Parte prima: PLATONE E LA SCOPERTA DELLA CAUSA
SOPRASENSIBILE. LA "SECONDA NAVIGAZIONE"
Sezione prima: IL GRANDE IMPATTO
FRA LA CULTURA DELLA "SCRITTURA" E LA CULTURA DELL'"ORALITA'" E I
DIFFERENTI MODI DI COMUNICAZIONE DEL MESSAGGIO FILOSOFICO DI PLATONE
- LA MEDIAZIONE TENTATA DA PLATONE TRA SCRITTURA E ORALITA' E IL
RAPPORTO STRUTTURALE TRA SCRITTO E NON SCRITTO
Platone ha insegnato a guardare la realtà con occhi
nuovi, ad interpretarla in una nuova dimensione, con un nuovo metodo,
proponendo una "seconda navigazione".
La tesi (p. es. di Schleiermacher) secondo la quale
conosciamo il pensiero di Platone avendo i suoi scritti è oggi del tutto
superata. Nell'autotestimonianza del Fedro, Platone stesso ci dice che
il filosofo "non mette per iscritto le cose di maggior valore" e nella
lettera VII dice che gli scritti "non sono in grado di comunicare al
lettore alcune cose essenziali, sia dal punto di vista del metodo, che
dal punto di vista del contenuto".
Oggi ci accorgiamo di questo, ma l'esaltazione della
scrittura fino a non molto tempo fa ce lo impedì.
Fu però già Nietzsche a contestare Schleiermacher
richiamandosi proprio al Fedro, lo scritto non insegna, porta solo alla
memoria ciò che già Platone aveva insegnato alla Accademia.
Lo scritto non sa rispondere, non può difendersi, la
scrittura è gioco, l'oralità è serietà, solo l'oralità può far imparare.
Lettera VII: Contro Dionigi che pensava di aver capito
la filosofia di Platone e di poterla mettere per iscritto, Platone
scrive che essa è frutto di un lungo ricercare e può essere compresa
solo da uomini di "buona natura" e non serve scrivere perché questi già
le sanno e gli altri non le capirebbero e sarebbe per loro un danno,
perciò: "Su queste cose non c'è un mio scritto né vi sarà mai".
In realtà vi era chi poteva scrivere correttamente
queste dottrine, questi erano i discepoli di Platone, ai quali però ciò
non serviva perché essi avevano già la conoscenza dei principi primi che
sono pochi e facilissimi da ricordare.
Così assumono validità gli appunti che questi discepoli
ci hanno, fortunatamente, tramandato.
In riferimento alle dottrine non scritte si parla di
Platone esoterico che parla per quelli che sono dentro, nel senso di
dentro l'Accademia, non nel senso religoso-misterico (da eso=
dentro), mentre è un Platone essoterico quello dei dialoghi (da esso=
fuori).
Platone deriva la sua forma dialogica dal filosofare
socratico, per Socrate si può far filosofia solo con il dialogo perché
così solo si può curare, esaminare, purificare l'anima,
Platone tentò però di riprodurre lo spirito socratico
nello scritto, mentre Socrate non scrisse mai, e così inventò il genere
letterario del dialogo socratico.
Però i dialoghi, testi scritti, non possono avere la
finalità più importante che è solo dell'oralità, pur tuttavia essi hanno
un compito protrettico (educativo-morale) di purificazione.
Non furono dialoghi storicamente accaduti, seguono il
metodo maieutico e della confutazione dell'avversario, hanno una
funzione ipomnematica, di ricordare (che però non riguardava i principi
primi che erano facilissimi da ricordare!) e alludono qua e là ai
principi primi. Si comprendono se collocati sullo sfondo delle dottrine
non scritte dell'Accademia. Necessitano di" un soccorso" che a volte è
presente in altra parte del dialogo, a volte in altri dialoghi, a volte
nelle dottrine non scritte.
2. I GRANDI PROBLEMI CHE HANNO TRAVAGLIATO GLI
INTERPRETI DI PLATONE E LE LORO PIU' PLAUSIBILI SOLUZIONI ALLA LUCE DEI
LORO STUDI
La tradizione indiretta consente di dare unità al vasto
mare della produzione platonica e di dare forma al "sistema" platonico.
Per il greco spiegare significa unificare il tutto
attraverso concetti-base. Le dottrine non scritte sono come l'asse
principale portante del sistema platonico che organizza ed unifica i
dati presenti nei dialoghi.
Nei dialoghi Platone fa poi uso dell'ironia socratica,
cioè su un metodo di confutazione dell'avversario che lo ridicolizza con
le sue stesse armi e cerca comunque sempre non di annientare, ma di
suscitare il vero.
Con Hermann nel 1839 si comincia a parlare di evoluzione
nel pensiero platonico, coglibile anche attraverso una analisi
filologica del testo. Si sa che l'ultimo testo di Platone è le Leggi
e da lì si sono trovati i testi più o meno contemporanei e poi i più
giovani etc.
Si pensava così al succedersi di tematiche negli
interessi platonici: etica, poi physis, soprasensibile, istanze
pitagoriche, poi sarebbero venute le dottrine non scritte.
Oggi si deve distinguere perché eventualmente si può
discutere in chiave genetica di Platone scrittore, non di Platone
pensatore, dato che i due non coincidono e questo per il primato
dell'oralità sulla scrittura. La più o meno presenza di dottrine in un
dialogo non dipende dal livello di speculazione raggiunta in quel
momento da Platone, bensì dalla finalità del dialogo e dalla capacità
dell'interlocutore di intendere.
Si può dire che il nucleo delle dottrine non scritte sia
anteriore ai dialoghi e la loro presenza dipendesse dal rapporto tra
scrittura e oralità presente con il succedersi degli anni.
Per Heidegger l'uso del mito attestava l'incapacità del
pensiero, un concetto maturo non si esprime in forma mitologica!
Platone recupera il mito nella sua filosofia un po' per
suggestioni orfiche mistico-religiose, quasi una fede ragionata che
aiuta l'uomo a penetrare le più alte vette.
Il mito in Platone è un mito filosofico ben diverso da
quello pre-filosofico della mitologia classica, esso feconda ed
arricchisce il logos, spoglio di elementi fantastici.
Del resto sulle cose che divengono non si può applicare
il logos (perché esso riguarda le cose che non divengono), infatti sul
mondo fisico si possono fare discorsi non veri, ma solo verosimili,
attraverso l'uso del mito che è come una narrazione probabile.
Parlare per miti è come esprimersi per immagini, il mito
è un pensare per immagini.
Platone è stato letto prima in chiave metafisica, poi in
chiave mistico-religioso (neoplatonismo), nel nostro secolo in chiave
politico-educativa. In realtà sono tutti aspetti compresenti. La teoria
delle idee ha effettivamente tutta una valenza religiosa e il filosofo
dopo aver visto il vero, torna a salvare gli altri (aspetto pratico e
politico). A monte dei tre aspetti stanno sempre come aspetto-chiave le
dottrine non scritte, esso sono l'asse portante di tutto che dà
sistematicità ai vari aspetti di Platone.
Sezione seconda: LA COMPONENTE
METAFISICO-DIALETTICA DEL PENSIERO PLATONICO
1. LA SECONDA NAVIGAZIONE COME PASSAGGIO DALLA RICERCA
FISICA DEI PRESOCRATICI AL PIANO METAFISICO
Il discorso centrale del Fedone rappresenta la prima
dimostrazione razionale dell'esistenza di una realtà soprasensibile e
trascendente, la magna charta della metafisica occidentale.
Il problema cui Platone tenta di dare così soluzione
riguardava la causa della generazione e della corruzione delle cose.
Le soluzioni dei fisici, dei filosofi naturalisti,
non soddisfano, un passo in avanti sembrava essere quello di Anassagora,
con il suo concetto di Nous causa di tutto, ma egli non riuscì a dare un
convincente fondamento alla sua ipotesi in quanto ancora legato al
metodo dei naturalisti, l'intelligenza non è causa, è ordinatrice, causa
restano ancora gli elementi fisici, oltre i quali Anassagora non ha
saputo ancora andare.
La vera causa si può trovare solo facendo una seconda
navigazione: la celebre metafora si trova in Fedone 99b-100a che si rifà
all'uso marinaro di navigare con i remi quando non c'è vento. La prima
navigazione era quella dei naturalisti, la vela sono i sensi, i remi
sono i ragionamenti e i postulati (più faticosi!), essi sono gli unici
che ci portano a navigare verso la verità (non lo si può fare con i
sensi, così come con gli occhi non si guarda il sole).
Il postulato iniziale è che esista il bello in sé, il
buono in sé, il grande in sé etc. e ogni cosa è bella perché partecipa
del bello in sé.
La prima tappa della seconda navigazione consiste
nell'individuare nelle realtà intelligibili le vere cause del mondo
sensibile, ma non ci si ferma qui, vi è infatti un ulteriore postulato
che fonda il postulato soprasensibile, esso è costituito dai principi
primi e supremi, cioè le cose di maggior valore. Platone a questo
proposito fa solo allusione nel Fedone, perché è materia questa
riservata all'oralità!
2. LA TEORIA PLATONICA DELLE IDEE E ALCUNI PROBLEMI
AD ESSA CONNESSI
Idea è la traslitterazione del termine greco e
significa forma, non ente di ragione, ma vero e reale essere.
Idea deriva dal verbo idein che significa
vedere, così un termine che significa l'oggetto di un vedere ha finito
per indicare la più alta forma metafisica dell'essere. In realtà la
civiltà greca è la civiltà del vedere (quella ebraica è dell'ascoltare),
il mondo delle idee sono visione della mente e dell'anima. Anche
Democrito aveva chiamato idea l'atomo, la forma delle cose che per lui
manteneva un carattere fisico, sia pur visibile solo all'intelletto.
Anche Anassagora usa il termine idea per dire della forma dei suoi semi.
Ma sono tutti riferimenti quantitativi (sfera del
materiale dei fisici), mentre in Platone idea ha ora un significato
qualitativo, il qualitativo immateriale delle cose scoperto dalla
seconda navigazione, la vista dell'intelligenza coglie le
essenze.
I caratteri metafisico-ontologico delle idee
Intelligibilità, incorporeità, essere in senso pieno,
immutabilità-eternità, perseità, unità.
Incorporeo era un termine usato anche dai
pre-socratici per indicare l'assenza di una forma fisica (l'aria per
Anassimene, l'essere per Melisso. Oppure l'infinito). Incorporeo come
meta-sensibile, meta-fisico, invece, l'abbiamo solo con la seconda
navigazione di Platone.
L'essere delle idee è il vero essere perché è eterno,
non nasce né si corrompe, è la realtà in sé.
Naturalmente per spiegare il divenire le idee non
possono divenire, il divenire non è l'essere, ma misto di essere e non
essere: in tal modo si potevano recuperare sia Eraclito, sia Parmenide,
i due piani della realtà consentono di comporre le due scuole.
L'immutabilità è contro il perenne flusso di
Parmenide che rendeva inintelligibile la cosa (cambiano sì le cose
belle, ma non il bello in sé, polemica contro Eraclito nel Cratilo),
e la perseità (cioè la saldezza e la stabilità delle idee) è contro i
sofisti per i quali la verità è soggettiva (polemica anche qui nel
Cratilo: poiché vi sono uomini buoni e cattivi, cioè assennati e
dissennati, allora sbagliava Protagora!).
L'idea-unità unifica la molteplicità sensibile e la
vera conoscenza consiste proprio nell'unificare la molteplicità
sensoriale. Nel Repubblica Platone dice che il filosofo sa vedere
l'insieme e dunque l'unità nella molteplicità.
Platone pone la trascendenza delle idee perché è
l'unico modo di comprenderle come causa, eppure c'è anche l'aspetto
immanente delle idee alla realtà dato che essa è in quanto partecipa di
esse.
Dunque il trascendere delle idee non consegue una
radicale separazione, il dualismo di Platone è richiesto dalla necessità
di una causa soprasensibile.
Parlando per immagini Platone ha descritto il mondo
delle idee con il mito dell'Iperuranio (=sopraceleste, luogo metafisico)
nel Fedro.
Rapporto tra le idee e il mondo sensibile
Platone si è espresso qui in vari modi.
È un rapporto di mimesi (di imitazione), di
metessi (di partecipazione), di koinonia (di comunanza), di
parusia (di presenza, come la causa è presente nel causato), ma
quando Platone usa questa terminologia è consapevole della sua non
definitività raggiungibile solo in seguito con la seconda tappa della
seconda navigazione, cioè con le dottrine non scritte.
Per l'idea Platone usa anche il termine paradigma
per indicare il modello, il dover essere autentico delle cose.
Ma il rapporto tra le idee e le cose non può essere
immediato, c'è invece bisogno di una mediazione, di un mediatore che
operi l'imitazione e la partecipazione. Platone risolve questa questione
nel Timeo pur avendola già accennata anche prima (Fedone,
Repubblica).
La mediazione è opera di una intelligenza, il
Demiurgo che plasma il principio materiale in base al modello delle
Idee. L'Intelligenza opera una mescolanza di limite e illimite, essa
corrisponde all'azione dell'Uno sull'indeterminato molteplice ad opera
del Demiurgo, così la mescolanza è l'unità nella molteplicità.
3. LE DOTTRINE NON SCRITTE DEI PRINCIPI PRIMI E
SUPREMI E I GRANDI CONCETTI METAFISICI AD ESSE CONNESSE
Si tratta qui del postulato supremo, del fondamento
di tutto, con le "cose di maggior valore" del Fedro.
Come anche per i naturalisti, per Socrate e per i
greci in genere, spiegare significa unificare, ora vi è anche una
molteplicità nel mondo intelligibile, in quanto le idee sono molte. Si
deve cioè salire ad un ulteriore livello, fare una seconda tappa, questa
si fa solo oralmente, perché è la decisiva.
La dottrina dei principi primi, da cui scaturiscono
le idee, si chiama protologia.
I principi primi sono l'Uno e la Diade. La Diade è la
radice della molteplicità degli esseri, è dualità di grande-e-piccolo, è
infinita grandezza e infinita piccolezza, molto e poco, più e meno, è
molteplicità indefinita, substrato dell'Uno, produttrice delle cose
molteplici.
Perciò la pluralità delle cose è dovuta all'azione
dell'Uno che determina il principio opposto della Diade che è
molteplicità indeterminata.
Uno e Diade sono ugualmente originari, non sono due
in senso numerico, i numeri vengono successivamente, più che di dualismo
si dovrebbe allora parlare di un principio bipolare.
L'Uno agisce sulla Diade delimitando l'illimitato e
gli enti che derivano da ciò sono unità-nella-molteplicità.
Questa combinazione di opposti è tipica del pensiero
greco. Secondo la Teogonia di Esiodo fin dalle origini gli Dei e
le forze cosmiche si dividono in forze opposte: Caos e Gaia; Tartaro ed
Olimpo; Apollo è dolce e crudele, Artemide vergine e protettrice dei
partorienti. Ogni divinità ne ha una opposta: Apollo/Dioniso; Artemide/Afrodite
etc.
Perciò la forma polare è la struttura di base della
teogonia greca e del modo greco di pensare in generale: il mondo è unità
in quanto coppia di contrari.
La divisione categoriale del reale
Dai due Principi derivano i Numeri ideali, le Idee e
tutte le cose. I numeri ideali non sono quelli la tematici, ma le loro
essenze (perciò su di essi non si fanno operazioni!), sono i primi ad
essere generati e costituiscono il modello di quella
unità-nella-molteplicità propria di tutti i piani del reale e di tutti
gli enti.
La dottrina dei numeri di Platone è di carattere
razionale, non mistico come per i pitagorici. Il concetto di numero
stava ad indicare un rapporto di grandezze (e non un qualcosa di
intero). Per i greci è allora normale tradurre le relazioni in numeri.
Ogni idea ha una sua collocazione nel mondo delle idee (che dipende
dalla sua universalità e dall'insieme dei rapporti che stringe con le
altre idee) che può essere definita con un numero (riduzione delle idee
a numeri). Per il greco è la bellezza, la perfezione, erano tutte
questioni di rapporti numerici come dimostra l'architettura e l'arte
greca (cfr. homo quadratus). Così dietro l'idea, la forma delle
cose, si coglieva qualcosa di ulteriore, cioè il numero come rapporto.
Sul piano metafisico, allora, le Idee suppongono un qualcosa di
ulteriore, cioè i Numeri e i Principi da cui i Numeri derivano, queste
idee hanno una struttura numerica e si possono anche chiamare
Idee-numeri.
I numeri matematici (non quelli ideali!) hanno un
posto ontologicamente intermedio tra gli enti ideali e quelli sensibili
in quanto sono immobili ed eterni come le Idee, ma sono diversi da esse
perché ve ne sono molti di simili, come le cose sensibili. Così è anche
per le figure geometriche.
Il motivo teoretico di questa sta nel fatto che per
Platone "la stessa cosa è il conoscere e l'essere", perciò alla
conoscenza matematica (che è superiore alla conoscenza sensibile, ma
inferiore a quella dialettica) deve corrispondere un livello ontologico.
4. LA METAFISICA DELLE IDEE ALLA LUCE DELLA
PROTOLOGIA DELLE "DOTTRINE NON SCRITTE" E LE ALLUSIONI CHE PLATONE FA
ALLA DOTTRINA DEI PRINCIPI
Eraclito aveva detto del Dio di Delfi: "non afferma
né nasconde, ma lascia intendere per accenni" e così è anche per
Platone.
Per esempio i libri centrali della Repubblica sono
intorno al Bene centrale delle dottrine non scritte, qui Platone
dice che per raggiungere la sapienza massima sul Bene (l'idea del Bene)
occorre percorrere altra via di maggior impegno e fatica e rimanda ad
altra volta. Circa il bene nei libri del Repubblica Platone paga solo
gli interessi, il debito verrà saldato un'altra volta. Ciò che presenta
allora è solo l'interesse-frutto, il figlio del Bene
Questo figlio del Bene è rappresentato nel sole. Il
sole è la fonte della luce che consente di collegare la facoltà del
vedere con l'essere visibile. Così la vista deriva dal sole il proprio
potere, è prodotta dal sole e può perfino vedere il sole. Gli occhi
vedono con chiarezza le cose quando queste sono illuminate dal sole.
Allo stesso modo l'anima quando fissa ciò che nasce e muore (quindi luce
mescolata con tenebre) può solo avere opinioni, mentre se, illuminata
dalla verità volge lo sguardo all'intelligibile, allora si realizza come
anima. Tutto ciò ha origine dall'idea del Bene, la quale dà alle cose
conosciute la verità e a chi le conosce la facoltà di conoscerne la
verità, essa è però al di sopra di tutto, al di sopra della conoscenza e
della verità. Inoltre il Bene è causa dell'essere e dell'essenza delle
cose, essendo lui superiore all'essere e all'essenza.
Dunque "ciò che è il Bene nel mondo intelligibile
rispetto all'intelletto e agli intelligibili, così è il sole nel
visibile rispetto alla vista e ai visibili" (Repubblica, VII). L'idea
del Bene è "ciò che fornisce la verità alle cose conosciute e al
conoscente la facoltà di conoscerle" (Repubblica VII), dunque la
condizione del Bene è superiore alla verità, allo stesso modo il Bene è
superiore alla sostanza, ma da lui derivano essenza ed essere delle
cose.
Così nel Repubblica Platone non rivela l'essenza del
Bene che pur dice di avere in mente, si limita a dire che è causa
dell'essere, della conoscenza e della verità senza dire il perché:
questi sono gli interessi.
Ma dalle dottrine non scritte sappiamo cosa sia
questa essenza: l'essenza del Bene è l'Uno che de-termina, de-limita la
Diade molteplicità indeterminata e in tal modo produce l'essere rendendo
anche possibile la conoscibilità delle cose, perché solo ciò che è
determinato è conoscibile.
Nel Repubblica Glaucone dopo aver sentito parlare
Platone esclama: "Apollo,, disse, che divina superiorità", ma Apollo è
l'Uno! (A-pollon=non molti, privazione dei molti, cioè Uno) e questo
sapeva bene solo chi era discepolo all'Accademia.
Nel Parmenide, Platone parla dei principi e ne rivela
addirittura la struttura bipolare, ma non rivela l'essenza di questi
principi se non, al solito per accenni velati. Contro Parmenide Socrate
difende la molteplicità, ma al pone su di un altro piano, quello
intelligibile in base alla seconda navigazione. Così le contraddizione
denunciata da Parmenide si risolve se si considera la partecipazione
delle cose alle idee nel cui mondo tali contraddizioni non si pongono.
La risposta di Parmenide con le sue sette aporie rivelate nasce
dall'aver lui considerato le idee come delle cose del mondo sensibile e
non come cause del mondo sensibile.
Platone risponde che ci vuole uno spirito
privilegiato per capire la dottrina delle Idee e ancor più per saperla
insegnare, per capirla ci vuole un lungo esercizio dialettico, ma non
quello di Zenone, bensì quello che parte dalla seconda navigazione.
Qui Platone fa qualche riferimento alla teoria
dell'Uno che partecipa dell'Altro, che lo delimita. Così tra il monismo
di Parmenide e il pluralismo degli altri c'è una via di mezzo, quella
della struttura bipolare del reale che fa capo ai due principi, Uno e
Diade sempre indissolubilmente legati.
Nel Sofista Platone tratta delle idee di Essere,
Quiete e Movimento e poi di Identico e di Diverso. Sul tema del non
essere se è inteso come negazione dell'essere non può esistere, ma se è
inteso come diverso dall'essere allora può esistere, dato che l'essere
ha anche la natura dell'alterità. È questo quello che Platone chiama il
parricidio di Parmenide nelle parole dello straniero di Elea che dialoga
con Teeteto. Gli spunti protologici sono presenti quando si parla
dell'Uno che non ha parti, che è al di sopra dell'essere etc.
Spunti protologici sono presenti poi nel Filebo.
Qui afferma per una sorta di divina rivelazione che tutte le cose che si
dicono essere sono costituite dall'uno e dai molti e contengono limite e
illimitatezza: la struttura bipolare è l'asse portante di tutta la
realtà. Ciò vale per ogni cosa, dunque anche per le idee.
Inoltre qui Platone parla di idee generali che sono
composte di un numero determinato di idee particolari, abbiamo così un
collegamento tra le idee e i numeri.
Definisce l'indeterminato come un procedere,
nell'esempio del caldo e del freddo, verso il più caldo e verso il più
freddo, l'illimitato è infatti caratterizzato dal più e dal meno
(evidente richiamo alla Diade grande-e-piccolo).
Il limite è introdurre un numero che mette
proporzione e impedisce l'eccesso (funzione limitante dell'Uno), qui
Platone dice perfino che "il limite è l'Uno per natura".
Vi è la mescolanza di limite e illimite che realizza
le cose belle, la salute, la vigoria fisica, la musica etc., questa
mescolanza è unità nella molteplicità. Questa mescolanza è eterna nel
mondo delle Idee, chiede invece una causa nel mondo sensibile. Questa
causa è l'Intelligenza, il Demiurgo.
Alla fine del dialogo Platone aggiunge che al vertice
di tutti i valori sta la misura, cioè l'assoluto, cioè il Bene e il
Bello, l'ordine e la proporzione.
E infatti nelle Dottrine non scritte la misura
suprema è la natura dell'Uno. Così nel Filebo i riferimenti alle
Dottrine non scritte è davvero fortissimo!
5. LA DOTTRINA DEL DEMIURGO E LA COSMOLOGIA
1. Principi primi: Uno e Diade
2. Piano delle Idee: Numeri e figure ideali
Idee generalissime o Metaidee
Idee particolari
3. Piano intermedio degli enti matematici: oggetti
dell'aritmetica
oggetti della geometria piana
oggetti della stereometria
oggetti dell'astronomia pura
oggetti della musicologia
Anima del mondo e anime in generale
4. Piano del mondo fisico sensibile
Ogni piano inferiore dipende da quello superiore, si
tratta di una dipendenza necessaria, ma non sufficiente in quanto gli
aspetti di molteplicità e di pluralità dipendono tutti dal principio
diadico.
Dai principi primi (la delimitazione da parte
dell'Uno della Diade molteplicità indeterminata) derivano i Numeri
Ideali e le Idee.
A sua volta nel Repubblica Platone afferma che
l'essere sensibile è intermedio tra gli enti matematici e il non essere.
Contro Parmenide, Platone dava realtà e essere al
mondo dei fenomeni, pur essendo esso "altro" dal vero essere che è
quello intelligibile. La vera conoscenza, cioè la verità, riguarda solo
il mondo ideale, l'opinione (doxa) verte sul mondi sensibile il quale,
comunque, "in qualche misura è" perché rispecchia ciò che è vero e
quindi non è "non essere". Se fosse non essere, non vi sarebbe opinione,
perché del non essere vi è solo ignoranza.
Così l'essere del sensibile è, per Platone,
intermedio tra il puro essere e il non essere.
Dunque: il mondo sensibile non è l'essere, ma ha
l'essere e lo ha per partecipazione al mondo delle Idee.
L'essere sensibile partecipa di essere e non essere
(dunque il non essere non è il nulla, è infatti l'in-determinato,
l'illimitato ), esso è intermedio, in questa dottrina (presente nel
Repubblica) è da rilevare che il continuo richiamo a essere e non essere
è l'accenno alla protologia, cioè all'Uno e alla Diade.
Nel preludio teoretico del Timeo Platone
afferma i sui 4 assiomi:
- L'essere che è sempre non è soggetto alla generazione e al
divenire, viene colto attraverso l'intelligenza.
- Il divenire non è vero essere perché soggetto al mutamento ed è
oggetto di opinione.
- La causa di ciò che è soggetto al divenire è il Demiurgo.
- Il Demiurgo produce guardando ai modelli, quando questi è
l'essere eterno, allora produce cose belle, se il modello è qualcosa
di generato produce un qualcosa che non è bello (Timeo).
Le cose del mondo sono percepibili dai sensi e
divengono, dunque esso è generato e se è tale richiede una causa, la
causa, il Demiurgo, avendo creato un mondo bello si è servito di un
modello eterno. Per Platone, infatti, il Demiurgo ha realizzato nel
mondo il Bene nel maggior grado possibile.
Perciò il cosmo è immagine di una realtà
metasensibile.
La sua conoscenza è opinione ben fondata, ma resta
tuttavia opinione.
Ogni realtà, sensibile e intelligibile è misto di
limite e illimitato (Filebo). Questo misto nel sensibile richiede una
causa (mentre nell'intelligibile è ab aeterno).
Il Demiurgo fa sì che il principio materiale
partecipi dell'intelligibile in un processo che Platone definisce
ineffabile e meraviglioso (Timeo). Si tratta di una mescolamento del
materiale con le immagini delle Idee (non con le Idee!). queste immagini
sono ottenute grazie alla mediazione degli enti matematici.
La realtà sensibile nasce e muore in qualche luogo
questo luogo è un altro genere di realtà, si tratta di uno spazio
(greco: cora), che è sempre e non si corrompe, che fornisce una
sede a tutte le cose soggette a generazione. Esso si coglie con un
ragionamento "spurio", è oggetto di persuasione, a mala pena credibile,
e questo perché si tratta di un principio indeterminato, coglibile solo
"con un ragionamento bastardo" (Timeo).
Perciò le cose che occupano spazio sono solo quelle
che si generano, non quelle intelligibili, ne consegue che il misto (Filebo)
che si realizza nel sensibile è costituito dall'immagine dell'idea più
un substrato che è la spazialità, sede di ciò che nasce (Timeo).
Platone definisce il principio materiale anche come
ricettacolo di tutto ciò che si genera, una realtà amorfa (=senza
forma, se avesse una forma non potrebbe più essere improntata)
che è sempre la medesima, ma che riceve continuamente forme (le immagini
delle Idee) che lo plasmano (Timeo).
Questo principio materiale viene anche visto come una
realtà di forze che si agita e muove continuamente, senza ordine né
equilibrio (Timeo).
Circa il principio materiale, infine, Platone parla
anche di necessità e di causa mutevole, cioè una mancanza
totale di finalismo. Perciò la generazione del cosmo è avvenuta grazie
ad una mescolanza di necessità e di intelligenza, dove l'intelligenza ha
convinto la necessità dando luogo al nostro universo.
Il principio materiale dello scritto si
collega a quello della Diade delle Dottrine non scritte. In effetti la
cora del Timeo rappresenta un aspetto della Diade.
Essa però è molto di più, e questo di più poteva
essere compreso solo partecipando alle lezioni orali di Platone. La
Diade, infatti, si articola nella sfera ideale, in quella
intermedia e in quella sensibile.
Nella prima sfera essa differenzia e determina l'Uno,
in quella intermedia opera la molteplicità intelligibile, in quella
sensibile dà origine al sensibile.
Quando si parla della Diade come causa del Male (in
contrapposizione all'Uno causa del Bene), come ci dice la tradizione
indiretta, va aggiunto che ciò non avviene a tutti i livelli, non
avviene a livello intelligibile, se non nel costituirsi "delle idee
negative delle varie copie di contrari", ma avviene soprattutto a
livello del sensibile (Teeteto: "il male non ha sede presso gli dei"
cioè presso il mondo intelligibile), dove causa il divenire,
l'insufficienza, la caducità (mentre nell'intelligibile causa solo
differenza e molteplicità).
Il Demiurgo, che è ottimo, opera attuando il Bene
(che è l'Uno!), cioè portando ordine nel disordine, l'unità nella
molteplicità, mediante la misura e i rapporti numerici e
geometrici realizzati tra i quattro elementi (questo è l'ordine per
il greco) (Timeo).
Così il come può essere inteso anche come una
immagine di un unico modello: l'Uno, il Bene. È la totalità degli interi
inglobati come in un unico intero. L'immagine dell'universo come sfera
indica una forma che include in sé tutte le forme.
Il Demiurgo produce il misto, l'unità-nella-molteplicità,
questa creazione non è quella del Dio biblico. La creazione del Demiurgo
presuppone infatti il principio materiale e quello esemplare. La sua
azione creatrice corrisponde al portare il "non essere" del disordine
verso l'"essere" della perfezione (questa è la creazione per un greco!).
quest'opera avviene nel realizzare complessi rapporti numerici e
geometrici nel sensibile data la struttura numerico-metafisica delle
Idee. Questo calarsi nel sensibile della trama numerico-geometrica
ideale può avvenire solo mediante una struttura intermedia costituita,
per Platone, dagli enti matematici. Essi, che sono eterni e simili,
fanno sì che un'unica forma si trovi nella molteplicità del reale.
Perciò tra un'unica idea ingenerata e incorruttibile,
per esempio il grande, e i molti enti grandi generati e corruttibili si
pongono, intermedi, i molti enti simili ingenerati ed eterni.
In altre parole il Demiurgo porta l'Uno nei molti
(concetto greco di creazione) mediante gli enti matematici.
Circa la creazione del tempo: esso deve essere
immagine dell'eternità (vista come un permanere nell'unità) che è il suo
modello. L'immagine dell'unità è lo scorrimento dell'unità stessa
secondo una scansione numerica (ecco l'intervento del numero!) cioè
giorno e notte, mesi e anni etc., nasce l'era e il sarà (nell'eternità
intelligibile vi è solo il "è"). Era e sarà sono la copia mobile
numerata dell'è eterno dunque il tempo è generato con il sensibile (Timeo)
Nel principio materiale i quattro elementi, terra,
acqua, aria e fuoco, avevano già per Platone qualche traccia di sé,
ma in uno stato di totale disordine, l'azione del Demiurgo è quella di
ordinarli attraverso forme e numeri (ciò costituisce il crearli).
Combinando le forme geometriche di triangoli si ottengono i quadrati che
danno origine per combinazione ai cubi, da cui si ottiene la terra.
Combinando i triangoli si ottiene il tetraedro (piramide regolare) che è
la struttura del fuoco, l'ottaedro che è la struttura dell'aria, e
infine l'icosaedro che è la struttura dell'acqua.
L'anima del mondo ha anch'essa una struttura
geometrico-dimensionale, congloba ogni cosa creando armonia avendo
una struttura numerica di tipo musicale. Essa è l'anello tra il
mondo metafisico e il fisico realizzando il grande disegno del Demiurgo.
Il Demiurgo crea poi gli astri, tutti dotati di un anima intelligente e
crea le anime degli uomini che sono immortali.
Il Demiurgo è il Dio supremo, il Bene è invece il
Divino, il Bene, essendo la suprema regola, è allora al di spora del
Demiurgo (per i greci sopra gli dei vi sono le regole supreme). Per
questo il Demiurgo è buono, per applica la regola del Bene.
L'uomo fa qualcosa di simile quando agisce secondo
virtù, applicando la giustizia.
6. LA GNOSEOLOGIA E LA DIALETTICA
Come accedere conoscitivamente all'intelligibile? La
prima risposta sulla conoscenza l'abbiamo nel Menone.
Platone risolve la questione in maniera del tutto
nuovo proponendo la tesi per cui la conoscenza è anamnesi.
Platone riprendendo suggestioni orfico-pitagoriche si
richiama al mito, alla reincarnazione, al fatto che le anime prima di
calare nel corpo hanno potuto vedere la realtà intelligibile. Per cui
l'anima da sempre ha in sé la conoscenza, solo la deve tirare fuori,
deve, cioè, ricordare (Menone).
Platone dimostra poi la verità di tutto questo
mediante un esperimento maieutico per cui uno schiavi riesce a risolvere
una questione di geometria che prevede la conoscenza del teorema di
Pitagora. Qui il metodo dialettico applicato da Socrate ha consentito
allo schiavo di trarre da sé una cosa che già c'era! Questo dimostra
anche che l'anima è immortale e dà senso al metodo maieutico.
Nel Fedone la stessa conclusione si ricava a
partire dalle nozioni matematiche presenti in noi che non hanno
riscontro nella realtà (nella quale non si trovano i cerchi perfetti o i
quadrati perfetti che ci sono nella nostra mente), ma sono originario
possesso.
Lo stesso discorso Platone lo fa riferendosi alle
cose belle, buone, giuste, sante etc.
Platone ha poi ribadito la teoria della reminiscenza
nel Fedro e nel Timeo.
Le tappe del conoscere sono descritte nella
Repubblica. Il sensibile è intermedio tra l'essere e il non essere, è un
misto di essere e non essere, a questo livello vi è allora una
conoscenza intermedia tra scienza e ignoranza che l'opinione
(Repubblica). La forma più alta di conoscenza è invece l'episteme,
che è la conoscenza del soprasensibile.
L'opinione, che non ha mai la garanzia della propria
correttezza, si divide in immaginazione (eikasìa) e in credenza (pistis)
(e l'episteme in conoscenza mediane, diànoia e
intellezione, noesis), l'immaginazione si riferisce alle ombre
delle cose sensibili, la credenza alle cose sensibili (e la dianoia
è la conoscenza delle realtà matematico-geometriche, quelle intermedie,
mentre la noesis è la dialettica delle Idee, dei principi primi).
Gli uomini comuni si fermano ai primi due gradi, i
matematici salgono alla dianoia, solo i filosofi raggiungono la
noesis e raggiungono l'Idea del Bene come vertice massimo del
loro sforzo. Il procedimento per il quale il filosofo dal mondo
sensibile passa all'intelligibile e di qui di Idea in Idea al Bene si
chiama Dialettica (ampi cenni di questo procedere nella Repubblica).
Questo procedimento quando è ascensivo si chiama sinottico,
quando è discensivo (dalla Idea suprema o dalle idee generali, si scende
per divisione) si chiama diairetico. I due procedimenti operano
insieme
C'è un impianto protologico anche nella dialettica,
con essa si coglie la molteplicità nell'unità (dividere le Idee,
Fedro) per giungere all'unità suprema e a cogliere come essa sia
presente nei molti (cogliere un'unica idea guardando le tante cose
molteplici, Fedro). La dialettica ci fa allora capire come l'uno
sia nei molti e i molti nell'uno. Generalmente i dialoghi dopo la
Repubblica hanno proprio questo tema e sono detti dialettici.
In sintesi la dialettica dal sensibile porta
all'intelligibile (la molteplicità del sensibile è raccolta nell'unità
dell'intelligibile, delle Idee), qui essa cerca l'unità nella
molteplicità presente nel mondo delle Idee, fino a giungere alle idee
supreme e poi all'Uno, al Bene.
- LA CONCEZIONE DELL'ARTE E DELLA RETORICA
Per Platone il problema dell’arte si limitava allo
stabilire quale sia il suo valore di verità, se renda migliore l’uomo,
se abbia un valore educativo.
Per Platone la poesia era inferiore alla filosofia,
perché la poesia avviene per ispirazione, per sorte divina, per
intuizione, non per conoscenza (Fedro).
Nel X libro del Repubblica considera l’arte come
mimesi, cioè come imitazione delle cose sensibili, le quali sono
imitazioni del vero essere. Così l’arte è solo imitazione ed è una
imitazione di imitazione, tre gradi lontana dalla verità. Inoltre chi
imita non ha neppure retta opinione di ciò che imita (p. es. dell’idea
del Bello), perciò "l’imitazione è un gioco e non una cosa seria"
(Repubblica X).
Ne consegue che l’arte si rivolga alla parte meno nobile
dell’anima umana.
L’arte quando è autonoma corrompe e va eliminata dallo
stato perfetto. Essa può valere solamente se si mette a servizio del
vero, cioè se si assoggetta alla filosofia e il poeta, l’artista
sottostà alle regole del filosofo.
La retorica aveva a quel tempo una importanza
fondamentale, forza civile e politica, i retori per eccellenza erano i
sofisti.
Per Platone, invece, la retorica è da condannare per lo
stesso motivo dell’arte, perché essa è contraffazione del vero, essa
convince senza avere conoscenza, dando illusorie credenze. Il retore
bravo è solo quello che più persuade, non quello che più sa. Anche la
retorica si basa allora sulla parte peggiore dell’anima, quella dove
sono in gioco le emozioni e dove si è sensibili al piacere. Inoltre il
retore ha una malizia che almeno l’artista non ha.
Così alla retorica va sostituita la vera politica che è
poi, ancora, la filosofia. (questo aspro giudizio si trova nel Gorgia).
Se però la retorica si sottomette alla filosofia, allora
può essere recuperata (Fedro), esso può servire per persuadere sulle
cose vere del filosofo.
SEZIONE TERZA: LA COMPONENTE
ETICO-RELIGIOSA-ASCETICA DEL PENSIERO PLATONICO E I SUOI NESSI CON LA
PROTOLOGIA DELLE DOTTRINE NON SCRITTE
- RILEVANZA DELLA COMPONENTE MISTICO-RELIGIOSO-ASCETICA DEL
PLATONISMO
Vi è in Platone uno spirito fortemente religioso, un
mistico, ciò fu sottolineato dai neoplatonici, da Ficino.
Questo aspetto mistico è presente per la prima volta
nel Gorgia in cui Platone sembra avvicinarsi all’orfismo e a
Pitagora. Vi è qui una riflessione sull’uomo, sul suo destino, sul
dopo Socrate, sulla giustizia (il giusto Socrate condannato!),
quindi sul bene e sul male. Qui per Callicle la verità sta dalla
parte del più forte, le virtù sono sciocchezza. Si apre il problema
della vita e della morte, della sorte dell’anima, se sia o no
immortale, problema che Socrate non aveva risolto. Se l’anima è
immortale allora vivere per l’anima significa vivere per ciò che è
destinato a restare per sempre, al contrario del corporeo, da cui,
anzi, ci si deve distaccare.
Dopo le dottrine non scritte l’anima immortale non è
più solo una credenza orfico-pitagorica, ma una verità che si deve
dimostrare razionalmente.
- L’IMMORTALITA’ DELL’ANIMA, I SUOI DESTINI ULTRATERRENI E LA SUA
REINCARNAZIONE
Le tre prove dell’immortalità dell’anima sono
presentate nel Fedone.
La prima è debole, si basa sulla reminiscenza.
Per la seconda Platone afferma che l’anima umana è
in grado di conoscere le cose immutabili ed eterne, ma ciò è
possibile solo se essa ha una natura a loro affine, dunque deve
essere anch’essa immutabile ed eterna. Infatti l’anima comanda sul
corpo, cioè ha maggior valore e ciò è come un qualcosa di divino. Se
non è distolta dal corpo che la può far errare, l’anima si eleva
verso l’intelligibile, l’immutabile (Fedone).
La terza prova parte da alcune caratteristiche
strutturali delle Idee. Le Idee contrarie (caldo e freddo, grande e
piccolo etc.) si escludono e non possono coesistere nelle cose
sensibili, se c’è una manca l’altra. Così è anche per le cose che le
comprendono come fuoco/freddo (il fuoco non può avere l’idea del
freddo!) o neve/caldo. Ora l’anima ha in sé l’idea di vita e allora
non potrà avere in sé, accogliere in sé la morte che è il contrario
della vita, quando dunque giunge la morte l’anima se ne va e il
corpo muore (Fedone).
Nel Repubblica Platone dice che ogni cosa ha un suo
male che la può distruggere ed è per essa più pericoloso di
qualsiasi altro male. Il male dell’anima è il vizio, eppure
ciononostante il vizio non uccide l’anima che è viva anche se
malvagia, perciò non vi può essere niente che la distrugga, dunque è
immortale.
Nel Fedro Platone intende l’anima come principio di
movimento, (che è poi un corollario del principio di vita) che non
può mai venir meno, "ciò che è sempre in movimento è immortale"
(Fedro). Ciò che muove se stesso, e tale è un principio di
movimento, deve essere immortale.
Secondo il Timeo le anime sono però generate, opera
del Demiurgo.
Il fondamento delle prove dell’immortalità
dell’anima è sempre uno solo, la scoperta del mondo soprasensibile,
di due dimensioni.
Per descrivere la situazione dell’anima staccata dal
corpo Platone deve ricorrere al mito perché il logos non è in grado
di rispondere da solo. I miri di Platone sono legati al logos, sono
una "fede ragionate"
L’anima viene giudicata nell’Ade in base all’aver
praticato o no la virtù, la giustizia, la temperanza. Essa può
essere premiata e andare presso l’isola dei Beati o in altri luoghi
meravigliosi. Può essere condannata per l’eternità nel Tartaro se ha
vissuto nell’ingiustizia. Se ha vissuto parzialmente la giustizia
sarà punita temporaneamente (Gorgia e Fedone).
Minosse, Radamante e Eaco, figli di Zeus saranno i
giudici sul prato, sarà l’anima del giudice a giudicare l’anima del
giudicato (egli sarà senza corpo e ricchezze terrene).
In Platone il dolore e la sofferenza diventano finte
di purificazione e monito per gli altri (specie per chi vede la
sofferenza delle anime condannate nel Tartaro) (Gorgia)
Platone stesso dice che i suoi racconti non vanno
compresi alla lettera, tuttavia succederanno cose simile a questi
racconti (Fedone).
A questa posizione si aggiunge poi anche quella
della metempsicosi anche se essa non si combina proprio alla
perfezione. Le anime che si devono purificare perché sono state
troppo legate al corpo e non sono riuscite a staccarsi del tutto da
essi, tornano dopo un po’ nei corpi, di uomini o anche di animali in
base alla vita precedente. Solo chi è stato amante del sapere e
staccato da corporeo evita la reincarnazione e accede alla stirpe
degli Dei (Fedone, similmente anche il più tardo Timeo).
Variazione nel Repubblica, dove Platone sostiene che
essendo le anime in numero limitato, il loro premio o castigo è
limitato nel tempo (se fossero eterni ad un certo momento non
avremmo più anime), cioè per 1000 anni: è il mito di Er. Giunto il
momento ti tornare sulla terra le anime presso una pianura scelgono
il loro destino (che dunque non è imposto!) in base alle proposte di
Lachesi, bevono presso il fiume della dimenticanza (il fiume Amelete)
e quindi scendono nei corpi. Naturalmente l’anima del filosofo sa
bene quale destini scegliere per essere felice.
Nel Fedro il mito viene a descrivere la prima
discesa delle anime nei corpi con il mito dell’auriga. Le anime
stavano con gli Dei, sono perciò divine, ma una qualche colpa le ha
fatte cadere nei corpi. Ogni anima è come un carro alato tirato da
due cavalli e guidato da un auriga (la ragione). I due cavalli sono
uno buono e l’altro cattivo, così la guida è molto difficile. Esse
volano in alto con gli Dei e ciclicamente giungono all’estremità del
cielo dove contemplano l’Iperuranio, le Idee, la "pianura della
Verità". Il cavallo cattivo tira in basso perciò non tutte le anime
raggiungono la pianura (solo alcune e queste resteranno con gli dei
fino al prossimo giro in cui potrebbero non farcela e quindi
cadere), le altre si ammucchiano più sotto, fanno zuffa, le ali si
rompono e cadono nei corpi. Alla morte del corpo ci sarà il giudizio
di premio o castigo per 1000 anni (il luogo del premio non è lo
stare con gli dei!), dopo 10.000 anni tutte le anime tornano presso
gli Dei, quelle che per tre vite hanno fatto filosofia sono premiate
e tornano su dopo solo 3000 anni (Fedro).
Più semplice è la visione del Timeo perché qui
Platone può ricorrere al Demiurgo che genera le anime, le colloca
presso gli astri, mostra loro la verità e dà il compito agli Dei
creati di rivestirle dei corpi. Qui l’unione del corpo non sarebbe
più qualcosa di negativo, dovuto ad una colpa, ma forse Platone ha
voluto semplificare. Dopo l’espiazione delle reincarnazioni l’anima
torna alla sua stella come premio (Timeo).
- LA NUOVA MORALE ASCETICA
La distinzione tra sensibile e soprasensibile che nel
rapporto Idee/cose non è dualistico, diventa tale nella considerazione
del rapporto anima/corpo per gli influssi religiosi dell’orfismo, così
il corpo non è un ricettacolo dell’anima, bensì la tomba dell’anima
(Gorgia).
Così finché abbiamo un corpo siamo morti in quanto noi
siamo fondamentalmente anima.
Nell’etica questo aspetto radicale che deriva dall’orfismo
non ha una grande influsso e l’etica platonica deriva dalla scoperta
della seconda navigazione.
Nel Fedone si dice che l’anima deve fuggire dal corpo e
il vero filosofo desidera la morte per la vera vita dell’anima.
Nel Teeteto si dice che l’uomo deve fuggire dal mondo
per fuggire dal male, per diventare virtuoso ed assimilarsi a Dio.
Assomigliare a Dio significa seguire la virtù, la giusta
misura, la temperanza (Leggi).
Socrate aveva fatto la rivoluzione rivelando che i veri
valori sono quelli spirituali perché l’uomo è la sua anima, Platone lo
segue ma è meno drastico riconoscendo anche altri valori ed elaborando
una tavola dei valori.
- valori religiosi al primo posto
- valori spirituali che riguardano l’anima, cioè la virtù e la
conoscenza
- valori corporali (a patto che non si oppongano a quelli
dell’anima)
- fortuna, ricchezze, beni esteriori (a patto che non si oppongano
a quelli dell’anima)
C’è una gerarchia che rispetta l’ontologia platonica.
Il piacere nei dialoghi come il Gorgia e il Fedone,
influenzati dall’orfismo e nei quali prevale l’immagine corpo uguale
carcere, il piacere sensibile non è visto bene, è antitesi del vero
bene: il piacere, come il dolore, inchioda l’anima al corpo (Fedone).
Ma già nel Repubblica Platone parla di un piacere
dell’anima, della parte concupiscibile (ricchezze, potere), di quella
irascibile (onore, vittoria), di quella razionale (conoscenza).
Naturalmente i piaceri maggiori sono quelli dell’anima razionale, gli
unici autentici, gli altri sono accettabili purché controllati dalla
ragione, cioè vissuti con moderazione, è la parte razionale, infatti,
che deve guidare l’individuo.
Nell’Accademia si era formata una corrente che negava
l’identificazione tra piacere e bene, altri, come Eudosso, che affermava
tale equiparazione.
Platone prende una posizione intermedia nel Filebo.
L’uomo non può avere né una vita di pura intelligenza (questa è degli
dei), né una vita animale.
Platone propone dunque una vita mista di intelligenza e
di piacere, ma di piaceri puri, di piaceri spirituali. Si tratta di una
posizione mitigata rispetto al Fedone e al Gorgia, ma non diversa.
Nelle Leggi la vita bella è quella che fa godere, ma per
gustarla bisogna chiedere alla ragione che ci dice se agiamo secondo
natura. Sempre nelle Leggi la vita che dà maggior piacere è la vita
virtuosa (in pratica è la tesi di tutti i dialoghi).
La cura dell’anima è la sua purificazione che avviene
quando l’anima si unisce al mondo intelligibile, si eleva alla
conoscenza dell’intelligibile. La conoscenza e la scienza hanno dunque
un valore di purificazione, catarsi. La conoscenza razionale è anche
conversione morale perché essa ci fa passare dal sensibile al
soprasensibile, alla verità.
In Platone c’è una fusione di razionalismo e di
misticismo che è poi la ripresa dell’intellettualismo socratico per quel
primato caratteristiche della ragione. Nel Fedone e nel Repubblica egli
ribadisce addirittura che nessuno pecca volontariamente.
- LA MISTICA DI PHILIA E DI EROS
Il tema dell’amicizia è trattato nel Liside,
quello dell’amore nel Simposio e nel Fedro. L’amicizia
non nasce tra cose simili (buono e buono) né dissimili (buono e
cattivo). Del buono è invece amico l’intermedio, colui che
non è né buono né cattivo. Perché il male presente nell’intermedio
gli provoca il desiderio del bene. Per Platone, però, l’amicizia
umana rimanda a qualcos’altro ad un "primo amico" che placa il
desiderio e non rimanda ulteriormente (Liside). Questo primo amico è
il Bene, per cui l’amicizia è un mezzo per salire al Bene.
Eros, l’amore è la forza mediatrice tra sensibile e
soprasensibile, forza che eleva dalla bellezza sensibile alla
bellezza in sé, al tempo stesso Eros è la forza che eleva al Bene
(per l’identità di Bello e Bene).
Eros non è bello, ma è desiderio di bellezza, perciò
non è un Dio, ma neppure un uomo, Eros è un demone, cioè uno di
quegli esseri che trasmettono agli dei i desideri umani e agli
uomini i voleri divini, colmano il vuoto tra i due mondi (Simposio).
È figlio di Penia e di Poros, dunque è povero e
pieno di espedienti ed è filosofo perché non essendo Dio non ha la
sapienza, ma non essendo uomo non è ignorante, aspira al sapere.
Così amore è desiderio del Bene, del Bello, ma anche
della Sapienza, della Felicità, dell’Immortalità, dell’Assoluto.
Nella scala dell’Eros si parte dall’amore fisico
come desiderio di possedere un corpo bello per generare nel bello un
altro copro (immortalità nella generazione), poi vi sono gli amanti
fecondi nelle anime, poi gli maanti delle scienze e delle leggi,
infine vi è la visione del Bello.
Nel Fedro le anime hanno visto la bellezza in sé e
la ricordano nel vedere le cose belle, questo perché l’Idea di
bellezza ha un privilegio unico, quello di essere evidente nel
sensibile. Ciò fa sé che Eros operi nelle anime che nel vedere una
cosa bella sono prese dal desiderio di tornare là da dove erano
discese.
Così l’amore è nostalgia dell’assoluto, tensione
verso il trascendente, desiderio di tornare tra gli Dei.
- PLATONE PROFETA ?
C’è chi ha voluto vedere in Platone un profeta di
Cristo. Ci sono richiami straordinari alla moralità, alla virtù,
alla giustizia, ad accettare la persecuzione, lo schiaffo etc.
(Gorgia).
Nel Repubblica il giusto sarà perfino oltraggiato,
torturato, crocifisso (ma il greco ha impalato)!
- LA COMPONENTE ETICO-RELIGIOSA DEL PENSIERO PLATONICO E I SUOI
RAPPORTI CON LA PROTOLOGIA DELLE DOTTRINE NON SCRITTE
Nelle dottrine non scritte emerge la struttura bipolare
di tutta la realtà. Ciò riguarda allora anche l’anima che è infatti
composta di più elementi, anche se solo la sua parte razionale è di
natura divina.
In base alla protologia si deve anche interpretare il
mito dell’auriga dove ora i due cavalli non sono tanto le parti
irascibile e concupiscibile dell’anima. Infatti se così fosse non si
capisce perché anche le anime degli dei (che non hanno parti irascibile
e concupiscibile) sono descritte allo stesso modo, con la biga alata e
non si capisce cosa ci facciano l’irascibile e il concupiscibile se essi
sono le parti mortali dell’anima.
Così per il Robin i due cavalli (che tendono per
direzioni opposte) indicano la Diade grande-e-piccolo, la molteplicità.
Il concetto di virtù è ancora più chiaro se visto in
prospettiva protologica.
La virtù è ordine e armonia che vincono il disordine e
l’eccesso, ciò si ottiene obbedendo alla legge.
Per essere felice l’uomo deve vivere nella giustizia e
nella temperanza evitando il disordine della sfrenatezza, questo crea
uguaglianza tra gli uomini e con gli dei. Nel Gorgia Platone chiama
questa uguaglianza uguaglianza geometrica, perciò, continua, non si deve
trascurare la geometria.
Nel Repubblica Platone dice che questo ordine realizza
l’unità-nella-molteplicità.
Perciò una vita eticamente vissuta deve corrispondere al
piano metafisico della realtà, ordine nel disordine significa unità
nella molteplicità.
La fuga dal mondo alla luce della protologia è la fuga
dal male che è la Diade, quindi portare al Bene che è l’Uno e così
impostare la propria vita.
Anche il Demiurgo porta ordine nel disordine collegando
l’Uno e i molti, così l’uomo deve imitare il demiurgo.
Pensando a Eros la madre Penia rappresenta la Diade, la
povertà che aspira ad avere corrisponde all’illimitato che cerca la
delimitazione e l’unificazione, Poros è il principio determinante,
allora Eros esprime la caratteristica bipolare propria di tutta la
realtà e il desiderio di unità. Nel Simposio Aristofane dice che
l’essenza dell’amore è fare di due uno.
Nelle cose belle vi sono i giusti rapporti di
proporzione, in essi è Uno che si fa vedere.
SEZIONE QUARTA: LA POLITICA DEL
PLATONISMO E I SUOI NESSI CON LA PROTOLOGIA DELLE DOTTRINE NON SCRITTE
- IMPORTANZA E SIGNIFICATO DELLA COMPONENTE POLITICA DEL
PLATONISMO
Nella lettera VII Platone scrive che la politica fu
la passione dominate della sua vita. Socrate considerava la politica
avversa alla sua natura, Platone, che era nobile, si sentì invece
sempre attratto ad essa. Ma vide corruzione in Atene, errori nelle
leggi etc. soli filosofi possono fare una giusta politica (lettera
VII), solo loro possono promuovere i valori di giustizia e di bene.
L’opera del Platone filosofo vuole essere opera di
un politico che miri a realizzare il bene dell’uomo, un bene
spirituale, dato che l’uomo è la sua anima: questo deve fare una
vera politica.
- LA REPUBBLICA O LA COSTRUZIONE DELLO STATO IDEALE
La Repubblica è un'opera di politica o di morale
o di educazione. In realtà queste distinzioni sono nostre, per un
greco politica, morale, educazione vanno insieme, le leggi si
fondano sull'etica.
È un opera di politica, eppure la questione
centrale è quella di rendere un uomo degno della salvezza. Il
filosofo che ha scoperta la via poi la deve comunicare ed insegnare,
dunque in quanto opera di etica la Repubblica deve essere anche
opera di politica.
È fuorviante il riferimento al comunismo, al
nazismo. È fuorviante l'interpretazione di Popper che vede in
Platone l'avversario della società aperta (con Hegel e Marx), la
società della libertà degli individui.
In realtà Platone vuol formare lo stato perfetto
al fine di formare l'uomo perfetto, cioè l'anima perfetta.
Dopo le posizioni dei politici sofisti, Platone
pone con radicalità la domanda di base: Che cos'è la giustizia? Per
capirlo è bene guardare (è più facile) prima di tutto dove essa si
esplica in grande, cioè nello stato, per poi guardare la giustizia
nell'individuo.
Lo stato nasce dai nostri molti bisogni
soddisfatti dalle tante professioni: prima classe dei cittadini,
sono i contadini, gli artigiani, i mercanti.
Lo stato ci difende: classe di custodi e
guerrieri, questi devono essere educati con grande cura nel corpo
(ginnastica che renda l'uomo coraggioso) e nell'anima (cura più
importante del corpo) con la cultura, cioè poesia e musica. La
poesia dovrà però essere purificata dalle cose immorali, indecenti,
false circa gli dei, la musica dalle armonie molli in favore di
quelle che infondono forza e coraggio.
In sintesi la musica cura la parte razionale
dell'anima, la ginnastica, tramite il corpo, la parte irascibile,
insieme realizzano la perfetta armonia nell'uomo.
Tra i custodi vi sono quelli che dovranno
obbedire e quelli che dovranno comandare. Questi ultimi
costituiscono la terza classe, quella dei reggitori dello Stato,
essi saranno i migliori, cioè i filosofi.
Quelli della prima classe guadagnano e
possiedono, gli altri non hanno possedimenti personale, né
ricchezze, ricevono dagli altri il che di vivere, abitano in
abitazioni comuni. Essi vigilano per evitare nello Stato troppa
ricchezza o troppa povertà perché causa di vizi, che lo stato non
sia troppo grande o piccolo, che i giovani sia educati etc.
Questo stato perfetto possiede le quattro virtù
cardinali: giustizia, sapienza, fortezza, temperanza.
Sapienza è il corretto modo di comportarsi dello
Stato al suo interno e con gli altri Stati: è virtù propria dei
governanti.
Fortezza è non lasciarsi prendere dalle passioni
e dai piaceri: è dei guerrieri.
Temperanza è ordine e disciplina di piaceri e
desideri: è di tutti i cittadini, ma soprattutto dei governanti.
Giustizia è il pilastro su cui è costruito tutto
lo stato: ciascuno deve fare solo quelle cose che per natura e
quindi per legge è chiamato a fare.
Perciò lo stato giusto è quello in cui tutti i
cittadini svolgono il loro ruolo.
Le tre classi sociali che formano lo stato,
formano anche l'anima dell'individuo.
In essa vi sono tre tendenze: il desiderio, la
ragione, l'adirarsi e dunque tre parti dell'anima: razionale,
irascibile, appetitiva.
Perciò le virtù dello Stato sono anche quelle del
singolo cittadino. La parte razionale dovrà comandare sulla
irascibile e, con essa, dominare la concupiscente. Giustizia è che
accada così, cioè secondo natura. Quando ciò avviene l'anima, dunque
l'uomo, è felice.
I custodi hanno tutto in comune: abitazione,
mensa, donne, figli. Le donne dei custodi hanno le loro stesse
mansioni, compreso il comando e la guerra, se capaci, la stessa
educazione (aspetto rivoluzionario!). poiché allora anche le donne
devono interessarsi dello stato, salta l'istituzione familiare (non
le nozze in cui si farà in modo che gli uomini migliori si accoppino
con le donne migliori). I figli vengono subito sottratti alla madri
e ai padri che non li dovranno neppure conoscere. Tutti i bambini
sono figli e tutti gli uomini e donne sono padri e madri, tutti sono
fratelli.
Padre toglie la famiglia particolare (che è
sempre causa di egoismi, litigi etc. che smembrano lo stato) per
dare ai custodi una famiglia più grande, generale.
L'esigenza di Platone è quella di avere la classe
dei custodi totalmente disponibile per il governo e la difesa dello
Stato.
L'errore si fondo di Platone sta qui nell'aver
considerato la collettività più importante del singolo, manca in lui
il concetto di uomo come individuo singolo ed irripetibile.
I governanti devono essere i filosofi, perché il
fondamento dello stato è l'Assoluto. Il filosofo contempla, imita,
plasma lo stato. Allora il Bene diventa il paradigma ultimo nella
formazione dello stato ideale! Così il Bene entra nella comunità
degli uomini e lo stato si eleva in tal modo al modello divino. Il
divino è allora il fondamento anche della vita politica.
Il Repubblica è un Tractatus
theologicus-politicus (Jaeger), massimo livello di legame per un
greco di religione e stato.
Resta la questione dell'educazione dei futuri
reggitori, dei futuri filosofi. La parte ginnico-musicale è infatti
solo propedeutica, bisogna invece prendere la lunga strada che dal
sensibile porta all'intelligibile, cioè una seconda navigazione.
Tutto ciò comprende matematica, geometria, astronomia, soprattutto
la dialettica, la più difficile, grazie alla quale si giunge alla
visione del Bene che è la conoscenza massima (Repubblica) ad essa
andranno indirizzati i più valenti dopo il primo ciclo di studi
scientifici ("chi sa vedere l'insieme è dialettico, e chi no, non è
dialettico" Repubblica VII, 537c). L'educazione termina a 50 anni
ora il filosofo può reggere lo stato pagando così un debito con lo
stato stesso (il filosofo, infatti, giunto a quel punto vorrebbe
solo contemplare!). Ora anche le altre classi possono così giungere
alla felicità.
Come per i guerrieri, poi, anche per i
governanti, uomo e donna sono alla pari.
Platone condanna poi (Repubblica VIII e IX) varie
forme di governare lo stato dove non vi è virtù né felicità:
timocrazia (governo basato sul riconoscimento dell'onore, p. es.
Sparta, genera ambizione), oligarchia (governo basato sulla
ricchezza di pochi, si cerca il denaro, prevale la parte
concupiscibile dell'anima), democrazia (nel senso di demagogia una
libertà e uguaglianza deleteri, mancano i valori di riferimento,
ognuno vive come vuole, la giustizia e mite, chiunque fa politica,
ogni imperativo è mal sopportato, da essa, da questo eccesso di
libertà, nasce la tirannide) tirannide (vero flagello dell'umanità,
fonte di anarchia e licenza).
Platone propone di fatto una aristocrazia, cioè
uno stato retto dai migliori, fondato sulla virtù come prevalere
della parte razionale dell'anima dell'individuo.
E l'aristocrazia è il dominio della razionalità,
il che coincide con la virtù e con la libertà (libertà dagli istinti
e dagli impulsi). La ragione opera dunque nei capi di stato, ma
anche nei guerrieri(generando coraggio regolando l'anima irascibile)
ed anche in quelli della prima classe nei quali, regolando la parte
concupiscibile, la ragione genera temperanza. Inoltre la parte
razionale porta alla forma più alta del piacere procurato
dall'oggetto più vero che è l'essere eterno.
Il Repubblica termina con il mito di Er, con il
riferimento all'al di là, la vera ricompensa della virtù si colloca
allora nell'eternità, la felicità e qui e sarà di là per il
virtuoso, la vera politica ci salva per sempre!
Questo stato è quanto meno realizzabile
all'interno del singolo individuo, l'esemplare ideale forse sta in
cielo, dice Platone, chi lo vede, si conforma ad esso.
- L'UOMO DI STATO, LA LEGGE SCRITTA E LE COSTITUZIONI
L'Accademia era anche finalizzata allora a
formare uomini politici. Platone sapeva che l'ideale della
Repubblica non era realizzabile storicamente, se non nell'intimo di
ogni singolo individuo (che così diventava cittadino di due città),
così Platone elaborò anche una riflessione che non tenga conto solo
di come lo stato debba essere, ma anche di come concretamente ora
esso sia.
Così scrive il Politico e le Leggi.
Nello stato ideale il re è superiore alla legge, non vi può essere
contrasto, in quello reale, invece, la supremazia deve essere della
legge, da qui la necessità di elaborare costituzioni.
Non potendo esserci la perfetta forma di governo,
Platone rivaluta ora (nel Politico) le forme che aveva
condannato nella Repubblica. Conta soprattutto rispettare la legge
perché la monarchia non degeneri in tirannide, l'aristocrazia in
oligarchia, la democrazia in democrazia corrotta (cioè demagogia).
Se si rispettano le leggi la monarchia è la forma
migliore (o la meno peggio), la democrazia è la peggiore, se invece
non si rispettano accade l'opposto, la peggiore è la tirannide, la
migliore è la demagogia.
La capacità del politico si esprime nel saper
cogliere il giusto mezzo che è il doveroso, l'opportuno, il
conveniente (Politico). Spetta al politico decidere se sia o no
conveniente fare la guerra, il guerriero poi farà la guerra,
eventualmente. Il politico saprà poi con questo mezzo creare unità
nello stato combinando uomini di opposte tendenze, i miti e
temperanti con i valorosi e gli audaci.
- LO "STATO SECONDO" DELLE LEGGI
Le Leggi è l'ultima opera di Platone,
l'Accademia era un gruppo riconosciuto di esperti in giurisprudenza,
fu chiesto così a Platone di legiferare.
È un testo concreto, in qualche modo era quanto
Platone riteneva si potesse concretamente proporre nel suo tempo
dello stato ideale. Allora resta l'ideale del re-filosofo al vertice
di tutto (al quale non servirebbero leggi perché egli sarebbe in
grado di governare per il bene), ma anche la concretezza di mettere
le leggi al di sopra dei governanti.
Resta comunque anche qui l'ideale comunitario che
prevale sul privato, lo stato sull'individuo.
Questo "secondo stato", concreto, è come
l'immagine dello stato ideale. La costituzione proposta da Platone è
mista di monarchia e democrazia. Perché vi sia libertà e concordia
il governo deve partecipare, infatti, di entrambe (Leggi). La
monarchia da sola rischia la tirannide, la democrazia da sola
rischia l'anarchia o la demagogia. Dunque il giusto mezzo! Inoltre
"la misura di tutte le cose è Dio" (Leggi, IV, 716c).
- LA COMPONENTE POLITICA DEL PENSIERO PLATONICO E I SUOI RAPPORTI
CON LA PROTOLOGIA DELLE "DOTTRINE NON SCRITTE"
Il Bene che il filosofa contempla e poi applica nello
stato è l'Uno, la misura di tutte le cose egli è unità nella
molteplicità, unifica, ordina, e per questo realizza la giusta
misura (Dottrine non scritte).
La città buona è quella che realizza l'unità, quella
non buona è quella in cui vi è la molteplicità. Abbiamo qui una
espressione del contrasto Uno/Diade.
Vi sono città che in realtà sono moltissime o
due (la Diade!) separate (poveri/ricchi), mentre la vera città ha
l'unità al suo interno e questo è il massimo bene per una città (ciò che
a suo interno divide e crea molteplicità è, invece, il massimo male).
La comunione proposta nello stato ideale è proprio la
realizzazione di tale unità: mio e tuo è molteplicità,
mentre nostro è unità. L'uomo che segue la natura, che fa ciò che
gli compete, e dunque è virtuoso, è colui che fa unità della
molteplicità del suo essere. Così l'uomo realizza in sé il Bene
(Repubblica).
Il giusto mezzo del Politico è proprio l'unità
nella molteplicità delle Dottrine non scritte così l'uomo politico
riesce a realizzare una mescolanza tale da costituire una buona società.
In questo senso allora Dio è la misura di tutte le
cose perché lui ha il potere di sciogliere l'Uno in Molti e di riportare
i Molti all'Uno (Leggi).
SEZIONE QUINTA: CONCLUSIONI SUL
PENSIERO PLATONICO
- IL "MITO DELLA CAVERNA" COME SIMBOLO DEL PENSIERO PLATONICO IN
TUTTE LE SUE VALENZE FONDAMENTALI
E' il mito fondamentale presente nella Repubblica
(VII, 514a sgg.): esso esprime tutto Platone.
Questo mito simboleggia i vari gradi ontologici
della realtà, i piani dell'essere sensibile e soprasensibile: le
ombre sono le apparenze sensibili delle cose, le statue sono le cose
sensibili, oltre il muro (che separa il sensibile dal
soprasensibile) vi sono le cose vere, le Idee, e l'idea del Bene (il
sole).
Al di là del muro, il prigioniero vede ancora
delle ombre delle cose e le loro immagini specchiate nell'acqua
queste ombre non sono quelle sullo sfondo della caverna, sono a
mezzo tra le Idee e le cose, sono gli enti intermedi, queste cose
sono le Idee. Gli astri oltre il muro sono le Metaidee: identità,
diversità, uguaglianza, diseguaglianza, pari, dispari etc. Infine
ecco l'idea del Bene.
Il mito simboleggia poi i diversi piani della
conoscenza: le ombre nella caverna sono l'immaginazione; la visione
delle statue la credenza; gli oggetti veri visti prima come ombra e
riflesso nell'acqua sono la dianoia, la conoscenza intermedia
(scienze matematiche). La visione che va dagli enti reali, gli astri
fino al sole (Idee, MetaIdee, Bene) è il tragitto della dialettica.
Il mito simboleggia poi un percorso ascetico,
mistico e teologico: dai sensi alla vita dello contemplativa
spirito, la conversione (Platone dice girare il collo dalla parte
opposta) della liberazione dalle catene fino al Divino.
Infine vi è anche un significato politico: chi si
è liberato dalle catene deve tornare a liberare gli altri: ecco il
compito del filosofo-politico che è a servizio.
Ma tornare nel buio è impresa difficile e il
filosofo rischia di non essere più capito, perfino ucciso (allusione
a Socrate). È infatti pericoloso per Platone rompere le illusioni
degli uomini che non tollerano la verità quando rovina i loro
comodi.
- ALCUNI VERTICI DEL PENSIERO DI PLATONE RIMASTI PUNTO DI
RIFERIMENTO NELLA STORIA DEL PENSIERO OCCIDENTALE
La dottrina delle Idee viene ripresa in vario modo.
Aristotele ne fa la forma. Il Medioplatonismo da delle Idee i
pensieri divini, e così le intendono i Padri della chiesa.
Per Kant le Idee sono le supreme forme della ragione
ed hanno valore regolativo. Hegel esalta la teoria di Platone.
Il vertice di Platone è però la teoria dei Principi
che porta ad una spiegazione metafisica globale. Alle Dottrine non
scritte si rifà Aristotele, i neoplatonici, il loro Uno-Bene è il
principio primo (che però in Platone è bipolare, mentre per i
neoplatonici sarà monopolare).
A Platone si deve il dualismo
sensibile/soprasensibile, visibile/invisibile che indica una struttura
gerarchica che si ripete ad ogni livello (delle Idee, cioè Numeri
Ideali, Idee generalissime o Metaidee, Idee particolari, degli enti
intermedi, delle cose sensibili). Questa struttura gerarchica influenzò
molto i pensatori dopo Platone (Aristotele, neoplatonici…)
Per Platone il divino è nel soprasensibile e d'ora in
poi sarà sempre così. In questo senso Platone è il creatore della
teologia occidentale.
Ma il divino in Platone è il mondo delle Idee, il
Bene non è figura personale. Il Demiurgo è un Dio personale che conosce
e vuole, ma esso è inferiore al mondo delle Idee (dipende da esse, anche
se si trova gerarchicamente subito dopo l'Idea del Bene), non crea le
Idee e neppure il Principio materiale. Crea invece gli Dei, gli astri,
il mondo. Aristotele sposterà al vertice il suo motore immobile, il suo
Dio.
C'è in Platone il concetto di creazione, nel senso di
far passare il disordine all'ordine, il non-essere all'essere, che è poi
una unificazione della molteplicità (Dottrine non scritte!).
Platone ha identificato il filosofo con il
dialettico, con chi, cioè sa veder l'intero nel molteplice. Il vertice
della dialettica si ha con Platone che con il procedimento sinottico e
quello diairetico ha raggiunto il vertice greco del pensare.
Operare ciò significa farsi simile a Dio.
A Platone si deve anche la visione di un uomo a due
dimensioni, materiale e spirituale, anche se vi è un dualismo esasperato
e una visione negativa del corpo (mentre diverso è il rapporto
Idea/cosa). Benché l'uomo sia la sua anima, nella Repubblica Platone ha
anche affermato la necessità di sopprimere malformati e malati
inguaribili. Manca il riferimento ad un Assoluto che garantisca
l'assolutezza della vita umana. Questo aspetto è assente in tutto il
pensiero greco.
È importante ed influente la visione di Platone della
bellezza che si raggiunge non con l'arte, ma con l'amore platonico, con
l'Eros e il bello si coglie a cominciare con la vista secondo la cultura
ellenica che privilegia questo senso su tutti gli altri, nel sensibile
noi cogliamo con la vista il bello fatto di rapporti e misure perfette
grazie alle quali si coglie l'unità nella molteplicità.
Ma soprattutto la seconda navigazione consegna al
pensiero la nascita della metafisica occidentale e consente la nascita
di distinzioni (corporeo/incorporeo, sensibile/soprasensibile, empirico/metaempirico,
fisico/soprafisico) fino ad allora conosciuto. Così ora chiamiamo i
fisici presocratici materialisti.
Sezione prima: RAPPORTI TRA
ARISTOTELE E PLATONE PROSECUZIONE DELLA "SECONDA NAVIGAZIONE
- PREMESSA CRITICA: IL METODO STORICO-GENETICO E L'INTERPRETAZIONE
MODERNA DEL PENSIERO ARISTOTELICO
"Aristotele fu il più genuino dei discepoli di
Platone" (Diogene Laerzio) nel senso che porta avanti la riflessione
superandone le aporie.
Jaeger nel 1923 aveva proposto una nuova
interpretazione di Aristotele basata sulla convinzione
dell'evoluzione del suo pensiero. Inizialmente Aristotele era così
platonico, poi criticò il platonismo e soprattutto la trascendenza
delle Idee, poi si disinteressò della metafisica per porre
attenzione alle scienze empiriche. La sua fu una conversione dal
platonismo al naturalismo.
Ciò va notato nelle sue opere che sono frutto di
una raccolta delle lezioni tenute da Aristotele, lezioni che, col
passare del tempo, assumevano prospettive diverse. Queste opere
esoteriche (scritte per gli allievi, le essoteriche, scritte per il
pubblico, sono andate perdute, a parte qualche frammento) non vanno
dunque lette, per lo Jaeger, come un tutt'uno, ma segnalano una
evoluzione al loro interno. Si tratta del metodo storico-genetico
che ebbe inizialmente grande successo. Ma l'applicazione di questo
metodo da parte degli studiosi portò a tutto e al contrario i tutto
nella ricostruzione del pensiero dello stagirita. È saltato dunque
il paradigma storico/genetico che si basava sulla teoria dei tre
stadi di Comte e che Jaeger in qualche modo applicava ad Aristotele.
Con lo stesso metodo si è anche sostenuto il contrario! Perciò è il
metodo che è sbagliato. Allora, per esempio, non si può oggi
sostenere che i frammenti platonici di Aristotele siano giovanili
(come faceva lo Jaeger).
Il punto debole è infatti che di tratta di
appunti di lezione, o suoi o redatti dagli allievi, con continue
correzioni e precisazioni, non è possibile trovare stratificazioni
successive.
In realtà esse hanno, invece, carattere unitario,
omogeneità speculativa
- LE TANGENZE DI FONDO FRA PLATONE E ARISTOTELE L'INVERAMENTO
DELLA "SECONDA NAVIGAZIONE"
È necessario stabilire all'inizio il distacco di
Aristotele da Platone. Aristotele si stacca dalla seconda
navigazione sia per quanto riguarda la teoria delle Idee, sia per
quanto riguarda la teoria dei Principi primi. Egli però non nega
l'esistenza di realtà soprasensibili solo le considera diversamente
da Platone.
Aristotele ha negato l'esistenza di un Uno-Bene
come principio primo trascendente, ma ha mantenuto tale esistenza
con il suo motore immobile, pensiero di pensiero da cui tutto
dipende.
L'Accademia era preoccupata di seguire Platone
nel delineare il mondo soprasensibile, Platone era poco interessato
al mondo sensibile, eppure le Idee erano al tempo stesso
trascendenti ed immanenti in quanto causa delle cose sensibili e
quindi in rapporto con essa.
Aristotele era invece molto più interessato al
mondo sensibile e non coglieva la possibilità che realtà
trascendenti (le Idee) fossero causa del mondo immanente, per
esserlo esse devono essere immanenti. Da qui la teoria delle forme.
In Aristotele il Bene diventa allora la causa finale della realtà,
ciò a cui tutto tende.
Tutto questo non significa abbandono del
trascendente anche perché in Aristotele si passa dall'intelligibile
trascendente ad una intelligenza trascendente e resta in Aristotele
la convinzione platonica che non vi sarebbe il sensibile senza il
soprasensibile che per Aristotele è costituito dal motore immobile,
da realtà analoghe gerarchicamente inferiori e dalle anime
intellettive presenti negli uomini. Così Aristotele completa o porta
avanti le intuizioni del maestro Platone e sbagliava Raffaello nella
sua rappresentazione della Scuola di Atene (dito verso il basso,
interpretazione errata degli umanisti).
- LE DIFFERENZE DI FONDO FRA ARISTOTELE E PLATONE
Sono allora altre le differenze tra i due.
Platone aveva maggiormente l'afflato mistico,
religioso, escatologico che in Aristotele è assente nelle opere
esoteriche (ma sarebbe invece in parte presente in quelle essoteriche
stando, per esempio alla testimonianza di Proclo).
Del resto la componente mistica in Platone nasce più
dalle istanze orfiche che da quelle razionali e mancano in un Aristotele
che intenda con rigore fare filosofia.
Platone poi era interessato alle scienze matematiche
e non a quelle empiriche (eccetto la medicina). Aristotele era tutto
l'opposto, sé alle scienze empiriche e scarso interesse per quelle
matematiche.
Allora Platone è un filosofo e un poeta-mistico,
Aristotele è un filosofo e uno scienziato, ma è una differenza che non
tocca ciò che centra, il fatto cioè che entrambi sono filosofi.
Platone con i suoi dialoghi era l'uomo in ricerca,
aperto ai problemi. Aristotele tendeva più alla loro sistematizzazione
precisa definita una volta per tutti. Eppure si tratta di una differenza
piuttosto relativa, anche Platone aveva i suoi punti fermi. Casomai
diverso era proprio il modo di esprimere il loro pensiero.
Non si tratta allo di contrapporre i due grandi ma di
leggere nelle loro opere una evoluzione dialettica in chiave hegeliana.
Il discepolo supera il maestro inverando le sue dottrine (del maestro).
Sezione seconda: LA METAFISICA E
LE SCIENZE TEORETICHE
- LA METAFISICA
Vi sono tre tipi di scienze:
scienze teoretiche: cercano il sapere per il sapere:
metafisica, fisica, matematica (sono le scienze più alte in ordine)
scienze pratiche: cercano il sapere per raggiungere
la perfezione morale
scienze poietiche o produttive: cercano il sapere per
fare, per produrre.
La Metafisica è la raccolta degli appunti di lezioni,
la parola significa dopo e oltre la fisica. Si conoscono le cose della
metafisica dopo aver conosciuto quelle della fisica.
Aristotele non usa il termine metafisica, ma quello
di filosofia prima o di teologia (mentre la filosofia seconda è la
fisica).
Vi sono quattro significati di metafisica: scienza
dell’essere e dei principi primo; scienza dell’essere in quanto essere;
scienza che indaga la sostanza; scienza che indaga Dio e la sostanza
soprasensibile.
La metafisica non ha scopi pratici, nasce dalla
meraviglia e dallo stupore, da un puro amore del sapere, dal bisogno
dell'uomo di giungere al perché ultimo delle cose. È scienza che Dio
possiede pienamente e noi solo in parte, ma nel fare metafisica l'uomo
un po' si avvicina a Dio e trova beatitudine, perciò:
"Tutte le altre scienze sono necessarie, ma superiore
nessuna" (Metafisica)
Aristotele era uno scienziato empirico. La metafisica
fa capire che non esiste solo il fisico, questo Aristotele l’ha imparato
da Platone, ma per Aristotele il qualcos’altro, di superiore non è il
mondo delle idee.
Per Aristotele la Metafisica è prima di tutto ricerca
delle cause prime che il filosofo elabora con la dottrina delle quattro
cause: formale, materiale, efficiente (ciò da cui proviene il mutamento
e il movimento), finale.
Accanto a queste vi sono poi le cause date dai
movimenti dei cieli e infine la causa del primo Motore, il Motore
immobile.
L'essere e i suoi significati
Per Parmenide l'essere è l'assolutamente identico che
si può dire solo in modo univoco e che è unico, per Aristotele, invece,
l'essere si dice in molti sensi, ha un significato polivoco, ma sempre
in riferimento ad una unità ben determinata (Metafisica), tutte le cose
che si dicono essere esprimo o diversi sensi di essere, ma anche una
unità di fondo che è la sostanza, l'ousia. Tutti i significati di essere
hanno una relazione con la sostanza.
Perciò la frase "essere in quanto essere" indica la
sostanza e tutto ciò che in molteplici modi si riferisce alla sostanza.
Aristotele ha predisposto una tavola di 4 significati di
essere:
- Essere come accidente.
- L'essere che è per sé, cioè la sostanza. Ma anche tutte le
categorie.
- L'essere come vero, cioè l'essere logico del giudizio vero (e il
falso è non essere). Si tratta di un essere puramente mentale.
- Essere come potenza e atto che riguarda tutti gli altri
significati (può esserci un accidente in potenza e uno in atto etc.)
Da precisare che ognuno dei quattro gruppi ha delle
diversificazioni al suo interno. L'essere riferito alle categorie, per
esempio, è diverso per ogni tipo di categoria, sia pure nell'unità della
sostanza.
Le categorie rappresentano la prima molteplicità di
significati, l'originaria divisione dell'essere, i "supremi generi
dell'essere" (Aristotele). Gli altri tre gruppi dipendono allora dal
primo
Le dieci categorie: sostanza o essenza; qualità;
quantità; relazione; azione; passione; dove; quando; avere; giacere.
Ogni categorie può essere in potenza e in atto, cioè,
per esempio, vi è un essere in atto e in potenza secondo la qualità, o
secondo la relazione etc.
Complesso è il discorso sull'essere accidentale, a volte
Aristotele chiama accidenti le categorie (in effetti solo la categoria
di sostanza è autonoma, le altre di pendono da essa), in genere egli
pensa comunque all'essere accidentale come al fortuito, occasionale, a
ciò che può non essere. Un essere senza categorie non è pensabile. Un
uomo deve avere qualità, sarà accidentale il tipo di qualità: un uomo
può essere o non essere ricco, bello, giovane, ma qualcosa deve essere!
Così ogni cosa ha una misura si trova in un luogo, in un tempo etc.
Dunque: al primo posto sta il primo gruppo e gli altri
dipendono da esso. Le categorie poi dipendono dalla prima, cioè dalla
sostanza, perciò Aristotele dice che l'eterna domanda: "Che cos'è
l'essere?" significa: "Che cos'è la sostanza?"
Per i naturalisti sostanza era la materia, per i
platonici era la forma universale (l'Idea). Per Aristotele sostanza è la
forma, è la materia, è il sinolo di materia e forma.
La forma per Aristotele è l'essenza intima e autentica
delle cose. L'essenza dell'uomo è l'anima, è ciò che fa essere una cosa
tale.
Però in qualche modo anche la materia può dirsi sostanza
delle cose, un tavolo ha bisogno del legno per essere tavolo, senza la
materia la forma resta indeterminata.
A maggior ragione si dirà che sostanza è l'insieme di
materia e forma, il sinolo.
Più precisamente la sostanza comprende cinque
caratteristiche:
- E' sostanza ciò che non si predica di altro.
- E' un ente che sussiste per sé in maniera autonoma.
- E' una qualcosa di determinato.
- E' un qualcosa di unitario (niente di universale).
- E' un qualcosa che è in atto.
La materia assolve solo il primo carattere, essa non si
predica di qualcos'altro, per ciò che riguarda gli altri, la materia non
sussiste autonomamente, non è unitaria (per esserlo ci vuole la forma)
non è in atto (è solo in potenza).
La forma e il sinolo hanno tutte e cinque le
caratteristiche.
La forma è concettualmente separabile dalla materia in
quanto dà essere alla materia e poi vi possono essere sostanze che non
hanno materia. Poi la forma è determinata (ed è determinante perché fa
essere una cosa quella e solo quella cosa), la forma è unità e dà unità
alla cosa ed è sempre atto.
Il sinolo è la concreta cosa individuata. Esso è
sostrato di inerenza di tutti gli accidenti, sussiste per sé in modo
pieno, è determinato, unità, atto.
La materia è allora sostanza in modo minore, per ciò che
riguarda forma e sinolo, Aristotele sembra oscillare, a volte uno a
volte l'altro, a seconda del punto di vista in cui ci si colloca. Dal
punto di vista empirico sarebbe il sinolo, ma dal punto di vista
metafisico è la forma, la quale è principio, fondamento del sinolo
stesso: quoad nos è il sinolo, quoad se è la forma.
Il sinolo non può esaurire la sostanza, se così fosse
Dio e le intelligenze motrici sono lo sarebbero!
Allora essere nel senso pieno è la sostanza, e la
sostanza nel senso pieno è la forma, Aristotele ha chiamato la forma
"causa prima dell'essere"
La forma di Aristotele non è un universale, ma è una
struttura ontologica determinata. La forma è la causa di una cosa
precisa, non va confusa con un universale astratto il quale non ha una
sua realtà ontologica separata. La forma dell’uomo è l’anima, essa ha
una sua realtà ontologica.
L’universale animale, è invece un genere, si applica
all’uomo e all’animale e non ha realtà in sé, se non nell’uomo o
nell’animale.
La materia è solo potenza, cioè capacità di assumere
qualsiasi forma, la forma è solo atto, il composto o sinolo di materia e
forma è prevalentemente atto (è atto e potenza se riferito alla sua
parte materiale). Tutto ciò che ha materia ha anche potenza.
Aristotele chiama l’atto anche entelecheia
così l’anima è atto del corpo, sua entelecheia essa fa sì che la materia
diventi uomo.
L’atto prevale sulla potenza la quale si riconosce
perché riferita all’atto (ogni potenza è possibilità di diventare un
atto) ed anche perché è il modo di essere delle sostanze eterne.
La teoria della potenza ed atto ha consentito di
risolvere le aporie eleatiche del divenire e del movimento. Divenire e
movimento sono sempre nell’alveo dell’essere, non sono passaggio dal non
essere all’essere (impossibile), bensì passaggio dall’essere in potenza
all’essere in atto).
Nella gerarchia aristotelica delle sostanze vi sono
le sostanze sensibili (nascono e muoiono), quelle sensibili, ma
incorruttibili (i cieli, i pianeti, le stelle erano fatti di una materia
non corruttibile: l’etere), infine le sostanze immobili eterne e
trascendenti (Dio, le sostanze motrici delle sfere del cielo) che non
hanno materia e sono oggetto della metafisica (le altre due sono oggetto
della fisica e dell’astronomia).
Il tempo è eterno (non vi è un prima e dopo del
tempo, perché prima e dopo sono ancora tempo) il tempo implica il
movimento (il tempo è una determinazione del movimento) e dunque è
anch’esso eterno, il movimento esiste se vi è un principio che ne è
causa. Questi deve essere eterno, immobile (se fosse in moto dovrebbe
esserci una causa che lo muove) atto puro perché deve sempre essere tale
da causare il movimento.
Così Aristotele ha dimostrato l’esistenza di una
sostanza soprasensibile: il Motore immobile. Esso è come il bello e il
buono che attraggono gli uomini senza muoversi, esso è oggetto di amore
che attrae l’amante, la sua non è una causalità efficiente (come la mano
che muove il bastone), non c’è creazione (non vi è passaggio dal
non-essere all’essere, nemmeno dal caos all’ordine, perché in questo
caso non avremmo più la priorità dell’atto sulla potenza in quanto
all’origine vi sarebbe stata prima una potenza, il caos), ma una causa
finale.
Il motore immobile esercita una attività
contemplativa, la sua attività è Vita. Nel suo pensare egli pensa la
cosa più eccellente, pensa se stesso, egli è pensiero di pensiero, qui
intelligenza e intelligibile coincidono.
Dio muove il primo mobile che è il cielo delle stelle
fisse, altre cinquantacinque intelligenze-motori muovono (come
attrazione finale, analogamente a Dio) le cinquantacinque sfere.
Tutto ciò che è eterno ed incorruttibile è per il
greco divino, dal primo motore fino all’anima umana. Non c’è distinzione
o problema o antitesi tra unità e molteplicità nel divino.
Tutta via in Aristotele c’è la tentazione di
unificare, per esempio Dio è solo il Motore Immobile, le 55 intelligenze
sono insomma inferiori e al loro interno gerarchizzate, come degli dei
inferiori.
In questo senso c’è una sorta di monoteismo.
Però le 55 intelligenze sono eterne, non sono create
dal Primo motore, non dipendono da lui in quanto al loro essere. Non è
spiegato poi il rapporto Dio-55 intelligenze e il rapporto 55
intelligenze e 55 sfere da loro mosse.
La teologia medievale vedrà in queste intelligenze le
intelligenze angeliche motrici, non eterne, ma create da Dio.
Dio è conoscenza del perfetto, perciò non conosce ciò
che è imperfetto, dunque gli individui in quanto tali. Poiché Dio non è
creatore, egli è oggetto di amore, ma non ama, ama solo se stesso.
2. LA FISICA
E’ la filosofia seconda che ha come oggetto la realtà
sensibile soggetta al movimento. Ora physis non indica più, come
per i presocratici, la totalità dell’essere, ma solo la totalità
dell’essere sensibile.
Aristotele si domanda allora che cosa sia il
movimento: esso è il passaggio dall’essere in potenza all’essere in atto
e così è superato finalmente il problema eleatico.
A partire dalla tavola delle categorie si possono
analizzare le varie forme di movimento che riguarda però solo: sostanza,
qualità, quantità, luogo.
Il movimento secondo la sostanza è quello di
generazione e corruzione, quello secondo la qualità è aumento e
diminuzione, secondo il luogo è la traslazione.
Il divenire è un sostrato, l’essere potenziale che
passa da un opposto ad un altro, la generazione è un prendere forma , la
corruzione è un perdere forma, è un alterarsi della qualità, passaggio
da grande a piccolo e viceversa.
Mutano solo i sinoli in quanto vi è in loro materia.
Si analizza poi il movimento con la dottrina delle
quattro cause, causa finale è un progredire verso la forma, un
realizzare la forma, un andare verso la pienezza dell’essere.
Il luogo è ciò che contiene un oggetto ed è altro
dalla cosa che contiene. Vi è un luogo naturale cui gli oggetti tendono,
quelli leggeri l’alto, quelli pesanti il basso. In quanto contiene un
oggetto, il luogo è allora un certo limite (Fisica). è un
qualcosa di immobile che limita ciò che è contenuto: Dunque il luogo
è il primo immobile limite del contenente (Fisica).
Non esiste un luogo al di fuori dell’universo, e
neppure un luogo in cui è l’universo. Il cielo, infatti, non si può
spostare e il suo movimento è solo corcolare attorno a se stesso.
Poiché nel luogo vi sono tutte le cose che si
muovono, Dio e le Intelligenze motrici, che sono immobili, non occupano
un luogo.
Il vuoto, inteso come luogo in cui non vi è nulla,
non è possibile, dato che il luogo è il limite di ciò che è contenuto in
esso (contro gli atomisti).
Circa il tempo esso porta con sé l’esigenza del
movimento e del mutamento senza i quali esso non può esistere. Perciò il
tempo è una proprietà del mutamento. Del mutamento infatti si identifica
il prima e il poi, essi perciò hanno un corrispettivo anche nel tempo.
Allora Aristotele può affermare che Il tempo è il
numero del movimento secondo il prima e il poi (Fisica).
La percezione del prima e del poi suppone però
l’anima unica in grado di numerare, cioè di distinguere un prima e un
poi. Se non esiste l’anima non esiste il tempo (anticipazioni
agostiniane).
L’unità di misura del tempo dovrà far riferimento ad
un movimento perfetto, quello delle sfere e dei corpi celesti.
Dio e le intelligenze motrici, essendo immobili, sono
al di fuori del tempo.
Aristotele nega che esista un infinito in atto perché
non può esistere un corpo infinito, allora l’infinito esiste solo come
potenza (per esempio il numero è infinito in potenza, perché si può
continuamente sommare numeri; lo è anche lo spazio perché continuamente
divisibile: lo è il tempo che continua). Poiché per Aristotele
l’infinito è legato alla quantità, quindi ad un dato sensibile, egli non
ha mai pensato alla possibilità che il mondo spirituale sia infinito.
Come per tutti i greci, inoltre, il finito è il
perfetto, mentre l’infinito è l’imperfetto, perciò Dio non è infinito
(contro Anassimandro, Melisso, Anassagora che vedevano l’Assoluto come
infinito).
Per Aristotele la realtà sensibile è divisa in due
parti: il mondo sublunare e quello sopralunare o celeste. Il sublunare è
caratterizzato dal mutamento, soprattutto generazione e corruzione, il
sopralunare, i cieli, solo dal movimento circolare, essi sono eterni e
immutabili, l’uomo li ha empiricamente visti sempre uguali.
Il mondo sublunare è costituito dai quattro elementi
(terra, acqua, aria e fuoco) trasformabili uno nell’altro. La materia
del mondo sopralunare è invece l’etere (=che corre sempre) o quinta
essenza che si muove circolarmente (l’altra materia si muove solo dal
basso in alto e viceversa) perché non è né pesante né leggero. L’etere è
eterno, inalterato, incorruttibile e così sono anche i cieli.
3. LA PSICOLOGIA
L’anima è il principio che dà vita agli esseri
animati, è la loro forma o atto, essa è la loro sostanza, è l’entelecheia
di un corpo (L’anima). L’anima di Aristotele non è quella dei
presocratici per la quale essa era ancora qualcosa di fisico, di
materiale, ma non è neppure quella soprasensibile di Platone, altra dal
corpo che è la sua tomba. La soluzione di Aristotele, al solito, è
intermedia e salva l’unità dell’essere vivente.
Si salva però la trascendenza platonica perché per
Aristotele l’anima non è totalmente immanente, vi è una parte di essa
separabile dal corpo essa è esigita data la capacità dell’uomo di
pensare l’eterno e l’intelligibile, sia pure a fatica: nulla vieta
che alcune parti (dell’anima) siano separabili per il motivo che
non sono entelecheia del corpo (L’anima). Anche nella Metafisica
Aristotele aveva detto che la parte intellettiva dell’anima resta dopo
la corruzione.
Platone aveva parlato di tre parti dell’anima:
concupiscipile, irascibile, razionale. Ben diversa è invece la
tripartizione aristotelica. Platone partiva infatti dall’analisi del
comportamento dell’uomo, Aristotele, scienziato, dall’analisi dei
viventi e delle loro funzioni.
Vi sono dei viventi delle funzioni vegetative
(nascita, nutrizione, crescita), sensitivo-motorie (sensazione,
movimento), intellettive (conoscenza scelta). Perciò l’anima ha una
parte vegetativa, una sensitiva, una intellettiva o razionale.
Le piante hanno solo la vegetativa, gli animali la
vegetativa e la sensitiva, gli uomini tutte e tre. La razionale richiede
la sensitiva che richiede la vegetativa.
L’anima vegetativa è il principio elementare della
vita, governa la generazione, la nutrizione, la crescita. Essa regola
tutto questo in modo adeguato. La generazione è lo scopo di ogni forma
di vita, è un tendere all’eternità.
L’anima sensitiva è propria degli animali che hanno
sensazioni, appetiti, movimenti. Nell’animale vi sono in potenza le
sensazioni che diventano in atto al contatto con l’oggetto sensibile. Il
senso riceve le forme sensibili dell’oggetto, senza la materia, (come
la cera l’impronta dell’anello senza il ferro, L’anima). Ognuno dei
cinque sensi è deputato a cogliere vario sensibile. Vi sono poi sei
sensibili colti da tutti e cinque i sensi.
Dalla sensazione deriva la fantasia e la memoria.
La sensazione implica anche l’appetito, il desiderio
di sensazioni piacevoli, e dal desiderio viene il movimento: il
motore è unico: la facoltà appetitiva (L’anima).
L’atto intellettivo, come quello percettivo, consiste
nell’assimilare delle forme, ora le forme intelligibili (prima quelle
sensibili), ma ora il corporeo non c’entra più. Anche qui le forme
ideali sono presenti in potenza (nelle immagini e nella fantasia), il
sapiente riesce a porle in atto.
Perciò nell’anima vi è un intelletto potenziale il
quale coglie le forme presenti nelle cose grazie ad una ulteriore
facoltà, l’intelletto agente o attivo (che è come la luce che consente
di vedere i vari colori). Questo intelletto attivo è nell’anima (non è
dunque separato come si è pensato, non è Dio), è irriducibile al corpo (viene
dal di fuori aveva detto Aristotele, ma solo per dire questo),
trascende il sensibile.
Esso ha però dei tratti del divino, per esempio non
si corrompe, l’attività del pensare non si guasta (si guasta invece ciò
che le fa da fondamento, da cui parte: il vedere, il sentire etc.).
Mancando il concetto di creazione, questa teoria
dell’intelletto porta con sé problemi non risolti. Da dove viene? È
individuale? Quale il rapporto con il nostro Io? Come sopravvive al
corpo? In realtà qui la ragione si ferma e può subentrare solo la fede
religiosa.
4. LA MATEMATICA
Aristotele non aveva grande interesse per le scienze
matematiche, riuscì però ad elaborare lo statuto ontologico degli
oggetti di cui si occupano le scienze matematiche.
Per Platone i numeri erano delle entità ideali
separate dai sensibili, per Aristotele, invece, gli enti
matematico-geometrici non sono enti intelligibili dotati di sussistenza
propria, essi invece sussistono potenzialmente nelle cose sensibili, ma
sono separati da esse mediante astrazione e in tal modo esistono in atto
nella nostra mente.
Attraverso l’astrazione si può considerare le cose
solo come unità indivisibili, evitando di considerare tutte le altre
caratteristiche: ecco le unità numeriche.
Per Aristotele comunque è chiaro che gli oggetti
della matematica e della geometria hanno il loro fondamento nelle
caratteristiche delle realtà sensibili, sono affezioni delle cose. Così
come invece li considerano i matematici diventano solo per via di
astrazione.
Sezione terza: LE SCIENZE
PRATICHE: ETICA E POLITICA
1. L’ETICA
Le scienze pratiche sono inferiori a quelle
teoretiche, dato che in esse il sapere non è più per sé, ma è
finalizzato ad un aspetto pratico.
Esse riguardano la condotta degli uomini e il fine
del loro agire: sono l’etica e la politica. L’etica è subordinata alla
politica poiché anche per Aristotele, come per Platone e il greco in
genere, la Città prevale sull’individuo e ciò che principalmente conta è
il bene della città. Ciò anche se è stato fatto notare che alla fine
dell’Etica Aristotele sembrerebbe effettivamente aver capovolto le cose
assegnando un primato all’individuo.
Il Bene è ciò a cui ogni cosa tende (inizio
dell’Etica Nicomachea), tutti i fini intermedi sono in funzione di un
fine ultimo e supremo, il Bene supremo.
Questo bene supremo è per tutti gli uomini l’eudaimonìa,
cioè la felicità.
Essa non va confusa con il piacere e il godimento che
rendono la vita da schiavi, neppure con l’onore, così ricercato dagli
uomini politici, peggio ancora con le ricchezze. Questo bene non è
l’Idea del Bene di Platone perché irraggiungibile in quanto separata
dall’uomo.
Si deve trattare di un Bene immanente, attuabile
dall’uomo, la felicità allora la si raggiunge quando l’uomo fa ciò che
gli è proprio, fa uso di ragione: una vita attiva propria di un
essere razionale, l’attività dell’anima secondo ragione compiuta
secondo il bene e il bello. Dunque il bene proprio dell’uomo è
l’attività dell’anima secondo virtù (Etica Nicomachea).
Così Aristotele è con Socrate e Platone nel sostenere
che l’essenza dell’uomo sta nell’anima, nella parte razionale
dell’anima, nell’Intelletto.
Dunque i veri beni dell’uomo sono quelli spirituali,
la socratica cura dell’anima è anche di Aristotele!
Comunque Aristotele per buon senso ammette anche i
piaceri del corpo, sia pure secondariamente, il piacere corona la vita
virtuosa: non può essere del tutto felice chi è brutto di forma, di
oscura nascita, solo e senza figli. Sembra che la felicità richieda
anche un tale benessere esteriore (Etica Nicomachea).
Dall’anima si ricavano le virtù. Le virtù sono quelle
in cui entra l’attività di ragione, perciò la parte vegetativa non ne
ha, mentre ne ha quella sensitiva quando opera per la moderazione,
moderando istinti e impulsi (virtù etica) e soprattutto la parte
razionale (virtù dianoetiche).
Le virtù etiche derivano a noi dall’abitudine,
compiendo atti di giustizia siamo giusti, atti di coraggio siamo
coraggiosi. Qui la virtù consiste nel giusto mezzo, nell’evitare sempre
l’eccesso o il difetto, ed è un qualcosa di soggettivo, diverso da ogni
uomo (ciò che è giusto mezzo per uno non è detto lo sia per una altro).
Questo giusto mezzo riguarda sentimenti, passioni e azioni (timore,
ardire, desiderio ira. In tutte ci vuole il giusto mezzo).
Il coraggio è il giusto mezzo tra la temerarietà e la
viltà, la temperanza tra intemperanza e la dissolutezza, la liberalità
tra l’avarizia e la prodigalità.
Un elenco di vizi e virtù è presente nell’Etica
Eudemia (pagg. 501-502).
La giustizia è la virtù etica più importante.
Nella giustizia è insieme compresa ogni virtù (Etica Nicomachea).
Sopra le etiche vi sono le virtù dianoetiche (=della
ragione), le virtù della parte più elevata dell’anima, l’anima
razionale.
L’anima razionale è divisa in due. Una parte conosce
le cose contingenti e variabili, un’altra quelle necessarie e
immutabili. Virtù della prima è la saggezza, quella della seconda è la
sapienza.
La saggezza dirige la vita dell’uomo, indica i mezzi
necessari per raggiungere i veri fini senza indicarli perché questo
spetta alla virtù etica: la virtù (etica) rende retto lo
scopo, mentre la saggezza rende retti i mezzi (Etica Nicomachea).
Del resto la retta ragione che consente di cogliere il giusto mezzo è
proprio quella dell’uomo saggio. Così la saggezza è la ragione
necessaria (ma non sufficiente) delle virtù etiche e le unifica.
La sapienza è più alta della saggezza, essa riguarda
ciò che è al di sopra dell’uomo. Essa corrisponde alla conoscenza delle
scienze teoretiche, soprattutto la metafisica.
Vertice della felicità è il vertice dell’uso di
intelletto, la contemplazione intellettiva, dell’intelletto che è un
qualcosa di divino.
Al secondo posto la vita secondo le virtù etiche che
daranno però una felicità umana, mentre la felicità contemplativa fa
andare oltre l’umano, tangenti al divino, questo riferimento al divino,
a Dio è il guadagno della riflessione aristotelica che è comunque nel
solco di tutta la tradizione filosofica greca precedente.
Aristotele, come la cultura greca, dà ampio risalto
al tema dell’amicizia.
Vi sono tre tipi di amicizia a secondo che si cerchi
nell’altro l’utile, il piacevole, il buono. Quelle basate sull’utile e
il piacevole sono finalizzate a sé, sono accidentali, caduche,
l’amicizia perfetta è quella dei buoni, autentici amici, amici per ciò
che si è, non per ciò che si dà (Etica Nicomachea). La vera amicizia si
ha allora tra uomini virtuosi. Non siamo però ancora al livello di una
amicizia come dono di sé all’altro. Anche nel terzo tipo di amicizia vi
è infatti una dimensione egoistica, si ama l'altro per il bene che dà (è
un dare e avere).
Insomma per Aristotele prima di tutto si è amici di
se stessi, ma quando l’egoismo è riferito alle cose superiori è cosa
buona, da biasimare è l’egoismo per le cose inferiori, la ricchezza, il
potere etc.
Comunque l’ uomo felice non è il beato isolato, egli,
che è animale sociale, ha bisogno di amici! (Etica Nicomachea).
Il piacere è per Aristotele una attività in ogni
momento perfetta, accompagna e perfeziona ogni attività. Quando le
nostre attività realizzano il loro scopo costituiscono un qualcosa di
positivo e il piacere che provocano è come una risonanza di ciò. Perciò
è del tutto naturale l’aspirazione al piacere. Però come ci sono
attività sconvenienti, vi sono anche piaceri sconvenienti. Sarà l’uomo
virtuoso a stabilire quali piaceri siano convenienti e quali no. Egli sa
bene però quali siano le attività migliori, quelle teoretiche, lì si
otterrà allora il vero e buono piacere.
Aristotele tenta di superare l’interpretazione
intellettualistica di Socrate e Platone dell’atto morale. Un conto è
conoscere il bene e un conto farlo! Distingueva tra azioni volontarie ed
involontarie (quelle compiute forzatamente o per ignoranza). Sono però
volontarie quelle dettate dall’ira e dal desiderio, quelle spontanee dei
bambini e degli animali. Gli atti umani sono poi dovuti ad una scelta
(deliberazione) che riguarda i mezzi dell’agire (non i fini, ambito
della volontà).
Nell’agire morale si deve prima di tutto volere il
bene, questo è il fine da conseguire. Per il virtuoso il bene che cerca
è effettivamente tale, ma per il vizioso il bene che cerca è apparenza
di bene. Spesso c’è l’inganno del piacere che fa sembrar bene ciò che
bene non è.
In realtà Aristotele non ha saputo determinare la
vera natura della volontà e del libero arbitrio, ci è girato attorno. Ci
vorrà il Cristianesimo.
2. LA POLITICA
Lo stato è superiore all’individuo, benché il bene
dei due derivi per entrambi dalla virtù, in quanto l’uomo si realizza
nei suoi rapporti sociali, non vive da solo. La prima comunità è la
famiglia, poi il villaggio, poi lo stato che garantisce una vita morale
in quanto emana le leggi. Così solo lo stato consente all’individuo di
vivere secondo ciò che è oggettivamente buono (Politica).
Perciò lo stato è naturalmente necessario per la
realizzazione dell’individuo: Chi non può far parte di una comunità o
è una belva o è un Dio (Politica).
Si tratta della più alta esaltazione dello stato.
Per la famiglia l’operaio e lo schiavo sono
indispensabili. Aristotele difende la naturalità della schiavitù,
segnato com’era dalle convinzioni del suo tempo: gli uomini su cui
prevale l