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L’ULTIMA METROPOLI PLEBEA

(Articolo tratto da Narcomafie - gennaio 2005)

di Lucia Vastano

 

Dai quartieri più degradati alle "zone bene" della città: un viaggio nelle contraddizioni

di Napoli, tra la miseria causata dalla Camorra, l’indifferenza e la

voglia di normalità.

 

Quando parte da piazza del Plebiscito, via Toledo è un’elegante strada napoletana,

illuminata dalle luci natalizie, affollata da gente carica di pacchetti

che ha l’aria di chi è a caccia di regali. Sui motorini i ragazzi hanno quasi

tutti il casco in testa. Ma, d’altro canto, la zona è presidiata da polizia e carabinieri,

che proprio su questa strada hanno il loro comando provinciale.

Via Toledo sale per diversi chilometri verso nord e, dopo aver cambiato il

nome due volte e, gradatamente, anche l’aspetto – sempre meno ordinato e

più popolare –, conduce fino al Parco di Capodimonte.

Da lì una serie di scalinate si arrampica sulla collina. C’è poi un sottopassaggio,

che fora la terra così come i mucchi di siringhe lì disseminate hanno forato

le vene di chissà quanti ragazzi.

Questo è un luogo ideale "per farsi". È buio, riparato dalla pioggia che, in

giornate come questa, rendono Napoli simile a Milano. È lontano dai presidi

degli agenti di polizia, giù, in basso, nel centro città. Chi passa di qui non

fa caso a chi si buca. Non fa caso a niente. Si fa i fatti suoi, nel rispetto di un

detto che il popolo partenopeo attribuisce al suo idolo, Totò: «Mio nonno

campaie 100 anni perché si faceva i c… suoi».

Un cancro da estirpare

Quando arriviamo in Viale dei Colli Aminei, dove dobbiamo incontrare

don Tonino Palmese, prete in prima linea nella lotta alla Camorra, la pioggia

si fa più intensa. La cima del Vesuvio si imbianca di neve e, più a sud, il

fiume Sarno si ingrossa, pronto ad esondare.

«Volete sapere cos’è Napoli? Napoli non è una, è tante. Non è solo quell’icona

della miseria che viene descritta dai giornali», comincia a spiegarci subito

don Tonino. «Per farsi un’idea di quanto sia ricca, abitata da persone benestanti,

basta guardarla dal mare di notte. Tutto quello che si vede illuminato,

da capo Posillipo fino a Margellina e al rione Chiaia, è tutta ricchezza. Ci

sono bellissime ville sul mare, case lussuose che affacciano i loro terrazzi su

uno dei golfi più belli del mondo. Ogni lampadina che illumina il cielo di

notte significa parecchi miliardi di vecchie lire. C’è poi la Napoli della media

e bassa borghesia, a Capodimonte e Colli Aminei. Ci sono la Napoli del

Vomero e dell’Arenella, della media borghesia composta da professionisti e

da magistrati, la piccola borghesia di insegnanti di Fuorigrotta, c’è Bagnoli,

a tradizione operaia, che ora, dopo la chiusura dell’Italsider e la realizzazione

della Città della Scienza è destinata alla riqualificazione».

«Napoli soffre di grandi contraddizioni e di una grave patologia chiamata

Camorra», prosegue don Tonino. «Ma la realtà, anche dei quartieri più degradati,

è molto complessa. Persino Secondigliano e Scampia, che vivono in

questo periodo un grande disagio, sono per la maggior parte abitati da persone

oneste che si oppongono, come possono, alla logica dei clan. Di loro,

dei loro sforzi per contrastare la Camorra, si parla troppo poco. E così anche

molti napoletani finiscono per credere che quelli siano quartieri persi, off limits,

abitati soltanto da camorristi. La gente vuole credere che basti tenersi

lontano da Scampia, Secondigliano e dagli altri bronx della città per essere al

sicuro. Poi capitano gli omicidi degli innocenti, come quello di Silvia

Ruotolo, di una mamma che teneva per mano il suo figlioletto di cinque anni,

o di Annalisa Durante, freddata a quattordici anni a Forcella mentre

chiacchierava con le cugine sotto casa. E solo allora molti scoprono la vera

faccia della Camorra. È cinico dirlo, ma servono delitti come quelli per sve-

gliare le coscienze della gente e spingere la società civile a ribellarsi: la

Camorra non uccide gli innocenti "per sbaglio", semplicemente non si cura

della vita di nessuno. Forse fino agli anni Cinquanta e Sessanta, la Camorra

poteva essere ritenuta, almeno nell’immaginario popolare, un’organizzazione

che proteggeva i diritti dei poveri e si sostituiva allo Stato nel rendere giustizia

alla gente, anche nelle piccole diatribe di vicinato. Ma questa Camorra

soffoca Napoli, e di questo si stanno rendendo conto i napoletani, che prendono

sempre più coscienza di una verità: la Camorra è un cancro che va

estirpato. Questa convinzione va sostenuta fino in fondo da parte delle istituzioni.

Napoli deve convincersi di potercela fare, non solo con le forze dell’ordine,

ma con la diffusione della cultura della legalità come cibo quotidiano

di cui nutrirsi».

Normalità, evento eccezionale

La cultura della legalità come pane quotidiano, insieme alla pizza, alla sfogliatella

e alla mozzarella di bufala. Un boccone di educazione alla legalità a

scuola, uno in un ufficio, un altro in televisione e, come un caffè alla fine di

un pranzo – che nessun napoletano si farebbe mai mancare –, sul quotidiano

che entra in casa, anche se è soltanto quello sportivo, ma che racconti di

uno sport pulito, con partite non truccate e atleti che non si dopano.

«La stampa e la televisione potrebbero davvero fare qualcosa di buono. Ma

io non ne ho una buona opinione», dice don Tonino. «Sia nella critica che

nell’elogio, i media hanno sempre un approccio sbagliato, condizionato da

un elemento deviante: la demagogia, la ricerca di sensazionalismo. Mi ricordo

quando nel 1994 la città si risanava per il G7 con gli interventi attuati da

Antonio Bassolino, allora sindaco. Si parlò del "Rinascimento" di Napoli, si

magnificarono la pulizia di alcuni quartieri e di alcune spiagge. Ma, intanto,

da altre parti il degrado avanzava nell’indifferenza dei media troppo occupati

a presentare una Napoli all’avanguardia, lanciata verso il futuro. La realtà

era un’altra: in alcune zone si stava semplicemente tornando alla "normalità".

La normalità della vita in un quartiere degradato rappresenta un grosso

traguardo che sicuramente va elogiato. Ma, forse, bisognava ricordare che

raccogliere l’immondizia dalle strade, pattugliare un quartiere a rischio, rendere

più vivibile una piazza sgombrandola da centinaia di auto parcheggiate

senza ordine alcuno significa soltanto passare dalla sub-normalità alla normalità,

significa ridare ai cittadini il loro diritto di vivere un quartiere, una

città come semplicemente succede altrove, a Milano, a Venezia o a Roma.

Quando si ripristina la vivibilità, non si può e non si deve parlare di miracolo,

di un evento straordinario. La legalità non deve mai apparire come un

fatto eccezionale».

La voglia di normalità è un sentimento diffuso a Napoli. Ce ne parleranno più

o meno tutte le persone che incontreremo: i familiari delle vittime di Camorra

o della delinquenza comune, i cittadini dei quartieri a rischio, i commercianti,

i ragazzi che vogliono fare musica, divertirsi e stare con gli amici senza preoccuparsi

di capitare nel posto sbagliato al momento sbagliato.

«Grazie di avermi solo rapinato».

«La stampa commette per contro un errore anche quando enfatizza le negatività di

Napoli», rincara la dose don Tonino. «Si parla del disagio di questa città solo nei

termini dei crimini di Camorra, solo quando si sparge del sangue, forse perché i

morti fanno titolo. Uno scippo, il furto di un motorino, il pizzo che un commerciante

deve pagare non fanno notizia, ma nella nostra città sono all’ordine del giorno.

Questa è la mostruosa "normalità" che meriterebbe titoloni sui giornali. Sono

soprattutto i piccoli soprusi quotidiani che, impensabili altrove, qui capitano quasi

a tutti, consegnando il controllo del territorio alla criminalità organizzata».

Nel servirci una sua specialità, un pizzaiolo del rione Sanità ci ha raccontato con il

sorriso sulle labbra quello che gli era successo poche ore prima: un rapinatore gli

aveva ordinato di consegnargli l’orologio minacciandolo con un coltello. Lui se l’è

sfilato, poi, quando l’altro se ne stava andando, si è sentito di ringraziarlo per non

avergli fatto del male. «Certo che non l’ho denunciato. Tanto a che serve?

L’orologio non me lo ritrova nessuno, io sto bene ed ho una storia da raccontare ai

miei clienti».

Razzismo e demagogia a nozze

Mentre riflettiamo su questo aneddoto della realtà napoletana, don Tonino

prosegue con la sua denuncia. Senza peli sulla lingua.

«A costo di essere attaccato da tutte le parti politiche io sostengo con forza

questa mia convinzione: a Napoli, come in tante parti del Sud del mondo, i

razzismi di destra e le demagogie di sinistra si sposano perfettamente. I

quartieri ghetto, Scampia, il Bronx di San Giovanni a Teduccio, i quartieri

dei "deportati" (Pomigliano d’Arco e l’area vesuviana) sono stati il frutto del

compromesso tra destra e sinistra. A destra andava bene ghettizzare la gente

più emarginata; a sinistra andava bene creare progetti urbanistici utopici come

le Vele, che inseguivano il sogno impossibile, studiato a tavolino, di creare

edifici-comunità dove la gente si sarebbe incontrata in un progetto di vita

comune e solidale. Hanno invece creato dei lager dell’illegalità, ad uso e

consumo dei clan camorristici. Le Vele di Scampia, senza mezzi termini, andavano

abbattute. Ieri, non domani. Storicamente la classe dirigente napoletana

e i suoi uomini di cultura hanno sempre fatto "la rivoluzione" stando

nei salotti. Ora gli intellettuali a Napoli tacciono, si tirano fuori, forse consapevoli

degli errori da loro commessi guardando i problemi dall’alto dei loro

quartieri bene, senza mai volersi davvero sporcare le mani per capire, prima

di mitizzare, una realtà che non conoscevano da vicino. Perché non c’è

nulla di folkloristico nel trovare sul pianerottolo di casa un check point della

Camorra che controlla chi entra e chi esce o nel crescere i propri figli nel

degrado tra siringhe e rifiuti e topi. Napoli come Calcutta».

L’allegra miseria

Il "pacco", l’arte di arrangiarsi e di gabbare con furbizia lo Stato, gli abusivismi

edilizi, il contrabbando di sigarette, l’immondizia per le strade, il caos

del traffico, l’infrazione di qualsiasi norma del vivere civile nel nome della

creatività partenopea sono stati spesso il biglietto da visita con il quale artisti

e intellettuali napoletani hanno presentato con compiacimento la loro città.

Come se quelle "simpatiche mascalzonate" fossero qualcosa di cui vantarsi,

qualcosa che in fondo la rendeva speciale, "l’ultima metropoli plebea", come

la definì Pasolini, che di Napoli amava l’allegra miseria.

Nei salotti bene c’è forse sempre stata la convinzione che la Camorra non li

riguardasse, che fosse un affare tra clan e che dai loro business si potesse persino

trarre qualche beneficio, come comprare sigarette di contrabbando o

borse di Luis Vuitton o Gucci contraffatte. Nei quartieri borghesi partenopei,

in fondo, c’era la stessa considerazione della Camorra che poteva avere

chi vive nel nord d’Italia e si sente al sicuro: delitti e morte, soprusi e intimidazioni,

sono qualcosa che non li riguardano. C’è voluto un omicidio in un

quartiere bene, ritenuto da sempre estraneo alla violenza dei clan, per "svegliare"

la borghesia napoletana, per farle capire che non era così.

Uccisa per sbaglio

Era l’undici giugno 1997. Silvia Ruotolo era appena uscita da casa, sulla salita

Arenella, nei pressi del Vomero, per accompagnare a scuola il figlio

Francesco, di cinque anni. Alessandra, la sua bimba di dieci anni, la guardava

dal balcone allontanarsi con il fratellino per mano, come ogni mattina.

Sembrava tutto tranquillo, tutto normale. A Napoli, però, come dice don

Tonino Palmese, la normalità è una conquista e non un diritto. E così in un

momento scoppiò l’inferno. Qualcuno sparò all’impazzata. L’obiettivo era il

boss Luigi Cimmino. Quaranta proiettili volarono dappertutto, ferendo un

ragazzo e uccidendo sul colpo Silvia: una madre modello, di un "quartiere

bene", cadeva vittima di una guerra di Camorra. Vicino a lei giaceva senza

vita anche il boss Luigi Cimmino.

«Quel giorno mi sentivo nervoso e non riuscivo a capire perché» racconta

Lorenzo Clemente, marito di Silvia. «Poi ho ricevuto una telefonata da

un’amica che abitava nel nostro palazzo. Mi ha detto, concitata, di tornare

a casa, senza spiegarmi nulla. Non riuscivo nemmeno a immaginare che

una cosa del genere potesse essere accaduta alla mia famiglia. Fino a quel

momento le storie di Camorra erano lontane dalla mia vita e dai miei pen-

sieri, come se appartenessero ad un altro mondo. Questo genere di cose

non sembra riguardarci finché non ci tocca da vicino. Correndo verso casa

pensavo ad un incidente domestico, a qualcuno che si fosse sentito male.

Questo era tutto il male che potevo immaginare ci fosse riservato. Appena

arrivato alla salita Arenella, mi sono reso conto che era successo qualcosa

di tremendo. C’era tanta polizia. Ho sentito dire che c’erano due deceduti.

Ho visto lo zainetto di Francesco per terra e mi sono sentito morire. Da

allora, da sette anni, mi chiedo: "Perché è successo?". E ancora non ho trovato

una risposta».

Basta parlare qualche minuto con Lorenzo per capire quanto sia grande e perbene

l’anima sana di Napoli. Lorenzo ha gli occhi che luccicano ancora quando

parla di quella mattina che ha rubato la vita a Silvia. A volte incespica con

le parole nello sforzo continuo di non farsi vincere dall’emozione. Vuole farci

capire quello che gli hanno portato via per "sbaglio", per niente. Vuole farci

capire, senza equivoci, il motivo della sua rabbia. Che non è l’odio né la voglia

di vendetta per chi ha ucciso una parte importante della sua vita.

Fa più paura la vittima dell’assassino

«È stato stroncato un progetto di vita. Silvia era la mia compagna, così diversa

da me. Per questo mi manca tanto non poterle chiedere su ogni argomento:

"Tu cosa ne pensi?". Non riesco mai ad immaginarmi cosa mi risponderebbe

lei, per me sempre così imprevedibile. Solo Francesco e Ale mi

danno la forza di andare avanti, quando mi prendono le mani e cercano di

non farmi sentire solo. In casa nostra da quando è morta Silvia non è più entrata

la parola "mamma". Nessuno la pronuncia più. Ognuno di noi ha forse

troppa paura delle emozioni che potrebbe scatenare negli altri. In presenza

dei miei figli chiamo perfino mia madre "nonna", per non far sentire loro

che io ho qualcosa in più, qualcuno che alla loro età sarebbe giusto avere.

Ho tanta rabbia ancora. Rabbia perché i fatti di sangue continuano a ripetersi.

Proprio in questi giorni mi sono riletto gli articoli su Silvia. Sono la fotocopia

di quelli che si scrivono adesso. Allora arrivarono a Napoli 400

agenti di rinforzo come soluzione a tutti i mali di Napoli. Ora, in seguito ad

altro sangue per le strade di Napoli, di agenti ne hanno mandati 350. Fra

poco tutto tornerà come prima».

«Gli assassini di Silvia sono stati tutti presi e condannati», prosegue Lorenzo.

«La stampa ha seguito con particolare attenzione il processo e, quando qualcosa

di strano stava per succedere, c’era sempre qualche giornalista che se ne

occupava. Così dovrebbero lavorare i media: seguendo sempre le vicende fino

alla loro conclusione, per non lasciare mai sole le vittime e chi ricerca con

loro la giustizia. Purtroppo capita di rado. L’omicidio di mia moglie è stato

un’eccezione, un caso di serie A. Ai tempi del processo, Sandro Ruotolo, cugino

di mia moglie, era inviato di "Samarcanda". Si è ovviamente dato molto

da fare per seguire personalmente il caso di Silvia, ma anche molti colleghi

gli hanno dato una mano a tenere viva l’attenzione sul nostro caso. Tutti

hanno dato il massimo, anche gli avvocati difensori dei sicari di mia moglie,

che si sono comportati in modo ineccepibile facendo il meglio possibile per

i loro clienti, ma rispettando anche me e la mia famiglia. Per questo trattamento

particolare da parte della stampa ho ricevuto numerose telefonate di

minaccia: "Basta, o ti daremo un altro motivo per uscire di nuovo sui giornali!

Falla finita con tutto questo parlare ai giornalisti". Hanno dovuto mettermi

la scorta sotto casa, 24 ore al giorno. La gente del mio palazzo sembrava

non gradire la loro presenza. "Ingegnè, ma stammo tranquille?". Mi

chiedevano se potevano stare tranquilli. Ecco quello di cui si preoccupava la

gente: di non essere coinvolta nei nostri guai. Io la capisco. È la paura che a

volte rende crudeli. Ma è pazzesco pensare che per molti il pericolo fosse

rappresentato da me e dai miei figli e non da quelli che ci avevano fatto e

ancora potevano farci del male. Quando c’è stata la sentenza, ho pianto. Un

giornalista mi ha chiesto: "È soddisfatto?". Di che cosa dovevo esserlo? Di

aver constatato una realtà del genere? Il ragazzo che sparò a Silvia aveva 27

anni. Era già entrato e uscito dal carcere diverse volte. A lui c’era chi metteva

una pistola in mano e diceva: "Vai e uccidi", con la stessa facilità con cui

io posso dire a mio figlio: "Vammi a prendere un bicchier d’acqua". Per lui

era la normalità andare a colpire uno del clan avversario. Non si è nemmeno

reso conto del crimine che ha commesso. Nessuno di quelli riconosciuti col-

pevoli e condannati all’ergastolo ha la più pallida idea di quello che ha fatto.

È per questo che ho pianto ascoltando la sentenza. Durante il processo mi

sono reso conto della realtà drammatica in cui viviamo qui a Napoli. Noi

vittime e anche quelli che sparano e le loro famiglie. È l’ignoranza che arma

la mano degli assassini».

Sembra di sentire le parole di Cristo sulla croce: «Perdonali, Padre, perché

non sanno quello che fanno». È una croce pesante quella che a Napoli porta

sulle spalle, ogni giorno, tanta gente onesta, come Lorenzo.

 

POTENTI E MISEREVOLI

 

Gli uomini (e le donne) di Camorra non sono i nababbi che ci si potrebbe immaginare:

vivono tra oggetti di lusso ma in case fatiscenti, braccati da nemici e

forze dell’ordine, prigionieri nei propri rioni. La loro invulnerabilità è fatta solo

di paura e omertà.

 

Stiamo parlando con l’agente alla reception del Comando provinciale dei

carabinieri quando un gruppetto di donne ci viene incontro. È da quando

siamo arrivati che parlano a voce alta con il carabiniere, ma non siamo riusciti

ancora a capire il motivo per cui si trovino lì. Entrano ed escono dalla

stanzetta d’attesa, come fossero a casa propria. Per questo, in un primo momento,

pensiamo che siano delle impiegate del posto. Il carabiniere le invita

poi a sedersi, in silenzio. Allora, forse, sono lì per una denuncia.

«Siete giornalisti? Voi venite sempre qui a Napoli per parlare delle cose brutte.

Le cose positive proprio non le volete vedere!» si sfoga una di loro rivolgendosi

a noi con tono di sfida. Potrebbero essere di qualche associazione di

volontariato. Potrebbero essere lì per raccogliere fondi per qualche opera

buona. «Se è successo qualcosa di buono, perché non ce lo raccontate?»

chiediamo ingenuamente. Ci basta poco per capire che cose belle da raccontare

quelle donne non ne hanno. «Mio marito è stato arrestato questa notte.

L’ho saputo dalla televisione. Nessuno ci dice dove lo hanno portato.

Nell’arresto gli hanno spaccato una spalla. E lui è malato. Ha bisogno delle

medicine per il rigetto, perché è un trapiantato di fegato».

Nell’imbarazzo dell’agente di turno, le donne ci fanno accomodare nel salottino

d’attesa del commissariato. «Dovete raccontare dell’ingiustizia che stiamo subendo.

Nessuno ci vuol dire dov’è mio marito. L’abbiamo chiesto alla polizia e ci

hanno mandato qui, dai carabinieri. Ora ci vogliono mandare di nuovo dalla

polizia. E intanto mio marito rischia di morire. Nessuno si preoccupa di fargli

avere le medicine salva-vita di cui ha immediatamente bisogno».

Fine della vacanza

Basta il nome dell’arrestato per capire che il marito della donna non è vittima

di un’ingiustizia o di un errore giudiziario. Ma forse, come ci aveva spiegato

Lorenzo Clemente, vedovo di Silvia Ruotolo, lei è convinta che sia proprio così,

che tutto quello che ha fatto il marito sia stato per il bene della famiglia, degli

altri membri del clan e di tutta la gente onesta a cui dava da vivere con le

imprese "pulite" avviate con i proventi delle attività camorristiche.

Vincenzo Mazzarella, "Vincenzo ’o pazzo", marito della signora che siede al

nostro fianco nella stanzetta d’attesa dei carabinieri, è un uomo di spicco

qui a Napoli, capo del clan che porta il suo nome e del cartello camorristico

Mazzarella-Misso (che opera nei rioni Forcella, Maddalena e in altri del centro

storico e a San Giovanni a Teduccio) contrapposto all’Alleanza di

Secondigliano. A 48 anni, oltre ad essere stato il mandante di numerosi

omicidi contro il clan avversario di Paolo di Lauro (in questo periodo interessato

anche da una faida interna per opera degli "scissionisti"), controlla

tra l’altro il giro delle scommesse clandestine, che in due anni gli hanno

fruttato circa 10 miliardi di euro.

Vincenzo ’o pazzo era latitante da novembre, quando i magistrati avevano emesso

un ordine di arresto internazionale nei suoi confronti per associazione di stampo

mafioso, riciclaggio e altri reati. È stato arrestato nel parco di EuroDisney dalla

polizia francese in un’operazione in collaborazione con la Dda (Direzione distrettuale

antimafia) napoletana e con la squadra mobile di Caserta e di Napoli.

Vincenzo godeva di regime di libertà vigilata al quale si è sottratto «quasi certamente

grazie a compiacenti rapporti collusivi», scrive il procuratore aggiunto

Felice Di Persia, coordinatore della Dda napoletana, «verosimilmente avvertito

che, il 2 novembre, stava per essere emessa dal Tribunale di sorveglianza di

Napoli la misura di sicurezza dell’assegnazione ad una casa agricola».

Parenti serpenti

Le donne di Camorra vogliono il nostro numero di telefono, vogliono darci

il loro di casa, a Forcella. «Abbiamo tante cose da dire, la nostra versione dei

fatti» ci dicono prima di uscire per tornare dalla polizia nella speranza di ottenere

notizie del loro eroe catturato. Non si vorranno invece più fare sentire

da noi. Forse il nostro mensile non è adatto allo scopo. Forse semplicemente

hanno trovato altri canali per far arrivare a Vincenzo i loro messaggi.

A noi invece sarebbe piaciuto capire di più chi sono le donne di Camorra

che insultano e sputano sulle forze dell’ordine. Ci sarebbe piaciuto vedere

com’è la loro vita, cosa c’è dietro quell’arroganza che le fa scendere in piazza

a protestare in massa quando i loro mariti vengono arrestati per crimini orrendi.

Ma forse nelle loro case non c’è altro che un gran vuoto. Vuoto di cultura

e di valori. Assenza totale della visione di un’alternativa a quanto credono

essere la migliore vita vivibile e che invece è un inferno.

«Mia madre è partita» ci dice una voce al telefono quando cerchiamo la signora

Mazzarella per quell’appuntamento a cui sembrava tenere tanto. Forse

a rispondere è quella figlia di Vincenzo che ha sposato l’erede di un altro capo

clan del quartiere di Forcella, un Giuliano, parente di quel Salvatore che

si è fatto scudo con la piccola Annalisa Durante.

Gabbie semi-dorate

Sono questi gli "uomini d’onore" della Camorra visti da vicino. Uomini che

se la fanno sotto e si nascondono dietro una ragazzina.

Si sarebbe portati a immaginare che, con tutta la loro ricchezza, si permettano

una vita da nababbi. Invece la maggior parte di loro è in carcere o latitante.

Ma persino quando godono della libertà, la loro vita si svolge all’interno

di un carcere che è il loro quartiere, dal quale non escono per non correre il

rischio di essere uccisi dai sicari degli altri clan. Quelle madri che protestano

contro la polizia accettano la logica del clan: che il proprio bambino possa

venire crivellato dai colpi di un sicario senza troppi scrupoli. Basterà poi una

vendetta per lenire il dolore.

«I maggiori boss della Camorra sono tutti in carcere» ci spiega Aldo

Policastro, magistrato impegnato nelle indagini sul crimine organizzato, «e

molte delle loro mogli fanno le donne di servizio, vanno a lavare i pavimenti.

La vita di un capo clan e della sua famiglia si svolge dentro un ghetto.

Nessuno di loro, come invece capita ai capi siciliani, si permette vacanze a

Montecarlo, ville in Sardegna, viaggi in America o nei paradisi tropicali.

Nessuno di loro manda i figli a studiare all’estero. I figli dei camorristi sono

sempre più spesso analfabeti. Nessuno si gode davvero la vita. Al massimo si

permettono di arredare con lusso le proprie case, che comunque da fuori

sono fatiscenti. Nelle case dei capi Camorra ci sono televisori al plasma,

frigoriferi a tre ante, enormi vasche per l’idromassaggio. Solo qualcuno di

loro ha la villa sul mare, ma solo nella sua area di competenza, magari a

Sorrento. Vale la pena di chiedersi: "Chi si gode davvero gli ingenti introiti

dei loro business?". Sono soprattutto gli imprenditori "onesti" finanziati

dalla Camorra, i colletti bianchi, avvocati, commercialisti che mettono in

piedi le imprese pulite con le quali i camorristi investono i proventi ricavati

dall’illegalità. Nelle mani di queste persone perbene il denaro non puzza più

di morte».

Movimento tra le macerie

«La Camorra si propone come uno Stato nello Stato» prosegue Policastro.

«Non c’è quartiere di Napoli e della provincia che non abbia il suo clan di

riferimento. Qualsiasi attività lecita svolta da persone normali ha un suo

corrispettivo nelle mani della Camorra. Dai piccoli ai grandi business c’è

sempre un clan che controlla il settore. Sono ben radicati anche nel business

musicale: finanziano i dischi ai neo melodici napoletani, alcuni di grande

successo. Prima i commercianti pensavano che bastasse pagare il pizzo per

stare sicuri e poter gestire senza altri rischi la propria attività. Ora cominciano

a rendersi conto che la Camorra sta soffocando le loro attività. Come

possono sostenere la concorrenza di chi ha accesso a ingenti quantitativi di

soldi da riciclare? È concorrenza sleale. La Camorra può proporsi negli appalti,

in qualsiasi settore, a prezzi che nessuna impresa onesta può offrire.

A Napoli, in piena crisi economica, girano tanti soldi. Il costo delle case è

salito alle stelle. La gente è disoccupata o ha lavori precari. Eppure il mercato

immobiliare tira. Chi compra, con quali soldi? Può investire denaro solo

chi ne ha. In questo periodo i clan stanno investendo nel settore movimento-

terra e nell’intermediazione commerciale, nella grande distribuzione.

Sono settori in cui non serve un grande know how, come per mettere in piedi

una fabbrica. Stanno arrivando anche al Sud i grossi centri commerciali.

Con dieci anni di ritardo rispetto al Nord Italia. Ma perché proprio adesso

che tutto sembra morire? Proprio adesso che Napoli va alla deriva, diventa

sempre più marginale in tutti i settori, con una squadra di calcio, amata e

con una tradizione alle spalle, in serie C, senza più nemmeno una banca sua,

perché il Banco di Napoli, tra i più antichi d’Italia, è stato comprato dal San

Paolo di Torino».

Potere orizzontale

Aldo Policastro ci spiega la differenza tra la Camorra e Cosa Nostra. «Cosa

Nostra ha una struttura verticistica. C’è un boss che detiene il potere e il

controllo sugli altri, che propone le strategie, che decide la politica e il comportamento

da tenere. La Camorra è composta da tanti capo clan, nessuno

in realtà con un potere sugli altri. È dagli anni Ottanta, con la sconfitta di

Raffaele Cutolo, che grazie alle coperture politiche aveva affermato la sua

egemonia, che non esiste più, come per altro non era mai esistita prima, una

cupola camorristica. Ogni clan si limita al controllo dei suoi rioni di competenza,

senza mai invadere il territorio di altri. A volte fanno alleanze che poi

si spaccano. A volte si fanno degli sgarri o delle "guerre" per definire le aree

di competenza. Ma non si può mai parlare di scalata per il comando generale.

Non si può nemmeno parlare di legami tra la Camorra e la politica. Vi

sono clan camorristici che stringono alleanze con Cosa Nostra. Ma in questo

caso è la seconda a dettare le regole del gioco».

Giganti d’argilla?

Tommaso Buscetta definiva la Camorra «un clan di quattro bastardi e balordi

che spadroneggia sui poveracci». Forse, è pericolosa proprio per questo.

Perché le vite dei suoi uomini, anche quelli dei suoi vertici, sono tutte "a

perdere". Per quattro soldi si spara e si muore. Senza rimorsi, senza rimpianti.

Senza progetti per il futuro. Si accumula denaro e si diventa potenti come

giganti dai piedi di terracotta. Spietati come pochi, ma anche fragili. Così ci

appare la Camorra vista da vicino. Ci sembra che possa bastare una spinta

un po’ più decisa per mandare tutto in frantumi. Ma perché, allora, non

succede?

«Ce lo chiediamo spesso anche noi» dice Aldo Policastro. «È forse soltanto

una questione di atmosfera. Negli anni dal 1994 al 1997 la Camorra forse

ammazzava di più, ma si era creato un clima di speranza, c’era la consapevolezza

di potercela fare a sgominarla. Mai come allora ai cittadini era stata offerta

una prospettiva. Ora si è persa la speranza. C’è una mancanza di attenzione

al Meridione. Non c’è alcuna politica di sostegno alle fasce più deboli.

Se l’Italia tutta è in crisi, qui la si sente di più. Gli omicidi a catena di questo

ultimo periodo hanno rimesso Napoli sulle prime pagine dei giornali.

Anche gli arresti in massa di camorristi degli ultimi giorni, in seguito ai delitti,

hanno destato sospetto tra la popolazione. Gli arrestati erano tutte persone

già note alla polizia. La gente si è chiesta: "Ma perché non li avete presi

prima, perché li avete lasciati scorrazzare impunemente?". Gli arresti sono

sembrati una mossa pubblicitaria per la politica e non la dimostrazione di

una seria volontà da parte delle forze dell’ordine. Quando si parla di omertà

da parte dei cittadini onesti spesso non si dice che un padre di famiglia ha

paura di andare a fare una denuncia perché non si fida della polizia, teme

che il suo nome venga in qualche modo reso pubblico e così finisca sulla lista

delle persone da punire. Il cittadino onesto sa che spesso può andarci di

mezzo la sua famiglia».

Fa più rumore un albero che cade...

Aldo Policastro dal vecchio tribunale ci accompagna al nuovo Centro direzionale,

non lontano dal carcere di Poggioreale. «Spostare il palazzo di giustizia

– dice – è stato indubbiamente positivo. Il territorio del Castel

Capuano, nel quartiere Forcella, era controllato dai clan che facilmente potevano

insidiare i loro uomini dentro al tribunale. Ora per loro è più difficile

avere accesso agli uffici dei giudici che indagano, alle aule.

Per fortuna a Napoli sta succedendo anche qualcosa di positivo, come la nascita

e il consolidamento di associazioni antiusura, del consorzio per la gestione

dei beni confiscati, le attività dei maestri di strada, come Marco Rossi

Doria, che cercano di offrire un futuro diverso ai bambini. A Napoli stanno

prendendo avvio una serie di attività per il recupero del territorio. E poi ci

sono loro, le persone perbene che abitano nei quartieri degradati. A loro si

dovrebbe dire: "Lei sta a Scampia e non delinque? Allora le dobbiamo dare

una medaglia". Sono tante le persone che meriterebbero dei riconoscimenti.

Forse il punto è soprattutto questo: non lasciarle sole».

 

I QUARTIERI GENERALI DELLA MALA

 

Scampia e Secondigliano, zone off limits presidiate dai clan, capitali di spaccio

di droga e delinquenza. Qui non succede nulla senza che il boss di turno ne sia

informato. I cittadini tacciono, rassegnati. Qualcuno però si rimbocca le

maniche...

 

Camminare per Napoli a piedi è come percorrere le tappe di una via Crucis.

Non c’è quartiere che non abbia la sua vittima innocente di Camorra o di una

delinquenza senza senso.

A Mergellina è stato accoltellato Francesco Estatico, 18 anni. Era un sabato sera

e pare che il sedicenne che lo ha ucciso, incensurato, garzone di bottega, abbia

detto che aveva guardato con troppa insistenza la sua fidanzatina. In Corso

Umberto, Claudio Taglialatela, 22 anni, ex ausiliario dei carabinieri, è stato

ucciso per un cellulare. Il suo assassino, Arturo Raina, è stato poi trovato impiccato

con un lenzuolo nella sua cella a Poggioreale. Paolino Avella morì cadendo

dal motorino a San Sebastiano al Vesuvio, alla periferia di Napoli. Stava

scappando dagli aggressori che volevano rubargli lo scooter. A Forcella è caduta

Annalisa Durante, al Vomero Silvia Ruotolo. Gigi Sequino e Paolo Castaldi

muoiono nel quartiere Pianura, freddati perchè scambiati per sicari di un clan

opposto. Fabio de Pandi, 11 anni sta tornando a casa con la sorellina al rione

Traiano. Anche lui capita nel mezzo di un regolamento di conti tra due clan

rivali. Un proiettile lo raggiunge alla schiena e lo uccide. E poi c’è Nunzio

Pandolfi, due anni, assassinato con il padre Gennaro, pregiudicato, in un appartamento

del rione Sanità.

È nel corso del suo funerale che il parroco don Cesare Rapullino lancia un’esortazione

ai fedeli: "Fujetevenne". Fuggite via.

Luigino Cangiano, dieci anni, sta giocando con gli amici nei pressi della stazione

centrale quando la polizia e degli spacciatori si fronteggiano a fuoco.

Un proiettile lo fredda. Maurizio Estate venne ucciso nel rione Chiaia per

aver tentato di impedire che un passante venisse rapinato. Ma la lista potrebbe

continuare.

Ricordiamo, tra gli altri, Giancarlo Siani, il giovane collaboratore del

«Mattino» alla cui memoria dedichiamo la rivista su cui scriviamo, ucciso

sulla salita che ora porta il suo nome per aver scritto un articolo di troppo

contro la Camorra.

Non è certo una città normale questa Napoli che si abitua a vedere morire

tanti innocenti. «Ma ora i clan più potenti non stanno in città, sono in periferia,

provincia» ci dicono in molti. Il male è sempre altrove. E qualcosa

staccato da noi, che non ci appartiene.

A.A.A istituzioni cercansi

«Volete andare a Secondigliano e Scampia? Siete matti, noi di Napoli non

sappiamo nemmeno dove stanno». Quei quartieri sono l’altrove per ogni

napoletano del centro e degli altri rioni. È proprio questo che in un incontro

in una scuola non lontana dalle famigerate Vele ha chiesto una ragazza al

sindaco Rosa Russo Iervolino: «Ma noi non siamo napoletani?».

Scampia e Secondigliano andrebbero presidiati giorno e notte da tutti i napoletani,

per non lasciare sola a combattere contro la Camorra la gente che

lì abita.

Secondigliano è molto diverso da Scampia. «Fino a metà degli anni Ottanta

era una fucina di attività. C’era la Banca popolare di Secondigliano, c’erano

circoli culturali e sportivi, imprese artigianali per la lavorazione del baco da

seta e del cuoio, mulini e pastifici. C’erano un giornalino locale, cinque cinematografi

e un teatro, c’erano locali dove i giovani potevano fare musica e

mettere in piedi gruppi. Anche io avevo la mia rock band. Ora non c’è più

niente, si è persa l’identità. Si è voluto che tutto morisse, così quel vuoto è

stato riempito da altri, i clan che si sono impossessati del territorio», spiega

Emilio Lupo, psichiatra che si dà un gran da fare per ridare anche attraverso

il suo lavoro un’anima e una coscienza alla Napoli più degradata. «Ora si sta

cercando di recuperare terreno. Alcune associazioni stanno tentando di rimettere

in piedi qualche iniziativa che lanci un segnale positivo al quartiere.

Mi sembra però che manchi quel coordinamento, quella visione che può

partire solo dalle istituzioni e dalla politica. Non serve costruire una scuola

nuova se poi non si investe nelle attività che si fanno dentro, non si mettono

nei posti degradati insegnanti in grado di portare avanti dei programmi di

lavoro efficaci. È più importante quello che si fa in una scuola, il tempo pieno,

le attività extra scolastiche, che costruire una cattedrale nel deserto per

poi abbandonarla a se stessa. Il disagio a Napoli è diffuso. Non appartiene

né ad una classe sociale né ad un rione. A volte il problema Napoli si affronta

con troppi salamelecchi. Qui è necessario schierarsi, in maniera chiara.

Non bisogna semplificare una realtà che è complicata. Napoli nel suo complesso

è un grande scrigno con centinaia di associazioni che lavorano bene

sul territorio, a volte rischiando anche la pelle. Ma hanno bisogno delle istituzioni

che le valorizzino nel loro complesso. Non è una questione di soldi.

Ci vuole soprattutto la volontà di affrontare il "problema Napoli" nella sua

globalità, con serietà e senza cercare successi effimeri per conquistare qualche

voto elettorale».

Premiato sulla carta

Corso Secondigliano conduce fino al suo carcere, un’imponente struttura in

cemento armato alla sua estremità nord. Ed è proprio il carcere che segna il

limite di Scampia, noto come il quartiere 167, dal numero della legge sull’edilizia

popolare in base alla quale è nato. Forse sarebbe stato meglio un aborto

terapeutico, perché questo rione è un brutto ghetto che assomiglia troppo

al carcere che ha di fronte. Nessuno ci vuole portare a visitare le Vele e così

passiamo in macchina di fronte alla peggiore di tutte, quella rossa. Le Vele –

costruite dall’architetto Franz di Salvo, che continua ad avere riconoscimenti

da altri architetti che hanno visto questo obbrobrio solo sul plastico – negli

anni Settanta, quando furono costruite, erano sette. Recentemente

(1998, 2000) due di esse sono state abbattute, dopo che è stato ufficialmente

riconosciuto da vari esperti che «così come si presentano gli edifici non rispondono

ai basilari principi di abitabilità» (relazione di Uberto Siola, del

dipartimento di progettazione urbana della facoltà di architettura dell’università

di Napoli). Le Vele sono il simbolo di quello che non andrebbe mai

fatto: costruire mostri architettonici del genere (non si riesce nemmeno a sapere

quante persone abitino a Scampia, sicuramente oltre il doppio delle

43.980 censite nel 1991) in una zona ad alto rischio camorristico, senza prevedere

alcun presidio del territorio da parte delle forze dell’ordine (solo nel

1997 è stato aperto un commissariato di polizia), senza avviare attività commerciali

(i primi mercati rionali sono stati organizzati da un paio di anni),

senza presidi medici, farmacie, luoghi di incontro, non può che rappresentare

un regalo prezioso per la Camorra.

Scampia è la centrale principale di smercio di droga di tutta la provincia di

Napoli e di quelle limitrofe. Le Vele sono il più grande supermarket italiano

di stupefacenti: eroina, cocaina, e anche gli ultimi ritrovati della chimica. I

prezzi sono i migliori d’Italia.

Quelli che erano stati costruiti come box, anche tre, quattro piani sottoterra,

sono diventati appartamenti che i più miserabili hanno occupato. Anche i

ballatoi sono occupati da famiglie che non saprebbero dove altrimenti andare.

Quasi il 14 per cento dei nuclei familiari che abitano in questi palazzi abbandonati

al degrado è composto da più di sette membri.

«Anche in quel degrado la maggior parte della gente è perbene, lavora da

mattina a sera per portare del cibo in tavola e sfamare i propri figli» ci spiega

Carlo Sagliocco, che per volontariato allena ed è vicepresidente della scuola

di calcio di Scampia. In macchina ci porta a visitare il suo quartiere.

«Guardatevi intorno. Sapete qual è la domanda che vi dovete fare? Di cosa

ha bisogno un quartiere normale, dove nasce un bambino normale? Bene

tutto quello di cui un quartiere ed un bambino hanno bisogno non si trova

qui a Scampia. Scampia è abbandonata a se stessa. Gli uomini della

Camorra qui sono solo un pugno, eppure riescono a controllare quasi centomila

persone perbene. I padri e le madri non hanno paura per se stessi, ma

per i loro bambini. Le minacce sono continue. Noi qui sappiamo bene che

certe cose non le possiamo fare. Nessuno ci protegge. Ma c’è tanta voglia di

legalità e di normalità. C’è tanta voglia da parte della gente di riappropriarsi

del territorio».

Un calcio alla malavita

La scuola di calcio per i bambini di Scampia, nel suo piccolo sta cercando di

fare qualcosa. Tra i 250 bambini iscritti molti vengono dalle Vele, alcuni sono

figli di camorristi. Nel campetto di calcio nessuno ha la pretesa di allenare

futuri campioni. La prima ambizione è quella di divertire. C’è il ragazzino

obeso che forse non riuscirà mai a segnare un goal. C’è quell’altro che ha un

tocco magico nei piedi. Ce ne sono tanti altri che vengono qui perché è bello

ritrovarsi in uno spazio comune. No, la scuola non allena campioni. Il

suo compito è molto più importante: formare degli uomini. «Il nostro scopo

è proprio questo. Attraverso le regole di un gioco insegnare il rispetto per

se stessi e per gli altri. Vogliamo far capire che è bello vincere quando si gioca

con lealtà» spiega Tonino Scampia, presidente della scuola. «I bambini sono

la cosa più bella di questo quartiere. Se riesci a creare un dialogo con loro,

sono tutti uguali, non ci sono più figli di boss o del clan e figli della gente

perbene. Vogliamo offrire a tutti un’opportunità di vita normale. Se un

adolescente può scegliere, se gli si offre un’alternativa alla strada alla pistola,

al coltello, alla delinquenza, sono convinto che difficilmente seguirà la strada

della Camorra, anche se gliela segnalano i suoi genitori. Il desiderio di

tutti è essere felici, non la morte».

Check point per entrare in casa

Anche a San Giovanni a Teduccio esistono due realtà. Una è quella quasi

identica alle Vele di Scampia, il Bronx, regno del clan dei Formicola, in via

Taverna del Ferro. L’altra sono le scuole piene di attività e vita che stanno

proprio lì di fronte, la scuola alberghiera e il liceo, che farebbero invidia anche

a studenti di Milano. E c’è poi anche il parco Troisi dove Teresa De Sio e

Pierluigi Diaco hanno organizzato l’antivigilia di Natale il concerto "Napoli

legale", con la partecipazione di numerosi artisti, come Piero Pelù, gli

Almamegretta, Enzo Gragnaniello, Dori Ghezzi, Peppe Barra, Mauro Pagani,

Sal Da Vinci, Bisca e molti altri ancora. «Abbiamo voluto essere presenti in

questo quartiere problematico e decentrato, ma che fino ad oggi è ancora una

sacca di resistenza contro la criminalità, per dare un segno tangibile di vicinanza

a chi si batte contro il clan, alla giovane popolazione napoletana, maggiormente

esposta al rischio di diventare serbatoio di manovalanza per la Camorra

e per chiedere insieme a loro alle istituzioni di rispettarne il diritto di lavoro»

scrive Teresa De Sio in una lettera aperta ai napoletani.

Bisogna essere vicini ai giovani napoletani. Come Michele Langella, diciannove

anni, dei giovani della sinistra di San Giovani a Teduccio. È lui che ci

porta a visitare il suo quartiere. Ci promette che quando torneremo ci farà

salire fino a casa sua, lì nel Bronx. «Sopra di me abita il boss Formicola. Per

arrivare al mio appartamento si devono passare dei posti di controllo. Gli

estranei non sono fatti passare» ci spiega. «Il penultimo e l’ultimo piano delle

case del Bronx sono abitate dagli uomini della Camorra. Loro hanno due

piani, sotto c’è la zona giorno, sopra quella notte. Le loro case sono belle. La

mia è modesta e non posso portarci gli amici come vorrei. I loro figli hanno

auto e moto grosse. Io ho una vecchia Panda. Ma loro con i loro mezzi da

cinquantamila euro possono fare solo il giro del quartiere. Io posso andare

dovunque nel mondo. Loro sono ricchi, ma sono prigionieri qui dentro. Io

posso avere dei sogni ed un futuro. Loro possono solo sperare di non essere

uccisi o di non finire in carcere».

 

   

 

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Ultimo aggiornamento:  05-04-07