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E’ quella che può essere
considerata la capostipite della tipologia di abitazione
romana che poi si evolse in tutte le sue diverse
architetture.
Tali diverse condizioni
abitative si svilupparono, però, nel corso dei secoli,
poiché la primitiva tipologia dell’antica casa italica,
formata da un solo atrium circondato da poche
stanze con un giardinetto posteriore, presenta
caratteristiche comuni a tutte le abitazioni costruite
in antichità dai Quiriti, a prescindere dalla classe
sociale.
Solo più tardi e ad imitazione di quella
greca, la domus italica si sviluppò in senso
orizzontale fino ad assumere, con l’aggiunta di nuovi e
più comodi ambienti, l’aspetto della tipica casa
signorile; domus romana o semplicemente
domus.
La Domus
Occupata di solito da
un’unica famiglia, era la casa urbana delle persone
più benestanti. Generalmente costituita dal solo
pianterreno, mancava di un prospetto esterno poiché
sul lato della strada non si aprivano né finestre né
balconi. Gli ambienti erano numerosi e destinati
ognuno ad un uso preciso.
L’ostium era
l’ingresso principale attraverso il quale si
accedeva ad un corridoio detto vestibulum a
metà del quale si apriva la vera e propria porta di
casa; ianua. A un lato dell’ostium si
trovava la stanza del portinaio; cella ostiarii,
oppure alcune botteghe; tabernae, che erano
comunicanti con la casa e si aprivano su strada. Il
vestibulum delle case più ricche era molto
vasto ed ornato di colonne e di statue. Quello era
il luogo preposto ad accogliere i clientes
per la salutatio matutina in cambio della
quale ricevevano un invito a pranzo o la borsa delle
vivande, la sportula. La ianua era
formata da una soglia; limen, dagli stipiti;
postes, sui quali era posato una architrave
di marmo; epistylium, sotto al quale si
apriva la porta; fores, a due ante; valvae.
Da qui si entrava in un altro corridoio; fauces,
che conduceva nella stanza principale della
casa; l’atrium. Oltre a quest’ingresso ce
n’era uno di servizio; posticum, che da un
vicolo laterale alla casa accedeva direttamente al
peristylium. Nell’atrium, di fronte
all’entrata, era sistemato il lectus genialis,
in ricordo dei tempi in cui quest’ambiente era
considerato il cuore della casa perché vi si
accendeva il focolare domestico ed era insieme
stanza da lavoro, di ricevimento e camera nuziale.
Con lo sviluppo degli ambienti posteriori della
casa, l’atrio rimase un’anticamera grandiosa e
sontuosamente arredata dove erano conservate le
immagini di cera degli antenati; imagines, i
Lares, déi protettori della casa, in una
cappelletta detta lararium, la cassaforte
domestica; arca, e talvolta anche un ritratto
marmoreo del pater familias. Un tavolinetto
di marmo; cartibulum, addossato al muro
costituiva il ricordo dell’antico focolare.
L’atrio era
normalmente quadrato e al suo centro si trovava l’impluvium
dove erano raccolte le acque piovane da un apertura
del tetto; compluvium, inclinata verso
l’interno. Quest’acqua era poi convogliata in una
cisterna sotterranea.
Nella
parete dell’atrio direttamente di fronte
all’ingresso si apriva una grande stanza detta tablinum. Aveva gli angoli delle pareti foggiate
a pilastri e un’ampia finestra prospiciente il peristylium da cui riceveva luce ed aria. Questa
era la stanza-studio del padrone di casa dove erano
conservati gli archivi di famiglia.
Ai lati sinistro e
destro dell’atrio si aprivano le alae,
costituite da ambienti il cui uso era vario, ma
nella maggioranza dei casi erano destinate a stanze
da letto; cubicola.
Attraverso un
corridoio chiamato andron, dall’atrio si
raggiungeva al pristylium, la parte più
interna e spettacolare della casa. Esso consisteva
in un giardino in cui crescevano con ordine ed
armonia erbe e fiori, circondato su ogni lato da un
portico, generalmente a due piani, sostenuto da
colonne: lo arricchivano numerose opere d’arte e
ornamenti marmorei.
Nel peristilio si
aprivano due stanze grandi e lussuose: l’exhedra
e l’oecus. La prima era una grande stanza
affrescata utile per ricevimenti e cene; l’altra era
il triclinio più grande della casa dove si tenevano
i banchetti con gli ospiti di riguardo.
Anche i cubicola
padronali davano sul peristilio, erano più ampi
e luminosi di quelli che si trovavano nelle ali
dell’atrio ed erano decorati in un modo preciso: il
mosaico sul pavimento era bianco con semplici
ornamenti, le pitture alle pareti erano diverse per
stile e colore da quelle del resto della casa e il
soffitto sopra il letto era sempre a volta.
Nell’epoca imperiale, dopo esser venuti a contatto
con i più raffinati Greci, i Romani dotarono la casa
di una sala riservata esclusivamente al pranzo, ma
nei tempi più antichi si banchettava nell’atrio o
nel tablino.
La sala da pranzo
vera e propria; triclinum, era una stanza
vasta e sontuosa che dava sul peristilio ed era
fornita di letti triclinari su cui trovavano posto
tre persone (da qui il nome della sala) su ognuno,
sdraiate sul lato sinistro col gomito appoggiato ad
un cuscino; i letti erano chiamati tori o
triclinia.
Dalla sontuosità dei
banchetti si potrebbe pensare che la cucina; culina,
della casa fosse sullo stile di quelle
medievali, invece era il locale più piccolo e tetro
della casa; uno sgabuzzino occupato quasi tutto da
un focolare in muratura, invaso dal fumo che usciva
da un buco sul soffitto perché non c’era camino.
Annesso alla cucina c’era il balneus,
riservato alla famiglia padronale e le cellae
servorum.
La Villa
Nei possedimenti di
campagna i ricchi Romani, che in città abitavano la
domus, avevano di regola due edifici: la villa rustica e la
villa urbana.
La prima era una
fattoria costruita secondo precise esigenze
pratiche: vi erano due cortili; cohortes, uno
interno e l’altro esterno, in cui si trovavano le
vasche; piscinae, per abbeverare gli animali,
per lavare la lana, macerare il cuoio ed altri usi.
Intorno ad ogni
cortile sorgevano le stanze degli schiavi; cellae
familiares, una grande cucina, le stalle per
buoi; bubilia, e per i cavalli; equilia,
ed il pollaio;
gallinarium.
Rivolti a nord,
perché fossero sempre freschi e asciutti, c’erano i
granai; granaria, i seccatoi; horea, le stanze in cui era conservata la frutta;
oporothecae, e la cantina;
cella vinaria.
Annessa alla
costruzione c’era l’aia; area, intorno alla
quale sorgevano i capanni per la rimessa degli
attrezzi; plaustra.
La villa urbana,
che sorgeva nei paraggi, ma non necessariamente così
prossima alla rustica, era più sontuosa della
domus, poiché doveva offrire un soggiorno
piacevole e tranquillo. Vi sorgevano numerosi e
vasti porticati sostenuti da lunghe file di colonne
che garantivano lunghe passeggiate al coperto, sia a
piedi, che in lettiga, che a cavallo, nei giorni di
maltempo. Era dotata di triclini per l’estate,
aperti, e per l’inverno, al chiuso, e di camere per
il riposo diurno; cubicula diurna. C’era
anche una stanza da studio, una piscina per il
nuoto; piscina natatoria, e di un bagno
fornito di calidarium, tepidarium e frigidarium come le grandi terme pubbliche.
La villa era
circondata da un terreno in parte coltivato ad orto
ed in parte a giardino; hortus, con fiori,
piante rare, fontane, giochi d’acqua e statue.
Gli Horti
I giardini Romani non
assomigliavano assolutamente ai nostri. Pur essendo
grandi esperti delle bellezze di piante, fiori ed
arte da esterno, i Romani possedevano, per quanto
riguarda le piante, solo poche varietà, giacché la
selezione che ha portato alle odierne specie non era
ancora iniziata. Inoltre, i canoni estetici
dell’antichità erano sostanzialmente diversi dai
nostri; pur apprezzando l’opulenza di un giardino
perfetto, ma sterile; l’indole pratica romana
prevaleva anche su questo aspetto della villa,
facendo accostare alle piante ornamentali numerose
colture di alberi da frutta e di ortaggi. Ciò non
significa che il giardino di una villa patrizia
fosse una piantagione di cavoli o di altro. In
sostanza non c’era quella netta divisione che si
potrebbe avere oggi in campagna tra il giardino,
solitamente ameno alla casa, e l’orto propriamente
detto. Lo stesso nome, hortus, andava ad
indicare sia la coltivazione prettamente estetica,
che quella alimentarmene funzionale che erano
sviluppate nei pressi della villa.
Un esempio di specie
non presente, così come la conosciamo, nei giardini
latini è la rosa. La produzione delle numerose
varietà di rose che si conoscono avrà inizio dopo le
selezioni che avranno fatto i Persiani, svariati
secoli dopo la caduta dell’Impero d’Occidente.
Nell’epoca imperiale l’unica varietà di rosa era
quella che oggi chiamiamo “Canina”; una corolla con
pochi petali legata ancora alla sua origine
selvatica. I fiori di bordura erano gli stessi fiori
che crescevano spontaneamente nei campi e svariate
erano le qualità di piante selvatiche usate per
decorazione; more, mirti, oleandri…
Con una tale,
limitata, scelta delle varietà di specie, e dalla
quasi totale assenza di piante esotiche, il giardino
romano rischiava di apparire monotono ed uniforme.
Il gioco era quindi nello sfruttare questi mezzi di
partenza per creare qualcosa di piacevole. Gli
specialisti dell’ars topiaria cercavano di
rendere movimentato l'ambiente di un giardino
operando, non tanto con i colori, ma con la forma
delle piante. Erano quindi potate nelle più strane
forme e poste in modo da creare diverse sfumature
del verde del fogliame, dall’intensità del lauro,
all’argento dell’ulivo, alla compattezza dei
cipressi fino alla lucida superficie delle foglie di
pungitopo. Il resto veniva dagli alberi da frutta
che potevano vantare smaglianti fioriture, spesso
anche più incisive di quelle puramente ornamentali:
si pensi alla bianca fioritura del pesco; albero
importato dall’oriente da Lucullo insieme al
ciliegio ed ai locali peri e meli; le albicocche,
esotiche anche loro, furono importate dall’Armenia.
Un elemento
indispensabile al giardino dei Quiriti era l’acqua:
giochi di fontane e sculture creavano stupendi
ninfei, nelle cui acque era coltivato quel tipo di
pianta acquatica che chiamiamo proprio ninfea e che
esplode in coloratissime fioriture. Nicchie e
mosaici ornavano questi angoli, che nelle villae più
importanti raggiungevano dimensioni considerevoli
(Nel ninfeo della villa di Domiziano ad Albano
Laziale, sui colli Albani, è stata ricavata una
chiesa nel medioevo).
Piccoli ruscelli
percorrevano il prato in canaletti di marmo cui
erano attribuiti nomi egiziani,
euripi, canopi, nili.
Nel giardino era
essenziale che ci fossero anche animali; soprattutto
uccelli ornamentali: pavoni, colombe, ibis, aironi,
merli e passeri. Quelli rari erano tenuti in enormi
voliere all’interno delle quali passava spesso un
corso d’acqua. Nelle villae più raffinate, come
quella di Lucullo al Tuscolo, si ponevano dei
triclini all’interno delle voliere così che i
banchetti potessero essere consumati in un ambiente
rilassante e indicativo di agiatezza.
Molto più raramente,
ce ne sono nella villa di Lucullo al Tuscolo, nei
giardini erano presenti delle vasche di itticultura,
vere e proprie piscine dove erano allevati pesci
commestibili (anche di specie che noi oggi non
mangeremmo come le Murene) dei quali i Romani erano
ghiottissimi.
Come per le voliere,
una piattaforma era spesso posta al centro della
piscina per permettere di approntarci una mensa che
stupisse anche i commensali più dediti ai fasti.
Le Insulae
In stridente
contrasto con le splendide abitazioni signorili fin
qui descritte, la maggioranza del Popolo Romano
alloggiava in grandi casamenti a più piani che
sorgevano nei quartieri popolari.
Le insulae
erano sorte nel IV sec. a.C. dall’esigenza di
offrire alloggio, entro il ristretto territorio
dell’Vrbs, ad una popolazione in continuo aumento.
Nel periodo imperiale queste costruzioni superavano
il sesto piano di altezza, come la famosa insula
Felicles che si elevava su Roma come un
grattacielo.
Costruite spesso da
imprenditori privi di scrupoli che utilizzavano
materiali scadenti, amministrate da proprietari che
miravano ad ottenere il massimo profitto da affitti
esagerati, le insulae erano spesso preda di
incendi e i continui crolli che minacciavano la
sicurezza dei cittadini spinsero l’imperatore
Augusto a proibire ai privati di elevare costruzioni
sopra i 70 piedi (21m circa). Le insulae
avevano una pianta di circa 300 mq, ma con tali
sviluppi verticali sarebbero stati necessari almeno
800mq di base che assicurassero stabilità
all’edificio. Se si aggiunge che per i muri maestri
la legge non richiedeva uno spessore superiore a 45
cm, si può capire che il primo incubo di un
inquilino era vedersi crollare la casa addosso.
(vedere traduzione allegata)
Ciò avveniva con
tanta frequenza, che alcuni speculatori ne avevano
fatto la fonte principale dei propri redditi.
Crasso, ad esempio, era famoso per la rapidità con
cui accorreva sul luogo di un crollo offrendo allo
sfortunato proprietario dello stabile di comprarlo
lì stesso, a prezzo stracciato. Le sue squadre di
muratori, poi, lo ricostruivano in un batter
d’occhio utilizzandone le stesse macerie e la nuova
insula, ancora più traballante, era riaffittata a
prezzi maggiori.
L’insula
comprendeva, riuniti nei cenacula,
corrispondenti all’incirca ai nostri appartamenti,
numerosi locali piuttosto angusti, areati da
finestre che si affacciavano sulla strada, e non
destinati a un uso prefissato come quelli della
domus: spesso uno stesso locale fungeva da
stanza da pranzo e da letto.
Anche per le
insulae si poteva effettuare una
differenziazione in due categorie: nei palazzi più
prestigiosi il pianterreno costituiva un’unità
abitativa a disposizione di un singolo locatario e
assumeva l’aspetto e i vantaggi di una casa
signorile alla base dell’insula; nei palazzi
popolari il pianterreno era occupato da magazzini e
botteghe, tabernae, in cui gli inquilini non
solo lavoravano, ma vivevano e dormivano, poiché una
scala di legno univa la bottega ad un soppalco che
costituiva anche l’abitazione dei bottegai,
tabernarii.
Particolarmente grave
era il problema igienico perché tutti gli
appartamenti mancavano di condutture d’acqua e di
bagni: lo splendore degli acquedotti romani non deve
indurre a credere che nelle case private ci fosse
acqua corrente; a Roma, infatti, le reti idriche e
fognarie erano esclusivamente riservate all’uso
pubblico e tali rimasero. Solo le domus e le
case signorili al pianterreno delle insulae
potevano usufruire, dietro pagamento di un canone
molto alto, di un allacciamento privato. L’acqua
zampillava dalle fontane, entrava nelle terme e nei
gabinetti pubblici, ma non arrivava nei cenacula.
Va da se che non
essendoci acqua corrente, nelle case non c’erano
gabinetti nel senso moderno del termine; nelle
insulae ci si arrangiava lanciando da balconi e
finestre, che a differenza delle case signorili
abbondavano, ogni sorta di rifiuti nelle vie
sottostanti.
Noi abitiamo in una città,
che si regge in gran parte su fragili puntelli; infatti,
tramite questi il padrone di casa cerca di rimediare
alle mura pericolanti e quando ha ricoperto con della
calce la spaccatura di una vecchia crepa, invita a
dormire tranquilli anche sotto la minaccia di un crollo
improvviso. E’ meglio, quindi, vivere dove la notte non
scoppiano incendi e non c’è alcun pericolo. Il povero
Codro aveva un piccolo letto, sei orioli, un tavolo e,
sotto, una modesta coppa; una cesta vecchia conservava
dei libretti greci e topi ignoranti rodevano le divine
poesie. Niente possedeva dunque Codro, chi lo nega? E
tuttavia quel disgraziato ha perduto nell’incendio della
sua casa quel poco che aveva. Il colmo della sventura è
che nessuno gli darà cibo e ricovero e lui va, nudo,
chiedendo per carità un tozzo di pane. Se, però, crolla
il grande palazzo del ricco Persico, ecco le donne
sconvolte, i patrizi in lutto e il pretore rimanda le
udienze. In tal caso piangiamo la sventura della città e
malediciamo il fuoco. Ancora l’incendio è acceso e già
accorre chi dona marmo o partecipa alle spese; questi
porterà nude e candide statue, l’altro qualche
capolavoro di noto autore, questa ornamenti antichi di
dei asiatici, quello dà libri e scaffali e un busto di
Minerva, l’altro una quantità d’argento. E Persico, il
più ricco tra i senza figli, recupera più di quanto
abbia perduto e già è sospettato, a ragione, di aver
bruciato lui stesso la sua casa.
GIOVENALE (trad. S.
Bianchi)
Suppellex
Con questo unico
termine i Romani definivano tutto ciò che serviva
all’arredamento e che si riduceva in genere ai
letti, ai sedili, alle tavole e agli armadi, oltre
naturalmente a tutto ciò che serviva ad ornare la
casa come quadri, baldacchini, tende; velaria,
e altro. Sebbene quasi priva di mobili, la casa
romana era fornita di vari tipi di letto: per
dormire; lectus cubicularis, per studiare;
lectus lucubratorius, per pranzare; lectus
tricliniaris, su cui venivano messi materassi;
culcitae, e cuscini; cervicalia, pulvini.
Il letto era praticamente l’unico vero mobile buono
per tutti gli usi. I ricchi avevano letti di legno
prezioso o in bronzo, intarsiati d’avorio, di
tartaruga oppure di legni diversi che davano effetti
cangianti simili a quelli delle piume del pavone; i
poveri avevano letti in muratura addossati alla
parete e coperti da un pagliericcio. Esistevano
letti ad uno, due e tre posti per i banchetti e
durante l’impero chi voleva ostentare un lusso
particolare ne ordinava a sei posti.
I sedili erano di tre
tipi: scamnum o subsellium, semplici
sgabelli a quattro gambe, la sella senza
spalliera, ma con i braccioli e la cathedra
con una spalliera lunga ed arcuata, destinata
generalmente alle donne o a maestri e sacerdoti. Il
seggiolone; thronus, con schienale e
braccioli era riservato alle statue degli dei.
Completavano il quadro i tavolini a tre gambe o ad
una gamba sola con largo piedistallo. Le tavole per
l’esposizione del vasellame durante il banchetto
erano chiamate abaci, mentre le mensae
venivano poste presso il letto triclinare perché i
commensali potessero appoggiarvi le stoviglie:
avevano una, tre o quattro gambe e il materiale di
fattura variava dal semplice legno al prezioso
avorio.
Gli armadi;
armaria, appoggiati a terra o appesi al muro,
avevano approssimativamente la forma dei nostri.
L’arca era bassa, di materiale pesante e
ornata di borchie di bronzo; conteneva il patrimonio
liquido della casa.
Nelle case di lusso,
il resto dell’arredamento era costituito da tappeti,
coperte, trapunte, cuscini e soprattutto da ogni
sorta di oggetti preziosi: vasellame d’oro e
d’argento, statue e ninnoli di ogni genere. La
dimora di un senatore, ad esempio, era in sostanza
una serie di grandi stanze nude, in cui la ricchezza
era testimoniata dalla profusione delle stoffe e dei
soprammobili rari, ma dove mancava tutto quel genere
di comodità con cui oggi noi identifichiamo il
benessere.
L’illuminazione
Le case romane erano
piuttosto buie anche di giorno per il ridotto numero
di finestre e per la scarsa diffusione dei vetri
alle finestre, sebbene durante l’impero il lapis
specularis fosse impiegato talvolta dalle
famiglie agiate per chiudere l’alcova della stanza
da letto o per sostituire le tende alla portantina.
Perciò le aperture che davano luce e aria alla casa
funzionavano bene solo quando il clima era mite. Col
freddo, o ci si ammalava per vedere o si sbarrava
tutto con pesanti tende di pelle e imposte di legno,
a patto però di togliere luce completamente alla
casa. Candele e torce risolvevano alla meglio il
problema. La casa era solitamente illuminata con
lampade ad olio; lucernae, o candelae
diverse dalle nostre, formate da cordicelle,
ricoperte di sostanze grasse o cera, che venivano
intrecciate come funi e fissate a candelabri detti
lychni.
Per spostarsi
all’interno degli ambienti si faceva luce con la
lanterna a mano; lanterna, retta da uno
schiavo adibito a questa mansione; lanternarius,
e formata da un lume a olio protetto da sottili
pareti di mica.
Le fiaccole di legno
resinoso dette taedae erano invece usate in
occasioni importanti come matrimoni o funerali.
Toponomastica
delle vie
Indicare l’ubicazione
di un’abitazione costituiva un grosso problema; per
l’assenza di nomi alle strade e la totale mancanza
di numerazione civica alle case. Per fornire un
indirizzo era perciò necessario ricorrere ad
indicazioni quasi tutte approssimative, causa spesso
di equivoci, errori e perdite di tempo. A meno della
remota ipotesi che la propria casa fosse un edificio
particolarmente noto: il Palazzo Imperiale…l’Insula
Felicles. Un secondo caso, anch'esso non molto
diffuso, era che la propria via di residenza fosse
una delle poche alle quali, anche se in maniera non
ufficiale, era stato tributato un nome: la via
Sacra, la via Salaria, una via Consolare…; nome che
derivava dall’uso che se ne faceva, da dove
proveniva o da chi l’aveva fatta costruire.
BIBLIOGRAFIA:
FLOCHINI, GUIDOTTI BACCI
“Il Nuovo Libro degli Autori” Bompiani 1993
CALVANI, GIARDINA “Storia Antica–Roma“ Laterza 1992
BRANCATI “I Popoli
Antichi 2” La nuova Italia 1988
MONTANELLI “Storia di
Roma” Rizzoli 1991
COMASTRI MONTANARI “Cave
Canem” Hobby & Work 1999
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