


Ho in animo di illustrare tutti i 90 numeri con i relativi
significati corrispondenti ai singoli numeri, così come tradizionalmente
riportati nella smorfia (ma segnalando passim anche significati alternativi
attribuiti a taluni numeri in tradizioni familiari) o cabala (che
etimologicamente è dall'ebr. qabbalah, cioè propr. 'dottrina ricevuta,
tradizione' ed è l’arte con cui, per mezzo di numeri, lettere o segni, si
presumeva e si presume di indovinare il futuro o di svelare l'ignoto | (estens.)
operazione magica; cosa misteriosa, indecifrabile | cabala del lotto,
serie di operazioni aritmetiche per indovinare i numeri del lotto che potrebbero
sortire) libro dei sogni in cui ad ogni avvenimento, persona o cosa sognati si
assegna un numero di riferimento, tradizionale napoletana; cominciamo col dire
che con la parola smorfia non si intende la contrazione del viso che ne
altera il normale atteggiamento ed è provocata per lo più da sensazioni dolorose
o spiacevoli; ad es.: una smorfia di dolore,...; in tale accezione la
parola si fa derivare da un antico sostantivo morfa o morfìa =
bocca addizionato di una s distrattiva per significare il movimento
contrattivo che altera i normali caratteri della bocca; rammenterò al proposito
di morfìa = bocca che da esso termine si trasse il verbo gergale della
parlesia (gergo ossia linguaggio convenzionale usato dagli appartenenti a
determinate categorie o gruppi sociali al fine di non farsi intendere da chi ne
è estraneo: nella fattispecie linguaggio dei suonatori ambulanti) smorfì /
smurfì = mangiare; in effetti la parola smorfia come nome dato al
libro dei sogni da cui si ricavano i numeri per il lotto, spec. quello con
figure destinato agli analfabeti, etimologicamente si fa risalire a Morfeo,
nome del mitologico dio del sonno. Ciò detto, cominciamo l’elencazione:
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1
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L’ITALIA
cioè a dire: la nazione che abitiamo; etimologicamente il nome sta per o
terra dei vitelli o, ma meno probabilmente, terra dei fiumi; nell’un
caso e nell’altro la porzione di territorio detta Italia fu in origine
quella meridionale e segnatamente quella calabro-lucana bagnata dal
Tirreno, per modo che si può dire che storicamente i Savoia del
risorgimento usurparono oltre che il territorio, persino il nome d’
Italia!
Fu solo nel tardo ottocento che, in omaggio alla
raggiunta unità col numero 1, nella smorfia si indicò l’Italia;
precedentemente pare che a Napoli con il numero 1 si indicasse il REAME
o il SOLE. |
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2
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‘A PICCERELLA = la bambina
etimologicamente voce derivata da un lemma fonosimbolico pikk
(donde anche l’italiano: piccino) con ampliamento della base attraverso
rillo/rella (piccerillo / piccerella) o altrove reniello /
renella (piccereniello / piccerenella). |
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3
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‘A GATTA = la gatta ,
il gatto, etimologicamente voce derivata da un accusativo femminilizzato
di un basso latino cattu(m) > catta(m). |
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4
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‘O PUORCO = il maiale ,
il porco etimologicamente voce derivata da un accusativo del basso
latino porcu(m). |
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5
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‘A MANA = la mano
etimologicamente voce derivata da un accusativo latino manu(m)
reso femminile mana(m); anche nel toscano anticamente la mano fu
mana |
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6 |
CHELLA CA GUARDA ‘NTERRA = la cosa che guarda a terra ,
eufemistico giro di parole usato furbescamente per indicare la vulva
femminile etimologicamente voce derivata da un accusativo basso latino
vulva(m) variante di volva(m) = matrice. |
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7
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‘O VASETTO
che letteralmente è
il piccolo vaso,
quantunque qualcuno – seppure erroneamente - lo ritenga diminutivo non
di vaso (nome generico di recipienti di varia forma e materiale che per
lo più servono a contenere e a conservare prodotti alimentari, e come
tale etimologicamente da un lat. volg. vasu(m), per il class.
vas vasis, ma di vaso (= bacio che come tale etimologicamente
è dal latino basiu(m)); in effetti nel pretto napoletano il
diminutivo usato di bacio non è vasetto, ma vasillo! |
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8
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‘A MARONNA e segnatamente ‘A ‘MMACULATA = la Madonna
ed in particolare la Madonna Immacolata ,
atteso che nella religione cattolica, la festa liturgica della Vergine
Immacolata cade agli 8 di dicembre; maronna o anche madonna
sono voci che etimologicamente vengono dal latino mea + domina
= mia signora; è titolo d’onore che un tempo si dava alle donne e che
oggi è riservato esclusivamente alla Madre di Cristo; in Abruzzo e in
taluni paesini del Piemonte è titolo di rispetto usato dal popolino ed
in particolare dalle nuore rivolto alle suocere; ‘mmaculata sta
per immacolata ed etimologicamente è voce derivata dall’unione di
un in detrattivo + il sostantivo macula nonché il suffisso
aggettivale ato/a (come a dire senza macchia ); interessante
notare come l’in detrattivo, diventato proclitico della voce
macula, abbia perduto la i d’avvio sostituita dal segno della
procope (‘) producendo altresì l’assimilazione progressiva nm> mm. |
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9
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‘A FIGLIATA = la figliolanza
o il frutto del parto e cioè l’insieme di tutti i figli generati con lo
stesso parto; etimologicamente è voce deverbale (anticamente usata anche
nel toscano, ma ora ammessa raramente (e solo in riferimento al parto
degli animali) derivata del verbo figliare (generare, partorire)
che è dal latino filium. |
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10
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‘E FASULE = i fagioli ,
etimologicamente è voce derivata dal basso latino faseolu(m) dim.
di phasìlus, dal gr. phásìlos e con detto termine si
indica in primis i legumi edibili, ma anche estensivamente i soldi,
atteso che - come altrove dissi - i legumi (fagioli, ceci etc.) un tempo
furono usati come merce da baratto. |
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11
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‘E SURICE = i sorci ,
i topolini (etimologicamente è voce derivata dall’accusativo sorice(m)
(del latino sorex/ricis) e nella fattispecie sono segnatamente
quelli che talvolta inopinatamente invadono le abitazioni domestiche, da
non confondere con i ratti o peggio ancora con i grossi topi da fogna
detti zoccole (vedimi alibi sub TOPI). |
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12
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‘E SURDATE = i soldati
(intesi come militari di truppa, inquadrati in plotoni, squadre,
battaglioni, compagnìe etc.) etimologicamente surdate plurale di
surdato è voce deverbale (participio passato) di soldare
che sta per prendere al soldo, reclutare milizie; a sua volta soldo
è dal latino solidu(m) (nummum) "moneta massiccia", nome
di una moneta d'oro romana dell'età imperiale. |
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13 |
SANT’ANTONIO
(esattamente è sant’Antonio da Padova il santo predicatore portoghese,
al secolo Fernando Bulhão (Lisbona, 15 agosto 1195 - Padova, 13 giugno
1231)) è stato un frate francescano ed è santo e dottore della Chiesa
cattolica, che gli tributa da secoli una fortissima devozione. Prima
agostiniano a Coimbra (1210), poi (1220) francescano, viaggiò molto
vivendo prima in Portogallo quindi in Italia; la sua ricorrenza
liturgica cade appunto il 13 giugno donde il numero 13 assegnatogli
nella smorfia; esiste però un altro sant’Antonio venerato nella
tradizione della Chiesa cattolica ed è Sant'Antonio Abate chiamato anche
Sant'Antonio il Grande, Sant'Antonio d'Egitto, Sant'Antonio del Fuoco,
Sant'Antonio del Deserto o Sant'Antonio l'Anacoreta (251?-356), eremita
egiziano, che è considerato l'iniziatore del Monachesimo cristiano e il
primo degli Abati in quanto a lui si deve la costituzione in forma
permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre
spirituale abbà, si consacrano al servizio di Dio, ma dai napoletani,
che gli sono devotissimi, tale santo (la cui ricorrenza liturgica è
fissata ai 17 di gennaio) è chiamato sant’Antuono, appunto per
distinguerlo dal santo Antonio predicatore portoghese. |
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14
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‘O ‘MBRIACO = l’ubriaco ,
l’ebbro, ed estensivamente il frastornato, etimologicamente è voce
derivata da un in illativo + un tardo latino (e)briacu(m)
per il classico ebrius (ebbro); come abbiamo già visto altrove l’in
proclitico comporta la procope della i segnata con (‘) e dopo la
caduta della sillaba d’avvio e di ebriacum il consueto mutamento
della n in m dinnanzi all’esplosiva b. |
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15
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‘O GUAGLIONE = il ragazzo ,
l’adolescente, da non confondere con il bambino, il piccino o
addirittura il lattante che son detti volta a volta con altri termini
quali: ‘o criaturo (da un tardo latino creatura(m)), ‘o
piccerillo (da un lemma fonosimbolico pikk che diede anche
piccino con base ampliata in rillo), ‘o nennillo
(diminutivo di ninno che è voce onomatopeica fanciullesca) che,
se piccolissimo, è addirittura n’anema ‘e dDio; per quanto
riguarda la controversa etimologia di guaglione rimando a ciò che
alibi sub guaglione trattai ad abundantiam. |
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16 |
‘O CULO = il culo ,
sedere, deretano che etimologicamente è voce derivata dal greco
koilos attraverso il basso latino culu(m); rammenterò, per il
gusto di ricordarlo, che nelle tombole familiari (in cui si usi accanto
al numero estratto ricordarne anche il significato, allorché venga
estratto il detto numero chi sta compiendo l’operazione, in luogo di
dire:"Sidece, ‘o culo!" amenamente intima: "16! Copritelo!"
volendo significare: Ponete un segnalino sul numero che ò estratto, ma
volendo anche lasciare intendere per giuoco: Chi avesse il proprio
sedere scoperto, lo ricopra! |
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17
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‘A DISGRAZZIA = la disgrazia ,
l’accidente, l’infortunio, la cattiva sorte, la sventura,
etimologicamente è voce derivata dall’unione del prefisso negativo
latino dis + il sostantivo gratia(m) che è da gratus
= gradito, nel senso che grazia o grazzia sta per cosa gradita e di
conseguenza disgrazzia (correttamente scritto in napoletano con la
doppia z) sta per cosa sgradita in quanto sventurata. |
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18 |
‘O SANGO = il sangue
e segnatamente quello umano versato a seguito di ferimenti per
aggressioni subíte; etimologicamente è voce derivata con ogni
probabilità da un acc. latino sangu(m) metaplasmo volgare di un
basso latino sangue(m) collaterale del classico sanguine(m). |
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19
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‘A RESATA = la risata ,
il ridere in modo sonoro e prolungato e segnatamente quello a
squarciagola, indice di allegria esuberante e rumorosa; etimologicamente
è voce costruita come derivazione femminile sul sostantivo lat. risu(m),
a sua volta deriv. di ridìre "ridere". |
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20
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‘A FESTA = la festa
e segnatamente quella annessa ad una ricorrenza religiosa, ma anche
pagano-popolare; ad es.: ‘a festa ‘e san Gennaro, ‘a festa ‘e
piererotta; etimologicamente festa è voce costruita sul neutro
plurale (poi inteso femminile dell’aggettivo latino festum =
solennità gioiosa; il festum latino pare sia da agganciarsi al
greco estiào per festiào = festeggio banchettando e
– per vero – non v’è a Napoli festa o festività che, giusta l’origine
greca dei partenopei, non abbia per corollario un lauto banchetto. |
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21 |
‘A
FEMMENA ANNURA = la donna nuda,
intesa come emblema non della lascivia, ma della prorompente bellezza;
nell’immaginario collettivo partenopeo la donna nuda è in ogni caso uno
spettacolo bello ed apprezzabile; è da notare che nella smorfia il
numero che connota questa donna nuda sia appunto il 21 quello che segue
il numero 20 che indica la festa essendo intesa la donna nuda quasi un
naturale ed adeguato completamento della predetta festività ;
etimologicamente femmena è dal latino femina(m), voce
connessa con fecundus "fecondo"; normale il raddoppiamento
popolare della m in parola sdrucciola; annura è il
femminile di annuro che è da ad + nudus, parola
nella quale la prima d ha subìto l’assimilazione progressiva
nd > nn, mentre la seconda d ha subìto la tipica
rotacizzazione mediterranea per cui d > r. |
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22 |
‘O PAZZO = il pazzo,
il folle, il matto e segnatamente non il conclamato malato affetto da
pazzia o altre affezioni mentali, ma colui che d’improvviso e senza un
preciso movente dia in escandescenze diventando pericoloso ed
aggressivo; infatti il malato affetto da pazzia in napoletano è detto
malato ‘e capa, mentre del secondo s’usa dire: è asciuto pazzo
o è asciuto a ‘mpazzì id est: è impazzito; etimologicamente la
voce pazzo si fa risalire al latino patior = soffro, ma a mio
avviso non gli è estraneo il greco pàthos = infermità di corpo od
anima, senza dimenticare che sempre il greco patheìa pronunziato
pathîa conduce dritto per dritto a pazzia. |
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23 |
‘O SCEMO = lo scemo,
lo sciocco, il tonto; etimologicamente la voce scemo viene dal latino
semum e cioè non completo, dimezzato, mancante di una parte; da
notare come la s + vocale produce la sc palatale, come
altrove simia diede scigna, ne-ipsu-unum diede
nisciuno etc. Rammenterò che negli anni ’50 del ventesimo secolo, in
Napoli il più famoso scemo fu quello d’’e melacotte; questo
povero scimunito di cui dico, riconoscibile anche di lontano per le sue
sembianze quasi scimmiesche e per la sua andatura barcollante e
dinoccolata strappava la vita trasportando un piccolo carretto a mano
sul quale esponeva un congruo numero di mele cotte al forno, mele che
vendeva in giro nei mesi invernali; nei mesi estivi sostituiva il
carretto ligneo con altro più maneggevole col quale portava un giro, per
venderlo ad un contenutissimo prezzo, un suo sorbetto che serviva in
croccanti cialde da gelato, sorbetto che usava reclamizzare al grido di:
Garantito al limone! volendo significare che il suo sorbetto era
prodotto con autentico succo di limone e non con polverine chimiche!
Oggi ‘o scemo d’’e melacotte – parce sepultis!, non si aggira più
per Napoli, ma nei mesi estivi ancora qualche suo epigono proclama che
il sorbetto che pure lui vende è garantito al limone, temo però che si
tratti di millantato credito! |
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24

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‘E GGUARDIE
ed alibi ‘A PIZZA - di per sé nel significato primo
si indicherebbero le guardie
(e segnatamente quelle che prestano il loro servizio di notte in
istrada) che furono di pubblica sicurezza ed oggi: polizia di stato, ma
nell’immaginario collettivo dei sognatori, meglio delle sognatrici
partenopee rientrano sotto la voce guardie e dunque sotto il num. 24 non
solo gli agenti di P.S., ma ogni altro addetto alla sicurezza: vigili
urbani, carabinieri etc. purché sognati in divisa ed armati; guardia, di
cui guardie è il plurale, etimologicamente è giunta nel napoletano
attraverso il portoghese guardia, dal gotico vardia =
custode, difensore, vigilante; sotto il medesimo numero 24 alibi,
specialmente in talune smorfie familiari si considera
‘a pizza
(dal latino pinsam
placentam = focaccia schiacciata dal verbo pinsere = pigiare,
schiacciare, con ns > nz > zz per assimilazione
regressiva), la pizza
(sia pure in senso generico, atteso che il più usuale cibo popolare
partenopeo, che come tale si conquistò un posto nella smorfia, è
considerato anche con moltissimi altri numeri, secondo come sia
variamente condita, per cui si ha: p. napoletana – 2, p.dolce - 36, p.
rustica – 37, p. con sugna e formaggio – 61, p. con alici fresche – 62,
p. pomidoro e mozzarella – 53, etc. |
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25
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NATALE Si tratta ovviamente
della festività del santo Natale
con cui si commemora la natività di N.S. Gesù Cristo e non occorre
dilungarsi una volta ricordato che tale festività è fissata
tradizionalmente nel calendario liturgico della Chiesa cattolica ai 25
di dicembre donde il numero assegnatole nella smorfia. Rammenterò che
storicamente nessun testo riporta come data di nascita del Signore il 25
dicembre ed essa fu stabilita perché gli antichi romani in tale data
solevano festeggiare il dio Sole sorgente, di talché la Chiesa ritenne
opportuno far propria la data assegnandola alla nascita di Cristo inteso
quale autentico SOLE dell’umanità; quanto all’etimologia la parola
natale è un aggettivo sostantivato dal lat. natale(m)
concernente la 'nascita', deriv. di nasci "nascere". |
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26 |
NANNINELLA = Annina,
cioè diminutivo vezzeggiativo del nome proprio ANNA quello che la
tradizione cattolica assegna alla presunta anziana genitrice della
Vergine Maria; poiché la memoria liturgica di tale santa cade ai 26 di
luglio, ecco che il medesimo num. 26 è collegato nella smorfia a tale
vecchia santa, sotto la cui figura tradizionalmente viene adombrata ogni
anziana genitrice che venga sognata.
Quanto all’etimologia il nome
Anna ed il corrispondente vezzeggiativo partenopeo Nanninella derivano
da una voce ebraica: Hannah nel significato di grazia,
beneficio; quantunque di s. Anna ci siano poche notizie e per giunta
provenienti non da testi ufficiali o canonici, il suo culto è
estremamente diffuso sia in Oriente che in Occidente ed il suo nome è
portato da moltissime donne magari addizionato a quello di Maria (amata
da Dio) ottenendo Anna Maria o anche Annamaria.
Tradizionalmente s. Anna è la
protettrice di tutti i mestieri legati alla funzione materna: lavandaie,
ricamatrici etc. |
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27 |
‘O CÀNTERO = grosso vaso da
notte, pitale da non
confondere con ‘o rinale che è appunto l’orinale, vaso
molto più piccolo del càntero o càntaro alto e vasto
cilindrico vaso dall’ampia bocca su cui ci si poteva comodamente sedere,
atto a contenere le deiezioni solide; etimologicamente la voce
càntero o càntaro è dal basso latino càntharu(m) a sua
volta dal greco kàntharos; rammenterò ora di non confondere la
voce a margine con un’altra voce partenopea cantàro (che è
dall’arabo quintâr) diversa per accento tonico e significato:
questa seconda infatti è voce usata per indicare una unità di misura:
cantàio = quintale ed è a tale misura che si riferisce il
detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo (e
cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il
vilipendio) di un’oncia nel culo (e non occorre spiegare cosa sia
l’oncia richiamata…)); molti napoletani sprovveduti e poco informati
confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu
càntaro ‘ncapo… etc. (e cioè: meglio portare un pitale in testa che
un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione
un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto
che con un altro peso (cantàro)! |
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28 |
‘E ZZIZZE = i seni,
le mammelle di esseri umani e bestie, ma segnatamente quelle della
donna, intese più che come organo della lattazione, come elemento di
attrazione sessuale; etimologicamente la voce zizza, di cui zizze è il
plurale viene per adattamento dall’accusativo latino titta(m) =
capezzolo forse attraverso una forma aggettivale tittja(m) dove
il ttj intervocalico diede zz che influenzò anche la
sillaba d’avvio ti > zi. Rammenterò a proposito della voce a
margine un antico detto partenopeo che recita:
'A meglia vita è cchella
d''e vaccare pecché, tutta 'a jurnata, manejano zizze e denare. Ad
litteram: la vita migliore è quella degli allevatori di bovini perché
trascorrono l'intera giornata palpando mammelle (per la mungitura delle
vacche) e contando il denaro (guadagnato con la vendita dei prodotti
caseari); per traslato se ne ricava il significato edonistico: la vita
migliore è quella che si trascorre tra donne e denaro. |
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29 |
‘O PATE D’’E CCRIATURE = il
padre di bambini/e e cioè l’organo maschile
della riproduzione, senza del quale si pensava fosse impossibile mettere
al mondo dei nati, il péne; il giro di parole fu eufemisticamente usato
per evitare di pronunciare parole più disdicevoli; per vero tale
circonlocuzione non è solo napoletana, ad un dipresso la si ritrova
anche altrove; nel dialetto romanesco il poeta G. G. Belli trattando del
medesimo organo riproduttivo intitolò un suo divertente sonetto
addirittura Er padre de li santi e in riferimento all’organo
femminile La madre de li santi.
Prendiamo in esame la voce
‘e ccriature; scritta con la geminata iniziale cc essa è il
plurale di criatura/o (che etimologicamente vengono dal latino
creatura(m)) comprendente i due generi maschile e femminile: insomma
‘e ccriature sono onnicomprensivamente i nati maschi e femmine e
talvolta anche solo le nate femmine; mentre usando la c scempia:
‘e criature si indica il plurale del maschile criaturo e
dunque i soli nati maschi. |
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30 |
‘E PPALLE D’’O TENENTE e cioè
le munizioni dell’obice di competenza del tenente,
ma per traslato furbesco i testicoli che intesi, impropriamente, sferici
vengono assomigliati alle sferiche palle da cannone; va da sé che il
tenente richiamato è ampiamente pretestuoso, suggerito come fu dalla
facile rima con trenta.
Rammenterò che nei tempi
andati, durante le estrazioni dei numeri nel corso di tombole familiari
e perciò ridanciane quando chi estraeva i numeri annunciava: Trenta!
‘E ppalle d’’o tenente! invariabilmente trovava un capo ameno che
commentava per dileggio: Tu ‘e sciacque e i’ tengo mente… (tu le
sciacqui ed io guardo!) e va da sé che non intendesse riferirsi alle
munizioni…
Quanto all’etimo la parola
tenente è part. presente del verbo tenire corradicale di
tendere ed identifica l’ufficiale di grado superiore a sottotenente
e inferiore a capitano, ma essendo un riferimento ameno non mette conto
soffermarsi oltre. |
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31 |
‘O PATRONE ‘E CASA = il
padrone di casa, il
proprietario di casa, ma non colui che possegga la casa dove abiti,
quanto colui che, possessore di uno o più appartamenti, li ceda da
locatore a dei locatarî contro pagamento di un canone di locazione
mensile o annuale, detto in toscano fitto o pigione, ed in
napoletano pesone che è dall’acc. latino pensone(m) dal
verbo pendere = pesare, pagare; rammenterò che (come già
dissi alibi) un tempo ‘o pesone era corrisposto annualmente in
ragione di quattro mensilità anticipate ( 4 gennaio, 4 maggio, 4
settembre), dunque tre volte all’anno, di talché le quattro pigioni
finirono per esser dette tierze alla medesima stregua degli
interessi derivanti dai titoli obbligazionarî, interessi che venivano
riscossi tre volte all’anno contro esibizione delle relative cedole
dette in napoletano cupune ed al singolare cupone (dal
francese coupon = tagliando). Detti tierzi intesi come
interessi di un capitale impiegato (beni immobili o titoli
obbligazionari) ritornano nel detto napoletano: perdere tierze e
capitale, detto usato ad amaro commento di situazioni nelle quali si
verifichi un tracollo finanziario grave che ponga chi lo subisce nella
pessima condizione di veder sparire tutto: capitali ed interessi; va da
sé che l’espressione possa essere intesa in più ampi e traslati
significati con riferimento ad ogni perdita così grave nella quale ci si
possa rifondere ad es. lavoro e salute o tempo e danaro e così di
sèguito. |
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32
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‘O CAPITONE = il capitone
e cioè la grossa anguilla femmina, regina delle napoletane tavole di
magro della vigilia di Natale, allorché viene ammannito arrostito alla
brace, in carpione, in umido all’agro o fritto; la voce capitone
etimologicamente è dall’accusativo latino capitone(m) da
capito/onis collaterale di caput/tis in quanto oltre il corpo
à una testa molto pronunciata; rammenterò che nelle ricordate tombole
familiari quando si estraesse il num. 32 chi lo estraeva annunciava
trionfante: trentaroje ‘o capitone!, ma sùbito chiosava: cu ‘e
rrecchie volendo significare che si intendeva riferire proprio alla
grossa anguilla provvista ai lati del capo di due piccole, trasparenti
appendici ritenute orecchie, e non intendeva, col dire capitone,
riferirsi ad altro furbesco richiamo non ittico, di appendice maschile
spesso ricordata con la voce a margine: ‘o capitone senza recchie (il
capitone privo d’orecchie). |
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33
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LL’ANNE ‘E CRISTO = gli anni
di Cristo, atteso che
nella tradizione cattolica, sebbene non fondata su alcuna certezza
storica, si presume che Cristo iniziasse la sua vita pubblica, a trent’anni
e che fosse messo a morte tre anni dopo, se ne dedusse che la vita
terrena di Cristo durò trentatré anni e con tale numero (da riferirsi
non solo agli anni, ma alla persona, nella sua interezza), il Cristo
come personaggio storico è indicato nella smorfia. Cristo,
aggettivo, se non apposizione del nome proprio Gesù, è voce che
etimologicamente è dal lat. Christu(m), traslitterazione del gr.
Christós, che traduce l'ebr. mashiah e vale l’unto del
Signore. |
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34
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‘A CAPA = letteralmente il
capo, la testa, ma nella tradizione
popolare partenopea, furbescamente il numero a margine talvolta più che
al capo, si riferisce alla capocchia ossia al glande soprattutto quando
ci si voglia riferire per dileggio alla testa di qualcuno sciocco,
stupido o – peggio ancora - volutamente irrazionale.
Etimi: capa: dal latino caput, ma
reso femminile; capocchia: dal medesimo etimo, ma con l’aggiunta
del suffisso diminutivo occhia per ocula e dunque da
capocula > capocchia. |
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35
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LL’AUCELLUZZO = l’uccellino,
nome generico di qualsiasi volatile non identificato apparso in sogno,
va da sé che trattandosi di un diminutivo, il volatile debba essere
piccolo; infatti aucelluzzo è il diminutivo, vezzeggiativo di
auciello (uccello) da un tardo latino: aucellus doppio
diminutivo di avis per il tramite di avicula > avicellus
poi con dittongazione della sillaba implicata seguita da doppia
consonante. Nelle consuete tombole familiari cui spesso faccio
riferimento l’annuncio: trentacinche: l’aucelluzzo era seguito da
un corale verso onomatopeico: zuìzuì che tentava di riproporre il
cinguettio dell’uccellino, ma che appariva, più verosimilmente lo
squittio di un topolino! |
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36
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‘E CASTAGNELLE = castagnette,
esse sono la versione povera e popolaresca delle più nobili nacchere
spagnole e consistono in due cave, piccole semisfere di legno intagliato
ad hoc, ma un tempo anche di osso ugualmente lavorato; dette semisfere
legate a coppia con una fettuccia che è inforcata dal dito medio vengono
azionate schiacciandole ritmicamente contro il palmo della mano, per
modo che urtandosi fra di loro, producano un suono secco e
schioppettante, atto ad accompagnare, quasi sempre, i passi delle danze
popolari quali tarantella, saltarello ed altre consimili.
La parola nacchera che
connota uno strumento molto simile alle castagnelle è di origine
araba: nakâra propriamente scavato, incavato con
riferimento appunto alla morfologia dello strumento, mentre il termine
castagnelle o castagnette è dallo spagnolo castaňetas (che
in terra iberica indicano le nacchere) quasi castagna per la
forma vagamente somigliante delle castagnelle come delle
nacchere al frutto del castagno. Chiarirò che il numero a margine
possa essere usato non solo per identificare le predette castagnelle,
ma ogni altro gioioso strumento atto alla danza popolare, quando
ovviamente non esista altro preciso numero per indicarlo come ad es. il
tamburello che è identificato dal num. 51, etc. |
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37
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‘O MONACO e più precisamente ‘O
MUNACIELLO; ‘o monaco sta
ovviamente per il monaco
cioè a dire chi ha abbracciato il monachesimo; nel cattolicesimo, membro
di un ordine monastico o religioso che ha pronunciato i voti solenni di
povertà, castità e obbedienza; etimologicamente è voce dal lat. tardo
monachu(m), che è dal gr. monachós 'unico', poi 'solitario'
(e quindi 'monaco'), deriv. di mónos 'solo, unico'; il medesimo
etimo sia pure addizionato di un suffisso diminutivo iello vale
per la voce munaciello che nella tradizione popolare partenopea è
un particolare piccolo monaco; ‘o munaciello a Napoli è un’entità
dai vasti poteri magici; ho parlato di entità in quanto non è dato
sapere se si tratti di uno spirito o di un essere umano; nell’un caso o
nell’altro detta entità è rappresentata con le sembianze che sono o di
un nano mostruoso o di c.d. bambino vecchio, ed assume due personalità:
quando si appalesa in una casa, o vi prende stabile dimora, se ha in
simpatia gli abitanti della casa, che lo abbiano accolto di buon grado,
onorandolo e ammannendogli dolciumi (‘o munaciello è molto
goloso!) egli arreca buona sorte e prosperità; se, al contrario prende
in odio una famiglia, che non lo abbia accolto con i dovuti onori, egli
le suscita guai ad iosa. Molto vaste son le testimonianze che riguardano
l’apparizione di questa simpatica entità che non vi à posto per alcun
dubbio sulle sue manifestazioni, che spesso sono oggetto di vivaci
discussioni sul tipo di onori (lauti e dolci pasti, odorosi incensi) da
tributare a questo spiritello che si mostra sotto forma di
vecchio-bambino vestito col saio dei trovatelli accolti nei conventi,
scarpe basse con fibbia d’argento, chierica e cappuccio. Non si lascia
vedere da chiunque, ma compare d’improvviso, quando vuole ed a chi vuole
(meglio però se donne in ispecie giovani e procaci), magari portando in
mano le scarpe che ha tolto per non produrre rumore di calpestio.
Scalzo, scheletrico, spesso lascia delle monete sul luogo della sua
apparizione come se volesse ripagare le persone, dello spavento
procurato o di inconfessabili confidenze palpatorie che ama a volte
concedersi. Vi sono due ipotesi sulla sua origine:
La prima ipotesi vuole l'inizio
di tutta la vicenda intorno all'anno 1445 durante il regno aragonese. La
bella Caterinella Frezza, figlia di un ricco mercante di stoffe, si
innamora di un tal Stefano Mariconda, bello quanto si vuole, ma semplice
garzone di bottega.
Naturalmente l'amore tra i due
è fortemente contrastato. Il fato volle che tutta la storia finisse in
tragedia. Stefano venne assassinato nel luogo dei loro incontri segreti
mentre Caterinella si rinchiude in un convento. Ma era già da tempo
incinta di Stefano ed infatti dopo pochi mesi nacque da Caterinella un
bambino alquanto deforme (il Cielo talvolta fa ricadere sui figli le
colpe dei genitori!...). Le suore del convento adottarono motu
proprio il bambino cucendogli loro stesse vestiti simili a quelli
monacali con un cappuccio per mascherare le deformità di cui il ragazzo
soffriva. Fu così che per le strade di Napoli veniva chiamato "lu
munaciello". Gli si attribuirono poteri magici fino ad arrivare alla
leggenda che oggi tutti i napoletani conoscono. Anche lu munaciello
morì misteriosamente, lasciando probabilmente in giro il suo bizzarro
spirito.
La seconda ipotesi vuole che il
Munaciello altro non sia che il gestore degli antichi pozzi d'acqua che,
in molti casi, erano posti al centro dei cortili domestici, quando non
addirittura nel primo vano delle case, di tal che aveva facile accesso
nelle case passando attraverso i cunicoli di pertinenza del pozzo.
Personalmente sono maggiormente
attratto dalla vicenda di Stefano e Caterinella, che mi appare più
consona ad una favola, anche perché niente osta a che ‘o munaciello,
anche senza esserne il gestore, si servisse dei pozzi per penetrare in
casa; del resto storicamente spesso Napoli, imprendibile dalle mura, fu
invasa attraverso le condutture idriche. |
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38
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‘E MMAZZATE = le percosse
che in napoletano, come già alibi illustrai sono di varie specie ed
hanno vario nome; va da sé che quelle a margine sono da ritenere
onnicomprensive di tal che chi sognasse di percosse dovrebbe giocare al
lotto il numero 38 quale che fosse il tipo o la specie delle percosse
sognate, a meno che non si tratti di particolari percosse ben connotate
da altro numero, come ad es. il pugno che è 8 o il calcio 88. |
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39 |
‘A FUNA ‘NCANNA = la corda
alla gola e cioè per
sineddoche: l’impiccagione; rammenterò infatti che spesso alibi
l’impiccato, in napoletano è detto appunto ‘o funancanna, con una
simpatica fusione resa maschile della situazione ricordata sotto il
numero a margine; funancanna fu tempo addietro uno dei nomignoli
(accanto a chiappo, chiappillo e matarazzo) assegnato dai
napoletani alle quattro grandi statue che adornavano una grossa fontana
fatta erigere nel 1559 sul molo grande dal viceré Parafan de Rivera. Lo
scultore Giovanni Merliani, cui era stata commissionata l’opera, forse
effigiò nelle quattro statue i quattro grandi fiumi: Tigri, Eufrate,
Gange e Nilo oppure - secondo un’altra opinione - Ebro,Reno, Danubio e
Tago: i grandi fiumi dei domini di Carlo V, ma il popolino rammentando
che lì dove era stata eretta la fontana, un tempo esistevano le forche
per le esecuzioni capitali, quelle stesse forche poi trasferite
posteriormente, al tempo di Masaniello, in piazza Mercato, assegnò alle
sculture i nomi ricordati con chiaro intento di dileggio; (per quanto
riguarda l’etimo di chiappo ed il suo diminutivo chiappillo,
occorre risalire al basso latino cap’lum sincope di capulum
= corda, fune; quanto a matarazzo evidente voce furbesca, giocosa
usata per significare persona grande e grossa tal quale il materasso,
cioè il rigonfio involucro pieno di lana su cui ci si distende per
riposare, è etimologicamente da collegarsi all’arabo matrah con
il suffisso estensivo aceus, che in napoletano diventa azzo;
per funancanna si tratta, mi pare ovvio, di altra voce furbesca
per indicare l’impiccato come persona cui è stata stretta una fune alla
gola; la voce è ottenuta infatti legando assieme le parole funa =
fune (dal latino fune(m)) e ‘ncanna(che è: in + canna
dal latino/greco kanna e questo dal semitico qaneh) dove –
come vedemmo alibi con canna si intende il canale della gola);
quando poi, dopo appena un secolo dalla sua costruzione il viceré Pedro
Antonio d’Aragona fece smontare la fontana per spedirla a Madrid si
venne a sapere che della fontana e delle sue imponenti statue s’erano
perse le tracce non essendo la fontana probabilmente mai giunta a
Madrid, con i nomignoli riportati o con l’onnicomprensiva espressione
i quattro del molo si passò ad indicare una combriccola di poco
commendevoli individui che avesse fatto perdere le sue tracce e non
fosse più riapparsa. |
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40 |
‘A PAPOSCIA = l’ernia inguinale,
altrove nota con molti altri icastici nomi e tra questi rammenterò:
‘ntoscia, mellunciello, quaglia, zeppola e con altra valenza in
quanto nomi non riferiti all’ernia inguinale, ma a quella scrotale o
allo scroto tout court: guallera, burzone, pallera; quanto agli
etimi avremo: paposcia: probabilmente da un basso latino papus
= rigonfiamento, a papus è aggiunto un suffisso estensivo
femminile osia dal quale il si > scia, come da simia
derivò scigna, vesica che diede vescica;
‘ntoscia: dal greco
entóshia = intestini;
mellunciello riferimento
giocoso al melone, la cucurbitacea chiamata in causa per la sua
sfericità la medesima che ad un di presso presenta una congrua ernia
inguinale; mellunciello sta per piccolo melone e questi è
dall’accusativo tardo latino melone(m), dimìlo/onis, forma abbr.
di melopepo/onis, che è dal gr. mìlopépon/onos, comp. di
mêlon 'melo, frutto' e pépo¯n 'popone;
altro riferimento giocoso è
quello che chiama in causa la quaglia con la sua quasi sfericità
di corpo; quaglia è dall'ant. fr. quaille, che è
probabilmente da un poco attestato lat. volg. coacula(m), forse
di orig. onomatopeica;
ennesimo riferimento giocoso è
quello che chiama in causa la zeppola per taluni di etimo
incerto, per altri (Roholfs) da un tardo latino zippula(m), e per
altri da cymbula(m) che però avrebbe dovuto dare zommola;
l’ultima scuola di pensiero (Jandolo) propone serpula(m) per la
tipica forma a mo’ di serpe acciambellata che è della zeppola la
frittella dolce guarnita di crema e marmellate d’uso a Napoli nella
ricorrenza di san Giuseppe; atteso che la zeppola à proprio la forma di
una ciambella, mi pare di potere aderire all’ipotesi proposta dall’amico
Jandolo, quantunque debba qui ricordare che la zeppola usata come
sinonimo di ernia non sia esattamente il dolce qui rammentato ed il cui
nome risulta usurpato atteso che la zeppola-ernia è più esattamente
quella che a Napoli si dice pastacrisciuta che è appunto una
frittella ricavata da un semplice impasto rustico di farina acqua e
livito; una volta che la pasta risulti liscia e livitata, ne vengono
presi a strappo piccoli pezzi messi a friggere in olio bollente e
profondo; appena calati nell’olio bollente i pezzi hanno la
particolarità friggendo di gonfiarsi ad libitum risultando tali
pastecresciute dette popolarmente, ma inesattamente zeppole o zeppulelle,
più consone giusta la sfericità determinatasi in esse con la frittura, a
rappresentare un’ inguinale ernia debordante e gonfia;
guallera = ernia
scrotale o anche scroto tout court dall’arabo wadara = ernia;
burzone = ugualmente
ernia scrotale o anche scroto tout court il tutto ovviamente in senso
ironico e giocoso, accrescitivo reso maschile (si veda il suffisso
one) della voce femminile borza da un tardo latino bursa(m),
dal gr. byrsa "pelle, otre di pelle"; normale il mutamento rs
> rz;
il medesimo senso ironico e
giocoso si riscontra in pallera che indica ugualmente l’ernia
scrotale, ma più esattamente lo scroto tout court in quanto contenitore
delle palle che sono – con voce triviale - i testicoli pensati sferici a
guisa di sfere; il suffisso ero/a così come in pallera
indica: che riguarda i/le... |
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‘O CURTIELLO = il coltello,
ma ovviamente non quello da tavola, l’innocua posata usata per mangiare,
quanto l’acuminata arma bianca proditoria di punta e di taglio, a
serramanico che quando sia provvista di apertura a scatto è detta
mulletta che è arma di difesa, ma più spessa d’offesa, arma che
facilmente si poté reperire in mano o nelle tasche di delinquenti
comuni, camorristi e/o guappi che l’usarono in alternativa con
affilatissimi rasule (rasoi) , prima che ci si cominciò ad armare
con più rumorose e devastanti armi da fuoco; ‘o curtiello è voce
che etimologicamente è dal lat. cultellu(m), dim. di culter
coltello, normale l’alternanza l > r;
mulletta = coltello a
serramanico, ma con apertura a scatto azionato da una piccola molla è
voce che etimologicamente è appunto il diminutivo di molla
deverbale di mollare in quanto atto a rilasciare.
rasulo = rasoio è
voce che etimologicamente è dal latino rasorium che diede
rasoru donde per dissimilazione della seconda r > l il
napoletano rasulo |
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42
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‘O CCAFÈ = il caffè,
ma in quanto bevanda pronta da degustare, o chicchi o polvere per
approntare la detta bevanda; si noti infatti che in napoletano esistono
delle voci che possono avere una doppia forma grafica: o con la
geminazione della consonante d’avvio o con la consonante scempia; quando
la grafia, e quindi la lettura di tipo forte, presenta la geminazione
iniziale, ci si trova di fronte ad una voce neutra e solitamente son
voci che si riferiscono a generi alimentari o inanimati ovvero che non
contemplano l’intervento umano (ad. es.: ‘o ccafè, ‘o ppane, ‘o ssale,
‘o ppepe, ‘o ffierro (inteso come metallo); spesso invece una
medesima voce può presentarsi con una grafia scempia ed in tal caso
cambia di significato (ad es.: ‘o cafè = mescita o negozio dove
viene servita la relativa bevanda, ‘o fierro (inteso come
attrezzo da lavoro o utensile domestico) o ancora ‘o russo (uno
con i capelli fulvi) e ‘o rrusso (il colore rosso e per traslato:
il sangue; in base a tale argomentare risulta chiaro che la voce a
margine ‘o ccafé debba intendersi come bevanda e non come mescita
o negozio; comunque ambedue ‘o ccafè e ‘o cafè
etimologicamente sono dal turco kahve, e questo dall'ar. qahwa,
orig. 'bevanda eccitante' |
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‘ONNA PÉRETA FORA Ô BARCONE
= letteralmente donna Pereta fuori (affacciata) al balcone;
ci troviamo dinnanzi ad una locuzione usata con divertente immagine per
mettere alla berlina una donna becera, villana, sciatta, sguaiata,
volgare, sfrontata ed, a maggior ragione, una donna di malaffare o anche
solo chi fosse una demi vierge o che volesse apparir tale,
soprattutto quando tale donna le sue pessime qualità faccia di tutto per
metterle in mostra appalesandole a guisa di biancheria esposta al
balcone; tale tipo di donna è detto péreta, soprattutto quando
quelle sue pessime qualità la donna le inalberi e le metta
ostentatamente in mostra; le ragioni di questo nome sono facilmente
intuibili laddove si ponga mente che il termine péreta(nella
locuzione a margine usata per dileggio quasi come nome proprio di
persona) è il femminile ricostruito di pireto (dal b. lat.:
peditu(m)) cioè: peto, scorreggia che sono manifestazioni viscerali
rumorose rispetto alla corrispondente loffa (probabilmente dal
tedesco loft = aria) fetida manifestazione viscerale silenziosa,
ma olfattivamente tremenda. Altrove quella donna becera, sguaiata,
volgare e sfrontata è detta, volta volta: locena che nel suo
precipuo significato di vile, scadente è forgiato come il toscano
ocio ed il successivo locio (dove è evidente l’agglutinazione
dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma
aucius che in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio
a locia e successiva locina con consueta epentesi di una
consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a
locena; lumera = esattamente lume a gas e lume a giorno =
lume a petrolio atteso che una donna becera e volgare abbia nel suo
quotidiano costume l’accendersi iratamente per un nonnulla; tale prender
fuoco facilmente richiama quello simile del lume a gas (lumera) o
di quello a petrolio (lume a giorno) ambedue altresì maleolenti
tali quale una pereta. |
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‘E CCANCELLE e cioè le
carceri; la voce
plurale a margine, femminile va riferita come la maschile ‘e
cancielle ambedue alla voce singolare neutra canciello = cancello
indicante la/le inferriate: protezioni astate in ferro,
canciello è etimologicamente un diminutivo attraverso il suff.
iello di un cancer latino = graticcio; nel parlato popolare
l’originario neutro singolare canciello produsse due plurali: uno
maschile ‘e cancielle = inferriate, cancellate ed uno femminile
‘e ccancelle, femminile che comporta al solito la geminazione
della consonante d’avvio, plurale femminile che venne usato
esclusivamente per indicare le carceri, le prigioni, partendo
dall’osservazione che le prigioni son appunto provviste, per solito di
robusti cancelli. |
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‘O VINO BBUONO = il vino
buono;
nell’immaginario popolare partenopeo, frutto di antica tradizione
contadinauna figura di preminenza forte, tale da essere considerato pure
nel libro dei sogni, è quella del vino, gustosa e sacrale bevanda (non
dimentichiamo che Cristo lo trasformò nel Suo Sangue! ) bevanda che va
da sé debba essere buona, non potendosi prendere in seria considerazione
una bevanda che sia una ciofeca (dall’arabo šafèq che in
arabo indica appunto un liquido, una bevanda corrotta o più
estensivamente tutto il cattivo delle cose, di qualità inferiore, di
scarto, di nessun valore); etimologicamente vino è dal latino vinum
e buono dal latino bonum |
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46
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‘E SORDE – ‘E DENARE = i
soldi e segnatamente
le monete sonanti intesi nella loro genericità ; infatti in napoletano
esistono – come già ebbi modo di chiarire altrove - numerosissimi
vocaboli ad hoc per indicare i varî tipi di monete o soldi, addirittura
tali voci pare siano quasi sessanta, per cui qui non mi dilungo
segnalando solo l’etimo di sordo/e che è da un acc. latino
solidum = nome di una moneta d'oro romana dell'età imperiale >
soldum > soldo > sordo, mentre denaro/e viene dal lat.
denariu(m) (nummum), propr. moneta da dieci, deriv. di dìni,
a dieci a dieci |
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‘O MUORTO = il morto
(ma rammentato da vivo) e segnatamente un familiare defunto, magari da
poco tempo, familiare che per essere probabilmente molto amato ed
affettuosamente ricordato, viene facilmente richiamato nella fantasia
onirica di parenti o amici; muorto etimologicamente è part.
passato del latino volgare morire collaterale del classico
mori, è voce che spesso nel parlato napoletano viene addizionato,
nelle tipiche iperboli del napoletano, di uno specificativo, come ad es.:
muorto ‘e famma (morto di fame che sta per molto affamato),
muorto ‘e suonno, ‘e sete, etc. (morto di sonno, di sete nel senso
di molto assonnato, molto assetato) cioè a dire: tanto affamato,
assonnato, assetato da, addirittura, sia pure solo a parole, morirne |
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48
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‘O MUORTO CA PARLA = il
morto che parla;
questa volta con il numero a margine si significa non un morto, sognato
nelle sue manifestazioni da vivo, quanto il defunto cui ho fatto cenno
al numero precedente, ricordato o sognato allorché da morto parli e si
manifesti esprimendo concetti e consigli a pro del sognatore; si tratta
ovviamente di una assurdità: nessun morto può da morto esprimersi e
formulare pensieri; ma nell’àmbito dell’onirico tutto è possibile: anche
un morto che parli; parla voce verbale (ind. pres. 3° pers. sing.)
del verbo parlà/parlare dal lat. volg. parabolare (con
sincope delle sillaba implicata bo) deriv. di parabola,
poi discorso, parola; rammenterò che un film del 1950 interpretato dal
famosissimo A. De Curtis (Totò) fu intitolato in modo – solo
apparentemente errato: 47, morto che parla; ho detto apparentemente
perché il film trattava le vicende non di un morto che da morto parlasse
in sogno, ma di un vivo che – fingendosi morto – parlava ed agiva nel
sogno. |
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49
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‘O PIEZZO ‘E CARNE =
letteralmente è il pezzo di carne,
ma in realtà non ci troviamo a trattare di argomento da macelleria;
infatti il pezzo di carne a margine fa riferimento, senza remore o falsi
pudori, al prosperoso e procace corpo di una donna, offerto senza
reticenze agli altrui sensi! Rammenterò che in napoletano la voce
piezzo che etimologicamente è un derivato di pezza da un lat.
volg. pettia(m), di origine celtica con metaplasmo (nella
grammatica tradizionale, qualunque alterazione formale che subiscano le
parole nella loro struttura abituale) e cambio di genere, oltre ad
indicare un pezzo, una particella di qualcosa, è talvolta usata, come
nel caso a margine, quando sia seguita da uno specificativo, quasi in
senso antifrastico per significare una gran quantità di qualcosa o una
gran sovrabbondanza o prestanza fisica come ad es. ‘nu piezzo d’ommo
che sta per un uomo grande e grosso o ad es.: ‘nu piezzo ‘e scemo
che sta per un grosso stupido e così via; quanto al termine carne
dal pacifico etimo latino carne(m) non mette conto aggiunger
altro, avendo già chiarito che quella dell’espressione a margine
rapprenta l’intero procace corpo di una donna ed estensivamente la donna
tout court. |
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‘O PPANE = il pane;
sotto questo numero viene ricordata una delle figure più comuni e più
ricorrenti nei sogni del popolino partenopeo e cioè quell’imprescindibile,
sacro alimento (trasformato da Cristo nel Suo Corpo!) dell’uomo; tale
alimento ricorre nei sogni nelle più varie forme o pezzature,
corrispondenti a quelle normalmente in uso a Napoli e si avrà perciò
‘o paniello o ‘a panella (etimologicamente dal latino
panis + i suffissi di genere iello o ella) ambedue:
ampia pagnotta rotondeggiante di ca 1 kg; avremo altresì ‘o palatone
(grosso filone di ca 2 kg., bastevole al fabbisogno giornaliero di una
famiglia numerosa, il suo nome gli deriva dal fatto che al momento di
infornarlo, detto filone occupava per intero la lunga pala usata alla
bisogna; la palata è invece il filone il cui peso non eccede 1
kg. ed occupava la metà della pala per infornare; un quarto o meno della
pala occupavano le c.d. palatelle (piccoli filoncini da 500 o 250
gr.) per ciò che attiene all’àmbito linguistico rammenterò che ‘o
ppane (etimologicamente dal latino pane(m)) è un alimento e
come tale di genere neutro, ciò che comporta una grafia con la
geminazione della consonante d’avvio: ‘o ppane e non ‘o pane. |
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‘O CIARDINO o ‘O
CIARDENIELLO; di per sé le voci significherebbero il giardino o il
piccolo giardino;
etimologicamente
ciardino ed il suo diminutivo (vedi suff. iello)
ciardeniello vengono dall’antico francese jardain con
passaggio dalla sonora gi alla sorda ci come altrove nel
napoletano dove si à ad es.: Calibbarde in luogo di Garibaldi
etc. Ò usato il condizionale significherebbero in quanto
nell’immaginario dei sognanti partenopei con la voce ciardino e
più ancora con il diminutivo ciardeniello si suole indicare con
traslato furbesco e forse impudico, più che il fronzuto appezzamento di
terreno in cui si coltivano fiori e piante ornamentali, un giovane
irsuto pube femminile. |
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‘A MAMMA o MAMMÀ = la mamma,
l’essere più caro specialmente ai soggetti maschili, essere che come
tale non poteva assolutamente mancare nell’elenco dei soggetti, oggetti
o situazioni sognabili; ed è tanto presente nell’immaginario partenopeo
da assegnarle due identificativi: ‘a mamma (etimologicamente dal
lat. mamma(m) mammella, poppa e nel linguaggio infantile mamma)
voce che appare però più asettica o meno partecipativa della successiva
mammà (etimologicamente dal franc. maman) che pur essendo
voce essenzialmente regionale, usata sempre senza articolo, appare più
coinvolgente emotivamente rispetto alla toscana mamma. |
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53
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‘O VIECCHIO o anche ‘O
VICCHIARIELLO = il vecchietto;
altra figura emblematica che non poteva mancare nella smorfia dei
napoletani da sempre adusi a tenere in alta considerazione chi si porti
il carico di molti anni, sia che si tratti di familiari (genitori,
nonni, zii) sia che ci si riferisca ad estranei con i quali si abbia un
sia pure fugace contatto di vita, più o meno quotidiano al segno che
nella smorfia il soggetto è indicato con una doppia voce: ‘o viecchio
(la persona anziana che si trovi negli ultimi anni di vita) voce che
deriva da un basso latinoveclu(m),collaterale del class.
vetulu(m), dim. di ve°tus 'vecchio'voce che è però molto
fredda e quasi anodina, rispetto alla successiva vicchiariello (
diminutivo, vezzeggiativo della pregressa viecchio) usata
piùaffettuosamente per indicare l’anziano di famiglia, voce che per
sottolinearne l’uso più partecipativo viene quasi sempre accompagnata
dal possessivo mio: del proprio genitore s’usa dire infatti:
‘o vicchiariello mio! |
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54
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‘O CAPPIELLO = letteralmente
il cappello,
ma in senso generico,
indifferentemente da uomo o da donna, un qualsivoglia copricapo composto
da una cupola o cupolino e da una tesa o falda più
o meno pronunciata, quell’oggetto il cui nome viene da un tardo latino
cappellu(m) doppio diminutivo maschile di cappa= copricapo
e dunque un qualunque copricapo alto o basso di feltro o di felpa,
quella felpa (tessuto pesante per confezionare cappelli rigidi) il cui
accrescitivo maschile : felpone diede la voce ferbone che
indicò qualsiasi proditorio proiettile lanciato dagli scugnizzi sul
finire del 1800 contro gli uomini che indossassero alti e rigidi
copricapi, allo scopo di dileggiarli, facendo loro cascare il cappello,
quel medesimo generico copricapo cui si fa riferimento nella nota frase
partenopea: Àccepe cappiello! (riproducente il latino: Accipe
cappellum id est: Prendi il cappello (e tira via!)
usata a mo’ di canzonatura rivolta dal vincitore al perdente al termine
di una gara o tenzone, quasi per dirgli: Ài perduto… Non à più senso
che tu stia qui: prendiil tuo cappello e vattene! Aggiungerò che
l’oggetto a margine è uno di quegli oggetti elencati nella smorfia con
numerosi numeri, secondo il tipo o la specie; ne rammento alcuni:
cappello bianco – 57,cappello del papa, camauro -70, capp. vescovile
-61, capp. cardinalizio – 62, capp. da prete – 3, cappello alto e
bordato – 63, da donna con penne 27(si noti l’irrisione: come specificai
con il medesimo num. 27 è elencato il pitale, appaiato qui ad un
cappello da donna probabilmente di foggia cilindrica, la stesso d’’o
cantero, pitale…), capp. da ragazzo – 58, da cafone -64, da militare
generico – 82, capp. di paglia, paglietta – 36, capp. incerato, da
pioggia – 39, di seta – 67, con fiori – 10,stracciato – 37, da contadino
calabrese -19, da bandito – 36, gibus (che è il cappello a cilindro
provvisto di molle che permettono di ripiegarlo e appiattirlo, usato un
tempo nell'abbigliamento maschile da sera, e che deriva il suo nome dal
fr. gibus, dal cognome del cappellaio Gibus che lo inventò nel
1834) – 53. |
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55
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‘A MUSECA cioè la musica,
con particolare riferimento non a quella eseguita da musicisti
professionisti al chiuso di teatri, ma a quella gioiosa delle feste
popolari eseguita da musicanti improvvisati, all’aperto, con rumorosi
strumenti a fiato e/o percussione, quelli stessi che elencai alibi sub
STRUMENTI POPOLARI NAPOLETANI ed a cui rimando, per evitare di
dilungarmi ripetendomi qui; la voce museca etimologicamente è dal
lat. musica(m) (arte(m), che è dal gr. mousiké (téchnì); (propr.
'arte delle Muse). |
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56 |
‘A CARUTA e cioè la caduta,
quell’inopinato accadimento, che quando avviene, se non procura in chi
lo subisce gravi danni, muove spessissimo al riso, in ispecie quando
detta caduta è goffa e repentina, soprattutto quando chi cada sia
persona grossa e/o grassa e se donna metta in mostra nascoste grazie;
alla stessa categoria che muove al riso attiene la c.d. sciuliata
(che è l’atto dello scivolare ricordato però sotto il numero 68) tanto
più divertente quando alla sciuliata faccia seguito una plateale
caruta; quanto agli etimi, caruta è un part. pass.
femminile sostantivato, con tipica mutazione d’area osco-mediterranea
della d>r, ed occorre risalire al lat. volg. cadìre, per il
class. cadere; mentre sciuliata risulta essere anch’essa
un part. pass. femminile sostantivato dal lat. volg. exevolare
attraverso una forma frequentativa exevoliare. |
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57 |
‘O SCARTELLATO cioè il gobbo
figura emblematica dell’immaginario partenopeo ritenuto portabuono;
ricorderò che si sta parlando dello scartellato e cioè di un uomo
affetto da una gobba posteriore quella che è detta scartiello
(etimologicamente da un basso latino cartellu(m)=cesta, gerla con
tipica prostesi della s intensiva partenopea; al contrario, se si
sognasse di una donna provvista di scartiello ci
troveremmo davanti ad una scartellata, figura decisamente
negativa: se lo scartellato porta buono, la scartellata porta male,
anzi malissimo; rammenterò in chiusura che qualora si sogni di un
uomo che porti la sua gobba non sulle spalle, fra le scapole, ma sul
davanti sullo sterno, non potremmo più parlare di scartiello, ma dovremo
parlare di bauglio ( che è dallo spagnolo bahùl da un
basso latino bajulare=portare) e chi sognasse di un portatore di
gobba pettorale (bauglio) non potrebbe più giocare il numero 57,
che fa riferimento allo scartiello posteriore e dovrebbe
indirizzare le proprie preferenze per il giuoco al num. 75 che è il num.
57 lètto in maniera voltata, come voltatoa è la gobba non più
posizionata sulle spalle, ma sul davanti del gobbo. |
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‘O PACCOTTO che è
esattamente il grosso pacco,
l’ involto di qualsiasi merce confezionata e sistemata ben stretta e
legata per un agevole asporto; con il medesimo termine però in senso
traslato furbesco e scherzoso si intende anche un vasto, prosperoso
deretano muliebre(altrove detto pure culo a buttiglione o
a purtera) inviluppato in ampi ed eccessivi vestiti tali da fare
apparire il detto culo merce confezionata in grosso pacco pronta per
l’asporto; la voce paccotto è etimologicamente da collegarsi al
greco paktòs deverbale di pegnýô=comporre, compattare. |
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‘E PILE - i peli
e segnatamente i capelli o quelli che ricoprono irsuti ed abbondanti un
prestante torace d’un giovane uomo, peli intesi come simbolo di
rigogliosa forza e giovinezza e come tali accolti nel libro dei sogni
napoletani nel quale le manifestazioni della giovinezza son sempre
tenute in gran considerazione;(non dimentichiamo la storiella biblica di
Sansone che aveva nelle chiome l’origine della sua forza; i
partenopei, gran parte della loro cultura di fondo la devono a greci,
arabi, ebrei dai quali mutuarono parecchie idee e concezioni
filosofiche, ma pure credenze e norme comportamentali); etimologicamente
‘e pile plurale di ‘o pilo è dal latino pilu(m)
parallelo al greco pïlos. |
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‘O LAMIENTO o SE LAGNA –
letteralmente il lamento, la lagnanza o si lagna
ed ovviamente si tratta
di lamenti o lagnanze ben motivati, conseguenze di un dolore provato, o
di una vicissitudine subìta; sono escluse dalle voci a margine quelle
fastidiose, pretestuose impuntature o capricci, richieste immotivati dei
bambini che producono antipatiche lamentele che vanno sotto il nome di
‘nzirie per la cui etimologia, scartati gli inconferenti latini:
insidiae ed in-ira, penso si possa risalire al greco
sun-eris che ad litteram è con dissidio giusta i contrasti
astiosi delle ‘nzirie dei bambini; per l’etimo di ‘o lamiento
occorre riferirsi al latino lamentu(m) mentre per quello
della voce verbale se lagna del verbo lagnarse occorre
pensare ad un tardo latino: laniare se = dilaniarsi per il
dolore. |
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61
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‘O CACCIATORE = il
cacciatore e
segnatamente chi si dedichi allo sport venatorio, armato di fucile o
doppietta , accompagnato da uno o più cani da caccia ed agghindato con
carniere, tascapane, cartucciera etc., personaggio così noto e presente
nell’àmbito campagnolo e provinciale del vivere quotidiano da meritarsi
un ben identificato ricordo nella smorfia dei sogni oltre ad essere
presente, quantunque con evidente forzatura storico-temporale, nei
tradizionali presepî partenopei della fine settecento, princìpi
ottocento; sono esclusi dalla voce a margine (che etimologicamente è un
deverbale del basso latino captiare frequentativo del classico
capere = prendere) ogni altro tipo di predatore che vada a caccia
con altro tipo di arma che non sia il fucile ( che è da un lat. volg.
(petram) focile(m) '(pietra) da fuoco, acciarino', deriv. di
focus 'fuoco') o la doppietta che è un tipico fucile da caccia
con doppia (da cui il nome) canna affiancata o sovrapposta. |
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‘O MUORTO ACCISO vale a dire
il morto ammazzato;
qui la smorfia prende in considerazione non il morto semplice, quello
cioè defunto per cause naturali, del quale nel parlato comune s’usa dire
che è morto nel proprio letto (anche quando tecnicamente ciò non sia
vero) e cioè sia morto per malattia, vecchiaia , morto che come tale è
già ricordato con il num. 47, ma colui che sia defunto di morte violenta
e segnatamente con spargimento di sangue per mano di inveterati o
occasionali nemici ed estensivamente anche il morto vittima del proprio
dovere, sul lavoro, in guerra etc.; come già vedemmo al num. 47
etimologicamente muorto è il part. pass. del verbo murì
dal latino morire collaterale del classico mori, memtre
acciso risulta essere il part. passato del verbo latino accidere
da un lat. volgare ad – caèdere > accedere > accidere
collaterale di ob- caèdere > occedere > occidere > uccidere. |
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63
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‘A SPOSA, la sposa,
colei che convola a nozze, ma non a quelle… riparatrici; rammenterò che
nelle tombole familiari d’antan usava divertirsi ponendo a colui che
estraeva i numeri, al momento dell’estrazione del num. 63 addizionato
del sacramentale ‘a sposa!, la repentina domanda: Quant’anne
teneva? E ‘o sposo? tenendo per buoni e soddisfacenti i due numeri
che venivano estratti sùbito dopo quello a margine e l’ilarità era tanto
maggiore quanto più fosse alta la differenza tra il numero che nel
giochino indicava la presunta età della sposa e quello che indicava la
presunta età dello sposo; spesso per un curioso gioco del destino
capitava che l’età ipotetica della sposa fosse compresa tra i numm. 70 e
90 e quella dello sposo tra i numm. 20 e 30, per cui immancabilmente
s’udiva il salace commento: Se ll’era saputo piglià, eh?!
Etimologicamente ‘a sposa risultando essere il part. pass.
femminile del basso lat. sponsare 'fidanzarsi', deriv. di
sponsus, part. pass. di spondìre 'promettere', dovrebbe
significare fidanzata, promessa, ma poi finì per essere
attrubuito a colei che giungeva alle nozze, dopo un periodo più o meno
lungo di fidanzamento (deverbale di un fr. ant. fiancer
'impegnarsi, garantire', poi 'promettere in matrimonio'. |
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‘A SCIAMMERIA letteralmente
si tratta di un’ampia giacca da cerimonia
che a Napoli è appunto detta con voce intraducibile sciammeria:
giacca elegante con falde lunghe, tipica delle cerimonie o ricorrenze
importanti, con esclusione dei matrimoni eleganti nei quali sia previsto
il tight (detto giocosamente a Napoli: cafè a ddoje porte)
la sciammeria probabilmente non è un denominale forgiato sul
francese chambre, ma molto più probabilmente è derivato
direttamente dallo spagnolo chamberga sempre che non derivi
direttamente dal nome del duca di Schönberg (17° sec.) che volle che le
sue truppe fossero equipaggiate con una lunga palandrana che, dal nome
del duca, è resa in italiano col termine giamberga ;
personalmente trovo più convincente l’ipotesi ispanica che più si presta
ad approdare a sciammeria attraverso la napoletanissima, solita
prostesi di una s intensiva all’originario cia (ch) spagnolo,
assimilazione regressiva della b, sincope del gruppo rg sostituito da un
ri con una i atona; |
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65

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‘O CHIANTO cioè il pianto
come manifestazione consistente nella reiterata e copiosa emissione di
lacrime che arrossano gli occhi e rigano il volto a sèguito o a causa di
un dolore, di un lutto, di un grave dispiacere; in napoletano tuttavia
con la parola a margine si indica pure, con linguaggio familiare e
scherzoso, una cosa mal fatta, mal riuscita ed ancora una persona
noiosa, fastidiosa: ‘stu vestito è ‘nu chianto; questo vestito è un
pianto! o frateto è ‘nu chianto: tuo fratello è un pianto! È
chiaro che l’accezione della voce a margine è quella che si riferisce ad
un dolore, un lutto, un dispiacere che inducono le lacrime, non quella
che riguarda l’estensione scherzosa. Detto che etimologicamente ‘o
chianto è da un lat. planctu(m) 'colpo di chi si batte il
petto', deriv. di plangere 'battere', poi 'piangere'normale ed
usuale il passaggio di pl>chj rammenterò che a Napoli L'elemento di
fondazione, che segna l'inizio della infrastrutturazione cimiteriale
della zona di Poggioreale, è il Cimitero di Santa Maria del popolo,
detto "delle 366 fosse", dovuto a Ferdinando Fuga, ed edificato nel
1762. Il cimitero rappresenta un monumento di straordinaria importanza
rappresentando l'unico esempio conosciuto di "macchina illuminista"
cimiteriale. Si tratta di una attrezzatura civica che anticipa, di
almeno cinquant'anni, gli editti napoleonici riguardanti l'igiene delle
sepolture e il conseguente obbligo di edificare i cimiteri lontano
dall'abitato | | |