II Napoli era già venuto a cercarmi nel ‘79,
quando ancora stavo all'Argentinos... Mi avevano persino mandato una
maglia all'albergo dove eravamo in raduno, accompagnata da una
lettera in cui dicevano che per prendermi stavano solo aspettando
che aprissero le frontiere agli stranieri. Mi invitavano a passare
dieci giorni da loro, tutto pagato, amigo, tutto pagato, mi
volevano riempire di regali, ma io non ne volevo sapere! A quei
tempi si parlava anche dello Sheffield in Inghilterra, dello stesso
Barcellona, che ne so... Per me, valevano tutti come l'Estrella Roja
di Fiorito... Per me il Napoli era qualcosa di italiano e basta,
come la pizza.
La cosa curiosa è che anni dopo, quando vennero a
cercarmi a Barcellona, continuavo a non sapere niente di loro. Erano
venuti apposta per me, avrebbero detto i gallegos... La
verità è che desideravo solo andarmene da lì, dalla Spagna, dalla
Catalogna, da Nunez. Non importa dove. Adesso tutti mi chiedono:
perché non alla Juventus, perché non al Milan, perché non all'lnter?...
Perché l'unico che si preoccupò di farmi un'offerta fu il Napoli! E
anche perché Giampiero Boniperti, ex giocatore e all'epoca
presidente della Juve, aveva detto che una persona con un fisico
come il mio non poteva arrivare da nessuna parte. Bueno, da
qualche parte sono arrivato, mi sembra. Il calcio è talmente bello,
talmente incomparabile, che dà spazio a tutti. Persino ai... nani
come me.
Sta di fatto che io volevo cambiare aria e
giocare. Vediamo se mi spiego: non dico giocare bene, dico
giocare... Giocare un campionato intero. E avevo più di una ragione.
Tanto per cominciare, il Barcellona mi cedette sapendo molto bene
dove andavo a finire, ai catalani non sfuggiva niente: non
ritenevano quella squadra italiana un rivale pericoloso in Europa.
In secondo luogo, ancora più importante, c'era qualcosa che non ho
mai raccontato nei particolari: noi avevamo bisogno di un affare,
perché a Cyterszpiller era andata talmente male con i numeri che
stavamo a zero.
Sissignori, rovinati... Rovinati economicamente.
Quando arrivai al Napoli ero a zero... e con i debiti. Questo
è un altro motivo per cui non finii né alla Juventus né al Milan né
all'lnter. Venne fuori la storia del Napoli e sistemammo tutto in
fretta. Jorge aveva comprato di tutto, petrolio, case, sale di bingo
in Paraguay... e tutto con i miei soldi! Andò così, è passata. A me
accadde quello che canta la Negra Sosa: caddi e mi rialzai. Avevo
venticinque anni e nemmeno un soldo. Non l'ho mai spiegato a
nessuno, nemmeno alla mia signora: dico solo che ero rimasto senza
un centesimo per colpa mia. Mi toccò ricominciare da capo... Certo è
che ne avevamo bisogno, avevamo debiti a destra e a sinistra.
Talmente tanti che del 15% che mi spettava, cioè un milione e mezzo
di dollari, non vidi un soldo. Ci toccò dar via anche la casa di
Barcellona nel quartiere Pedralbes, per pagare i debiti.
5 luglio 1984
Il giorno della presentazione, solo per vedermi,
arrivarono al San Paolo ottantamila napoletani! Era giovedì 5 luglio
del 1984. L’unica cosa che dissi fu quello che mi avevano insegnato:
"Buona sera, napoletani. Sono molto felice di
essere con voi…", poi spedii il pallone in tribuna.
La gente era in delirio e io non capivo nulla.
Ero vestito con una tuta da jogging celeste, una sciarpa del Napoli,
una maglietta bianca della Puma e piazzato in mezzo a una bandiera
che avevano steso per terra. Ascoltai per la prima volta un inno che
avevano composto per me: "�aratona, piensece tu / si mo’ nun
succede, nun succede cchiù. / L’Argentina tua sta ccà / nun putimm
cchiù aspetta’". Poi agli altoparlanti mandarono una canzone di El
Choclo, proprio a me che sono innamorato del tango… Rimasi un quarto
d’ora, quindici minuti e non di più, perché dovevamo partire per
Buenos Aires in vacanza. Quando scesi le scale del tunnel per
andarmene dallo stadio, mi incontrai con Claudia e la abbracciai
piangendo… Mi tremavano un’altra volta le gambe, come quando avevo
cominciato al Boca. Era stato tutto molto intenso, negli ultimi
tempi, e sapevamo entrambi che ci stavamo giocando la vita, che
stavamo ricominciando da capo. Ma questa volta in un posto con il
quale avevo molto da spartire. Per questo avevo detto ai giornalisti
qualcosa che mi era venuto dal cuore, con sincerità:
"Voglio diventare l’idolo dei ragazzi
poveri di Napoli, perché loro sono com’ero io quando vivevo a Buenos
Aires".
Campionato 1984-85
Approdai al Napoli e, senza saperlo, mi ritrovai
in una squadra di serie B. Una squadra di serie B che gioca contro
una di serie C per la Coppa Italia e finisce schiacciata davanti a
una porta. Per reazione, mi impossessai non so come di una palla e
la infilai in un angolo: vincemmo 1 a O, ma capii che avrei
sofferto, che avrei sofferto molto. Il curriculum del Napoli me lo
dettero quando avevo già firmato: a quel punto venni a sapere che
nelle ultime tre stagioni aveva lottato per evitare la retrocessione
e che nell'ultimo campionato, quello dell'83/"84, si era salvato...
per un punto! Allora chiesi se per lo meno mi garantivano
tranquillità. Mi dissero di sì, e andammo avanti. Senza parlare del
fatto che durante le trattative i tifosi avevano perfino organizzato
uno sciopero della fame, per farmi arrivare. Non esagero, eh? Uno
sciopero della fame! Uno di loro, mi pare che si chiamasse Gennaro
Esposito o qualcosa del genere, si era addirittura incatenato ai
cancelli del San Paolo. Allora cominciai a mettermi in sesto
fisicamente perché sapevo che per vincere, nel calcio italiano,
c'era bisogno di un altro fisico. Il fatto è che i difensori
italiani non erano come gli spagnoli: in Spagna ti massacravano a
gomitate e a calci, a me le avevano date pure in bocca, mentre in
Italia no, un po' perché la televisione li svergognava, ma
soprattutto perché si allenavano a marcare. Avevo sempre presente il
ricordo di Gentile, nel Mondiale '82! Mi adeguai, mi adattai, e in
quella fase fu fondamentale Remando Signorini.
lo lo chiamavo il Cieco, perché non riusciva a
vedere una mucca dentro una vasca da bagno, ma di preparazione
fisica ne sapeva molto, moltissimo, più di chiunque altro. Era
arrivato a me in un brutto momento, dopo l'infortunio in Spagna.
Allora mi aveva aiutato a recuperare, anche per questo ero potuto
tornare in campo dopo 106 giorni. A Napoli il lavoro era diverso:
consisteva nel mettere a punto la macchina. E ci riuscimmo. Fin dal
primo giorno, nel ritiro prestagionale di Casteldelpiano, mi fecero
sentire come un napoletano: applaudivano i miei colpi di tacco, il
mio sinistro, le rovesciate - feci un gol così nel primo allenamento
-, le finte... Mi festeggiavano per qualsiasi cosa.
L'allenatore era Rino Marchesi e il 16 settembre
del 1984 debuttammo in trasferta contro il Verona. Ce ne fecero tre.
Loro avevano il danese Elkjaer Larsen, il tedesco Briegel... Il
tedesco mi faceva così, taci, e mi buttava fuori dal campo. Ci
ricevettero con uno striscione che mi fece capire, di colpo, che la
battaglia del Napoli non era solo calcistica: "Benvenuti in Italia",
diceva. Era il Nord contro il Sud, i razzisti contro i poveri.
Chiaro, loro finirono vincendo il campionato e noi...
Nella prima tornata del campionato '84-'85
facemmo nove punti. Nove punti! Arrivai a Buenos Aires per le feste
natalizie con una vergogna che non si può descrivere. Al ritorno,
per la seconda metà del campionato, quando dovevamo cominciare di
nuovo, in Italia faceva un freddo cane. Il 6 gennaio, giorno
dell'Epifania, andammo a giocare contro l'Udinese, che aveva fatto
otto punti e combatteva con noi per evitare la retrocessione... Era
una partita per evitare la B, e ciò mi dava una disperazione
terribile! Sta di fatto che vincemmo 4 a 3: con noi giocava il
Chancha Bertoni, Ricardo Daniel Bertoni, autore di due gol, e io
feci gli altri due su rigore. Da quel momento, da dopo le feste,
facemmo più punti del Verona che diventò campione. Noi 24, loro 22.
Restammo fuori dalla Coppa UEFA per due soli punti, lo segnai 14
reti, arrivando terzo nella classifica dei cannonieri, a 4 da
Platini... Nel campionato italiano c'erano tutti i migliori nene:
Platini appunto, Rummenigge nell'lnter, Laudrup nella Lazio, Zico
nell'Udinese, Socrates e Passarella nella Fiorentina, Falcao e
Toninho Cerezo nella Roma...
Con già maggiore credibilità, affronto Corrado
Ferlaino, il presidente della società, e gli dico:
"Compri tre o quattro giocatori e vendi quelli
che la gente fischia. Il suo termometro deve essere questo: quando
io passo il pallone a qualcuno e lo fischiano, ciao... Altrimenti
cerchi di vendermi perché io, così, non rimango. Mi compri un paio
di giocatori. Per esempio Renica, della Sampdoria, che lo fanno
giocare da numero tre ed è un libero de la puta madre".
E andavamo costruendo la squadra, così la
andavamo costruendo.
Campionato 1985-86
Per la seconda stagione, quella dell'85/'86,
arrivarono Alessandro Renica, Claudio Garella - che da portiere
aveva vinto il campionato con il Verona - e Bruno Giordano...
Garella parava con i piedi, una cosa incredibile, non usava le mani!
Per questo motivo gli chiesi per favore:
"Va bene, non la bloccare, però non farle fare
rimbalzi". E lui non lasciò mai un pallone lì per farselo
prendere da qualcuno.
Perciò dico che, sia stato il gioco o i risultati
o quello che sia, marchiai a fuoco la società portandola a essere
rispettata. Tempo prima Paolo Rossi si era rifiutato di venire,
diceva che Napoli non era una città per lui, diceva che c'era la
camorra. Quel che è certo è che al Napoli non voleva andare nessuno.
Quando vidi per la prima volta Giordano, mi resi
conto che era un giocatore adatto a noi: era stato implicato nella
faccenda del totonero, lo scandalo delle scommesse clandestine, come
il Prode da noi. Mi dicevano Giordano è così, e questo e
quell'altro... Giocava nella Lazio, toccava bene la palla, si
muoveva a destra e a sinistra.
"Va bene per il Napoli", avevo detto. Poi avevo
chiamato direttamente lui:
"Giordano, ti prego, vieni a giocare con noi".
"Quando vuoi, Diego", mi aveva risposto.
A Ferlaino avevano chiesto tre milioni di dollari
e lui si lamentava, diceva di non averli.
"Faccia uno sforzo, amico", gli avevo detto.
Alla fine l'affare si era concluso. Per fortuna,
perché Giordano si rivelò un fenomeno. Con Bruno ci intendevamo alla
perfezione, lui stava un po' più indietro e io mi spingevo un po'
più avanti, io realizzai 11 gol e lui 10, ci qualificammo per
la Coppa UEFA e arrivammo terzi a sei punti dalla Juve, che vinse lo
scudetto.
In quel periodo il tecnico era già Bianchi,
Ottavio Bianchi... Bah, i tecnici eravamo noi, a me lui non andò a
genio fin dall'inizio. Era duro, non sembrava neanche latino,
casomai tedesco, non gli tiravi fuori un sorriso nemmeno a suon di
milioni. Con me non insisteva più di tanto perché sapeva che, quando
diventava pesante, lo lasciavo blaterare. Era un tipo autoritario,
ma per me aveva una certa deferenza. Un giorno mi disse:
"C'è un esercizio che vorrei che lei facesse".
"Quale?".
"lo tiro il pallone e lei deve buttarsi a terra,
spazzare di destro e spazzare di sinistro".
"Questo no, io non mi butto per terra... In
genere sono gli avversar! che mi buttano per terra...".
"Bene, a quanto pare avremo problemi per tutto
l'anno".
"Bueno, e te finirai per andartene".
Così era il rapporto, per quanto i risultati non
mancassero. […]
Andò a finire che terminammo terzi. Terzi! Per il
Napoli era un successone. Campione la Juve, seconda la Roma e terzi
noi. Ricordate quello striscione del Verona nella prima partita
della mia carriera in Italia? Quel "Benvenuti in Italia" indirizzato
ai napoletani? Bueno, arrivò il momento della rivincita, la
vendetta...
Accadde il 23 febbraio del 1986. Tutta la curva,
il loro settore, gridava "Lavatevi! Lavatevi!". Ci stavano battendo
2 a O, i napoletani erano indignati... La tocco io, pim!, parti!, un
difensore sbaglia, gol. E a quattro minuti dalla fine, rigore, lo
tiro io, 2 a 2. Festeggiammo come se avessimo vinto la Coppa dei
Campioni! E, dirò, tutti quelli del Napoli che stavano in
panchina, invece di venire ad abbracciare noi andarono a mettersi
sotto la curva che aveva gridato "Lavatevi! Lavatevi!". Eravamo
così, così era la squadra e così era la città dove giocavamo e
vivevamo.
Campionato 1986-87
Nella stagione '86-'87 si realizzò, finalmente,
tutto ciò per cui avevamo lavorato. Tra l'altro, io ero appena
diventato campione del mondo con l'Argentina, in Messico. Non mi
mancava niente, niente... Bueno, sì, avevamo perso la Coppa UEFA al
primo turno contro il Toulouse, ma non potevamo neanche fare tutto;
tra l'altro io quel giorno avevo sbagliato un rigore decisivo: già,
perché perdemmo ai rigori... Ma lo stesso, eravamo nel grande giro.
Avevo chiesto a Ferlaino di comprare Carnevale,
Andrea Carnevale, e siccome lui aveva imparato che non sbagliavo
quando gli chiedevo qualcuno, lo fece venire dall'Udinese. Mi aveva
chiesto cosa ci mancasse per conquistare la corona e io gli avevo
risposto:
"Un po' di fortuna, presidente. Solo un po' di
fortuna".
Le altre, le grandi, erano spaventate. Avevano
Platini, avevano un sacco di fenomeni, però avevano anche paura, una
paura nera! Esponevano striscioni razzisti, ma per timore: non
capivano come dei poveracci del sud si stessero prendendo una fetta
di quella torta che prima mangiavano solo loro, e per giunta la
fetta più grande!
Conquistare il primo scudetto del Napoli in
sessantanni di storia fu per me una vittoria senza paragoni. Diversa
da qualunque altra, compreso il titolo mondiale con la Selección
dell'86. Perché il Napoli l'avevamo fatto noi, dal basso, da operai.
Mi sarebbe piaciuto che tutti avessero visto come l'abbiamo
festeggiato, come l'abbiamo celebrato più di qualsiasi altra
squadra. Molto di più! Era uno scudetto di tutta la città. E la
gente cominciava a capire che non bisognava avere paura, che non
vinceva chi aveva più soldi ma chi lottava di più, chi cercava...
Per quella gente io ero il capitano della nave, ero la bandiera.
Potevano toccare chiunque, ma non me... Il fatto è che... molto
semplice... quando avevamo cominciato a organizzare la squadra,
erano arrivati i risultati: veniva l'Inter e la battevamo, veniva il
Milan e vincevamo. Battevamo tutti.
Il 9 novembre 1986, a Torino contro la Juventus,
successe una cosa incredibile: perdevamo 1 a O, pareggiammo e lo
stadio esplose, tutti festeggiavano... Noi non capivamo. Quando
avevano segnato loro, avevano detto "gol" e basta. Segniamo il
secondo e di nuovo tutti a festeggiare. Segniamo il terzo, e ancora
di più. Claro, lo stadio era pieno di lavoratori, tutti del sud!
Terminarono gridando "Na-po-li! Na-po-li!", una cosa impressionante.
Eravamo già campioni quando venni a conoscenza di
un piccolo dato statistico, del resto i giornalisti italiani vanno
pazzi per la statistica: solo due squadre avevano vinto nello stesso
anno scudetto e Coppa Italia; e tutte e due del nord, Torino e
Juventus. Così che, prima di giocare la finale di Coppa, dissi alla
stampa:
"Sì, chiaro che sarebbe bello vincere anche la
Coppa Italia. A quanto sembra è difficile, ma forse la spiegazione
sta nel fatto che i candidati sono sempre stati del nord. Noi del
sud non siamo nella posizione di non approfittare delle chances. Né
nel calcio... né nella vita".
L'avevo buttata là, però ci riuscimmo. Per giunta
contro una delle tifoserie più razziste d'Italia, quella dell'Atalanta
di Bergamo. Tutto era perfetto.
Ma il problema... qual era il problema? Era che i
dirigenti del Napoli non ne volevano sapere di spendere. E sì che
dopo quello scudetto fummo sul punto di eliminare il Real Madrid in
Coppa dei Campioni. Al Bernabeu ci toccò giocare la partita di
andata a porte chiuse, e per il ritorno la gente era impazzita,
sembrava che tutti i napoletani del mondo volessero essere al San
Paolo: incassammo quattro milioni di dollari - che in realtà con le
rivendite e tutto, nel miglior stile napoletano, erano sette o otto
- ma la società non li utilizzò e perdemmo l'opportunità di fare un
Napoli grande, grande, grande... Non ci sostituirono neppure il
prato del campo di allenamento, giù a Seccavo.
Vi racconto com'era il Paradiso di Seccavo, il
centro di allenamento del Napoli? Più simile a quello di una società
argentina di seconda divisione che non a quello di un club europeo
di prima: le pareti degli spogliatoi cadevano a pezzi, sembravano
quelle di casa mia a Villa Fiorito; c'era una tettoia di lamiera per
parcheggiare quattro macchine e il terreno del campo ti rompeva i
tendini. Per questo dico sempre che a Salvatore Carmando,
massaggiatore, kinesiologo e tutto il resto, spetta il 50% del
merito per ogni trofeo che abbiamo conquistato.
lo avevo un contratto fino all'89, ma Guillermo
decise che era importante accelerare il rinnovo. Tra l'altro, il
Napoli in cui ero arrivato due anni prima non aveva niente a che
vedere con questo, dopo un terzo posto e uno scudetto. La trattativa
cominciò a Madrid in quella partita a porte chiuse che perdemmo con
il Real, al Bernabeu, nel primo turno della Coppa dei Campioni.
Settembre 1987. Siccome alla fine ci eliminarono, Ferlaino cominciò
a tirarsi indietro. Però non aveva fatto i conti con qualcosa:
Silvio Berlusconi mi voleva portare al Milan... E cominciò il tira e
molla, sebbene dentro di me sapessi che non avrei potuto giocare in
nessun'altra squadra italiana al dì fuori del Napoli, perché
avrebbero ammazzato me e anche chi mi avesse comprato. Lo dissi pure
a Berlusconi, quando lo vidi, ricavandone l'impressione di un
gentleman, un vincente.
"Berlusconi, se facciamo l'affare dobbiamo
andarcene tutti e due dall'Italia; lei perderebbe i suoi affari,
perché i napoletani le romperebbero le palle tutti i giorni, e io
avrei una vita impossibile...".
All'inizio di novembre dell'87 - eravamo in
raduno all'Hotel Brun di Milano per la partita contro il Como - si
presentò una splendida Mercedes a prendere Coppola. Lo portarono a
Milano 2, dove Berlusconi in persona aveva la propria tenuta. Una di
quelle case da film. Disse a Guillermo che mi voleva a tutti i
costi, quando mi fosse scaduto il contratto, che aveva speso quasi
cinquanta milioni di dollari e non era ancora riuscito a vincere uno
straccio di titolo. Non gli chiese neanche quanto guadagnavo al
Napoli: lui offriva il doppio! In più mi dava un appartamento in
piazza San Babila, la zona più cara della città, l'auto che
desideravo - ma non una Fiat 600, eh? Una Lamborghini, o Ferrari, o
Rolls Royce -, cinque anni di contratto nella loro organizzazione e
un legame con la Fininvest, la sua azienda di comunicazioni.
Vai a sapere come succedono queste cose! Il fatto
è che il mio amico giornalista Gianni Mina ebbe la notizia
dell'incontro e la pubblicò in dicembre sulla sua rivista
Special... Una bomba! La mattina del martedì tutti sapevano che
il Milan mi chiedeva e mi offriva tutto quello che volevo; lo stesso
martedì sera Ferlaino accettò tutte le condizioni poste da noi e
firmammo un nuovo contratto, con il triplo dei benefici che
pretendevamo all'inizio: cinque milioni di dollari all'anno fino al
'93, senza contare le entrate della pubblicità e del merchandising,
circa due milioni in più ogni anno... Un bel po' di soldi, e in più
un regalino: il presidente Ferlaino si presentò a casa mia con una
Ferrari F40 nera, in quel momento l'unica al mondo!
Non so... non so come sarebbe andata la mia
carriera se avessi finito per mettermi d'accordo con il Milan; non
so se sarebbe stata diversa, migliore o peggiore. Però i napoletani
li conoscevo e sapevo che avrebbero dato la vita per me... Guai a
chi toccava Maradona in Italia! Si sarebbero scatenati tutti i
napoletani di Torino, di Milano, di Verona, di ovunque. In realtà in
quel periodo se c'era qualcosa che non avevo era il problema dei
soldi...
Proprio in quel periodo, l'International
Management Group aveva fatto un'inchiesta per scoprire chi fosse la
persona più conosciuta del mondo. Era uscito il mio nome... Il
gruppo chiese allora di comprare i diritti della mia immagine:
offrivano cento milioni di dollari, cento milioni di verdoni!
Però... però c'era un dettaglio: esigevano che avessi la doppia
nazionalità: argentina e... statunitense! E la nazionalità, l'essere
argentino, come i sentimenti, non ha prezzo. Non c'è niente che
possa ripagare lo smettere di essere argentino, niente. Così
rifiutai l'offerta. Fu una scelta mia, come tutte le scelte della
mia vita. Guillermo poteva suggerirmi degli orientamenti, ma a
decidere ero io, su tutto. In questa storia non c'erano solo i cento
milioni di dollari: ci sarebbero state anche altre partecipazioni,
per cui la cifra sarebbe lievitata; nella faccenda c'era di mezzo
perfino Henry Kissinger. Ma no, no, essere argentino non aveva
prezzo.
Il denaro non mi mancava, l'ho detto. In quei
tempi facevo un programma alla RAI da cui guadagnavo 250.000 dollari
al mese. Avevamo mille punti di rating! Inoltre avevo firmato un
contratto da cinque milioni di dollari con i giapponesi della
Hitochi per una linea di abbigliamento sportivo che portava il mio
nome. E sempre con loro un altro contratto di pubblicità per un
caffè freddo, o qualcosa del genere. Dato che dovevamo girare la
pubblicità in un qualche luogo significativo, loro avevano proposto
il Canyon del Colorado, negli Stati Uniti. Domandai perché e mi
spiegarono che era una questione di ambiente, di aspetto del
luogo... Allora dissi:
"Facciamolo in Argentina, voglio farlo nel mio
paese!". E mi portai i giapponesi a La Rioja, a Talampaya.
"Abbiamo bisogno di comparse", dissero loro.
E io: "Ci sono i miei fratelli, il Turco e il
Lalo".
Volete sapere chi ci prestava ogni giorno
l'elicottero per andare da La Rioja a Talampaya? Il governatore di
La Rioja... Carlos Saùl Menem. Così girammo lo spot e ne uscì una
cosa spettacolare... e in Giappone vendettero una montagna di caffè
freddo. Facemmo anche delle riprese vicino al cratere del Vesuvio
per l'Asahi, una marca di birra anch'essa giapponese. Con queste
cose mettevamo su una fortuna, però io in ogni contratto facevo
mettere: "Che non alteri il normale sviluppo dell'attività
professionale". Realizzammo serie televisive, programmi, linee di
cancelleria scolastica per bambini, confezioni di dolci, qualsiasi
cosa...
Chiedevo automobili che non esistevano e poco
dopo me le portavano. Successe con una Mercedes cabriolet che in
Italia non c'era. Buttai lì la cosa a Guillermo e lui telefonò alla
Mercedes, funzionava sempre. Passò un po' di tempo e un giorno
Guillermo mi disse di affacciarmi al balcone... Guardai in basso e
la Mercedes era lì, con tutti i tizi che l'avevano portata giù,
tutti capi, era la prima che entrava in Italia. Bueno, scesi: tutto
molto bello, abbracci di qua, abbracci di là, chiesi la chiave e
salii. Mi misi a toccare tutto, il volante, i comandi, una
meraviglia... Poi guardai in basso e vidi la leva del cambio:
"È automatica", osservai.
La faccia di Guillermo si trasformò:
"Sì, Die, sì, è automatica, ultimo modello".
Scesi, restituii la chiave ai tizi, ringraziai
tutti e tornai a casa: non mi piacevano le macchine con il cambio
automatico. Che locura, adesso che lo racconto!
La vita a Napoli era veramente incredibile. Non
potevo neanche arrivare all'angolo perché... mi volevano troppo
bene. E quando i napoletani ti vogliono bene, ti vogliono bene
davvero! "Ti amo più dei miei figli!", mi dicevano. Ti amo più dei
miei figli! Non potevo andarmi a comprare un paio di scarpe che
cinque minuti dopo c'era la vetrina rotta e mille persone dentro il
negozio. Allora ci andava la Claudia, mi comprava lei tutto quanto.
E come la rispettavano, lei: "Attenzione a non toccargli la moglie,
a Maradona, che sennò domenica non gioca". E il tragitto da casa mia
a Seccavo, andata e ritorno? Un'avventura! Funzionava così: in un
modo o nell'altro io dovevo uscire, mi preparavo dietro il portone,
la macchina con il motore acceso... Quando davo il via, me lo
aprivano e io saltavo dentro, dentro a razzo! La folla si apriva e
noi passavamo in mezzo, una follia! Quelli che conoscevano la mia
tattica mi seguivano con i motorini... fino a che non li
distanziavo. Una locura, i motorini a Napoli! Mi inseguivano
dappertutto... Ma con la Ferrari o la Mercedes li seminavo. Il
motivo per cui a Napoli mi andò tutto meravigliosamente bene nasceva
dal fatto che avevo portato cose che loro non avevano: da un punto
di vista calcistico, certamente, come colpi di tacco, dribbling e
trofei, però anche e soprattutto orgoglio... Orgoglio, perché prima
di me Napoli non era considerata, tutti ne avevano paura, lo stesso,
all'inizio, l'avevo vista come un golfo bellissimo e niente di più,
ma poi mi ero conquistato la gente a forza di tacchetti e di
dribbling, me li ero conquistati andando al fronte. Per questo,
oggi, qualunque napoletano dirà: "Quelle squadre non le avevano
messe su i dirigenti; le aveva messe su Maradona".
Campionato 1987-88
Quelli della stagione '87/'88, la mia quarta in
Italia, erano i tempi della formula Ma-Gi-Ca. A me e a Giordano si
era aggiunto, grazie a Dio, Careca, Antonio Careca. La gente si era
ormai abituata a vederci lottare in cima alla classifica e questa
stagione non faceva eccezione, perciò mi preparai ad affrontarla con
tutte le mie forze, come non mai.
Nell'ottobre dell'87 mi ricoverai per la prima
volta nella clinica del dottor Henri Chenot a Merano, in Svizzera.
Dal mio arrivo in Italia non mi ero mai fermato, avevo giocato quasi
duecento partite di seguito tra campionato, coppe, amichevoli e
Selección. Gli adduttori mi facevano talmente male che anche il
dottor Oliva, che con me è stato sempre un mago, non aveva trovato
altra soluzione che un po' di riposo. Mi davano fitte tali da farmi
uscire le lacrime... E io giocavo, giocavo, giocavo, ma sempre
facendomi fare delle infiltrazioni. Per questo quando parlano dei
calciatori e dicono che guadagnano troppo, che siamo degli
sfaccendati, mi chiedo: hanno idea di cosa significhi un ago di
dieci centimetri che si infila vicino all'inguine, in una caviglia,
in un ginocchio, nel bacino!? No, certamente no...
Sicuramente, la spiegazione del rendimento che
ebbi in quel campionato sta nella terapia a cui mi sono sottoposto
in clinica; quello che invece non ho mai capito, lo riconosco, è
perché alla fine siamo crollati come siamo crollati. È curiosa la
storia di quella stagione, una miscela rara di sentimenti, ancora
oggi la ricordo come una delle migliori, se non la migliore, di
tutta la mia carriera, perché fisicamente stavo come non mai, un
proiettile; e allo stesso tempo una delle più amare, di quelle che
al solo nominarle mi danno più tristezza, perché si disse che il
Napoli s'era venduto il campionato! Che l'aveva dato via dietro
pressioni degli allibratori.
Ma prima è meglio raccontare tutte le cose belle.
È tutto scritto, fanno fede i numeri: arrivai a segnare in sei
partite consecutive, qualcosa che, credo, non si vedeva in Italia
dai tempi di Gigi Riva con il Cagliari; feci gol a tutte le squadre
di prima divisione, cosa che nessuno era mai riuscito a fare, per
giunta alcuni li segnai con la gamba sbagliata, per esempio
all'Udinese. Nelle prime diciannove giornate realizzammo l’87% dei
punti, un record storico! Una macchina, eravamo una macchina! Un
rendimento che mi servì pure a convincere Bianchi, costretto a
mettere da parte il suo autoritarismo: in pratica durante gli
allenamenti io facevo solo calcio e mi allenavo a fondo solo tre
giorni alla settimana. Il venerdì, solamente massaggi e qualche tiro
libero. In più, aveva finalmente accantonato le sue paure:
attaccavamo tutti, con me, Careca e Giordano in testa. Tanto è vero
che finii capocannoniere con quindici gol, e Careca secondo con
tredici... Mancavano poche giornate e avevamo cinque punti di
vantaggio.
E ora le cose brutte... Il 17 aprile perdemmo 3 a
1 con la Juventus a Torino. Non vincemmo più, una settimana dopo
l'altra, un risultato peggiore dell'altro: pareggiammo 1 a 1 con il
Verona, perdemmo 3 a 2 con il Milan, 3 a 2 con la Fiorentina e 2 a 1
con la Sampdoria. Un punto in cinque partite! Perdemmo un campionato
che non potevamo perdere e si cominciarono a dire stupidaggini.
La partita decisiva, credo, fu quella contro il
Milan al San Paolo: cominciammo perdendo 1 a 0, pareggiai io con una
punizione che credo nessuno abbia mai calciato, poi ci liquidarono
con una rete di Virdis e una di Van Basten; Careca segnò il gol del
3 a 2, poi l'arbitro Lo Bello fermò Antonio mentre era un'altra
volta solo davanti a Galli, il portiere. Se avessimo pareggiato,
forse... Ma il nostro destino era segnato. Quel f… di Bianchi aveva
cominciato a fare esperimenti, aveva fatto uscire Giordano e tutto
era andato a rotoli. In più io stavo messo di m…, infortunato, non
avevo più un centimetro libero nel bacino e nel ginocchio per farmi
fare infiltrazioni e non fui in grado di andare in campo nelle
ultime due partite.
Non è questione di trovare colpevoli per quello
che successe... Credo che i miei compagni abbiano sbagliato a tirare
fuori quel comunicato per mandare via l'allenatore dopo la sconfitta
contro la Fiorentina. Avevano ragione, in realtà, perché con le
decisioni che aveva preso, Bianchi aveva davvero rovinato tutto.
Infatti l'idea di Garella, Ferrario, Bagni e Giordano era giusta, fu
solo diffusa nel momento sbagliato. Il comunicato diceva che non
avevamo mai avuto un dialogo con lui, il che è vero... Però le colpe
non erano solo di Bianchi, e neppure solo di noi giocatori, come in
seguito si è cercato di far credere alla gente. A me non convinse
mai né l'una né l'altra tesi... Non tolleravo che mi accusassero ed
ero disposto ad andarmene dal Napoli se la gente credeva che qualche
giocatore si fosse venduto. Non lo accettai allora e non lo accetto
oggi. Per questo rimasi a Napoli, una volta finito il campionato:
perché volevo assumermi le mie responsabilità. Ricordo che spedii
Claudia e Dalmita a Buenos Aires, nel caso che a qualche hijo de
puta fosse saltato in mente di venire alle mani. Rimasi, e ne
approfittai per andare alla partita d'addio di Platini; in realtà
non ci volevo andare, non ne avevo voglia e fisicamente ero morto,
però il francese mi telefonava a casa quindici volte al giorno... Ma
soprattutto restai per affrontare la situazione, per parlare con
Ferlaino, per dirci in faccia tutto quello che avevamo da dirci. Si
parlò di camorra, di totonero. La cosa incredibile è che se n'era
parlato pure l'anno prima, l'anno in cui avevamo vinto il
campionato!
Con la gente le cose continuavano ad andare bene.
Però succedeva che se la gente diceva che la squadra si era venduta,
stava dicendo che Maradona si era venduto... E se veramente la
pensavano così, allora me ne volevo andare. Nella partita contro la
Sampdoria, l'ultima, la gente gridava: "Bianchi, Bianchi, resta con
noi!". Cosi pensai: "Va bene, che Bianchi rimanga pure". In realtà
la cosa mi infastidiva parecchio, proprio tanto, perché il parere
generale della squadra, anche se io non avevo firmato il comunicato,
era che il tecnico se ne dovesse andare. Nel momento che perdemmo lo
scudetto, Ferlaino avrebbe dovuto dirgli "vattene" e basta. Invece
così, con il comunicato, finimmo per renderlo un martire, per dargli
più importanza di Maradona... Talmente tanta, che finirono per
rinnovargli il contratto immediatamente.
Non è che non fossi d'accordo con i miei compagni
o loro con me, al contrario. Ma ormai sembrava che l'obiettivo di
tutta la rivolta fosse Maradona, Maradona che aveva organizzato
tutto sottobanco, è chiaro? Maradona di nascosto! Invece io non
avevo proprio niente da nascondere al tecnico; certo, erano volate
parole pesanti quando avevamo discusso, eravamo quasi arrivati alle
mani... Calcisticamente parlando, nelle ultime partite era successo
che non eravamo sufficientemente forti a metà campo: c'era Romano
che aveva appena avuto uno strappo, Bagni che stava male e De
Napoli, che era quello che correva per gli altri, distrutto. Neanche
noi dell'attacco davamo una mano a quelli del centrocampo e il
tecnico non metteva mai quattro volanti. Quando se ne accorse,
eravamo già finiti... Voler cambiare proprio nella partita chiave,
contro il Milan, fu colpa sua. E fu colpa nostra aver resistito
tutto il campionato con Bagni che si faceva infiltrare. Buttai là
una semplice analisi dei numeri:
"A parte tutto: se fate il calcolo, Maradona ha
fatto quindici gol, Careca tredici, Giordano dieci, jet, e
allora? È impossibile perdere un campionato così. Ma se ne fai dieci
e te ne fanno dodici, bueno...".
Alla fine tornai a Buenos Aires inca… come pochi
al mondo. Prima che tutti partissimo per le vacanze, la società
aveva comunicato la sua opinione: appoggiava Bianchi, gli rinnovava
il contratto per un anno e lasciava aperta una porticina per dare un
calcio nel c… ai quattro ideologi del comunicato: Garella, Ferrano,
Bagni e Giordano. A me, quello che mi colpì come un calcio nei co…
fu che davano tutto il merito dei nostri risultati al tecnico. Al
tecnico! Così in fretta avevano dimenticato? lo ero arrivato prima
di lui, avevo lottato contro la retrocessione, avevo combattuto con
Ferlaino, gli avevo detto di comprare questo e quell'altro
giocatore, e allora? C'è di più... Avevo chiesto a Ferlaino di
comprare il Checho, Sergio Batista, e lui di sua iniziativa aveva
comprato il brasiliano Alemào. Aveva fatto di testa sua, come tante
altre volte.
Quando tornai in Italia, a luglio, decisi di
affrontare la situazione con i tacchetti chiodati. Il paesino scelto
per il ritiro prestagionale era Lodrone, e là andai a chiedere
spiegazioni al tecnico, a difendere i quattro che avevano firmato il
comunicato e a consigliare a tutti di non parlare più, perché di
que-sto passo a Bianchi gli avrebbero rinnovato il contratto per
cinque anni... Parlammo con lui, non gli domandai scusa né niente
che gli assomigliasse, però mi resi conto che l'unica via d'uscita
per il Napoli era continuare ad andare avanti. Questo feci, e
cominciammo un'altra tappa.
Campionato 1988-89
Di quella prima parte della stagione '88-'89, la
mia quinta in Italia, ricordo in particolare due partite, due
domeniche consecutive che non dimenticherò per tutta la vita. La
prima, alla sesta giornata, il 20 novembre 1988, vincemmo 5 a 3 con
la Juventus a Torino, tre gol di Careca. E subito dopo, la settimana
successiva, il 27, ne facemmo quattro al Milan al San Paolo, 4 a 1.
Vi lascio immaginare la tifoseria del Napoli. Nove gol in due
partite, alla Juve e al Milan! E continuammo così: il nostro nemico,
in quella stagione, era l'Inter, l'Inter del Pelado Diaz. In una
partita contro il Bologna, in quei giorni, mi inventai di
festeggiare il gol ballando un tango... Il fatto è che quel giorno
erano venuti a trovarmi i miei vecchi e il ballo era dedicato a
loro. Questo fu: una dedica.
Intanto avevamo cominciato la nostra corsa in
Coppa UEFA: non vedevo l'ora di conseguire un titolo internazionale,
mi mancava!
Quando arrivarono le feste, realizzai che in quel
1988 mi era successo di tutto... Allora chiusi l'anno con un
messaggio che mandai a tutti gli argentini attraverso i media e con
il pensiero rivolto alla gente dell'UNlCEF che mi aveva chiamato a
collaborare:
"Farei qualsiasi cosa per i bambini di tutto il
mondo, soprattutto per quelli che ne hanno più bisogno, mi piace
vederli contenti e felici. Per questo mi sono vestito da pagliaccio
e ho giocato con loro nel circo Medrano, a Napoli. C'erano più di
tremila bambini, e tra loro mia figlia Dalmita. Per questo desidero
cooperare con l'UNICEF, aiutare tutti i piccoli che patiscono la
fame e soffrono. Sono convinto che sia il modo migliore dì terminare
questo 1988... Per questo, anche, ho portato a Napoli i miei
genitori, per passare il Natale con loro e aspettare insieme l'anno
nuovo, perché mai siamo stati lontani in questa data. È una cosa a
cui tengo molto, e grazie a Dio posso farlo... Per me questo 1988
sarà indimenticabile. Ho sofferto una grande tristezza, la sconfitta
del Napoli nel campionato italiano, ma ho goduto di molte più gioie:
la mia stagione migliore, intanto, e poi veder crescere mia figlia
giorno per giorno ed avere tutta la mia famiglia riunita. Questa è
la cosa più importante che Maradona possa avere.
Non chiedo nient'altro per me, in questo 1989 che
comincia. Come dico sempre, ho paura di pretendere troppo. Desidero
solo che mio figlio che sta per nascere arrivi in un mondo migliore,
senza guerre, senza fame... Questo, in definitiva, è ciò che
desidero per tutti. Buon 1989, Argentina".
E questo era effettivamente ciò che speravo anche
per me.
Fu allora che mi venne l'idea di cambiare, di
andarmene. Era saltato fuori Bernard Tapie, il presidente dell'Olympique
Marsiglia, e mi aveva offerto tutto ciò che volevo e molto di più.
Avevo avuto l'occasione di sedere con lui all'Hotel Brun di Milano,
ancora una volta, dove ero andato a firmare per una pubblicità...
Oltre a lui, arrivato con il suo aereo privato, c'erano Guillermo e
un impresario, un certo Santos. Il tipo mi aveva fatto:
"Non parliamo di cifre, io le do il doppio di
quello che le da il Napoli... La voglio, a tutti i costi!". […]
Sta di fatto che nel frattempo continuavamo ad
andare avanti in campionato e continuavamo ad andare avanti in Coppa
UEFA... Proprio per quest'ultima, il 19 aprile dell'89, ci trovavamo
a Monaco di Baviera per giocare la partita di ritorno di semifinale
contro il Bayern. Il presidente venne da me. Parlammo un po', poi se
ne uscì:
"Se vinciamo la Coppa UEFA, ti prometto che ti
lascio andare al Marsiglia".
Para quél Ballavo su un piede solo... Non volevo
ferire i napoletani, che mi amavano, ma credo che andarmene in una
società non italiana non li avrebbe addolorati più di tanto.
Insomma, pareggiammo e ci classificammo per la finale, perché nella
partita di andata, a Napoli, avevamo vinto 2 a 0. Ora dovevamo
giocare contro lo Stuttgart di Jùrgen Klinsmann e io non stavo più
nella pelle... Stavamo tenendo un livello de puta madre e
sapevamo di poter vincere la Coppa. Il 3 maggio li battemmo 2 a 1, a
Napoli. E il 17 pareggiammo 3 a 3 in Germania... L'ultima partita,
quella decisiva, fu quella in cui servii il pallone a Ferrara di
testa perché andasse in rete, una giocata memorabile perché la
toccai così, di testa, da fuori area e dopo un rimpallo... Per me
avveniva tutto insieme: il primo titolo internazionale con un club,
il nome del Napoli in Europa e... il trasferimento!
Ma Ferlaino non mi lasciò andare. Mi si avvicinò
sul campo stesso, quando avevo ancora in mano la Coppa... Mi parlò
all'orecchio, afferrandomi per le spalle, e mi disse:
"Andiamo a rinnovare il contratto, vero Diego?
C'è ancora tanto da fare".
Avrei voluto sbattergli la Coppa sulla testa,
invece mi venne soltanto:
"Non è il momento, presidente, non è il
momento... lo ho mantenuto la mia promessa, ora tocca a lei
mantenere la sua".
E lui, lì sul campo:
"No, no, no... Non se ne parla, l'avevo detto
solo per motivarti", rispose.
Così cominciò un'altra guerra. In realtà
scoppiarono le bombe di battaglie precedenti, che per vari motivi
non erano esplose prima, e ciò che rimase da lì in avanti fu un
campo minato...
Quando terminò il campionato e tornai in
Argentina per unirmi alla nazionale e giocare la Coppa America,
cominciai a dire tutto ciò che pensavo... Ferlaino aveva chiamato
Còppola in Brasile per dirgli che potevo scordarmi di essere ceduto,
che non mi avrebbe lasciato andare per tutto l'oro del mondo. E io
non ce la facevo più, non ce la facevo! Mi costava parecchio
perdonare a Ferlaino - a quell'epoca, oggi ormai l'ho perdonato -
che avesse dubitato di me dopo cinque anni che mi conosceva. Il 7
maggio, dopo una partita contro il Bologna che non giocai perché
quel maledetto dolore al bacino non mi permetteva neanche di
camminare, lui aveva dichiarato di non ritenere che mi sarebbe
durato a lungo... E io che quel problema ai fianchi me lo portavo
dietro fin dai Cebollitas! Ma se ne avevo imparato perfino il nome
scientifico: lombaggine artritica professionale! Mi infilavano aghi
di dieci centimetri per farmi giocare! Del resto mi fa male ancora
oggi... Però, ero io quello poco professionale, quello
irrispettoso... Mi sarebbe piaciuto tenere una statistica delle
partite che avevo giocato lesionato, infiltrato; ancora un po',
ingessato... Attenzione: lo farei di nuovo! Perché in realtà quello
che volevo era giocare e vincere. […]
Fu allora che, per un caso, cominciarono a
mettermi in rapporto con la droga e la camorra. Sul quotidiano II
Mattino e su altri giornali erano apparse alcune mie foto in
compagnia di Carmine Giuliano, accusato di essere il boss di uno dei
gruppi camorristi, il capo di uno dei quartieri più agguerriti,
Forcella... Che in città ci fosse la camorra, non sarò certo io a
negarlo. Però da qui a dire che io facessi affari con loro, ce ne
corre. A me non hanno mai rotto i co…, come se per il fatto che io
facevo divertire la gente, loro dicessero: "II pibe va lasciato
stare". Riconosco che era qualcosa di intrigante, quel mondo, lo
riconosco. Per gli argentini era una novità: la mafia!, e come sarà,
la mafia!? C'era qualcosa di affascinante, in questo. Anche a me
avevano offerto cose, ma non avevo mai voluto accettarle: per il
motivo che prima ti danno e poi ti chiedono... A me chiedevano di
andare nei club dei tifosi, mi regalavano orologi... Al massimo era
questo il rapporto che avevo, e se vedevo che la cosa non era
cristallina, non accettavo... Era un periodo incredibile: ogni volta
che andavo in uno di questi club mi regalavano Rolex d'oro,
automobili... Automobili! Per esempio, mi regalarono la prima Volvo
900 che arrivò in Italia... lo chiedevo:
"Però, che devo fare?".
E loro: "Niente, fatti fare una foto".
"Grazie", dicevo io, e il giorno dopo vedevo la
foto sul giornale. Fu così che venni ritratto con Carmine Giuliano e
la sua famiglia.
Bueno, dicevano pure che facevamo traffici di
droga. Allora da Buenos Aires mandammo un comunicato per raccontare
e denunciare un sacco di cose che nessuno sapeva. E chiedevamo
protezione per tornare, perché se non c'erano le condizioni di
sicurezza non saremmo tornati neanche morti. […]
Qualcuno diceva che i napoletani non mi amavano
più, che era pericoloso che tornassi. Allora decisi di tornare per
affrontare la situazione, per vedere chi mentiva e chi era il più
guappo... Parlavano di camorra e di droga? Era facile prendersela
con un giocatore che era obbligato a mostrarsi, che doveva
affrontare i controlli antidoping. E i dirigenti? Quelli che
venivano a salutarti nello spogliatoio ed erano talmente fatti che
non riuscivano neanche a parlare... Insomma, tornai. In poco tempo e
ancora una volta grazie a Fernando Signorini, che durante il periodo
in cui ero stato in vacanza aveva messo a punto un piano di lavoro
impressionante che terminava con i Mondiali d'Italia.
Campionato 1989-90
Rientrai contro la Fiorentina, il 17 settembre
del 1989, e per la prima volta andai in panchina, con il numero 16.
Entrai nel secondo tempo, barbuto com'ero, e... sbagliai un rigore!
Nessuno mi fischiò, nessuno di quelli che secondo i giornali mi
odiavano mi insulto, nessuno. Al contrario. Per questo gli unici che
perdonavo - e perdono - erano la gente, i tifosi: gli altri, quelli
che avevano parlato, quelli che avevano scritto, volevano solo
aggiustare ciò che loro stessi avevano guastato. Siccome avevo
saltato quindici giorni di allenamento ero un mafioso, un drogato,
un camorrista. Una volta tornato, e applaudito, ero di nuovo un
bravo ragazzo. E tutto perché facevo il mio lavoro, e lo
stavo facendo, a quel punto, già da tredici anni... Mi dette
fastidio, mi dette molto fastidio che Ferlaino e la società non mi
difendessero. Stavo preparandomi una rivincita, una rivincita che
non immaginavano neppure. Diversa da qualunque altra cosa che avessi
fatto prima nei miei anni di ribellione.
Fu come se mi fossi scelto gli avversar! per
gridare in faccia a tutti: vedete, vedete che bisogna pensare prima
di parlare? E il Milani Al Milan, al quale si supponeva che avessimo
venduto il campionato precedente, gliene facemmo tre, uno mio... 3 a
0, il primo ottobre al San Paolo, in una di quelle partite che sogni
da ragazzine, dove ti riesce qualsiasi cosa.
A partire da quel ritorno contro la Fiorentina
giocai venti partite di seguito, una meglio dell'altra... E quando
sembrava che lo scudetto se lo prendesse il Milan, il quale al
Giuseppe Meazza ci aveva restituito il 3 a 0, il Barbuto (Dio) tornò
a darmi una mano. O, per meglio dire, mi tirò una moneta.
Era l'8 aprile del 1990. In quell'epoca io
volavo, volavo davvero! Andammo a giocare a Bergamo e ripagammo i
tifosi dell'Atalanta, i più razzisti d'Italia, con la loro moneta.
Ne tirarono una ad Alemào mentre tornava nello spogliatoio, gli
fecero un taglio in testa e la partita venne sospesa. Poi il
tribunale assegnò a noi la vittoria! Dopo, quando tutti davano già
per scontato che il Milan avrebbe conquistato un'altra volta il
titolo, effettuammo il "sorpasso", come dicono gli italiani. Il 22
aprile battemmo il Bologna, lo stesso Bologna che l'anno prima aveva
provocato la mia lite con Ferlaino per la storia del bacino, guarda
un po' come vanno le cose. Sta di fatto che quando tutti credevano
che il nostro primo scudetto fosse stato un miracolo, qualcosa che
non si sarebbe mai ripetuto, eravamo lì, sulla soglia del secondo.
La stagione che era iniziata nella maniera
peggiore, con me dipinto come drogato e camorrista, sull'orlo
dell'abisso, terminava con il titolo... Non mi ero mai sentito
meglio fisicamente, mai. Volavo.
Dovevamo giocare l'ultima partita contro la
Lazio, ma la storia era ormai scritta. Ricordo che all'uscita
dell'ultimo allenamento, a Seccavo, i giornalisti italiani mi
domandarono se avevamo sofferto meno dopo che si erano placate le
polemiche di inizio stagione, se non avevo niente di cui pentirmi.
Come risposta, mi uscì nel mio miglior italiano:
"A me piacere vincere così". Mi piace vincere
così.
Il 29 aprile, con i miei compagni della Selección
già atterrati in Italia per affrontare la fase finale dei Mondiali,
giocammo l'ultima partita contro la Lazio. Una formalità, amigo,
una formalità. Gol di testa di Baroni e via a riscuotere,
riscuotere un'altra volta.
Li avevo stroncati, tutti si erano di nuovo
arresi, nessuno riusciva a dire una parola. Solo io parlai: dissi
che la colpa di tutto quello che era successo non era né di Maradona
né di Ferlaino; dissi che la cosa migliore che ci era capitata era
aver fatto venire un tecnico come Albertino Bigon, che sapeva
parlare con i giocatori. E, dopo il giro d'onore, dallo spogliatoio
mandai un messaggio all'Argentina:
"Questo titolo, questa nuova gioia, è per il mio
vecchio. Appena finita la partita ho parlato per telefono con lui e
abbiamo pianto molto entrambi... Molto... Mi ha detto che era
contento per me e per quelli che mi stavano vicino, ma per nessun
altro. Non ha dimenticato che l'ultima volta me ne sono andato
dall'Argentina come un delinquente o poco meno... Mi hanno dato
dell'irresponsabile, quando tutti sanno che ho realizzato quel che
ho realizzato lottando dal basso, che quando ho cominciato non avevo
neanche i soldi per l'autobus... Sono state dette cose molto brutte,
dappertutto... E lui, che è un vecchio saggio, non perdona; non è
così morbido come me. Voglio dire una cosa: mi basterebbe avere il
cinque per cento della sua onestà e dei suoi principi... Ho pianto,
abbiamo pianto insieme... Dedico questo scudetto a lui, perché lui
ha sofferto per me. E ringrazio Dio per i genitori che mi ha dato".
Un attimo prima, ancora in campo, appena sentito
il fischio finale, avevo gridato dal profondo dell'anima e con tutto
il cuore:
"Questa è la prova che io mi conosco meglio di
chiunque altro! E la ricompensa perché mi lascino vivere la mia
vita! Voglio vivere la mia vita, per favore!".
Invece non me lo permisero. No, non me lo
permisero... Lo sanno tutti quel che accadde dopo, lo sanno tutti:
il Mondiale d'Italia, per il quale mi ero preparato come non mai,
l'eliminazione dell'Italia e... la loro vendetta. Non me l'hanno mai
perdonato, mai, per questo tutto è finito come è finito. Ricordo che
andai a un programma della televisione italiana, solo perché era
condotto dal mio amico Gianni Mina, e dissi, tra le altre cose:
"Perché mi odiano in Italia? Quando sono arrivato
al Napoli ero un giocatore simpatico, che tutti ammiravano e
adoravano... perché non vincevamo niente. Ero simpatico e ammirato
perché giocavo bene, però il Napoli si prendeva quattro gol a
Torino, quattro a Firenze, e così via tutte le domeniche. Quando il
Napoli ha messo su una grande squadra e abbiamo cominciato a vincere
su tutti i campi, sono diventato antipatico. In cinque anni, da
quando sono arrivato, il Napoli ha vinto due scudetti, la Coppa
Italia, la Coppa UEFA, due secondi posti e un terzo posto in
campionato. E a qualcuno deve aver dato fastidio che Maradona e il
Napoli abbiano vinto così tanto. In più, dopo il Mondiale, nel
dicembre del '90, abbiamo vinto la Supercoppa italiana battendo la
Juve 5 a 1. Cinque a uno! Questi trionfi devono aver fatto male a
più di una persona... Dicevano che me la spassavo nelle discoteche,
nei night club, cose che, per quanto ne sappia, non hanno mai fatto
male a nessuno. Il giorno prima della partita contro la Juve, con
molti ragazzi del Napoli siamo stati in un locale e a quanto pare ci
ha fatto molto bene, visto che il giorno dopo gliene abbiamo
rifilati cinque. Mi criticavano anche perché spesso mi allenavo a
casa mia. E allora? Mi sono sempre allenato in garage e non volevo
cambiare le mie abitudini, visto che in campo mi andava sempre bene.
Sempre bene".
Poi successe quella brutta storia della partita
di Mosca, contro lo Spartak. Durante la settimana non mi ero
allenato bene, ero rimasto a casa e la squadra era partita per la
Russia senza di me. Tutti si chiedevano se ci sarei andato o no, se
ci sarei andato o no. E ci andai. Ci andai, arrivai con un aereo
privato, però arrivai. Pareggiammo lai, andammo ai rigori e
perdemmo, altrimenti avremmo continuato anche in Coppa dei
Campioni... Il fatto è che io ormai ero partito con la testa.
Dopo il Mondiale non sarei dovuto tornare, no,
non sarei dovuto tornare. Quella partita contro l'Italia, a Napoli,
con il gol di Caniggia, era stata la mia sentenza, la mia
sentenza... Non avevo cercato di creare una sollevazione dei
napoletani contro il resto d'Italia, quando avevamo giocato là,
perché sapevo e sentivo che anche i napoletani erano italiani...
Erano gli altri italiani, quelli che non vivevano a Napoli, che non
volevano farsene una ragione, non volevano accettarlo: si erano
accorti solo quel giorno, il giorno della partita, che anche i
napoletani facevano parte dell'Italia ma che potevano aiutare la
Selección... Sapevo bene cosa ci capitava quando andavamo a giocare
in trasferta, quegli striscioni con: "Benvenuti in Italia. Lavatevi.
Terroni". Perché avrei dovuto ignorare quel razzismo? Perché non
avrei dovuto ricordarmene proprio nel momento in cui gli italiani,
per interesse, avevano deciso di aggiungere Napoli alla loro carta
geografica? Non ho mai preteso che tifassero per me, mai... Però mi
amavano, mi amavano talmente che la Curva B aveva esultato per il
mio gol su rigore contro l'Italia, esultò. Perché di argentini ce
n'erano ben pochi, ma gli urli li ho sentiti bene... Il problema fu
che li hanno sentiti tutti, tutti... E non me l'hanno perdonato.
In più ci fu l'interruzione del mio rapporto con
Guillermo. Accadde nell'ottobre del '90, cinque anni dopo aver
iniziato. Ci separammo per ragioni nostre... E io decisi che con me
avrebbe continuato a lavorare un uomo del gruppo, Juan Marcos
Franchi. Con Guillermo avevamo bisogno di una parentesi, e il tempo
ci ha dato ragione. Se prima vivevamo in un clima tremendo, perché
era tremendo, dopo il Mondiale fu ancora peggio. Ormai era tutto
troppo cambiato. Il Napoli non era più lo stesso, niente era più lo
stesso.