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La
ritrattistica rinascimentale
Nel sec. XVI la grande ritrattistica rinascimentale sviluppò
una tendenza idealizzante (Raffaello),
già percettibile nell'umanesimo italiano, atta a esprimere
un'intenzione celebrativa e commemorativa; tendenza che
nella sua accezione più sottilmente pittorica si manifestò
nella ritrattistica veneta (Tiziano,
Tintoretto,
Veronese,
Lorenzo Lotto),
caratterizzata dalla vitalità cromatica e dall'immediatezza,
che arricchiscono la fisionomia e la psicologia del modello
di un'aura di indefinibile grandezza, e nella sua accezione
più spiccatamente formale si manifestò nelle ricerche dei
manieristi fiorentini (Pontormo,
Bronzino).
Il rinascimento riscoprì inoltre il ritratto allegorico, sia
avviando la moda del ritratto "in veste di" (Piero
di Cosimo
: Simonetta Vespucci;
Albrecht Dürer
: Altare Paumgartner), sia trascendendo il suo
originario significato per diventare emblema di una realtà
diversa e allusiva (Giorgione
: Laura;
Leonardo
: Gioconda). In Germania la tendenza
all'idealizzazione si manifestò in un'analisi del modello
tesa a riprodurne, accentuandoli, i caratteri essenziali,
con risultati espressionistici che inseriscono il ritratto
in un clima drammatico (Dürer). Se in Spagna
El Greco raggiunse l'acme dell'idealizzazione
espressionista, la riforma contribuì a ricondurre il
ritratto sulla via di una pacata oggettività (Antonio
Moro, J. Sustermans,
>Francois Clouet),
quella stessa che già allignava nella ritrattistica
provinciale italiana (Giovanni
Battista Moroni,
Bernardino Licinio
) e in quella fiamminga, tese a soddisfare le esigenze di
una nuova committenza borghese o di piccola nobiltà.
Il ritratto
barocco
La grande ritrattistica secentesca appare verosimile ma non
vera, teatralmente efficace, tesa a estrarre dal soggetto
quanto vi è di più nobile e grande ora con foga veemente (Gian
Lorenzo Bernini,
Pieter Paul Rubens,
Frans Hals),
ora attraverso un più sottile ma superficiale processo di
idealizzazione (Antonie van Dyck). Nell'ambito del realismo
tradizionale nei Paesi Bassi il ritratto di
Rembrandt
spinse invece a fondo l'indagine fisionomica e psicologica
sul modello reale. In Spagna la ritrattistica di
Diego Velázquez
trascorre da un'impostazione aulica di ascendenti
tizianeschi a esemplari realistici (Innocenzo X).
Il ritratto
tra Sei e Settecento
Ormai genere di largo consumo, tra Sei e Settecento il
ritratto divenne appannaggio di una folla di specialisti di
ogni livello qualitativo. Fondamentale fu l'influsso della
Francia nel determinare gli sviluppi sia del rritratto
d'apparato (Hyacinthe
Rigaud,
Nicolas de Largillière ,
Jean-François de Troy)
basato sulla ricchezza del costume, sia del ritratto
allegorico e galante (Pierre
Mignard,
François Boucher).
Entro questi stessi limiti si sviluppò la ritrattistica di
Rosalba Carriera
in Italia e quella di sir
Joshua Reynolds
e Thomas Gainsborough in Inghilterra. Sul finire del secolo
Jean-Baptiste-Siméon Chardin
e
Jean-Baptiste Greuze
inaugurarono una nuova tipologia più spoglia e quotidiana
che ebbe largo spazio nel secolo successivo.
Dall'Ottocento a oggi
Se nell'Ottocento la fotografia destituì il ritratto da
alcune delle sue tradizionali funzioni, allineandolo agli
altri generi tradizionali, esso tuttavia conservò intatto il
suo favore presso tutte le classi sociali. Entro un contesto
idealizzante si svilupparono nel corso del secolo tanto la
ritrattistica neoclassica, che per la sua suprema purezza e
freddezza meglio si espresse nella scultura funebre o
commemorativa (Antonio
Canova)
e nella pittura celebrativa di Jacques-Louis David, quanto
la ritrattistica romantica, tenebrosa e scapigliata (Eugène
Delacroix).
Al di fuori di queste due grandi correnti, il ritratto
"fisiologico", da
Francisco Goya
a
William Hogarth
a
Téodore Géricault,
costituisce il capitolo più drammaticamente moderno della
ritrattistica ottocentesca. Un accento di equilibrato
accordo tra imitazione e idea informa la ritrattistica di
Jean-Auguste-Dominique Ingres
. Nella seconda metà del secolo gli impressionisti, da
Claude Monet
a
Edgar Degas,
da
Henri Toulouse-Lautrec a
Pierre-Auguste Renoir,
superarono la fredda artificiosità della "posa" accentuando
l'attenzione al carattere e alla fisionomia del modello. Da
Vincent van Gogh
a
James Ensor,
dagli espressionisti tedeschi al cubismo, il ritratto
moderno si è configurato come immagine soggettiva di
un'individualità umana, la cui forma può essere distrutta (
Pablo Picasso,
Francis Bacon
) ai fini di un'intensificazione psicologica.
L'autoritratto
Anche se già nei codici di età preromanica e romanica non è
infrequente l'autoritratto dell'amanuense e se, talora,
l'immagine di scultori o architetti appare nella loro opera
(Maestro Mateo nel portico della Gloria della cattedrale di
Santiago de Compostela), nel rinascimento si diffuse l'uso
di autoritrarsi. Dürer affrontò nei suoi autoritratti il
tentativo di dare un'interpretazione pittorica della dignità
dell'artista. Frequentemente gli artisti inserirono il
proprio autoritratto tra i personaggi di grandi composizioni
(Raffaello
nell'affresco della Scuola d'Atene; El Greco nella
Sepoltura del conte di Orgaz, a Toledo). Celebre
l'autoritratto del
Parmigianino, riflesso in uno specchio convesso
(Vienna, Kunsthistorisches Museum). Dal Seicento
all'Ottocento l'autoritratto rappresentò una costante della
produzione di certi artisti, rivelando una grande forza di
analisi introspettiva (è il caso delle serie di autoritratti
di Rembrandt, F. Goya, G. Courbet, V. van Gog). Nonostante i
vari processi di scomposizione cui è stata sottoposta
l'immagine dalle nuove estetiche dell'arte moderna, non
mancano nel sec. XX esempi di autoritratti (Umberto
Boccioni).
Da “sapere.it”

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Tiziano
Vecellio
La fama di
Tiziano è stata sempre affidata alla gloria della sua
pittura: dai contemporanei come dai posteri egli è stato
considerato il simbolo di quest'arte, attraverso la quale la
sua personalità si è rivelata appieno. Diversamente dai
pittori fiorentini e romani suoi contemporanei, Tiziano non
ha lasciato un vasto corpus di disegni: se ne conoscono
pochi e spesso di attribuzione discutibile.
Tuttavia
noi intendiamo commemorare il quarto anniversario della sua
morte, cercando di individuare i suoi raggiungimenti quale
artista grafico, anzi come creatore di un nuovo linguaggio
in questo campo. Tiziano infatti usò con la stessa potenza e
creatività sia la penna che il pennello, e l'importanza che,
grazie a lui, ha raggiunto la silografia è paragonabile al
contributo che l'artista ha dato all'arte pittorica.
Fin dal
Cinquecento si credette che Tiziano si dedicasse all'arte
del disegno solo raramente, che il suo mezzo espressivo
fosse la pittura e che egli desse secondaria importanza alla
grafica. Il Vasari sostenne con l'autorità della sua critica
l'opinione che i pittori veneziani, troppo legati all'uso
del solo colore, non avessero mai conosciuto a fondo l'arte
fondamentale del disegno, che gli artisti dell'Italia
centrale invece definivano il «padre» di tutte le arti,
dell'architettura, della scultura e della pittura.
La sua
opinione fu seguita nei secoli successivi e nel Settecento
venne ripresa da Sir Joshua Reynolds; secondo lui «Tiziano e
tutta la scuola veneziana» erano debitori della loro fama al
colore, ed avevano lasciato ai collezionisti ben pochi
esempi dei loro disegni. «I disegni di Tiziano, Bassano,
Veronese, Tintoretto», continua Reynolds, «sono trascurati e
incerti; i loro schizzi sono grossolani rispetto ai loro
dipinti, eccellenti per l'armonia dei colori». Il concetto
vasariano del «buon disegno» era allora base dell'esperienza
dei pittori dell'Italia centrale che si erano
particolarmente dedicati all'arte dell'affresco: e questa
estetica era in stretto rapporto con l'ideale grafico
rappresentato dal fare grande dei disegni dei «cartoni» da
trasferire sull'intonaco della parete.
La maniera
veneziana era del tutto diversa: dipingendo di preferenza ad
olio su tela, i veneziani del Cinquecento sfruttavano le
qualità della materia pittorica e gli effetti che si
potevano ottenere applicando il colore sul ruvido contesto
della tela. Le possibilità espressive di questa maniera, che
non si serviva della mediazione di un vero e proprio disegno
preparatorio, ma piuttosto di rapidi abbozzi, furono
dapprima intuite da Giorgione e poi sfruttate al massimo
nello stile largo e aperto di Tiziano, specie negli ultimi
anni della sua vita. Egli applicava i colori a rapidi tocchi
e a larghe chiazze, lasciando trasparire il primo abbozzo; e
lo stesso Vasari, superando i pregiudizi della sua scuola,
ci ha dato la più commossa descrizione di quest'arte:
paragonando le prime opere con gli ultimi dipinti di
Tiziano, egli osservò che «le prime son condotte con una
certa finezza e diligenza incredibile, e da essere vedute da
presso e da lontano; e queste ultime, condotte di colpi,
tirate via di grosso e con macchie, di maniera che da presso
non si possano vedere, e di lontano appariscono perfette».
Sappiamo
che l'artista, adottando una simile maniera, usò pennelli
molto larghi per abbozzare le figure e che interveniva
perfino sulla tela direttamente con le dita; è logico
pertanto che, in questi casi, la forma possa essere solo
suggerita e che si perda l'accuratezza dei contorni, la cui
precisione, del resto, sarebbe stata interrotta dalla ruvida
trama della tela oltre che dalla violenza della sua
pennellata. Lo stile del disegno veneziano, specie quello di
Tiziano, deve essere quindi considerato nel contesto dei
modi e delle tecniche adottate nelle botteghe di quei
pittori. Si capisce così come il segno aperto, in netto
contrasto con i contorni chiusi dei disegnatori dell'Italia
centrale, sia caratteristico a Venezia: il tratto a penna, e
a carboncino suggeriscono, più che definire la forma, allo
stesso modo come la vigorosa pennellata dei pittori
veneziani assume ogni volta valori suoi propri, pur
partecipando alla costruzione di un più ampio contesto. Sono
proprio questi valori estetici e i processi creativi che
abbiamo ricordato a farci comprendere il precoce interesse
di Tiziano per le possibilità espressive della silografia,
specialmente in stretto rapporto con il concetto che egli
aveva del disegno; così noi siamo in grado di misurare il
vero significato e il valore dei raggiungimenti che egli ha
ottenuto in questo campo.
Il numero
di silografie direttamente legato all'arte di Tiziano è
piuttosto esiguo, una ventina al massimo; quelle disegnate
da lui, come modello per l'incisore, sono forse meno di
dieci, e quasi nessuna reca la sua firma; ma subito, fin dai
suoi tempi, si è diffusa la fama di quelle opere grafiche.
Il più antico documento che riguarda le silografie di
Tiziano è una lettera datata 13 marzo 1567, scritta al
pittore da Domenico Lampsonio, nella quale l'umanista
fiammingo, allora segretario dell'arcivescovo di Liegi,
tesse le lodi di cinque delle sue incisioni su legno. Un
anno dopo, nella seconda edizione delle Vite, anche il
Vasari parlò di alcune sue silografie e descrisse il metodo
da lui adottato nell'eseguirle: le citazioni del Lampsonio e
del Vasari furono poi confermate ed aumentate nel secolo
seguente da Carlo Ridolfi . L'arte incisoria di Tiziano, sia
che si trattasse di incisioni su metallo come di intagli su
legno, sia che le stampe traducessero disegni originali
preparati esclusivamente a questo scopo, o riproducessero
soggetti di sue pitture, subì mutamenti lungo le varie tappe
della sua lunga carriera di artista.
L'incisione
su legno, specie nei primissimi anni, ebbe straordinaria
importanza per la sua formazione ed ebbe inoltre il compito
di consolidare e di diffondere rapidamente la fama del
giovane artista. Assai grande fu inoltre l'influsso
esercitato dal suo esempio: egli infatti riuscì a creare a
Venezia un vero e proprio nuovo stile di arte grafica, e
divenne presto un caposcuola riconosciuto in tutta Italia,
il protagonista dello sviluppo dell'arte silografica, anche
a Roma, a Bologna, a Siena; nel secolo seguente, inoltre,
Pietro Paolo Rubens volle far rivivere quell'arte, e divenne
il grande erede del maestro veneziano.
Da
http://www.giroscopio.com/enciclopedica/tiziano.html

Bacco e
Arianna, dipinto da
Tiziano tra il 1518 e il 1522, è esposto alla National
Gallery di Londra.

Carlo V in poltrona
Nel 1548 Carlo V chiamò Tiziano
ad Augusta e qui gli commissionò due ritratti: il Carlo V
in poltrona, oggi conservato nella Alte Pinakothek di
Monaco di Baviera; e il più celebre Carlo V a cavallo
(oggi al Prado di Madrid e conosciuto anche come Carlo V
alla battaglia di Mühlberg). Quest'ultimo viene
considerato dalla critica come il modello paradigmatico del
genere di "ritratto di Stato", mentre il primo, qui
riprodotto, offre del grande imperatore asburgico
un'immagine meno ufficiale, ma non per questo meno austera.
Tiziano, che lavorò spesso per le ricche committenze di
sovrani e principi europei, aveva avuto modo di ritrarre
Carlo V anche alcuni anni prima, nel 1532, nella tela
Carlo V col cane (Prado, Madrid).

Concilio di Trento
Il 13 dicembre 1545 si aprì a Trento il XIX concilio
ecumenico, convocato dal pontefice Paolo III per discutere
dei dogmi della Chiesa e della Riforma. In questo dipinto,
attribuito a Tiziano, è raffigurata una delle ultime sedute
del concilio, che si concluse nel dicembre del 1563 con la
radicale riorganizzazione teologica ed ecclesiastica della
Chiesa cattolica.

Il duca di Alba
Il generale e politico spagnolo
Fernando Alvarez de Toledo, duca di Alba, ritratto da
Tiziano. Governatore di Milano dal 1555 al 1556, viceré di
Napoli dal 1556 al 1558, guidò l'esercito dell'imperatore
Carlo V contro papa Paolo IV e le truppe francesi; nel 1567
operò una spietata repressione della rivolta al dominio
spagnolo scoppiata nelle Fiandre.

L'Amor sacro e l'Amor profano
Questo dipinto di Tiziano,
conservato presso la Galleria Borghese di Roma, nasconde un
complesso significato allegorico. Un putto alato, immagine
di Eros nella mitologia greca, immerge la mano nell'acqua,
simbolo del'esistenza umana: è l'amore che gioca con il
destino dell'uomo. La vasca finemente istoriata che contiene
l'acqua ha la forma di un sarcofago marmoreo: un'immagine
della conciliazione fra i contrari, in questo caso le idee
della morte e della vita. Sui bordi della vasca siedono due
figure femminili. La nudità di una delle due donne allude
alla purezza spoglia e innocente dell'amore spirituale,
mentre le vesti della figura riccamente abbigliata
simboleggiano gli orpelli terreni che occultano l'essenza
delle creature, suscitando la vanità e la passione
voluttuosa. Le due donne assumono dunque le sembianze di due
figure opposte e complementari della filosofia neoplatonica:
la Venere mondana e la Venere celeste. Il titolo, L'Amor
sacro e l'Amor profano, che sintetizza questa
interpretazione, fu attribuito al dipinto verso la fine del
Settecento. In precedenza l'opera era nota come Donna
ornata e disornata.

Ritratto di Isabella d'Este
Personaggio di primo piano nel
mecenatismo artistico del Rinascimento italiano, al centro
di una fitta rete di relazioni tra gli intellettuali del
tempo, Isabella d’Este fu ritratta da Tiziano Vecellio in
questo dipinto conservato presso il Kunsthistorisches Museum
di Vienna.

Venere di Urbino
Per la Venere di Urbino (1538), oggi visibile agli
Uffizi fiorentini, Tiziano prese a modello un'opera
precedente di Giorgione. Il dipinto è una sintesi esemplare
di ricchezza cromatica e maestria compositiva,
caratteristiche del grande pittore veneziano.
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