Nella penisola ellenica una nuova
componente etnica progressivamente modifica
e caratterizza la cultura della
protostoria mediterranea. La crescente infiltrazione
di genti provenienti dal nord
(dori) determina, come contraccolpo, la migrazione
dei popoli ellenici della costa
occidentale verso l'oriente: l'Asia minore diverrà
così il centro della cultura
ionica, sempre pervasa da un caldo s entimento della
natura e sensibile a tutte le
modulazioni affettive, e perciò sottilmente
antitetica al
severo rigorismo formale, alla
tendenza al simbolico e all'astratto propria della
tradizione dorica. Questa domina
il periodo detto del medioevo ellenico, tra il XII
e il IX secolo: nella ceramica la
conformazione dei vasi ha curvature tese e la
decorazione, coloristicamente
severa, è quasi matematica nel computo rigoroso
degli intervalli tra i segni.
Con la combinazione delle due
componenti, dorica e ionica, si è voluto spiegare
il coesistere, nella grande arte
greca, di un'astratta esigenza a priori di ordine,
simmetria e proporzione, e di una
sempre rinnovata, talvolta impetuosa e
drammatica esperienza della vita.
In realtà, dalla fase arcaica alla classica, e da
questa al molteplice diramarsi
delle correnti ellenistiche, lo sviluppo storico
dell'arte è inseparabile da
quello della cultura e della coscienza politica del
popolo ellenico.
Fin dal suo primo configurarsi
nel vasto ambito della civiltà mediterranea, la
società greca si costituisce sul
pensiero di un perfetto equilibrio tra umanità e
natura: nulla è nella realtà che
non si definisca o prenda forma nella coscienza
umana. Aristotele spiegherà che
il primo stadio della "politic a" è la famiglia
(oikìa), il secondo il villaggio
(koinè), il terzo la città (pólis). Le stesse leggi
dello
stato hanno il loro fondamento
nelle leggi naturali; e naturale è il fondamento
della logica e della scienza,
della morale e della religione. Ma non per questo la
vita è equilibrio immobile,
stasi; è, invece, aspirazione c ontinua a una
condizione
ideale, di perfetta libertà
"naturale" . Per questo ideale di libertà la Grecia
combatterà lungamente contro
l'impero persiano, ultima forma dell'oscuro
dispotismo asiatico; e questa
lotta storica non sarà che il seguito della mitica
lotta
di liberazione della coscienza
dagli incombenti terrori del mondo preistorico e
protostorico, con le sue
minacciose potenze soprannaturali. Di questa
continua
lotta, mitica e storica, per la
liberazione della coscienza e la limpida conoscenza
del reale, l'arte figurativa è,
più ancora che una testimonianza, un fattore
essenziale: concepita come il più
puro e perfetto dei fenomeni naturali, rivela
nella chiarezza delle sue forme
la forma ideale della natura, nella sua essenza
universale che è al di là di ogni
accidentale contingenza. In questo senso ha una
funzione attiva o costruttiva: si
accompagna al pensiero dei filosofi e al genio
ispirato dei poeti nella ricerca
di una verità che non è oltre ma dentro le cose e
che non si raggiunge
oltrepassando l'esperienza, ma approfondendola e
chiarendola. Si spiega così anche
quello che, ai nostri occhi, potrebbe parere un
limite dell'arte classica: il suo
porre come unico oggetto, o quasi, la figura umana.
Essa infatti è considerata, tra
tutte le forme naturali, la più vicina all'ideale,
la più
libera dalle contingenze
accidentali: in essa si vede come la civiltà,
interpretando
i significati profondi della
natura, ne idealizzi le forme.
Lo sviluppo storico dell'arte
greca viene comunemente diviso in tre periodi:
arcaico, dal VII alla fine del VI
secolo; classico, fino alla metà del IV;
ellenistico,
fino alla metà del I. Questa
periodizzazione schematica riflette la tradizionale
concezione evoluzionistica, per
cui il periodo classico dovrebbe considerarsi
come momento di apogeo, preceduto
da una fase di preparazione o di
progresso, e seguito da una fase
di declino o di dissolvimento. Questa tesi non è
accettabile perché ogni
situazione storica deve essere valutata nel proprio
significato e non solo in
rapporto ad altre; tuttavia la fase centrale, detta
classica,
ha prodotto opere di tanta
altezza da poter essere assunte, dai posteri, come
esempi di perfezione assoluta e
da poter costituire perciò il fondamento di una
teoria dell'arte, o estetica.
Con il termine classico,
relativamente recente, i teor ici del XVIII e XIX
secolo
hanno indicato, infatti, la
perfezione della forma artistica, il suo carattere
di
universalità, l'eternità del suo
valore. La forma artistica è data come assoluta e
universale allorché implica ed
esprime una concezione totale del mondo. Poiché
la concezione del mondo che trova
nell'arte la sua espressione totale è quella di
anche quello che, ai nostri
occhi, potrebbe parere un limite dell'arte classica:
il
suo porre come unico oggetto, o
quasi, la figura umana. Essa infatti è
considerata, tra tutte le forme
naturali, la più vicina all'ideale, la più libera
dalle
contingenze accidentali: in essa
si vede come la civiltà, interpretando i significati
profondi della natura, ne
idealizzi le forme.
Lo sviluppo storico dell'arte
greca viene comunemente diviso in tre periodi:
arcaico, dal VII alla fine del VI
secolo; classico, fino alla metà del IV;
ellenistico,
fino alla metà del I. Questa
periodizzazione schematica riflette la tradizionale
concezione evoluzionistica, per
cui il periodo classico dovrebbe considerarsi
come momento di apogeo, preceduto
da una fase di preparazione o di
progresso, e seguito da una fase
di declino o di dissolvimento. Questa tesi non è
accettabile perché ogni
situazione storica deve essere valutata nel proprio
significato e non solo in
rapporto ad altre; tuttavia la fase centrale, detta
classica,
ha prodotto opere di tanta
altezza da poter essere assunte, dai posteri, come
esempi di perfezione assoluta e
da poter costituire perciò il fondamento di una
teoria dell'arte, o estetica.
Con il termine classico,
relativamente recente, i teor ici del XVIII e XIX
secolo
hanno indicato, infatti, la
perfezione della forma artistica, il suo carattere
di
universalità, l'eternità del suo
valore. La forma artistica è data come assoluta e
universale allorché implica ed
esprime una concezione totale del mondo. Poiché
la concezione del mondo che trova
nell'arte la sua espressione totale è quella di
un determinato momento della
civiltà greca, l'universalità dell'arte classica non
è
una qualità soprastorica, ma si
identifica con la sua storicità. Diremo dunque che
in nessun altro periodo, forse,
l'arte è stata così pienamente espressiva della
realtà storica, nella sua
complessità, come nel periodo detto classico
dell'arte
greca. È chiaro che l'arte
classica non potrebbe essere pienamente espressiva
della realtà storica se il suo
sviluppo non si attuasse come sviluppo storico, cioè
se l'operare dell'artista non
presupponesse una lucida consapevolezza
dell'esperienza del passato e
della finalità a cui si mira. L'arte classica ha
dunque
il suo fondamento nel passato e
mira al fine della perfezione assoluta. Perciò
l'operare dell'artista appare
sempre collegato con un interesse teorico,
programmatico, che trova talvolta
la sua espressione in canoni o leggi formali.
Il canone si riferisce, per
l'architettura, alle relazioni metriche tra le parti
e tra ogni
parte ed il tutto; per la
scultura, alle dimensioni relative delle parti della
figura
umana. Il canone tuttavia, non è
una costante iconografica o un tipo d'immagine
che venga ripetuto uniformemente,
ma un sistema di proporzioni tra le parti e
delle parti col tutto: in questo
senso riflette la concezione ellenica della realtà
come relazione armonica di parti
e dell'esistenza individuale come relazione
dell'uomo con la natura, la
società, il divino. Il canone, infine, non limita la
libertà
dell'artista più che le regole
metriche non limitino la libertà espressiva del
poeta.
Dal concetto di classico va
nettamente distinto il concetto di classicismo, che
si
applica ai periodi in cui l'arte
classica è assunta a modello e imitata. Non
soltanto, infatti, il
classicismo, assumendo a modello l'arte del passato,
implica la
sfiducia nella capacità dell'arte
di esprimere la realtà storica presente, ma,
riducendo l'arte all'imitazione
di modelli storici, annulla il valore di creatività
che è
proprio dell'arte classica.
Il tema o il contenuto
fondamentale dell'arte classica è il mito: non per
questo,
però, essa può dirsi sacra o
religiosa come sarà, per esempio, l'arte cristiana
del
medioevo. Le immagini degli dei e
degli eroi greci non hanno lo scopo di istruire il
fedele o di incitarlo alla
devozione; e meno che mai si pongono come sacre in
sé,
come materializzazioni del
divino. Il Kerényi ha spiegato che la religione
greca
non nasce come rivelazione, ma
come lento formarsi del mito e cioè attraverso il
racconto verbale o scritto o
figurato delle antiche saghe sull'origine del mondo
e
le prime vicende del genere
umano. Le rappresentazioni poetiche o plastiche
non dipendono dunque da un
sistema teologico e, meno che mai, da una
concezione teocratica dell'ordine
sociale; sono esse che, tramandando le antiche
credenze e le loro varianti da
popolo a popolo, danno al senso del divino e del
sacro quella forma sensibile che
è il m ito. La religione stessa, dunque, non è più
imposta dall'alto con l'autorità
di un sovrano e di una casta sacerdotale, ma sale
dal basso, come espressione di un
ethos popolare. Essendo l'espressione stessa
della polis non è una legge
immutabile, ma ha un
suo sviluppo storico. Dagli
antichissimi miti protostorici, ctonii, che
esprimevano il
timore reverenziale degli umani
davanti alle incontrollabili forze del cosmo, si
passa ai miti olimpici, che
esprimono la raggiunta armonia tra l'uomo e un'ormai
amica natura. I nuovi dèi, che
spesso vediamo raffigurati in lotta contro una
precedente generazione divina
fatta di giganti e di mostri (la Gorgone, le Furie,
i
Giganti, i Titani etc.), sono le
immagini ideali di attività o virtù umane: la
sapienza
e la cultura (Atena), la poesia
(Febo), la bellezza (Afrodite), l'abilità nei
traffici
(Ermes), il valore guerriero
(Ares), l'autorità (Zeus); e una splendente legione
di
semidei, ninfe, eroi intesse una
comunicazione continua tra il mondo degli
immortali e quello dei mortali:
null'altro che l'immortalità, infatti (cioè la
libertà
dalla morte, la sola negata agli
uomini) è il privilegio della natura divina. Proprio
perciò la divinità è un'umanità
ideale, la forma assoluta di un'esistenza che, sulla
terra, è limitata e relativa.
L'atteggiamento degli uomini di fronte al divino è
di
ammirazione più che di devozione.
Un altro grande studioso della mitologia
greca, Walter Otto, scrive:
"Questa religione è tanto naturale che la santità
non
può trovarvi luogo" . I greci non
aspirano alla trascendenza, i loro dèi hanno
un'esistenza simile a quella
degli uomini e non sempre esemplare; ma felice
perché non oscurata dal pensiero
della morte inevitabile. Essi amano scendere
sulla terra dal loro cielo,
ch'era poi soltanto un monte: uomini privilegiati
possono
incontrarli nel bosco o alla
fonte. Non v'era, in ciò, nulla di miracoloso. Il
dio degli
ebrei, per dare la vittoria al
suo popolo, fermava il sole e spartiva le onde del
mare; gli dèi dell'Olimpo,
racconta Omero, soccorrevano i loro protetti
rendendo
le loro membra più agili, la loro
corsa più veloce, la loro mente più pronta, cioè
intensificando le loro qualità
umane, portandole ad un grado "eroico" .
Se il divino non è che un "umano"
perfetto, la vita senza la morte, l'arte manifesta
il divino nella perfezione della
forma umana; e la perfezione è appunto l'evidenza
della legge dell'armonia (la
proporzione) che assicura l'identità di essenza e
sembianza. Nell'arte classica non
v'è distinzione tra il bello di natura e il bello
dell'arte; è l'arte che scopre e
rivela, o piuttosto istituisce il bello di natura.
Ogni
volta che, nelle successive
culture classiciste, si esalterà il bello naturale
si
alluderà ad una legge d'armonia
naturale rivelata dall'arte classica.
Il principio dell'arte come
mimesi o imitazione non contraddice al concetto
dell'arte come invenzione del
bello: mimesi non è la copia di ciò che l'artista
vede, ma confronto e scelta di
parti belle per giungere alla ricomposizione di un
insieme bello, e cioè di una
natura, non più empirica, ma ideale. Il possesso di
una teoria, e quasi potrebbe
dirsi di una sc ienza dell'arte, muta profondamente
la
posizione sociale dell'artista.
Esso non è più, come in Asia o in Egitto, un servo
che opera secondo gli ordini di
un sovrano dispotico e secondo le regole di una
rigida ritualità. È un cittadino
che esercita una libera professione; il depositario
di
una cultura estetica e tecnica,
di cui la società riconosce la necessità;
l'interprete
dei grandi valori ideali su cui
quella società consapevolmente si fonda. Qualsiasi
cittadino può ordinare allo
scultore una statua, al pittore un quadro da
"dedicare"
e collocare in un luogo pubblico:
i monumenti che sorgono nelle città greche non
sono più la testimonianza
visibile dell'autorità, ma della storia dello stato.
L'architettura
La città greca ha, all'origine,
una struttura e una configurazione molto semplici.
La città è dominata dall'altura
dell'acropoli, sorta dapprima per esigenze difensive
e come dimora principesca, e poi
riservata quasi esclusivamente a santuari ed
edifici rappresentativi. Il
centro della vita civile, politica e commerciale è
invece
posto nell'agorà, in genere in
pianura. Al disotto si stende liberamente la città
bassa (ástu¨), dove risiedono
artigiani, mercanti, contadini. Col tempo, i legami
tra città alta e città bassa si
fanno più stretti; la vita urbana diventa più
complessa
e differenziata e la città si
presenta come un organismo articolato. Si
moltiplicano
così i tipi degli edifici
(templi, teatri, scuole, palestre etc.), sempre
collegati alla
struttura organica della città e
alle esigenze della vita comunitaria. L'ordine
urbanistico era legato all'ordine
politico: quando la popolazione superava un
numero stabilito da leggi, una
parte di essa andava a fondare una nuova città
(colonia). Della città di Rodi,
disegnata da Ippodamo di Mileto, il costruttore
delle
mura del Pireo ad Atene, così
scrive lo pseudo-Aristide: "Nell'interno di Rodi non
si vedeva una piccola casa a
fianco di una grande; tutte le abitazioni erano di
uguale altezza ed offrivano il
medesimo ordine di architettura, di modo che
l'intera città sembrava formare
un solo edificio. Larghissime strade la
traversavano in tutta la sua
estensione. Esse erano tracciate con tant'arte, che
da qualunque parte si volgesse lo
sguardo l'interno presentava sempre una bella
decorazione. Le mura, nel vasto
recinto della città essendo frammezzate da torri
di sorprendente altezz a e
bellezza, eccitavano in particolar modo
l'ammirazione.
Le alte lor o sommità servivano
di faro ai naviganti. Tale era la magnificenza di
Rodi, che senza averla veduta non
poteva l'immaginazione formarsene un'idea.
Tutte le parti di questa immensa
città, congiunte fra loro in bellissime proporzioni,
componevano un insieme perfetto,
a cui le mura sembravano far corona. Era la
sola città che si potesse dire
fortificata come una piazza di guerra ed ornata
come un palazzo" .
I teorici neoclassici del
Settecento vedevano nell'architettura greca
l'immagine di
una società ideale, fondata su
leggi "naturali" e, anche per polemica contro la
complessità strutturale e
decorativa del Barocco, di quell'architettura
celebravano
soprattutto la semplicità, virtù
naturale e razionale ad un tempo. Evitava
l'imponenza delle grandi moli e
cercava l'armonia delle proporzioni,
commisurando le forme alla
funzione statica, cioè il sostegno al peso e il
pieno al
vuoto, il v olume dell'edificio
allo spazio naturale. Il tempio greco, aggiungevano,
discendeva dai primi templi
lignei, costruiti dai pastori nei luoghi frequentati
dagli
dèi, come una casa preparata a
riceverli; e ne conservava la memoria nelle
dimensioni limitate, a misura
umana, nella nitidezza degli incastri e degli
intagli,
precisi come fossero fatti nella
pasta tenera e compatta del legno. Che cosa c'è
di vero in questa concezione
palesem ente influenzata dalle poetiche d'Arcadia e
dalla teoria illuministica
sull'origine naturale della società civile?
Più di quanto non si creda.
Indubbiamente l'antica architettura greca è
l'opposto
dell'architettura gigantesca,
massiccia, fastosamente adorna degli imperi
asiatici.
Ciò che domina è il proporzionato
equilibrio di verticali e orizzontali, di pieni e di
vuoti. Nel tempio egizio i
sostegni sono altissimi, possenti pilastri molto
ravvicinati: si vuole che la
costruzione dia un'immagine di forza, sovrasti con
la
sua mole l'ambiente; nel tempio
greco i sostegni sono colonne i cui diametri sono
commisurati all'altezza e
all'intervallo, e così manifestano visibilmente
quella
legge di misura e di equilibrio
di forze che regge la natura. Davanti alle piramidi
egizie o alle rovine di Babilonia
si pensa alle falangi di schiavi che hanno
trascinato e sollevato gli enormi
blocchi per il monumento del despota; il tempio
greco è stato costruito dal
popolo per dare una forma al sentimento del sacro di
cui lo riempiva la contemplazione
della natura. Non è più il luogo dove si
celebrano sacrifici sanguinosi
per incutere nel popolo il terrore del potere; è il
luogo dove il popolo accorre, in
liete processioni, nelle feste delle comunità. Di
qui, anche, la nitida
funzionalità della sua forma: il fulcro della
costruzione non è
la cella chiusa, dove si
conservava il simulacro del dio, ma il porticato
(peristilio)
e lo spazio anteriore, dov'era
collocata l'ara e dove si svolgevano i riti in
cospetto
dei fedeli adunati intorno.
Che il tempio greco derivi dalle
più antiche costruzioni lignee non è provato
soltanto dalle proporzioni e
dalla struttura: sopravvivono, benché ridotti a
memoria simbolica, l'alto
basamento (stilòbate) di pietra, che isolava il
piede
delle colonne lignee dall'umidità
del suolo, gli spioventi del tetto, le gronde, i
gocciolatoi che impedivano
l'infiltrazione dell'acqua piovana. Dove però meglio
si
manifesta l'origine dalla
costruzione lignea è nell'elemento fondamentale del
sistema statico, la colonna. Non
è un elemento nuovo, perché già si trova nei
palazzi cretesi. Ma
nell'architettura greca la funzione portante
determina la
dimensione, le proporzioni, la
forma plastica delle colonne e le larghezze degli
intervalli.
Nel tipo originario, il tempio
dorico, la colonna è rastremata, cioè va
restringendosi verso l'alto
affinché sia più evidente il punto dove la spinta si
contrappone al peso
dell'architrave; il fusto a tronco di cono è
percorso in tutta la
sua lunghezza da larghe
scanalature che formano spigoli acuti, in modo che
la
graduazione del chiaroscuro sulla
larga curvatura si rifranga nel ritmo
chiaroscurale più frequente degli
sgusci, intensificandosi lungo il filo tagliente e
quasi trasparente degli spigoli;
nella parte mediana, il fusto è leggermente
rigonfio (èntasi) per dare
l'illusione del r eagire di una materia elastica al
contrasto
delle forze dall'alto e dal bas
so. La colonna dorica, priva di base, poggia
direttamente sullo stilobate; in
alto, termina con un anello schiacciato (echino),
che simula il comprimersi della
materia sotto il peso dell'architrave; l'àbaco è un
basso parallelepipedo, che
localizza, lungo l'architrave, i punti d'appoggio
delle
colonne. Al di sopra
dell'architrave, liscio, è una fascia (fregio) su
cui si alternano,
con leggero risalto, tavolette
figurate (mètope) e scanalate (triglifi). Sulle due
fronti corte del tempio è un
frontone triangolare, coi tre lati rafforzati da una
cornice sporgente che accresce la
profondità della parte incavata, occupata da
figurazioni scolpite. Il rapporto
tra la lunghezza della fronte e dei lati è
generalmente, con lievi varianti,
da uno a due.
La pianta del tempio è
rettangolar e. La cella (nàos) è pr eceduta da un
vasto atrio
a colonne (prònao). Talvolta le
colonne sono soltanto su una delle fronti (tempio
pròstilo) o su tutt'e due le
fronti (anfipròstilo); altre volte si allineano sui
quattro
lati, tutt'intorno al naos
(perìptero). Nel tempio periptero, lo spazio tra le
file delle
colonne e le pareti del naos
serviva alle processioni degli offerenti.
Il tempio greco è una struttura
volumetrica aperta; non separa con pareti
continue uno spazio interno
dall'esterno, ma si inserisce nello spazio naturale,
atmosferico e luminoso, con la
ripetizione ritmica delle sue forme plastiche e dei
suoi intervalli proporzionali.
Luce e atmosfera penetrano attraverso gli
intercolunnii, ma vengono
modulate e quasi filtrate dai grandi fusti scanalati
delle
colonne. Struttura e decorazione
sono studiate per questa lenta filtrazione,
questo sottile trascorrere della
luce su tutte le parti; la materia l'assorbe, la
condensa nel volume
dell'edificio, la qualifica nei colori di cui,
originariamente,
era ricoperto.
Tanto ai fini della
rappresentazione plastica dell'equilibrio statico
quanto a quelli
della filtrazione e modulazione
della luce sono estremamente importanti la forma
delle colonne, il rapporto tra
colonne e intervalli, le proporzioni generali
dell'edificio. Poiché la forma
della costruzione riflette sempre un'interpretazione
idealizzante dello spazio
naturale, la stessa struttura fondamentale del
tempio
assume, in luoghi diversi,
diversi caratteri. Non conosciamo i canoni o le
teorie
dell'antica Grecia se non
attraverso il trattato d'architettura di Vitruvio,
un
architetto romano del I secolo
a.C., che distingue le proporzioni in classi o
ordini,
secondo le regioni in cui furono
maggiormente diffusi: dorico, ionico, corinzio. Lo
stesso ordine dorico, da cui gli
altri discendono, non è assolutamente costante.
Dagli esemplari più arcaici (lo
Heraion di Olimpia e la basilica di Pesto: fine del
VII, metà del VI secolo), in cui
il ritmo delle colonne e delle pause è più grave e
profondo, si passa a forme più
snelle e affusolate, che dilatano il respiro dei
vuoti, come nel tempio di Cerere
a Pesto e di Afaia ad Egina (fine del VI,
principio del V secolo), per
tornare poi ad una più massiccia plasticità, che
intenzionalmente ripete le
cadenze severe della fase arcaica (tempio di Zeus a
Olimpia, tempio di Posidone a
Pesto, Heraion di Selinunte).
Nel tempio ionico, le forme sono
più agili, i chiaroscuri più ariosi e sfumati, i
contorni più elastici e
sensibili, le decorazioni più finemente intagliate e
più
pittoriche. Lo si vede nella
plastica delle colonne, il cui fusto affusolato non
poggia direttamente sullo
stilobate ma riceve scatto da una base formata da un
anello convesso (toro) e da uno
concavo (gola o tròchilo), che, come una molla
compressa, spingono in alto il
fusto. Questo è ancora scanalato, ma gli sgusci
più stretti e profondi
intensificano il chiaroscuro: tra sguscio e sguscio
lo spigolo
appiattito traccia una striscia
di luce viva. Il capitello ionico ha due volute che,
nella più delicata articolazione
dell'organism o costruttivo, risolvono visivam ente
il
contrasto delle forze nelle curve
scattanti delle spirali lineari. La decorazione più
fitta e minuta delle cornici
modula in un chiaroscuro più vibrante il contrasto
tra le
cornici aggettanti e la cavità
ombrosa dei frontoni.
Nel tempio corinzio compare un
elemento nuovo, il plinto, un alto dado che
solleva la base delle colonne dal
piano dello stilobate. Già questa volontà di
portare in alto la struttura
indica che si tende a una sempre più libera apertura
dell'edificio nella luce e
nell'atmosfera: lo conferma la forma più es ile
delle
colonne, l'accentuazione
dell'elasticità dei contorni nell'èntasi, la forma
dei
capitelli a cesto, con foglie
arricciate di acanto, la decorazione più mossa e
naturalistica, la molteplicità
delle varianti da edificio a edificio.
L'organismo spaziale del tempio
greco, sollevato sull'alto stilobate e aperto alla
luce, presuppone un ambiente
vasto e luminoso, lo sfondo dell'orizzonte e del
cielo: la scelta del sito, come
spiega Vitruvio, è il primo atto dell'architetto. Ma
non basta: il tempio sta allo
spazio naturale come il cristallo alla pietra
greggia;
dello spazio naturale rende
visibile la legge celata, la struttura geometrica.
Non è
una cosa nello spazio, ma la
cristallizzazione dello spazio empirico secondo
precise leggi di simmetria.
L'edificio non s ottostà alle leggi della veduta
"normale":
infatti l'artista le modifica
mediante impercettibili correzioni ottiche che
attenuano il digradare delle
grandezze per effetto della luce e dell'ombra o
dell'atmosfera. Si tratta, per lo
più, di lievi varianti nella larghezza degli
intercolunni, di rastremazioni
più o meno accentuate: ma è quanto basta perché
l'edificio non appaia più come
relativo allo spazio naturale, ma come forma
assoluta dello spazio.
I templi greci, come pure le
statue che li ornavano, erano rivestiti da un
sottilissimo intonaco policromo;
probabilmente anche il colore valeva come
correzione ottica degli effetti
di luce, trasformando la relatività del chiaroscuro
in
precisa qualità cromatica.
Altro tipo di architettura aperta
è quello del teatro, vasta cavità scoperta,
semicircolare, ottenuta
sfruttando le inclinazioni naturali del suolo. La
forma a
mezzo imbuto della gradinata,
dove sedevano gli spettatori, è anche determinata
dalle esigenze della visibilità e
dell'acustica: nel grande teatro di Epidaur o (IV
secolo) perfino le parole
pronunciate a bassa voce dagli attori in scena
potevano
essere distintamente udite anche
dagli spettatori più lontani. Al centro
dell'emiciclo era l'orchestra,
circolare o semicircolare, per i movimenti del coro;
subito dopo v'era il proscenio,
dove si svolgeva l'azione drammatica sullo sfondo
della scena, fondale
architettonico fisso. Poiché lo spettacolo,
rappresentazione
agìta del mito, era all'origine
collegato al rito religioso e veniva considerato
essenziale per l'educazione dei
cittadini, la forma aperta del teatro è, ad un
tempo, in rapporto con lo spazio
naturale, luogo ideale del mito, e con la vita
della società o della polis: non
soltanto geometrizza o riduce all'ordine razionale
la realtà naturale (il declivio
del colle), ma crea così lo spazio ideale per il
ripetersi manifesto del mito in
cospetto della comunità riunita. Poiché non molto
diverso era il significato dei
giochi ginnici, in cui si esaltavano le qualità
naturali
della persona umana educate con
l'intelligenza e la volontà, simile a quella del
teatro era la forma dello stadio
e dell'ippodromo: sviluppate però, per ragioni
funzionali, lungo un asse
longitudinale, dando cioè all'insieme una forma
allungata invece che
semicircolare.
Altre forme di architettura
aperta, originariamente dedicate alle esercitazioni
atletiche e poi a più vaste
funzioni culturali e di pubblica istruzione, erano
quelle
delle palestre e dei ginnasi: per
lo più recinti scoperti, circondati da porticati a
colonne.
La scultura arcaica
Scomparsi tutti i monumenti di
una pittura che gli antichi scrittori celebravano
come eccelsa, la scultura rimane
la somma testimonianza della figuratività
ellenica. E anche questa
conosciamo soltanto da pochi originali, per lo più
mutili
e privi dell'antica policromia, e
dalle numerose copie eseguite per i committenti
romani, dopo la conquista.
Né l'eredità minoico-micenea né i
rapporti, pur certi, con la statuaria egizia
bastano a spiegare la fioritura
quasi improvvisa della grande statuaria arcaica
nell'area dorica (Peloponneso),
ionica (Egeo, Asia Minore) e attica. Gli stessi
greci spiegavano con la leggenda
- la fuga del mitico DEDALO da Creta e il suo
arrivo nell'Attica - il nascere
di una scultura, le cui immagini non erano soltanto
idoli o materializzazioni del
divino in oggetti vagamente antropomorfi, ma
rappresentazioni del divino in
immagini che avevano l'apparenza della vita e del
movimento. Corrisponde infatti al
passaggio dal circolo chiuso della reggia
micenea all'aperta socialità
delle poleis il trapasso del sentimento del sacro
dall'oggetto direttamente
investito del potere divino all'intuizione del
divino
attraverso la rappresentazione
delle forme naturali idealizzate. Poiché la figura
umana è pensata essere la più
eletta delle forme naturali e la più prossima alla
perfezione ideale, essa è anche
quella che compendia nell'armonia delle proprie
forme l'infinita armonia del c
osmo: perciò, più che una ripetizione della
morfologia del corpo umano, la
statua è l'espressione in figura umana della
natura come un tutto e cioè,
ancora, dello spazio. Lo conferma il procedimento
tecnico generalmente seguito: lo
scultore lavorava con scalpelli a punta,
riducendo via via il blocco di
marmo tutt'intorno alla figura ideale di cui andava
ricercando i limiti e i contorni,
quasi disegnandola nella materia. Procedendo
dall'esterno, insomma, lo
scultore non cercava tanto la superficie solida del
corpo
quanto il suo limite
imponderabile con la luce e lo spazio: un limite,
appunto, che
definisse insieme lo spazio
infinito e la forma umana in cui quasi
simbolicamente
si identificava. Può sorprendere
che una materia tanto raffinata e preziosa fosse
poi ricoperta di colore: ma una
forma che si dia come universale, o come
fenomeno assoluto che compendi in
sé tutto il mondo dei fenomeni, non può
prescindere dal colore e nella
scultura, come nell'architettura, il colore sottrae
la
luce-forma alla variabilità o
mutabilità della luce naturale.
La Hera di Samo, uno dei più
antichi esemplari della grande statuaria greca,
dimostra come questo processo
tecnico non fosse un processo di traduzione in
pietra di un'immagine concepita
dalla mente, ma un processo stilistico, di
determinazione o individuazione
dell'immagine. Come nel tempio, forma ideale
dello spazio, si passa dalla
forma curva delle colonne, su cui la luce si gradua
in
infiniti passaggi, alla
volumetria dell'insieme, che offre alla luce i suoi
piani
squadrati, così qui si passa
dallo stelo cilindrico delle gambe avvolte nella
veste
pieghettata (chitoàne) al busto
squadrato, idealmente chiuso in quattro piani
ortogonali (frontale, tergale,
laterali). Lo scultore non si è fermato a questa
schematica identità di modulo
geometrico tra la forma ideale dello spazio
geometrico e quella della figura
umana; ma non ha cercato, al di là di quel limite,
di individuare e descrivere i
particolari delle membra. Ha invece cercato di
definire come la sostanza viva
dello s pazio, la luce, penetrasse in quella
struttura
geometrica fino a identificarsi
con la materia del marmo. Ha solcato il lungo fusto
cilindrico della veste con tante
pieghe sottili, tutte uguali come le scanalature di
una colonna, in modo da
costringere la luce a non trascorrere, ma ad
indugiare
sulla superficie incurvata; e, in
alto, ha dato al ritmo più largo delle pieghe del
manto (himåation) un andamento
sinuoso per suggerire le curve del braccio e del
busto al di là di quei piani
ideali. La Hera di Samo è opera ionica, e
tipicamente
ionico è questo intrecciarsi di
un'attenta sensibilità alle variazioni e vibrazioni
luminose, alla rigorosa geometria
dei grandi volumi. Nel giovane nudo (kour os) di
Milo, il passaggio da una
squadratura ideale, che taglia la forma per piani
frontali,
ad una forma tornita e quasi
cilindrica, che filtra e guida la luce entro la
plastica
del corpo, è anche più evidente:
come se la figura umana, data come forma
perfetta, non potesse che
risultare dalla combinazione e dalla sintesi dei due
tipi
fondamentali delle forme
geometriche, quelle a facce piane (cubo,
parallelepipedo, piramide) e
quelle a superfici curve (sfera, cilindro, cono). Ma
tra
queste forme, appunto, intese
come forme archetipe di tutta la realtà, è
l'infinita
varietà, la molteplicità
illimitata degli eventi della vita: in scultura,
tutte le possibili
qualità e quantità della luce.
Nella scultura ionica molti e div
ersi sono i modi di qualificare plasticamente una
superficie fissando il modo della
sua reazione alla luce: le piegoline del chitone o
i più radi solchi sinuosi dello
himation della Hera, le treccioline dei capelli e il
modellato disteso, offerto al
trascorrere della luce, del kouros di Milo; la
criniera
cesellata, che forma un alone di
luce intorno alla testa del leone di Mileto. Le
stesse stilizzazioni (come le
pieghe geometrizzate delle vesti, le chiome trattate
come rigide treccioline
accostate, con ondulazioni ritmiche, ripetute e
uniformi)
non sono che altrettanti modi di
trattenere e impegnare, in frequenze più fitte o
più rade, la luce sulla materia.
La struttura e perfino lo schema d'immagine sono
identici nelle statue di Kleobis
e Biton (c. 610), scolpite da POLYMEDES, della
corrente dorica. Se, riprendendo
il paragone con l'architettura, il kouros di Milo è
come un tempio in cui il fusto
snello e affusolato della colonna domina con il suo
slancio elastico tutto l'insieme,
il kouros di Polymedes è come un tempio in cui il
valore dominante sia quello dello
squadrato volume dell'insieme e le colonne non
siano che elementi di sostegno
nel sistema volumetrico. Lo squadro della testa e
del busto include nella propria
architettura le curvature del torso, delle gambe,
delle braccia; i passaggi
chiaroscurali sono netti e concisi; le minime
indicazioni
anatomiche si riducono a pochi
tratti graffiti per non turbare la compatta unità
del
volume. Analogamente, il leone di
Corfù, paragonato a quello di Mileto, è una
massa in tensione, rafforzata da
vuoti profondi, senza mediazioni o trapassi tra i
pieni, luminosi, ed i vuoti
carichi d'ombra.
Appartiene alla terza c orrente,
attica, il kouros del capo Sunio, del principio del
VI
secolo; e potrebbe, a prima
vista, parere il risultato di una somma delle due
correnti, dorica e ionica. V'è
invece un fatto nuovo: la figura umana non è più
pensata come la risultante
armonica di due forme geometriche archetipe (piane e
curve), ma come un terzo tipo di
forma, autonoma, capace di sprigionare da sé
una forza di moto, di prendere
possesso dello spazio. In altri termini, se all'idea
del puro essere-nello-spazio
succede quella dell'esercitare una forza nello
spazio, è necessario mettere in
evidenza le sorgenti di questa forza, la struttura
dinamica del corpo, i muscoli.
Non si tratta, tuttavia, di una ricerca
naturalistica
ma, ancora, strutturale: ossa,
muscoli, tendini sono considerati solo come linee o
correnti di forza che,
dall'interno, determinano le espansioni e le
contrazioni, le
sporgenze e le depressioni della
massa.
Del kouros di Tenea (560 circa),
chi l'analizzasse in rapporto alla conoscenza
dell'anatomia umana direbbe che
rivela una nozione ancora sommaria ma in
qualche parte già avanzata della
muscolatura. Invece il movimento della figura
dipende molto più da un leggero
spostamento dell'asse di simmetria che da un
gioco di muscoli; le ginocchia
sono i giunti di un congegno di forze; i muscoli dei
polpacci, gli inguinali, i
pettorali, sono altrettante spinte dall'interno che
determinano sporgenze dove la
luce batte più forte e vuoti dove l'ombra
s'addensa più fonda. Si veda, per
esempio, come la larga superficie del petto
campeggi nella luce perché i
fianchi, contratti, formano con le braccia
leggermente flesse due profonde
cavità d'ombra; e come i capelli, formando una
massa compatta, spingano in
avanti, quasi anticipando il movim ento del corpo,
il
profilo acuto e proteso del
volto. Il senso "eroico" di questa figura di giovane
atleta non è espresso da un gesto
corrispondente a un'azione precisa; ma da
una forma che diventa forza e che
si traduce nell'es pressione di un sicuro e
sereno dominio della figura umana
sullo spazio naturale.
Nella kore di ANTENORE (530
circa) non v'è neppure anatomia, ma soltanto
drappeggio. Come in tutto il
gruppo delle korai dell'Acropoli di Atene, un
sottile
luminismo di origine ionica
increspa tutte le superfici, variamente incanalando
la
luce nei rivoli fitti delle
pieghe irraggiate in direzioni diverse, nei festoni
dei lembi
ricadenti dei pepli, nelle fini
treccioline ondulate. Il moto o, piuttosto, la vita
della
figura è dunque interamente
ottenuto con diverse qualificazioni delle superfici
per
una varia modulazione della luce,
con il diverso orientamento e andamento dei
risalti luminosi e dei solchi
d'ombra, con il loro ritmo ora ascendente ora
discendente. La figura, insomma,
è uno schermo su cui s i intensificano,
animandosi, gli elementi che
compongono lo spazio naturale: e proprio da ciò
dipende il predominio della
figura, il maggior prestigio o il maggior valore di
bellezza che la figura scolpita,
la statua, assume nei confronti di tutte le
possibili
sembianze naturali.
Questa concezione della
centralità della figura umana rispetto allo spazio
di
natura corrisponde del resto
all'evolvere della credenza religiosa, del mito.
Indubbiamente la gravità dorica,
con il taglio severo delle masse e la forza
contenuta delle sue forme
conserva ancora il senso d'oppressione della
mitologia
ctonia, ch'è appunto la mitologia
delle preponderanti, invincibili forze cosmiche:
come si vede nel frontone di
Corfù, con la mostruosa figurazione della Gorgone
tra le belve, o nelle mètope di
Selinunte e di Pesto, o nelle figure frontonali di
Eracle e Tifone ad Atene; mentre,
nella corrente attica, il rapporto s'inverte e la
figura umana, dandosi come
suprema forma della natura e quindi come
rappresentazione di sé e dello
spazio, si pone veramente come pitagorica
"misura di tutte le cose".
Nella stele del guerriero
Aristion, firmata da ARISTOCLE (530 circa), l'esiguo
spessore del rilievo contiene,
anzi dilata il volume. Il vuoto è dato, nel fondo,
come un piano liscio, in
un'uniforme diffusione della luce. Mancando una
profondità reale, la plasticità
della figura è affidata all'andamento dei contorni,
alla linea. Al livello più
profondo, il braccio che regge la lancia è soltanto
profilato
sul fondo; i contorni tendono
alla retta; l'asta rettilinea solca appena il fondo,
divergendo leggermente dalle
rette del bordo. Il torace, col suo volume espanso,
è disegnato da una curva più
accentuata, più marcata ancora è la curva del
muscolo del bracc io affiorante
al primo piano. Benché tutta compresa nell'esiguo
spessore della lastra marmorea,
la figura è come inscritta tra le facce di un
parallelepipedo: il fondo, i lati
estremamente abbreviati nell'incavo dei bordi, un
piano frontale immaginario
suggerito dall'appiattirsi delle pieghe della manica
sul
braccio turgido, muscoloso. La
plastica, tuttavia, non risulta soltanto dalla varia
curvatura dei contorni: quanto
più marcata è la curva, tanto più profondo è il
solco d'ombra che, scavandosi ai
margini del volume, lo qualifica, per contrasto,
come volume luminoso. La luce si
condensa nei riccioli fitti dei capelli, scorre
lungo il tratteggio ondulato
della barba e, da questi punti di massima
vibrazione,
dilaga uniforme, come un velo, su
tutti i piani della figura. Non occorrono effetti di
scorcio o d'illusione visiva: la
modulazione della luce nello spazio dà valore
volumetrico anche ai minimi
risalti. Le linee stesse sono filamenti luminosi o
solchi d'ombra: non, dunque, una
trascrizione gr afica del volume, ma un
fenomeno plastico e visivo di
altrettanta evidenza. Non diversamente nella
poesia, specialmente nella poesia
greca, la parola vale contemporaneamente
per il suono e per il
significato, come fatto fonetico e fatto
concettuale.
Che la forma plastica sia sempre
concepita per uno spazio privilegiato, ideale,
non naturale, è dimostrato dalla
funzione che assume nell'architettura
specialmente nei frontoni dei
templi. La forma del tempio, come s'è veduto,
risulta dall'equilibrio o dalla
proporzione di verticali e orizzontali; al sommo, il
frontone triangolare riassume e
conclude, quasi stabilendone la media
proporzionale nei suoi lati
obliqui, i due grandi temi strutturali del peso
(orizzontali) e del sostegno
(verticali). La decorazione è formata da statue
collocate nella breve cavità del
frontone, tra il piano liscio del fondo e il piano
ideale, d'affioramento, indicato
dalle cornici sporgenti. È uno spazio ideale
perché è al di sopra e al di là
del pur equilibrato contrasto delle forze, oltre
l'orizzonte naturale
simbolicamente rappresentato dall'architrave e dal
fregio. In
questo spazio, che ha la
dimensione dell'eterno, si compone un racconto i cui
protagonisti sono statue; ed è
proprio il racconto, spiega Kerényi, che forma la
sostanza reale e concreta del
mito. I miti che vengono figurativamente raccontati
al sommo del tempio, nel frontone
che evoca il profilo d'un monte che potrebbe
essere l'Olimpo, e che sovrasta e
compone il dissidio delle forze naturali,
insistono tutti sullo stesso
motivo: raccontano la vittoria dei miti dell'armonia
naturale ed umana sui miti
terrifici delle forze naturali, il trionfo degli dèi
olimpici
sui giganti ed i mos tri delle
saghe arcaiche, la nascita di una natura ormai
distinta, nella chiarezza delle
sue forme, dalla turbolenta confusione del caos
primigenio. Rientra in questo
ciclo ideale la decorazione dei due frontoni del
tempio di Aphaia ad Egina (490
circa), che raffigurava le due fasi della lunga
lotta
dei greci contro Troia, avamposto
del mondo asiatico: l'impresa leggendaria di
Eracle contro Laomedonte e la
guerra degli achei contro Priamo. Ritta nella parte
più alta e mediana del frontone,
la statua di Atena, nume tutelare della civiltà
ellenica; ai due lati, in pose
adatte all'inclinazione degli spioventi, figure
isolate di
combattenti, di feriti, di
morenti. Se la composizione è condizionata dal
triangolo
ribassato del frontone, lo
sviluppo plastico è condizionato dalla breve
profondità
del rincasso e dalla necessità di
presentarsi frontalmente pur nella veduta dal
basso. Lo scultore doveva
comporre tra due piani paralleli e vicini: risolve
perciò
la plastica in un insieme di
tracciati lineari orizzontali, verticali, obliqui, e
la
struttura delle singole figure in
una combinazione di angoli di diversa apertura.
Poiché il movimento delle figure
deve contenersi in una spazialità ridotta, i gesti
vengono tutti ricondotti al piano
frontale o d'affioramento, dove la luce è piena e
incontrastata. Per lo stesso
motivo al centro, dove la luce è massima, la
"teofania" della dea è frontale e
senza gesto, mentre a destra e a sinistra, col
restringersi dei lati del
frontone e col diminuire della luce, le figure dei
combattenti in azione sono
inclinate, in ginocchio, coricate, in atteggiamenti
di
moto o di torsione. È dunque la
forma proporzionale del frontone che determina
la successione delle figure e, a
un livello più profondo, il pathos del racconto:
esattamente come nella tragedia,
dove il racconto non perde, anzi acquista
vigore dal fatto che i discorsi
ed i gesti sono contenuti in preordinate misure, in
metri obbligati, in tempi
prefissi. Proprio perché il ritmo è dato a priori e
non si
può uscirne (perché esso stesso è
l'essenza del compiersi degli eventi nello
spazio e nel tempo), bisogna che
ogni gesto o ogni frase abbiano, nel contesto,
un senso concluso, definitivo,
irrevocabile. Senza alcuna enfasi, come ubbidendo
a un ordine supremo e immutabile,
i gesti di lotta, di sofferenza, d'ira impotente si
scandono nel breve spazio dei
frontoni: e solo la logica di una ferrea causalità
collega il gesto di colui che
colpisce a quello del colpito, ma con un crescendo
d'intensità che culmina proprio
dove lo spaz io si restringe e finalmente si
annulla,
nelle figure coricate dei
morenti. Richiamandoci ancora alla tragedia, se le
statue
più arcaiche, dedaliche, possono
paragonarsi alla fase iniziale della tragedia,
quando v'era un unico attore, i
frontoni di Egina s i possono paragonare alla fase
successiva, in cui vi sono più
personaggi, ciascuno dei quali dichiara, in discorsi
conclusi, la propria situazione
tragica. Solo più tardi si avrà nella tragedia, come
nella scultura, il contrasto
diretto, il dialogo, il concitato incrociarsi delle
frasi e dei
gesti.
La scultura classica
Soltanto pochi decenni separano
le sculture di Egina da quelle dei due frontoni
del tempio di Zeus a Olimpia (465
circa). Il tema è ancora la lotta contro le
immagini tenebrose delle antiche
saghe: nel frontone orientale Zeus, ritto al
centro, assiste alla gara di
Enomao e Pelope; nell'occidentale, Febo assiste alla
lotta dei Lapiti con i Centauri.
L'ignoto, grandissimo MAESTRO DI OLIMPIA, in
cui s'è perfino proposto di
riconoscere Fidia giovane, concatena figure ed
episodi
nella stretta di un pathos
crescente. Sono gli anni in cui s'inasprisce la
lotta
contro i persiani, i "barbari" ;
né meraviglia che questa lotta per la libertà contro
una forza soverchiante,
oscuramente legata a concezioni remote e quasi
protostoriche, rianimasse
drammaticamente, nelle coscienze, il tema
tradizionale
del contrasto tra la chiara
mitologia delle idee e la buia mitologia delle
forze. Se
ad Egina la composizione er a
ancora paratattica, o per giustapposizione di figure
isolate, a Olimpia è sintattica o
per combinazione di figure in gruppi formanti un
unico insieme, quasi un nodo
plastico. Là le figure erano collegate dal logico
succedere dell'effetto alla
causa; qui dalla risposta di un sentimento a un
sentimento, di una reazione a
un'azione, di un gesto umano a un gesto umano.
La causalità non ha
l'arbitrarietà del fato, è una legge razionale,
superiore; ma è
pur sempre una legge, al cui
imperio non ci si può sottrarre. A un gesto umano si
risponde con un gesto umano:
anche se la causa prima rimane una volontà
divina, gli impulsi all'agire si
suscitano e si attuano nella sfera dell'umano. Ciò
che conta non è più l'attuarsi di
una legge, ma lo svolgersi nello spazio e nel
tempo di un contrasto di
sentimenti e di azioni. I gesti non sono mai, tranne
che
nelle figure divine, conclusi in
se stessi; seguitano nell'altra o nelle altre figure
del
gruppo, si trasmettono da un
gruppo all'altro come un'onda di movimento. Anche
se la condizione s paziale è
sempre quella determinata dal triangolo del frontone
con il suo breve incasso che
costringe le figure ad allinearsi contro il fondo,
il loro
annodarsi forma masse animate di
luce a cui corrispondono, irregolari e
drammatiche, pause scure di
vuoto. La correlazione dei gesti delle figure è
dialogica, c oncitata, per frasi
brevi e taglienti, talvolta interrotte dalla replica
immediata, come nella schermaglia
delle sticomitìe tragiche. Ad Egina la figura
centrale del dio era l'asse della
composizione, qui è una cesura tra un'arsi e una
tesi, un momento di sospensione
al culmine dell'intensità drammatica, di stasi tra
due ondate progredienti di moto.
Il racconto ha un suo tempo, ma è
un tempo storico, non più l'eternità del divino.
Sussiste una simmetria ai lati
dell'alta figura centrale, ma è una simmetria di
movimenti e non più di posiz
ioni. E la simmetria non è più identità di valori
corrispondenti, ma equivalenza di
ritmi compositivi. Nella Centauromachia Febo,
al centro, volge di scatto il
capo ed alza il braccio destro, assegnando la
vittoria
ai Lapiti: il suo gesto si
ripercuote nei gruppi, si trasmette fino
all'estremità del
frontone. Ma s'intuisce che lo
stesso segnale è già stato dato nella direzione
opposta, che nello sviluppo dei
fatti ai due lati del dio v'è una pur minima
diversità di tempi. Dunque
l'artista non si accontenta più di "presentare" il
fatto;
vuole "rappresentarlo" ,
ricostruirlo nel suo svolgersi, farne la storia. La
nuova
dimensione temporale è, infatti,
il tempo storico, e nel racconto storico non tutto
può essere detto con lo stesso
accento e la stessa forza: il racconto storico non
è soltanto descrizione ma
valutazione dei fatti. Se il fatto che si vuole
accentuare
è lo scatto di un braccio che
ferisce o la contrazione d'ira e di spasimo del
volto
di un ferito, bisogna che tutto
si ordini in funzione di quel tratto dominante. Il
modellato è liscio, pacato,
continuo; ma tutti i suoi piani convergono là dove
nell'immobilità della forma
s'accende la scintilla dell'evento: a una bocca
appena
contratta, a un'orbita
impercettibilmente più fonda, alla misurata tensione
di un
braccio. Questo convergere di
tutte le membra e perfino delle pieghe delle vesti
nel punto culminante del gesto dà
luogo a un ritmo ineguale, con accentuazioni e
rallentamenti, salite e cadute.
Si suole attribuire al Maestro di Olimpia
l'invenzione dello scorcio; ma il
suo modo di mettere le figure in scorcio non è,
come sarà poi, un espediente
illusivo per fingere che la figura stia in uno
spazio
maggiore di quello che le è conc
esso. Le sue figure non sono poste o ridotte in
scorcio; nascono in scorcio, né
sarebbe possibile immaginarle prima o dopo, in
riposo. Scorcio e movimento sono
qui i modi di una più intensa e complessa
strutturazione del fatto
plastico: non sottintendono, dicono più
concisamente. Nel
movimento e nello scorcio la
forma pr esenta alla luce piani diversamente
orientati: distesi per riceverla
in pieno, trasversi e sdruccioli per farla scorrere
più
rapida, tronchi per farla
precipitare in una cavità piena d'ombra. La luce non
si
limita a rivelare; partecipa
della com posizione colpendo duramente le forme,
immedesimandosi alle masse,
ingorgandosi nelle depressioni, disperdendosi
nelle ombre. La stessa cavità
frontonale, che ad Egina situava le figure nella
dimensione "catartica" della sua
perfetta proporzionalità, è qui un fattore di
concentrazione drammatica: le
masse, quasi spinte in avanti, non affiorano più a
un piano ideale ma si espongono
alla luce viva, la captano, la impegnano nel loro
movimento. In quello spazio le
azioni umane assurgono al livello del divino o
dell'eroico senza perdere nulla
della propria drammaticità: come nella tragedia di
Eschilo, dove la vicenda,
dolorosamente umana e dominata dal fato, è tuttavia
così altamente vissuta da
coinvolger e l'umanità e la realtà tutta.
Parallelamente alla scultura
marmorea della grande decorazione architettonica e
muovendo da una tradizione anche
più arcaica, si sviluppa la scultura in bronzo.
Anche se collocata in
un'architettura, la statua bronzea non si integra
allo spazio
architettonico: la qualità e il
colore della materia, che non assorbe e diffonde ma
riflette la luce, la isolano e,
al tempo stesso, accrescono la sua forza di richiamo
visivo. Poiché non si fonde ma
spicca, la statua deve dominare lo spazio con
l'intensità degli effetti di
movimento e di luce. D'altra parte la perfezione
raggiunta
nella tecnica della fusione e la
saldezza della materia permettono, specialmente
nei moti delle braccia e delle
gambe, una maggior libertà. V'è sempre
un'esperienza stilistica che
matura con l'esperienza tecnica, e questa porta, nel
bronzo, a gettare in fuori la
forma, a far presa sullo spazio. S'è veduto che lo
scultore in marmo arriva alla
forma dall'esterno, distruggendo via via la materia;
il
bronzista (e le due tecniche
apparivano distinte, quasi come due generi) parte
dalla massa informe della creta,
la modella via via aggiungendo al nucleo
iniziale, sviluppando la forma
nello spazio. Anche questo processo dall'interno
all'esterno tende ad accentuare i
gesti, i movimenti: lo si vede dal fatto che a
parità di data le figure bronzee
sono, dal punto di vista dell'anatomia e della
dinamica dei gesti, più
caratterizzate che quelle di marmo. Anche per la sua
principale funzione (la
celebrazione statuaria degli atleti vincitori) la
scultura
bronzea tende all'esaltazione
della figura isolata: elabora così, parallelamente
alla poetica del racconto
mitologico della scultura decorativa, una poetica
dell'eroico. Se, dunque, per i
frontoni di Egina e di Olimpia abbiamo potuto
riferirci alle forme poetiche
della tragedia, per i grandi bronzi del V secolo
possiamo riferirci alle forme
poetiche dell'inno o dell'ode. Diversa è anche,
almeno nel periodo classico, la
ricerca formale: la scultura marmorea ha
generalmente piani larghi e
modulati, ampie masse e superfici aperte
all'assorbimento e alla
diffusione della luce; la scultura bronzea ha
generalmente
un modellato nervoso e
accidentato, capace di offrire infinite occasioni al
mobile
gioco dei riflessi.
Di NESIOTES e KRITIOS, tra i più
celebrati bronzisti, conosciamo solo da copie
le famose statue dei tirannicidi
Armodio e Aristogitone, dedicate nel 477: figure
audacemente protese in avanti,
con le gambe a compasso come in un perfetto
"a-fondo" e le braccia tese o
levate nell'atto di colpire. Il movimento delle due
figure è esatto, calcolato come
in un congegno di leve: il gesto non è la concitata
espressione di un sentimento
d'ira o di sdegno, ma la risultante logica di un
sistema di forze in atto. I
muscoli, i tendini, le vene affioranti sono soltanto
i
conduttori di queste forze: i due
eroi uccidono il tiranno con la stessa precisione
ed economia di gesto con cui
l'atleta, nello stadio, lancia il disco o l'asta. E
i loro
corpi sono duri ed asciutti,
ridotti all'essenzialità del congegno, come quelli
degli
atleti.
Di un maestro non lontano da
Kritios è il prezioso originale del Poseidon di Capo
Artemisio (460 circa): è
impostato anch'esso su un incrocio di diagonali, e
le
braccia aperte riprendono,
sviluppano, estendono allo spazio l'impulso di moto
che dalle gambe flesse si
trasmette lungo la muscolatura tesa e affiorante del
busto. Il tema dominante, come
già in Kritios, è ormai quello del pondus, della
gravitazione della figura su un
punto d'appoggio, che è anche punto di partenza
del movimento: non più
l'equilibrio rigorosamente simmetrico dei kouroi
arcaici,
ma una compensazione a distanza,
e spesso lungo le diagonali, del moto di una
gamba con quello di un braccio,
dell'inclinazione del busto con quella, opposta,
del capo. La struttura anatomica
dei corpi non è, in realtà, che un perfetto
congegno di leve che trasmette a
tutta la figura e, dalla figura, allo spazio
l'iniziale impulso di moto: ma
accrescendolo, estendendolo, irradiandolo in tutte
le direzioni, disperdendolo nello
spazio, infine, con gli infiniti raggi della luce
riflessa dalla superficie. Non
sempre, infatti, la presa di possess o dello spazio
si
compie attraverso l'evidenza dei
moti delle membra. Era forse di bronzo
l'originale della Afrodite
Sosandra (465 circa), di KALAMIS: una figura tutta
chiusa nel mantello, senza il
minimo accenno all'anatomia del corpo. Ma la luce
trascorrente sui piani inclinati
della massa compatta e, di quando in quando,
raccolta e vivamente riflessa
sulle creste delle pieghe oblique e, finalmente,
fluente nei profondi canali del
lembo ricadente dal braccio basta a definire, nelle
dosate quantità delle ombre e dei
riflessi, la proporzione ideale della figura.
Un'altra figura chiusa, quasi
senza gesto, è quella dell'Auriga di una quadriga
bronzea, votiva, a Delfi, di
SOTADES: la lunga veste fa del corpo una sola
massa cilindrica, ma le fitte
pieghe determinano, tra i solchi dell'ombra,
striature
luminose, riflessi irradianti in
tutte le direzioni. La figur a bronzea, scura, è
così
idealmente posta al centro dello
spazio, quasi in un "luogo geometrico" dei raggi
luminosi.
Tra i grandi bronzisti del V
secolo emerge MIRONE DI ELEUTERE (470-440
circa). È opera sua il Discobolo,
noto da varie copie: un esempio perfetto, fino al
virtuosismo, di "ponderazione" .
Tutta la figura, piegata in un grande elastico
arco, poggia sulla gamba destra;
alla sinistra, già sollevata nel balzo finale del
lancio, fa riscontro il braccio
che si congiunge al ginocchio destro. La figura
traccia col suo moto due grandi
curve: di cui una più stretta costituita dal femore
destro e dal dorso, fa scattare
l'altra più estesa delle due braccia. Ma i centri o
i
nodi del movimento, tutti
portanti al braccio teso all'indietro col disco,
sono
distribuiti a diversi piani o
livelli: le correnti di forza si sviluppano a
spirale, con un
duplice ritmo di concentrazione e
di scatto, sicché la forza del gesto rimane
immutata da qualsiasi punto si
guardi la statua. Non solo, ma ogni veduta
contiene in sé, in potenza, tutte
le altre, come se la statua potesse essere veduta
contemporaneamente da tutti i
possibili punti di vista. Null'altro che questo
potere
di compendiare in ogni veduta
particolare il totale consistere della forma nello
spazio è il senso della nuova
plasticità di Mirone. Fissato il pr incipio della
forma
plastica come compendio o sintesi
di tutti i possibili punti di vista, era logico che
gli sviluppi della scultura in
bronzo e di quella in marmo tendessero a
convergere. La ricerca della
forma assoluta o ideale si separa dalla ricerca
tecnica, si pone come fine
estetico da raggiungere sfruttando tutte le poss
ibilità
operative. POLICLETO DI ARGO,
attivo nella seconda metà del V secolo, fissa
un canone proporzionale, cioè il
principio strutturale della figurazione statuaria; e
lo fissa in una statua di atleta,
il Doriforo. "Il delicato gioco di flessioni, che si
era
iniziato con l'Efebo di Kritios
rompendo la rigida frontalità arcaica, si
arricchisce
nel Doriforo e nelle altre statue
policletee in una sciolta e armonica articolazione
ritmica, con chiastiche
rispondenze nelle membra, con una sequenza di arsi e
di
tesi che i retori greci
paragoneranno alla struttura di un periodo
armonicamente
costruito con quattro frasi
giustapposte (koàla), cioè tetråakolos, chiamando
cioè
tetràgona, e i latini quadrata, i
signa di Policleto. Una gamba si flette e arretra,
la
spalla opposta si abbassa, alla
gamba piegata corrisponde il braccio flesso, alla
portante quello abbassato, la
testa si gira reclinata. Allo studio ritmico si
univa
quello delle proporzioni regolate
s u una misura-base che ne costituiva il cànone,
fissato dall'artista in un
trattato. Si codificava così, nel tempo stesso in
cui il
sofista Protagora proclamava nel
suo trattato Della verità essere l'uomo la misura
di tutte le cose, quel processo
che fin dall'arcaismo aveva ricercato nell'immagine
umana un'armonia universale" (G.
Becatti).
Come principio strutturale il
canone non ostacola l'invenzione artistica: ciò che
viene dato a priori dal canone è
soltanto il valore-base del rapporto tra una forma
universale e lo spazio
universale. Lo stesso Policleto ha applicato il
canone
quadrato in opere tra loro molto
diverse, come il Doriforo, il Diadumeno,
l'Amazzone: per dire soltanto
delle più note attraverso le copie romane. In
pratica
il canone policleteo risolve
anche il problema della rappresentazione del
movimento in una forma
necessariamente statica e, più precisamente, della
temporalità del movimento in una
forma che abbia, con la qualità del bello, quella
dell'eterno. Di solito le figure
stanti policletee si presentano, rispetto all'asse
mediano, con un lato portante, a
piombo, e con l'altro animato da un accenno di
moto: la statua è la sintesi, la
soluzione in un'unica immagine, di questi due modi
di essere-nello-spazio. Con
termini moderni potremmo dire che l'immagine
policletea riunisc e i due valori
dello essere e dell'esistere: dell'essere in uno
spazio e in un tempo assoluti e
dell'esistere in uno spazio e in un tempo reali.
Così Policleto fissa un nuovo
valore concettuale della statua: non come
simulacro immoto né come
veristica rappresentazione di un corpo in movimento,
cioè non come immagine
dell'eterno né come copia del contingente, ma come
immagine della vita, intesa come
realtà assoluta che s'invera e rivela nel fluire
del tempo e negli atti degli
uomini.
Policleto arriva fino al margine
della teoria, dove l'opera d'arte vale anche come
verità concettuale,
manifestazione visibile del bello. Il suo
contemporaneo FIDIA
sente la realtà come un divenire,
più che un essere, e poiché il divenire
dell'umanità è la storia,
riconduce nel grande flusso della storia l'arte che
Policleto tendeva ad astrarre
nella teoria. Nella sua opera il mito rivela la
propria
ricca, profonda sostanza storica:
è la storia di un pensiero che, dall'antichità più
remota, fluisce fino al presente
e dà un significato e un valore non contingenti
alla vita che si vive. E la vita
è, in concreto, quella della polis, con le sue
tradizioni, i suoi ideali
religiosi e politici, la sua realtà in atto. Il nome
di Fidia è
legato a quello di Pericle, colui
che realizzò l'unità ideale e politica dei popoli
greci. Operò negli anni in cui
quell'unità panellenica s'era saldata nella lotta
contro il despotismo dell'impero
persiano; e la nuova coscienza della più grande
polis espresse con la stessa
chiarezza con cui i poemi omerici avevano esaltato
il primo riscatto ellenico dalla
minaccia asiatica dell'antica Troia.
L'opera di Fidia è in gran parte
connessa con la costruzione del Partenone, il
tempio che Pericle volle erigere
sull'Acropoli a simbolo della vittoria dell'unione e
che, in certo senso, segna il
passaggio dalle vecchie tradizioni religiose delle
singole comunità a quella che
potremmo chiamare l'ideologia religiosa della
Grecia unita.
Si cominciò a costruirlo nel 448,
subito dopo la pace con la Persia, sui progetti di
CALLICRATE e ICTINO; dieci anni
più tardi si collocava nella cella la gigantesca
statua di Atena, d'oro e
d'avorio, opera di Fidia. Il grande tempio, di marmo
pentelico, periptero, d'ordine
dorico, sorge su un alto stilobate al sommo
dell'Acropoli, visibile da ogni
parte della città. Le fronti, con otto colonne,
misurano più di trenta metri; i
lati, con diciassette, circa s ettanta; le colonne,
che
superano i dieci metri di
altezza, ne hanno quasi due di diametro alla base.
La
cella, con un vestibolo anteriore
e uno posteriore, era divisa in tre navate da due
file di colonne. La decorazione
scultorea del tempio, concepita da Fidia e
compiuta sotto la sua direzione
da scultori provenienti da varie città greche, era
così distribuita: nel frontone
orientale, la nascita di Atena; nell'occidentale, la
contesa tra Atena e Poseidon per
il possesso dell'Attica (statue a tutto tondo
incassate nella cav ità
frontonale); nelle novantadue mètope della
trabeazione, la
Gigantomachia (fronte est),
l'Amazzonomachia (fronte ovest), la Centauromachia
(lati nord e sud); nel fregio
tutt'intorno alla parte superiore delle pareti
esterne
della cella, la processione delle
Feste Panatenee.
1 Dopo Teodosio il Partenone fu
trasformato in chiesa cristiana, dedicata alla
Divina Sapienza (S. Sofia) e poi
(XIII sec.) alla Madonna. Dopo la conquista
turca (1456) fu adattato a
moschea. Nel 1687, usato dai turchi come polveriera,
fu colpito dai cannoni della
flotta veneta e gravemente danneggiato
dall'esplosione. Nel secolo
scorso l'inglese Lord Elgin fece rimuovere, con
molto
danno, gran parte delle sculture
ancora in situ. Ora si trovano a Londra, nel
British Museum.
Il Partenone è sorto da un
grandioso, ponderato disegno politico. Dopo la
vantaggiosa pace con i persiani,
Pericle cerca di conservare, sotto l'egemonia
ateniese, l'unità delle città
greche che avevano fatto lega nel momento del
pericolo; nello stesso tempo,
instaura una saggia politica di sviluppo economico
e culturale. La costruzione di un
monumento di splendore mai visto era un modo
di dar forma visibile a
un'ideologia, di dare a tutti i popoli greci un solo
oggetto di
culto, di affermare la supremazia
ideale e politica di Atene; ma anche di
accentrare nella città i migliori
artisti greci, di fondere tradizioni artistiche e di
culto regionali, di dare un
vigoroso impulso allo sviluppo dell'arte,
dell'artigianato,
dei traffici, di accumulare nella
città egemone una somma di valori culturali ed
economici. L'attuazione di questo
programma fu affidata a Fidia, che seppe
coordinare tutti gli sforzi,
realizzare quella sintesi, fare del Partenone
l'immagine
vivente della cultura e della
civiltà di una polis che andava ormai molto al di là
di
Atene e dell'Attica. La tesi
dell'opera è enunciata dai temi stessi delle
figurazioni
tutte ispirate all'idea centrale
della vittoria della forma, come realtà ideale,
sulla
forza: null'altro che questo
significano le Gigantomachie, le Amazzonomachie, le
Centauromachie e, anche più
esplicitamente, la vittoriosa contesa della giovane
Atena (se ne raffigura la
nascita) sul vecchio Poseidone (divinità superstite
della
mitologia arcaica) per il
patronato di Atene e dell'Attica. Ma la decorazione,
che
pure rievoca miti remoti, si
conclude, e proprio nella zona più sacra del tempio,
con una figurazione del tutto
nuova ed attuale: la celebrazione della massima
festività della polis con la
processione della nobile gioventù ateniese al tempio
della dea patrona.
Delle due colossali statue
criso-elefantine (d'oro e d'avorio) scolpite da
Fidia -
l'Atena Parthenos per il
Partenone (438) e lo Zeus di Olimpia - non rimangono
che frammentarie testimonianze
iconografiche; come pure delle statue di Atena a
Platea, a Pellene, ad Atene
stessa. Altre opere note o ricostruite da copie
sono:
l'Amazzone, l'Apollo Parnopios,
l'Anacreonte, l'Afrodite Urania, l'Afrodite seduta.
Nei due frontoni del Partenone,
dove più evidente è il suo intervento diretto, Fidia
rompe decisamente lo schieramento
frontale: il frontone non è più un dato
spaziale a priori che detta il
ritmo della composizione, ma una regione superiore,
dove la luce è altissima e
rarefatta, e dove immagini di un'umanità superiore,
al
limite del divino, si muovono
liber amente. Dalla cavità le figure non emergono
più
con la nota saliente di un gesto,
ma come masse percosse dalla luce e animate
dal vento che si plasmano e
configurano, quasi per miracolo, in figure umane
aggruppate. Più che individuare
le singole figure, Fidia cerca di dar vita a un
ritmo che intrecci e identifichi
i modi del divenire della realtà naturale (delle
nuvole trascorrenti nel cielo,
delle onde del mare, delle fronde dei boschi e delle
messi dei campi) con quelli del
divenire umano (le passioni dell'animo, le
decisioni etiche, la conoscenza
intellettuale): un ritmo, cioè, che sia ad un tempo
il ritmo vitale della natura e
della storia. Solo in questa identità, che gli
permette
di associare a parità di valore
il racconto mitologico e lo spettacolo della v ita
in
atto, egli riesce a chiudere
nella forma una concezione totale del mondo,
illimitatamente estesa nello
spazio quanto profonda nel tempo.
Come nella realtà della natura e
della storia, il ritmo della composizione fidiaca
non è regolare o unifor me: ha
impeti improvvisi e sùbite lentezze, trascorre come
la corrente di un fiume o
precipita in repentine cascate o si frange in mille
rivoli. Il
gruppo fidiaco non è più, come a
Olimpia, un contrapporsi di sentimenti e di
gesti; è un'unica massa
modellata, con risalti salienti e profondità
perdute, e in
essa due o più figure formano
un'assoluta unità plastica. I due processi tecnici e
di determinazione formale, che
abbiamo indicati come propri della statuaria
marmorea e della bronzea,
confluiscono e si fondono nella visione plastica
fidiaca. Il movimento del gruppo
nasce dal profondo delle masse, abbozza il
contrapposto dei volumi,
l'alternarsi delle sporgenze e delle cavità della
forma;
salendo alla superficie,
configura con semplicità grandiosa le immagini e s
ùbito,
affiorando alla luce viva, si
dissolve in infiniti, concertati, vibranti effetti
luminosi.
Ma, nello stesso tempo, da quella
superficie animata la luce scor re lungo i piani
inclinati, nei canali tortuosi
delle pieghe dei drappi; s'ingorga negli scavi
profondi,
penetra nella materia viva del
marmo; si fa essa stessa volume, massa, materia.
Se osserviamo più da vicino una
di queste figure vediamo che non soltanto una
precedente nozione anatomica ma
la profonda architettura della massa
determina la forma del corpo; su
questo, le pieghe abbondanti delle vesti sono
increspate, talvolta agitate e
sconvolte, come drappi sbattuti dal vento nella luce
vivida del sole. Lo stesso moto
che fa di quei viluppi di pieghe una ineguale,
splendente, mobilissima corrente
di luce fa, altrove, aderire i veli ai risalti dei
corpi, ne rivela il volume,
scopre ed espone alla luce le superfici levigate del
nudo. Né mai sapremmo dire se
quel ritmo sia la vita della materia o il
movimento del corpo o
l'animazione profonda dello spazio infinito della
natura: è
tutto questo insieme, e non dato
in una sintesi intellettuale e quasi in una
formula, come nel canone
policleteo, ma in quell'unità e simultaneità di
"diversi"
ch'è la vita stessa.
Questa straordinaria fusione di
modellato costruttivo, profondo, architettonico e di
modellato di superficie, come se
fossero l'aria e la luce a premere e a plasmare
in immagini umane la materia,
pienamente traduce in puri valori di forma il tema
ideologico, che abbiamo indicato,
della lotta vittoriosa della idea-forma contro la
materia-forza, del mito chiaro e
moderno contro il mito oscuro ed arcaico, della
natura-armonia contro la
natura-potenza. Nella plastica fidiaca la
materia-massa,
elemento primigenio espresso dal
seno profondo della terra, evolve nella forma
spaziale e luminosa: passando
attraverso la naturalità superiore, "civile" , della
figura umana, si sublima nel
supernaturale e nel superumano, nel divino.
Consideriamo, per esempio, il gr
uppo di Dione e Afrodite, del frontone orientale.
Nella donna seduta il busto
eretto è appena inclinato per equilibrare la spinta
di
quella sdraiata; le gambe flesse
e disgiunte, formando volumi contrapposti ma
legati dalle linee di tensione
delle pieghe, ne sostengono il peso; nell'angolo
formato dalle gambe e dal busto
si appunta il gomito della sdraiata, e di qui parte
una lunga onda di moto, che
scorre con brividi continui d'ombra e di luce, lungo
i
canali tortuosi delle pieghe, per
tutto il corpo. Inutile cercare di far coincidere
questo o quel valore della forma
con un particolare anatomico del corpo; ma
inutile anc he cercare una
coerenza o una continuità nell'andamento delle
pieghe
come se fossero davvero mosse dal
vento. In ogni figura la massa ha una
struttura profonda e un andamento
di superficie div ersi; ogni figura trova un
proprio rapporto armonico con la
realtà del mondo: proprio perciò la figura
umana, anzi le diverse "persone"
del racconto mitico sono il tramite, la
condizione di quel sublimarsi
della materia in un valore di spazialità pura.
Dunque questa sublimazione non è
il prodotto di una legge di natura: mediata
dalla figura umana, si attua
attraverso una qualità che è propria dell'essere
umano, cioè attraverso una
civiltà che è anzitutto storia ed educazione
attraverso
la storia. Nell'alta metafisica
della visione fidiaca lo spazio, che è nello stesso
tempo la struttura costante e il
mutevole fenomeno dell'essere, può essere dato
tanto come profondità che come
piano, tanto nel tutto-tondo della statua che nel
bassorilievo.
Nel fregio la profondità è
limitata dallo spessore sottile della lastra; la
luce
attenuata dell'ambulacro non
incide direttamente sulla forma. Ma lo scultore <