II lavoro nell'antichità non aveva il valore
morale che gli è stato attribuito da venti secoli di cristianesimo e
dalla nascita del movimento operaio. Il disprezzo per il lavoro
manuale è apparso a molti come contropartita della schiavitù e, nel
contempo, causa del ristagno delle tecniche. Dell'esistenza di
questo disprezzo si potrebbero dare molteplici prove. Nella
Politica Aristotele esalta il fatto che i cittadini abbiano
tutto il tempo libero «per far nascere la virtù nella loro anima e
perché possano adempiere i loro doveri civici». È la stessa nozione
dell'otium cum dignitate che appare come l'ideale di vita
degli scrittori romani alla fine della Repubblica e all'inizio
dell'Impero. Ciò significa affermare anche che il lavoro è un
ostacolo a questo tipo di vita e, quindi, una degradazione.
Senofonte, facendo parlare Socrate nell'Economico, mette
sulla sua bocca parole che non lasciano possibilità di equivoco:
«...I mestieri che vengon chiamati artigianali
(banausici) sono screditati ed è del tutto naturale che nelle
città siano tenuti in grande disprezzo. Rovinano il corpo degli
operai che li esercitano e di quelli che li dirigono, obbligandoli a
una vita sedentaria, seduti all'ombra dei laboratori, talora persine
a passare tutta la giornata di fronte al fuoco. Poiché, in tal modo,
i corpi si fanno più molli e deboli, anche le anime diventano più
fiacche. Soprattutto, questi mestieri di artigiano non lasciano
alcun tempo libero per occuparsi degli amici e della città; e così
costoro paiono ben misere relazioni per gli amici e ben miseri
difensori per la patria. Pertanto in alcune città, soprattutto in
quelle che passano per guerriere, si arriva fino al punto di
proibire a tutti i cittadini di praticare i mestieri artigianali».
Una simile professione di fede potrebbe essere
accostata all'epiteto di cui tre secoli più tardi Cicerone, nel
De officiis (I, 42, 150), gratificò i mestieri artigianali:
sordidi. Per la conclusione ci rifaremo a Isocrate; egli scrive,
nell’Areopagitico, che occorre riservare i diritti politici
«...alle persone che possono avere tempo libero e posseggono mezzi
sufficienti per vivere». Ciò suppone, come riscontro, che tutti i
mestieri manuali siano esercitati da schiavi o da uomini liberi di
condizione inferiore. Ma... una situazione siffatta si riscontrava
solo a Sparta, dove il cittadino, liberato da ogni preoccupazione
materiale grazie al lavoro dell'ilota, si consacrava interamente
alla guerra, mentre il lavoro artigianale era appannaggio dei
perieci abitanti delle città. In tutte le altre situazioni, nel
mondo greco come nell'Italia romana, fra i cittadini c'erano
contadini che coltivavano essi stessi la terra, altri che vivevano
di commercio o di artigianato e Pericle proclamava che ad Atene «i
semplici artigiani potevano capire sufficientemente le questioni
politiche». Non si può non pensare ai numerosi monumenti funebri
innalzati nel mondo romano, specialmente in Italia e in Gallia, da
artigiani ricchi; si tratta di monumenti ornati di bassorilievi che
glorificano l'attività manuale e il lavoro. Le iscrizioni di
Ercolano e di Pom-pei rivelano l'esistenza di una borghesia
municipale composta di artigiani e di commercianti agiati. A Roma
stessa esisteva, alla fine della Repubblica, una classe rispettata
di uomini d'affari e di artigiani che erano tutt'altro che schiavi o
schiavi affrancati.
Il disprezzo per il lavoro manuale era dunque
solo appannaggio di una piccola minoranza di intellettuali, imbevuti
di pregiudizi aristocratici? Il problema è, in realtà, complesso e
può esser affrontato solo se viene considerato nella sua evoluzione
storica.

Prima di tutto sono necessarie due osservazioni:
in primo luogo, eccettuati certi pensatori sistematici come
Aristotele, il lavoro della terra sfugge all'obbrobrio che viene
riversato in realtà solo sul lavoro artigianale. «I migliori non
potrebbero vivere, se non ci fosse nessuno che lavorasse la terra»
scrive Senofonte nell'Economico; e lo stesso Aristotele, che
sostiene l'ozio assoluto, dice nondimeno che «...la classe migliore
è quella degli agricoltori ed è possibile stabilire una democrazia
ovunque il popolo viva dell'agricoltura e della pastorizia». Lo
stesso spirito anima a Roma l'opera dei riformatori agrari, che è
concepibile solo nel quadro di una rinascita morale e politica della
città; e, tre secoli dopo Senofonte, Cicerone stesso gli fa eco
quando scrive: ...nihil est agricultura melius, nihil uberius,
nihil dulcius, nihil homine libero dignius. La vita dei campi
fortifica il corpo e l'anima, l'amore della terra è la componente
essenziale del patriottismo. D'altro canto gli uomini più grandi non
esitano a consacrare parte del loro tempo ai possedimenti terrieri:
Senofonte evoca con compiacenza la cura con cui Ciro il giovane si
occupava del suo «paradiso» di Sardi. Ma bisogna fare un'altra
osservazione: il lavoro manuale non è, in sé, degradante. La
migliore prova è che gli eroi dell'epopea sono spesso rappresentati
nell'atto di dedicarsi a un'attività pratica: Ulisse si costruisce
la nave, Penelope fila e tesse, Efesto, il dio fabbro, vive
costantemente nel barbaglio rosso del suo fuoco. Infine, gli
artisti, artigiani ispirati dagli dèi, sono onorati e ammirati. In
realtà, per capire il disprezzo con cui viene considerato il lavoro
manuale, bisogna tener conto di due situazioni: da un lato il
vincolo di dipendenza che il lavoro crea, dall'altro i progressi
dell'economia servile... Non il lavoro in sé produce il sentimento
di disprezzo, ma il legame di dipendenza che si forma fra
l'artigiano e colui che usa il prodotto da lui fabbricato. Costruire
la propria casa, la propria imbarcazione, filare e tessere le stoffe
per gli abiti delle persone di casa non ha nulla di disprezzabile;
ma lavorare per terzi, con un salario, sotto qualsiasi forma, è
degradante. È questo che distingue la mentalità antica da una certa
mentalità moderna che volentieri porrebbe l'artigiano indipendente
al di sopra del salariato: fra l'artigiano che vende egli stesso i
prodotti che ha fabbricato e l'operaio che da la sua forza-lavoro
per gli antichi non c'era reale differenza. Entrambi lavorano per
soddisfare i bisogni altrui e non i propri; dipendono da altri per
la loro sussistenza; pertanto non sono più liberi. Forse è proprio
questo che distingue l'artigiano dal contadino: il secondo è
rimasto, più del primo, vicino all'ideale di autarchia che era il
fondamento essenziale della libertà dell'uomo antico. C'è appena
bisogno di dire che nell'epoca classica, in Grecia come a Roma,
questo ideale di autarchia ha da tempo fatto posto a un sistema di
scambi organizzati. Ma la mentalità arcaica rimane e spiega
non solo il disprezzo per l'artigiano che soffre nel fondo della
fucina o sotto il sole bruciante nei cantieri, ma, ciò che più ci
sorprende, il disprezzo appena dissimulato per il mercante o per il
ricco impresario che vive del lavoro degli schiavi. Quando
nell'Atene del V secolo Aristofane rimproverava ai «demagoghi»
Cleone, Iperbole o Cleofonte la loro professione «banausica»
esprimeva proprio questo stato d'animo perché — non c'è bisogno di
dirlo — i capi del partito democratico non erano, essi stessi,
lavoratori manuali.
Tuttavia, anche se la sopravvivenza di una
mentalità arcaica spiega in parte l'obbrobrio in cui erano tenute le
attività artigianali e mercantili, non lo spiega del tutto: è vero
che lo sviluppo della schiavitù contribuì a rafforzare ancor più i
pregiudizi nei confronti del lavoro manuale. Talora si parla, a
torto, di concorrenza fra lavoro libero e lavoro servile: una simile
concorrenza non aveva senso, dal momento che non esisteva un mercato
libero del lavoro. In realtà, ogni volta che ha potuto, l'uomo
libero ha scaricato sullo schiavo le attività materiali.
Sicuramente... lavoro libero e lavoro servile hanno sempre
coesistito. In Grecia, nel periodo del maggiore sviluppo
dell'economia servile (V e IV secolo) schiavi e uomini liberi
lavoravano fianco a fianco nei campi e sui cantieri delle
costruzioni pubbliche. L'economia del latifondo non fece scomparire
dall'Italia il piccolo contadino libero cantato da Virgilio. Ma si
prese l'abitudine di riservare agli schiavi i lavori più penosi, in
particolare quelli delle miniere; e dal momento che il lavoro è
sorte comune dell'uomo libero e dello schiavo, c'è la tendenza ad
identificarli in una comune riprovazione. È significativo il fatto
che le leggi contro l'ozio e la glorificazione del lavoro manuale
corrispondono sia ad un'epoca in cui la schiavitù era allo stato
embrionale, sia al momento del declino della schiavitù stessa,
quando la rarità della manodopera e il rialzo dei prezzi resero
importanza al lavoro libero e individuale, creando le condizioni per
lo sviluppo di una ideologia antischiavista e di una
riabilitazione parziale del lavoro.
Tuttavia è naturale che, per quanto limitato nel
tempo e affermato solo da una minoranza di teorici e di pensatori
legati al passato, il disprezzo profondo di alcuni verso il lavoro
manuale avesse ripercussioni profonde sulle stesse condizioni del
lavoro. Nell'antichità esistono corporazioni, ma non hanno per
finalità la difesa dei loro aderenti. Le rivolte degli schiavi,
quando si verificano, non partono da rivendicazioni precise, ma
esprimono vaghe aspirazioni egalitarie nel migliore dei casi; il più
delle volte sono soltanto rivolte della miseria e della fame. Lo
sciopero è un fenomeno sconosciuto nel mondo antico...
Tecniche ancora primitive che poco si evolvono
nel corso della storia dell'antichità greco-romana; un quadro
politico-sociale che crea un sistema di valori in cui il lavoro
appare come servitù, come un ostacolo al libero sviluppo di quell'«animale
politico» che è il cittadino antico; condizioni oggettive, fra le
quali va messa in primo piano la realtà della schiavitù e, anche,
l'asservimento delle città e dei popoli assoggettati, che permettono
a una minoranza di vivere in un ozio che finirà col diventare
parassitismo: queste le condizioni del lavoro nel mondo delle
città-stato antiche e specialmente in Grecia e a Roma.
C. Mosse, Il lavoro in Grecia e a Roma, traduz.
it. di F. Giani Cecchini - titolo originale Le travail en Grèce et a
Rome, 1973