e scadde di prezzo. Molti allevatori trovarono più conveniente tornare alla agricoltura, divisero le fattorie in poderi e li diedero in sfruttamento a degli affittuari, o coloni, che furono gli antenati dei contadini d'oggidì e molto, se è vero quel che Plinio racconta di essi, gli somigliano: tenaci, solidi, avari, diffidenti e conservatori.

Costoro di terra se n'intendevano e avevano interesse a farla rendere. Di colpo cominciò l'uso dei concimi, la rotazione delle colture e la selezione delle sementi. I frutticoltori importarono e trapiantarono dopo razionali esperimenti l'uva, la pesca, l'albicocca, la ciliegia. Plinio enumera ventinove qualità di fichi. E il vino fu prodotto in tale quantità che Domiziano, per impedire una crisi, proibì l'impianto di nuovi vigneti.

Le industrie nacquero, su base artigianale e familiare, intorno a questi microcosmi agricoli per completarne l'autarchia. Una fattoria tanto più era considerata ricca quanto più bastava ai propri bisogni. Lì c'era il macello, dove venivano uccise le bestie e insaccate le loro carni. Lì c'era la fornace per cuocere i mattoni. Lì si conciavano le pelli e si confezionavano le scarpe. Lì si tesseva la lana e si tagliavano i vestiti. Non c'era ombra di quella "specializzazione" che oggigiorno rende il lavoro insopportabile e trasforma in un automa chi lo fa. L'industrioso contadino di quei tempi, staccate le bestie dall'aratro, diventava falegna­me o si metteva a battere il ferro per ricavare ganci o pentole. La vita di questi agricoltori artigiani era piena e varia molto più che ai tempi nostri.

Le uniche industrie condotte con criteri moderni erano quelle estrattive. Proprietario del sottosuolo, teoricamente, era lo stato, che però ne affidava lo sfruttamento, dietro modesti canoni di affitto, ai privati. L'interesse guidò costoro a scoprire lo zolfo in Sicilia, il carbone in Lombardia, il ferro all'Elba, il marmo in Lunigiana, e il loro impiego. I costi di produzione erano minimi per­ché il lavoro nei pozzi era affidato esclusivamente a schiavi e a forzati ai quali non si doveva pagare nessun corrispettivo e che non era necessario assicurare contro nessun infortunio. Date le condizioni delle miniere, di Marcinelle ce ne dovevano essere ogni settimana, con migliaia di morti. Gli storici romani hanno trascurato di dircelo perché per loro questi episodi non "facevano notizia" come si dice in gergo giornalistico. Un'altra gran­de industria era quella edile, coi suoi specialisti, dai boscaioli ai trombai ai vetrai. Ma un vero e proprio capitalismo industriale non potè svilupparsi soprattutto per la concorrenza che il lavoro servile faceva al macchinario. Cento schiavi co­stavano meno di quanto sarebbe costata una tur­bina, e la meccanizzazione avrebbe creato un insolubile problema di disoccupazione.

Eppure, molti servizi pubblici furono meglio organizzati allora che nell'Europa, poniamo, del Settecento. L'Impero aveva centomila chilometri di autostrade, l'Italia sola possedeva circa quattrocento grandi arterie, sulle quali si svolgeva un traffico intenso e ordinato. La loro pavimentazio­ne aveva consentito a Cesare di percorrere millecinquecento chilometri in otto giorni, il messag­gero che il Senato mandò a Galba per annunziargli la morte di Nerone impiegò trentasei ore a battere cinquecento chilometri. La posta non era pubblica, sebbene si chiamasse cursus publicus. Modellata da Augusto secondo il sistema persia­no, essa doveva servire soltanto come valigia diplomatica, cioè per la corrispondenza di stato, e i privati potevano approfittarne solo su speciale permesso. Il telegrafo era sostituito da segnalazioni luminose attraverso fari postati sulle alture, ed è rimasto sostanzialmente identico fino ai tempi di Napoleone. La posta privata era gestita da compagnie private, oppure affidata ad amici e a gente di passaggio. Ma i gran signori come Lepido, Apicio, Pollione avevano un servizio per conto loro e ne erano fierissimi.

Raccordi e posteggi erano magnificamente congegnati. Ogni chilometro c'era un capitello che indicava la distanza dalla città più vicina. Ogni dieci chilometri c'era una stazione con trattoria, camere da letto, stalla, cavalli freschi da affittare. Ogni trenta, c'era una mansione cui a quanto sopra, più spazioso e meglio organizzato, si aggiungeva anche un bordello. Gli itinerari erano sorvegliati da pattuglie di polizia, che però non riuscirono mai a renderli del tutto sicuri. I gran signori li percorrevano seguiti da interi treni di carri, dentro i quali essi dormivano sotto la guardia dei loro servi armati.

Il turismo fioriva, quasi quanto ai nostri tempi. Plutarco ironizza sui globe-trotters che infestavano la città. Come quella dei giovani inglesi del secolo scorso, l'educazione del giovane roma­no non era completa prima del grand tour. Lo facevano soprattutto in Grecia, via mare, imbarcandosi a Ostia o a Pozzuoli, ch'erano i due grandi porti del tempo. I più poveri prendevano uno dei tanti carghi che andavano a incettare in Oriente; per i più ricchi c'erano veri e propri transatlantici, che navigavano a vela, ma stazzavano fino a mille tonnellate, erano lunghi centocinquanta metri e possedevano cabine di lusso.

La pirateria era scomparsa quasi completamente sotto Augusto che, per debellarla, aveva istituito due grosse home fleets permanenti in Mediterraneo. Sicché ora le navi viaggiavano anche di notte ma quasi sempre costeggiando per paura delle tempeste. Orari non ce n'era perché tutto dipendeva dai venti. Normalmente si andava sui cinque o sei nodi all'ora, e da Ostia ad Alessandria ci volevano circa dieci giorni. Ma anche il biglietto costava poco; su un cargo, il tragitto sino a Atene non superava le cinquanta lire. Le ciurme erano allenate e somigliavano a quelle d'oggi: gente spregiudicata e manesca, con spiccate ten­denze alla bettola e al bordello. I comandanti erano degli specialisti, che piano piano trasformarono il mestiere della navigazione in una scienza vera e propria. Ippalo scoprì la periodicità dei monsoni; e i viaggi dall'Egitto all'India, che prima richiedevano sei mesi, ora si comincia­rono a fare in uno. Nacquero le prime carte, furono installati i primi fari.

Tutto questo avvenne rapidamente perché i romani covavano in corpo, oltre alla passione delle armi e delle leggi, quella dell'ingegneria. Essi non portarono mai gli studi matematici alle altezze speculative dei greci, ma li applicarono con molta più praticità. Il prosciugamento del Fucino fu un autentico capolavoro, e le strade che essi costruirono rimangono ancor oggi dei mo­delli. Furono gli egiziani a scoprire i princìpi dell'idraulica, ma furono i romani a concretarli in acquedotti e fognature di colossali proporzioni. A loro si deve lo zampillio di fontane della Roma di oggi. E Frontino, che ne organizzò il sistema, lo ha anche descritto in un manuale di alto valore scientifico. Egli giustamente raffronta queste opere di pubblica utilità alla totale inutilità delle Piramidi e di tante costruzioni greche. E nelle sue parole risplende il genio romano, pratico, positivo, al servizio della società e non a rimorchio dei capricci estetici individuali.

È difficile dire fino a che punto lo sviluppo economico di Roma e del suo Impero fu dovuto all'iniziativa privata e fino a che punto allo stato. Quest'ultimo era proprietario del sottosuolo, di un largo demanio e probabilmente anche di alcune industrie di guerra. Garantiva il prezzo del grano col sistema degli ammassi e intraprendeva direttamente i grandi lavori pubblici per rimediare alla disoccupazione. Esso usava anche il Tesoro come banca prestando ai privati, su solide garanzie, ad alto interesse. Ma non era molto ricco. I suoi introiti, sotto Vespasiano che li au­mentò e li amministrò con rigore, non superavano i cento miliardi di lire, ricavati soprattutto dalle tasse.

All'ingrosso si può dire che era uno stato più liberale che socialista, il quale lasciava persino all'iniziativa dei suoi generali il diritto di batter moneta nelle "province" da essi governate. Il complesso sistema monetario che ne derivò fu la pacchia dei banchieri che vi basarono sopra tutte le loro diavolerie: i libretti di risparmio, le cam­biali, gli assegni, gli ordini di pagamento. Essi fondarono istituti appositi con succursali e corrispondenti in tutto il mondo, e questo complesso sistema rese inevitabili i booms e le crisi come succede anche oggi.

La depressione di Wall Street nel 1929 ebbe il suo precedente a Roma quando Augusto, tor­nato dall'Egitto con l'immenso tesoro di quel pae­se in tasca, lo mise in circolazione per rianimare i traffici che languivano. Questa politica inflazionistica li stimolò, ma stimolò anche i prezzi che salirono alle stelle fin quando Tiberio non interruppe bruscamente questa spirale risucchiando il circolante. Chi si era indebitato contando sul proseguimento dell'inflazione, si trovò a corto di liquido e corse a ritirarlo dalle casse di risparmio. Quella di Balbo e di Ollio si trovò in un solo giorno a far fronte a trecento milioni di obbligazioni, e dovette chiudere gli sportelli. Le industrie e le botteghe che vi attingevano non poterono pagare i fornitori e dovettero chiudere anch'esse. Il panico dilagò. Tutti corsero a ritirare i loro depositi dalle banche. Anche quella di Massimo e di Vibone, ch'era la più forte, non potè soddisfare tutte le domande, e chiese aiuto a quella di Pettio. La notizia si sparse come un baleno, e al­lora furono i clienti di Pettio che si precipitarono da lui coi loro libretti impedendogli il salvataggio dei suoi due colleghi. L'interdipendenza delle varie economie provinciali e nazionali nel seno del vasto Impero fu provata dal contemporaneo assalto alle banche di Lione, di Alessandria, di Cartagine, di Bisanzio. Era chiaro che un'ondata di sfiducia a Roma si riverberava immediatamente in periferia. Anche allora ci furono fallimenti a catena e suicidi. Molte piccole proprietà, sotterrate dai debiti, non poterono aspettare il nuovo raccolto per pagarli, e dovettero essere vendute, o meglio svendute a profitto dei latifondi ch'erano in condizione di resistere. Rifiorirono gli usurai che il diffondersi delle banche aveva diradato. I prezzi crollarono paurosamente. E Tiberio dovette alla fine arrendersi all'idea che la deflazione non è più sana dell'inflazione. Con molti sospiri distribuì cento miliardi alle banche perché li rimettessero in circolazione con l'ordine di imprestarli per tre anni senza interesse.

Il fatto che questa misura bastò a rianimare l'economia, a scongelare il credito e a ridare la fiducia, ci dimostra quanto le banche contassero, cioè quanto fosse sostanzialmente capitalista il regime imperiale romano.

(I. Montanelli - Storia d'Italia - vol. 3°)


       

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Ultimo aggiornamento:  19-03-07