Soltanto a partire dal II secolo
a.C. comincia ad esistere un'arte romana. Roma
repubblicana, forte organismo politico e militare, non
aspira alla conoscenza
speculativa ma al pratico possesso del mondo. Nella sua
fase di ascesa, che
culmina con la conquista della penisola e con l'inizio
dell'espansione nel
Mediterraneo, non soltanto non dà all'esperienza estetica
un posto nel sistema di
valori della propria cultura, ma deliberatamente,
ostentatamente la esclude.
Soltanto l'architettura ha diritto di cittadinanza: ma
soprattutto come tecnica utile
ai fini del governo della cosa pubblica e, come
ingegneria militare, delle
operazioni belliche. La stessa religione romana,
all'inizio, non oggettiva il divino
in immagini sensibili; non è contemplazione ma devozione,
pìetas, e i suoi atti
non richiedono la solennità del tempio né l'evidenza del
simulacro. Poiché non
v'è una tradizione estetica, d'im magine, legata alla
concezione della natura e del
sacro, tutto ciò che è immagine, si tratti dell'arte
etrusca o della greca, è
considerato straniero e, quindi, pericoloso per la
continuità dell'austera, dura
tradizione del costume romano. Il cittadino romano è un
soldato e un politico:
l'arte, come attività manuale e servile, è indegna di
lui, e non potrebbe che
distrarlo dai suoi doveri civili. Questo è l'argomento
delle rozze invettive di
Catone.
Ma l'argomento era reversibile. Se l'arte è cosa di altri
popoli, e questi sono stati
soggiogati, le opere d'arte portate a Roma come bottino
di guerra sono altrettanti
trofei di vittoria. Esposte nel fòro, sono chiare
testimonianze del valore romano,
documenti della patria storia. Cicerone sostiene questa
tesi più civile. Si delinea
così una nuova estetica: l'arte come storia per immagini,
accessibile anche agli
incolti, educativa. L'arte del vicino popolo etrusco si
prestava a sostenere questa
tesi: una pittura capace di raffigurare i fatti della
vita poteva altrettanto bene
raffigurare i fasti delle armate romane; una scultura
capace di riprodurre l'aspetto
e il carattere delle persone poteva tramandare la memoria
degli uomini illustri,
dei cittadini esemplari. L'arte, insomma, può diventare
arte di governo,
instrumentum regni. Anche un'arte rivolta alla
contemplazione e alla conoscenza
della realtà, e fondata su una filosofia del bello, come
la greca, può servire,
strumentalmente, a dare evidenza ai contenuti storici,
etici, politici: non è storia,
ma un modo di narrare la storia. I primi contatti diretti
di Roma con la cultura
figurativa ellenica risalgono al III secolo, attraverso
la Magna Grecia; si fanno più
frequenti nel II con la sottomissione della Grecia; nel
I, con Augusto, il
classicismo diventa, a Roma, l'arte ufficiale, dello st
ato. Ma insieme con la
corrente classicista o addirittura neo-classica, ch'è
certamente la meno viva, si
diffonde a Roma e in Italia la più larga, diramata,
feconda corrente ellenistica; e
questa si mescolerà più tardi, nel lungo declino
dell'impero, con le vivaci
tendenze artistiche delle province romane. Roma diverrà
così un punto d'incontro
e d'incrocio, dove il linguaggio dell'arte classica, con
la sua forte struttura
conoscitiva, si dissolverà nella pluralità linguistica,
satura di nuovi fermenti, del
tardo-antico.
L'architettura
Nel campo delle forme costruttive il contributo romano è
vasto e profondamente
innovatore. Anche se, nel momento del massimo sviluppo,
l'architettura romana
attinge largamente all'esperienza ellenistica, con la sua
spazialità aperta e
articolata, l'architettura romana elabora e svolge una
concezione propria,
profondamente originale, dello spazio e della forma
costruttiva. Le riserve etico-
politiche dei ceti conservatori romani nei confronti
dell'arte non potevano
riguardare che in parte l'attività architettonica, per
molti aspetti legata agli
interessi pratici e ideologici della repubblica. Sono
questi che favoriscono il
precoce progresso delle tecniche costruttive,
impegnandole nella soluzione di
problemi concreti: condutture d'acqua, cloache, murature
di sostegno, macchine
belliche, accampamenti. Allorché, nella tarda epoca
repubblicana, alla questione
dell'utile c omincia ad associarsi quella del decoro
urbano, o dell'architettura,
Roma possiede già una tecnica costruttiva che permette di
affrontare problemi
statici e formali estremamente complessi.
Per molto tempo Roma non è stata che un aggruppamento di
pagi (villaggi)
disseminati sui colli. Ma già al tempo di Silla si sente
il bisogno di dare un assetto
ed un volto alla città: si costruiscono grandi edifici
pubblici (p. es. il Tabularium,
grandioso archivio delle leggi e dei trattati), si
sistema il quartiere signorile di
Campo Marzio al centro dell'area urbana. Cesare
concepisce un vero e proprio
piano regolatore a cui dà forza con la legge de urbe
augenda, anche per
rimediare all'affollamento crescente e alle pessime
condizioni igieniche dei
quartieri poveri. Il piano fu attuato solo più tardi, e
in parte, da Augusto ed
Agrippa. Da allora, quasi tutti gli imperatori vollero
lasciare nel volto della città
l'impronta visibile del loro governo, sia risanando
quartieri malsani e indecorosi,
sia erigendo superbi edifici monumentali e mettendoli in
valore con l'apertura di
piazze, strade, giardini. Le due grandi direttrici di
sviluppo sono l'utilità e il decoro
urbano; e poiché all'utilità si provvede volta per volta
secondo l'urgenza e il
decoro muta col mutare del gusto, Roma non ebbe uno
sviluppo organico.
Crebbe come una città monumentale, rappresentativa:
capitale di un immenso
impero, abitata da una popolazione eterogenea per il
continuo affluire di genti
attratte dalla sua opulenza, alla sua funzione politica e
di prestigio non corrispose
mai una funzione economica o produttiva. Era la solenne
immagine dell'autorità
dello Stato, come poi fu quella dell'autorità della
Chiesa.
Non esisteva, nella civiltà romana, un'idea o una
concezione dello spazio che
precedesse e condizionasse la costruzione architettonica:
il valore, il significato
dello spazio era interamente es presso nella visione,
nello spettacolo delle opere
architettoniche. I due grandi temi erano la tecnica o la
prassi costruttiva e la
bellezza esteriore la decorazione: la prima permetteva lo
sviluppo articolato di
grandi masse murarie e di vuoto, la seconda le
qualificava visivamente mediante
elementi plastici e coloristici.
Alla base del sistema tecnico-costruttivo non era, come
in Grecia, il duro,
cristallino blocco di marmo squadrato, ma una materia
povera, tenera, senza
splendore come il tufo, e poi l'impasto informe del
conglomerato di malta e
pietrame variamente tagliato (opus caementicium),
rivestito spesso con una
cortina di pietre tagliate irregolarmente (opus
incertum), o anche disposte a
losanga (opus reticulatum), infine il paramento di
mattoni (opus latericium). La
muratura che ne risulta non ha certamente la nitidezza
del marmo, ma è leggera,
elastica, flessibile: può giungere a grandi altezze,
sopportare grandi carichi,
cingere ampi spazi vuoti. È, soprattutto, la più adatta a
uno sviluppo formale per
linee e superfici curve: infatti, nell'architettura
romana, a differenza della greca
tutta impostata sulle linee rette, la curva è il
principio formale di tutta la
costruzione, fino alla composizione urbanistica.
La forma-base dell'architettura romana è dunque l'arco:
struttura curvilinea che
raccoglie e individua i pesi e le spinte nei due punti
dell'imposta, dove si collega
ai pilastri di sostegno. L'arco è una struttura di
superficie, un semicerchio:
immaginando più archi successivi della stessa ampiezza si
ha una volta a botte,
che ha la forma di un mezzo cilindro. Due volte a botte
che si incrociano
ortogonalmente fanno una volta a crociera, che risulta
così formata da sei archi,
quattro laterali e due trasversali. È un forte sistema di
forze combinate, che
consente di coprire grandi vuoti e, soprattutto, di
stabilire una netta distinzione tra
lo spazio esterno, in cui è situato l'edificio, e lo
spazio interno, contenuto
nell'edificio. La logica conclusione di una struttura
architettonica fatta di linee e di
superfici curve è la cupola, calotta per lo più
emisferica fatta di materiali leggeri:
all'esterno la convessità della cupola riassume e
conclude le masse murarie,
all'interno la sua concavità sovrasta e coordina i vuoti.
All'età augustea risale il trattato in dieci libri De re
aedificatoria, che può
considerarsi, e fu di fatto considerato nel Rinascimento
e nell'epoca neoclassica,
il corpus iuris dell'architettura romana. Dipendente,
almeno in parte, da fonti
greche, dimostra come si volesse tradurre la grande
lezione classica in una serie
di regole quasi grammaticali, applicabili ad ogni tipo di
discorso costruttivo e a
tutte le esigenze dettate dal senso pratico, dalla
commoditas romana. Vitruvio
inquadra l'architettura in tutta una problematica tecnica
e urbanistica, che va
dalla scelta e dalla lavorazione dei materiali ai
procedimenti costruttivi, alla scelta
del s ito, all'adattamento dell'edificio al terreno e al
paesaggio, alla decorazione.
Ordina in categorie le forme della architettura classica
precisandone
numericamente le proporzioni; distingue i tipi degli
edifici in rapporto alle loro
funzioni pratiche e rappresentative; descrive perfino la
figura morale e
professionale dell'architetto, la cui funzione è
considerata essenziale nella
compagine dello stato. Troppo romano per sconfessare la
tradizione patria,
riduce a "ordine" anche l'architettura etrusca,
tuscanica, confermando così il suo
intento di innestare l'esperienza estetica greca sulla
prassi costruttiva etrusca e
romana. Come il grammatico o il filologo, Vitruvio deduce
dal vivo linguaggio
dell'architettura greca una morfologia e una sintassi; ma
proprio perché le forme
greche diventano una specie di lessico possono venire
adattate ad
un'architettura che vuole essere soprattutto discorso,
sviluppo articolato di
elementi rappresentativi e funzionali nel contesto di una
città. Di fatto
l'architettura romana si limita a sovrapporre gli
elementi classici a una struttura
originale.
Il controllo delle attività costruttive da parte dei
pubblici poteri e la necessità di
corrispondere ad esigenze pratiche molto differenziate
determinano il formarsi di
una complessa tipologia edilizia. Diversamente dal canone
greco, che cons iste in
un sistema di rapporti o proporzioni ideali, il tipo è
uno schema di distribuzione di
spazi e di parti in relazione alla funzione pratica o
rappresentativa dell'edificio. Il
tipo, pur conservando lo schema, consente le più ampie
pos sibilità di varianti
nella determinazione formale e nella decorazione. Si ha
così, anche a causa
dell'impiego di materiali poveri nelle grandi strutture
murarie, una distinzione
netta tra la vera e propria costruzione e la decorazione:
il valore plastico
dell'edificio è, per così dire, abbozzato nelle masse di
muratura e rifinito nella
decorazione, che affina e definisce fin nei minimi
particolari la relazione tra le
forme architettoniche e lo spazio esterno ed interno.
La sua qualità di tecnico e l'importanza delle sue
prestazioni assicurano
all'architetto, nella società romana, una posizione
privilegiata rispetto a quella
degli scultori e dei pittori, la cui attività era
considerata servile: su sessanta
architetti, di cui si conosce il nome, venticinque erano
cittadini romani, ventitre
liberti e solo dieci servi.
Il tipo del tempio romano deriva da quello etrusco e,
poi, dal greco; ma la sua
forma corrisponde a una diversa funzione. Poiché il rito
religioso è anche
cerimonia pubblica, a cui partecipano le autorità dello
stato e la popolazione,
esso si svolge all'esterno: davanti al tempio vi è perciò
un vasto spazio libero; la
costruzione sorge su un alto basamento (podio); si
accentua l'imponenza
architettonica della facciata, che si innalza sullo
sfondo del c ielo come una
grandiosa scenografia.
Il teatro romano dipende anch'esso dal greco, ma invece
di sfruttare il declivio
naturale di un colle, è per lo più costruito in piano: si
presenta così come un
grande anello murario, di sostegno e di accesso alle
gradinate. Poiché lo
spettacolo si svolgeva tutto sulla scena, l'orchestra
(nel teatro greco destinata ai
movimenti del coro) si atrofizza fino a diventare, in
epoca imperiale, una specie
di palco d'onore. Acquista grande importanza il muro di
fondo (scena) che
diventa una vera e propria struttura architettonica,
spesso con effetti illusori di
profondità. Frequente, data la passione dei romani per i
ludi gladiatori, è il doppio
teatro, circolare o ellittico (anfiteatro).
Fondamentale per la vita pubblica romana è la basilica,
grande costruzione
rettangolare con la copertura a tetto sostenuta da file
di colonne: era un centro
d'affari (un po' come l'odierna Borsa), ma anche sede di
tribunali e di uffici
amministrativi.
Nella società romana, molto più che nella greca, ha
importanza, anche dal punto
di vista architettonico, l'abitazione privata con i suoi
vari tipi, graduati secondo il
prestigio sociale e le possibilità economiche dei
cittadini: si va dal palazzo
imperiale (enorme, complesso, dotato di grandi giardini,
come la Domus Aurea di
Nerone) alla casa urbana signorile e al caseggiato di
appartamenti d'affitto, a più
piani (molti ne sono c onservati, a Ostia). Data
l'origine essenzialmente agricola
della civiltà romana, notevole sviluppo ha la villa:
intesa dapprima come azienda
produttiva e poi come luogo di riposo e di delizie.
La tipologia edilizia romana ha il suo pieno sviluppo e
trova la sua più precisa
giustificazione nella configurazione urbana, cioè nella
concreta determinazione
dello spazio cittadino. Organismi aperti come i fòri
(mercati) devono considerarsi
veri e proprii organismi architettonici o tipi di
edifici: spesso la funzione
dominante degli edifici che ne delimitano l'area è di
ospitare attività
complementari a quelle del fòro e di definirne la forma
architettonica.
Analogamente prendono valore specificam ente
architettonico, specialmente in
epoca imperiale, le grandi strade cittadine. Elemento
tipico dell'arredamento
urbano romano sono gli archi autonomi, che spesso hanno
carattere
monumentale e celebrativo (archi trionfali) e che
traducono in termini di mera
decorazione l'antica funzione delle porte di città.
La storia dello sviluppo monumentale di Roma comincia con
le grandi iniziative
edilizie del tempo di Silla e di Cesare. Il Tabular ium
(archivio delle leggi e dei
trattati) sillano, con i suoi due ordini di gallerie,
formava, sul Campidoglio, lo
sfondo scenografico del fòro. Del tempo di Cesare
rimangono il tempio di Vesta e
quello detto della Fortuna Virile, i resti del Forum
Julii e, nel fòro repubblicano,
della Basilica Giulia. Era questa una costruzione
rettangolare, porticata, al
margine del centro degli affari: vi si amministrava la
giustizia da parte di tribuni e
centumviri, vi si davano consulenze legali. Edificio
insieme rappresentativo e
funzionale del ius romano, era lungo quasi cento metri;
le colonne, in tre file per
ogni lato, formavano tutt'intorno al vasto vano centrale
due gallerie porticate.
Data la diversità di lunghezza tra i lati, non si
presentava come un volume chiuso
e unitario, ma come una composizione di superfici
articolate dalla successione
continua delle arcate sostenute da colonne addossate a
pilastri. Si tratta dunque,
almeno nel piano terreno, di uno spazio praticabile, del
prolungamento al coperto
dello spazio aperto del fòro.
Di Augusto dice Svetonio che trovò Roma fatta di mattoni
e la lasciò di marmo:
esagerazione retorica a parte, la trasformazione c
orrisponde al passaggio
dall'austerità repubblicana al "decoro" ufficiale
dell'Impero. L'architettura
augustea, programmaticamente classica, è aperta
all'influenza ellenistica ma,
come il trattato vitruviano conferma, non rinnega la
tradizione etrusca, anzi la
comprende nell'ideale dell'antico. Quando Augusto fa
erigere il proprio mausoleo
fonde il tema orientale della tomba monum entale con
quello, etrusco, del tumulo:
sul grande basamento cilindrico si elevava un cono di
terra folto di cipressi. A
schema cilindrico era anche, sulla via Appia, la tomba di
Cecilia Metella; mentre
quella di Caio Cestio, a piramide, si rifà all'esempio
egiziano. Un altro tipo
dell'architettura augustea è l'arco trionfale (ne
rimangono esempi a Rimini, Aosta,
Susa), che discende dall'arco etrusco, integrandolo con
un riporto di forme
classiche: le colonne ai lati del fornice, il timpano.
L'isolamento dell'arco, come
poi quello della colonna, a scopo celebrativo ed
esornativo, è chiaro indizio della
tendenza romana ad attribuire alle forme architettoniche,
assunte come simboli
di stabilità e di durata, la funzione di rappresentare i
grandi valori ideologici su cui
si fonda lo stato. Lo stesso concetto di monumento,
essenziale per tutta
l'architettura romana, è connesso alla volontà di
stabilire un rapporto concreto tra
il passato storico, il presente e il futuro, manifestando
in forme sensibili e
imperiture (il "monumentum aere perennius" di Orazio) la
perennità di quei valori
ideologici.
Il fòro di Augusto apre la serie dei fòri imperiali. Era
una vasta piazza
rettangolare e porticata che comprendeva, ad una
estremità, il tempio di Marte
Ultore, votato nel 42 a.C., subito dopo la battaglia di
Filippi. Il recinto porticato
formava, in corrispondenza del tempio, due ampie esedre.
Il tema dell'esedra
come quello, affine, dell'abside del tempio, è di origine
orientale; nell'architettura
romana, però, vale come definizione dello spazio mediante
una larga superficie
curva, nella cui cavità la massa atmosferica è
coloristicamente qualificata dalle
incrostazioni marmoree di cui è rivestita.
Nel teatro di M arcello (11 a.C.) tre ordini si succedono
in altezza: dal tuscanico,
più massic cio, allo ionico e al corinzio, più leggeri e
slanciati. La progressione è
logica perc hé, salendo, i carichi diminuiscono; ma la
diversità delle forze portanti
dei vari ordini non corrisponde certamente alla diversità
reale dei pesi. Più che
all'entità oggettiva delle forze si bada al loro effetto
figurativo: la successione
degli ordini, a ciascuno dei quali è legata l'idea di una
maggiore o minor forza di
sostegno, rappresenta più che non realizzi il gioco delle
forze costruttive. Ritorna,
nel teatro di Marcello, ripetendosi in altezza e in
estensione l'elemento-base della
Basilica Giulia: l'arco sostenuto da pilastri a cui sono
addossate mezze colonne.
È un elemento nettamente plastico, perché risolve
l'equilibrio delle forze di peso
e di spinta nel contrapposto tra il vuoto dell'arco e la
sporgenza delle colonne; e,
perché risultante da una equilibrata composizione di
forze, assume il senso e la
funzione di una membratura articolante. Come eserciti
questa funzione si vede
nella grande parete curva, a cui il ripetersi di quella
membratura dà valore di
massa articolata o strutturata.
Il grande palazzo che Nerone si costruì in una larga area
tra Esquilino, Celio e
Palatino, la Domus Aurea, era un immenso complesso di
corpi circondati da
giardini e articolati intorno a un salone centrale
ottagonale, la cui cupola girava
come la volta celeste. Immagine della follia di un
visionario megalomane, fu da
Vespasiano condannato alla distruzione quasi totale; ma
ebbe, comunque, una
importanza non piccola nello sviluppo dell'architettura
romana. Richiamandosi
alla tradizione teocratica or ientale, Nerone volle
probabilmente fare della propria
reggia il "palazzo del Sole" : e a modelli orientali si
riferì, non soltanto
nell'ostentato fasto dei marmi preziosi e delle opere
d'arte, ma anche nel
collegare la costruzione a elaborati giardini, nel
concepirla non già come un
blocco chiuso ma come un organismo snodato e come un
succedersi di soluzioni
formali in rapporto con la natura. Doveva essere un
monumento; ma non più alle
glorie patrie, bensì alla divinità della persona
dell'imperatore, quasi la miracolosa
immagine della sua onnipotenza. E questo concetto rimarrà
legato a tutta
l'architettura imperiale, concepita come movimento di
grandi masse costruttive in
vasti spazi liberi.
Nella valle tra l'Esquilino, il Palatino, il Celio sorse
l'anfiteatro Flavio, inaugurato
da Tito nell'80 d.C. Per la sua mole e per le molte
memorie storiche ad esso
connesse assunse ben presto, e conservò nei secoli,
valore di simbolo: non vi è,
nel Medioevo e nel Rinascimento, veduta realistica o
simbolic a di Roma in cui
non domida tutte le parti del mondo conquistato da Roma:
lo spettacolo del circo
era dunque una specie di grande parata, di "trionfo"
continuamente celebrato e
rinnovato sotto gli occhi dei governanti e del popolo di
Roma.
L'immenso serbatoio umano rispondeva anzitutto alle
esigenze di una complessa
funzionalità interna: rapido afflusso e deflusso dei
45.000 spettatori, depositi di
materiali e attrezzature per gli spettacoli. Sotto la
cavea, o gradinata per il
pubblico, correvano grandi gallerie anulari, che si
affacciavano all'esterno con tre
ordini di arcate, a cui sovrastava un ultimo anello di
muratura continua. Nei primi
tre ordini la struttura è di travertino nelle parti
portanti, e di blocchi di tufo nei
riempimenti.
Alta più di 50 metri, con il diametro maggiore di 188, la
grande mole ellittica
dominava e caratterizzava il paesaggio urbano: in asse
col fòro, ne concludeva
la prospettiva monumentale, collegandola ai grandi
complessi edilizi del Palatino,
del Celio, dell'Oppio. La sua forma tondeggiante era il
fulcro del sistema di
masse e di vuoti, cioè di edifici, di vie e di piazze,
che costituiva il tessuto del
centro cittadino: per la prima volta un edificio era
concepito in scala urbanistica,
cioè in rapporto a tutta la zona monumentale e
rappresentativa della città.
Questo rapporto si esprime, oltre che nella dimensione,
nella forma ellittica
dell'edificio, che sviluppa una curvatura la cui ampiezza
muta con il punto di
vista; e nella relazione tra lo spazio urbano circostante
e il grande spazio cavo
dell'interno. Questa è realizzata mediante le gallerie
interne che, ni il grande
anello murario del Colosseo. A spiegare c ome abbia
assunto questo significato
ideologico non basta la passione dei romani per i giochi
del circo. I gladiatori, i
lottatori, le belve che erano esibiti nell'arena
provenivano
da tutte le parti del mondo conquistato da Roma: lo
spettacolo del circo era
dunque una specie di grande parata, di "trionfo"
continuamente celebrato e
rinnovato sotto gli occhi dei governanti e del popolo di
Roma.
L'immenso serbatoio umano rispondeva anzitutto alle
esigenze di una complessa
funzionalità interna: rapido afflusso e deflusso dei
45.000 spettatori, depositi di
materiali e attrezzature per gli spettacoli. Sotto la
cavea, o gradinata per il
pubblico, correvano grandi gallerie anulari, che si
affacciavano all'esterno con tre
ordini di arcate, a cui sovrastava un ultimo anello di
muratura continua. Nei primi
tre ordini la struttura è di travertino nelle parti
portanti, e di blocchi di tufo nei
riempimenti.
Alta più di 50 metri, con il diametro maggiore di 188, la
grande mole ellittica
dominava e caratterizzava il paesaggio urbano: in asse
col fòro, ne concludeva
la prospettiva monumentale, collegandola ai grandi
complessi edilizi del Palatino,
del Celio, dell'Oppio. La sua forma tondeggiante era il
fulcro del sistema di
masse e di vuoti, cioè di edifici, di vie e di piazze,
che costituiva il tessuto del
centro cittadino: per la prima volta un edificio era
concepito in scala urbanistica,
cioè in rapporto a tutta la zona monumentale e
rappresentativa della città.
Questo rapporto si esprime, oltre che nella dimensione,
nella forma ellittica
dell'edificio, che sviluppa una curvatura la cui ampiezza
muta con il punto di
vista; e nella relazione tra lo spazio urbano circostante
e il grande spazio cavo
dell'interno. Questa è realizzata mediante le gallerie
interne che,
mentre assicurano la perfetta praticabilità
dell'anfiteatro, definiscono la profondità
o la spazialità interna della massa, che si va
assottigliando verso l'alto fino a
concludersi nella superficie piana, interamente
dispiegata nella luce e nella
atmosfera, dell'ultimo ordine. La ripetizione del gruppo
arco-pilastro-semicolonna
lungo tutta la superficie dell'ellisse determina, per il
continuo mutare della
curvatura, una graduale variazione del chiar oscuro.
Avendo come generatrice formale la curva (nella
planimetria: esedre, absidi,
rotonde; nell'alzato: archi, volte, cupole)
l'architettura romana tende a svilupparsi
liberamente nello spazio con un succedersi di masse
modellate e di vuoti
collegati, articolati, snodati. Ogni edificio sembra
continuar si negli edifici contigui,
formando così lo spazio architettonico urbano, in cui i
grandi volumi chiusi si
alternano a grandi vuoti architettonicamente definiti. Il
nucleo monumentale di
Roma non nasce da un progetto unitario: è un organismo
complesso che si
sviluppa nel tempo, secondo le necessità e i gusti di una
società sempre più
varia e animata. Il fòro è appunto uno spazio aperto, una
piazza ch'è insieme
luogo di sosta e di transito, e la cui figura
architettonica è determinata dal
tracciato del perimetro e dalla qualificazione plastica
delle pareti che la limitano.
Ad APOLLODORO DI DAMASCO si attribuisce il dis egno del
fòro di Traiano,
nucleo essenziale del complesso sistema dei fòri
imperiali: la grande piazza
cintata aveva un portico a due ordini; due lati la
collegavano al fòro di Augusto e
alla Basilica Ulpia, gli altri due avevano due grandi
emicicli in
laterizio, e in un lato c'era un primo ordine di tabernae
(botteghe) e un secondo
ordine di nicchie e finestre. La Basilica Ulpia, a un liv
ello leggermente più alto,
ripeteva, in forma allungata, lo schema del fòro: era
un'aula rettangolare
porticata, con due grandi absidi nei lati corti.
Immetteva a sua volta, mediante un
altro vano porticato, fiancheggiato da due biblioteche
(una per i libri latini, l'altra
per i greci), alla gradinata e al pronao del tempio di
Traiano (innalzato da
Adriano) la cui fronte costituiva così il fondale
monumentale di questo succedersi
di spazi architettonici. Davanti al tempio, tra le due
biblioteche, sorgeva la
colonna coclide i cui rilievi raccontano, come in un
rotolo avvolto sul fusto, i fatti
delle due campagne contro i Daci. Tanto il fòro che la
basilica erano adorni di
marmi colorati, di statue di bronzo dorato, di trofei di
guerra: il centro della vita
attiva della Roma traianea era anche, in tutto il suo
articolato complesso, il
"monumento" che tramandava la storia della vittoria
romana sui "barbari" . Il fòro
è dunque molto più che una borsa e un mercato, è il luogo
dove la vita della città
e dello Stato si inquadra sullo sfondo della propria
storia: il centro direttivo della
società romana.
L'altro grande organismo sociale, dedicato allo svago ma
soprattutto
all'educazione fisica, era costituito dalle terme: quelle
di Traiano, iniziate da
Domiziano, sorgevano sui resti della Domus Aurea
neroniana ed erano un
organismo complesso, che aveva al centro il gruppo degli
ambienti destinati ai
bagni (tepidarium, calidarium etc.) e, intorno, un vasto
insieme di palestre,
stadi, biblioteche, portici, viali, giardini.
Con Adriano si ha una netta svolta nello sviluppo
dell'architettura romana.
Questo imperatore colto, raffinato, ammiratore della
Grecia, vuole imprimere alla
cultura figurativa del proprio tempo un carattere
decisamente classico. Nella villa
che si costruì presso Tivoli volle rievocare i monumenti
che aveva ammirato in
Grecia e in Egitto (il Pecile, il Canopo, la valle di
Tempe, il Liceo, l'Accademia
etc.); ma è nuova l'idea di concepire la villa come un
insieme di edifici ambientati
in un paesaggio, quasi formando con la natura una veduta
ideale. Gli stessi
schemi fondamentali dell'architettura romana sono
rielaborati o, meglio, ridefiniti
con una volontà di rigore formale. Nell'edificio della
piazza d'Oro si cerca una
combinazione tra andamenti curvi e rettilinei: la pianta
è un ottagono, nei cui lati
si alternano quattro absidi e quattro vani rettangolari,
riassunti nella cavità della
cupola.
Ricostruendo il Pantheon, iniziato da Agrippa al tempo di
Augusto e poi
devastato da un incendio, Adriano si è palesemente
proposto di fissare la forma
ideale del tempio rotondo. È un grande vano perfettamente
circolare coperto da
una cupola a calotta, ornata da lac unari che vanno
restringendosi,
prospetticamente, fino al buco rotondo dello impluvium.
Di qui entra la luce che,
propagandosi lungo la raggiera dei lacunari, si diffonde
in modo uniforme in tutto
il vano cilindrico, la cui forma risulta dunque da una
graduazione continua del
chiaroscuro. All'esterno il prònao rettilineo inquadra
prospetticamente il volume
cilindrico dell'edificio. Il mausoleo di Adriano (nel
medioevo trasformato in
fortezza, l'attuale Castel Sant'Angelo) riprende
programmaticamente il tema del
mausoleo d'Augusto, ma lo sviluppa in una mole più vasta
anche in rapporto alla
situazione paesistica, sulla sponda del Tevere.
Il classicismo adrianeo rimane tuttavia una parentesi
nello sviluppo
dell'architettura romana: che, diffondendosi nelle
province lontane e
specialmente in Asia Minore e in Africa, s'intreccia con
le tarde, pittoriche correnti
ellenistiche e si conclude in una straordinaria varietà
di soluzioni formali e di
effetti scenografici. Come accade per la scultura, le
correnti provinciali rifluiscono
nella capitale, dando luogo, nel III secolo, a
un'architettura sempre più rivolta ai
grandi effetti spaziali e nella quale la decorazione
abbondante e vistosa assume,
come determinante del risultato pittorico, un valore
anche strutturale. Il Settizonio
di Settimio Severo (demolito alla fine del Cinquecento)
aveva una successione di
piani (forse sette) porticati: addossato alle pendici
meridionali del Palatino si
presentava come un grande fondale scenico ad uno dei
principali accessi alla
città, la via Appia.
Le terme Antoniniane o di Caracalla sono un tipico
esempio del gusto del
gigantesco, più che del monumentale, che domina
l'architettura della tarda
romanità. Entro l'immenso recinto rettangolare v'erano
palestre, portici, giardini,
perfino botteghe ed uffici; lo stabilimento termale vero
e proprio era dotato di
complessi impianti tecnici per la conservazione e la
distribuzione dell'acqua calda
e fredda; le grandi sale termali (tepidarium, calidarium,
frigidarium etc.) erano
coperte per lo più a volta o a cupola, sostenute da c
olonne, rivestite di marmi
colorati. Al di là della funzionalità specifica e delle
varie funzioni connesse
(terapeutiche, ricreative, sportive etc.), l'immenso
complesso edilizio aveva una
più vasta, indefinita funzionalità sociale, come luogo di
ritrovo di una società
ormai infinitamente lontana dall'austerità spartana degli
inizi: padrona del mondo,
persuasa di poter vivere delle ricchezze che affluivano
dalle province, del lavoro
dei popoli soggetti, e avviata invece ad una crisi
profonda, non soltanto
economica e politica, ma delle coscienze. Non più curiosa
soltanto delle forme
artistiche e dei modi di vita dei paesi lontani, ne
accoglie e sperimenta i culti: lo
prova, nel recinto stesso delle terme di Caracalla, la
presenza di un mitrèo cioè
di un santuario dedicato (come vari altri a Roma) a un
culto orientale.
Il ninfeo di Licinio, noto come il tempio di Minerva
Medica, è un tipico esempio,
pur nelle dimensioni limitate, della complessità
strutturale di questa architettura:
complessità strutturale che, però, è ormai soltanto in
funzione di un sempre più
vivace, pittoresco movimento delle masse murarie. Il
corpo centrale del ninfeo è
un decagono, ma ogni lato si dilata in una nicchia sicché
la pianta ha la forma di
una margherita: tutti questi volumi, convessi
esternamente e cavi all'interno si
coordinano nella cupola. La cupola è rinfiancata da
costoloni esterni: le spinte
sono così localizzate e tutta la costruzione risulta da
un irradiarsi di masse piene
e vuote intorno a un asse verticale centrale. Massenzio,
"conservator urbis suae",
fa costruire la Basilica Nova, che si chiamerà poi di
Costantino, con grandi
bracci coperti da volta a botte, perpendicolari
all'immenso vano centrale: le volte
rimandano dall'una all'altra, come un'eco, il rimbombo di
una spazialità
smisurata, sviluppata in direzioni ortogonali, quasi
scavata nelle poderose masse
murarie. Diocleziano costruisce il proprio palazzo non
più a Roma, ma a Spalato:
il potere è ormai decentrato, la provincia assume
un'importanza tanto maggiore
quanto più premono i barbari ai confini dell'Impero. Il
palazzo di Diocleziano,
immenso, è insieme città, palazzo di governo, villa e
residenza imperiale
accampamento o caserma: è un insieme compatto di edifici
in cui si concentrano
tutte le funzioni del potere e del potere vuol essere
l'immagine grandiosa, anche
se in realtà racchiudendolo nelle sue mura fortificate,
ne riveli la debolezza e la
precarietà. A Roma, ed è una delle ultime grandi
costruzioni imperiali,
Diocleziano fa costruire un enorme complesso termale,
anche più imponente di
quello di Caracalla. Ma da tempo ormai la provincia aveva
assunto, anche per
l'architettura, un'importanza che finisce per offuscare
lo stesso prestigio della
capitale. Sono gli stessi imperatori che favoriscono il
decentramento dello Stato e
quello della cultura. L'estro formale ellenistico trova
nella provetta tecnica
romana la possibilità di soluzioni e varianti nuove,
talvolta audacissime, come nei
templi di Baalbek in Siria e specialmente in quello detto
di Venere, rotondo, con
un anello di nicchie nella parete rocciosa e,
tutt'intorno, un giro di colonne che
portano un grande architrave, che oppone le s ue curve
aperte verso l'esterno alla
curvatura del cilindro centrale. A Petra tombe scavate
nella roccia hanno facciate
architettoniche, evidentemente prive di ogni ragione
costruttiva ma in cui, proprio
perciò, le forme tradizionali del repertorio classico -
archi, colonne, fregi,
architravi, edicole - si compongono con assoluta libertà,
come puri organismi
plastici in cui gli elementi architettonici sono soltanto
i simboli dell'originaria
funzione strutturale e portante.
Quanto alla "forma urbis" , l'ultima grande iniziativa è
quella dell'imperatore
Aureliano, che nel 272, decide di cinger e tutta la città
di mura: è un'opera
immensa, ma che annuncia l'imminente declino dello Stato,
poiché è l'implicita
ammissione che la città non può ormai più crescere ed
estendersi, ma soltanto
difendersi dalla minaccia di un nemico che l'esercito non
sa più tenere lontano,
oltre i confini.
La decorazione parietale
Abbiamo veduto che nell'architettura romana la parete ha
la funzione di
determinare lo spazio: concepita come limite o fondo,
qualifica lo spazio
atmosferico antistante allo stesso modo che il fondo di
una piscina determina,
per trasparenza, il colore dello specchio d'acqua. La
qualità plastica della parete
non è definita soltanto dalle membrature architettoniche,
ma anche dalla
decorazione plastica e, negli interni, pittorica. Poiché
la parete non è sentita
come una superficie solida, ma come una spazialità o una
profondità
immaginaria, non sorprende che su di essa vengano
rappresentati,
plasticamente o pittoricamente, aspetti della natura o
eventi storici e mitologici.
Lo spazio della parete rimane tuttavia uno spazio
immaginario o ipotetico, un
piano di proiezione: le immagini - architettoniche o
naturalistiche - risentono ad
un tempo della condizione im posta dal piano e della
libertà concessa alla
fantasia dell'artista dal fatto che quello spazio è,
appunto, uno spazio
immaginario. Un caso tipico è l'Ara Pacis Augustae, che
si presenta come un
quadrilatero di piani modellati: su alcuni è una teoria
di figure a bassorilievo, su
altri vi sono larghe volute di tralci di acanto. Il
bassorilievo partecipa, con le sue
parti più sporgenti, dello spazio naturale, atmosferico e
luminoso; con i piani
intermedi e più profondi, suggerisce il dissolversi di
quello spazio fisico nella
profondità illusoria e necessariamente abbreviata della
lastra. I tralci d'acanto, a
loro volta, sono bensì rilevati, ma sviluppati in volute
ritmiche e cioè ricondotti al
piano della parete. Questo è dunque concepito come un
termine medio o di
raccordo tra spazio naturale e spazio figurato o
immaginario.
La decorazione plastica sfrutta anche, specialmente per
gli effetti più sottilmente
chiaroscurali e pittorici, la tecnica dello stucco. È una
tecnica molto antica, già
conosciuta dagli artisti egizi e cretesi: consiste in un
impasto di calce e polvere di
marmo, praticamente lo stesso che veniva usato in Grecia
come ultimo rivestimento dell'architettura e della
scultura e come preparazione
alla stesura dei colori. Impiegato a corpo, cioè con
notevoli spessori, si presta
alla modellazione di immagini a rilievo: queste vengono
plasmate direttamente
sulla parete nell'impasto molle. Seccando e indurendosi,
la superficie acquista
una lucentezza serica, sensibile alle minime variazioni
luminose; e appare come
un dipinto monocromo. Alla pittura, infatti, più che al
rilievo può avvicinarsi lo
stucco plastico: sia per la tecnica rapida, a piccoli
tocchi di spatola, sia per la
morbidezza e la delicatezza dei passaggi chiaroscurali.
Al posto della pittura è
infatti impiegato nei luoghi dove per l'umidità o la
scarsa visibilità non possono
collocarsi pitture murali: esempio tipico, di rara
finezza, la decorazione della
basilica sotterranea di Porta Maggiore, a Roma. Non vi è
dubbio che la pittura
parietale romana dipenda da modelli ellenistici: questi,
infatti, sono quasi
totalmente perduti, mentre negli edifici di Pompei ed
Ercolano, sepolti dalle
ceneri del Vesuvio nel 79 d.C., molti ambienti conservano
intatta la decorazione
pittorica.
Si distinguono, per semplificare, quattro stili. Il
primo, sicuramente di origine
orientale, consta di semplici riquadri colorati a
imitazione del marmo, di cui sono
un surrogato economico. Tinteggiando le pareti si dà
un'intonazione coloristica
all'ambiente. Il secondo stile è più complesso: al di
sopra, e, figurativamente, al
di là di uno zoccolo è dipinta una prospettiva
architettonica in cui vengono
inscritti "quadri" con figurazioni per lo più mitologiche
su vasti sfondi architettonici
o paesistici. Il terzo stile, detto "della parete reale"
ha complicate architetture in
prospettiva, ma gli edifici raffigurati sono del tutto
fantastici e, per lo più, tracciati
con linee sottili e con colori tenui. In questi
tracciati, che non hanno alcuna
pretesa illusionistica, vi sono riquadri, spesso d'un
nero lucente, sui quali il pittore
traccia con tocchi rapidi, brevi e vivaci, piccole figure
sospese, come volanti. La
funzione della riquadratura prospettica è,
sostanzialmente, di sospendere il
pannello figurato in una profondità immaginaria,
impedendogli di identificarsi con
il piano murario. Il quarto stile, che compare soltanto
negli ultimi anni
dell'esistenza di Ercolano e Pompei, riprende il tema ar
chitettonico-prospettico
del secondo, sviluppandolo però con un colorismo più
intenso e con una più
complessa scenografia, talvolta con riferimenti espliciti
alla scena architettonica
del teatro.
La pittura
Benché sia noto dalle fonti che a Roma si praticava la
pittura su tavola, le sole
pitture romane che conosciamo sono le figurazioni
inserite nelle decorazioni
parietali e appartengono, in gran parte, alle due città
campane di Pompei ed
Ercolano.
Nel I secolo a.C. la pittura romana si distacca dalla
tradizione etrusca a cui era
collegata e si volge agli esemplari greci: un pittore che
si dice "ateniese" firma Le
giocatrici di astragali, poche figure finemente disegnate
e appena velate da
un colore diffuso, ispirate ai vasi attici a fondo
bianco. Da più recenti esemplari
ellenistici dipendono riquadri di decorazioni parietali,
come la figurazione nuziale
delle Nozze Aldobrandini: celebrata come un capolavoro
quando fu ritrovata, alla
fine del Cinquecento, è piuttosto l'opera di un corretto
imitatore, che traccia le
figure con colori fluidi e con tocchi liberi, a macchia,
anche se, probabilmente,
non afferra l'unità spaziale e compositiva del modello.
Per gli antichi, la pittura è
rappresentazione d'immagini e, come le immagini, non deve
aver corpo,
saldezza plastica: è un gioco di macchie colorate, di
luce ed ombra. Il fatto
stesso che i temi fossero ripetuti da modelli, spesso a
memoria e con varianti,
favorisce l'andamento corsivo, rapido e appena s
ommariamente descrittivo del
pennello.
Non bisogna confondere, come spesso s'è fatto, questa
pittura compendiaria,
cioè rapida ed evocativa, con il moderno impressionismo,
che tende a rendere
con assoluta immediatezza un'emozione visiva.
Consideriamo, scegliendo a
caso, il gruppo di Ermafrodito e Sileno, nella casa dei
Vettii. Il discorso pittorico è
rapido, ha una cadenza accentata, vivace; ma scorre su
uno schema del tutto
convenzionale. È una pittura a macchia; ma il contrasto
tra la macchia luminosa
del corpo di Ermafrodito e quella scura del corpo di
Sileno dipende dalla
convenzione di dipingere in toni chiari i corpi delicati
delle donneo degli
adolescenti e in toni bruno-rossastri i corpi robusti o
dei vecchi. Convenzionali
sono anche gli atteggiamenti delle figure, il fondo con
un accenno sintetico e
quasi simbolico di alberi e architetture, perfino le
lumeggiature bianche sui
massimi risalti dei volti. Il pittore non cerca di
inventare, ma di ripetere con
vivacità e bravura: come il musicista che esegua una
partitura data.
Nella villa dei Misteri a Pompei è perfettamente
conservato un grande fregio
figurato, che rappresenta con ogni probabilità un rito di
iniziazione al c ulto di
Dioniso. Le figure sono viste sullo sfondo vicino di una
parete rossa: su di essa
risaltano entro contorni sottili e precisi, guidati da
una volontà di chiarezza
classica. Ma il contorno stesso, più che una linea
disegnata, è il limite tra le due
zone coloristiche e ne modula sensibilmente il rapporto.
La stesura coloristica è
leggera, fusa, trasparente: con i contorni fermi il
pittore non ha voluto
determinare il risalto dei corpi né precisare la loro
anatomia, ma fissare,
proiettandola sul piano rigido della parete, un'immagine
senza corpo, fatta di
trascorrenti nubi d'ombra e di luce.
La componente romana, in questa pittura di fondo
ellenistico, è generalmente
indicata dall'accentuazione realistica; ma, più che in un
interessato riferimento al
dato oggettivo, la si nota in un appesantimento
dell'immagine, non dissimile da
quello che osservammo nella pittura etrusca. Nei paesaggi
e nei ritratti,
specialmente, l'immagine, pur non dipendendo da una
sensazione o emozione
ricevuta dal vero, viene intensificata per dare
l'illusione del vero. Un porto di mare
è rappresentato dall'alto, in modo quasi planimetrico;
edifici e navi sono distribuiti
come su una carta topografica; i brillanti tocchi di luce
non hanno
alcun riferimento a una luce reale, sono un espediente
per ravvivare,
illusivamente, le immagini delle cose. Nel giardino della
villa di Livia a Roma, si
ha un "inventario" di piante, raffigurate a memoria: il
pittore conosce la forma di
ogni singolo albero o arbusto e la descrive con
sicurezza; ma ciò che viene
precisato con rapidi tratti di colore non sono le cose
che l'artista vede, bensì le
nozioni che ha di esse. Non dunque lo spettacolo della
natura, ma le immagini
della mente prendono forma e si fanno evidenti nell'arte;
e la tecnica rapida e per
cenni, compendiaria, non è una tecnica creata per rendere
con immediatezza le
emozioni visive ma per tradurre visivamente quelle
immagini. Si spiega così
come questa tecnica diventi anche più rapida e intensa
nella pittura cristiana
delle catacombe, le cui immagini puramente simboliche non
hanno alcun
rapporto con la realtà oggettiva.
Anche nel ritratto si parte da "tipi" , che vengono poi
specificati in modo da
evocare le fattezze. Nelle tavolette che, tra il I e il V
secolo, si ponevano in Egitto
sulla mummia nei sarcofagi (detti ritratti del Fayum), la
persona è rappresentata
per lo più frontalmente, con grandi occhi spalanc ati per
dare l'idea della vita; ma
solo l'accentuazione di qualche tratto fisionomico
richiama la figura reale del
defunto. È, come si vede, un procedimento che non parte
dal "vero" ma,
muovendo dall'idea o dal tipo, tende ad accostarsi al
vero: un procedimento,
cioè, che va dal generale al particolare ma senza
implicare una presa diretta dal
reale.
La scultura
Più della pittura è caratterizzata la scultura romana,
benché da principio dipenda
in gran parte dalla greca, prima attraverso l'influenza
etrusca, poi per la presenza
a Roma di artefici greci e di un gran numero di copie di
statue classiche. Il
cosiddetto realismo, col quale si distingue il ritratto
romano dall'ellenistico e
dall'etrusco, si spiega almeno in parte con l'importanza
che avevano, nel rito
funerario del periodo repubblicano, le maschere di cera
ricavate, per calco, dal
volto dei defunti. Ma i busti-ritratti del I secolo a.C.
non si limitano a riprodurre
fedelmente le fattezze della persona, ne ricostruiscono
figurativamente la
biografia. Se il ritratto etrusco tende a prolungare
idealmente la vita oltre la
morte, il ritratto romano è rivolto, per così dire,
all'indietro e tende a rivelare
nell'immagine presente il tempo vissuto, il passato. Per
il romano il valore della
persona si identifica con la sua storia, con ciò che ha
fatto, con l'esperienza
compiuta. Molto più dei caratteri psicologici l'artista
cerca nel volto del modello la
traccia lasciata dagli eventi vissuti: in questo senso
può dirsi che la ritrattistica
romana si avvicina alla storiografia o, quanto meno, è un
modo di assicurare al
personaggio la sopravvivenza in un aldilà che non è Eliso
né Erebo, ma la
memoria dei famigliari o dei cittadini. È facile
ritrovare nell'impianto del ritratto
romano la compattezza volumetrica e la saldezza plastica
dell'etrusco e perfino
la tendenz a idealizzante del greco; ma proprio perché il
nucleo dell'immagine è
unitario e simmetrico, il minimo scarto dalla simmetria,
come il lieve inarcarsi di
un sopracciglio o una piega appena percettibile
all'angolo della bocca, basta a
dare alla figura una sicura, sorprendente somiglianza.
Questa non viene meno
neppure nei ritratti ufficiali, come nel I secolo d.C.
quelli di Augusto, anche se
destinati a fissare e diffondere un'immagine ideale: la
figura dell'imperatore è
figura per eccellenza storica, quindi la più adatta ad
essere espressa nella statua
intesa come celebrazione storica. Lo stesso interesse per
la storia, come
succedersi di eventi, si nota, già in epoca repubblicana,
nei bassorilievi "a
narrazione continua" , in cui i successivi momenti di un
fatto vengono
rappresentati senza interruzione, spesso con la
ripetizione delle stesse figure e
con effetti di profondità illusoria che derivano ver
osimilmente dalla pittura
ellenistica.
Alla fine del I secolo a.C. un monumento ben conservato
ed ora ricomposto
rivela chiaramente i caratteri e le tendenze della
scultura augustea. La Ara Pacis
Augustae, dedicata nel 9 a.C., è un recinto quadrato
intorno all'altare del
sacrificio: sulle pareti esterne sono esposti (e verrebbe
fatto di dire affissi) rilievi
rappresentanti il conventus della famiglia imperiale e
dei grandi dignitari alla
cerimonia della consacrazione. Viene spontaneo il
confronto di questa teoria di
personaggi con il fregio fidiaco del Partenone: non tanto
ci sorprenderà che
togate personalità ufficiali abbiano preso il posto della
fiorente gioventù ateniese,
quanto il fatto che le figure sono ordinatamente disposte
su piani paralleli in
profondità. La prospettiva è in funzione di una gerarchia
simbolica, che porta in primo piano i personaggi più
importanti, spesso
determinandoli come ritratti, e allontana le figure
minori, che appaiono, appena
delineate dal rilievo bassissimo, sul piano del fondo. Le
figure sono
rappresentate immobili, quasi senza gesto, una accanto
all'altra: non c'è ritmo,
ma soltanto cadenza. Il chiaroscuro è leggero,
uniformemente graduato, favorito
dalla blanda frequenza delle pieghe ricadenti dei panni.
Non è diversa la ritrattistica ufficiale augustea, a
cominciare da uno dei suoi
prototipi, la statua di Prima Porta, accuratamente
studiata per la "ragion di stato".
È palese il richiamo al canone greco, ma l'ideale del
decoro s'intreccia
palesemente a quello del bello. La figura, che ha gli
attributi del condottiero e
quelli dell'oratore, è in atteggiamento di calmo e sicuro
dominio; nel volto la resa
fisionomica è ad un tempo precisa e generalizzata, quasi
a indicare che proprio
quella particolare persona assume, per la grandezza
storica delle sue gesta,
valore universale.
I rilievi del fornice dell'arco di Tito, alla fine del I
secolo, sono già molto lontani
dall'austero classicism o augusteo. Le cornici sfondano
illusivam ente la parete
aprendo al movimento concitato delle figure uno spazio
profondo e pittorico. Nel
trionfo i cavalli della quadriga formano una successione
di volumi in profondità;
gli esili fas ci dei littori, solcando il piano del
fondo, suggeriscono una profondità
atmosferica. Nel trasporto del bottino da Gerusalemme lo
spazio è definito dalla
porta di città in scorcio e l'illusione di profondità è
accentuata dal
vuoto sopra le figure; e queste formano gruppi in
movimento, separati da
profonde pause d'ombra.
Confrontando all'ordinata processione dell'Ara Pacis
queste agitate sequenze
plastiche fatte di aspri risalti e di vuoti profondi, di
pause e di riprese improvvise,
pronte a rompere il limite dell'inquadratura e del piano,
vediamo subito che
questa scultura, nella struttura formale simile
all'ellenistica, ha in sé un nuovo
contenuto drammatico. Il mito è ormai lontano, e col mito
la sembianza varia e
colorita della natura. Domina il pensiero della storia,
quale appare nei grandi
scrittori romani: non distaccato e neppure edificante
racconto di eventi, ma
interpretazione drammatica del loro significato.
La colonna di Traiano, dedicata nel 113 d.C. e colloc ata
nel fòro traianeo, è un
lungo, preciso memoriale delle imprese m ilitari
dell'imperatore. In una fascia a
basso rilievo, avvolta a spirale intorno al fusto della
grande colonna celebrativa,
sono raccontate momento per momento le vicende delle due
campagne per la
conquista della Dacia. Il nastro, sviluppato, è lungo più
di duecento metri,
contiene più di duemilacinquecento figure. Sola cesura
nella narrazione continua,
tra i fatti della prima e della seconda guerra, una
figura di Vittoria alata, che
incide su uno scudo il nome del vinc itore. È lo stesso
tema della Vittoria di
Brescia, di poco anteriore. La Nike greca era un genio
volante che portava dal
cielo il favore degli dèi; la Vittoria romana è una
figura che medita e scrive, è la
Storia che annota l'evento e ne tramanda la memoria.
Lo scultore stende la narrazione figurata senza dividerla
in episodi, senza alzare
il tono della voce nei mom enti culminanti. Forse non ha
un progetto preciso, si
lascia guidare dalla successione dei fatti. Sull'alta
mole cilindrica della colonna,
simbolo della stabilità e della grandezza dell'impero,
suscitano un animato ma
sommesso movimento di luce e di ombra: gli eventi
increspano appena la
superficie di una realtà storica data per eterna.
Un'attenzione troppo minuta
concessa alle singole figure avrebbe fermato la corsa
della narrazione; si vuole
invece che l'attenzione dello spettatore trascorra senza
pause, afferri il senso
reale di questo diario di guerra: non tanto la gloria
dell'impresa, quanto il seguito
interminabile dei giorni, ciascuno con il suo tormento e
la sua speranza. La
fattura rapida, incurante dei particolari è un'esigenza,
prima che visiva,
psicologica; una questione di tempo. L'orlo del nastro
non è regolare ed esatto
come una cornice; col suo andamento ondulato segue il
succedersi concatenato
degli episodi, facendo da terreno a quelli che stanno
sopra, da cielo a quelli che
stanno sotto. Con una sensibilità sempre desta, lo
scultore modula questo segno
continuo, che definisce insieme una situazione di spazio
e una condizione di
luce. Anc he l'andamento del racconto è, per così dire,
ondulato: accelera e
rallenta, senza fermarsi mai. Malgrado il fine
celebrativo, è spregiudicato: registra
i successi e i rovesci, le atrocità dei barbari e quelle
dei romani.
L'artista non si propone di rappresentare quello che ha
veduto o vede, ma quello
che sa o ha sentito dire: lo spazio non è mai un
paesaggio veduto nella sua
estensione, ma un luogo dove accadono certi fatti. È
importante sapere che qui
c'è un torrente in piena da guadare, là un bastione da
espugnare, più avanti un
bosco da tagliare per fare le palizzate del campo: del
torrente non vediamo il
corso e le sponde, m a soltanto l'onda che travolge i
cavalieri; del bastione, un
tratto di muro con gli assalitori in basso e i difensori
affacciati. Non valgono più le
proporzioni normali: per la verosimiglianza, l'assalto al
bastione si sarebbe
dovuto rappresentare come un alto muro, con tante
piccole, indistinte figurine ai
piedi e in cima; invece, alterando le proporzioni, si fa
il bastione poco più alto di
un parapetto in confronto alla dimensione delle figure. I
combattenti sono, in
proporzione, più grandi del bastione perché la loro
importanza nel racconto è
maggiore.
Anche la luce è in funzione del r acconto; si sposta qua
e là come il raggio di una
lanterna, battente o radente, cruda o attenuata. In una
scultura (specialmente se,
come questa, destinata a stare all'aria aperta) la
qualità della luc e è determinata
dall'emergenza, dall'inclinazione, dalla qualità delle
superfici: modellando, l'artista
espone variamente i piani della forma all'incidenza della
luce; determinando la
qualità della superficie - liscia, scabra, punteggiata,
tratteggiata etc. - determina il
modo con cui la superficie riceve, assorbe, incanala,
riflette, rifrange la luce,
esattamente come farebbe un pittore con i colori. Un
elemento coloristico, anche
se non espresso con la varietà delle tinte, è ormai
implicito nella struttura plastica
della forma. Questa evidenza anche coloristica
dell'immagine è tanto più
necessaria in quanto l'artista non rappresenta una realtà
visibile, ma visualizza
un racconto tramandato. Utilizza tutta la ricca esper
ienza visiva dell'arte
ellenistica, non perché gli serva a vedere ma perché gli
serve a rendere visibile,
a comunicare. La utilizza, cioè, come si impiegano le
parole di un linguaggio, che
rimangono le stesse quale che sia il contesto in cui
vengono inserite. Qui il
contesto è storico e l'intenzione morale; nell'arte
ellenistica il contesto era
naturalistico e l'intenzione conoscitiva. Può accadere
che il contesto e
l'intenzione diversi modifichino a poco a poco il
signific ato originario delle par ole,
e le deformino. È quello che accade ai modi formali
ellenistici nell'interpretazione
romana, ma attraverso l'intervento di fattori non
propriamente romani.
Chi è, di dove viene questo primo gr ande maestro della
scultura romana? Non è
certamente un romano né proviene, come molti artefici
attivi a Roma, dalla
Grecia o dall'Asia Minore. R. Bianchi Bandinelli, che ne
ha ricostruito la
personalità, ha analizzato il sentimento che pervade
questa storia figurata
traianea: "elemento nuovo, e altamente poetico, una
umana, popolaresca direi,
compassione e comprensione per le figure dei vinti, che
sono quelle nelle quali la
simpatia del maestro si fa più sentita... e proprio in
alcune scene di trasporto e di
compianto di capi bar bari uccisi o feriti, oppure di
esodo di popolazioni scacciate
dalle loro antiche e agresti sedi, si compongono le sue
più felici e più nuove
espressioni" . Vi sono precedenti che aiutano a capire la
formazione del
MAESTRO DI TRAIANO: non a Roma ma in "terra di barbari" ,
nel mausoleo dei
Giulii a Saint-Rémy, nella Gallia Narbonense. È un
monumento del tempo di
Augusto, un tipico esempio di arte "provinciale" e non
per questo incolta, ma
immune dal classicismo ufficiale e dall'eloquenza
celebrativa. "Al tempo di
Traiano - scrive anc ora Bianchi Bandinelli - un grande
artista, erede della
ininterrotta tradizione ellenistica, maturatosi però
nell'ambiente artistico romano,
riassume in sé, rivivendoli e fondendoli in
un'espressione figurativa superiore,
alcuni modi particolari dell'arte italico-provinciale,
creando un linguaggio artistico
nuovo, che s'identifica addirittura per noi con la più
tipica arte romana e che
dovrà rappresentare, per il suo tempo, da un lato il
coronamento di oltre un
secolo di travaglio, dall'altro l'inizio di un periodo
nuovo. Questo nuovo periodo
che si distacca dal precedente viene chiamato col nome di
tarda romanità. Con
questo nome, in genere, si è intesa l'arte che va dalla
fine del II secolo fino a
Costantino e oltre: monumento iniziatore di questo stile
tardo la colonna
Antonina. Ma la colonna Antonina deriva in linea diretta
dalla colonna Traiana, e
questa può effettivamente dirsi il monumento che per noi
annunzia l'inizio della
tarda romanità" .
Il classicismo seguita tuttavia ad essere lo stile di
corte ed ha, al tempo di
Adriano (117-138), una ripresa guidata dal gusto
personale dell'imperatore; ma
l'involuzione classicistica finisce per provocare, per
reazione, un più vigoroso
slancio anticlassico. L'arte adrianea è metropolitana e
aristocratica, quanto l'arte
del Maestro di Traiano è provinciale e popolare; anzi
proprio da questo momento
si delinea la distinzione, che andrà facendosi sempre più
netta specialmente nel
mondo biz antino, tra un'arte aulica e ufficiale,
canonica, e un'arte periferica,
dissidente, satura di fermenti, anche se germinata dallo
stesso tronco culturale.
La stessa antitesi che passa tra l'architettura del
Colosseo, con la sua massa
poderosa aperta allo spazio, e quella del Pantheon,
chiusa a contenere uno
spazio rarefatto e geometrico, passa tra la scultura
traianea e l'adrianea. Mira
quest'ultima a rianimare intellettualisticamente, con
raffinatezza neoclassica, le
qualità più rare dell'arte ellenistica, di cui tuttavia
le sfugge la concreta sostanza
figurativa. La statua di Antinoo-Dioniso ha proporzioni
ricercate, superfici seriche,
mollemente cedevoli al contatto della luce. I medaglioni
con scene di caccia, poi
riportati nell'arco di Costantino, hanno finezze
manieristiche, di gemme incise;
sono mitografie ambigue, erotiche e malinconiche insieme,
con una cadenza
intenzionalmente lirica. Ma, parallelamente a questa
corrente aulica, v'è l'altra,
robustamente prosastica e anticlassica. Nella base della
colonna di Antonino Pio,
in una giostra funebre, lo scultore si pone chiaramente
il problema di una nuova
struttura della rappresentazione spaziale. Non ricorre
alle sapienti dissolvenze
luminose, elaborate dalla scultura ellenistica per creare
un'illusione visiva: per
realizzare uno spazio in cui ogni cosa abbia un peso di
cosa reale, dispone le
figure a ghirlanda sul piano, le isola, le collega tra
loro con il movimento ripetuto
delle zampe dei cavalli. Non v'è più una profondità
illusoria, che fonda tutto in
un'atmosfera luminosa; il fondo è liscio, le figure a
forte rilievo, con un duro
rapporto di cosa a vuoto, essere a non-essere.
È quasi polemico l'anticlassicismo della colonna di Marco
Aurelio, eretta
nell'ultimo quarto del II secolo in Campo Marzio (ora
piazza Colonna). Il modello
è la colonna traianea: una narrazione a nastro, in cui
gli episodi si succedono
senza tregua e la figura del protagonista, l'imperatore,
è ripetuta molte volte (ma
sempre in atto di moderare, mai di combattere). Le
immagini di lotta e di strage
sono più crude, più manifesta la coscienza della br uta
violenza attraverso la
quale il dramma della storia si compie; ma al più aspro
realismo fa riscontro un
senso nuovo del soprannaturale. Anche nel racconto di
Traiano intervenivano, di
quando in quando, figure mitologiche: un dio fluviale,
per esempio, assisteva al
guado delle truppe, secondo l'uso romano di personificare
i luoghi. Nella colonna
di Marco Aurelio, invece, l'immagine di Giove Pluvio
scende dal cielo,
rovesciando dalle braccia aperte torrenti d'acqua a
ristoro delle legioni assetate.
Non è più un'arcana presenza mitica, ma un miracolo
invocato e ottenuto, un
intervento soprannaturale nel dramma degli uomini. Questi
sono in balia di una
forza che li trascende, non rispondono più della loro
storia; e un mondo come
questo, che vive in un'alternativa di tormento e di
speranza, è ormai pronto a
ricevere il messaggio cristiano. Anche la storia
figurata, come la vera, è fatta di
luci e di ombre: la composizione è discontinua, lacerata
con improvvise
accensioni drammatiche. Non è seguito neppure il filo
della narrazione; episodi di
una campagna sono intercalati come per un'associazione di
ricordi, a quelli
dell'altra. Le figure sono modellate sommariamente, ma
v'è sempre qualche
tratto che le rende vive, presenti: può essere la smorfia
di un volto, un gesto,
anche soltanto un viluppo di pieghe o la nota coloristica
di una superficie
punteggiata dai buchi neri del trapano. È l'opposto della
diffusione luminosa
ellenistica, della melodica modulazione adrianea: tanto
che non più di
"impressionismo" s'è parlato per questa scultura, ma di
"espressionismo" , per
indicare che non rappresenta più qualcosa di visto o di
visibile, ma visualizza
qualcosa che si sente nel profondo dell'animo. Neppure
quando il tema è aulico e
celebrativo si riesce a dominar e l'impulso anticlassico:
non mancavano modelli
per la statua bronzea di Marco Aurelio (ora nella piazza
del Campidoglio), eppure
ciò che interessa l'artista è il contrasto tra il
massiccio volume del corpo e lo
scatto nervoso delle zampe del cavallo o le masse
intensamente pittoriche dei
capelli e del mantello.
Ancora un fiacco, sempre più manieristico tentativo di
ridar vita alla corrente
aulica si ha con il figlio di Marco Aurelio, Commodo; e,
con più nostalgico
richiamo al severo classicismo augusteo, come all'arte di
un tempo perduto e
rimpianto, con Gallieno ( 253-268). Ma la corrente
aulica, anche se sostenuta
dalla cultura di corte, si fa sempre più fioca
nell'intersecarsi delle correnti
provinciali che confluiscono a Roma, e molto meglio
rispondono alle richieste di
una società composita, differenziata, agitata da
ideologie contraddittorie, com'è
quella della capitale dell'immenso ma ormai crollante im
pero romano.
La moda dei sarcofagi scolpiti aveva cominciato a prender
piede al tempo di
Adriano; ora si diffonde, con diversi livelli di qualità,
con l'opera di artisti e
maestranze artigiane di varia provenienza. Le figurazioni
storiche, mitologiche,
allegoriche sono tratte da quello ch'è ormai un
traboccante ma confuso repertorio
di temi classici ripetuti a memoria, con varianti
occasionali dovute al gusto degli
scultori o al capriccio dei clienti: e sono tutti temi
vagamente elegiaci, allusivi alla
caducità della vita e all'ineluttabilità della morte, e
proprio questa vaga poeticità
finisce di dissolvere la severa costruzione classica. La
composizione è continua
o suddivisa, orizzontalmente in fasce o verticalmente in
nicchie o edicole; più che
costruito, lo spazio è riempito da molte figure, che
scandono una facile cadenza
di pieni e di vuoti. La tecnica rapida, a intaglio, per
una produzione quasi di serie,
favorisce gli effetti di illusionismo pittorico; ma, più
che a creare suggestioni
visive, tende a comunicare in modo direttamente,
facilmente emozionale il motivo
poetico. Questa scorrevolezza del discorso plastico, non
meno che la varietà
tematica e il frequente ricorso ad allegorie e simboli
d'uso corrente, spiegano
come la scultura dei sarcofagi prontamente si presti ad
accogliere, magari sotto il
velo di favole mitologiche, i primi temi cristiani, e
costituisca così uno dei tramiti
più efficaci tra l'arte tardo-antica e quella del primo
medioevo.
La scultura del tempo di Costantino e, in generale, del
periodo tetrarchico
documenta, nell'arte, il culmine della crisi finale della
cultura classica. I rilievi
dell'arco di Costantino, che pure rappresentano imprese
militari e fanno parte di
un "monumento" ufficiale hanno un carattere nettamente
provinciale e
popolaresco, ma la tendenza a trasformare l'articolata
sintassi della
composizione classica nella presentazione frontale,
paratattica, di figur e isolate
e schematizzate, allineate per ranghi gerarchici come in
una tribuna cerimoniale,
ha la sua origine nell'arte provinciale romana e una
larga diffusione in Oriente e
specialmente in Siria, cioè in regioni precocemente
raggiunte dal Cristianesimo,
o, almeno, dai fermenti spiritualistici che lo pr eparano.
Prima ancora di designare
una verità spirituale al di là dell'esperienza mondana,
queste correnti svalutano il
valore in sé della forma naturale e dell'azione umana,
della storia, che diventano
semplici segni o simboli.
L'ideologia che divinizza l'imperatore e lo stato riduce
il significato della persona
alla caric a che riveste nella gerarchia dello stato,
forma terrena dell'ordine divino;
è soltanto l'insegna di un grado e, se il grado si
riconosce dalla veste, la veste
interessa più del corpo o del volto. Più precisamente,
anche il corpo ed il volto
valgono solo in quanto rivelano la dignità o il grado:
per quei caratteri, tratti o
attributi che si considerano tipicamente espressivi o,
piuttosto, dichiarativi della
dignità o del grado. Nelle statue coloss ali, come il
Colosso di Barletta o il
Costanzo II, di cui rimane la testa (palazzo dei
Conservatori a Roma), la
dimensione è tanto più grande del vero e il corpo e il
volto sono ridotti a quelli
che si considerano i tratti distintivi di una dignità più
che umana: non si vuole dire
che l'imperatore è così, ma che così appare agli occhi o
alla fantasia del suddito.
Quest'arte diventa presto aulica od ufficiale perché
l'autorità stessa vuole
manifestarsi nei modi con cui è conc epita e venerata dai
sudditi, e perché,
quanto più si esauris ce la sua reale forza di governo,
tanto più tiene alle forme
esteriori dell'ossequio. Incapace di sviluppo storico,
immobilizza il potere in una
gerarchia che proclama di origine divina, eterna. Ma,
intanto, il punto di vista che
si afferma e prevale, e tanto più con il diffondersi del
pensiero cristiano, è quello
del "suddito" , di colui che nella storia è piuttosto
paziente che agente, piuttosto
la vittima che l'eroe. L'arte "provinciale" tardo-antica
è appunto l'arte dei "sudditi"
che ammirano e riveriscono i simboli di un potere, che in
realtà non esiste più
che per il prestigio di quei simboli. Sarà il
Cristianesimo a dimostrare che i sudditi
e le vittime sono, più che i potenti e i dominatori, i
veri protagonisti di una storia
che ha, come ultimo fine, la salvezza spirituale del
genere umano.
(G.C. Argan, Storia dell’arte italiana)