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Il Libro 1°
PREFAZIONE
Non so se
valga davvero la pena raccontare fin dai primordi l'insieme della
storia romana. Se anche lo sapessi, non oserei dirlo, perché mi
rendo conto che si tratta di un'operazione tanto antica quanto
praticata, mentre gli storici moderni o credono di poter portare
qualche contributo più documentato nella narrazione dei fatti, o di
poter superare la rozzezza degli antichi nel campo dello stile.
Comunque vada, sarà pur sempre degno di gratitudine il fatto che io
abbia provveduto, nei limiti delle mie possibilità, a perpetuare la
memoria delle gesta compiute dal più grande popolo della terra. E se
in mezzo a questa pletora di storici il mio nome rimarrà nell'ombra,
troverò di che consolarmi nella nobiltà e nella grandezza di quanti
avranno offuscato la mia fama. E poi si tratta di un'opera
sterminata, perché deve ripercorrere più di settecento anni di
storia che, pur prendendo le mosse da umili origini, è cresciuta a
tal punto da sentirsi minacciata dalla sua stessa mole. Inoltre sono
sicuro che la maggior parte dei lettori si annoierà di fronte
all'esposizione delle prime origini e dei fatti immediatamente
successivi, mentre sarà impaziente di arrivare a quegli avvenimenti
più recenti nei quali si esauriscono da sé le forze di un popolo già
da tempo in auge. Io, invece, cercherò di ottenere anche questa
ricompensa al mio lavoro, cioè di distogliere lo sguardo da quegli
spettacoli funesti di cui la nostra età ha continuato a essere
testimone per così tanti anni, finché sarò impegnato, col pieno
delle mie forze mentali, a ripercorrere quelle antiche vicende,
libero da ogni forma di preoccupazione che, pur non potendo
distogliere lo storico dal vero, tuttavia rischierebbe di turbarne
la disposizione d'animo.
Le leggende
precedenti la fondazione di Roma o il progetto della sua fondazione,
dato che si addicono più ai racconti fantasiosi dei poeti che alla
documentazione rigorosa degli storici, non è mia intenzione né
confermarle né smentirle. Sia concessa agli antichi la facoltà di
nobilitare l'origine delle città mescolando l'umano col divino; e se
si deve concedere a un popolo di consacrare le proprie origini e di
ricondurle a un intervento degli dèi, questo vanto militare lo
merita il popolo romano perché, riconnettendo a Marte più che a ogni
altro la propria nascita e quella del proprio capostipite, il genere
umano accetta un simile vezzo con lo stesso buon viso con cui ne
sopporta l'autorità. Ma di questi aspetti e di altri della medesima
natura, comunque saranno giudicati, da parte mia non ne terrò
affatto conto: ciascuno, questo mi preme, li analizzi con grande
attenzione e si soffermi su che tipo di vita e che abitudini ci
siano state, grazie all'abilità di quali uomini, in pace e in
guerra, l'impero sia stato creato e accresciuto; quindi consideri
come, per un progressivo rilassamento del senso di disciplina, i
costumi abbiano in un primo tempo seguito l'infiacchirsi del
pensiero, poi siano decaduti sempre di più, e in séguito abbiano
cominciato a franare a precipizio fino ad arrivare ai giorni nostri,
nei quali tanto il vizio quanto i suoi rimedi sono intollerabili.
Ciò che risulta più di ogni altra cosa utile e fecondo nello studio
della storia è questo: avere sotto gli occhi esempi istruttivi
d'ogni tipo contenuti nelle illustri memorie. Di lì si dovrà trarre
quel che merita di essere imitato per il proprio bene e per quello
dello Stato, nonché imparare a evitare ciò che è infamante tanto
come progetto quanto come risultato. E poi, o mi inganna la passione
per il lavoro intrapreso, o non è mai esistito uno Stato più grande,
più puro, più ricco di nobili esempi, e neppure mai una civiltà
nella quale siano penetrate così tardi l'avidità e la lussuria e
dove la povertà e la parsimonia siano state onorate così tanto e per
così tanto tempo. Perciò, meno cose c'erano, meno si desiderava:
solo di recente le ricchezze hanno introotto l'avidità, e
l'abbondanza di piaceri a portata di mano ha a sua volta fatto
conoscere il desiderio di perdersi e di lasciare che ogni cosa vada
in rovina in un trionfo di sregolata dissolutezza. Ma, all'inizio di
un'impresa di queste proporzioni, siano messe al bando le
recriminazioni, destinate a non risultare gradite nemmeno quando
saranno necessarie: se anche noi storici, come i poeti, avessimo
l'abitudine di incominciare con buoni auspici, voti e preghiere
rivolte a tutte le divinità, preferirei un attacco del genere,
pregandoli di concedere grande successo alla mia impresa.
LIBRO I
1 Un primo punto
che trova quasi tutti dello stesso avviso è questo: dopo la caduta
di Troia, ai superstiti troiani fu riservato un trattamento molto
duro; gli Achei si astennero dall'applicare rigorosamente il codice
militare di guerra solo nei confronti di due di essi, Enea e
Antenore, sia per l'antica legge dell'ospitalità, sia perché essi
erano sempre stati sostenitori della pace e della restituzione di
Elena. Successivamente, per circostanze di varia natura, Antenore e
un nutrito gruppo di Eneti, i quali, costretti ad abbandonare la
Paflagonia a séguito di una sommossa interna ed essendo alla ricerca
di un luogo dove stabilirsi e di qualcuno che li guidasse dopo aver
perso a Troia il loro capo Pilemene, arrivarono nel golfo più
profondo del mare Adriatico, scacciarono gli Euganei che abitavano
tra mare e Alpi e, Troiani ed Eneti, si impossessarono di quelle
terre. Il primo punto in cui sbarcarono lo chiamarono Troia e di lì
deriva il nome di Troiano per il villaggio: l'intero popolo assunse
la denominazione di Veneti. Di Enea, invece, si sa che, esule dalla
patria a séguito dello stesso disastro, ma destinato per volontà del
fato a dare il via a eventi di ben altra portata, arrivò in un primo
tempo in Macedonia, quindi fu spinto verso la Sicilia sempre alla
ricerca di una sede definitiva e dalla Sicilia approdò con la flotta
nel territorio di Laurento. Anche a questo luogo viene dato il nome
di Troia. I Troiani sbarcarono in quel punto. Privi com'erano, dopo
il loro interminabile peregrinare, di tutto tranne che di armi e di
navi, si misero a fare razzie nelle campagne e per questo motivo il
re Latino e gli Aborigeni che allora regnavano su quelle terre
accorsero armati dalle città e dai campi per respingere l'attacco
degli stranieri. Del fatto si tramandano due versioni. Alcuni
sostengono che Latino, vinto in battaglia, fece pace con Enea e
strinse con lui legami di parentela. Altri, invece, raccontano che,
una volta schieratisi gli eserciti in ordine di battaglia, prima che
fosse dato il segnale di inizio, Latino avanzò tra i soldati delle
prime file e invitò a un colloquio il comandante degli stranieri.
Quindi si informò sulla loro provenienza, chiese da dove o a séguito
di quale evento fossero partiti dal loro paese e cosa stessero
cercando nel territorio di Laurento. Venne così a sapere che tutti
quegli uomini erano Troiani, con a capo Enea figlio di Anchise e di
Venere, esuli da una città finita nelle fiamme, e alla ricerca di
una sede stabile per fondarvi la loro città. Quindi, pieno di
ammirazione per la nobiltà d'animo di quel popolo e dell'uomo di
fronte a lui e per la loro disposizione tanto alla guerra che alla
pace, gli tese la mano destra e si impegnò per un'amicizia futura
tra i due popoli. I due comandanti stipularono allora un trattato di
alleanza, mentre i due eserciti si scambiarono un saluto. Enea fu
ospitato presso Latino. Lì questi aggiunse un patto privato a quello
pubblico dando in moglie a Enea sua figlia. Questo accordo rinforzò
la speranza dei Troiani di vedere finite una volta per tutte le loro
infinite peregrinazioni grazie a una sede stabile e definitiva.
Fondano una città. Enea la chiama Lavinio dal nome della moglie.
Dopo poco tempo, dal nuovo matrimonio nacque anche un figlio maschio
cui i genitori diedero il nome di Ascanio.
2 In séguito,
Aborigeni e Troiani dovettero affrontare insieme una guerra. Il re
dei Rutuli Turno, cui era stata promessa in sposa Lavinia prima
dell'arrivo di Enea, poiché non accettava di buon grado che lo
straniero gli fosse stato preferito, entrò in guerra
contemporaneamente con Enea e con Latino. Nessuna delle due parti
poté rallegrarsi dell'esito di quello scontro: i Rutuli furono
vinti, ma Troiani e Aborigeni, benché vincitori, persero Latino, il
loro comandante. Allora Turno e i Rutuli, sfiduciati per lo stato
presente delle cose, ricorsero alle floride risorse degli Etruschi e
del loro re Mesenzio, signore dell'allora ricca città di Cere.
Questi, poiché già sin dagli inizi non aveva gioito della fondazione
della nuova città e in quel momento pensava che la crescita della
potenza troiana fosse una minaccia eccessiva per la sicurezza dei
popoli vicini, non esitò ad allearsi militarmente con i Rutuli.
Enea, terrorizzato di fronte a una simile guerra, per accattivarsi
il favore degli Aborigeni e perché tutti risultassero uniti non solo
sotto la stessa autorità ma anche sotto lo stesso nome, chiamò
Latini l'uno e l'altro popolo; né d'allora in poi gli Aborigeni si
dimostrarono inferiori ai Troiani quanto a devozione e lealtà. Ed
Enea, forte di questi sentimenti e dell'affiatamento che sempre di
più cresceva tra i due popoli col passare dei giorni, nonostante l'Etruria
avesse una tale disponibilità di mezzi da raggiungere con la sua
fama non solo la terra ma anche il mare per tutta l'estensione
dell'Italia - dalle Alpi allo stretto di Sicilia -, fece scendere
ugualmente in campo le sue truppe pur potendo respingere l'attacco
dalle mura. Lo scontro fu il secondo per i Latini. Per Enea, invece,
rappresentò l'ultima impresa da mortale. Comunque lo si voglia
considerare, uomo o dio, è sepolto sulle rive del fiume Numico e la
gente lo chiama Giove Indigete.
3 Ascanio, il
figlio di Enea, non era ancora maturo per comandare; tuttavia il
potere rimase intatto finché egli non ebbe raggiunto la pubertà.
Nell'intervallo di tempo, lo Stato latino e il regno che il ragazzo
aveva ereditato dal padre e dagli avi gli vennero conservati sotto
la tutela della madre (tali erano in Lavinia le qualità
caratteriali). Non mi metterò a discutere - e chi infatti potrebbe
dare come certa una cosa così antica? - se sia stato proprio questo
Ascanio o uno più vecchio di lui, nato dalla madre Creusa quando
Ilio era ancora in piedi e compagno del padre nella fuga di là,
quello stesso Julo dal quale la famiglia Giulia sostiene derivi il
proprio nome. Questo Ascanio, quali che fossero la madre e la patria
d'origine, in ogni caso era figlio di Enea. Dal momento che la
popolazione di Lavinio era in eccesso, lasciò alla madre, o alla
matrigna, la città ricca e fiorente, e per conto suo ne fondò sotto
il monte Albano una nuova che, dalla sua posizione allungata nel
senso della dorsale montana, fu chiamata Alba Longa. Tra la
fondazione di Lavinio e la deduzione della colonia di Alba Longa
intercorsero press'a poco trent'anni. Ciò nonostante, specie dopo la
sconfitta subita dagli Etruschi, la sua potenza era a tal punto in
crescita che, neppure dopo la morte di Enea e in séguito sotto la
reggenza di una donna e i primi passi del regno di un ragazzo, tanto
Mesenzio e gli Etruschi quanto nessun'altra popolazione limitrofa
osarono intraprendere iniziative militari. Il trattato di pace
stabilì che per Etruschi e Latini il confine sarebbe stato
rappresentato dal fiume Albula, il Tevere dei giorni nostri.
Quindi regna
Silvio, figlio di Ascanio, nato nei boschi per un qualche caso
fortuito. Egli genera Enea Silvio che a sua volta mette al mondo
Latino Silvio. Da quest'ultimo vennero fondate alcune colonie che
furono chiamate dei Latini Prischi. In séguito il nome Silvio rimase
a tutti coloro che regnarono ad Alba Longa. Da Latino nacque Alba,
da Alba Atys, da Atys Capys, da Capys Capeto e da Capeto Tiberino il
quale, essendo annegato durante l'attraversamento del fiume Albula,
diede a esso il celebre nome passato ai posteri. Quindi regnò il
figlio di Tiberino, Agrippa, il quale trasmise il potere al figlio
Romolo Silvio. Questi, colpito da un fulmine, tramandò di mano in
mano il regno ad Aventino il quale fu sepolto sul colle che oggi è
parte di Roma e che porta il suo nome. Quindi regna Proca. Egli
genera Numitore e Amulio. A Numitore, che era il più grande, lascia
in eredità l'antico regno della dinastia Silvia. Ma la violenza poté
più che la volontà del padre o la deferenza nei confronti della
primogenitura: dopo aver estromesso il fratello, sale al trono
Amulio. Questi commise un crimine dietro l'altro: i figli maschi del
fratello li fece uccidere, mentre a Rea Silvia, la femmina, avendola
nominata Vestale (cosa che egli fece passare come un'onorificenza),
tolse la speranza di diventare madre condannandola a una verginità
perpetua.
4 Credo comunque
che rientrassero in un disegno del destino tanto la nascita di una
simile città quanto l'inizio della più grande potenza del mondo dopo
quella degli dèi. La Vestale, vittima di uno stupro, diede alla luce
due gemelli. Sia che fosse in buona fede, sia che intendesse rendere
meno turpe la propria colpa attribuendone la responsabilità a un
dio, dichiarò Marte padre della prole sospetta. Ma né gli dèi né gli
uomini riescono a sottrarre lei e i figli alla crudeltà del re:
questi dà ordine di arrestare e incatenare la sacerdotessa e di
buttare i due neonati nella corrente del fiume. Per una qualche
fortuita volontà divina, il Tevere, straripato in masse d'acqua
stagnante, non era praticabile in nessun punto del suo letto
normale, ma a chi li portava faceva sperare che i due neonati
venissero ugualmente sommersi dall'acqua nonostante questa fosse
poco impetuosa. Così, nella convinzione di aver eseguito l'ordine
del re, espongono i bambini nel punto più vicino dello
straripamento, là dove ora c'è il fico Ruminale (che, stando alla
leggenda, un tempo si chiamava Romulare). Quei luoghi erano allora
completamente deserti. Tutt'ora è viva la tradizione orale secondo
la quale, quando l'acqua bassa lasciò in secco la cesta galleggiante
nella quale erano stati abbandonati i bambini, una lupa assetata
proveniente dai monti dei dintorni deviò la sua corsa in direzione
del loro vagito e, accucciatasi, offrì loro il suo latte con una
tale dolcezza che il pastore-capo del gregge reale - pare si
chiamasse Faustolo - la trovò intenta a leccare i due neonati.
Faustolo poi, tornato alle stalle, li diede alla moglie Larenzia
affinché li allevasse. C'è anche chi crede che questa Larenzia i
pastori la chiamassero lupa perché si prostituiva: da ciò lo spunto
di questo racconto prodigioso. Così nati e cresciuti, non appena
divennero grandi, cominciarono ad andare a caccia in giro per i
boschi senza rammollirsi nelle stalle e dietro il gregge.
Irrobustitisi così nel corpo e nello spirito, nonaffrontavano
soltanto più le bestie feroci, ma assalivano i banditi carichi di
bottino: dividevano tra i pastori il frutto delle rapine e
condividevano con loro svaghi e lavoro, mentre il numero dei giovani
aumentava giorno dopo giorno.
5 Si dice che già
allora sul Palatino si celebrasse il nostro Lupercale e che il monte
fosse chiamato Pallanzio (in séguito Palatino) da Pallanteo, città
dell'Arcadia. Là Evandro, il quale, originario di quella stirpe di
Arcadi, aveva occupato la zona molto tempo prima, pare avesse
introdotto importandola dall'Arcadia l'usanza che dei giovani
corressero nudi celebrando con giochi licenziosi Pan Liceo, che i
Romani in séguito chiamarono Inuo. Mentre erano intenti a questo
spettacolo - dato che la ricorrenza era ben nota -, si dice che i
banditi, per la rabbia di aver perso il bottino, organizzarono
un'imboscata. Romolo si difese energicamente. Remo, invece, lo
catturarono e lo consegnarono al re Amulio, accusandolo per giunta
del furto. Soprattutto gli imputavano di aver compiuto delle
incursioni nelle terre di Numitore e di aver raccolto un gruppo di
giovinastri per darsi alle razzie come in tempo di guerra. Per
questi motivi Remo viene consegnato a Numitore perché lo punisca.
Già sin dall'inizio Faustolo aveva supposto che i bambini allevati
in casa sua fossero di sangue reale: infatti sapeva che dei neonati
erano stati abbandonati per volere del re e anche che il periodo in
cui li aveva presi con sé coincideva con quel fatto. Però non aveva
voluto che la cosa si venisse a sapere quando ancora non era il
momento giusto (a meno che non si fossero presentate l'occasione
propizia o una necessità urgente). Fu quest'ultima ipotesi a
verificarsi per prima: spinto dalla paura, rivelò la cosa a Romolo.
Per caso anche Numitore, mentre teneva prigioniero Remo e aveva
saputo che erano fratelli gemelli, considerando la loro età e il
carattere per niente servile, era stato toccato nell'intimo dal
ricordo dei nipoti; e a forza di fare domande, arrivò a un punto
tale che poco ci mancò riconoscesse Remo. Così venne architettato un
doppio complotto ai danni del re. Romolo lo assale, però non col suo
gruppo di ragazzi - infatti non sarebbe stato all'altezza di un vero
proprio colpo di forza -, ma con altri pastori cui era stato
ordinato di arrivare alla reggia in un momento prestabilito e
secondo un altro percorso. Dalla casa di Numitore, invece, Remo
accorre in aiuto con un'altra schiera di uomini che era riuscito a
procurarsi. Così trucidano il re.
6 Numitore,
durante le prime fasi della sommossa, spargendo la voce che i nemici
avevano invaso la città e stavano assaltando la reggia, aveva così
attirato la gioventù albana a presidiare la rocca e a tenerla con le
armi. Quando vide venire verso di sé i giovani esultanti, reduci
dalla strage appena compiuta, convocata sùbito l'assemblea, rivelò i
delitti commessi dal fratello nei suoi confronti, la nobile origine
dei nipoti, la loro nascita, il modo in cui erano stati allevati, il
sistema con cui erano stati riconosciuti, e infine l'uccisione del
tiranno, della quale dichiarò di assumersi la piena responsabilità.
Dopo che i due giovani, entrati con le loro truppe nel mezzo
dell'assemblea, ebbero acclamato re il nonno, l'intera folla, con un
grido unanime, confermò al re il titolo legittimo e l'autorità.
Così,
affidata Alba a Numitore, Romolo e Remo furono presi dal desiderio
di fondare una città in quei luoghi in cui erano stati esposti e
allevati. Inoltre la popolazione di Albani e Latini era in eccesso.
A questo si erano anche aggiunti i pastori. Tutti insieme certamente
nutrivano la speranza che Alba Longa e Lavinio sarebbero state
piccole nei confronti della città che stava per essere fondata. Su
questi progetti si innestò poi un tarlo ereditato dagli avi, cioè la
sete di potere, e di lì nacque una contesa fatale dopo un inizio
abbastanza tranquillo. Siccome erano gemelli e il rispetto per la
primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava
agli dèi che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli
auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi
vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i
segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino.
7 Il primo
presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a
Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato
annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l'uno e
l'altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al
potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero
degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso
scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia,
cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per
prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena
erette e quindi Romolo, al colmo dell'ira, l'avrebbe ammazzato
aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d'ora in poi, possa
morire chiunque osi scavalcare le mie mura.» In questo modo Romolo
si impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il
nome del suo fondatore.
In primo
luogo fortifica il Palatino, sul quale lui stesso era stato
allevato. Offre sacrifici in onore degli altri dèi secondo il rito
albano, e secondo quello greco in onore di Ercole, così com'erano
stati istituiti da Evandro. Stando alla leggenda, proprio in questi
luoghi Ercole uccise Gerione e gli portò via gli splendidi buoi.
Perché questi riprendessero fiato e pascolassero nella quiete del
verde e per riposarsi anche lui stremato dal cammino, si coricò in
un prato vicino al Tevere, nel punto in cui aveva attraversato a
nuoto il fiume spingendo il bestiame davanti a sé. Lì, appesantito
dal vino e dal cibo, si addormentò profondamente. Un pastore della
zona, un certo Caco, contando sulle proprie forze e colpito dalla
bellezza dei buoi, pensò di portarsi via quella preda. Ma, dato che
spingendo l'armento nella sua grotta le orme vi avrebbero condotto
il padrone quando si fosse messo a cercarle, prese i buoi più belli
per la coda e li trascinò all'indietro nella sua grotta. Al sorgere
del sole, Ercole, emerso dal sonno, dopo aver esaminato attentamente
il gregge ed essersi accorto che ne mancava una parte, si incamminò
verso la grotta più vicina, caso mai le orme portassero in quella
direzione. Quando vide che erano tutte rivolte verso l'esterno ed
escludevano ogni altra direzione, cominciò a spingere l'armento
lontano da quel luogo ostile. Ma poiché alcune tra quelle messe in
movimento si misero a muggire, come succede, per rimpianto di quelle
rimaste indietro, il verso proveniente dalle altre rimaste chiuse
dentro la grotta fece girare Ercole. Caco cercò di impedirgli con la
forza l'ingresso nella grotta. Ma mentre tentava invano di far
intervenire gli altri pastori, stramazzò al suolo schiantato da un
colpo di clava. In quel tempo governava la zona, più per prestigio
personale che per un potere conferitogli, Evandro, esule dal
Peloponneso, uomo degno di venerazione perché sapeva scrivere, cosa
nuova e prodigiosa in mezzo a bifolchi del genere, e ancor più degno
di venerazione per la supposta natura divina della madre Carmenta,
che prima dell'arrivo in Italia della Sibilla aveva sbalordito
quelle genti con le sue doti di profetessa. Evandro dunque, attirato
dalla folla di pastori accorsi sbigottiti intorno allo straniero
colto in flagrante omicidio, dopo aver ascoltato il racconto del
delitto e delle sue cause, osservando attentamente le fattezze e la
corporatura dell'individuo, più maestose e imponenti del normale,
gli domandò chi fosse. Quando venne a sapere il nome, chi era suo
padre e da dove veniva, disse: «Salute a te, Ercole, figlio di
Giove. Mia madre, interprete veritiera degli dèi, mi ha vaticinato
che tu andrai ad accrescere il numero degli immortali e qui ti verrà
dedicato un altare che un giorno il popolo più potente della terra
chiamerà Altare Massimo e venererà secondo il tuo rito.» Ercole,
dopo aver teso la mano destra, disse che accettava l'augurio e che
avrebbe portato a compimento la volontà del destino costruendo e
consacrando l'altare. Lì, prendendo dal gregge un capo di
straordinaria bellezza, fu per la prima volta compiuto un sacrificio
in onore di Ercole. A occuparsi della cerimonia e del banchetto
sacrificale furono chiamati Potizi e Pinari, in quel tempo le
famiglie più illustri della zona. Per caso successe che i Potizi
giungessero all'ora stabilita e le viscere degli animali vennero
poste di fronte a loro, mentre i Pinari, quando ormai le viscere
erano stae mangiate, arrivarono a banchetto cominciato. Così, finché
durò in vita la stirpe dei Pinari, rimase in vigore la regola che
essi non potessero cibarsi delle interiora dei sacrifici. I Potizi,
istruiti da Evandro, furono per molte generazioni sacerdoti di
questo rito sacro, fino al tempo in cui, affidato ai servi di Stato
il solenne officio della famiglia, l'intera stirpe dei Potizi si
estinse. Questi furono gli unici, fra tutti i riti di importazione,
a essere allora accolti da Romolo, già in quel periodo conscio
dell'immortalità che avrebbe ottenuto col valore e verso la quale lo
conduceva il suo destino.
8 Sistemata la
sfera del divino in maniera conforme alle usanze religiose e
convocata in assemblea la massa, che nulla, salvo il vincolo
giuridico, poteva unire nel complesso di un solo popolo, diede loro
un sistema di leggi. Pensando che esso sarebbe stato inviolabile per
quei rozzi villici solo a patto di rendere se stesso degno di
venerazione per i segni distintivi dell'autorità, diventò più
maestoso sia nel resto della persona sia soprattutto grazie ai
dodici littori di cui si circondò. Alcuni ritengono che egli adottò
il numero in base a quello degli uccelli che, col loro augurio, gli
avevano pronosticato il regno. A me non dispiace la tesi di quelli
che sostengono importati dalla confinante Etruria (donde furono
introdotte la sedia curule e la toga pretesta) tanto questo tipo di
subalterni quanto il loro stesso numero. Essi ritengono che la cosa
fosse così presso gli Etruschi dal momento che, una volta eletto il
re dall'insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un
littore a testa.
Nel frattempo
la città cresceva in fortificazioni che abbracciavano dentro la loro
cerchia sempre nuovi spazi: si costruiva più nella speranza di un
incremento demografico negli anni a venire che per le proporzioni
presenti della popolazione. In séguito, perché l'ampliamento della
città non fosse fine a se stesso, col pretesto di aumentare la
popolazione secondo l'antica idea di quanti fondavano città (i
quali, radunando intorno a sé genti senza un passato alle spalle,
facevano credere loro di essere autoctoni), creò un punto di
raccolta là dove oggi, per chi voglia salire a vedere, c'è un
recinto tra due boschi. Lì, dalle popolazioni confinanti, andò a
riparare una massa eterogenea di individui - nessuna distinzione tra
liberi e schiavi - avida di cose nuove: e questo fu il primo
energico passo in direzione del progetto di ampliamento. Ormai
soddisfatto di tali forze, provvede a dotarli di un'assemblea.
Elegge cento senatori, sia perché questo numero era sufficiente, sia
perché erano soltanto cento quelli che potevano ambire a una carica
del genere. In ogni caso, quest'onore gli valse il titolo di padri,
mentre i loro discendenti furono chiamati patrizi.
9 Roma era ormai
così potente che poteva permettersi di competere militarmente con
qualunque popolo dei dintorni. Ma per la penuria di donne questa
grandezza era destinata a durare una sola generazione, perché essi
non potevano sperare di avere figli in patria né di sposarsi con
donne della zona. Allora, su consiglio dei senatori, Romolo inviò
ambasciatori alle genti limitrofe per stipulare un trattato di
alleanza col nuovo popolo e per favorire la celebrazione di
matrimoni. Essi dissero che anche le città, come il resto delle
cose, nascono dal nulla; in séguito, grazie al loro valore e
all'assistenza degli dèi, acquistano grande potenza e grande fama.
Era un fatto assodato che alla nascita di Roma erano stati propizi
gli dèi e che il valore non le sarebbe venuto a mancare. Per questo,
in un rapporto da uomo a uomo, non dovevano disdegnare di mescolare
il sangue e la stirpe. All'ambasceria non dette ascolto nessuno:
tanto da una parte provavano un aperto disprezzo, quanto dall'altra
temevano per sé e per i propri successori la crescita in mezzo a
loro di una simile potenza. Nell'atto di congedarli, la maggior
parte dei popoli consultati chiedeva se non avessero aperto anche
per le donne un qualche luogo di rifugio (quella infatti sarebbe
stata una forma di matrimonio alla pari). La gioventù romana non la
prese di buon grado e la cosa cominciò a scivolare inevitabilmente
verso la soluzione di forza. Per conferire a essa tempi e luoghi
appropriati, Romolo, dissimulando il proprio risentimento,
allestisce apposta dei giochi solenni in onore di Nettuno Equestre e
li chiama Consualia. Quindi ordina di invitare allo spettacolo i
popoli vicini. Per caricarli di interesse e attese, i giochi vengono
pubblicizzati con tutti i mezzi disponibili all'epoca. Arrivò
moltissima gente, an che per il desiderio di vedere la nuova città,
e soprattutto chi abitava più vicino, cioè Ceninensi, Crustumini e
Antemnati. I Sabini, poi, vennero al completo, con tanto di figli e
consorti. Invitati ospitalmente nelle case, dopo aver visto la
posizione della città, le mura fortificate e la grande quantità di
abitazioni, si meravigliarono della rapidità con cui Roma era
cresciuta. Quando arrivò il momento previsto per lo spettacolo e
tutti erano concentratissimi sui giochi, allora, come convenuto,
scoppiò un tumulto e la gioventù romana, a un preciso segnale, si
mise a correre all'impazzata per rapire le ragazze. Molte finivano
nelle mani del primo in cui si imbattevano: quelle che spiccavano
sulle altre per bellezza, destinate ai senatori più insigni,
venivano trascinate nelle loro case da plebei cui era stato affidato
quel compito. Si racconta che una di esse, molto più carina di tutte
le altre, fu rapita dal gruppo di un certo Talasio e, poiché in
molti cercavano di sapere a chi mai la stessero portando, gridarono
più volte che la portavano a Talasio perché nessuno le mettesse le
mani addosso. Da quell'episodio deriva il nostro grido nuziale.
Finito lo
spettacolo nel terrore, i genitori delle fanciulle fuggono affranti,
accusandoli di aver violato il patto di ospitalità e invocando il
dio in onore del quale eran venuti a vedere il rito e i giochi
solenni, vittime di un'eccessiva fiducia nella legge divina. Le
donne rapite, d'altra parte, non avevano maggiori speranze circa se
stesse né minore indignazione. Ma Romolo in persona si aggirava tra
di loro e le informava che la cosa era successa per l'arroganza dei
loro padri che avevano negato ai vicini la possibilità di contrarre
matrimoni; le donne, comunque, sarebbero diventate loro spose,
avrebbero condiviso tutti i loro beni, la loro patria e, cosa di cui
niente è più caro agli esseri umani, i figli. Che ora dunque
frenassero la collera e affidassero il cuore a chi la sorte aveva
già dato il loro corpo. Spesso al risentimento di un affronto segue
l'armonia dell'accordo. Ed esse avrebbero avuto dei mariti tanto
migliori in quanto ciascuno di par suo si sarebbe sforzato, facendo
il proprio dovere, di supplire alla mancanza dei genitori e della
patria. A tutto questo si aggiungevano poi le attenzioni dei mariti
(i quali giustificavano la cosa con il trasporto della passione),
attenzioni che sono l'arma più efficace nei confronti dell'indole
femminile.
10 Ormai l'ira
delle ragazze rapite si era del tutto placata. Fu però proprio in
quel momento che i loro genitori, vestiti a lutto, cercavano di
sensibilizzare i concittadini piangendo e lamentandosi
dell'accaduto. E non si limitavano a manifestare in patria il
proprio sdegno, ma da ogni parte si presentarono in gruppi di
delegazioni a Tito Tazio, re dei Sabini, perché il suo prestigio in
quelle zone era enorme. Quell'affronto riguardava in parte Ceninensi,
Crustumini e Antemnati. Sembrò loro che Tito Tazio e i Sabini
agissero con eccessiva flemma: perciò questi tre popoli si
prepararono a combattere da soli. Ma, a giudicare dall'animosità e
dall'ira dei Ceninensi, neppure Crustumini e Antemnati si muovevano
con sufficiente prontezza. Così i Ceninensi invadono da soli il
territorio romano. Ma mentre stavano devastando disordinatamente la
zona, gli va incontro Romolo con l'esercito e, dopo una ridicola
scaramuccia, dimostra loro la vanità dell'ira non sorretta da forze
adeguate. Sbaraglia la schiera nemica, la mette in fuga e ne insegue
i resti sbandati; quindi si scontra in duello col re, lo uccide e ne
spoglia il cadavere. Dopo aver eliminato il comandante dei nemici,
si impossessa della loro città al primo assalto. Ricondotto indietro
l'esercito vincitore, dimostrò che il suo eroismo nel compiere le
imprese non era inferiore alla capacità di valorizzarle: portando le
spoglie del comandante nemico ucciso su una barella costruita
all'occorrenza, salì sul Campidoglio. Lì, dopo averle deposte presso
una quercia sacra ai pastori, insieme con l'offerta tracciò i
confini del tempio di Giove e aggiunse un epiteto al nome del dio:
«Io, Romolo, re vittorioso, offro a te, Giove Feretrio, queste armi
di re, e consacro il tempio entro questi limiti che ho or ora
tracciato secondo la mia volontà, in modo tale che diventi un luogo
demandato alle spoglie opime che quanti verranno dopo di me,
seguendo il mio esempio, porteranno qui dopo averle strappate a re e
comandanti nemici uccisi in battaglia.» Questa è l'origine del primo
tempio consacrato a Roma. Così, da quel giorno in poi, piacque agli
dèi che fosse legge la parola del fondatore del tempio (e cioè che i
posteri avrebbero dovuto portare lì le spoglie), e che la gloria di
un tale dono non fosse svilita dal numero elevatissimo di chi la
poteva ottenere. Da allora tanti anni sono passati e tante guerre
sono state combattute. Ciò nonostante, altre due volte soltanto si
presero spoglie opime: così rara fu la fortuna di quell'onore.
11 Mentre i Romani
si stavano occupando di queste cose, gli Antemnati, cogliendo al
volo l'occasione offerta dalla loro assenza, compiono un'incursione
armata nel nostro territorio. Ma le truppe romane, spinte a marce
forzate anche in quella direzione, piombano loro addosso trovandoli
sparpagliati nei campi. Fu così che bastò il primo urto accompagnato
dall'urlo di guerra per sbaragliarli e conquistarne la città. Mentre
Romolo era nel pieno dell'ovazione per il doppio trionfo, la moglie
Ersilia, cedendo alle preghiere incessanti delle donne rapite, lo
prega di perdonarne i genitori e di ammetterli all'interno della
città (la cui potenza sarebbe così aumentata proprio grazie alla
concordia interna). Egli acconsente facilmente. Quindi marcia contro
i Crustumini che erano in procinto di attaccare. Ma la loro
resistenza durò ancora meno di quella degli alleati: di fronte a
disfatte del genere, non era rimasto troppo coraggio. In entrambi i
paesi sottomessi furono inviati coloni. La maggior parte di essi,
però, si iscrissero per Crustumino a causa della fertilità della
terra. Dall'altra parte, invece, molte persone, soprattutto genitori
e parenti delle donne rapite, vennero a stabilirsi a Roma.
L'ultimo
attacco Roma lo subì dai Sabini, e questa fu di gran lunga la più
importante tra le guerre combattute fino a quel punto. Essi,
infatti, non agirono sotto l'impulso del risentimento e
dell'ambizione, né si lasciarono andare a dimostrazioni militari
prima di dare il via alla guerra. Unirono la fraudolenza al sangue
freddo. Spurio Tarpeio comandava la cittadella romana. Sua figlia,
vergine vestale, viene corrotta con dell'oro da Tazio e costretta a
fare entrare un drappello di armati nella fortezza. In quel preciso
momento la ragazza era andata oltre le mura ad attingere acqua per i
culti rituali. Dopo averla catturata, la schiacciarono sotto il peso
delle loro armi e la uccisero, sia per dare l'idea che la cittadella
era stata conquistata più con la forza che con qualsiasi altro
mezzo, sia per fornire un esempio in modo che più nessun delatore
potesse contare sulla parola data. La leggenda riguardante questi
fatti vuole che, siccome i Sabini di solito portavano al braccio
sinistro braccialetti d'oro massiccio e giravano con anelli
tempestati di gemme di rara bellezza, la ragazza avesse pattuito
come prezzo del suo tradimento ciò che essi portavano al braccio
sinistro; e che al posto dell'oro promesso fosse rimasta schiacciata
dal peso dei loro scudi. Alcuni sostengono che, avendo lei chiesto
di scegliere come ricompensa quello che essi portavano al braccio
sinistro, optò espressamente per gli scudi e che i Sabini, credendo
li volesse tradire, l'uccisero proprio col compenso che aveva
richiesto.
12 Comunque sia, i
Sabini si impossessarono della cittadella. Il giorno dopo, quando
l'esercito romano aveva gremito, col suo schieramento al completo,
lo spazio compreso tra il Palatino e il Campidoglio, i Sabini non
calarono subito in pianura ma rimasero ad aspettare che
l'indignazione e il desiderio di recuperare la rocca spingessero i
Romani a risalire la china e ad affrontarli su in alto. I capi di
entrambi gli schieramenti incitavano alla lotta: Mezio Curzio per i
Sabini e Ostio Ostilio per i Romani. Quest'ultimo, nonostante la
posizione svantaggiosa, teneva alto il morale con dimostrazioni di
coraggio e di audacia nelle prime file. Ma, caduto lui, subito i
Romani registrarono un netto cedimento e andarono a rifugiarsi
presso la vecchia porta del Palatino. Romolo stesso, trascinato
dalla massa dei soldati in ritirata, sollevando le armi al cielo,
gridò: «O Giove, è per obbedire al tuo volere che ho gettato le
prime fondamenta di Roma proprio qui sul Palatino. Ormai la
cittadella è in mano ai Sabini che l'hanno conquistata nella più
turpe delle maniere. Di lì, attraverso la vallata, stanno avanzando
armati verso di noi. Ma tu, padre degli dèi e degli uomini, tieni
lontani almeno da qui i nemici, libera i Romani dal terrore e frena
questa loro vergognosa ritirata! Prometto che qui, o Giove Statore,
io innalzerò un tempio per ricordare ai posteri che è stato il tuo
aiuto inesauribile a salvare la città». Al termine della preghiera,
come se avesse avuto la sensazione di essere stato esaudito, disse:
«Qui, o Romani, Giove ottimo massimo vi ordina di fermarvi e di
ricominciare a combattere». E i Romani si fermarono, proprio come se
stessero obbedendo a un ordine piovuto dal cielo. Romolo in persona
si lancia nelle prime file. Mezio Curzio, intanto, a capo dei Sabini,
aveva guidato la carica dall'alto della cittadella e fatto il vuoto
in mezzo alle fila romane, gettando lo scompiglio per tutto lo
spazio occupato dal foro. E, ormai non lontano dalla porta del
Palatino, gridava: «Li abbiamo battuti, ospiti malvagi e nemici
codardi che non sono altro! Ora lo sanno che differenza passa tra
rapire delle ragazze inermi e combattere contro degli uomini veri.»
Mentre così si gloria, gli si avventa addosso, guidato da Romolo, un
gruppo di giovani pronti a tutto. Per caso in quel momento Mezio
stava combattendo a cavallo e fu così più facile respingerlo. Dopo
averlo messo in fuga, i Romani proseguono sullo slancio e il resto
dell'esercito, infiammato dall'audacia del re, riesce a sbaragliare
i Sabini. Mezio fu trascinato in una palude dal suo cavallo,
divenuto ingovernabile per lo strepito degli inseguitori e la cosa
attirò l'attenzione anche dei Sabini che temevano di perdere una
figura così carismatica: urlando e facendogli ampi gesti, gli
dimostrarono il loro attaccamento ed egli riuscì a tirarsi fuori
dalla melma. Romani e Sabini riprendono così a combattere nella
valle che si estende tra le due colline. Ma i Romani continuavano ad
avere la meglio.
13 Fu in quel
momento che le donne sabine, il cui rapimento aveva scatenato la
guerra in corso, con le chiome al vento e i vestiti a brandelli,
lasciarono che le disgrazie presenti avessero la meglio sulla loro
timidezza di donne e non esitarono a buttarsi sotto una pioggia di
proiettili e a irrompere dai lati tra le opposte fazioni per
dividere i contendenti e placarne la collera. Da una parte
supplicavano i mariti e dall'altra i padri. Li imploravano di non
commettere un crimine orrendo macchiandosi del sangue di un suocero
o di un genero e di non lasciare il marchio del parricidio nelle
creature che esse avrebbero messo al mondo, figli per gli uni e
nipoti per gli altri. «Se il rapporto di parentela che vi unisce e
questi matrimoni non vi vanno a genio, rivolgete la vostra ira
contro di noi: siamo noi la causa scatenante della guerra, noi le
sole responsabili delle ferite e delle morti tanto dei mariti quanto
dei genitori. Meglio morire che rimanere senza uno di voi due, o
vedove od orfane.» L'episodio non tocca soltanto la massa dei
soldati ma anche i comandanti, e su tutti cala improvvisa una quiete
silenziosa. Poi vengono avanti i generali per stipulare un trattato
e non si accordano esclusivamente sulla pace, ma varano anche
l'unione dei due popoli. Associano i due regni, trasferendo però
l'intero potere decisionale a Roma che vede così raddoppiata la sua
popolazione. Tuttavia, per venire in qualche modo incontro ai
Sabini, i cittadini romani presero il nome di Quiriti dalla città di
Cures. E in memoria di quella battaglia chiamarono lago Curzio lo
specchio d'acqua dove il cavallo di Curzio emerse dal profondo della
melma e portò in salvo il suo cavaliere.
A una guerra
così catastrofica seguì improvvisamente un felice periodo di pace
che rese le donne sabine più gradite ai loro mariti e ai loro
genitori, ma, sopra tutti, a Romolo stesso. Così, quando questi
divise la popolazione in trenta curie, diede a esse il nome delle
donne. Senza dubbio il loro numero era in qualche modo superiore: la
tradizione non ci informa se fu l'età, la loro classe sociale o
quella dei mariti, oppure un'estrazione a sorte il criterio
utilizzato per stabilire quali dovessero dare il nome alle curie.
Nello stesso periodo vennero formate tre centurie di cavalieri.
Ramnensi e Tiziensi devono i loro nomi a Romolo e a Tito Tazio.
Quanto invece ai Luceri, nome e origine sono poco chiari. Di lì in
poi, i due sovrani regnarono non solo in comune, ma anche in
perfetto accordo.
14 Alcuni anni
dopo, certi parenti di Tito Tazio maltrattano gli ambasciatori dei
Laurenti e, nonostante il loro appellarsi al diritto delle genti,
Tito mostra di avere orecchie soltanto per le preghiere dei suoi.
Così facendo, assume su di sé la responsabilità della loro mancanza.
E infatti, un giorno che era andato a Lavinio per un sacrificio
solenne, fu assassinato in un moto di piazza. Si narra che la cosa
addolorò Romolo meno del dovuto, sia per la dubbia affidabilità di
una simile divisione del potere, sia perché credeva che quella morte
non fosse del tutto immeritata. Per questo evitò di far ricorso alla
guerra. Tuttavia, per garantire l'espiazione della morte del re e
dell'offesa ai danni degli ambasciatori, fece rinnovare il trattato
tra Roma e Lavinio.
Questa pace,
a dir la verità, fu un evento al di sopra di ogni aspettativa.
Invece scoppiò un'altra guerra, molto più vicina, anzi quasi alle
porte di Roma. Gli abitanti di Fidene, ritenendo troppo vicina a
loro una potenza in continua crescita, senza aspettare che
diventasse forte come c'era da prevedere, si affrettano a scatenare
il conflitto. Armano squadroni di giovani e li spediscono a
devastare le campagne tra Roma e Fidene. Di lì piegano verso
sinistra (a destra niente da fare, c'è il Tevere che blocca la
strada) e compiono atti di vandalismo terrorizzando i contadini.
L'improvviso trambusto creatosi nelle campagne arrivò fino in città
e fu come una prima avvisaglia della guerra. Romolo, visto che non
c'era un minuto da perdere con una guerra così vicina, esce
immediatamente alla testa dell'esercito e si accampa a un miglio da
Fidene. Dopo avervi lasciato una modesta guarnigione, si mette in
moto col grosso delle truppe. Una parte di queste ordinò che si
piazzasse, pronta a lanciare un'imboscata, in una zona tutto intorno
criparata da fitti cespuglic. Poi, con il blocco più consistente
dell'esercito e con tutta la cavalleria, si mise in marcia e,
proprio come si era prefissato, riuscì ad attirare fuori il nemico
adottando un tipo di tattica spericolata e minacciosa, con i
cavalieri che scorrazzavano fin quasi sotto le porte. D'altra parte,
per la fuga che doveva esser simulata, questo assalto a cavallo
forniva un pretesto più verisimile. E quando non solo la cavalleria
sembrava incerta tra il combattere e il fuggire, ma anche la
fanteria si ritirava, all'improvviso si spalancarono le porte e le
linee romane furono travolte dallo straripare dei nemici che, nella
foga di darsi all'inseguimento, furono trascinati nel punto
dell'imboscata. Lì i Romani saltano fuori a sorpresa e attaccano sul
fianco la schiera dei nemici. Allo stupore si aggiunge la paura:
dall'accampamento si vedono avanzare gli stendardi del presidio
lasciato di guarnigione. Così i Fidenati, in preda al panico più
totale, fanno dietro-front quasi prima ancora che Romolo e i suoi
uomini riuscissero a girare i loro cavalli. E visto che si trattava
di una fuga vera, riguadagnavano la città in maniera di gran lunga
più disordinata di quelli che, poco prima, essi avevano inseguito
ingannati dalla loro simulazione di fuga. Però non riuscirono a
sfuggire al nemico: i Romani li incalzavano da dietro e, prima che
le porte della città venissero chiuse, irruppero all'interno, quando
ormai i due eserciti sembravano uno solo.
15 La guerra
scatenata dai Fidenati fu come una febbre contagiosa che colpì gli
animi dei Veienti (i quali, oltretutto, vantavano anche legami
etnici, visto che condividevano coi Fidenati l'origine etrusca). E
in più c'era il pericolo dei confini, nel caso in cui la potenza
romana si fosse rivolta ostilmente contro tutte le popolazioni
limitrofe. Così si riversarono in territorio romano senza però
seguire i piani di una regolare campagna militare ma piuttosto per
saccheggiare i dintorni alla rinfusa. Non si accamparono né attesero
l'arrivo dell'esercito nemico, ma tornarono a Veio portandosi via
ciò che avevano razziato nelle campagne. I Romani, da parte loro,
non avendo trovato il nemico nei campi, attraversarono il Tevere
pronti e determinati a sferrare un attacco decisivo. Quando i
Veienti vennero a sapere che i nemici si erano accampati e stavano
per marciare contro la loro città, andarono loro incontro per
decidere la battaglia in campo aperto piuttosto che dover combattere
ostacolati dalle case e dalle mura. Nello scontro, senza far ricorso
a particolari stratagemmi di supporto alle sue truppe, il re romano
ebbe la meglio solo grazie alla fermezza dei suoi veterani:
sbaragliò i nemici e li inseguì fino alle mura, ma dovette desistere
dall'attaccare la città in quanto risultava ben protetta dalle
fortificazioni e dalla sua stessa posizione. Sulla via del ritorno
saccheggia le campagne, più per desiderio di vendetta che per fare
razzia. E i Veienti, piegati da questo disastroso strascico non meno
che dalla sconfitta in battaglia, inviano a Roma dei delegati per
chiedere la pace. Ottennero una tregua di cent'anni in cambio della
cessione di parte del loro territorio.
Grosso modo
furono questi i principali avvenimenti politici e militari durante
il regno di Romolo. Nessuno di essi impedisce però di prestar fede
alla sua origine divina e alla divinizzazione attribuitagli dopo la
morte, né al coraggio dimostrato nel riconquistare il regno degli
avi, né alla saggezza cui fece ricorso per fondare Roma e renderla
forte grazie alle guerre e alla sua politica interna. Fu proprio in
virtù di quanto egli le aveva fornito che Roma di lì in poi conobbe
quarant'anni di stabilità nella pace. Tuttavia fu più amato dal
popolo che dal senato e idolatrato dai suoi soldati come da nessun
altro. Tenne per sé, e non solo in tempo di guerra, una scorta di
trecento armati cui diede il nome di Celeri.
16 Portati a
termine questi atti destinati alla posterità, un giorno, mentre
passava in rassegna l'esercito e parlava alle truppe vicino alla
palude Capra, in Campo Marzio, scoppiò all'improvviso un temporale
violentissimo con gran fragore di tuoni ed egli fu avvolto da una
nuvola così compatta che scomparve alla vista dei suoi soldati. Da
quel momento in poi, Romolo non riapparve più sulla terra. I giovani
romani, appena rividero la luce di quel bel giorno di sole dopo
l'imprevisto della tempesta, alla fine si ripresero dallo spavento.
Ma quando si resero conto che la sedia del re era vuota, pur
fidandosi dei senatori che, seduti accanto a lui, sostenevano di
averlo visto trascinato verso l'alto dalla tempesta, ciò nonostante
sprofondarono per qualche attimo in un silenzio di tomba, come
invasi dal terrore di esser rimasti orfani. Poi, seguendo l'esempio
di alcuni di essi, tutti in coro osannarono Romolo proclamandolo dio
figlio di un dio, e re e padre di Roma. Con preghiere ne implorano
la benevola assistenza e la continua protezione per i loro figli.
Allora, credo, ci fu anche chi in segreto sosteneva la tesi che i
senatori avessero fatto a pezzi il re con le loro stesse mani. La
notizia si diffuse, anche se in termini non molto chiari. Ma fu resa
nota l'altra versione, sia per l'ammirazione nei confronti di una
simile figura, sia per la delicatezza della situazione. Si dice
anche che ad aumentarne la credibilità contribuì l'astuta trovata di
un singolo personaggio. Questi - un certo Giulio Proculo -, mentre
la città era in lutto per la perdita del re e nutriva una certa
ostilità nei confronti del senato, con tono grave, come se fosse
stato testimone di un grande evento, si rivolse in questi termini
all'assemblea: «Stamattina, o Quiriti, alle prime luci dell'alba,
Romolo, padre di questa città, è improvvisamente sceso dal cielo ed
è apparso alla mia vista. Io, in un misto di totale confusione e
rispetto, l'ho pregato di accordarmi il permesso di guardarlo in
faccia e lui mi ha risposto: "Va' e annuncia ai Romani che la
volontà degli dèi celesti è che la mia Roma diventi la capitale del
mondo. Quindi si impratichiscano nell'arte militare e sappiano e
tramandino ai loro figli che nessuna umana potenza è in grado di
resistere alle armi romane." Detto questo,» egli concluse, «è
scomparso in cielo.» È incredibile quanto si prestò fede al racconto
di quell'uomo e quanto giovò a placare lo sconforto della plebe e
dell'esercito per la perdita di Romolo l'assicurazione della sua
immortalità.
17 Nel frattempo,
tra i senatori, era in pieno svolgimento una lotta febbrile per la
gestione del potere. Non si era però ancora giunti a candidature
individuali perché nel nuovo popolo non c'era nessuna figura
particolarmente di spicco: si trattava di uno scontro di diverse
fazioni all'interno delle classi. I cittadini di origine sabina,
dopo la morte di Tito Tazio, non avevano più avuto un loro re. Così,
nel timore di dover rinunciare alla spartizione del potere pur
continuando a godere degli stessi diritti politici, volevano che
venisse eletto un re della loro etnia. Ma i Romani di vecchia data
rifiutavano l'idea di avere un re forestiero. Pur nella pluralità di
vedute, tutti volevano ugualmente essere sottoposti all'autorità di
un monarca: infatti non avevano ancora assaporato il dolce piacere
della libertà. Poi i senatori cominciarono a preoccuparsi
seriamente, pensando che la città priva di un governo e l'esercito
privo di un comandante in campo rischiassero un qualche attacco da
fuori, visto che si trovavano in mezzo a una serie di vicini
particolarmente maldisposti nei loro confronti. Erano quindi tutti
d'accordo sulla necessità di avere qualcuno a capo, ma nessuno aveva
in animo di rinunciare a favore dell'altro. Così i cento senatori
decidono di governare collegialmente: creano dieci decurie e da
ognuna di esse traggono un rappresentante destinato a gestire
l'amministrazione dello stato. Governavano, quindi, in dieci, anche
se uno solo aveva le insegne ed era scortato dai littori. Il potere
di ciascuno di essi durava cinque giorni, poi passava a rotazione a
tutti gli altri. Si trattò di un intervallo di un anno. Siccome
intercorse tra due regni, fu chiamato interregno, termine ancor oggi
in uso. Ma allora la plebe cominciò a lamentare l'aggravarsi del suo
rapporto di sudditanza, visto che al posto di un padrone adesso
gliene toccavano cento. Era chiaro che avrebbero al massimo
sopportato un re e questo eletto secondo le loro preferenze. Quando
i senatori si resero conto dell'andazzo, pensarono che sarebbe stato
bene offrire spontaneamente ciò che era destino avrebbero perso. E
così si guadagnarono il favore popolare concedendo il potere
supremo, senza però elargire più prerogative di quante ne mantennero
per sé. Infatti decretarono che il popolo avrebbe eletto il re, ma
la nomina sarebbe stata valida solo dopo la loro ratifica. Ancor
oggi, quando si votano le leggi e si eleggono i magistrati, viene
esercitato questo diritto, anche se ormai privato della sua
importanza: i senatori anno la loro ratifica prima che il popolo
vada alle urne e quando non si conosce ancora l'esito del voto. In
quell'occasione, il sovrano in carica convocò l'assemblea e disse:
«La fortuna, la prosperità e la felicità possano assisterci! Quiriti,
sceglietevi un re, questo è il volere dei senatori. E se chi
eleggerete sarà degno di esser chiamato successore di Romolo, in
quel caso vogliano confermare la vostra scelta.» La proposta fu
talmente gradita al popolo che, per non sembrare da meno nella
generosità, si limitò a decidere e a ordinare che fosse il senato a
stabilire chi doveva regnare a Roma.
18 In quel periodo
Numa Pompilio godeva di grande rispetto per il suo senso di
giustizia e di religiosità. Viveva a Cures, in terra sabina, ed era
esperto, più di qualsiasi suo contemporaneo, di tutti gli aspetti
del diritto divino e di quello umano. C'è chi sostiene, in assenza
di altri nomi, ch'egli fosse debitore della propria cultura a
Pitagora di Samo. La tesi è però un falso perché è noto a tutti che
fu durante il regno di Servio Tullio (cioè più di cento anni dopo) e
nell'estremo sud Italia - nei dintorni di Metaponto, Eraclea e
Crotone - che Pitagora si circondò di gruppi di giovani ansiosi di
conoscere a fondo le sue dottrine. E da quei lontani paesi, pur
ammettendo che Pitagora fosse vissuto nello stesso periodo, la sua
fama come avrebbe potuto raggiungere i Sabini? E in che lingua
comune avrebbe potuto indurre qualcuno a farsi una cultura con lui?
E sotto la scorta di chi un uomo avrebbe potuto compiere da solo
quel viaggio attraverso così tanti popoli diversi per lingua e
usanze? Per tutti questi motivi sono incline a credere che Numa
fosse spiritualmente portato alla virtù per una sua naturale
disposizione e che la sua cultura non avesse niente a che vedere con
insegnamenti di stranieri, ma dipendesse dall'austera e severa
educazione degli antichi Sabini, il popolo moralmente più puro
dell'antichità. Non appena i senatori romani sentirono il nome di
Numa, si resero conto che, con un re proveniente dalla loro etnia,
l'ago della bilancia politica si sarebbe spostato verso i Sabini.
Ciò nonostante, visto che nessuno avrebbe osato preferire a quell'uomo
se stesso, uno della propria fazione o qualche altro senatore o
privato cittadino, decidono all'unanimità di affidare il regno a
Numa Pompilio. Convocato a Roma, egli ordinò che, così come Romolo
solo dopo aver tratto gli auspici aveva fondato la sua città e ne
aveva assunto il governo, allo stesso modo, anche nel suo caso,
venissero consultati gli dèi. Quindi, preceduto da un augure (cui,
da quella circostanza in poi, questa funzione onorifica rimase
permanentemente una delle sue attribuzioni ufficiali), Numa fu
condotto sulla cittadella e fatto sedere su una pietra con lo
sguardo rivolto a meridione. L'augure, a capo coperto e reggendo con
la destra un bastone ricurvo e privo di nodi il cui nome era
lituus, prese posto alla sua sinistra. Quindi, dopo aver
abbracciato con uno sguardo la città e le campagne intorno, invocò
gli dèi e divise la volta del cielo, da oriente a occidente, con una
linea ideale, specificando che le regioni a destra erano quelle
meridionali e quelle di sinistra le settentrionali. Poi fissò
mentalmente, nella parte di fronte a sé, un punto di riferimento il
più lontano a cui potesse giungere con lo sguardo. Quindi, fatto
passare il lituus nella mano sinistra e piazzata la destra
sulla testa di Numa, rivolse questa preghiera: «O Giove padre, se è
volontà del cielo che Numa Pompilio, qui presente e del quale io sto
toccando la testa, sia re di Roma, dacci qualche segno manifesto
entro i limiti che io ho or ora tracciato.» Poi specificò gli
auspici che voleva venissero inviati. E quando questi apparvero,
Numa fu dichiarato re e poté scendere dalla collina augurale.
19 Roma era una
città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza
delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara
a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti
di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che
chi passa la vita tra una guerra e l'altra non riesce ad abituarsi
facilmente a queste cose perché l'atmosfera militare inselvatichisce
i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo
popolo disabituandolo all'uso delle armi. Per questo motivo fece
costruire ai piedi dell'Argileto un tempio in onore di Giano
elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe
indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace
regnava presso tutti i popoli dei dintorni. Dal regno di Numa in poi
fu chiuso soltanto due volte: la prima al termine della prima guerra
punica, durante il consolato di Tito Manlio, la seconda (e gli dèi
hanno concesso alla nostra generazione di esserne testimoni oculari)
dopo la battaglia di Azio, quando cioè l'imperatore Cesare Augusto
ristabilì la pace per mare e per terra. Numa lo chiuse dopo essersi
assicurato con trattati di alleanza la buona disposizione di tutte
le popolazioni limitrofe ed eliminando le preoccupazioni di pericoli
provenienti dall'esterno. Così facendo, però, si correva il rischio
che animi resi vigili dalla disciplina militare e dalla continua
paura del nemico si rammollissero in un ozio pericoloso. Per
evitarlo, egli pensò che la prima cosa da fare fosse instillare in
essi il timore reverenziale per gli dèi, espediente efficacissimo
nei confronti di una massa ignorante e ancora rozza in quei primi
anni. Dato che non poteva penetrare nelle loro menti senza far
ricorso a qualche racconto prodigioso, si inventò di avere degli
incontri notturni con la dea Egeria e riferì che quest'ultima lo
aveva esortato a istituire dei rituali sacri particolarmente graditi
agli dèi, nonché a preporre a ciascuno di essi certi officianti
specifici. Prima di tutto, basandosi sul corso della luna, divide
l'anno in dodici mesi. Ma dato che i singoli mesi lunari non si
compongono di trenta giorni e che ce ne sono «undici» di differenza
rispetto a un intero anno calcolato in base alla rivoluzione del
sole, egli aggiunse dei mesi intercalari in maniera tale che il
ventesimo anno si trovassero rispetto al sole nella stessa posizione
dalla quale erano partiti e che così la durata di tutti gli anni
tornasse perfettamente. Stabilì anche i giorni fasti e quelli
nefasti, poiché sarebbe stato utile, di quando in quando, sospendere
ogni attività pubblica.
20 Quindi rivolse
la sua attenzione ai sacerdoti: bisognava nominarli, nonostante egli
stesso fosse preposto a parecchi riti sacri, soprattutto quelli che
oggi sono di competenza del flamine Diale. Ma poiché riteneva che in
un paese bellicoso i re del futuro sarebbero stati più simili a
Romolo che non a Numa e sarebbero andati di persona a combattere,
non voleva che passassero in secondo piano le attribuzioni
sacerdotali del re. Quindi designò un flamine a sacerdote unico e
perpetuo di Giove, dotandolo di una veste speciale e della sedia
curule, simbolo dell'autorità regale. A lui aggiunse altri due
flamini, uno per Marte e uno per Quirino. Inoltre sceglie delle
vergini da porre al servizio di Vesta, sacerdozio questo di origine
albana e in qualche modo connesso con la famiglia del fondatore. Per
permettere loro di dedicarsi esclusivamente al servizio del tempio,
fece assegnare a esse uno stipendio dallo stato e, a causa della
verginità e di altre cerimonie rituali, le rese sacre e inviolabili.
Scelse anche dodici Salii per Marte Gradivo e garantì loro la
possibilità di distinguersi vestendo una tunica ricamata e provvista
di una placca di bronzo sul petto. Inoltre ordinò loro di portare
gli scudi caduti dal cielo (noti come ancilia) e di compiere
processioni in città cantando inni accompagnati da solenni passi di
danza in tre tempi. Poi nomina pontefice un senatore, Numa Marcio,
figlio di Marcio, cui fornisce dettagliate istruzioni scritte per
tutte le cerimonie sacre: i tipi di vittime, i giorni prescritti, i
templi in cui celebrare i vari riti e le risorse cui fare capo per
mantenerne le spese. Subordinò all'autorità del pontefice anche
tutte le altre cerimonie di natura pubblica e privata, in modo tale
che la gente comune avesse un qualche punto di riferimento e che
nessun elemento della sfera religiosa dovesse subire alterazioni di
sorta, dovute a negligenze dei riti nazionali o all'adozione di
culti di importazione. Inoltre il pontefice doveva diventare un
esperto e attento interprete non solo delle cerimonie legate alle
divinità celesti, ma anche delle pratiche funerarie, di quelle di
propiziazione dei mani e dell'interpretazione dei presagi legati ai
fulmini o ad altre manifestazioni. Per desumere questi mistici
segreti dallo spirito dei numi, innalzò sull'Aventino un altare in
onore di Giove Eliio e fece consultare il dio attraverso degli
auguri per vedere di quali prodigi si dovesse tener conto.
21 L'attenzione per
questi fenomeni celesti e la loro continua ricerca avevano distolto
il popolo intero dalla violenza delle armi, fornendogli sempre
qualcosa con cui tenere occupata la mente: il pensiero incessante
della presenza divina e l'impressione che le potenze ultraterrene
partecipassero dei casi umani avevano permeato di pietà religiosa
gli animi così profondamente che la città era governata più dal
rispetto per la solennità della fede che dalla paura suscitata dalle
leggi e dalle pene. E come in città i sudditi uniformavano il
proprio comportamento a quello del re, in qualità di unico esempio a
loro disposizione, allo stesso modo anche i popoli vicini, che in
passato avevano sempre visto Roma non come una città ma come un
accampamento situato in mezzo a loro e destinato a destabilizzare la
pace di tutti, cominciarono a nutrire per Roma una venerazione tale
da considerare una violazione sacrilega attaccare un centro urbano
così integralmente votato al culto degli dèi. C'era un bosco con al
centro una grotta buia dalla quale sprigionava una fonte di acqua
perenne. Poiché Numa vi si recava spessissimo senza testimoni e
diceva di avere là i suoi appuntamenti con la dea, consacrò il bosco
alle Camene sostenendo che queste ultime si vedevano in quella
radura con la sua consorte Egeria. Istituì anche un culto solenne in
onore della Fides e prescrisse che i Flamini si recassero a
questo santuario con un carro coperto trainato da due cavalli e che
celebrassero la cerimonia con le mani coperte fino alle dita, per
indicare che la Fides non deve essere violata e che ha il suo
santuario anche nella mano destra. Stabilì inoltre molti altri culti
sacrificali e i luoghi a essi demandati, luoghi cui i pontefici
diedero il nome di Argei. Tuttavia, tra tutti i servizi resi allo
Stato, il più significativo fu questo: per l'intera durata del suo
regno, consacrò ogni attenzione non meno a mantenere la pace che a
tutelare il paese. Così, due re di séguito, anche se ciascuno per
strade diverse, l'uno infatti con la pace, l'altro con la guerra,
contribuirono ala grandezza di Roma. Romolo regnò trentasette anni,
Numa quarantatré. E Roma, tanto in caso di guerra quanto nella
normalità della pace, non aveva più problemi di organizzazione
interna e di esperienza.
(tr. P. Sanasi)
Libro XXII
XLIV - Dannose polemiche fra i consoli
|
Consules satis exploratis
itineribus sequentes Poenum, ut uentum ad Cannas est et
in conspectu Poenum habebant, bina castra communiunt,
eodem ferme interuallo quo ad Gereonium sicut ante
copiis diuisis. Aufidus amnis, utrisque castris adfluens,
aditum aquatoribus ex sua cuiusque opportunitate haud
sine certamine dabat; ex minoribus tamen castris, quae
posita trans Aufidum erant, liberius aquabantur Romani,
quia ripa ulterior nullum habebat hostium praesidium.
Hannibal spem nanctus locis natis ad equestrem pugnam,
qua parte uirium inuictus erat, facturos copiam pugnandi
consules, dirigit aciem lacessitque Numidarum
procursatione hostes. Inde rursus sollicitari seditione
militari ac discordia consulum Romana castra, cum Paulus
Sempronique et Flamini temeritatem Varroni Varro
speciosum timidis ac segnibus ducibus exemplum Fabium
obiceret testareturque deos hominesque hic nullam penes
se culpam esse, quod Hannibal iam uel[ut] usu cepisset
Italiam; se constrictum a collega teneri; ferrum atque
arma iratis et pugnare cupientibus adimi militibus; ille,
si quid proiectis ac proditis ad inconsultam atque
improuidam pugnam legionibus accideret, se omnis culpae
exsortem, omnis euentus participem fore diceret; uideret
ut quibus lingua prompta ac temeraria, aeque in pugna
uigerent manus. |
Esplorate abbastanza le vie, i
consoli che inseguivano il Cartaginese, non appena si
venne a Canne, e avevano il Cartaginese davanti agli
occhi, fortificarono i due accampamenti, all'incirca
alla stessa distanza che a Geronio, prima che le schiere
si dividessero. Il fiume Aufido che scorreva presso
entrambi gli accampamenti dava accesso a coloro che
attingevano acqua secondo la necessità di ciascuno, non
senza contesa; tuttavia i Romani attingevano acqua più
volentieri dall'accampamento minore che era stato posto
oltre l'Aufido, poiché la riva opposta non aveva alcun
presidio di nemici. Annibale nutrendo la speranza che i
consoli gli avrebbero offerto l'opportunità di
combattere nei luoghi adatti alla battaglia equestre,
contingente nel quale era invincibile, schierò
l'esercito e provocò i nemici con un combattimento dei
Numidi. Quindi gli accampamenti romani erano in
subbuglio per la sedizione militare e la discordia dei
consoli, poiché Paolo rimproverava a Varrone la
temerarietà di Sempronio e di Flaminio; Varrone
obiettava che Fabio era un bell'esempio per i
condottieri timorosi e svogliati; (e) questi chiamava a
testimonio gli dei e gli uomini, che lui non aveva
alcuna colpa del fatto che Annibale si fosse già quasi
assicurato il possesso dell'Italia; che era stato
costretto dal collega a frenarsi, e a sottrarre ferro e
armi ai soldati irati e desiderosi di combattere; quello
diceva che, se fosse accaduto qualcosa alle legioni
avanzatesi e venute a una battaglia inconsulta e
incauta, lui sarebbe stato esente da ogni colpa,ma che
sarebbe stato partecipe di ogni evento: provvedesse che
avessero ugualmente successo in battaglia le truppe che
avevano lingua pronta e temeraria. |
XLV - I preparativi per la battaglia
|
Dum altercationibus magis quam
consiliis tempus teritur, Hannibal ex acie, quam ad
multum diei tenuerat instructam, cum in castra ceteras
reciperet copias, Numidas ad inuadendos ex minoribus
castris Romanorum aquatores trans flumen mittit. Quam
inconditam turbam cum uixdum in ripam egressi clamore ac
tumultu fugassent, in stationem quoque pro uallo locatam
atque ipsas prope portas euecti sunt. Id uero indignum
uisum ab tumultuario auxilio iam etiam castra Romana
terreri, ut ea modo una causa ne extemplo transirent
flumen dirigerentque aciem tenuerit Romanos quod summa
imperii eo die penes Paulum fuerit. Itaque postero die
Varro, cui sors eius diei imperii erat, nihil consulto
collega signum proposuit instructasque copias flumen
traduxit, sequente Paulo quia magis non probare quam non
adiuuare consilium poterat. Transgressi flumen eas
quoque quas in castris minoribus habuerant copias suis
adiungunt atque ita instructa acie in dextro cornu - id
erat flumini propius - Romanos equites locant, deinde
pedites: laeuum cornu extremi equites sociorum, intra
pedites, ad medium iuncti legionibus Romanis, tenuerunt:
iaculatores ex ceteris leuium armorum auxiliis prima
acies facta. Consules cornua tenuerunt, Terentius laeuum,
Aemilius dextrum: Gemino Seruilio media pugna tuenda
data. |
Mentre il tempo veniva sprecato più
con vivaci discussioni che con piani concreti, Annibale
dall'esercito, che per buona parte del giorno aveva
tenuto schierato, arruolando altre truppe
nell'accampamento, mandò i Numidi a provocare coloro dei
Romani che andavano per l'acqua dall'accampamento minore
al di là del fiume. E non appena usciti sulla riva con
clamore e tumulto, avendo messo in fuga quella folla
disordinata, furono trascinati dal loro stesso impeto al
posto di guardia collocato davanti alla trincea e vicino
alle porte stesse. Questo davvero sembrò indegno, che
l'accampamento romano ormai fosse atterrito da truppe
ausiliari e improvvisate, così che soltanto questa
ragione trattenne i Romani dall'oltrepassare subito il
fiume e dallo schierare l'esercito, poiché il comando
supremo quel giorno era nelle mani di Paolo. Pertanto il
giorno dopo Varrone, cui quel giorno spettava il
comando, senza consultare il collega fece dare il
segnale di battaglia e fece passare il fiume alle truppe
disposte in ordine mentre Paolo lo seguiva, poiché
poteva più non approvare che non assecondare la
decisione. Passato il fiume, unirono alle loro anche
quelle truppe che stavano nell'accampamento minore e
così disposto lo schieramento sul fianco destro, che era
più vicino al fiume, collocarono i cavalieri romani e
poi i fanti; tennero il fianco sinistro i cavalieri
alleati della retroguardia, l'interno i fanti, uniti al
centro con le legioni romane; la prima schiera era
composta dai frombolieri con altri ausiliari armati alla
leggera. I consoli comandavano le due ali, Terenzio la
sinistra, Emilio la destra; a Gemino Servilio fu data da
difendere la parte centrale dello schieramento. |
XLVI - Lo schieramento di Annibale
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Hannibal luce prima Baliaribus
leuique alia armatura praemissa transgressus flumen, ut
quosque traduxerat, ita in acie locabat, Gallos
Hispanosque equites prope ripam laeuo in cornu aduersus
Romanum equitatum; dextrum cornu Numidis equitibus datum
media acie peditibus firmata ita ut Afrorum utraque
cornua essent, interponerentur his medii Galli atque
Hispani. Afros Romanam [magna ex parte] crederes aciem;
ita armati erant armis et ad Trebiam ceterum magna ex
parte ad Trasumennum captis. Gallis Hispanisque scuta
eiusdem formae fere erant, dispares ac dissimiles gladii,
Gallis praelongi ac sine mucronibus, Hispano, punctim
magis quam caesim adsueto petere hostem, breuitate
habiles et cum mucronibus. Ante alios habitus gentium
harum cum magnitudine corporum, tum specie terribilis
erat: Galli super umbilicum erant nudi: Hispani linteis
praetextis purpura tunicis, candore miro fulgentibus,
constiterant. Numerus omnium peditum qui tum stetere in
acie milium fuit quadraginta, decem equitum. Duces
cornibus praeerant sinistro Hasdrubal, dextro Maharbal;
mediam aciem Hannibal ipse cum fratre Magone tenuit. Sol
seu de industria ita locatis seu quod forte ita stetere
peropportune utrique parti obliquus erat Romanis in
meridiem, Poenis in septentrionem uersis; uentus -
Volturnum regionis incolae uocant - aduersus Romanis
coortus multo puluere in ipsa ora uoluendo prospectum
ademit. |
All'alba Annibale, mandati avanti
oltre il fiume gli uomini delle Baleari e gli altri
armati alla leggera, man mano che li aveva fatti
passare, così li schierava in ordine di battaglia i
cavalieri galli e spagnoli vicino alla riva sull'ala
sinistra di rimpetto alla cavalleria romana, l'ala
destra fu data ai cavalieri numidi, rafforzato il centro
dell'esercito con i fanti, così che entrambe le ali
fossero degli Africani, fossero interposti a questi del
centro i Galli e gli Spagnoli. Da una grande parte
avresti potuto credere che gli Africani fossero
l'esercito romano: così erano armati con le armi
catturate sia presso la Trebbia, ma soprattutto in gran
parte presso il Trasimeno. I Galli e gli Spagnoli
avevano scudi quasi della stessa forma, spade diverse e
di ineguale lunghezza, i Galli (le avevano) lunghissime
e senza punta, gli Spagnoli, abituati ad assalire il
nemico più di punta che di taglio, (le avevano)
maneggevoli per brevità e con punte. Di certo anche il
rimanente aspetto di questi popoli tanto per la
grandezza del corpo quanto per la sembianza era
terribile: i galli sopra l'ombelico erano nudi; gli
Spagnoli erano forniti di tuniche preteste di lino di
porpora splendenti di un candore meraviglioso. Il numero
di tutti i fanti, che allora si trovarono in battaglia
fu di quarantamila, dei cavalieri di diecimila. I
comandanti erano a capo delle ali; Asdrubale (a capo) di
quella sinistra, Maarbale di quella destra; Annibale
stesso col fratello Magone tenne il centro
dell'esercito. Il sole, sia che si fossero così disposti
per calcolo, sia che lo avessero fatto a caso, brillava
assai opportunamente sul fianco dell'una e dell'altra
parte, i Romani l'avevano a sud, i Cartaginesi a nord;
il vento, che gli abitanti della regione chiamano
Volturno, levatosi in direzione contraria ai Romani,
sollevando un gran polverone proprio contro i loro visi,
tolse ad essi la visuale. |
XLVII - L'inizio della battaglia
|
Clamore sublato procursum ab
auxiliis et pugna leuibus primum armis commissa; deinde
equitum Gallorum Hispanorumque laeuum cornu cum dextro
Romano concurrit, minime equestris more pugnae;
frontibus enim aduersis concurrendum erat, quia nullo
circa ad euagandum relicto spatio hinc amnis, hinc
peditum acies claudebant. In derectum utrimque nitentes,
stantibus ac confertis postremo turba equis uir uirum
amplexus detrahebat equo. Pedestre magna iam ex parte
certamen factum erat; acrius tamen quam diutius pugnatum
est pulsique Romani equites terga uertunt. Sub equestris
finem certaminis coorta est peditum pugna, primo et
uiribus et animis par dum constabant ordines Gallis
Hispanisque; tandem Romani, diu ac saepe conisi, aequa
fronte acieque densa impulere hostium cuneum nimis
tenuem eoque parum ualidum, a cetera prominentem acie.
Impulsis deinde ac trepide referentibus pedem institere
ac tenore uno per praeceps pauore fugientium agmen in
mediam primum aciem inlati, postremo nullo resistente ad
subsidia Afrorum peruenerunt, qui utrimque reductis alis
constiterant media, qua Galli Hispanique steterant,
aliquantum prominente acie. Qui cuneus ut pulsus
aequauit frontem primum, deinde cedendo etiam sinum in
medio dedit, Afri circa iam cornua fecerant
inruentibusque incaute in medium Romanis circumdedere
alas; mox cornua extendendo clausere et ab tergo hostes.
Hinc Romani, defuncti nequiquam [de] proelio uno,
omissis Gallis Hispanisque, quorum terga ceciderant, [et]
aduersus Afros integram pugnam ineunt, non tantum [in]
eo iniquam quod inclusi aduersus circumfusos sed etiam
quod fessi cum recentibus ac uegetis pugnabant.
|
Levatosi un grido, gli ausiliari
irruppero e si attaccò battaglia dapprima con gli armati
alla leggera; poi l'ala sinistra della cavalleria
gallica e spagnola si scontrò con l'ala destra romana,
per niente secondo l'uso della battaglia equestre;
infatti dovevano scontrarsi di fronte, poiché non
essendo rimasto intorno spazio alcuno per le evoluzioni,
da un lato il fiume, dall'altro lo schieramento della
fanteria li chiudevano. Mentre di fronte da entrambe le
parti si sforzavano, alla fine stando fermi e chiusi
insieme i cavalli, ogni soldato abbracciando un altro lo
tirava giù da cavallo. In gran parte del fronte si
combatteva ormai una battaglia a piedi: la lotta fu più
accanita che lunga e i cavalieri romani respinti
voltarono le spalle. Sul finire della battaglia equestre
si accese una battaglia di fanteria, dapprima eguale di
forze e di animi, mentre le file erano formate da Galli
e da Spagnoli; alla fine i Romani, sforzatisi a lungo ed
insistentemente, con un fronte compatto e uno
schieramento fitto respinse un cuneo nemico troppo
eseguo e perciò poco solido, che sporgeva dal resto
dello schieramento. Incalzarono poi i nemici ricacciati
e che si ritiravano impauriti, e tutti insieme in mezzo
alla schiera di coloro che per paura fuggivano a
precipizio, furono trascinati prima la centro dello
schieramento, in seguito, poiché nessuno resisteva
giunsero alle truppe degli Africani, che si erano
fermati essendo rientrate da entrambe le parti le ali,
mentre la parte centrale nella quale si erano schierati
i Galli e gli Spagnoli si era spostata alquanto in
avanti. Quando questo cuneo fu respinto il fronte era
dapprima rettilineo, poi ripiegando ancora formò nel
mezzo una rientranza, mentre gli Africani intorno
avevano già approntato le ali, e lanciandosi i Romani
incautamente al centro, circondarono i fianchi; subito,
allargando le ali chiusero anche alle spalle i nemici.
Allora i Romani, terminato inutilmente il primo
combattimento, lasciati da parte Galli e Spagnoli dei
quali avevano preso le retroguardie, cominciarono un
nuovo combattimento contro gli Africani sfavorevole, non
solo perché combattevano imbottigliati contro quelli che
li circondavano, ma anche perché lottavano stanchi
contro soldati freschi e vigorosi. |
XLVIII - Un'astute frode dei Cartaginesi
|
Iam et sinistro cornu Romanis, ubi
sociorum equites aduersus Numidas steterant, consertum
proelium erat, segne primo et a Punica coeptum fraude.
Quingenti ferme Numidae, praeter solita arma telaque
gladios occultos sub loricis habentes, specie
transfugarum cum ab suis parmas post terga habentes
adequitassent, repente ex equis desiliunt parmisque et
iaculis ante pedes hostium proiectis in mediam aciem
accepti ductique ad ultimos considere ab tergo iubentur.
Ac dum proelium ab omni parte conseritur, quieti
manserunt; postquam omnium animos oculosque occupauerat
certamen, tum arreptis scutis, quae passim inter aceruos
caesorum corporum strata erant, auersam adoriuntur
Romanam aciem, tergaque ferientes ac poplites caedentes
stragem ingentem ac maiorem aliquanto pauorem ac
tumultum fecerunt. Cum alibi terror ac fuga, alibi
pertinax in mala iam spe proelium esset, Hasdrubal qui
ea parte praeerat, subductos ex media acie Numidas, quia
segnis eorum cum aduersis pugna erat, ad persequendos
passim fugientes mittit, Hispanos et Gallos pedites
Afris prope iam fessis caede magis quam pugna adiungit.
|
Ormai anche dall'ala sinistra per i
Romani, dove i cavalieri degli alleati erano stati
schierati contro i Numidi, si era venuti a battaglia,
con lentezza dapprima, e cominciata con una frode
cartaginese. Quasi cinquecento Numidi, che avevano,
oltre alle solite armi e spade, spade nascoste sotto le
corazze, con l'aspetto di disertori avendo cavalcato dai
loro avendo gli scudi dietro le spalle, repentinamente
saltarono giù dai cavalli e, gettati scudi e dardi
davanti ai piedi dei nemici, accolti in mezzo
all'esercito e condotti tra le ultime file si ordinò
loro di appostarsi alle spalle. E mentre si veniva a
battaglia da ogni parte, rimasero quieti; dopo che la
battaglia aveva occupato gli animi e gli occhi di tutti,
allora afferrati gli scudi che erano stati sparsi
dappertutto tra i mucchi di corpi uccisi, assalirono la
parte posteriore dell'esercito romano, e colpendo alle
spalle e tagliando i polpacci, fecero un'ingente strage
e uno spavento e un tumulto alquanto maggiore.Poiché da
una parte vi erano terrore e fuga, dall'altra era
ostinato il combattimento essendo già in condizione
critica. Asdrubale che era a capo da quella parte,
ritirati i Numidi dal centro dello schieramento poiché
il combattimento di quelli con quelli che erano di
fronte illanguidiva e (li) mandò ad inseguire qua e là i
fuggitivi, aggiunse i fanti spagnoli e galli agli
africani, ormai quasi più stanchi per la strage che per
la fatica. |
XLIX - Disfatta dei cavalieri romani
|
Parte altera pugnae Paulus,
quamquam primo statim proelio funda grauiter ictus
fuerat, tamen et occurrit saepe cum confertis Hannibali
et aliquot locis proelium restituit, protegentibus eum
equitibus Romanis, omissis postremo equis, quia consulem
et ad regendum equum uires deficiebant. Tum denuntianti
cuidam iussisse consulem ad pedes descendere equites
dixisse Hannibalem ferunt: "quam mallem, uinctos mihi
traderet". Equitum pedestre proelium, quale iam haud
dubia hostium uictoria, fuit, cum uicti mori in uestigio
mallent quam fugere, uictores morantibus uictoriam irati
trucidarent quos pellere non poterant. Pepulerunt tamen
iam paucos superantes et labore ac uolneribus fessos.
Inde dissipati omnes sunt, equosque ad fugam qui
poterant repetebant. Cn. Lentulus tribunus militum cum
praeteruehens equo sedentem in saxo cruore oppletum
consulem uidisset, "L. Aemili" inquit, "quem unum
insontem culpae cladis hodiernae dei respicere debent,
cape hunc equum, dum et tibi uirium aliquid superest [et]
comes ego te tollere possum ac protegere. Ne funestam
hanc pugnam morte consulis feceris; etiam sine hoc
lacrimarum satis luctusque est". Ad ea consul: "tu
quidem, Cn. Corneli, macte uirtute esto; sed caue,
frustra miserando exiguum tempus e manibus hostium
euadendi absumas. Abi, nuntia publice patribus urbem
Romanam muniant ac priusquam uictor hostis adueniat
praesidiis firment; priuatim Q. Fabio L. Aemilium
praeceptorum eius memorem et uixisse [et] adhuc et mori.
Me in hac strage militum meorum patere exspirare, ne aut
reus iterum e consulatu sim [aut] accusator collegae
exsistam ut alieno crimine innocentiam meam protegam."
Haec eos agentes prius turba fugientium ciuium, deinde
hostes oppressere; consulem ignorantes quis esset
obruere telis, Lentulum in tumultu abripuit equus. Tum
undique effuse fugiunt. Septem milia hominum in minora
castra, decem in maiora, duo ferme in uicum ipsum Cannas
perfugerunt, qui extemplo a Carthalone atque equitibus
nullo munimento tegente uicum circumuenti sunt. Consul
alter, seu forte seu consilio nulli fugientium insertus
agmini, cum quinquaginta fere equitibus Venusiam
perfugit. Quadraginta quinque milia quingenti pedites,
duo milia septingenti equites, et tantadem prope ciuium
sociorumque pars, caesi dicuntur; in his ambo consulum
quaestores, L. Atilius et L. Furius Bibaculus, et
undetriginta tribuni militum, consulares quidam
praetoriique et aedilicii - inter eos Cn. Seruilium
Geminum et M. Minucium numerant, qui magister equitum
priore anno, [consul] aliquot annis ante fuerat -
octoginta praeterea aut senatores aut qui eos
magistratus gessissent unde in senatum legi deberent cum
sua uoluntate milites in legionibus facti essent. Capta
eo proelio tria milia peditum et equites mille et
quingenti dicuntur. |
Dall'altra parte del campo di
battaglia Paolo, sebbene subito al primo combattimento
fosse stato gravemente ferito da un giavellotto,
tuttavia spesso andò incontro ad Annibale con una folta
schiera di soldati e salvò le sorti del combattimento in
parecchi luoghi, proteggendolo i cavalieri romani,
lasciati infine i cavalli, poiché al console mancavano
le forze persino per dirigere il cavallo. Allora a un
tale che annunciava che il console aveva ordinato ai
cavalieri di scendere a piedi, narrano che Annibale
abbia detto: "Come avrei preferito, che me li avesse
consegnati legati!" Il combattimento a piedi dei
cavalieri fu senza dubbio la vittoria dei nemici,
preferendo i vinti morire al loro posto piuttosto che
fuggire, trucidando i vincitori quelli che non potevano
mettere in fuga, irati con chi ritardava la vittoria.
Tuttavia misero in fuga i pochi superstiti spossati
dalla fatica e dalle ferite. Quindi tutti furono
sbaragliati, e quelli che potevano rivolgevano i cavalli
alla fuga. Il tribuno dei soldati Gneo Lentulo che
passava a cavallo, avendo visto il console pieno di
sangue che sedeva su un sasso, disse: "Lucio Emilio, di
cui, solo innocente della responsabilità del presente
disastro, gli dei devono aver riguardo, prendi questo
cavallo, finché ti resta ancora qualche forza, ed io
come compagno posso ancora sollevarti e proteggerti. Non
rendere funesta questa battaglia con la morte del
console: anche senza ciò ci sono abbastanza lacrime e
lutto". A queste parole il console: "Senza dubbio, Gneo
Cornelio, gloria a te per la tua virtù; ma bada a
sprecare poco tempo con l'avere invano compassione per
sfuggire alla cattura dei nemici. Va via, ordina
pubblicamente ai senatori, che fortifichino la città di
Roma e, prima che giunga il nemico vittorioso,
rinforzino i presidii, privatamente (dì) a Quinto Fabio
che Lucio Emilio, memore dei suoi precetti, è vissuto
finora ed è morto. Tollera che in questa strage dei miei
soldati proprio io muoia, affinché io non sia né di
nuovo colpevole allo scadere del consolato, né io
divenga accusatore del (mio) collega, affinché io
protegga la mia innocenza da una colpa altrui".
Schiacciarono quelli che dicevano queste cose prima una
folla di cittadini che fuggivano, poi i nemici:
seppellirono con i dardi il console il console,
ignorando chi fosse, nel tumulto trascinò via Lentulo.
Allora fuggirono disordinatamente da tutte le parti
settemila uomini nell'accampamento minore, diecimila in
quello maggiore, duemila fuggirono quasi nello stesso
luogo di Canne, i quali subito furono circondati da
Cartalone e dai cavalieri, non proteggendo il luogo
nessuna fortificazione. L'altro console, o per caso o
mescolatosi alla turba dei fuggitivi senza alcuna
intenzione, con quasi cinquanta cavalieri si rifugiò a
Venosa. Quarantacinquemilacinquecento fanti,
duemilasettecento cavalieri, e una tanto grande parte
all'incirca di cittadini e di alleati, si dice che siano
stati uccisi; tra questi entrambi i questori dei
consoli, Lucio Attilio e Lucio Furio Bibaculo, e
ventinove tribuni dei soldati, certi ex consoli e
pretori ed edili - tra questi contano Gneo Servilio
Gemino e Marco Minucio, che era stato maestro della
cavalleria l'anno prima, console alcuni anni prima -
inoltre ottanta o senatori o quelli che avevano
esercitato quelle magistrature, per le quali dovevano
essere scelti per il senato ed erano divenuti per loro
volontà soldati nelle legioni. Si dice che in quella
battaglia furono presi prigionieri tremila fanti e
millecinquecento cavalieri. |
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