Le pellicole
In commercio esistono diversi tipi di
pellicole per cui una scelta adeguata si rivela essenziale
per ottenere dei buoni risultati.
Schematizzando, la pellicola è formata da
un materiale plastico ricoperto da un'emulsione (bromuro di
argento) sensibile alla luce, da uno strato protettivo e da
uno sfondo anti-riflessione la cui funzione è quella di
evitare che la luce, una volta impressionata la pellicola,
non ritorni indietro.

A contatto con la luce, l'emulsione annerisce; in tal modo
le aree bianche dell'immagine diventano nere sulla pellicola
e viceversa. E' proprio da questi "negativi" (per indicare i
toni invertiti) che si otterrà l'immagine con i colori
originali mediante dei procedimenti chimici svolti in
laboratorio.
Data la vasta gamma di apparecchi fotografici dovuta sia ad
esigenze pratiche nonché commerciali, esistono numerosi
formati che offrono diverse soluzioni sia in termini di
dimensioni che in numero di pose.
Per semplicità ricordiamo che il formato più diffuso è il
35mm che è in grado di produrre una fotografia di 24X36mm,
24X18mm o 24X24mm a seconda dei modelli di fotocamera. Da
notare che negli ultimi anni è stata introdotta
un'importante innovazione al caricatore 35mm: il codice DX.
Questo consente di tarare l'esposimetro dell'apparecchio con
il valore ISO della pellicola. Quest'ultima è la
caratteristica fondamentale di cui si deve maggiormente
tenere conto e si definisce come la proprietà di
un'emulsione di reagire più o meno rapidamente alla luce.
Per misurare tale sensibilità si usa un sistema chiamato ISO
(International Standard Organization) in base al quale si
possono raggruppare le pellicole in un intervallo che va da
6 a 6400 ISO. Al raddoppiare del valore ISO, raddoppia la
sensibilità, per cui una 100 ISO ha bisogno di metà luce di
una 50 ISO e del doppio di una 200 ISO.
Una scelta razionale dipende dalle diverse situazioni
fotografiche che dobbiamo affrontare. Una pellicola "lenta"
(es. 50 ISO) richiede un tempo maggiore per ottenere una
corretta esposizione per cui, al fine di evitare il rischio
di mosso, si rileva necessario l'ausilio di un cavalletto.
Tuttavia, meno è sensibile la pellicola e più le fotografie
risulteranno nitide, con dettagli ben delineati e colori
vivaci. Nelle pellicole "rapide", però, si ha la possibilità
di poter sfruttare una certa velocità di scatto. Inoltre una
pellicola rapida consente di sfruttare meglio l'azione del
flash visto la minore necessità di luce.
Quindi la prima cosa da prendere in considerazione è cosa si
va a fotografare (interni, paesaggi, competizioni sportive,
ecc.), quale condizione di luce si troverà (giorno, notte,
tramonto, nebbia, ecc.) ed in quale circostanza si scatterà
(se ad es. si dovesse scattare in una strada affollata, di
certo non si potrebbe usare un cavalletto, ed una pellicola
rapida risulterebbe preferibile).
Per iniziare si possono prendere in considerazione le
pellicole 100 e 200 ISO che sono le più versatili e diffuse
in commercio nonché la 400 ISO in condizioni di scarsa luce
per fotografare scene d'azione mantenendo tempi di
esposizione brevi.
Risulta, quindi, evidente che se si può
utilizzare un treppiede, le alternative sono maggiori e si
può scegliere la pellicola esclusivamente in base alle
nostre intenzioni artistiche (effetto di mosso, poca/molta
profondità di campo, ecc.) altrimenti occorre usare
sensibilità maggiori per poter scattare con tempi brevi per
evitare che le vibrazioni dell'apparecchio causino rischi di
mosso.
Provare diverse pellicole è fondamentale per l'esordio nella
fotografia ma è consigliabile acquistare esclusivamente
pellicole di aziende note per ricavare stampe di qualità e
cambiare laboratorio fotografico nel caso le stampe abbiano
una dominante di colore (ad esempio toni gialli più
accentuati rispetto alla realtà).
Gli apparecchi fotografici
Se è vero che esistono diverse tipologie
di pellicole, la gamma degli apparecchi è molto più vasta.
In generale la scelta è dettata dalle diverse esigenze degli
acquirenti, tuttavia è possibile coprire, fortunatamente, un
ampio ventaglio di situazioni acquistando dei formati molto
versatili proposti sia nelle versioni adatte ai fotografi
principianti che in quelle mirate ai professionisti.
Uno dei modelli più diffusi è senza dubbio la fotocamera
"REFLEX" che associata al caricatore 35mm si è dimostrata
assai competitiva sul mercato.
La principale caratteristica di questo
modello è la possibilità di vedere e scattare la fotografia
tramite lo stesso obiettivo.
La macchina reflex
Nella fotocamera 'REFLEX' la possibilità di vedere e
scattare la stessa fotografia è dovuta ad un pannello che si
alza al momento dello scatto.
Ciò è molto importante in quanto consente di impressionare
ciò che si vede effettivamente contrariamente ai modelli in
cui l'inquadratura avviene attraverso il mirino e non
l'obiettivo.
A parte una caratterizzazione delle fotocamere in base alle
dimensioni della pellicola, si può procedere identificando
altre caratteristiche:
- elevata/contenuta compattezza;
- ridotta/eccessiva automatizzazione
(riavvolgimento automatico, modalità di scatto in sequenza
continua, controllo dello stato di carica delle batterie,
ecc.);
- possibilità di utilizzare accessori
(es. cambiare l'obiettivo).
Occorre comunque considerare che le ultra-compatte non
permettono di intervenire sugli automatismi e a causa di
questa limitazione mal si prestano per la fotografia
professionale la quale si orienta verso soluzioni che
prevedono sia modalità manuali che automatiche.
Un discorso a parte va fatto nel caso di
ambiti specifici quale la fotografia subacquea, il formato
panoramico, lo sviluppo istantaneo o la fotografia digitale.
Il consiglio è quindi quello di consultare delle riviste di
settore al momento dell'acquisto in considerazione anche
delle continue innovazioni introdotte dalle aziende
produttrici.
Il diaframma e l’otturatore
Quando premiamo il pulsante di scatto
avviene semplicemente questo: la luce riflessa dal soggetto
che stiamo inquadrando passa attraverso l'obiettivo il quale
la fa convergere sulla pellicola che viene dunque
impressionata visto che si trova nel corpo della macchina
che è privo di luce. Fin qui va tutto bene ...ma in realtà
il punto fondamentale è: per quanto tempo la luce deve
impressionare la pellicola?
Bisogna innanzitutto chiarire un concetto basilare: una
fotografia è correttamente esposta quando ripropone
fedelmente gli stessi toni percepiti dalla nostra vista. Ciò
avviene quando la pellicola è colpita dalla GIUSTA quantità
di luce. Quando la quantità effettiva è maggiore di quella
necessaria, l'immagine è sovraesposta; nel caso contrario è
sottoesposta.

Abbiamo già visto come la sensibilità della pellicola
influisce sull'esposizione. Si deve essere però più incisivi
ed intervenire su due componenti: il diaframma e
l'otturatore.
Dalla corretta impostazione congiunta di questi due elementi
dipende la giusta esposizione.
Il diaframma gestisce la quantità di luce che passa
attraverso l'obiettivo. E' infatti costituito da una serie
di lamelle che si aprono e si chiudono a seconda del valore
di apertura prescelto (valore f). I valori f
sono indicati da una scala impressa sulla ghiera di
regolazione situata sull'obiettivo. Un esempio può essere
rappresentato dalla seguente scala:
32 16 11 8 5.6 4 2.8 2 1.4
Ad f32 corrisponde la minore
apertura del diaframma mentre ad f1.4 la maggiore.
Passando da un diaframma (o stop) all'altro la luce che
entra raddoppia o si dimezza. Per cui passando ad esempio da
f8 a f5.6, l'apertura (e quindi la luce) è due volte più
grande.
L'otturatore, invece, gestisce il tempo d'esposizione (o di
posa) poiché stabilisce quanto a lungo deve rimanere aperto
il diaframma.
Anche questi valori sono riportati su una
scala del tipo:
2 4 8 15 30 60 125 250 500 1000
Selezionando "250" si imposta una
velocità di scatto di 1/250 di secondo; "2" corrisponde ad
un tempo di mezzo secondo e così via.
Introduciamo ora il "principio di reciprocità" il quale
afferma che si può conservare la corretta esposizione se ad
una variazione di un parametro (es. diaframma) corrisponde
una variazione di senso contrario dell'altro parametro (es.
velocità di scatto).
Facciamo un esempio: se la giusta
quantità di luce fosse assicurata dalla coppia f4 - 1/15,
allora si potrebbe conservare tale combinazione aumentando
di uno stop il diaframma (f5.6) e diminuendo di una tacca il
tempo (1/8). In tal modo la minore luce ammessa dal
diagramma viene compensata da un maggiore tempo di
esposizione.
L’esposimetro
Dopo avere analizzato la teoria
dell'esposizione, capiremo, in questo paragrafo, come
identificare l'esatta coppia di valori diaframma/tempo che
assicura la necessaria quantità di luce nonché quando e
perché variarla in virtù del già citato principio della
reciprocità.
Per quanto riguarda il primo quesito dobbiamo introdurre un
componente della fotocamera molto importante: l'esposimetro.
Questo ha la funzione di valutare le condizioni di luce
presenti nell'inquadratura e di riportare i parametri di
esposizione necessari. Elabora, cioè, degli input (luce) e
propone degli output (valori diaframma/tempo).
Nelle fotocamere a modalità manuale, la
cellula fornisce dei valori e noi possiamo variarli a
seconda delle nostre valutazioni personali. Qualora le
fotocamere siano basate su modalità esclusivamente
automatiche, non si ha la possibilità di intervenire
apportando delle variazioni. Comunque, molte fotocamere di
ultima generazione prevedono la completa possibilità di
scelta, infatti oltre alla possibilità di impostare entrambe
le modalità descritte, si può optare anche per delle "vie di
mezzo": scatto a priorità di diaframma o a priorità di
tempo. In questi ultimi casi la selezione del valore
prioritario (es. tempo) spetta al fotografo mentre il
parametro rimanente (es. diaframma) viene stabilito
dall'esposimetro in base al calcolo effettuato.
Gli esposimetri non sono, però, degli strumenti infallibili
ma possono venire "ingannati" in tutte quelle situazioni
caratterizzate da un forte contrasto di luce:
- soggetti sulla spiaggia o davanti una
cascata;
- paesaggi innevati o con presenza del
sole;
- soggetti illuminati nel buio, ecc.
In questi casi occorre correggere
manualmente (qualora la fotocamera lo consente)
l'esposizione anche fino a tre stop in modo da compensare la
scarsa/elevata luce offerta dagli sfondi.
Consiglio vivamente di consultare il libretto delle
istruzioni della propria fotocamera per conoscere le
caratteristiche del vostro esposimetro in modo da sfruttarne
pienamente le potenzialità.
Qualora non sia possibile fare uso dell'esposimetro una
regola di ordine pratico consiglia di impostare in giornate
assolate e quindi di buona luce, un'apertura di f/16 ed un
tempo pari (o più vicino possibile) al reciproco della
sensibilità ISO della pellicola (es. 1/250 di secondo nel
caso di una pellicola 200 ISO).
Rispondiamo adesso al secondo quesito: perché variare le
coppie diaframma/tempo secondo il principio di reciprocità
se tutte forniscono la medesima quantità di luce? La
risposta è che in tal modo si agisce su delle variabili che
producono immagini di pari esposizione (equivalenza
quantitativa) ma di differente "effetto visivo"
(disuguaglianza qualitativa).
Un tempo di posa breve (1/500 - 1/1000) elimina qualsiasi
effetto di mosso visto che le piccole vibrazioni prodotte
dal tenere in mano la fotocamera non hanno modo di influire
sullo scatto; un tempo "lungo" produce ovviamente un effetto
opposto. Per cui se volessimo "congelare" il movimento (ad
es. della caduta delle gocce di pioggia o di una cascata) si
deve scegliere la prima soluzione che impone (ai fini
dell'equivalenza quantitativa) di aumentare l'apertura del
diaframma (attraverso la selezione di un valore minore).
Agendo, invece, sul diaframma si influisce sulla profondità
di campo definita come l'area di accettabile nitidezza,
chiarezza che si propaga dietro e davanti il soggetto
inquadrato. Ad un diaframma aperto corrisponde scarsa
profondità mentre ad un diaframma chiuso corrisponde piena
profondità. Volendo, quindi, isolare un soggetto dal resto
dell'inquadratura si dovrà agire aprendo il diaframma (e
diminuendo proporzionalmente il tempo di posa) e viceversa
nel caso volessimo nitidezza per tutta l'immagine.
La profondità
Nel paragrafo precedente è stata
introdotta la profondità di campo che viene definita come
l'area di ammissibile nitidezza che si estende dietro e
davanti il soggetto che viene fotografato. Ovviamente solo
il piano di messa a fuoco è perfettamente nitido, tuttavia
una nitidezza accettabile si conserva per circa 2/3 dietro
ed 1/3 davanti al piano di fuoco.

Si è visto come la profondità di campo
venga influenzata dall'apertura del diaframma. Una scarsa
profondità deriva da grandi aperture mentre il contrario
avviene man mano che aumentano i valori f.

In ogni caso, per un controllo adeguato si deve tener conto
anche di altri fattori. Il primo è la distanza dal punto che
stiamo mettendo a fuoco. Più quest'ultima si riduce e più si
perde profondità. Per cui in una fotografia assai
ravvicinata questa sarà minima e viceversa nel caso di
fotografie estese (come i panorami).
La seconda determinante è la distanza focale. Obiettivi
grandangolari come il 28 mm offrono molta profondità mentre
i teleobiettivi la riducono.
Anche se un buon controllo di questo
parametro si ottiene solo con l'esperienza, può essere utile
prendere come riferimento o le tabelle del fabbricante (in
genere incluse nei libretti d'istruzione) o un'eventuale
scala di valori posta sull'obiettivo dove ad ogni valore
f (o distanza dal soggetto) corrisponde una diversa
profondità.

Sperimentare diverse situazioni nonché
cercare di produrre determinati effetti attraverso modifiche
della profondità di campo è davvero un passo importante a
cui molti autori hanno dedicato tempo e risorse. Per cui
tutti all'opera!
La messa a fuoco
La nitidezza di una fotografia dipende
oltre che dalla pellicola e dall'obiettivo (come vedremo in
seguito) anche dalla corretta messa a fuoco dell'immagine.
Una fotografia "sfocata" è indiscutibilmente da scartare.
Ovviamente tale conclusione non è più vera nel caso si sia
voluto produrre volontariamente un effetto di mosso ma
questo prescinde dalle regole tecniche comunemente accettate
e attiene più al personale senso artistico, nonché ai
diversi stili di comunicazione.
A meno che non si debba utilizzare una fotocamera
d'occorrenza come gli economici apparecchi "usa e getta" che
dispongono di un obiettivo a fuoco fisso, la focheggiatura
consente di intervenire sulla distanza che separa
l'obiettivo dalla pellicola al fine di ottenere la nitidezza
almeno del soggetto principale.
In particolare nel caso il soggetto sia estremamente
ravvicinato al punto di ripresa, tale distanza è massima e
viceversa nel caso contrario.
Le modalità di messa a fuoco possono
essere di due tipi:
-messa a fuoco automatica (autofocus);
-messa a fuoco manuale.
La prima modalità presenta in genere due tipologie di
funzionamento.
Nella prima (priorità di scatto) la
fotocamera consente di scattare anche se il fuoco non è
stato raggiunto. Nella seconda (priorità di fuoco) si può
scattare anche se il soggetto non è perfettamente a fuoco.
La messa a fuoco manuale, che si effettua regolando
l'apposita ghiera posta sull'obiettivo, si dimostra
particolarmente utile in circostanze tranquille in cui non
c'è bisogno di scattare in fretta ma si vuole prestare
particolare attenzione alla composizione e alla massima
nitidezza del soggetto. Per esempio nei ritratti è opportuno
mettere manualmente a fuoco gli occhi visto che sono
l'elemento dominante dell'espressione.
Ci sono tuttavia vari modi per tenere
conto della messa a fuoco. La scala di distanze incisa sulla
ghiera di messa a fuoco non è tanto utile in quanto la
distanza del soggetto va valutata ad occhio e ciò
rappresenta un modo troppo approssimativo di valutazione.
Lo stigmometro, presente nel reflex,
divide in due l'immagine che non è a fuoco. Un procedimento
analogo è quello adottato sia dal telemetro che sdoppia nel
mirino l'immagine sfocata e sia dai microprismi che
"sgranano" le zone non a fuoco.
In tutti i casi, nelle reflex, gran parte
del lavoro viene svolto dalla superficie (vetro smerigliato)
che riporta la scena che stiamo inquadrando con la relativa
focheggiatura.
L’obiettivo
L'obiettivo è uno dei componenti
fondamentali dell'apparecchio fotografico in quanto ha il
compito di accogliere i raggi luminosi riflessi dal soggetto
e di dirigerli (attraverso un sistema ottico di lenti
concave e convesse ) adeguatamente sulla pellicola.
Un obiettivo di qualità deve possedere
diverse caratteristiche affinché possa produrre fotografie
apprezzabili.
In ogni modo nessun obiettivo è immune da difetti che
influiscono sul colore, la nitidezza e le proporzioni dei
soggetti. In generale la qualità si valuta attraverso il
cosiddetto "potere risolvente" cioè la capacità di
individuare e riprodurre sulla pellicola anche i dettagli
più complicati.
Un primo carattere che diversifica gli obiettivi è la
lunghezza focale. Quest'ultima è la distanza che intercorre
tra il centro di una lente (che fa convergere i raggi
luminosi provenienti da un soggetto posto sull'infinito) e
il piano dove si crea l'immagine nitida di tale soggetto.
Ovviamente se la distanza da cui si sta scattando non varia,
un obiettivo di lunga focale è in grado di fornire
un'immagine più ampia. Viceversa cambiando obiettivo, per
mantenere le stesse dimensioni dell'immagine, ci si deve
avvicinare/allontanare dal soggetto. Solitamente gli
apparecchi fotografici vengono venduti con un obiettivo di
focale "normale". L'aggettivo "normale" serve ad indicare un
obiettivo che produce un'immagine non distorta cioè con
forme e prospettive sostanzialmente regolari.
Nel formato 24X36 mm si considera "normale" l'obiettivo 50
mm in quanto si fa riferimento all'equivalenza tra lunghezza
focale (in questo caso 50 mm appunto) e la diagonale del
formato (in questo caso la diagonale del 24X36mm è 43 mm).

Un'altra importante caratteristica degli
obiettivi è l'angolo di campo cioè l'ampiezza di scena
inquadrata.
Quando si sente parlare di obiettivi "grandangolari" si
allude a lunghezze focali che non superano i 50 mm. In
questo caso a fronte del vantaggio derivante da porzioni di
scena maggiori c'è lo svantaggio (almeno dal punto di vista
oggettivo) dell'esasperazione della prospettiva.
I soggetti in primo piano appariranno più grandi mentre
quelli alle spalle più lontani.
I "teleobiettivi", invece, partono da lunghezze focali
superiori ai 60 mm. Con questi obiettivi si possono cogliere
dei particolari anche da distanze notevoli infatti in questo
caso l'angolo di campo è assai ristretto. Circa la
prospettiva, soggetti posti a diverse distanze compariranno
più vicini tra loro, con un effetto di "appiattimento" della
scena. Infine questi obiettivi presentano scarsa profondità
di campo contrariamente agli obiettivi grandangolari. Per
cui sarebbe opportuno disporre di più obiettivi da poter
cambiare a seconda delle circostanze più svariate.
Purtroppo questa strategia è troppo dispendiosa nonché poco
efficiente sia dal punto di vista della tempestività di
scatto che dello spazio. Per queste ragioni le aziende del
settore producono anche i cosiddetti obiettivi "zoom".
Quest'ultimi consentono di variare la lunghezza focale al
momento.

Per cui disponendo di uno zoom 70-200 mm
si possono usare tutte le focali intermedie senza cambiare
di volta in volta i dispositivi. Molti fotografi sono
scettici sull'utilizzo degli zoom giustificando tale
disapprovazione con l'inferiore qualità ottica. Tuttavia
questa considerazione non è più valida per i modelli recenti
che quasi eguagliano quelli a focale fissa tranne che per i
prezzi e per le maggiori dimensioni.
Il flash
Con l'esperienza ci si accorgerà che non
è sempre possibile fotografare con buone condizioni di luce.
Sebbene l'uso del flash può essere fondamentale nelle
fotografie di interni, questo viene spesso usato anche in
altre situazioni come luce di riempimento (tecnica
fill-flash) per schiarire, anche all'aperto le ombre troppo
nette.
Esistono diversi modelli di flash ma in
generale il funzionamento dei modelli più recenti avviene
tramite un condensatore che all'accensione accumula una
carica. Quando si accende la spia significa che è possibile
scattare.
Nel momento dello scatto, per un
brevissimo intervallo temporale, viene emesso un lampo che
illumina il soggetto proprio nell'istante in cui
l'otturatore si apre. Terminato tale processo alcuni modelli
hanno dei recuperatori di potenza che hanno il compito di
incrementare l'autonomia.
La fase più importante è certamente quella in cui il lampo
si sincronizza con l'apertura dell'otturatore perciò occorre
impostare l'esatto tempo di esposizione altrimenti una parte
dell'immagine risulterà scura.
Nei modelli meno recenti occorre fare dei calcoli, neanche
troppo semplici, utilizzando la documentazione e le tabelle
fornite dal produttore dell'apparecchio fotografico.
Per questo motivo è consigliabile ricorrere ai flash
elettronici che sono muniti di chip in grado di effettuare
automaticamente qualsiasi calcolo e quindi di garantire
delle fotografie correttamente esposte.
Utilizzare al meglio il flash non è cosa da poco conto.
Tuttavia ci sono degli accorgimenti e
tecniche basilari con le quali si possono ottenere delle
fotografie stimolanti.
Quando si fotografa in ambienti chiusi,
occorre considerare l'angolazione del flash al fine di non
creare effetti indesiderati. In genere si tende a puntare il
flash direttamente sul soggetto ma questa tecnica comporta
una serie di inevitabili svantaggi:
- aumenta il contrasto tra il soggetto
inquadrato e il piano alle sue spalle;
- l'illuminazione è abbastanza piatta e
si possono ottenere delle fotografie troppo nette, di
impatto troppo brusco;
- inoltre non si riesce ad evitare
l'ombra che si propaga sul fondo.
Per evitare tali problemi si deve dirigere il flash verso il
soffitto o verso una parete (ovviamente le mura non devono
essere colorate altrimenti si avranno dominanti di colore).
Procedendo in tal modo l'illuminazione sarà più delicata e
le ombre saranno più sfumate.

Un altro problema attinente ai ritratti è
l'ottenimento di fotografie dove gli occhi sono di colore
rosso. Tale effetto è dovuto al riflesso del lampo sui
capillari che si trovano nel fondo dell'occhio. Si può
evitare tale riflesso o accendendo più luci nell'ambiente
oppure chiedendo alla persona in posa di non guardare
direttamente nella fotocamera. In certi modelli di macchine
esiste anche un dispositivo che consente di evitare a priori
tale effetto indesiderato.
La fotografia digitale
Negli ultimi anni accanto alla fotografia
tradizionale si è andata sempre più diffondendo la
fotografia digitale basata sulle opportunità offerte dalle
moderne piattaforme hardware e software.
Secondo molti autori questo approccio con il tempo potrebbe
sostituire quello classico mentre secondo altri costituirà
solamente un canale alternativo.
In ogni caso si parla di due metodologie che sono simili per
quanto riguarda il risultato ma profondamente diverse circa
i presupposti.
La principale differenza tra gli
apparecchi tradizionali e quelli digitali risiede
nell'assenza, in questi ultimi, della pellicola.
Sono presenti, infatti, delle schede di
memoria, sulle quali memorizzare le immagini. Le immagini
digitali sono costituite da una griglia di pixel
(contrazione di picture elements cioè elementi d'immagine).
Maggiore è il numero di pixel e più alta sarà la risoluzione
dell'immagine ma anche maggiore sarà lo spazio che occuperà
nella memoria.
Avendo memorizzato le immagini digitali,
è poi relativamente semplice trasferirle su un qualsiasi
elaboratore come i diffusi PC (personal computer).
Una volta che le fotografie sono visibili
sul monitor possono essere elaborate con particolari
software in grado di modificare le immagini proprio come
avviene per le pubblicità che sono cariche di effetti
visivi.

L'ultimo passo è la stampa che si ottiene
con particolari stampanti e tipi di carta.
Poter sfruttare la computer graphic offre molte possibilità
specialmente nel campo dei media, tuttavia non bisogna mai
dimenticare che la pellicola tradizionale offre una migliore
nitidezza e saturazione dei colori.
Inoltre non è da trascurare il fatto che
le stampe tradizionali sono anche più affidabili e durature.
(le notizie sono tratte, pur parzialmente,
dal Corso di Fotografia della MicroForum)
Fotografie artistiche