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MUSICA NELL’ANTICHITA’

Tratto dall’opera dello storico GISBERT HAEFS.

Nella traduzione di Giuseppe Cospito.

TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI.

I tentativi dei musicologi contemporanei di giungere ad una sorta di ricostruzione sulla base degli scritti teorici di Pitagora e Boezio (oltre che delle affermazioni, per esempio di Platone e Aristotele, riguardo all’importanza della musica), equivalgono all’ipotetica impresa di dedurre l’intera musica da Bach a Bartok da due saggi di Descartes e di Adorno. Per di più spesso i teorici non si pongono questioni rilevanti ai fini pratici. È certo che in Grecia la musica era altrettanto sviluppata

(e importante per la vita) della poesia, dell’architettura, della pittura e della scultura;

che tra poesia e musica, tra musica, danza e culto esistevano relazioni strette. Tuttavia non disponiamo di alcun documento sonoro e gli scarsi riferimenti alle melodie con la notazione sillabica (tutto questo vale anche per la metrica, n.d. Cristina Tarabella) non permettono di affermare nulla di sostanziale. Del resto la questione è di gran lunga meno complicata di come la ponga la musicologia. Sappiamo che i Greci provavano sentimenti simili ai nostri per la musica, la quale poteva suscitare ilarità, tranquillità, malinconia, estasi; solo non sappiamo quale tipo di musica suscitasse una determinata sensazione. È possibile che Aristotele si deliziasse con quella che per noi sarebbe cacofonìa, mentre un accordo il la minore avrebbe potuto apparirgli dissonante.

Ma ciò non muta per nulla il fatto che reagiamo alla musica in modo sostanzialmente analogo.

Al più tardi nel V sec. a.C. in Grecia e negli altri paesi del Mediterraneo è attestata l’esistenza di musicisti professionisti, virtuosi. Dalla descrizione iconografica di strumenti antichi come la lira e la citara non si può dedurre nulla riguardo alla loro sonorità; d’altra parte sarebbe assurdo supporre che musicisti professionisti, virtuosi di questi strumenti, si siano limitati a pizzicare corde male accordate, senza premerle a mo’ di tasti. Questo è pensabile solo per l’arpa a quattro corde

(Per il flauto, l’ àulos, non sappiamo nemmeno come ci ispirassero dentro l’aria; per quanto ne sappiamo, avrebbero potuto addirittura ‘succhiarla’, invece che immetterla! E questo era lo strumento che, per antonomàsia, accompagnava la metrica! N.d. Cristina Tarabella).

Chi ha provato una volta a modificare l’altezza del suono di una corda che vibra liberamente premendola, sa che in tal modo si ottengono solo brontolìi sordi e suoni gracchianti. La semplice esistenza di citaredi virtuosi ci obbliga a presupporre quella di tecniche musicali sviluppate; poiché nessuno degli strumenti a corda antichi era munito di tastiera, dovevano esistere altre possibilità di premere le corde, per esempio con l’aiuto di una specie di ditale. Doveva esistere inoltre qualcosa di simile al pirolo per l’accordatura precisa delle corde, probabilmente sul lato posteriore degli strumenti, che vengono rappresentati sempre frontalmente.

I generi musicali ionico, lidio, frigio e le loro forma miste si definiscono soprattutto, per impiegare una tassonomia classica, in base al tipo e all’estensione degli intervalli: qualcosa di analogo tra la distinzione fra maggiore e minore, anche se differente (e più netto). Tutto quanto è stato scritto riguardo alla decretata separazione dei generi musicali, all’impossibilità di usare contemporaneamente determinati strumenti consacrati a divinità differenti, all’unico metro e forma "ammessi" per ogni occasione e così via, è frutto della supposizione azzardata che gli artisti abbiano permesso per duecento anni a sacerdoti, censori e simili di intromettersi nella loro arte; se così fosse stato, Eschilo non avrebbe introdotto il secondo attore e Aristofane si sarebbe attenuto alla legge ateniese, che proibiva di diffamare i politici sulla scena.

Nota di Cristina Tarabella.

Si deve tenere ben presente che quanto afferma lo storiografo Gisbert Haefs riguardo alla musica, è del tutto analogo a ciò che si può esprimere riguardo alla metrica: e cioè che non si può dire nulla di certo! La musica e la metrica, è ovvio, andavano di pari passo, e, molto verosimilmente, l’una includeva l’altra e viceversa. Ecco perché, in mancanza totale di documenti sonori (e come potremmo averli?) nulla si può supporre né della musica, né della metrica. Su esse si possono fare solo le più bizzarre illazioni, ma tali restano.

Ciò non ostante, possiamo almeno, per quanto riguarda la metrica, consolarci con il riprodurre, per i vari metri, la loro struttura fisica, in base ai sillabogrammi, alla lunghezza di sillaba e alle poche leggi che sono state scoperte.

Ma questo è veramente tutto!

LA METRICA ANTICA

Per quanto riguarda i VARI METRI usati dai poeti Lirici, possiamo soltanto fare delle illazioni al riguardo. Possiamo cioè ricostruire, attraverso la struttura delle opere, la divisione sillabica al loro interno e con essa addivenire alla ricostruzione, del tutto illatoria, dei versi che si ripetono.

Così possiamo dare ad essi nomi vari e collocazioni più o meno precise.

Ciò non ostante non potremo sapere MAI!, come in realtà questi metri venissero declamati!

Non sappiamo nemmeno se erano accompagnati dalla musica, oppure no!

Anche del verso più conosciuto di tutti l’ esametro e insieme ad esso il pentametro che formano il distico elegiaco, nemmeno di essi, dicevo, sappiamo veramente come venissero declamati, o addirittura cantati!

Eppure abbiamo tutta la divisione sillabica che ci fa da infrastruttura di sostegno, per capire!, ma no!, noi non siamo in grado di dire come la metrica venisse letta nell’antichità.

Neppure dell’Iliade possiamo fare azzardate supposizioni, circa la sua declamazione.

Ma poiché la metrica esiste, e spesso risponde a leggi quasi matematiche, tanto sono fisse, noi ne abbiamo voluto dare un’interpretazione, come ripeto, del tutto proditoria, e così lo abbiamo fatto.

Tra l’altro, per convenzione, si è deciso che l’accento vocale cada sempre su una sillaba lunga, ma noi diamo un’interpretazione di tipo INTENSIVO alla voce che legge, mentre questo almeno sappiamo: nell’antichità l’accento era di tipo MELODICO!

Si può quindi capire quanto siamo lontani da una giusta interpretazione della metrica!

Comunque, di seguito, verranno riportati tutti i METRI principali, usati dai Lirici, di cui ci occuperemo.

LEGGI METRICHE.

ABBREVIAMENTO IN IATO. (1)

Una vocale lunga, o un dittongo alla fine di parola, in tempo debole (2), si abbrevia davanti alla parola che segue.

(1) Lo iato è l’incontro non eufonico di due vocali.

(2) Il tempo debole è la parte del piede, nel verso che può cambiare.

SINIZESI, o SINERESI.

Due vocali, due dittonghi, un dittongo + una vocale, in contatto, nella stessa parola (sinizèsi), o in due successive (sinèresi), si pronunziano come una sola sillaba di quantità lunga.

POSITIO DEBILIS, o ‘Lex della muta cum liquida’.

Fenomeno per cui una sillaba, IN POESIA, MA NON IN PROSA(!!!!), può essere considerata

lunga o breve, se la vocale breve è seguita da due consonanti di cui la prima è muta (t, g, k, etc.)

e la seconda è liquida (r, l, etc.).

In Omero ciò non accade mai perché la sillaba è sempre lunga e non si dà la possibilità della divisione che sotto riportiamo. Infatti questa legge in greco si chiama: ‘correptio attica’, ad indicare che nacque dopo l’esistenza di Omero.

Esempio.

1) pă – trem - sillaba aperta e breve, perché ă

pătrem

2) păt – rem – sillaba chiusa e lunga per definizione.

LO IATO SI MANTIENE.

Senza mutamenti di quantità quando si tratta di due vocali nella cesura o davanti ad interpunzione.

DIGAMMA.

All’inizio di parola; cade e lascia lo spirito aspro, oppure

cade senza lasciare traccia.

Nel gruppo Fr si ha assimilazione progressiva = r r

Nel gruppo Fj si ha metatesi.

Es. g l u k e Fja > g l u k e jFa = vocalizzazione

> g l u k e ja > g l u k e ` i a (con accento circonflesso).

Mentre il digamma seguito da consonante o in fine parola passa ad u = vocalizzazione con formazione di dittongo.

Es. p l e Fs o m a i > p l e u ¢ s o m a i .

ALLUNGAMENTI METRICI. LEGGI DI SCHULZE

ALLUNGAMENTO IN TEMPO FORTE.

In una sequenza di tre brevi ( UUU = tribraco ) generalmente si allunga la terzultima sillaba.

ALLUNGAMENTO IN TEMPO DEBOLE.

Si allunga la sillaba breve che si trovi fra due lunghe; cioè in una sequenza cretica _ U _ .

Si allunga la breve in tempo debole.

QUALCHE NOZIONE DI METRICA GRECA

COLIAMBI ossia trimetri scazonti / ossia trimetri giambi

con ultimo metro X _ /_ _ , anziché X _/ U _

( trimetro giambico) [X _/ U _/ // X _/ U _/ // X _/ _ _/

STROFE SAFFICA

3 safficici minori _/ U _/ X _/ UU _/ U _/ _

(cretico) (ipponatteo acefalo)

1 adonio _/ U U _/ X

(dattilo) (spondeo)

STROFE ALCAICA

[X _/ X _/] [X _/ U U _/ U X]

2 endecasillabi (giambo) (gliconeo acefalo/telessilleo)

[X _/ X _/ X] [_/ U U] [_/ U X]

(reiziano) (dattilo) (dattilo)

1 enneasillabo X_/X_/ [ X ( _/U) ( _/X)]

(giambo) [ reiziano ]

(trocheo)(trocheo)

1 decasillabo _/UU _/UU _/U _/X

(dattilo) (dattilo) (trocheo)(trocheo)

ENDECASILLABO ALCAICO

/ X_/U_/ X_/UU_/UX

(giambo) (gliconeo acefalo o telessilleo)

TRISTICHE:

( 2 tetrametri coriambici anaclastici + 1 dimetro giambico)

TETRAMETRO CORIAMBICO ANACLASTICO

(dove i coriambi possono essere sostituiti da una dipodia giambica)

[ _/UU_/] [ _/UU_/] [ _/UU_/ (oppure: X_/U_/)] [ _/UU_/ (oppure: X_/U_/) (coriambo) (coriambo) (coriambo)oppure (giambo) (coriambo) oppure (giambo)

X 2 VOLTE

DIMETRO GIAMBICO

[ X_/U_/ ] [ X_/U_/ ]

(giambo) (giambo)

GIAMBO >>>>>> X _/ U _/

CORIAMBO >>>>>> _/ UU _/

CRETICO >>>>> _/ U _/

ADONIO >>>> [_/ U U] [_/ X]

(dattilo) (spondeo)

(X)

REIZIANO >>>>> X _/ UU _/ X

(ferecrateo acefalo)

/ /

GLICONEO >>>>> X X _/ U U _/ U X

/

GLICONEO ACEFALO >> X _/ U U _/ U X

(telesilleo)

/

FERECRATEO >>>> X X _/ U U _/ X

(gliconeo con 1 sillaba in meno)

/

IPPONATTEO >>>> X X _/ U U _/ U _/ _

IPPONATTEO ACEFALO > X _/ U U _/ U _/ _

(paragliconeo)

/ /

ASCLEPIADEO MAGGIORE [X X _/ U U _/] [_/ U U _/] [_/ U U _/] U X

(gliconeo ampliato da due coriambi) (gliconeo) (coriambo) (coriambo)

/ /

ASCLEPIADEO MINORE > [X X _/ U U _/] [_/ U U _/] U X

(gliconeo) (coriambo)

ITIFALLICO >>>>>>>> _/ U _/ X _/ X

(forma catalettica del Lecizio)

/

LECIZIO >>>>>>>>_/ U _/ X _/ U X

/

PROSODIACO >>>>>> X _/ X _/ X X

(forma catalettica dell’Enoplio)

ENOPLIO >>> X _/ X _/ X _/ X

HEMIEPES >>>>> _/ UU _/ UU _/

(mezzo pentametro)

/

DOCMIO >>> _/ U _/ U U

/

ALCMANIO > _/ U U _/ U U _/ // U U X

(tetrapodia dattilica catalettica)

TROCHEO _/ U

DIMETRI IONICI A MINORE

(anaclomeni = spezzati)

U U _/ U _/ U _/ _ / U U _/ U _/ U _/ _

DIMETRI IONICI PURI

U U _/ _ U U _/ _ / U U _/ _ U U _/ _

TRIMETRO GIAMBICO PURO

/

[X _/ U _/ ] [X _/ U _/ ] [X _/ U X]

ESAMETRO DATTILICO SPONDIACO

[_/ UU ] [_// UU] [_//UU] [_//UU:] [_/ UU] [_/ X]

Cesura tritemimera Ces. pentemimera Ces. eftemimera Se nel 5° piede troviamo 2 lunghe il verso

dopo il 3° mezzo piede. dopo il 5° mezzo dopo il 7° mezzo prende il nome di SPONDIACO.

piede. piede.

Dieresi Bucolica

( : ) con forte interpunzione.

PENTAMETRO DATTILICO

/

[_/ UU] [_/ UU] _/ // [_/ UU] [_/ UU]

la cesura, nel PENTAMETRO

sta sempre in questo posto.

Il Pentametro deve sempre avere i seguenti requisiti:

La sillaba finale della 1° metà deve sempre essere lunga.

Non è consentito lo IATO con la sillaba seguente.

La cesura è richiesta alla fine della 1° metà e non permette che una parola sia divisa ffra la 1° e la 2° metà.

L’Esametro + il Pentametro insieme formano il DISTICO ELEGIACO.

Quindi il DISTICO ELEGIACO è un alternarsi di un verso esametrico e di uno pentametrico.

Possiamo vedere un esempio nell’’INNO ALLE MUSE’ di SOLONE.

/ / / / / /

Μνημοσΰνης καί Ζηνός ̉Ολυμπίου ̉αγλαά τέκνα,

/ / / / /

Μοûσαι Πιεριδές, κλûτέ μοι εǜχομένωι·

" O splendida prole di Mnemosine e di Zeus,

Muse Pieridi, porgete orecchio"

Dividendo fisicamente i ‘piedi’ (o ‘morae’, o tempi) otterremo un risultato del genere, per la lettura:

Μνήμοσυ – νήςκαι - Ζήνος̉Ο // – λύμπιου - ̉άγλαα – τέκνα

Μόυσαι – Πίερι – δές, // κλύτεμοι – έυχομε - νώι·

τέκνα ‘prole’ voc. plu. neutro > τέκνον – ου, τό (τίκτω > ‘do alla luce’)

̉αγλαά voc. plu. neutro – agg. 3 terminaz. –ός, -ή, -όν “splendido”

Madre delle Muse è "Memoria" > μνήμων “memore” > μιμνήσκω “fo ricordare” / μνημονεύω “ho in mente”

Ζηνός gen.

nom. = Ζήν / dat. Ζηνί / acc. Ζήν – Ζñνα (Zèna) > forma omerica . Costruito su un iniziale accusativo Ζήν a sua volta da I.E. > ‘ dyen ‘ e del tutto uguale a:

Nom. Ζέυς

Gen. Διός

Dat. Διί

Acc. Δία

"Muse pieridi" Pierio = monte della Tessaglia sul quale si pensava abitassero le Muse.

"porgete orecchio" κλûτε = 2° plu. imperat. aoristo 3° da κλύω “do ascolto” (omerico) + dat., ma generalm. + gen. aor. 2° ̉έκλυον – aor. 3° imperat. κλûθι / κλûτε probabilmente derivato da aor 2° ̉έκλυον > da κλέω “chiamo”

"alla mia preghiera" μοι = pron. pers. 1° pers. atono = ̉εμοί

(lett. "a me che prego"

εùχομένωι dat. part. pres. da εύ̉χομαι a. 2° ηυ̉χόμήν fut. εύ̉ξομαι a. pass. ηυ̉ξάμην perf. m.p. εύ̉γμαι

Μοûσαι la parola si può ricondurre alla radice I.E. *men- "pensare" ampliata in *men-dh (-dh, per la ‘rotazione consonantica germanica’ = θ) da cui al grado forte *μονθ-jα > μου̃σα e senza ampliamento e al grado ridotto μνήμη – μνεία (lat. ‘men –s’ / ‘mon –eo’).

La radice *men- è connessa con l’attività mentale, infatti le Muse sono le figlie di Mnemosine, la memoria, che presiede la composizione orale propria dell’età arcaica.


     

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Ultimo aggiornamento:  18-03-07