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Le origini e gli antichi cristiani di Napoli

Napoli, come Roma, Siracusa, Palermo, Cagliari e altre città del bacino del Mediterraneo, ebbe una fitta rete di cimiteri sotterranei, che si sviluppò principalmente alle falde dei Colli Aminei, nella zona suburbana del quartiere dei Vergini-Sanità, la «valle dei morti» come fu definita fin dai tempi di Neapolis grecoromana. Purtroppo di molti iροgei greci, romani e cristiani, di grande interesse storico e archeologico, oggi non rimane che la testimonianza letteraria. Scriveva il canonico Andrea De Jono nel 1839 che la collina di Cαpodimonte era piena di sepolcri antichi che sono andati distrutti o perché sono stati utilizzati come cave di pietra o perché sono stati trasformati in ambienti di uso diverso «resi quale a stallaggio per i giumenti, e quale a fienile o ad uso cαmpereccio». La distruzione e l'occultamento di molti altri ambienti si devono poi attribuire non tanto alla mano dell'uomo, quanto piuttosto alle forze della natura, poiché molte alluvioni hanno contribuito a farne perdere le memorie; come le cosiddette «lave dei Vergini» che scendevano, dopo temporali o piogge torrenziali, dai valloni delle Fontanelle e dalla zona dei Cristallini formando veri e propri fiumi d'acqua e detriti.

Mα perché i napoletani scelsero questa zona per scavare i loro cimiteri? Il motivo principale si deve ricercare nella natura dell'ottimo tufo giallo che è compatto, quindi dava la possibilità di scavare ampie gallerie senza pericoli di frane o smottamenti, come invece spesso accadeva nelle catacombe di Roma. Inoltre, non è da dimenticare che la zona ai piedi della collina dei Colli Aminei era dai tempi dei colonizzatori greci un'area di cave di pietra; si potevano utilizzare, quindi, le stesse squadre di scavatori i quali erano in grado poi facilmente di vendere il tufo che avanzava per le costruzioni. Giustamente U.M. Fasola osserva che «sembra certo che i buoni napoletani antichi, pure pensando ai morti, non sprecarono una risorsa per i vivi, che la provvidenza forniva loro con tanta abbondanza». Nelle catacombe di Napoli il tufo appare estratto non in modo avventato, bensì ritagliato in grandi blocchi squadrati dai quali si potevano ottenere massi più piccoli adatti a scopo edilizio. E escluso, invece, che i cristiani napoletani per la creazione dei loro cimiteri abbiano usato cave abbandonate o grotte naturali, come vuole una leggendaria tradizione fiorita intorno ad esse. Pure infondata è la strana credenza che le catacombe fossero state la sede del culto, dell'organizzazione e della vita stessa della comunità cristiana dei primi secoli, costretta a nascondersi a causa delle persecuzioni. I cristianí di Napoli, come del resto quelli delle altre città, sebbene non riconosciuti dalle αutorità civili, approfittarono delle disροsizίοni della legislazione romana che garantiva a tutti, perfino agli schiavi e ai giustiziati, il diritto al sepolcro. Ovviamente bisognava attenersi alle leggi che regolavano nel mondo romano il servizio funebre; primariamente la norma sulla localizzazione delle tombe fuori dall'abitato, i cui confini erano giuridicamente fissati da una linea ideale detta pomerio, che per Napoli corrispondeva grosso modo a quella delle mura cittadine. Infine, senza prove archeologiche serie e attendibili è la leggendaria intercοmunícαbilità delle catacombe napoletane, nonostante i racconti avventurosi e misteriosi fatti dagli scrittori di Napoli tra il Cinquecento e il Seicento. Tra essi anche Alessio Aurelio Pelliccia, che nella sua dottissima opera ammise che dalle catacombe di S. Gennaro si poteva passare a quelle di S. Gaudioso, o di S. Severo, o di S. Maria della Vita, e perfino alle lontanissime di S. Efebo e addirittura fino a Cimítile (Nola) e a Pozzuoli. Quest'immensa città sotterranea sarebbe stata creata dai Cimmeri, un popolo amante dell'oscurità e degli antri e pauroso delle eruzioni del Vesuvio: evidentemente furono le cave del sottosuolo napoletano, ancora oggi cruccio di urbanisti e causa di crolli e frane, ad accendere la fantasia anche degli studiοsi.

Perché i cristiani, e tra loro quelli di Napoli, abbiano tanto sviluppato l'escavazione sotterranea non deve meravigliare. In primo luogo essa era praticata solo nei luoghi dove la natura del suolo Ιο permetteva, vale a dire in regioni vulcaniche o ricche di rocce calcaree di facile lavorazione; in questi paesi Ιο scavo di ambienti sotterranei per usi vari è di molto anteriore all'avvento del cristianesimo. E il suolo, anzi, il sottosuolo di Napoli, è stato traforato in ogni epoca perché bene si prestava allo scavo. Quindi solo in poche altre città della Campania i cristiani hanno potuto scavare catacombe, come, per esempio, a S. Maria Capua Vetere (l'antica Capua) e a Sessa Aurunca; più spesso furono organizzati cimiteri sopra terra, detti perciò subdiah, molto simili alle nostre moderne aree cimiteriali, come quello dell'antica Stabiae, individuato dal grande archeologo romano G.B. de Rossi alla fine del secolo scorso nei pressi della cattedrale della città, o di S. Restítuta a Lacco Ameno, sull'isola di Ischia, scavato in tempi recenti da P. Monti, per non parlare del grandioso complesso di Cimitile, costruito attorno alla tomba di san Felice da Paolino di Nola nel v secolo: ancora oggi qui accorrono centinaia di fedeli per partecipare durante la festa in onore del santo alla tradizionale e pittoresca processione dei «gigli» .

Μa chi erano i primi cristiαni di Napoli? E che cosa ci può dire la storia sulla nascita della comunità napoletana? Purtroppo sulle origini della primitiva Chiesa cittadina siamo scarsamente informati. Non esiste una testimonianza così sacra e così antica come quella, per esempio, della vicina Puteoli. Sappiamo, infatti, come riferiscono gli Atti degli Apostoli al cap. 28, che nella primavera dell'anno 61 della nostra era Paolo di Tarso, mentre veniva condotto a Roma per essere processato, si fermò sette giοrní a Pozzuoli invitato a trattenersi lì da alcuni «fratelli». E proprio lungo la via Domiziana gli archeologi e gli storici hanno individuato le pii antiche diocesi della Campania: oltre a Pozzuoli, Misenum, Volturnum, Cumae, Liternum, Sinuessa.

I cristiani di. Pozzuoli furono certamente in gran parte membri della locale comunità di ebrei, la quale era specializzata nei traffici marittimi e commerciali: deteneva il monopolio nella fabbricazione del vetro. Da Puteoli il messaggio cristiano deve essere poi arrivato a Napoli; proprio i rapporti facili e fiorenti tra la città partenopea e i comuni del settore occidentale e orientale del golfo non potevano non fare da veicolo a tutte le novità che in qualsiasi modo toccassero un punto qualunque dell'ampio arco del golfo. E Napoli si caratterizzava, inoltre, per costumi e consuetudini socio-politiche di stampo greco, era quindi aperta alle novità e al progresso: insomma, nella docta Parthenope di Marziale e nella otiosa Neapolis di Orazio il verbo cristiano non dovette tardare a diffondersi, e sebbene le notizie più antiche siano soltanto della fine del nι secolo, la ecclesia napoletana ebbe ben presto proseliti. Anzi, è stato giustamente osservato che la comunità cristiana di Napoli «accolse fin quasi dalle sue origini le gentes più note e ricche della città con i loro beni e le loro proprietà. Fu ρrσpriσ grazie alle donazioni dei patrizi napoletani che si venne formando, prima ancora che l'Impero divenisse cristiano, la proprietà ecclesiastica locale, che finì per prendere il posto del grande latifondo romano»8. Un segno dell'antichità della comunità cristiana di Napoli è fornita dal nome del primo vescovo della città: Asprenas. Si tratta, infatti, di un cognomen tipico della classicità romana, ricordato in molte iscrizioni di diverse città e non soltanto del litorale campano. Il nome risulta frequente, per esempio, presso la gens Calpurnia di Pozzuoli e la gens Nonia di Ercolano e Pompei. Mα la leggenda ne hα contaminato la figura e hα raccontato che Aspreno fu discepolo privilegiato di san Pietro e da lui battezzato personalmente; san Pietro, sbarcato α Pozzuoli, avrebbe evangelizzato oltre Napoli anche le cittadine confinanti spingendosi fino a Torre del Greco, Ercolano e Pompei, e finanche nella penisola sorrentina. II principe degli Apostoli in città avrebbe anche celebrato una messa e su quel luogo sarebbe sorta poi una chiesa (S. Pietro ad Aram); Aspreno e sua sorella Candida, presentata da questi racconti come la prima cristiana della città, avrebbero avuto la casa nei pressi dell'odierna piazza Borsa (nell'attuale cappella di S. Aspreno al Porto).

La storia della Chiesa di Napoli, al di là di queste tarde leggende, può però rifarsi ad un autorevolissimo libro. Si tratta del Chronicon Episcoporum Neapolitanorum, cioè della Cronaca dei Vescovi di Napoli: l'opera più preziosa e più ricca di notizie intorno al periodo compreso dalle origini della diocesi partenopea alla fine del IX secolo.

Tale catalogo fu scritto, nelle forme definitive, tra la fine del IX e l'inizio del X secolo, e fu chiamato, dal XVII secolo, in vario modo; in esso vengono riportate, trα le altre notizie biografiche e pastorali, indicazioni sulle opere edilizie, sulle chiese, sui battisteri, sui monasteri, realizzati per interessamento dei vescovi di Napoli sia nell'ambito urbano sia nell'immediato suburbio; al tempo stesso ci danno informazioni sui luoghi di depositiones dei presuli, cioè di sepoltura, contribuendo significativamente a ricostruire parte essenziale delle catacombe di Napoli. La Cronaca informa, così, che dopo Aspreno furono vescovi della città Ερitίmίto, Manone, Probo, Paolo, Agrippino, Eustazio, Efebo e Fortunato: quest'ultimo ραrteciρδ sicuramente ad un incontro di vescovi tenuto a Sardica (attuale Sofia), nel 343-344.

Mα per ricostruire le vicende della Chiesa napoletana con maggiore αffιdabilità bisogna riferirsi alle testimonianze monumentali, che nella generale decadenza economica della regione e nel conseguente trαmontο delle antiche strutture urbane, furono indubbiamente di portata limitata e non paragonabili alla fioritura delle costruzioni greche e romane. In questa direzione intra urbem una posizione preminente spetta al complesso episcopale, nei pressi dell'attuale Duomo della città, anche se non trova concordi gli archeologi sull'assetto complessivo degli edifici di cui era composto; tra questi erano le due cattedrali, la «Costantiniana» o di S. Restituta e la Stefania; i due battisteri, di S. Giovanni ad fontes maiores e il Vincenziano ad fontes minores; il consignatorium, cioè il luogo per la cresima, e l'accubitum, un locale di servizio del vescovo. Rilevante e giustamente famosa è pure la basilica di S. Lorenzo Maggiore, nel cuore del centro antico, non molto distante dall'insula episcopalis; tale edificio fu fatto costruire dal vescovo Giovanni II (morto nel 555) sulla terrazza che sorreggeva il macellum, cioè il mercato, della città, come hanno dimostrato i recenti scavi αrcheologici9.

Mα pur avendo perduto il fascino di luoghi di rifugio e di nascondíglio dei fedeli perseguitati, le catacombe di Napoli sono tra le più importanti e spesso uniche fonti per la conoscenza della gerarchia, dell'organizzazione, delle credenze, della vita privata e pubblica della primitiva comunità cristiana. Gli ambienti funerari sotterranei, anche se in qualche caso depredati nei secoli passati, mostrano architetture, tipologia dei sepolcri e spesso grande ricchezza decorativa. Attraverso lo studio delle interessanti iscrizioni, delle bellissime pitture e dei pregevolissimi mosaici si può ripercorrere lo sviluppo dell'arte e della storia napoletana dal II αl X secolo d.C.

Le catacombe più grandi

L'indagine e il racconto sistematico della Napoli sotterranea cristiana devono necessariamente prendere le mosse dalle catacombe di S. Gennaro, il complesso monumentale più noto, il cimitero più importante, il più antico e il pίù vasto per ampiezza e sviluppo. L'autore della Cronaca dei Vescovi nella biografia del vescovo Vittore (492496) ricorda che ώ suoi tempi, nel ix secolo, la catacomba si trovava ad miliarum unum dalla porta della città. Si riferiva all'antica «porta del tufo», così definita perché dava accesso alla zona delle cave di pietra delle Fontanelle; tale nome in seguito fu cambiato, la porta si chiamò di «S. Gennaro», appunto perché da essa si arrivava alle catacombe del santo patrono. E poiché l'accidentata morfologia della valle della Sanità è all'origine del tracciato dei percorsi viari, rimasti immutati sostanzialmente anche nello sviluppo del borgo, l'andamento della via a cui si riferiva il cronista non deve essere stato dissimile dall'attuale, che comprende via Vergini, via Arena alla Sαntà, un tratto di via S. Vincenzo e via S. Gennaro dei Poveri. Certamente era la via dei sepolcri anche al tempo dei Greci e dei Romani; tuttavia bisogna ricordare che porta S. Gennaro, ín età ducale, era leggermente più all'interno della città, presso il vico Limοncellο, chiamato un tempo vico dei Giudei o degli Spogliamortí. Si sa del resto che sull'andamento delle mura napoletane nell'età tardoantíca sono state formulate varie ipotesi. Sulla scorta di notizie di rinvenimenti archeologici e in base a una documentazione archivistica dettagliata M. Napoli ha ipotizzato che il circuito medievale delle mura rispettava, grosso modo, quello delle mura antiche; in questo caso il tratto nord-orientale, da S. Anello a Caponapoli, attraverso villa Chiara, rampa M. Longo, via Settembrini e via Forcella, giungeva nei pressi di S. Agostino alla Zecca. Al contrario, il tracciato meridionale e occidentale restano dibattuti: forse la murazione, deviata già nel IV secolo a.C. verso piazza Bellini, andava da S. Anello fino a S. Domenico, passando per via del Sole (oggi via Duomo). Durante il regno di Valentiniano m, intorno a 1440, sono attestati un restauro o una risistemazione delle mura, che seguivano il percorso di ruα Catalana fino a via del Porto, l'attuale via De Pretis, parallelamente al mare, fino a ricollegarsi con gli avancorpi fortificati costruiti tra piazza Borsa e via Mezzοcannοne.

Ad ogni modo le catacombe erano fuori dalle mura, extra moenia, a circa 1500 metri dalla porta. L'ingresso attuale non corrisponde a quello antico; oggi si accede al cimitero da un viale ricavato nei giardini della basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio, a Capodimonte. Ciononostante entrarvi è ancora emozionante e suggestivo.

Una moderna scala metallica, sistemata allargando un antico lucernario, immette immediatamente nella parte centrale del grandioso ambulacro del piano superiore. La forte e chiara luce solare si spegne; a fatica gli occhi si adeguano al nuovo effetto, mentre la grave umidità dei sotterranei suscita un intenso ma breve brivido di freddo che pervade il corpo. Il visitatore ha appena il tempo di ambientarsi e di guardarsi intorno che un vivo chiarore lο cattura e lο invita a procedere innanzi. Scoprirà presto che un taglio nella roccia, forse nel vτ secolo, ha separato i due livelli che oggi caratterizzano le catacombe, un tempo accordati, e ha reso di conseguenza un breve tratto del cimitero sub divo, aperto. Ancora qualche passo più avanti e si trova davanti lο straordinario intreccio delle gallerie del livello inferiore, da dove finalmente comincerà a investigare la natura di quel singolare monumento.

Il complesso monumentale di S. Gennaro è di straordinaria estensione; ora si presenta unico, ma è il risultato di ampliamenti e fusioni di almeno 5 ipogei un tempo separati; si sviluppa su due livelli: esso ha costituito significativamente l'elemento che più di ogni altro nel borgo dei Vergini ha rappresentato continuità e sviluppo nelle successive epoche. Nonostante le trasformazioni e le alterazioni i centri iniziali e lο sviluppo del cimitero sono facilmente individuabili. È chiaro agli archeologi, che hanno in questi ultimi decenni compiuto eccezionali scoperte, che il nucleo più antico è da ritenersi il cosiddetto «vestiboΙο inferiore», sorto tra la fine del II e gli inizi del III secolo, da cui si sono sviluppati in fasi successive gli ambulacri della catacomba di livello più basso. In origine era un sepolcro probabilmente di una famiglia gentilizia, che dovette tuttavia convertirsi ben presto al cristianesimo e concedere alla comunità cristiana l'ipogeo e la zona attigua. Infatti difficilmente si può spiegare il possesso pubblico di una così vasta area, se non pensando a una benevola e gratuita concessione del cimitero da parte di una facoltosa gens.

Il grande vestibolo venne liberato completamente dalle terre e dalle murature posteriori solo negli scavi di monsignor G.A. Galante, ai primi del Novecento, solo allora se ne poté comprendere la forma singolare e ammirare la decorazione della volta, che ha suscitato in ogni studioso meraviglia e sorpresa; è costituito da una vasta sala trapezoidale lunga più di 16 metri, larga quasi 6 all'ingresso e 11 al fondo, con uno sviluppo sul lato settentrionale di altre quattro sale minori di forma rettangolare. Il larghissimo soffitto fu sollevato progressivamente dai fοssοres fino a un'altezza di più di 6 metri dal suolo. Le piccole aule laterali furono usate per la sepoltura dei componenti della famiglia patrizia, di cui nulla si può dire, poiché non sono note iscrizioni o fonti che la individuano. La grande sala, invece, serviva quasi esclusivamente per i rituali del culto funebre, nonostante la presenza di sei sarcofagi distribuiti ai lati dell' ambiente, che sarebbero stati ricavati da un banco tufaceo solo al principio del IV secolo. Fu in questo tempo o poco prima che venne sepolto in uno di questi originari ambienti il corpo di sant'Agrippino, sesto vescovo di Napoli e primo patrono della città. La presenza della sua tomba venerata, sistemata poi in una basilica ottenuta da varie trasformazioni strutturali, diede impulso e sviluppo alla evoluzione dell'ipogeo gentilizio da privato in cimitero comunitario.

Quindi dalla seconda metà del IV secolo, contemporaneamente alla utilizzazione e alla trasformazione delle aule intorno al vestibolo, seguì la nascita in grande stile della catacomba inferiore e furono aperte nelle pareti di fondo tre alte e larghe gallerie, lunghe dai 60 ai 70 metri, con nicchioni sovrapposti sulle pareti laterali e su quelle di fondo. Anche se lο scavo dovette durare a lungo, per lο meno 200 anni, si ha l'impressione che il cimitero si sia sviluppato con un progetto unitario nel quale è evidente lο schematismo e la regolarità che appare già nel ritmico continuum delle arcate e nella distribuzione degli ambienti; gli ambulacri sono ortogonali al vestibolo, quasi fossero i «decumani» della necropoli, mentre ad angolo retto si diramano dai due lati numerose gallerie più piccole, come fossero dei «cardini».

Grandiose sono le sue architetture e varia la forma dei suoi sepolcri. Tra essi interessanti sono le molte stanze funerarie di piccoli nuclei familiari, i cubicoli, con ingressi decorati e incorniciati da colonnine intagliate nel tufo, una diversa dall'altra; ciascuna stanza aveva un sistema di chiusura, come si deduce dai fori ai lati degli ingressi. I cubicoli hanno le forme più diverse: quadrati, rettangolari, absidati, poligonali; in alcuni casi sono «geminati» (cubiculum duplex). Hanno le volte in piano o a crociera o a botte o a cupola più o meno ribassata; sono dotati di nicchiette per i lumi e le lucerne e alcuni conservano anche tracce di mensole per le offerte e i pasti funebri. Sulle pareti erano le pile dei loculi, ordinati e regolari, grandi o piccoli, a secondo dell'età del defunto, monosomí, bisomi, eccetera, a secondo del numero delle salme che contenevano. Variamente distribuite erano le mensole e le nicchiette dove si posavano le lucerne a olio per illumínare gli ambienti; lumi erano anche davanti alle tombe. Mα per fornire agli ambulacri maggiore luce e aria c'erano speciali aperture quadrate, i cosiddetti lucernari, oggi m gran parte chiusi.

La catacomba superiore al contrario, molto più di quella inferiore, conobbe differenti periodi di sviluppo. Tuttavia è provato che anch'essa ebbe origine da un sepolcro primitivo, oggi chiamato «vestibolo superiore». Studiato α partire dal 1832, è giustamente famoso per gli affreschi che ne adornano la volta, nei quali sono da individuare le più antiche rappresentazioni cristiane non solo di Napoli, ma della Campania intera. L'ipogeo, scavato nel lato occidentale della collina di Capodímonte non più tardi del secondo decennio del III secolo, cioè del 210-220 d.C., non dista che pochi metri dal sepolcreto gentilizio del piano inferiore, ma si trova ad un livello più alto. Vi si accedeva certamente dalla stessa strada pubblica, sulla quale peraltro erano altri ipogei oggi interrati. Era formato da due sale più o meno quadrate, ciascuna di circa 7 metri per lato; ma pure avendo la stessa volta, hanno un piano di calpestio differente, per cui sono collegati da una breve scala di tufo di cinque gradini. L'ambiente non era destinato solo alle sepolture, ma anche alle riunioni del culto funebre, come sembra confermare un banco roccioso che corre lungo le pareti laterali. Si trattava certo di stanze più modeste del grandioso vestibolo inferiore, viceversa erano più intime e raccolte, proporzionate del resto alla disponibilità dei proprietari che dovevano essere più numerosi, ma meno ricchi dei vicini: sembra probabile, in questo caso, che a differenza del vestibolo inferiore l'ipogeo superiore sia stato fin dall'origine un piccolo cimitero della primitiva comunità cristiana di Νapoli.

Α questo sepolcreto si aggregò ben presto quella che gli archeologi definiscono lα «zona greca», un altro antico ipogeo forse appartenente agli stessi proprietari del vestibolo superiore, infatti dalla prima aula attinsero la luce mediante due finestre elegantemente collocate; tale zona ha caratteristiche che non si ripetono in nessun altro punto del complesso catacombale ianuariano e non rientrano negli usuali schemi architettonici e decorativi: li occupano molteplici tombe, anche nel suolo delle gallerie, e li abbellisce un singolare rivestimento pittorico. Interessanti sono i noni dei defunti dipinti sugli affreschi; oggi se ne leggono a fatica pochi, ma un tempo ne furono contati una quarantina: quasi tutti nomi latini traslitterati, cioè scritti in greco (ragione che diede il nome alla zona); tra essi Annia, Tertullus, Marcianus, Iusta, Ρaυla, Rufina, Fructuosus. L' intenso sfruttamento delle gallerie e del suolo ha fatto dire a U.M. Fasola che qui «è possibile che ci troviamo di fronte al primo cimitero della nascente comunità cristiana di Ναpoli».

Α questi due primi ambienti si aggiunsero più tardi nel piano superiore delle catacombe altri grandiosi ipogei, così che complessivamente il piano raggiunse una lunghezza di oltre 100 metri. Mα in questo caso lο sviluppo del cimitero fu dovuto alla tomba di S. Gennaro: i suoi resti mortali, traslati da Pozzuoli dove subì il martirio verso l'anno 305, furono sistemati degnamente in un cubicolo della catacomba dal vescovo di Νapoli Giovanni i, tra il 413 e il 432. Α partire dal V-VI secolo la devozione verso il martire causò manifestazioni architettoniche impegnative e ardite, oltre a determinare il nome mοderno del cimitero; la catacomba superiore fu trasformata in basilica sotterranea minor di S. Gennaro, variamente descritta dalle fonti letterarie e che per la sua arditezza e ampiezza, fino α 6-7 metri, riempie di meraviglia i visitatori: in essa il luogo dove furono deposte le reliquie di S. Gennaro fungeva da cripta o cοnfessiο, mentre in una stanza superiore trovarono alloggio le sepolture privilegiate dei vescovi di Napoli, abbellite da luccicanti e preziosi mosaici con i loro ritratti. Invece, all'estemo della catacomba, tagliando la collina, fu costruita, sempre dedicata al santo, una più imponente e grandiosa basilica, la maior o extra moenia.

Dαl V al IX secolo le catacombe conobbero una fioritura artistica e cultuale senza precedenti. Tre scale collegavano i due piani delle catacombe, e anche se avevano gradini alti e scomodi comunque permettevano α grandi folle di pellegrini e devoti l'introitus ad martyres, vale a dire l'accesso alle tombe venerate di san Gennaro e sant'Agnppino e a quelle dei santi vescovi deposti nel cimitero. Tra il 762 e il 766, poi, ripαrò nelle catacombe il vescovo Paolo II, poiché coinvolto nel periodo drammatico delle lotte iconoclaste. È stato detto che più che il culto delle immagini in quella questione era in gioco per Napoli l'adesione politica a Bisanzio o α Roma: fu l'avvenimento che contribuì a separare definitivamente l'oriente cristiano dall'occidente; per Napoli provocò la naturale «incardínazione» della Chiesα cittadina in quella romαna. Durante la sua permanenza presso le catacombe, il vescovo fece cοstruíre una vasca battesimale, proprio al centro del grande vestibolo inferiore, e un triclineum, vale a dire una sala per l'assistenza caritativa ai poveri.

Mα nell'anno 831 il cimitero subì un colpo assai grave. Sicone, principe longobardo di Benevento, durante un vano assedio posto intorno α Napoli, s'impossessò dei resti di san Gennaro e li trasportò solennemente a Benevento, città di cui il santo era stato vescovo. Le catacombe caddero in uno stato di abbandono; per questo, pochi anni dopo quanto aveva compiuto Sicone, íl vescovo di Napoli Giovanni IV lο Scriba (842-849) trasportò in città i corpi dei vescovi tumulati nelle catacombe, e non solo in quelle di S. Gennaro: tra i presuli. alcuni erano venerati come santi. Il suo successore, Atanasio I (850-872), affinché i santuari cimiteriali fossero conservati al culto, affidò la catacomba ai Benedettini; pertanto fece demolire antichi edifici sacri esistenti presso il cimitero e vi fece edificare un monastero e restaurare la basilica extra moenia. Così continuarono nella catacomba o presso di essa sepolture di personaggi illustri della Napoli ducale, egualmente proseguirono i pellegrinaggi al cimitero e alle varie basiliche annesse. Come quello ricordato nelle costituzioni rituali dell'arcivescovo Giovanni Orsiní (1334), in esse è detto che nella domenica delle Palme l'arciνescονο con gli altri canonici si portavano in solenne cavalcata fino ώ monastero di S. Gennaro e lì cantavano la messa.

Alla fine del. Medioevo i monaci abbandonarono quei luoghi, il monastero fu trasformato in ospedale per interessamento del cardinale Carafa (è l'attuale ospedale di S. Gennaro dei Poveri); la basilica maior venne quasi del tutto rifatta (XV secolo), ma la si pavimentò con le lapidi e il marmo rubato dalle tombe delle catacombe. Nel 1656, poi, i cadaveri di molti appestati furono ammucchiati negli ambulacri catacombali e per questo furono arrecati molti danni ai sepolcri: furono disperse iscrizioni, sarcofagi, vasi, lucerne e varia suppellettile. Infine, durante l'ultima guerra gli ambienti del cimitero furono usati in diversi modi: come ricovero antiaereo, come sala operatoria di emergenza per il vicino ospedale, come deposito di munizioni dei soldati tedeschi. Tuttavia quanto resta oggi del più antico e più importante cimitero cristiano di Napoli è ancora notevolissimo.

La catacomba di S. Gaudioso è il secondo cimitero paleocristiano di Napoli per ampiezza e valore. L'ingresso attuale è dalla chiesa di S. Maria della Sanità, volgarmente nota Come chiesa di S. Vincenzo. Secondo le indicazioni della Cronaca dei Vescovi si trovava in medio itinere, cioè a mezza strada tra la catacomba di S. Gennaro e la porta omonima. Essa deriva il toponimo da Settimio Celio Gaudioso, vescovo di Abitine, una località non identificata dell'Africa proconsolare. Come sembra, fu esiliato con altri ecclesiastici nel 439 da Genserico, capo dei Vandali, che intanto avevano conquistato la ricca regione nordαfricanα; stabilitosi a Napoli, morì intorno al 1452, quando aveva circa 70 anni: fu deposto il 27 ottobre in ima tomba del cimitero della Sanità, che da lui appunto prese il nome.

Il suo culto si diffuse immediatamente e fu comunque notevole; si pensi che il biografo della Cronaca nel racconto delle gesta del vescovo Nostriαnο (432-449) ricorda che questi «sepultus est in ecclesia beati Gaudiosi Christi confessoris», vale a dire che fu inumato nella chiesa del santo Gaudioso. E in uno dei cubicoli della catacomba ancora ai nostri giσrni si è creduto di potere localizzare la sua tomba.

Il cimitero ha subito, purtroppo, molte trasformazioni e manomíssioní, così che definirne i precisi contorni di estensione è difficile, allo stesso modo non è facile dire se vi siano stati locali più antichi di quelli attuali, datati di solito al ν ο al vι secolo. Alcuni ambienti, infatti, furono distrutti per estrarre le pietre necessarie alla costruzione della chiesa soprastante. Il grandioso edificio progettato ambiziosamente dai Domenicani napoletani fu realizzato nel XVII secolo con il concorso del genio ideativo di un famoso monaco-architetto, fra' Nuvolo; egli seppe abilmente risolvere i due input costruttivi .più delicati che gli si prospettavano: salvaguardare (in parte) la memoria storica del luogo e terrazzare il monte dalle diverse quote. Tale struttura, situata proprio al centro del borgo, rappresentò da allora í1 fulcro di irradiazione intorno al quale si è sviluppata la più intensa concentrazione residenziale della valle.

Altre zone della catacomba, quindi, furono stravolte o colmate di terra per portare allo stesso livello l'area nella quale doveva sorgere la chiesa; ma soprattutto gran parte degli ambienti cimiteriali furono allagati e interrati dalle abbondanti allυviοni di fango e terra che di frequente si verificarono in questa zona. Fu sgombrata da questo vario materiale dal padre Odorico dell'Acerra su ordine del Guardiano del convento di S. Maria della Sanità, il padre Luigi Barbato dei frati Mínori. Lo stesso padre Odorico fu il primo custode ufficiale di questo complesso. Invece, gli scavi archeologici più seri condotti nella catacomba sono quelli di A. Bellucci, eseguiti negli anni Trenta; egli mise in luce nuove e interessanti zone.

Alla catacomba si accede oggi dαll’ίnterno della chiesa, da un ambiente noto come il «succorpo», in origine parte di un ambulacro del cimitero o, più verosimilmente, parte di un ipogeo simile a quelli delle catacombe di S. Gennαro. Su tale ambiente si affacciavano i cubicoli a destra e a sinistra, indipendenti l'uno dall'altro, tutti affrescati e mosaícati. I vari accessi al cubicoli furono murati dagli stessi Domenicαni per sistemare dodici altarini, 6 per lato, che custodirono dal 1616 reliquie ritenute provenienti dalle catacombe e dalle chiese di Roma, portate a Napoli da padre Timoteo, allora vescovo di Marsico, in Basilicata. Al di sopra degli altari sono altrettante pitture raffiguranti le gesta eroiche dei santi; sono sembrate opera di un allievo del Solimena, Bernardino Fera. Inserite nel pavimento, invece, sono una decina di lapidi marmoree del Cinquecento e del Seicento appartenenti alle illustri sepolture di alcuni napoletani; tra esse sono le epigrafi del nobile Giovanni Tommaso Caracciolo, morto l'ultimo di agosto del 1584, di Laura Bonella, morta nel 1630, proveniente dalla nobile famiglia dei Barulí, di Isabella Bucca d'Aragona, morta pure nel 1630, discendente della numerosa stirpe dei marchesi di Alfadena, di don Gennaro del Giudice, insigne patrizio del seggio di Nido e signore di Torello, che mori a 60 anni nel 1690, di Marcello Marciano, consigliere del re, morto nel 1694.

La catacomba, attualmente, si caratterizza, oltre che per il cubicolo con la tomba di san Gaudioso e pochi altri ambienti, per l'ambulacro centrale, lungo circa 30 metri, largo dai 2 al 3 metri; lungo le sue pareti si aprono 13 cubicoli, anche a due piani, che di certo avevano un qualche sistema di chiusura. Alcuni di essi presentano affreschi, altri mosaici. Di straordinario fascino e mistero è, poi, la zona detta della «cisterna» che si sviluppa sul lato est della catacomba. Si tratta di una vasta sala ipogea, lunga circa 25 metri, larga e alta dagli 8 al 10 metri, certamente in origine facente parte della catacomba, ma in seguito utilizzata per le sepolture dei frati Domenicani e ρerciò notevolmente sconvolta.

Il cimitero cristiano di S. Gaudioso fu abbandonato alle soglie dell'anno Mille, anche a causa della traslazione in città dei corpi di Gaudioso e Nostriano, che qui come a S. Gennaro fu operata dal vescovo Giovanni IV; in seguito le «lave» ne occultarono l'ingresso e vari ambienti. Alla fine del Cinquecento si rinvenne casualmente 1' immagine della Madonna dipinta nel succorpo, e i miracoli seguenti determinarono la volontà di edificare in quel luogo un tempio dedicato alla Μαdre delle «guarigioni», cioè della salute, che detta alla napoletana è la Madonna della Sαnítà: da qui ίl nome anche del borgo.

Le catacombe minori

Nel tratto di strada compreso tra la catacomba di S. Gaudioso e ίl complesso sangennariano erano la catacomba e la basilica di S. Vito, sconosciute al cronista del catalogo dei vescovi, ma luogo di culto almeno fino all'ultimo quarto del XV secolo. Di questa catacomba, tuttavia, resta solo la testimonianza di studiosi che l'hanno vista e descritta nel Seicento e Settecento; si troverebbe, secondo alcuni archeologi, nei pressi dell'ex ospedale S. Camillo (oggi centro di recupero per tossicodipendenti); da anni ρerδ si cerca di localizzarla senza risultati. Μ suoi tempi, C. Celano ne vedeva ancora alcune parti con pittime e mosaici, mentre secondo A.A. Pelliccia l'ingresso alla catacomba fu murato una prima volta dai monaci Carmelitani alla fine del Quattrocento poiché intendevano difendersi dalle scorrerie continue dei ladri che vi trovavano rifugio. Gli stessi monaci ampliarono nel secolo seguente la chiesetta e la dedicarono a S. Maria della Vita, perché durante i lavori di sbancamento di una parete di tufo dell'edificio paleocristiano si rinvenne una pittura raffigurante una Madonna.

Al contrario la Cronaca dei Vescovi ricorda che seguendo la strada che portava alla catacomba di S. Gennaro si trovava una chiesa cimiteriale costruita durante l'episcopato del già conosciuto Vittore, alla fine del v secolo, e dedicata a sant'Eufemia, una martire di Cαlcedοniα (oggi Kadíkby, in Turchia) che ebbe grande culto nell'Italia meridionale. In questa chiesa lο stesso vescovo venne sepolto. L'edificio attuale si trova proprio all'angolo di vico Lammatari, consiste in una piccola aula, larga circa 6 metri e lunga circa 10-12 metri, la quale conserva scarse tracce di decorazioni ottocentesche in stucco, ma nulla di antico, poiché al molti rifacimenti si è aggiunto nel 1973 un incendio che l'ha distrutta in parte. Oggi nella chiesa hanno trovato posto un elettrauto e un carrozziere.

Un' altra basilica cimiteriale la Cronaca la dice posta a quasi 4 stadi dalla porta di S. Gennaro; in essa furono sepolti i vescovi Fortunato e Massimo, a cui qualche studioso ha attribuito la costruzione sul finire del IV secolo. Nel Seicento e Settecento alcuni eruditi napoletani dichiararono di averne visto resti fatiscenti, in cui erano le immagini dei due santi vescovi; oggi non resta nessuna traccia monumentale. È molto probabile, come dimostrano alcuni documenti archivistici, che la chiesa cimiteriale fosse ubicata in prossimità dell'attuale piazza della Sanità. Anche questo santuario dovette essere abbandonato dopo il trasporto in città dei corpi di Fortunato e Massimo, prima del IX secolo.

Un polo di irradiazione importante per il quartiere dei Vergini ha rappresentato, invece, la basilica di S. Severo e la catacomba annessa. Vescovo di Napoli per circa 47 anni, tra il 364 e 11410, Severo è una figura emblematica del travagliato passaggio tra tardo paganesimo e cristianesimo. In città in quel tempo vivevano circa 30-35.000 abitanti, e non tutti erano cristiani, molti erano rimasti fedeli alle credenze religiose tradizionali. Napoli era una città, anzi, ancora fortemente legata alla religione grecoromana, tanto che alcun suoi cittadini chiesero la visita del sommo pontefice del paganesimo, che in quel tempo era Quinto Aurelio Simmaco, console del 391. Quest'ultimo, in verità, pur essendo un acceso polemista dell'antica religione di Roma, seppe riconoscere e apprezzare l'Onestà dei vescovi cattolici, e specialmente per il napoletano Severo ín più occasioni manifestò la sua stima e il suo caloroso affetto. Μa quegli anni erano comunque difficili. Da più decenni era cominciata l'agonia di Roma, e nel 401 il goto Alarico iniziò la sua impresa di conquistare l'Italia: nella notte del 24 agosto del 410, pochi mesi dopo la morte di Severo, il capo dei Goti irruppe nella città eterna e la mise a ferro e fuoco; dopo 3 giorni prosegui verso il Mezzogiorno, devastando la Campania. La romanítà era finita, l'Impero d'Occidente perduto, e l'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, incarcerato (in Castel dell'Ovo).

Occorreva, quindi, una saggia e ρrudente azione. E Severo in questo tempo di transizione e travaglio si presentò non solo con una intensa opera pastorale, ma anche con una grande attività costruttiva. La Cronaca dei Vescovi informa che egli fece costruire 4 basiliche, di cui una fuori dalle mura e vicina alla chiesa di S. Fortunato. In questa basilica egli fu sepolto, e qui il suo corpo rimase almeno fino alle traslazioni di Giovanni IV, nel IX secolo.

Della basilica sepolcrale del santo non rimane oggi che il titolo, poiché trasformata e mutilata variamente nel Medioevo, fu rinnovata nelle definitive forme di barocco napoletano nel 1680, su progetto di Dionisio Lazzari. È presumibile, come sostenne G.A. Galante, che scavò il cimitero nel 1867, che la sua costruzione fosse in stretta relazione con la catacomba, nel senso che la navata principale si impiantò sull'ambulacro più grande del cimitero, in parte distruggendolo: l'abside della chiesa, invece, doveva essere stata costruita direttamente in corrispondenza della tomba di Severo.

Così oggi della catacomba di S. Severo, sorta intorno al IV-V secolo in una proprietà del santo, rimane ben poco: si trova a 1 metro circa al di sotto del pavimento della chiesa, è composta di soli 2 cubicoli, di cui il più grande misura circa 2,70 metri di larghezza e circa 3,30 metri di lunghezza, di 3 arcosoli, ma con interessantissime pitture di recente restaurate del V e VI secolo, e di diverse formae, le tombe «terragne» ρίù povere scavate nel pavimento.

Se le catacombe napoletane furono ubicate prevalentemente nella zona extraurbana del quartiere Vergini-Sαnítà, la catacomba di S. Efebo (o Eufebio), al contrario, si trονa presso la chiesa attuale di S. Eframo vecchio, o dell'Immacolata Concezione. Essa fu scavata sul versante di Capodichino, alle pendici del monte Lanzata, in una zona a cavaliere tra gli Ottocalli e il pendio di S. Maria degli Angeli alle Croci.

Efebo occupa l'ottavo posto nella serie dei vescovi napoletani. Di lui la Cronaca dei Vescovi seppe poco, così secondo l'etimologia del nome lο dice di aspetto bello, e ancora ρίù bello di animo, tanto che fu a capo del popolo di Dio e lο governò coscienziosamente. Fu sepolto prima nel cimitero che divenne celebre e fu a lui intitolato, poi nella basilica detta «Stefania», infine, in epoca imprecisabile, i suoi resti furono riportati nuovamente fuori della città, nella chiesa a lui consacrata, dove sarebbero stati ritrovati, secondo un leggendario racconto nel 1591, insieme a quelli di altri due santi vescovi di Napoli: Massimo e Fortunato. Le ossa sono Ora collocate nell'altare maggiore dell'odierna chiesa di S. Eframo, realizzato nel 1773 dal «marmoraro» Michele Salemme, che peraltro utilizzò elementi più antichi.

La chiesa, che deriva il nome dalla mutazione di Efebo in Eusebio o Efremo, risale ai primi del xvi secolo; fu fatta costruire dai frati Cappuccini, a cui venne anche affidato il convento nel 1530, secondo i criteri di semplicità e sobrietà propri dell'ordine. Nel Settecento fu eseguito un parziale restauro, a cui si devono gli unici elementi decorativi della struttura, quali i cinque Ovali maiolicati della facciata, il quadrante maiolicato dell'orologio, il coro ligneo e la sacrestia. Del Settecento è anche la tela che adorna l’altare maggiore, attribuita a Jacopo Cestaro: essa raffigura S. Efebo tra i Ss. Fortunato e Massimo.

La prima traslazione del corpo di Efebo, quella nella «Stefania», anche in questo caso è da mettere in relazione con la situazione della Campania nei secoli VIII-IX; la regione era tormentata dalle incursioni dei Saraceni e dominata dai Longobardi che, forse più dei primi, costituivano un pericolo per le reliquie dei martiri e dei santi. Fu anche per questo, come più volte abbiamo detto, che il vescovo napoletano Giovanni lο Scriba nel ix secolo fece traslare i corpi dei suoi predecessori dai luoghi catacombali dove erano sepolti e li fece inumare nella Stefania.

Della catacomba parlano variamente le fonti. Nella Cronaca dei Vescovi, nella vita di Orso, vissuto nella prima metà del v secolo, si legge che questi fu sepolto nel cimitero dove riposava anche il beato Efebo: la notizia è doppiamente importante: da un lato indica l'esistenza della necropoli, dall'altro fornisce indizi sulla sua «durata», almeno dal m secolo, quando vi fu sepolto Efebo, alla prima metà del v, con la sepoltura di Orso.

Dell'esistenza di un coemeterium Ephebi informa anche un favoloso «Libro dei Miracoli» del santo, quando racconta di un chierico che guardando attraverso le fessure della porta della chiesa vide un fumo prodigioso che penetrava per gli anditi e le caverne adiacenti al tempío.

Anche Carlo Celano nella sua celebre opera parla della catacomba di S. Efebo, affermando di averla perlustrata personalmente quando, in seguito a un temporale, nel 1641 si apri un varco su di una grotta in una villa nei pressi della chiesa.

Μα la sicura identificazione del cimitero fu compiuta da G.A. Galante, nel 1908, sulla scorta di notizie storiche e da A. Bellucci con l'ausilio di documenti fino ad allora inediti del XV e XVI secolo, nel 1931.

Molto poco rimane però della catacomba, soprattutto sono in massima parte perdute le decorazioni e le iscrizioni. Il complesso si presenta notevolmente sconvolto, a causa dell'inserimento di ambienti posteriori: durante il XVI secolo, come pare, furono aperte alcune cisterne, di notevole profondità, che distrussero in più parti diversi ambienti del cimitero; inoltre la costruzione dell'attuale chiesa provocò in più punti non solo l'obliterazione di zone catacombali, ma anche la chiusura di diverse gallerie.

Comunque, lungo due segmenti di corridoi, ora separati, si aprono numerosi cubicoli di grande interesse, con molte tombe «terragne» e vari loculi alle pareti. Anche qui le caratteristiche più rilevanti che è possibile definire riguardano le dimensioni degli ambienti, che si presentano piuttosto larghi e spaziosi, come nelle altre catacombe di Νapoli.

(da "Le catacombe di Napoli" di G. Liccardo)


    

 

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Ultimo aggiornamento:  05-04-07