









|
|
|
Durante tutto il periodo preclassico e classico la
Grecia antica non conobbe la poesia «letta» nel significato nostro della
parola. Le composizioni poetiche venivano:
a) recitate senza accompagnamento musicale da
aedi e rapsodi di professione, i quali si recavano di festa in festa e
di città in città ove speravano trovare uditori e guadagni;
b) recitate su leggero accompagnamento di aulo,
strumento musicale a fiato, ad ancia, affine alla ciaramella;
c) cantate, ad una voce o a piu voci, con
accompagnamento vario (o di strumento a corda, o di strumento a fiato, o
di ambedue).
L'accompagnamento auletico delle composizioni
recitate (gruppo b) aveva il compito di segnare e ravvivare con
nettezza il ritmo e di dare il tono giusto al recitante.
Gli aedi piu antichi, quali sono ricordati nell'epos
omerico, hanno sempre da presso la phorminx, grossa cetra a sette
corde, di tono grave, usata per solo accompagnamento. Per riposare e
riprendere fiato, gli aedi fermavano la recitazione, riempiendo la pausa
con leggeri arpeggi: e magari si servivano della forminx anche per
preludiare. Ma nei tempi classici gli 0meridi che, seguendo il costume
degli antichi aedi, si recavano di città in città per recitare brani di
canti epici, non sembra seguissero ancora quest'uso. Invece la
recitazione si accostò sempre maggiormente al modello drammatico.
Sintesi di tutte queste forme di arte furono la
tragedia e la commedia attica le quali, nelle varie parti, accolsero i
recitati degli attori, i recitativi, con
parakatalogh
auletica, del corifeo, e i canti veri e propri del coro. Col tempo la
tragedia accolse anche canti e duetti lirici affidati agli attori.
Abbiamo visto che i sistemi della lirica latina, in
linea di massima, vanno misurati per piedi. I sistemi della poesia greca
procedono altrimenti e già dall'età attica furono distinti in due
classi, dei metri e dei ritmi.
-
Alla prima appartenevano quei generi che si
avvalevano di versi definiti (esametro e penta metro dattilici;
monometri, dimetri e tetrametri anapestici; dimetro e trimetro
giambico; tetrametro trocaico), cioè i generi della poesia recitata
o modulata con accompagnamento di aulo;
-
alla seconda facevano capo i cosiddetti
melh,
cioè tutti i generi nei quali la parola era strettamente congiunta
alla musica, ed inconcepibile ed inconcepita senza di quella, in
altri termini tutta la melica, sia monodica che corale. Solo in età
ellenistica la melica monodica, liberata dalla musica, fu intesa in
qualche modo simile per natura ai metri, e i suoi incisi
ritmici intesi come versi, creandosi cosi il presupposto concettuale
che sta alla base della ritmica catulliana ed oraziana. Ora, mentre
i metri già ab antiquo procedevano per misure isocrone, cioè
per funzioni quantitative uguali e ripetentisi in numero definito
per ogni verso, i ritmi procedevano per basi più o meno
libere, cioè per misure metriche nella maggioranza dei casi non
isocrone. Cosi fino a tutto il quinto secolo, nella cui seconda metà
gli studi musicali cominciarono a progredire assai. Scoperto il
valore matematico degli intervalli della scala musicale, scoperto il
valore assoluto del <<tempo>> nel procedere del ritmo, non solo da
una musica composta in via empirica si passò ad un'altra composta
secondo scienza, ma si tentò l'interpretazione totale del patrimonio
poetico dei secoli precedenti secondo una concezione nuova ed in
parte aliena dai documenti stessi.
Nella melica greca delle età ionica ed attica ritmo
musicale e poetico nascevano insieme dalla quantità delle sillabe e
dalla successione delle parole; ed il poeta, nel comporre, si
preoccupava più del ritmo di tutto il periodo musicale e poetico che non
degli incisi uno per uno; i secondi s'atteggiavano in funzione del
primo. Nelle composizioni dei melici maggiori il verso, nel senso nostro
della parola, non appare quasi mai. Esaminando il solo testo lo si
potrebbe definire più una prosa numerosa che una successione di
cosiddetti versi. Si dirà che questi, nelle edizioni che abbiamo
sott'occhio, come già nei codici ed in molti papiri, compaiono sempre.
Ma si risponde che quella disposizione, o colometria, non è originaria,
cioè non rimonta al poeta. Quei pseudo-versi sono per lo più fermati da
filologi alessandrini che, fornendo edizioni di solo testo di poemi già
musicati, credettero bene disporli cosi, a mostrare, già visivamente,
che si trattava di opere di poesia; e non va taciuto che dello stesso
testo editori diversi fornirono colometrie diverse. Non si nega certo
che le colometrie ellenistiche molto possono conservare degli incisi
originari del periodo ritmico; si avverte soltanto che vanno esaminate
con cautela prima di accoglierle, e mai dimenticando ch'esse medesime
propongono distinzioni colari d'un periodo, più che versi.
Come pei versi latini, è uso leggere anche i versi
greci secondo ictus intensivi, più o meno rigidi, incidenti sulle
sillabe in posizione forte nell'ambito di piedi e metri. Bisogna però
distinguere. Se intendiamo leggere secondo l'interpretazione stichica
fornita dai grammatici ellenistici, o nel modo, di origine medievale,
propugnato dai metricisti anglo-tedeschi tra settecento ed ottocento,
quella lettura è legittima. Se crediamo invece ricostruire al nostro
orecchio il ritmo di quegli incisi, qual era sentito in età preclassica
e classica, quella lettura non ha senso. Come i Greci dell'età aurea
modulassero i versi di Omero, come recitassero e cantassero le loro
forme liriche, ci è affatto ignoto. Gli studi più severi concordano nel
rigettare il principio dell'ictus e nel ritenere l'antico accento
greco di natura non intensiva, ma musicale, come già si è detto: non
percussione dovuta all'emissione del fiato, ma sollevamento di tono
rispetto a quello secondo il quale venivano pronunciate nella parola le
altre sillabe. Il verso greco pare si risolvesse in pura alternanza di
lunghe e brevi, sentite nel flusso della varia lunghezza e con
elevazioni tonali piu o meno decise, parola per parola, in rapporto
all'acutezza e alla gravità vocalica delle singole sillabe, ed al
fonismo diverso delle consonanti che con le vocali stesse facevano
gruppo. Insomma un naturale <<melologo>>, una musica parlata, del
tutto remota dalla nostra consuetudine e dalla nostra sensibilità.
È ovvio, stando cosi le cose, che converrà o
didatticamente attenersi agli schemi degli studiosi ellenistici, nella
revisione moderna suaccennata, e giovarsi degli ictus, o
limitarsi all'indagine delle forme liriche nella loro probabile
costituzione, senza avventurarsi troppo in una recitazione ritmica
illusivamente rinnovatrice.
Nella Grecia antica periodi ritmici e versi non
nacquero tutti da una medesima <<concezione>> metrica. Mentre i sistemi
ionici e dorici, almeno in età classica, furono coerenti ad un ritmo
procedente per metri nei quali, salva l' agwgh,
interessava la somma dei valori singoli più che la figurazione cardine;
invece i metri eolici mantennero successioni di basi rigide per numero
di sillabe e per quantità sillabica. Si potrebbe dire che mentre i
sistemi ionico-dorici furono più intimamente legati al sostrato pregreco,
i ritmi eolici accettarono invece abbastanza, sia pure in vario grado,
dalle linee tecniche della versificazione indoeuropea. Di qui il
siIlabismo dei versi eolici, che resisté intatto anche nelle derivazioni
latine di Catullo e di Orazio.
I versi recitativi
L'esametro greco ha un carattere più pronunciatamente
dattilico rispetto all' esametro latino. Le realizzazioni spondaiche
sono ammesse con più larghezza nella prima parte del verso che nella
seconda.
Altre importanti differenze riguardano le incisioni:
nell'esametro greco è vietata la fine di parola dopo il quarto trocheo
(ponte di Hermann); dopo fine di parola dopo il quarto piede è
nettamente preferita la realizzazione dattilica. Con l'esametro latino,
il greco divide il rigoroso divieto di bipartizione dell'esametro in due
metà uguali con un una incisione dopo il terzo piede.
La incisione del terzo trocheo è molto più frequente
che in latino. L'elisione non costituisce un ostacolo per l'incisione.
Nella storia dell'esametro greco si distinguono tre
periodi (l'omerico, il callimacheo e il periodo tardo di Nonno), che si
distinguono per la crescente severità delle leggi che lo governano. Così
le occasionali violazioni al ponte di Hermann riscontrabili in Omero
scompaiono nell'esametro alessandrino. Sempre per quanto riguarda le
incisioni, Callimaco e Nonno vietano fine di parola dopo la seconda e la
quarta sede spondaica; questi poeti rispettano anche altre sottili
limitazioni.
L'esametro tardo viene ad assumere un carattere più
nettamente dattilico, con la limitazione delle realizzazioni spondaiche;
in Nonno lo spondeo scompare dalla quinta sede, dove invece si presenta
con una certa frequenza negli alessandrini. In ogni caso Callimaco e
Nonno evitano, con rare eccezioni, la successione di due spondei.
L'incisione mediana del pentametro greco ammette
molto raramente brevis in longo nell'elemento che la precede (e
che preferisce essere realizzato da una sillaba lunga per natura
piuttosto che da una lunga per posizione) e richiede rigorosamente fine
di parola; ma è ammessa l'elisione a ponte della dieresi.
Nel secondo emistichio non sono ammesse realizzazioni
spondaiche.
Nel primo emistichio è evitata la collocazione di una
parola giambica prima della dieresi (ma con diverse eccezioni
nell'elegia arcaica).
Sia nel primo sia nel secondo emistichio sono evitati
monosillabi ortotonici in clausola.
Diversamente che nel pentametro ovidiano, è normale
che il pentametro sia chiuso da parole di tre o quattro sillabe.
Il verso è composto da tre metra giambici. Le cesure
sono la semiquinaria, la semisettenaria, e, molto più raramente, la
dieresi mediana dopo il terzo piede.
Il trimetro si presenta in diverse varietà; dobbiamo
distinguere tra: l) il trimetro dei giambografi; 2) il trimetro della
tragedia; 3) il trimetro del dramma satiresco; 4) il trimetro della
commedia.
Per tutti vale il divieto di strappare gli elementi
bisillabici: le due brevi che costituiscono un elemento non possono
appartenere a due parole diverse (si ricordi che prepositivi e
pospositivi fanno corpo con la parola alla quale si appoggiano); si
evita anche che chiudano una parola di più di due sillabe.
Il trimetro dei giambografi è regolato da leggi
particolarmente rigorose; il verso diventa più libero con il passare del
tempo, raggiungendo il massimo di libertà con il trimetro della
commedia.
Così i giambografi ammettono con parsimonia le
realizzazioni di un elemento mediante due brevi e non conoscono
l'incisione mediana.
Comune ai giambografi e ai tragici, ma non rispettata
dai comici, è la legge di Porson: se il verso termina con una parola che
formi un cretico o un quarto peone, preceduta da un polisillabo, il
quinto piede non può essere uno spondeo.
Esclusive dei giambografi sono invece le leggi di
Knox, che regolano in maniera rigorosa le fini di parola e la
collocazione delle pause sintattiche.
Il trimetro tragico mostra maggiore libertà per
quanto riguarda le realizzazioni bisillabiche e la collocazione delle
cesure, ma rispetta la legge di Porson.
Il dramma satiresco incrementa ancora le
realizzazioni bisillabiche e ammette l' anapesto in sede pari.
La commedia raggiunge il massimo di libertà: ammette
l'anapesto anche in sede pari. In linea generale, le realizzazioni
bisillabiche sono particolarmente frequenti.
L'incisione mediana è più frequente che nella
tragedia; ed è possibile incontrare versi per ragioni espressive del
tutto privi di incisioni canoniche.
La tradizione attribuisce l'invenzione di questo
verso a Ipponatte. Viene ripreso in età ellenistica, ad opera
soprattutto di Callimaco e di Eroda.
Il trimetro giambico scazonte rispetta in Ipponatte e
Callimaco le leggi del trimetro giambico (ma non, ovviamente, la legge
di Porson). Callimaco non ammette di regola che la quinta sede sia
realizzata da uno spondeo (in questo caso particolare il trimetro si
definisce ischiorrogico); la quinta sede giambica è la regola anche per
Ipponatte.
Il tetrametro giambico acataletto si incontra come
verso stichico nel dramma satiresco (è attestato in una scena degli
Ichneutai di Sofocle e in un frammento di un dramma di Ione). Se ne ha
inoltre qualche esempio in frammenti lirici (Alceo, Alcmane).
L'incisione più frequente cade dopo il nono elemento;
le realizzazioni bisillabiche dei vari elementi sono rare.
Il tetrametro giambico catalettico è testimoniato a
partire da Ipponatte, ed è frequente nella commedia, mentre è assente
dalla tragedia. E' trattato in linea di principio come il trimetro
comico e nella commedia ammette l'anapesto in sede pari.
La cesura cade preferibilmente (non necessariamente)
a metà del verso, dopo il quarto piede.
Il tetrametro trocaico catalettico, secondo la
testimonianza di Aristotele, era il metro originario delle parti
dialogate della tragedia, prima di essere sostituito dal trimetro
giambico. Questo verso non scompare del tutto dalla tragedia, essendo
rappresentato in Eschilo, come in Sofocle e in Euripide (in quest'ultimo
più frequentemente rispetto ai primi due); lo si incontra anche nei
giambografi e nella commedia.
Il tardo Euripide e la commedia lo trattano con
maggior libertà per quanto riguarda le realizzazioni bisillabiche, che
sono comunque più frequenti in inizio di verso e del secondo emistichio;
difficilmente si incontra un verso con più di un elemento bisillabico.
Realizzazioni anapestiche di una sede si incontrano
nelle tragedie tarde di Euripide.
I giambografi presentano sempre la incisione mediana,
che può essere assente nella tragedia e soprattutto nella commedia.
La legge di Porson ha validità anche per questo verso
(ma non nella commedia). Caratteristica del tetrametro trocaico è la
cosiddetta legge di Havet: se il quarto elemento coincide con una fine
di parola polisillabica, deve essere realizzato da una sillaba breve.
Questo verso è attestato solo in alcuni frammenti di
Ipponatte e di Ananio. Nelle scarse attestazioni di questo verso
l'incisione mediana è sempre presente e le realizzazioni bisillabiche si
incontrano solo nel primo emistichio.
Per quanto riguarda i versi anapestici, bisogna
distinguere in anapesti di marcia e anapesti lirici. Mentre questi
ultimi erano naturalmente cantati, i primi venivano probabilmente resi
in una specie di recitativo.
Il dimetro anapestico di marcia si incontra
frequentemente nella parodo e nell' esodo del coro della tragedia e
nell' anabasi della, tragedia. La sua forma catalettica è il cosiddetto
paremiaco.
I dimetri anapestici si presentano in sistemi (al
paremiaco è riservata una funzione di clausola); di regola tra i
dimetri, in quanto appunto cola di sistema, non è ammesso lo iato e
l'ultimo elemento è un longum, non un indifferens.
Il dimetro anapestico acatalettico di marcia evita la
successione dattiloanapesto; eccezionale il proceleusmatico. Di regola è
presente la dieresi mediana.
Gli anapesti lirici si distinguono per una maggiore
libertà di realizzazione delle singole sedi; in particolare, è frequente
il proceleusmatico. Si può aggiungere che presentano il vocalismo
dorico, invece di quello attico che caratterizza invece gli anapesti di
marcia.
E' frequente nella parabasi della commedia.
Per quanto riguarda le realizzazioni delle varie sedi
si comporta come il dimetro anapestico acataletto; evita tuttavia il
dattilo in sesta sede. La settima sede è spondaica solo eccezionalmente
(mai in Aristofane). Presente di regola l'incisione mediana; ricercata
anche la fine di parola dopo il secondo metron (quarto elemento).
I sistemi cantati
Va da sé che, passando dalla pura forma monodica alla
corale, anche gli incisi eolici quivi immessi perdono il loro rigido
sillabismo ed ammettono le sostituzioni di una lunga con due brevi e
viceversa. Agli effetti musicali, importava il periodo ritmico maggiore,
che forma la strofa. La melica corale quindi è soprattutto di forma
strofica.
In questo tipo di poesia, alle parole e alla musica
si univa, sempre, come terza, la danza. I coreuti che eseguivano la
composizione, guidati da un corifeo (= capo coro), o cantavano e
danzavano al tempo istesso, o, se la composizione era di una certa
lunghezza, parte cantavano e parte danzavano, avvicendandosi. L'insieme
della danza, nel movimento ritmico e nelle figure, era detta orchestica.
Le danze greche d'insieme, per la disposizione dei danzatori, si
distinguevano in cicliche (= a giro tondo, o a gruppi di coreuti, l'uno
dietro l'altro, danzanti in giro) e quadrate (quando i coreuti erano
disposti su piu linee; per esempio, ventiquattro coreuti su tre linee di
otto uomini o su quattro di sei). Le danze connesse con la poesia
corale, in linea di massima, erano del genere delle quadrate . Essendo
la poesia corale di base strofica e congiunta con la danza, è ovvio che
forma strofica e orchestica si svilupparono di pari passo. La danza
d'insieme può essere o progrediente in marcia, o ristretta ad un breve
spazio, nel quale i danzatori si muovono. La poesia corale più antica si
accostò e all'una e all'altra senza contaminarle; ed allora constò di
successioni di strofe simili, secondo lo schema A, A', A", A''' ....
Naturalmente le composizioni scritte per tempo di marcia seguivano gli
schemi metrici che rendevano possibile la marcia stessa (= metri
dattilici ed anapestici); quelle scritte per danza su breve spazio,
erano composte invece in metro trocaico o giambico, i quali si riportano
al tempo che noi diciamo di 6/8. Dallo schema di
successione di strofe simIli (testimoniato, nella tradizione, dagli
embathria
attribuiti a Tirteo), con la contaminazione di due tipi di danza cui si
è accennato (= in marcia e su spazio ristretto). si giunse allo schema
AB, A'B' ... , cioè a strofa + epodo. Probabilmente l'innovazione
avvenne con Alcmane il quale, nei suoi partenii, spezzò il ritmo troppo
agile della marcia sempre progrediente, intrammezzandovi danze da fermo.
Finalmente da questo secondo tipo - che rimaneva sempre danza
processionale - si passò al terzo, composto secondo lo schema AA' B,
A"A"'B', A""A"'''B'' ... ; cioè strofa + antistrofa + epodo. Allora le
forme meliche divennero pienamente spettacolari. Chi operò l'innovazione
fu il siciliano Tisia di Imera, detto altrimenti Stesicoro (= ordinatore
di cori, cioè di danze); ed il soprannome che lo designava dall'opera
compiuta ebbe tanta fama, che con esso, e non con quello di nascita, il
poeta passò alla posterità. L'insieme di strofa, antistrofa (=
controstrofa) ed epodo fu detto grecamente syzygia (= « aggiogamento »):
possiamo dire, in linguaggio nostro, triade strofica. Ecco come questa
veniva danzata:
Supposto uno spazio congruo, con un altare al centro,
il coro, ordinato su linee parallele, si disponeva di fronte all'altare,
ad una distanza determinata dalla maggiore o minore ampiezza delle prime
due parti della triade da eseguire e dal movimento più o meno concitato
che informava il canto e i ritmi. Il corifeo prendeva posto a destra o a
sinistra della prima linea, come guida della linea stessa e di tutto il
complesso dei danzatori; l'auleta o il citarista, necessario per la
scansione dei ritmi, poteva stare presso l'altare. All'inizio della
strofa il coro, per descrivere un circolo, doveva compiere una
conversione a destra, allargando man mano sino all'altezza dell'altare,
si da descrivere un quarto di cerchio; poi, progredendo, doveva
cominciare una conversione a sinistra, restringendo sino ad arrivare ad
un punto diametralmente opposto a quello di partenza. In tal modo
eseguiva, con la strofa, un semicerchio a destra dell'altare. Quindi,
sempre presentando la faccia a chi stava di contro, i coreuti compivano
una seconda evoluzione semicircolare a sinistra dell'altare, in modo da
rifare, all'indietro, i passi di danza fatti in avanti nella strofe,
sino a giungere al punto di partenza. L'evoluzione orchestica compiuta a
sinistra dell'altare costituiva l'antistrofa, la quale stava alla strofe
come una controdanza alla sua danza. L'epodo veniva cantato al ritorno
al punto di partenza, con evoluzioni su spazio ristretto. Può anche
darsi che il coro movesse non secondo una curva circolare, ma secondo
linee immesse quadrangolarmente, e che le evoluzioni avvenissero, volta
a volta, per movimenti di fianco a destra e a sinistra. Per necessità di
cose, come si comprenderà, strofa e antistrofa avevano la medesima
misura metrica, e formavano due periodi ritmici uguali e consecutivi.
Invece, contro quanto si dice comunemente, secondo un'abitudine invalsa
dal Hermann in poi, l'antistrofa in genere non ripeteva la melodia della
strofa, ma aveva una melodia propria: anzi ogni strofa, ogni antistrofa
ed ogni epodo era cantato secondo una melodia sua, variazione del nucleo
melodico preso a base della composizione.
I Greci, per la loro musica, si avvalevano di scale
definite nell'estensione e nel tono, che chiamavano armonie; e
ritenevano ognuna mantenesse un e thos o carattere proprio, che la
faceva, volta a volta, prescegliere, in rapporto al fine che si
desiderava conseguire. Le principali armonie erano le seguenti:
-
doria, maestosa e virile, atta ad educare e ad
incitare a nobili imprese;
-
ipodoria, anche maestosa, ma d'una maestà
tendente ad eccessiva magnificenza;
-
missolidia, trenetica, lamentosa, atta
all'espressione di commozione e pianto;
-
frigia, esaltata ed orgiastica;
-
ipofrigia, simile alla precedente, ma non
altrettanto vivace;
-
Iidia, atta ad esprimere il dolore;
-
ipolidia, atta ad esprimere mollezza e voluttà.
Forse non si sbaglia affermando che almeno alcuni
generi della lirica corale erano già conosciuti ai tempi micenei. Nei
poemi omerici si trova ricordo di alcune tra le forme che nomineremo in
seguito: segnatamente del peana, dell' imeneo, dei threni. Il canto di
Nausica e delle ancelle, col quale le fanciulle ritmano il tempo per il
lancio della palla, è indice di un altro genere della melica corale:
forse lo scolio.
Tutte le forme della melica corale greca si
mantennero ligie alla tradizione che, per ognuna di essa, aveva
determinato il particolare schema metrico, la scala musicale alla quale
doveva essere informata la melodia, e - per quelle d'indole religiosa
anche il mito da trattare. I varii poeti che le elaborarono, a tale
tradizione mai sfuggirono; l'accettarono in pienezza, e lavorarono
sempre nell'interno dei limiti che quella aveva fissato. Presso i
trattatisti greci usava classificare i generi della melica corale
secondo che erano indirizzati a dei, ad uomini, o a dei ed uomini nel
tempo istesso. Ai fini pratici giova seguire tale classificazione e
vengono qui ricordate solo le forme piu comuni.
a) Generi della melica corale dedicati agli dei.
-
Inno: nome di un tipo generale di composizione,
per lo più di contenuto mitologico e di origine liturgica, in onore
di un dio. Metricamente l'inno si avvaleva di sistemi dattilici o
trocaici; talvolta di schemi nei quali i due metri, almeno
apparentemente, sembrano intimamente connessi. Per l'armonia fu
elaborato essenzialmente secondo quella dorica. Fu ridotto a forma
pienamente letteraria da Stesicoro.
-
Prosòdio: canto processionale, che prendeva nome
proprio dal muovere verso un tempio o un altare. Ritmo: soprattutto
dattilico. Pare sia stato sollevato a dignità letteraria da Eumelo
di Corinto (VII sec. a.C.).
-
Peana: canto in onore di Apollo Peana (=
guaritore), o di Artemide, di ritmo per lo più peonico-cretico;
armonia, per lo più, dorica. In origine era un canto prettamente
liturgico. Letterariamente, più degli altri poeti, lo curò Pindaro;
ma ci rimangono peani cultuali, trovati scritti su grandi tavole di
marmo nel tesoro degli Ateniesi a Delfi.
-
Ditirambo: inno in onore di Dioniso, detto cosi
da uno dei nomi del dio cui era dedicato. Ritmo: per lo più eretico,
ovvero trocaico-giambico; armonia, frigia, o ipofrigia. Anche il
ditirambo ebbe origini liturgiche; come forma letteraria fu curato
principalmente da Pindaro e da Bacchilide.
-
Iporchèma, canto accompagnato da danza turbinosa,
in onore di Apollo. Ritmo: per lo più giambico o eretico, talvolta
anapestico. Armonia: per lo più frigia. Gli iporchemi più famosi
furono composti da Simonide.
b) Generi della melica corale dedicati agli uomini:
-
Encòmio, in origine il canto dei partecipanti al
banchetto, allorché già brilli facevano le ultime libazioni; poi
canto laudativo per un uomo eminente. Ritmo: liberi metri di sei
tempi primi, riportabili in genere a figurazioni giambico-trocaiche.
Come forma letteraria, fu curato principalmente da Simonide.
-
Epinicio: canto in onore di un vincitore negli
agoni ginnici. Ritmo: per lo più di base trocaica-giambica o
epitritica. Armonia: varia. Spesso il poeta, nel comporre la musica,
si avvaleva di temi melodici già comuni e noti, sviluppandoli,
strofe per strofe, in variazioni. Sono famosi gli epinici di
Pindaro, che meglio di tutti pare abbia trattato questo genere; poi
di Simonide e di Bacchilide.
-
Scòlio: canto conviviale, probabilmente detto
cosi dal fatto che le varie sue parti erano cantate a turno dai
convitati, seguendo una disposizione obliqua, rispetto a quella
secondo cui erano disposti nella sala del banchetto. Ritmo: per lo
più trocaico-giambico. Armonia: per lo più lidia o dorica.
-
Imenèo, dal dio che si credeva presiedesse alle
nozze; ma può anche essere che il secondo nome sia stato tratto dal
primo: inno cantato dai partecipanti al corteo nuziale mentre la
sposa veniva accompagnata dalla sua dimora a quella del marito.
Ritmo: o di base dattilico-trocaica, o di base giambico-anapestica,
come si è visto nella poesia monodica.
-
Epitalamio, da « stanza nuziale »: canto in onore
degli sposi, dopo la cerimonia delle nozze. Ritmo: per lo più
dattilico-trocaico. Armonia: o dorica, o lidia o ipolidia, o anche
eolica. Famosissimi, tra gli altri, furono gli imenei e gli
epitalami di Saffo.
-
Epicèdio (da « funerale» e « lamentarsi» per la
morte di una persona cara) erano inni funebri; il primo cantato
innanzi al morto, ai funerali; il secondo eseguito in altra
occasione, per lo più in un anniversario più o meno prossimo alla
morte. Ritmo: trocaico. Armonia: lidia o missolidia, o anche dorica.
Simonide espresse tale genere, letterariamente, nella forma pia
squisita.
c) Genere della melica corale dedicato a dei e ad
uomini:
-
Partènio, canto di vergini, dedicato a divinità:
per lo più Artemis, o Apollo, o Leto, o Era. Ritmo: in origine
dattilico per i poemi processionali, trocaico per i poemi danzati da
fermo; poi di ritmo trocaico-giambico. Alcmane forse per primo
ridusse questo genere a forma letteraria.
(da Del Grande, Elementi di metrica greca e da
Ceccarelli, Metrica greca) |
|
|