Gli uomini (e le donne) di Camorra non
sono i nababbi che ci si potrebbe immaginare:
vivono tra oggetti di lusso ma in case
fatiscenti, braccati da nemici e
forze dell’ordine, prigionieri nei propri
rioni. La loro invulnerabilità è fatta solo
di paura e omertà.
Stiamo parlando con l’agente alla
reception del Comando provinciale dei
carabinieri quando un gruppetto di donne
ci viene incontro. È da quando
siamo arrivati che parlano a voce alta con
il carabiniere, ma non siamo riusciti
ancora a capire il motivo per cui si
trovino lì. Entrano ed escono dalla
stanzetta d’attesa, come fossero a casa
propria. Per questo, in un primo momento,
pensiamo che siano delle impiegate del
posto. Il carabiniere le invita
poi a sedersi, in silenzio. Allora, forse,
sono lì per una denuncia.
«Siete giornalisti? Voi venite sempre qui
a Napoli per parlare delle cose brutte.
Le cose positive proprio non le volete
vedere!» si sfoga una di loro rivolgendosi
a noi con tono di sfida. Potrebbero essere
di qualche associazione di
volontariato. Potrebbero essere lì per
raccogliere fondi per qualche opera
buona. «Se è successo qualcosa di buono,
perché non ce lo raccontate?»
chiediamo ingenuamente. Ci basta poco per
capire che cose belle da raccontare
quelle donne non ne hanno. «Mio marito è
stato arrestato questa notte.
L’ho saputo dalla televisione. Nessuno ci
dice dove lo hanno portato.
Nell’arresto gli hanno spaccato una
spalla. E lui è malato. Ha bisogno delle
medicine per il rigetto, perché è un
trapiantato di fegato».
Nell’imbarazzo dell’agente di turno, le
donne ci fanno accomodare nel salottino
d’attesa del commissariato. «Dovete
raccontare dell’ingiustizia che stiamo subendo.
Nessuno ci vuol dire dov’è mio marito.
L’abbiamo chiesto alla polizia e ci
hanno mandato qui, dai carabinieri. Ora ci
vogliono mandare di nuovo dalla
polizia. E intanto mio marito rischia di
morire. Nessuno si preoccupa di fargli
avere le medicine salva-vita di cui ha
immediatamente bisogno».
Fine della vacanza
Basta il nome dell’arrestato per capire
che il marito della donna non è vittima
di un’ingiustizia o di un errore
giudiziario. Ma forse, come ci aveva spiegato
Lorenzo Clemente, vedovo di Silvia Ruotolo,
lei è convinta che sia proprio così,
che tutto quello che ha fatto il marito
sia stato per il bene della famiglia, degli
altri membri del clan e di tutta la gente
onesta a cui dava da vivere con le
imprese "pulite" avviate con i proventi
delle attività camorristiche.
Vincenzo Mazzarella, "Vincenzo ’o pazzo",
marito della signora che siede al
nostro fianco nella stanzetta d’attesa dei
carabinieri, è un uomo di spicco
qui a Napoli, capo del clan che porta il
suo nome e del cartello camorristico
Mazzarella-Misso (che opera nei rioni
Forcella, Maddalena e in altri del centro
storico e a San Giovanni a Teduccio)
contrapposto all’Alleanza di
Secondigliano. A 48 anni, oltre ad essere
stato il mandante di numerosi
omicidi contro il clan avversario di Paolo
di Lauro (in questo periodo interessato
anche da una faida interna per opera degli
"scissionisti"), controlla
tra l’altro il giro delle scommesse
clandestine, che in due anni gli hanno
fruttato circa 10 miliardi di euro.
Vincenzo ’o pazzo era latitante da
novembre, quando i magistrati avevano emesso
un ordine di arresto internazionale nei
suoi confronti per associazione di stampo
mafioso, riciclaggio e altri reati. È
stato arrestato nel parco di EuroDisney dalla
polizia francese in un’operazione in
collaborazione con la Dda (Direzione distrettuale
antimafia) napoletana e con la squadra
mobile di Caserta e di Napoli.
Vincenzo godeva di regime di libertà
vigilata al quale si è sottratto «quasi certamente
grazie a compiacenti rapporti collusivi»,
scrive il procuratore aggiunto
Felice Di Persia, coordinatore della Dda
napoletana, «verosimilmente avvertito
che, il 2 novembre, stava per essere
emessa dal Tribunale di sorveglianza di
Napoli la misura di sicurezza
dell’assegnazione ad una casa agricola».
Parenti serpenti
Le donne di Camorra vogliono il nostro
numero di telefono, vogliono darci
il loro di casa, a Forcella. «Abbiamo
tante cose da dire, la nostra versione dei
fatti» ci dicono prima di uscire per
tornare dalla polizia nella speranza di ottenere
notizie del loro eroe catturato. Non si
vorranno invece più fare sentire
da noi. Forse il nostro mensile non è
adatto allo scopo. Forse semplicemente
hanno trovato altri canali per far
arrivare a Vincenzo i loro messaggi.
A noi invece sarebbe piaciuto capire di
più chi sono le donne di Camorra
che insultano e sputano sulle forze
dell’ordine. Ci sarebbe piaciuto vedere
com’è la loro vita, cosa c’è dietro quell’arroganza
che le fa scendere in piazza
a protestare in massa quando i loro mariti
vengono arrestati per crimini orrendi.
Ma forse nelle loro case non c’è altro che
un gran vuoto. Vuoto di cultura
e di valori. Assenza totale della visione
di un’alternativa a quanto credono
essere la migliore vita vivibile e che
invece è un inferno.
«Mia madre è partita» ci dice una voce al
telefono quando cerchiamo la signora
Mazzarella per quell’appuntamento a cui
sembrava tenere tanto. Forse
a rispondere è quella figlia di Vincenzo
che ha sposato l’erede di un altro capo
clan del quartiere di Forcella, un
Giuliano, parente di quel Salvatore che
si è fatto scudo con la piccola Annalisa
Durante.
Gabbie semi-dorate
Sono questi gli "uomini d’onore" della
Camorra visti da vicino. Uomini che
se la fanno sotto e si nascondono dietro
una ragazzina.
Si sarebbe portati a immaginare che, con
tutta la loro ricchezza, si permettano
una vita da nababbi. Invece la maggior
parte di loro è in carcere o latitante.
Ma persino quando godono della libertà, la
loro vita si svolge all’interno
di un carcere che è il loro quartiere, dal
quale non escono per non correre il
rischio di essere uccisi dai sicari degli
altri clan. Quelle madri che protestano
contro la polizia accettano la logica del
clan: che il proprio bambino possa
venire crivellato dai colpi di un sicario
senza troppi scrupoli. Basterà poi una
vendetta per lenire il dolore.
«I maggiori boss della Camorra sono tutti
in carcere» ci spiega Aldo
Policastro, magistrato impegnato nelle
indagini sul crimine organizzato, «e
molte delle loro mogli fanno le donne di
servizio, vanno a lavare i pavimenti.
La vita di un capo clan e della sua
famiglia si svolge dentro un ghetto.
Nessuno di loro, come invece capita ai
capi siciliani, si permette vacanze a
Montecarlo, ville in Sardegna, viaggi in
America o nei paradisi tropicali.
Nessuno di loro manda i figli a studiare
all’estero. I figli dei camorristi sono
sempre più spesso analfabeti. Nessuno si
gode davvero la vita. Al massimo si
permettono di arredare con lusso le
proprie case, che comunque da fuori
sono fatiscenti. Nelle case dei capi
Camorra ci sono televisori al plasma,
frigoriferi a tre ante, enormi vasche per
l’idromassaggio. Solo qualcuno di
loro ha la villa sul mare, ma solo nella
sua area di competenza, magari a
Sorrento. Vale la pena di chiedersi: "Chi
si gode davvero gli ingenti introiti
dei loro business?". Sono soprattutto gli
imprenditori "onesti" finanziati
dalla Camorra, i colletti bianchi,
avvocati, commercialisti che mettono in
piedi le imprese pulite con le quali i
camorristi investono i proventi ricavati
dall’illegalità. Nelle mani di queste
persone perbene il denaro non puzza più
di morte».
Movimento tra le macerie
«La Camorra si propone come uno Stato
nello Stato» prosegue Policastro.
«Non c’è quartiere di Napoli e della
provincia che non abbia il suo clan di
riferimento. Qualsiasi attività lecita
svolta da persone normali ha un suo
corrispettivo nelle mani della Camorra.
Dai piccoli ai grandi business c’è
sempre un clan che controlla il settore.
Sono ben radicati anche nel business
musicale: finanziano i dischi ai neo
melodici napoletani, alcuni di grande
successo. Prima i commercianti pensavano
che bastasse pagare il pizzo per
stare sicuri e poter gestire senza altri
rischi la propria attività. Ora cominciano
a rendersi conto che la Camorra sta
soffocando le loro attività. Come
possono sostenere la concorrenza di chi ha
accesso a ingenti quantitativi di
soldi da riciclare? È concorrenza sleale.
La Camorra può proporsi negli appalti,
in qualsiasi settore, a prezzi che nessuna
impresa onesta può offrire.
A Napoli, in piena crisi economica, girano
tanti soldi. Il costo delle case è
salito alle stelle. La gente è disoccupata
o ha lavori precari. Eppure il mercato
immobiliare tira. Chi compra, con quali
soldi? Può investire denaro solo
chi ne ha. In questo periodo i clan stanno
investendo nel settore movimento-
terra e nell’intermediazione commerciale,
nella grande distribuzione.
Sono settori in cui non serve un grande
know how, come per mettere in piedi
una fabbrica. Stanno arrivando anche al
Sud i grossi centri commerciali.
Con dieci anni di ritardo rispetto al Nord
Italia. Ma perché proprio adesso
che tutto sembra morire? Proprio adesso
che Napoli va alla deriva, diventa
sempre più marginale in tutti i settori,
con una squadra di calcio, amata e
con una tradizione alle spalle, in serie
C, senza più nemmeno una banca sua,
perché il Banco di Napoli, tra i più
antichi d’Italia, è stato comprato dal San
Paolo di Torino».
Potere orizzontale
Aldo Policastro ci spiega la differenza
tra la Camorra e Cosa Nostra. «Cosa
Nostra ha una struttura verticistica. C’è
un boss che detiene il potere e il
controllo sugli altri, che propone le
strategie, che decide la politica e il comportamento
da tenere. La Camorra è composta da tanti
capo clan, nessuno
in realtà con un potere sugli altri. È
dagli anni Ottanta, con la sconfitta di
Raffaele Cutolo, che grazie alle coperture
politiche aveva affermato la sua
egemonia, che non esiste più, come per
altro non era mai esistita prima, una
cupola camorristica. Ogni clan si limita
al controllo dei suoi rioni di competenza,
senza mai invadere il territorio di altri.
A volte fanno alleanze che poi
si spaccano. A volte si fanno degli sgarri
o delle "guerre" per definire le aree
di competenza. Ma non si può mai parlare
di scalata per il comando generale.
Non si può nemmeno parlare di legami tra
la Camorra e la politica. Vi
sono clan camorristici che stringono
alleanze con Cosa Nostra. Ma in questo
caso è la seconda a dettare le regole del
gioco».
Giganti d’argilla?
Tommaso Buscetta definiva la Camorra «un
clan di quattro bastardi e balordi
che spadroneggia sui poveracci». Forse, è
pericolosa proprio per questo.
Perché le vite dei suoi uomini, anche
quelli dei suoi vertici, sono tutte "a
perdere". Per quattro soldi si spara e si
muore. Senza rimorsi, senza rimpianti.
Senza progetti per il futuro. Si accumula
denaro e si diventa potenti come
giganti dai piedi di terracotta. Spietati
come pochi, ma anche fragili. Così ci
appare la Camorra vista da vicino. Ci
sembra che possa bastare una spinta
un po’ più decisa per mandare tutto in
frantumi. Ma perché, allora, non
succede?
«Ce lo chiediamo spesso anche noi» dice
Aldo Policastro. «È forse soltanto
una questione di atmosfera. Negli anni dal
1994 al 1997 la Camorra forse
ammazzava di più, ma si era creato un
clima di speranza, c’era la consapevolezza
di potercela fare a sgominarla. Mai come
allora ai cittadini era stata offerta
una prospettiva. Ora si è persa la
speranza. C’è una mancanza di attenzione
al Meridione. Non c’è alcuna politica di
sostegno alle fasce più deboli.
Se l’Italia tutta è in crisi, qui la si
sente di più. Gli omicidi a catena di questo
ultimo periodo hanno rimesso Napoli sulle
prime pagine dei giornali.
Anche gli arresti in massa di camorristi
degli ultimi giorni, in seguito ai delitti,
hanno destato sospetto tra la popolazione.
Gli arrestati erano tutte persone
già note alla polizia. La gente si è
chiesta: "Ma perché non li avete presi
prima, perché li avete lasciati
scorrazzare impunemente?". Gli arresti sono
sembrati una mossa pubblicitaria per la
politica e non la dimostrazione di
una seria volontà da parte delle forze
dell’ordine. Quando si parla di omertà
da parte dei cittadini onesti spesso non
si dice che un padre di famiglia ha
paura di andare a fare una denuncia perché
non si fida della polizia, teme
che il suo nome venga in qualche modo reso
pubblico e così finisca sulla lista
delle persone da punire. Il cittadino
onesto sa che spesso può andarci di
mezzo la sua famiglia».
Fa più rumore un albero che cade...
Aldo Policastro dal vecchio tribunale ci
accompagna al nuovo Centro direzionale,
non lontano dal carcere di Poggioreale.
«Spostare il palazzo di giustizia
– dice – è stato indubbiamente positivo.
Il territorio del Castel
Capuano, nel quartiere Forcella, era
controllato dai clan che facilmente potevano
insidiare i loro uomini dentro al
tribunale. Ora per loro è più difficile
avere accesso agli uffici dei giudici che
indagano, alle aule.
Per fortuna a Napoli sta succedendo anche
qualcosa di positivo, come la nascita
e il consolidamento di associazioni
antiusura, del consorzio per la gestione
dei beni confiscati, le attività dei
maestri di strada, come Marco Rossi
Doria, che cercano di offrire un futuro
diverso ai bambini. A Napoli stanno
prendendo avvio una serie di attività per
il recupero del territorio. E poi ci
sono loro, le persone perbene che abitano
nei quartieri degradati. A loro si
dovrebbe dire: "Lei sta a Scampia e non
delinque? Allora le dobbiamo dare
una medaglia". Sono tante le persone che
meriterebbero dei riconoscimenti.
Forse il punto è soprattutto questo: non
lasciarle sole».
I QUARTIERI GENERALI DELLA MALA
Scampia e Secondigliano, zone off limits
presidiate dai clan, capitali di spaccio
di droga e delinquenza. Qui non succede
nulla senza che il boss di turno ne sia
informato. I cittadini tacciono,
rassegnati. Qualcuno però si rimbocca le
maniche...
Camminare per Napoli a piedi è come
percorrere le tappe di una via Crucis.
Non c’è quartiere che non abbia la sua
vittima innocente di Camorra o di una
delinquenza senza senso.
A Mergellina è stato accoltellato
Francesco Estatico, 18 anni. Era un sabato sera
e pare che il sedicenne che lo ha ucciso,
incensurato, garzone di bottega, abbia
detto che aveva guardato con troppa
insistenza la sua fidanzatina. In Corso
Umberto, Claudio Taglialatela, 22 anni, ex
ausiliario dei carabinieri, è stato
ucciso per un cellulare. Il suo assassino,
Arturo Raina, è stato poi trovato impiccato
con un lenzuolo nella sua cella a
Poggioreale. Paolino Avella morì cadendo
dal motorino a San Sebastiano al Vesuvio,
alla periferia di Napoli. Stava
scappando dagli aggressori che volevano
rubargli lo scooter. A Forcella è caduta
Annalisa Durante, al Vomero Silvia Ruotolo.
Gigi Sequino e Paolo Castaldi
muoiono nel quartiere Pianura, freddati
perchè scambiati per sicari di un clan
opposto. Fabio de Pandi, 11 anni sta
tornando a casa con la sorellina al rione
Traiano. Anche lui capita nel mezzo di un
regolamento di conti tra due clan
rivali. Un proiettile lo raggiunge alla
schiena e lo uccide. E poi c’è Nunzio
Pandolfi, due anni, assassinato con il
padre Gennaro, pregiudicato, in un appartamento
del rione Sanità.
È nel corso del suo funerale che il
parroco don Cesare Rapullino lancia un’esortazione
ai fedeli: "Fujetevenne". Fuggite via.
Luigino Cangiano, dieci anni, sta giocando
con gli amici nei pressi della stazione
centrale quando la polizia e degli
spacciatori si fronteggiano a fuoco.
Un proiettile lo fredda. Maurizio Estate
venne ucciso nel rione Chiaia per
aver tentato di impedire che un passante
venisse rapinato. Ma la lista potrebbe
continuare.
Ricordiamo, tra gli altri, Giancarlo
Siani, il giovane collaboratore del
«Mattino» alla cui memoria dedichiamo la
rivista su cui scriviamo, ucciso
sulla salita che ora porta il suo nome per
aver scritto un articolo di troppo
contro la Camorra.
Non è certo una città normale questa
Napoli che si abitua a vedere morire
tanti innocenti. «Ma ora i clan più
potenti non stanno in città, sono in periferia,
provincia» ci dicono in molti. Il male è
sempre altrove. E qualcosa
staccato da noi, che non ci appartiene.
A.A.A istituzioni cercansi
«Volete andare a Secondigliano e Scampia?
Siete matti, noi di Napoli non
sappiamo nemmeno dove stanno». Quei
quartieri sono l’altrove per ogni
napoletano del centro e degli altri rioni.
È proprio questo che in un incontro
in una scuola non lontana dalle famigerate
Vele ha chiesto una ragazza al
sindaco Rosa Russo Iervolino: «Ma noi non
siamo napoletani?».
Scampia e Secondigliano andrebbero
presidiati giorno e notte da tutti i napoletani,
per non lasciare sola a combattere contro
la Camorra la gente che
lì abita.
Secondigliano è molto diverso da Scampia.
«Fino a metà degli anni Ottanta
era una fucina di attività. C’era la Banca
popolare di Secondigliano, c’erano
circoli culturali e sportivi, imprese
artigianali per la lavorazione del baco da
seta e del cuoio, mulini e pastifici.
C’erano un giornalino locale, cinque cinematografi
e un teatro, c’erano locali dove i giovani
potevano fare musica e
mettere in piedi gruppi. Anche io avevo la
mia rock band. Ora non c’è più
niente, si è persa l’identità. Si è voluto
che tutto morisse, così quel vuoto è
stato riempito da altri, i clan che si
sono impossessati del territorio», spiega
Emilio Lupo, psichiatra che si dà un gran
da fare per ridare anche attraverso
il suo lavoro un’anima e una coscienza
alla Napoli più degradata. «Ora si sta
cercando di recuperare terreno. Alcune
associazioni stanno tentando di rimettere
in piedi qualche iniziativa che lanci un
segnale positivo al quartiere.
Mi sembra però che manchi quel
coordinamento, quella visione che può
partire solo dalle istituzioni e dalla
politica. Non serve costruire una scuola
nuova se poi non si investe nelle attività
che si fanno dentro, non si mettono
nei posti degradati insegnanti in grado di
portare avanti dei programmi di
lavoro efficaci. È più importante quello
che si fa in una scuola, il tempo pieno,
le attività extra scolastiche, che
costruire una cattedrale nel deserto per
poi abbandonarla a se stessa. Il disagio a
Napoli è diffuso. Non appartiene
né ad una classe sociale né ad un rione. A
volte il problema Napoli si affronta
con troppi salamelecchi. Qui è necessario
schierarsi, in maniera chiara.
Non bisogna semplificare una realtà che è
complicata. Napoli nel suo complesso
è un grande scrigno con centinaia di
associazioni che lavorano bene
sul territorio, a volte rischiando anche
la pelle. Ma hanno bisogno delle istituzioni
che le valorizzino nel loro complesso. Non
è una questione di soldi.
Ci vuole soprattutto la volontà di
affrontare il "problema Napoli" nella sua
globalità, con serietà e senza cercare
successi effimeri per conquistare qualche
voto elettorale».
Premiato sulla carta
Corso Secondigliano conduce fino al suo
carcere, un’imponente struttura in
cemento armato alla sua estremità nord. Ed
è proprio il carcere che segna il
limite di Scampia, noto come il quartiere
167, dal numero della legge sull’edilizia
popolare in base alla quale è nato. Forse
sarebbe stato meglio un aborto
terapeutico, perché questo rione è un
brutto ghetto che assomiglia troppo
al carcere che ha di fronte. Nessuno ci
vuole portare a visitare le Vele e così
passiamo in macchina di fronte alla
peggiore di tutte, quella rossa. Le Vele –
costruite dall’architetto Franz di Salvo,
che continua ad avere riconoscimenti
da altri architetti che hanno visto questo
obbrobrio solo sul plastico – negli
anni Settanta, quando furono costruite,
erano sette. Recentemente
(1998, 2000) due di esse sono state
abbattute, dopo che è stato ufficialmente
riconosciuto da vari esperti che «così
come si presentano gli edifici non rispondono
ai basilari principi di abitabilità»
(relazione di Uberto Siola, del
dipartimento di progettazione urbana della
facoltà di architettura dell’università
di Napoli). Le Vele sono il simbolo di
quello che non andrebbe mai
fatto: costruire mostri architettonici del
genere (non si riesce nemmeno a sapere
quante persone abitino a Scampia,
sicuramente oltre il doppio delle
43.980 censite nel 1991) in una zona ad
alto rischio camorristico, senza prevedere
alcun presidio del territorio da parte
delle forze dell’ordine (solo nel
1997 è stato aperto un commissariato di
polizia), senza avviare attività commerciali
(i primi mercati rionali sono stati
organizzati da un paio di anni),
senza presidi medici, farmacie, luoghi di
incontro, non può che rappresentare
un regalo prezioso per la Camorra.
Scampia è la centrale principale di
smercio di droga di tutta la provincia di
Napoli e di quelle limitrofe. Le Vele sono
il più grande supermarket italiano
di stupefacenti: eroina, cocaina, e anche
gli ultimi ritrovati della chimica. I
prezzi sono i migliori d’Italia.
Quelli che erano stati costruiti come box,
anche tre, quattro piani sottoterra,
sono diventati appartamenti che i più
miserabili hanno occupato. Anche i
ballatoi sono occupati da famiglie che non
saprebbero dove altrimenti andare.
Quasi il 14 per cento dei nuclei familiari
che abitano in questi palazzi abbandonati
al degrado è composto da più di sette
membri.
«Anche in quel degrado la maggior parte
della gente è perbene, lavora da
mattina a sera per portare del cibo in
tavola e sfamare i propri figli» ci spiega
Carlo Sagliocco, che per volontariato
allena ed è vicepresidente della scuola
di calcio di Scampia. In macchina ci porta
a visitare il suo quartiere.
«Guardatevi intorno. Sapete qual è la
domanda che vi dovete fare? Di cosa
ha bisogno un quartiere normale, dove
nasce un bambino normale? Bene
tutto quello di cui un quartiere ed un
bambino hanno bisogno non si trova
qui a Scampia. Scampia è abbandonata a se
stessa. Gli uomini della
Camorra qui sono solo un pugno, eppure
riescono a controllare quasi centomila
persone perbene. I padri e le madri non
hanno paura per se stessi, ma
per i loro bambini. Le minacce sono
continue. Noi qui sappiamo bene che
certe cose non le possiamo fare. Nessuno
ci protegge. Ma c’è tanta voglia di
legalità e di normalità. C’è tanta voglia
da parte della gente di riappropriarsi
del territorio».
Un calcio alla malavita
La scuola di calcio per i bambini di
Scampia, nel suo piccolo sta cercando di
fare qualcosa. Tra i 250 bambini iscritti
molti vengono dalle Vele, alcuni sono
figli di camorristi. Nel campetto di
calcio nessuno ha la pretesa di allenare
futuri campioni. La prima ambizione è
quella di divertire. C’è il ragazzino
obeso che forse non riuscirà mai a segnare
un goal. C’è quell’altro che ha un
tocco magico nei piedi. Ce ne sono tanti
altri che vengono qui perché è bello
ritrovarsi in uno spazio comune. No, la
scuola non allena campioni. Il
suo compito è molto più importante:
formare degli uomini. «Il nostro scopo
è proprio questo. Attraverso le regole di
un gioco insegnare il rispetto per
se stessi e per gli altri. Vogliamo far
capire che è bello vincere quando si gioca
con lealtà» spiega Tonino Scampia,
presidente della scuola. «I bambini sono
la cosa più bella di questo quartiere. Se
riesci a creare un dialogo con loro,
sono tutti uguali, non ci sono più figli
di boss o del clan e figli della gente
perbene. Vogliamo offrire a tutti
un’opportunità di vita normale. Se un
adolescente può scegliere, se gli si offre
un’alternativa alla strada alla pistola,
al coltello, alla delinquenza, sono
convinto che difficilmente seguirà la strada
della Camorra, anche se gliela segnalano i
suoi genitori. Il desiderio di
tutti è essere felici, non la morte».
Check point per entrare in casa
Anche a San Giovanni a Teduccio esistono
due realtà. Una è quella quasi
identica alle Vele di Scampia, il Bronx,
regno del clan dei Formicola, in via
Taverna del Ferro. L’altra sono le scuole
piene di attività e vita che stanno
proprio lì di fronte, la scuola
alberghiera e il liceo, che farebbero invidia anche
a studenti di Milano. E c’è poi anche il
parco Troisi dove Teresa De Sio e
Pierluigi Diaco hanno organizzato
l’antivigilia di Natale il concerto "Napoli
legale", con la partecipazione di numerosi
artisti, come Piero Pelù, gli
Almamegretta, Enzo Gragnaniello, Dori
Ghezzi, Peppe Barra, Mauro Pagani,
Sal Da Vinci, Bisca e molti altri ancora.
«Abbiamo voluto essere presenti in
questo quartiere problematico e
decentrato, ma che fino ad oggi è ancora una
sacca di resistenza contro la criminalità,
per dare un segno tangibile di vicinanza
a chi si batte contro il clan, alla
giovane popolazione napoletana, maggiormente
esposta al rischio di diventare serbatoio
di manovalanza per la Camorra
e per chiedere insieme a loro alle
istituzioni di rispettarne il diritto di lavoro»
scrive Teresa De Sio in una lettera aperta
ai napoletani.
Bisogna essere vicini ai giovani
napoletani. Come Michele Langella, diciannove
anni, dei giovani della sinistra di San
Giovani a Teduccio. È lui che ci
porta a visitare il suo quartiere. Ci
promette che quando torneremo ci farà
salire fino a casa sua, lì nel Bronx.
«Sopra di me abita il boss Formicola. Per
arrivare al mio appartamento si devono
passare dei posti di controllo. Gli
estranei non sono fatti passare» ci
spiega. «Il penultimo e l’ultimo piano delle
case del Bronx sono abitate dagli uomini
della Camorra. Loro hanno due
piani, sotto c’è la zona giorno, sopra
quella notte. Le loro case sono belle. La
mia è modesta e non posso portarci gli
amici come vorrei. I loro figli hanno
auto e moto grosse. Io ho una vecchia
Panda. Ma loro con i loro mezzi da
cinquantamila euro possono fare solo il
giro del quartiere. Io posso andare
dovunque nel mondo. Loro sono ricchi, ma
sono prigionieri qui dentro. Io
posso avere dei sogni ed un futuro. Loro
possono solo sperare di non essere
uccisi o di non finire in carcere».