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Patrizi e plebei
Il mondo romano, nel corso del suo sviluppo,
conobbe una realtà sociale assai diversificata e dinamica. Già alle
origini la comunità romana fu caratterizzata dalla coesistenza di
due distinti gruppi sociali, l’uno egemone, i patrizi (patres),
l’altro subalterno, la plebe (plebs). Ai primi, forse i più antichi
abitatori del territorio, spettò il potere politico, l’onere della
difesa, la supremazia economica. Alla seconda, esclusa all’inizio
sia dal servizio militare sia dall’esercizio dei diritti politici,
non rimase, per la tutela dei propri diritti e per il libero
svolgimento delle proprie attività, che porsi sotto la protezione di
famiglie patrizie.
La clientela
Nacque così il rapporto cliente-patrono, che si
reggeva su un patto di reciproco vantaggio ed era destinato a
svolgere un ruolo determinante e duraturo all’interno della società
romana. Il cliente (cliens) si impegnava infatti a soccorrere il
patrono (patronus) in varie forme, militando in guerra sotto il suo
comando, votando per lui o con lui nei comizi, scortandolo nelle sue
apparizioni in pubblico. A sua volta il patrono si faceva
intermediario tra il cliente e le istituzioni statali,
rappresentandolo in tribunale, garantendone i debiti, intervenendo
in suo favore sotto il profilo economico e giuridico. Tale rapporto
di reciproco sostegno non si limitò alle relazioni patrizi-plebei,
ma si attuò anche tra i nuclei familiari più deboli e bisognosi di
protezione e le famiglie più altolocate e prestigiose, nonché tra
gli schiavi liberati (manumissi), i cosiddetti liberti, e i loro ex
padroni; tanto che il legame clientelare, nel corso delle aspre
lotte politiche di età repubblicana, contò assai più di ogni altra
considerazione ispirata a ragioni di interesse o di solidarietà
sociale. Per oltre tre secoli, il rapporto clientelare rappresentò
l’unica possibilità di relazione consentita fra le due comunità, la
patrizia e la plebea, ispirate ciascuna a propri culti e tradizioni
e nettamente separate finanche dalla proibizione di matrimoni e di
affari comuni.
Lente conquiste della plebe
La via dell’emancipazione e del riconoscimento di
una totale uguaglianza di diritti-doveri fu per i plebei assai lunga
e faticosa. Un primo incentivo alle rivendicazioni venne allorquando
la necessità di sempre più impegnative campagne militari rese
improrogabile il reclutamento nelle file dell’esercito di
contingenti numerosi di plebei. Da allora la minaccia di astensione
dall’impegno militare nei momenti di più acuto pericolo rappresentò
un valido strumento di contrattazione per la comunità plebea; essa,
dapprima, ottenne l’istituzione nel 494 a.C. di una nuova
magistratura elettiva, il tribunato della plebe (tribunatus),
deputato alla sua protezione e salvaguardia e dotato, oltreché della
garanzia di inviolabilità, anche del diritto di veto, della
possibilità cioè di annullare le decisioni di altri magistrati
lesive degli interessi plebei. Fu poi la volta, nel 451 a.C., della
stesura di leggi scritte, per sottrarne l’applicazione all’arbitrio
dei patrizi (leggi delle XII tavole), e quindi del diritto di
matrimonio (ius connubii), che nel 445 a.C. giunse a legittimare i
matrimoni misti patrizio-plebei. Ultima tappa di un tale processo di
parificazione fu per i plebei il diritto, ratificato nel 367 a.C.,
di accedere a tutte le cariche dell’ordinamento statale, compreso il
consolato.
Alleanza fra ricchi plebei e patrizi
A guidare la comunità plebea sulla via
dell’emancipazione erano state le sue famiglie più facoltose,
arricchitesi ai tempi della monarchia etrusca. Esse, pur di ottenere
l’accesso alle cariche pubbliche, la piena legittimità giuridica e
un adeguato riconoscimento sociale, si erano giovate dell’appoggio
degli strati subalterni, di cui avevano sostenuto le istanze di
rinnovamento e promozione sociale. Ma, una volta conseguito
l’obiettivo della parità, i più prestigiosi clan plebei videro i
loro interessi convergere con quelli delle antiche famiglie
patrizie, in accordo con le quali perseguirono in Senato una comune
politica ispirata alla conservazione dei propri privilegi.
Il ceto equestre
Un acuto contrasto sociale esplose in seguito,
intorno al II secolo a.C., tra la nobiltà senatoriale e l’ordine
equestre. Era questo il nuovo ceto emerso nel corso del secolo
precedente e composto da commercianti, appaltatori, trafficanti,
banchieri che traevano le proprie risorse dal mondo degli affari,
possedevano capitali liquidi, si impegnavano in investimenti
speculativi; costoro erano censiti nelle schiere dei cavalieri (equites),
da cui traevano il nome e che raccoglievano i cittadini più
facoltosi, ma era loro preclusa la carriera senatoriale, poiché
esercitavano attività "terziarie", per legge interdette agli
aspiranti magistrati. Ai cavalieri era tuttavia affidata dallo
Stato, per appalto, la gestione finanziaria delle nuove province, da
cui essi traevano, con spregiudicatezza e rapacità, proventi tanto
remunerativi quanto illeciti. E appunto il vivace contrasto
politico, che oppose in tarda età repubblicana senatori latifondisti
a cavalieri "appaltatori", riguardò il controllo dei tribunali
destinati a giudicare i reati di concussione ai danni delle
province.
Il mutato quadro sociale nell’Impero
Superato con soluzioni compromissorie tale
conflitto di interessi, il quadro sociale andò in età imperiale
gradualmente modificandosi. Al vertice primeggiavano ancora le
facoltose casate senatorie, dai sempre cospicui patrimoni e dai
prestigiosi incarichi militari, nonché le influenti casate equestri,
spesso avviate al culmine della carriera burocratica imperiale; ma
il vero dato nuovo era costituito dall’emergere, nel corso della
lunga "pace imperiale" (I-II secolo d.C.), di un nutrito ceto medio
costituito da funzionari statali, tecnici delle professioni,
veterani gratificati da una soddisfacente carriera militare, liberti
affermatisi per le loro capacità imprenditoriali nel mondo
dell’artigianato o del commercio. È proprio questo ceto emergente,
per lo più solidale con la figura dell’imperatore, fiorente in ogni
provincia, che costituì il nerbo della floridezza economica
dell’Impero e ne vivacizzò il quadro sociale. Purtroppo la sua
consistenza era destinata a ridursi sotto i colpi della crisi
economica del III-IV secolo d.C., per lasciare nuovamente
incolmabile il divario tra vertice e base sociale, tra ceti
dirigenti e classi subalterne.
Il diritto di cittadinanza romana
Anche nel mondo romano, come in tutte le società
antiche, se ricchezza e cultura rappresentarono talora uno strumento
di promozione sociale, il loro possesso non garantì direttamente una
posizione di prestigio all’interno della comunità di appartenenza,
perché altri fattori di natura politica ne condizionavano le
gerarchie; ad esempio, il diritto di cittadinanza romana. Esso
sanciva infatti il passaggio da una condizione di sudditanza ad una
di reale sovranità e rappresentò, di conseguenza, il traguardo cui
aspirarono dapprima le popolazioni italiche alleate di Roma, poi,
via via, tutte le province romanizzate. La politica tradizionalmente
seguita al riguardo dalla dirigenza romana fu quella di accordare il
diritto di cittadinanza ai membri filoromani delle classi più
elevate nei diversi paesi conquistati, con l’intento di garantirsene
l’appoggio. Nonostante tali accorti provvedimenti, il senato romano
fu indotto da una sanguinosa guerra dei propri alleati ad estendere,
tra il 90 e l’88 a.C., il diritto di cittadinanza a tutta la
popolazione italica e quindi, in età imperiale, progressivamente a
varie province, fino a quando l’imperatore Caracalla non lo accordò
a tutti gli abitanti liberi dell’Impero nel 212 d.C.
I provinciali al potere
In un così esteso arco di tempo, la stessa
dirigenza dello Stato romano si era etnicamente modificata,
accogliendo al suo interno dapprima elementi della municipalità
italica e quindi provinciale, finché il luogo di origine di un
individuo non costituì pregiudiziale alcuna per la sua ascesa
politica, fosse anche al trono imperiale. Si era così compiuta, pur
con travagli e contraddizioni, la trasformazione dello Stato romano
da modesto organismo regionale a struttura politico-amministrativa
sovranazionale.
Testimonianze
Il primo console plebeo
(Livio, Ab Urbe condita VI, 42, 9-14)
L’accesso dei plebei al consolato, sancito dalle
leggi Licinie-Sestie (367 a.C.), avviò a compimento il processo di
fusione tra le due classi sociali, anche se l’equiparazione non era
ancora completa. Infatti l’amministrazione della giustizia, tolta ai
consoli, rimase per il momento affidata ad un unico pretore, di
estrazione patrizia.
Non appena fu libero dalla guerra lo (Si
tratta di Furio Camillo, che in qualità di dittatore aveva condotto
una vittoriosa campagna contro i Galli nel territorio albano)
accolse in patria una sedizione ancor più minacciosa, e il dittatore
e il Senato si videro costretti, a causa delle gravi contese, ad
accettare le proposte dei tribuni; si tennero così, contro il volere
della nobiltà, i comizi per l’elezione dei consoli, nei quali fu
nominato Lucio Sestio (Lucio Sestio era uno dei tribuni promotori
delle leggi), il primo console plebeo.
Ma neppure allora ebbero fine le contese. Poiché
i patrizi affermavano che non avrebbero ratificato la nomina, si
giunse quasi alla secessione della plebe e ad altre terribili
minacce di guerre civili, quando finalmente, per opera del
dittatore, furono placate a certe condizioni le discordie: la
nobiltà concesse alla plebe il console plebeo, la plebe alla nobiltà
l’elezione di un unico pretore patrizio, che amministrasse la
giustizia nell’Urbe.
Così, ricondotte finalmente le classi alla
concordia dopo il lungo dissidio, il Senato giudicò che
quell’avvenimento fosse degno di nota, e che sarebbe stato più che
mai doveroso nei riguardi degli dèi immortali, che si celebrassero i
Ludi Massimi e che si aggiungesse un giorno ai tre rituali; e poiché
gli edili della plebe rifiutavano quell’incarico, i giovani patrizi
gridarono ch’essi l’avrebbero eseguito volentieri in onore degli dèi
immortali.
Dopo che tutti li ebbero ringraziati, fu fatto un
decreto del Senato in virtù del quale il dittatore doveva proporre
al popolo l’elezione di due edili patrizi (Sono gli edili curuli,
che insieme con gli edili plebei avevano funzioni di polizia. Gli
edili curuli si occupavano dei ludi maximi, giochi pubblici che si
svolgevano annualmente in onore di Giove Ottimo Massimo), e i
senatori dare la ratifica per tutti i comizi di quell’anno.
(trad. di M. Scàndola)
Un homo novus definisce populares e optimates
(Cicerone, Pro Sestio 96-97)
Nel 56 a.C. Cicerone colse l’occasione offerta
dalla difesa di un suo amico e sostenitore, il tribuno della plebe
Publio Sestio, per pronunciare un’orazione di chiaro valore politico
in cui espresse le sue posizioni sul contrasto fra optimates e
populares, le due fazioni politiche del panorama romano. Nel passo
seguente egli precisa le caratteristiche dei due "partiti".
96 Due sono sempre stati nella nostra città i
partiti costituiti da coloro che hanno voluto dedicarsi alla vita
politica e tenere in essa una parte di primo piano: gli aderenti ad
essi hanno voluto essere, di reputazione e di fatto, gli uni
democratici e gli altri ottimati: democratici quelli che volevano,
nelle parole e nei fatti, riuscire graditi alla massa del popolo;
ottimati invece quelli che miravano, con le loro azioni e le loro
idee, all’approvazione dei migliori cittadini.
97 […] Il loro numero, com’ho già detto, è esteso
e comprende varie categorie, ma, per eliminare ogni equivoco, il
carattere generale di questo partito può essere sintetizzato e
definito in poche parole: sono ottimati tutti coloro che non sono
malfattori né malvagi per natura né scalmanati né inceppati da guai
familiari.
(trad. di G. Bellardi)
(da Passato Presente – D’Agostini)

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