Introduzione
Raggiunta nel 1861 l'unificazione, fra i
letterati italiani, si diffuse un senso di delusione e di
scoraggiamento che assecondò una certa tendenza di
ripiegamento intimistico. Ciò era dovuto in parte
all'aggravarsi degli squilibri sociali (determinati anche
dal nostro tipo di processo di industrializzazione che, a
differenza di altre nazioni europee, finì con l'accentuare
anziché attenuare gli scompensi sociali ed economici tipici
del nostro paese), in parte all'urgenza di problemi troppo
numerosi e onerosi per una classe dirigente ancora
impreparata.
La letteratura di questo periodo
testimonia pienamente questo stato di scontentezza che porta
al ripiegamento intimistico. La vena robusta di passioni e
di ideali che aveva arricchito la letteratura preunitaria (Manzoni
e i romantici milanesi, Ippolito Nievo, Niccolò Tommaseo, lo
stesso Carducci ed il critico Francesco De Sanctis) si fa
sempre più esile e si illanguidisce nel tardoromanticismo
patetico e ormai stereotipato di Aleardo Aleardi e Giovanni
Prati.
Inoltre, l'Italia vive in un momento di
sfasatura culturale rispetto al contesto europeo:
Positivismo, Naturalismo, Verismo, si fanno strada fra
intellettuali e artisti, ma assumono spesso una curiosa
dimensione casalinga, vagamente provinciale e si
caratterizzano in taluni casi con i toni di un realismo
bozzettistico, quindi senza grandi pretese. La stessa
esperienza della Scapigliatura milanese (Marco Praga, Iginio
Tarchetti, Carlo Dossi, i fratelli Boito) che è pur sempre
uno scoppio d'inquietudine e di ribellione che ha molte
analogie con il "maledettismo" francese (Baudelaire,
Verlaine, Rimbaud), assume spesso le caratteristiche del
dilettantismo, del riecheggiamento facile, del puro gioco
d’imitazione.
Indubbiamente però la figura centrale del
post-risorgimento è quella di Carducci. Continua con lui e
con la cerchia dei suoi allievi bolognesi la grande
tradizione umanistica italiana, ereditata attraverso il
classicismo letterario ed il giacobinismo di Pietro
Giordani. Lo scopo dichiarato di Carducci, come
intellettuale ed insegnante, è quello di fornire alla nuova
letteratura italiana una serie di modelli di alta perfezione
formale radicati nella letteratura dal '300 al '700. Ma
anche Carducci ha il suo ripiegamento interiore: eventi
esterni (come i disastri militari di Custoza e Lissa
congiunti all'eco minacciosa della Comune di Parigi) e
vicende personali (come la morte del figlioletto Dante)
conducono il poeta ad una più matura ricerca interiore che
finisce con l'allentare la stretta del suo nazionalismo
culturale per aprirsi alle suggestioni della grande poesia
europea del tempo.
Di certo comunque con Carducci si inizia
un progressivo rinnovamento del linguaggio poetico italiano,
che diventa più aderente alla quotidianità dell'esperienza,
ma anche più caratterizzato dalla fede simbolista nelle
possibilità espressive della parola. Tale rinnovamento
proseguirà coerentemente in Pascoli, che è tuttavia una
figura poetica assai più tormentata interiormente e assai
più mediocre nelle sue vicende biografiche. Allo stesso
tempo però egli appare quasi come per istinto il più in
contatto con la sensibilità in crisi del decadentismo
europeo e per questo, se da un lato gli è più facile cadere
talvolta nel puro tecnicismo letterario, dall'altro la sua
poesia, così minuziosa ed evocativa, così provinciale, ma
anche così universale, riflette il gusto letterario della
sua epoca.
Nell'ambito della prosa, la vena
impressionistica e paesaggistica di un certo Carducci arriva
opportunamente rielaborata fino a D'Annunzio (specialmente
quello delle "prose notturne" e delle "faville del maglio")
e da qui passerà nei primi due decenni del 900 alle
esperienze più sofisticate che si raccolgono intorno alle
riviste "La Voce" (Scipio Slataper, Ardengo Soffici)
e "La Ronda" (degli anni Venti, con Emilio Cecchi,
Vincenzo Cardarelli, Camillo Sbarbaro, Clemente Rebora ed
altri). Attraverso questa linea passa una soluzione al
rinnovamento linguistico della letteratura italiana in prosa
(mentre, come sappiamo, in poesia questo rinnovamento
seguirà la linea di Pascoli-Ungaretti-ermetici).
Esiste però un'altra soluzione al
rinnovamento della prosa ed è quella che si realizza
attraverso una più decisa attenzione realistica. Ciò
significa, anche nella situazione sociale italiana, dover
fare i conti in qualche modo anche con i dialetti. In questo
caso però gli esiti sono più d'uno: c'è la soluzione data da
Carlo Dossi e che arriverà fino a Carlo Emilio Gadda, che
consiste nel riversare in invenzioni stilistiche, e quindi
con un uso diverso della lingua, la parte più viva delle
proprie fantasie, rendendo possibile uno sfruttamento
curioso e spericolato della componente dialettale; c'è la
via seguita da Verga e ripresa nel ‘900 anche da Vittorini e
Pavese, che rappresenta un tentativo di essere in sintonia e
in qualche modo solidarizzare con il popolo (o i "vinti")
attraverso l'uso di modi o inflessioni popolari; c'è infine
la via seguita da Antonio Fogazzaro che consiste in un
superficiale e macchinistico uso di voci e modi di dire, che
tuttavia rappresenta poco più che un'evasione o un
abbellimento stilistico tipico di una letteratura
ideologicamente orientata verso la piccola borghesia, verso
quel "piccolo mondo antico" così ben rappresentato nel suo
omonimo romanzo. Con questi scrittori siamo già nell'Italia
del ‘900, un'Italia che nonostante gli innegabili successi
dell'età giolittiana, continua a portare con sé:
1) mali e disfunzioni antiche in campo
sociale come in quello culturale ;
2) un visibile ritardo culturale rispetto
all'Europa ;
3) una tendenza a risolvere o adattare i
grandi temi della cultura decadentistica negli ambiti più
ristretti e angusti o dell'intimismo crepuscolare, o del
calligrafismo e della prosa d'arte (vedi le successive
esperienze vociane e rondiane), oppure nelle
soluzioni stilistiche retoriche e baroccheggianti tipiche
del preziosismo di stampo dannunziano.
E D’Annunzio è del resto la figura
centrale, nel bene e nel male, del primo Novecento (accanto,
e non senza paradosso, al Pirandello autore di teatro, che
certo ha poco a che spartire nello stile e nei contenuti col
vate del Vittoriale). Intorno alle sue brucianti esperienze
ruotano tuttavia, più spesso in posizione polemica, fermenti
poetici e letterari nuovi quali il crepuscolarismo, il
futurismo, i primi ermetici e perfino i primi antesignani
del neorealismo (Alvaro, Silone).
E’ per distanziarsi dalla pesante eredità
dannunziana - che confluirà inevitabilmente in una cultura
di regime ingessata nella retorica populistica e celebrativa
- che a partire dagli anni Venti e fino agli anni Quaranta
si fonderanno riviste e movimenti - pur negli angusti limiti
di manovra che il fascismo concede - che avranno il merito
non indifferente di colmare - o quantomeno tentare di
colmare - il gap fra la cultura italiana e la cultura
europea.
Sotto il tallone della dittatura, la
letteratura italiana da chiari segni di rinnovamento (anche
nel senso di porsi alla pari con i raggiungimenti più alti
delle maggiori letterature europee) fino dagli anni Venti.
Tre esempi sintomatici e che in qualche modo lo annunciano :
"La coscienza di Zeno" di Svevo esce nel 1923, nel 1925
Montale pubblica i suoi "Ossi di seppia",
mentre del 1929 sono "Gli indifferenti" di Moravia.
Il nostro paese sta entrando nel tunnel del totalitarismo,
gran parte della sua cultura si sta asservendo al potere,
l'opposizione politica è abbattuta od esiliata e quella
della letteratura rimane forse l'unica forma di dissenso al
regime, forse perché veramente non fa paura, forse perché i
fascisti sono troppo ignoranti o insipienti da curarsene. Di
fatto, pero, è proprio negli anni del fascismo che nasce in
Italia un nuovo modello di intellettuale che, smessi gli
atteggiamenti del vate, comincia a farsi carico di un
impegno etico e civile che poi, nel clima ideologico
del dopoguerra, sfocerà per moltissimi nell’aperta militanza
politica.
Il secondo dopoguerra è dominato infatti
dalle vicissitudini dell’impegno. Fortemente sentito
ed orientato a sinistra nei primi anni dopo il conflitto, è
destinato ad affievolirsi sempre di più nei decenni
successivi. Tre date ne scandiscono drammaticamente
l'affievolimento : il 1956 con la repressione militare
sovietica della rivolta ungherese, il 1968 con il Maggio
francese e l'invasione sovietica della Cecoslovacchia ed
infine il 1989 con la caduta del Muro di Berlino. Per la
militanza politica, specie quella che gravita intorno al
PCI, queste tra date corrispondono ad una inesorabile
emorragia di intellettuali e scrittori dalle proprie file.
Già nei primi anni Sessanta, le tematiche
dell’impegno cominciano ad essere sostituite da quelle
dell’analisi dei fatti letterari in chiave strettamente
linguistica e comunicazionale (secondo la lezione
strutturalistica) e dell’analisi della cultura di massa e
dell’industria culturale. Due nomi per tutti : Italo
Calvino, che ha affiancato alla sua fortunata attività di
narratore quella di dirigente di grandi case editrici, e
Umberto Eco, studioso di comunicazioni di massa e teorico
della semiologia giunto negli anni Ottanta e con crescente
successo alla narrativa. Un caso a parte, per le sue
singolari e drammatiche vicende personali, è costituito da
Pier Paolo Pasolini, poeta, narratore, regista
cinematografico, saggista, acuto polemista delle
degenerazioni della società dei consumi e dei traumi
socio-culturali innescati dal passaggio repentino e forzato
- fenomeno tipicamente italiano, questo, che implica anche
una perdita di identità - da una società di stampo rurale e
patriarcale ad una di stampo industriale ed atomizzata.
Gli anni Ottanta portano in letteratura
le tematiche e le contraddizione del Postmoderno, in
primo luogo la deregulation che esso porta con sé in
chiave di azzeramento delle gerarchie e degli stili. Tutti
possono diventare scrittori, secondo le logiche
consumistiche dell’industria culturale (organismo vorace che
necessita di prodotti sempre più nuovi da lanciare su un
mercato altrettanto vorace, che consuma senza riflettere,
solo per il gusto di consumare), tutto è commisurato sul
successo (e non sul valore intrinseco) dell’opera, tutto
partecipa di quella comunicazione vuota che domina i
circuiti televisivi e pubblicitari. Gli scrittori diventano
divi del piccolo schermo o meglio, sono riconosciuti
scrittori solo se pagano il pedaggio del piccolo schermo. Ma
l'euforia postmodernistica degli anni Ottanta in Italia è
destinata a svanire così com’è cominciata, anche in seguito
a ben noti rivolgimenti politici, ed il decennio successivo
pare caratterizzarsi, per gli scrittori come per gli
intellettuali, per il richiamo ad un più meditato senso del
proprio mestiere.
In questi ultimi anni, poi, specie
sull’onda degli scandali politici culminati nelle vicende di
Tangentopoli, la figura dell’intellettuale ed il tema
dell’impegno paiono aver ricevuto un nuovo sussulto
di vitalità. Le degenerazioni consumistiche e
partitocratiche degli ultimi decenni sembrano richiedere
alle classi intellettuali un maggiore senso etico del
proprio compito. Ma è una gara dura : la gente non da più
retta - se mai l'ha data in passato - ai propri
intellettuali, ma agli imbonitori televisivi di turno, molti
dei quali cercano di spacciarsi per intellettuali. Di nuovo
c’è che essere intellettuali oggi rende più che mai. Per
cui : non si farà la rivoluzione, non si cambierà la
società, ma sicuramente ci si farà la barca !
Giosuè Carducci
(1835-1907)
a. Cenni biografici
Carducci è nato a Val di Castello (LU)
nel 1835. Il padre era stato un carbonaro e da questi il
giovane Giosuè ricevette un' educazione liberale. Si laureò
alla Normale di Pisa in letteratura italiana. A 21 anni
fondò un piccolo circolo di letterati, " Gli amici pedanti",
che aveva come unico scopo quello di polemizzare con il
romanticismo anche in maniera piuttosto aspra e questo ci fa
capire che Carducci andava già controcorrente e che le
università erano rimaste l' unico baluardo del classicismo
in piena epoca romantica.
Per due anni dopo la laurea insegnò
retorica in un liceo di S. Miniato (PI), poi in un liceo a
Firenze dove anche lavorò per le case editrici " Le Monnier
" e "Barbera", fu poi insegnante di greco a Pistoia e infine
dal 1860 passò ad insegnare letteratura italiana alla
università di Bologna, ove rimase per ben quarantaquattro
anni (diventando così, insieme a De Sanctis, il più famoso e
influente docente di letterature italiana delle università
italiane dell’epoca).
Va inoltre ricordato, sotto il profilo
ideologico-politico, che Carducci era partito da posizioni
fermamente mazziniane e democratiche (fu un forte oppositore
della monarchia), ma verso la vecchiaia iniziò ad
avvicinarsi alla monarchia e alle idee politiche dell'
allora capo del governo Francesco Crispi.
Una delle prime opere che dette a
Carducci molta fama fu un poema molto lungo che scrisse nel
1863 e dal titolo "Inno a Satana" (Satana è qui visto
come simbolo del progresso, della tecnologia, di tutto
quello che di moderno, in sostanza, si contrappone alle
chiusure culturali ed al passatismo della Chiesa cattolica).
Ma le raccolte maggiori e di più largo successo furono
"Giambi ed epodi" che è del 1879, le "Odi barbare"
che uscì nel 1889 (una delle quali dedicata alla regina
Margherita di Savoia). Carducci fu anche prolifico autore di
critica e di storia letteraria, dedicando saggi di un certo
valore a Dante, Petrarca, Parini, Leopardi.
b. Poetica e pensiero
Carducci rappresenta un vero e proprio
fenomeno letterario dell' Italia umbertina. Grazie al fatto
che è stato professore di letteratura italiana per tanti
anni ha potuto esercitare una vera e propria dittatura
culturale, non per niente fu definito il poeta vate
(profeta) dell'Italia umbertina. Quello che caratterizza
meglio la figura di Carducci, e che emerge fin dai primi
anni della sua vita, è al sua polemica con il romanticismo.
Bisogna ricordare che il romanticismo degli anni '60-'70 è
un fenomeno letterario di riporto e per definirlo si devono
tenere a mente alcuni fattori determinanti:
1- la cultura romantica si era diffusa
fin dall’inizio dell’Ottocento in tutta Italia, ma non nelle
vere roccaforti della cultura ufficiale, vale a dire nelle
università e questo ha fatto sì che il romanticismo
rimanesse un movimento di massa di larga influenza sui gusti
ed il costume collettivo, ma non particolarmente incisivo
sulle istituzioni letterarie nazionali.
2- Morto Manzoni (1873), il romanticismo
non aveva nessun altro scrittore in Italia degno di prendere
il suo posto.
3-L' Italia è da sempre la patria del
classicismo.
4- Il secondo romanticismo si era
caratterizzato, anche grazie all’esempio manzoniano, per una
forte dose di religiosità cattolica, laddove invece tutto il
risorgimento italiano era stato anticlericale o comunque
antipapale (anche se non apertamente antireligioso).
5-Il romanticismo fin dalla sua
diffusione in Italia (1816) era stata una cultura di
importazione che ci apriva all' esperienza letteraria
europea, ma questo finì per collidere con il crescente
nazionalismo della nostra cultura post-unitaria, che tende
sempre più ad esaltare l’idea di primato e le tradizioni
della civiltà italiana. Non a caso è in quest' epoca che
nasce l' idea del genio nazionale, secondo la quale
l' Italia, che è la Nazione con una tradizione poetica e
letteraria che affonda le sue radici in tempi remotissimi,
può ed deve essere chiamata a svolgere un ruolo di primato
in seno alla civiltà europea. Da qui nasce una cultura
tradizionalista, politicamente conservatrice e nazionalista.
Tanto sarà forte l' idea del genio nazionale che
questa ritarderà la diffusione del Naturalismo francese nel
nostro paese almeno per una ventina d’anni (diventando da
noi Verismo).
Carducci è il protagonista del
nazionalismo letterario; questo perché la questione
nazionale è per i nostri intellettuali un problema fin dai
tempi di Dante. Il nazionalismo letterario emerge, strano a
dirsi, come cultura dominante e ufficiale sotto il governo
della sinistra storica (dal 1876 in poi) nel quadro di
un'Italia positivistica, ma anche massonica (anticlericale).
Da tutto questo possiamo riassumere che il nazionalismo
italiano non è altro che una ripresa del nostro classicismo
in chiave antiromantica ed anticlericale. In questo senso
Carducci può essere considerato come l'elemento di sintesi,
l' intellettuale, lo scrittore che racchiude in sé gli
aspetti salienti del nazionalismo letterario italiano.
Questo è vero non soltanto per le idee professate da
Carducci (e che come sappiamo hanno influenzato
profondamente l' Italia umbertina). In realtà lo dobbiamo
considerare sintesi del nazionalismo anche per la sua
profonda capacità retorica, per la sua grande eloquenza
poetica, insomma per il fatto che Carducci sa usare le
parole. Le sa usare in critica letteraria, in poesia,
nella polemica culturale. La sua vita stessa è
contrassegnata, da autentico poeta-vate, da questa potente
capacità di utilizzare o forse meglio di padroneggiare le
parole secondo gli umori e le passioni del momento.
La biografia di Carducci è a suo modo
esemplare: pur essendo povera di dati esterni (almeno metà
della sua vita è stata tra le mura dell' università)
dobbiamo ricordare alcuni episodi che hanno influito nella
sua formazione:
1- La sua origine toscana dalla quale
scaturisce quella dedizione alla tradizione poetica italiana
(in specie di quella che va dal '300 al '500 ) che
caratterizzerà la sua personale cultura letteraria e che
costituisce il suo modello di riferimento.
2- L' influenza di un padre fervente
carbonaro che impartirà al figlio un' educazione democratica
di stampo mazziniano.
3- Rimarrà sempre forte in Carducci il
fascino del giacobinismo, soprattutto in chiave
anticlericale e storicistica.
La vita e le opere di Carducci sono del
resto contrassegnate da alcune contraddizioni che ci danno
la misura della complessità della sua cultura: per esempio
Carducci è un nazionalista ed un classicista convinto, ma
apprezza molto anche alcuni letterati stranieri (lo
scrittore francese Jules Michelet, ed il poeta romantico
Heinrich Heine).
Inoltre la robustezza con cui egli è
solito esprimere i suoi ideali etico-civili è spesso
contemperata da una sensibilità lirico-poetica quasi
decadente. Questo lo riscontriamo soprattutto nella raccolta
"Odi barbare". Infine il solido impianto
classicistico che caratterizza la sua poesia tende a
camuffare quella che un critico moderno ha definito "sublime
ovvietà dei pensieri" carducciani, ovvero il fatto che
spesso il contenuto della sua poesia investa, più che gli
ideali del classicismo, quelli più modesti di una ristretta,
debole, asfittica, mentalità piccolo borghese tipica, questa
sì, dell'Italia umbertina.
Ora capiamo così quale possa essere il
senso del Carducci-vate: non tanto il poeta che guida la
cultura italiana verso mete per altro imprecisate, sibbene
il poeta che rappresenta sintomaticamente lo stato di
separazione e quindi il gap culturale fra classi colte della
società italiana che si riconoscono nel nazionalismo e nella
retorica carducciani (sostanzialmente i ceti borghesi,
insomma) ed il paese reale ovvero quelle nuove fasce sociali
che a partire dagli ultimi due decenni del secolo cominciano
ad avanzare nuove istanze culturali e sociali, in una parola
le masse.
Giovanni Verga
(1840-1922)
a. Il rapporto tra Naturalismo e
Positivismo
Il nome di Verga è inserito storicamente
nell'ambito della poetica verista che come tutti sappiamo
risulta essere la versione italiana del Naturalismo
francese. Il Naturalismo è la nuova poetica del romanzo che
si sviluppa intorno alla prima metà dell' ottocento ad opera
di narratori come Balzac, Zola, Flaubert e i fratelli
Goncourt.
Si è soliti collegare il Naturalismo
francese alla temperie filosofica dell' epoca che possiamo
compendiare nella parola Positivismo, anzi si può
dire che il Naturalismo è per molti versi la traduzione in
campo letterario ed artistico del Positivismo.
La particolarità del Naturalismo è
tuttavia che gli autori che vi si riconoscono sono impegnati
anche in un' opera di teorizzazione, quindi di poetica, sul
romanzo, inteso come genere che veicola un nuovo modo di far
letteratura. Sono note per esempio le tesi di Zola sul
cosiddetto romanzo sperimentale, che secondo quest'
ultimo corrisponde alla forma narrativa in cui lo scrittore
deve riprodurre sulla pagina scritta, intesa come in un
esperienza di laboratorio, le condizioni di vita vissuta,
attenendosi rigidamente alle leggi scientifiche (o presunte
tali) in base alle quali i personaggi si comportano nel loro
ambiente di vita. Per lo scrittore naturalista la scrittura
è insomma una sorta di riproduzione fotografica neutra,
impersonale ed oggettiva di situazioni pur immaginarie, ma
che si pensa debbano svolgersi come si svolgono le
esperienze scientifiche in un laboratorio. Per i
naturalisti, insomma, vale l’assunto positivistico secondo
il quale l'esperienza particolare sperimentale dimostra la
legge generale universale.
In altre parole per lo scrittore
naturalista il romanzo è una sorta di laboratorio nel quale
applicare o mettere in pratica e quindi di fatto dimostrare
le leggi più generali che regolano la vita. Tutte queste
leggi rispondono di fatto ad un' impostazione filosofica
scientifica che chiamiamo Positivismo.
Il Positivismo è il pensiero che domina
la cultura francese ma anche europea per gran parte dell'
Ottocento e può essere considerato innanzi tutto come una
forte reazione all' idealismo ed allo spiritualismo che
permeano la cultura romantica.
Il Positivismo è la filosofia
caratteristica di un periodo di grandi innovazioni
tecnologiche e di importantissime scoperte scientifiche; è
quindi una filosofia che si propone di comprendere la realtà
del mondo sulla base di formulazioni di leggi quasi
meccaniche che ne fonderebbero il funzionamento. Il
Positivismo insomma coltiva l'illusione che tanto la natura
quanto la società e la realtà siano interpretabili secondo
leggi positive, vale a dire un tipo di conoscenza che
si fonda sulla rilevazione sperimentale oggettiva del dato.
Quindi positivo è per questa cultura tutto ciò che è
avvicinabile, analizzabile in forma sperimentale, come se la
sperimentalità potesse dire l'ultima parola in fatto di
concretezza e di verità.
Per concludere, positivo è dunque
ciò che risulta vero attraverso la conoscenza sperimentale
ed il metodo empirico. In questo senso però l'atteggiamento
mentale positivista non è alieno anch'esso da una certa
componente utopico-ideale; è vero che il suo metodo
conoscitivo si basa sul dato certo e sperimentale dimostrato
(positivo), ma è ancor più vero che questo stesso metodo
alimenta e sostiene l'illusione o l'aspirazione di poter
interpretare tutto in termini di leggi positive. Ma c'è di
più: in questa sua esaltazione del metodo scientifico, il
Positivismo esprime anche la convinzione che scienza sia
sinonimo di progresso e che una società che si sviluppi
secondo i canoni definiti scientificamente sia destinata a
migliorarsi sempre di più. E' per questo motivo che in seno
al Positivismo nasce, con Auguste Comte, una scienza
chiamata sociologia, che appunto vuole sottoporre la
società ad una conoscenza razionale e positiva per dedurne
le sue leggi di funzionamento né più né meno come qualsiasi
altro fenomeno fisico o scientifico. La sociologia
positivista ha dunque un duplice scopo: conoscere la società
nel suo funzionamento oggettivo e allo stesso tempo
prevedere le sue dinamiche di sviluppo secondo leggi
altrettanto razionali.
In sintesi il legame tra Positivismo e
Naturalismo è triplice:
1) L'oggettività positivista si traduce
nell'impersonalità del romanzo naturalista.
2) La positività delle leggi meccaniche
che regolano la natura si traduce nella razionalità
altrettanto meccanica con la quale i naturalisti
rappresentano la realtà sociale.
3) La fede positivista nel progresso
scientifico si traduce nell'illusione di un progresso
sociale che può, negli autori naturalisti, essere
accompagnata da una certa dose di sdegno e di rinuncia dei
mali della società.
b. Dal Naturalismo al Verismo
Come si innestano le istanze del romanzo
naturalista in Italia? In che modo la cultura letteraria
italiana recepisce il romanzo sperimentale che viene
dalla Francia ? Infine, esistevano di fatto le condizioni in
Italia perché si potesse sviluppare anche nel nostro paese
un romanzo sperimentale come in Francia?
Prima di tutto bisogna ricordare che la
letteratura italiana possedeva da tempo una endogena
tradizione realistica: la linea ideale che da Dante e
Boccaccio arriva fino a Goldoni e Manzoni costituisce una
delle assi portanti e quindi delle tradizioni forti della
nostra storia letteraria, che proprio nella seconda metà
dell'Ottocento verrà rimotivata e rivitalizzata
dall'estetica desanctisiana. Quindi si può dire che
l'istanza realistica è già presente e operante nella nostra
letteratura. Ma questo ovviamente non basta, perché in
realtà il Verismo italiano (ovvero la versione italiana del
Naturalismo francese) assorbirà di quest'ultimo solo un
elemento metodologico, l'impersonalità, giacchè vi sono
differenze oggettive, storiche e culturali, che ne
impediscono ulteriori assimilazioni e che marcano la
differenza tra la situazione storica del Naturalismo e del
Verismo.
La prima cosa che va tenuta presente è
che il nostro romanzo verista ha una concentrazione
prevalentemente della vita urbana e industriale. Questo
avviene anche per ovvie ragioni storiche ed economiche:
l'Italia di Verga, Capuana e De Roberto è una Italia la cui
economia è ancora prevalentemente agricola, poco
industrializzata e che quindi ancora non conosce i malesseri
sociali tipici delle grandi concentrazioni
urbano-industriali. Inoltre la cultura dominante in Italia
all'affiorare del Verismo è in parte ancora quella
carducciana che, come sappiamo, è poco propensa, dato il suo
implicito nazionalismo, ad accogliere le istanze e le
influenze che vengono dall'esterno. Inoltre all'Italia manca
ancora una classe sociale borghese che, come in Francia, si
riconosca pienamente nei valori della cultura positivista.
Infine bisogna ricordare che lo stesso principio di
impersonalità è assimilato dai veristi italiani in maniera
discontinua e si nota spesso nelle pagine dei veristi
italiani una qualche insopprimibile forma di coinvolgimento
emotivo dell'autore nelle vicende narrate. Questo avviene
appunto perché la scrittura verista non è supportata da
quella visione rigidamente scientifica di rappresentazione
positiva della realtà che hanno invece i naturalisti
francesi.
c. Il Verismo verghiano
Verga è senza dubbio l'esponente
principale del Verismo, perchè è quello che ne dà le
versione più completa e meditata. Con Verga infatti abbiamo
un rovesciamento dei principi positivisti del Naturalismo:
1) in lui la razionalità delle leggi
meccaniche che governano la realtà, diventa inspiegabile
inesorabilità e spietata apprensione fatale.
2) l'evoluzionismo darwiniano su cui i
positivisti basano il progresso umano si rivela al contrario
una norma feroce e spietata di sopravvivenza che non concede
illusioni.
3) il progresso diviene in Verga destino
di sofferenza allorché vengono a mancare le basi della
fiducia in esso.
Se dunque la città è movimento, mutamento
e quindi possibilità di emancipazione per l'uomo, per Verga
la terra (o campagna) è invece il luogo non solo simbolico,
ma materiale, dell'immutabilità, dell'immobilità,
dell'assenza, insomma, di una possibile emancipazione
dell'uomo. Una tale attenzione dell'autore per la società
rurale e i suoi atavici rapporti potrebbe far pensare ad una
qualche forma di identificazione socio-politica fra Verga e
i suoi personaggi; come a dire che Verga, descrivendo le
condizioni di vita di individui oppressi, potrebbe di fatto
svolgere un'azione di denuncia e di critica di quelle stesse
condizioni. Ovviamente non è così, perchè sappiamo che Verga
ha sempre manifestato in politica un atteggiamento
conservatore ed antiprogressivo, tipico della cultura
borghese da cui egli proviene. Del resto però è proprio
questo conservatorismo che lo salva dal cadere in quel
populismo blandamente denunciatorio e fortemente patetico
che contraddistingue altre esperienze veriste.
In ultima analisi il conservatismo
verghiano è il miglior antidoto all' inconsistenza
populistica per due motivi:
a) prima di tutto perchè gli concede un
certo grado di partecipazione umana alle vicende narrate,
senza sdolcinature e senza quella veemenza dei populisti;
ciò gli consente anche di superare lo scoglio
dell'impassibilità tipicamente naturalistica.
b) gli permette inoltre di rappresentare
la realtà non con gli strumenti di un'analitica documentaria
(come vorrebbe Zola e gli sperimentalisti), bensì con gli
strumenti propri della letteratura (quindi stilistici e
narrativi); in questo modo la sua prosa diviene una
testimonianza di una condizione di vita e non il documento
impassibile ed oggettivo di un dato di fatto.
L'antinomia tra testimonianza e documento
è del resto tipico di tutto il rapporto tra Verismo e
Naturalismo e ne delinea anche la diversa dimensione
ideologica.
Nello spirito del Naturalismo la
letteratura, né più né meno come una lastra fotografica,
viene impressionata dal dato esterno; ciò esattamente le
consente quell’impersonalità, quell'assenza di
coinvolgimento che è propria di ogni rapporto speculare. Il
narratore naturalista si sente come lo strumento di una
realtà da analizzare secondo le sue leggi strutturali; si
sente insomma come il fotografo chiamato a documentare un
dato o un oggetto che vuole e deve essere spiegato
razionalmente. Il narratore verista, forse perchè non
partecipe degli stessi miti positivistici e razionalistici
che assegnano alla letteratura la funzione di
rappresentazione speculare della realtà, non può che
intendere il suo narrare come una testimonianza in ogni caso
sempre soggettiva del dato esterno. Il narratore verista
insomma concepisce la scrittura letteraria non come una
macchina rappresentativa, ma come lo strumento espressivo in
cui narratore e cosa narrata si identificano. Là dove per il
narratore naturalista la letteratura è sperimentazione,
analisi, oggettività, per il verista essa continua ad essere
il dramma nel quale viene testimoniato il rapporto tra
scrittore e personaggio.
Va detto inoltre che il Verismo,
nonostante la sua collocazione regionalistica, è espresso da
tutti i suoi esponenti in un italiano perfetto assolutamente
scevro da inflessioni dialettiche. Ciò gli consente di
universalizzare il dato locale con un linguaggio che
sporadicamente possiede tuttavia un certo colorito locale.
E' tipico in Verga l'elevare la condizione individuale dei
personaggi a dimensione universale: Padron 'Ntoni o Mastro
Don Gesualdo sono personaggi, ma sono anche esistenze
emblematiche, simboli di altrettante concezione di vita.
Questo rapporto tra particolare ed
universale viene trasferito anche nel linguaggio letterario;
così l'uso di forme idiomatiche o sintattiche tipicamente
sicule serve non tanto a ribadire l'origine geografica del
dramma, ma a collegare l'individualità dei personaggi con
l'universalità della loro esistenza emblematica. Un'altra
caratteristica dello stile verghiano è una forma di
narrativa che chiameremmo "corale" (Spitzer) in cui il
linguaggio stesso assolve la funzione di collegare e rendere
coerente la polifonia dei personaggi.
d. Evoluzione letteraria di Verga
Contrariamente a quanto si pensa, gli
esordi letterari di Verga sono molto precoci. Intorno al
1857 si colloca la sua prima prova romanzesca "Amore e
Patria". l'esordio di Verga avviene però quattro anni
dopo, nel 1861: "I carbonari della montagna", storia
ambientata nella Calabria dei moti carbonari, negli anni
Venti dell'800; bisogna inoltre ricordare che in questi anni
Verga si arruolò nell'esercito garibaldino, quindi questa
storia riflette il suo impegno civico e politico di un
giovane appena ventenne. Da un punto di vista stilistico è
molto goffo, incerto, caratteristico di un poeta alle prime
armi. Questi primi due romanzi riflettono un romanticismo
storico.
"Sulla laguna" (1863) è il terzo
romanzo della triologia catanese, questi romanzi sono
contraddistinti da una precisa collocazione geografica.
Questo romanzo segna la fine del periodo giovanile e
caratterizza la prima svolta stilistica del Verga che passa
da un romanticismo eroico ad un romanticismo passionale,
difatti il protagonista non è un eroe, ma un artista.
"Una peccatrice" (1866) anche questo
romanzo parla delle disavventure e della vita di un giovane
scrittore.
Nel 1869 Verga si trasferisce a Firenze e
qui scrive la prima opera che gli conferirà il successo
letterario: "Storia di una capinera" (1871). Questo
romanzo ci ricorda molto Manzoni; il tema è quello della
monacatura forzata, che Verga sviluppa in maniera più
torbida rispetto al Manzoni.
Nel 1872 Verga si trasferisce a Milano e
nel 1873 scrive "Eva", che come "Una peccatrice"
parla di un artista che è vittima dell'amore, ma già si nota
uno stile molto più maturo dello scrittore.
Per mantenere il benessere economico che
il successo gli procura, Verga, scrive tantissimo, un libro
l'anno : nel 1874 esce "Eros" e nel 1875 "Tigre
reale". Questi due romanzi fanno parte di un dittico che
ha per trama dominante la vita mandana della città. Questa
sequenza di romanzi fa capire come Verga sia linea con la
mentalità del periodo (secondo romanticismo), infatti scrive
storie melodrammatiche, torbide, vagamente erotiche.
Importante da ricordare è che fra questi due libri Verga
aveva scritto una novella: "Nedda" (1874) e che
pubblicò in una rivista, con questa gli storici segnano il
passaggio da un Verga romantico ad un Verga verista. Con
"Nedda" si cimenta in un genere che non aveva mai
sperimentato, la novella, un genere cioè dove la parsimonia
dei mezzi stilistici e narrativi non alleggeriscono il
phatos della rappresentazione di un destino senza alcuna
possibilità di riscatto nè umano nè sociale qual è quello
della protagonista, vale a dire quello di una raccoglitrice
di olive della campagna siciliana. Ci vogliono poi sette
anni prima che Verga scriva un altro romanzo, nel 1881:
"I Malavoglia", sette anni da "Nedda" nei quali
lavora alla stesura di un romanzo completamente diverso dai
precedenti. mentre nei primi si allinea ad un gusto che c'è
già, ora ne deve costruire uno nuovo. Nel frattempo, nel
1880, era uscita la sua prima raccolta di novelle intitolata
"Vita dei campi", a questa ne seguirà un'altra nel
1883 intitolata "Novelle rusticane". Verga però non
si era convertito comletamente al Verismo e nel 1882 esce un
romanzo simile ai primi intitolato: "Il marito di Elena".
Nel 1889 scrive il suo capolavoro, il "Mastro Don
Gesualdo", questo, con "I Malavoglia", doveva
essere il secondo romanzo del "ciclo dei vinti" che Verga
non portò a termine.
L'ultimo romanzo che ricordiamo è del
1906: "Dal tuo al mio" che si avvicina ad un altro
romanzo scritto da Pirandello in quello stesso periodo,
"I vecchi e i giovani", che parla dei conflitti sociali
nella Sicilia post-unitaria.
Verga è stato anche autore di testi per
il teatro, tra i quali "La lupa" (1896) e "Caccia
al lupo" e "Caccia alla volpe" (1901).
Posizione del decadentismo in Italia.
Il decadentismo è innanzitutto una
sensibilità, non è una scuola, non è un movimento, ma è un
tormento, nel senso che investe direttamente l'anima e il
mondo sensoriale dell'individuo prima anche che le sue idee.
Potremmo dire che con il decadentismo la
corporeità, la sensorialità, la fisicità delle esperienze
diventano mezzi e fini di una pratica di vita, di un modo di
essere in cui vita e poesia si compenetrano e in cui si
riflettono reciprocamente. La poesia diventa conoscenza e si
pone in alternativa allo approccio scientifico e materiale
della realtà. Conoscenza ovviamente soggettiva e sublimata,
ovvero che trascende se stessa. Una conoscenza che non porta
alcun risultato pratico (come dovrebbe accadere nella
visione positivistica), ma che invece diventa un modo di
essere anzi, l'unico modo di essere concepibile per un
poeta.
Il sorgere di una sensibilità decadente è
da collegare con il progressivo deteriorarsi del
Positivismo, ovvero di quella cultura che sul piano della
creazione artistica portava al Naturalismo e quindi ad una
rappresentazione speculare della realtà che spesso aveva
intenzioni di polemica e di denuncia sociale, ma anche
finalità scientifico didascaliche (questo è esattamente ciò
che succede nel Naturalismo francese), ciò nonostante una
vera influenza positivista la nostra letteratura non l' ha
avuta per tre motivi:
-
Nel Naturalismo le premesse
scientifiche conducono ad una concezione deterministica
che invece nel Verismo diventa fatalismo e totale
sfiducia nelle possibilità emancipative dell'uomo.
-
Le poetiche di estrazione
positivistica danno spesso l' impressione di impoverire
la libertà creativa dell' artista e di confinarlo entro
i ristretti margini dell’aderenza al reale. Non è un
caso infatti che la poetica naturalista non abbia di
fatto prodotto poeti ma solo narratori.
-
La crisi del Positivismo è comunque
legata ad un' evoluzione politica della classe borghese
dominante che dopo eventi storici quali la comune di
Parigi del '70 o l'unità d'Italia ritornano supposizioni
antiprogressiste e sostanzialmente reazionarie,
abbandonando quella cultura positivista che in fin dei
conti anima anche i sommovimenti politici e sociali
degli ultimi anni del diciannovesimo secolo.
In letteratura, la poesia (come la
pittura e la scultura nelle arti visive) si sgancia dal
condizionamento della realtà e del realismo, perché entrambi
sono sentiti come limitanti, inappaganti, inefficaci. Si
procede quindi ad una nuova impostazione dell' approccio con
la realtà, che però non ha da essere conquistata con
strumenti meramente riproduttivi; la realtà va semmai
conosciuta in quello che è non il suo dato esteriore, ma il
sostrato simbolico-spirituale di esso. Solo in questo senso
infatti la poesia può diventare strumento di conoscenza del
reale, non uno strumento ma lo strumento. Per la sensibilità
decadente insomma vale l'equivalenza arte = conoscenza.
Questo significa dare nuove e più pure
finalità alla poesia che non la semplice espressione dell'Io
lirico come nella poetica romantica. Ciò implica
necessariamente la sperimentazione di nuovi mezzi espressivi
che vengono in parte compendiati in due testi fondamentali :
la "Lettera del veggente" di Arthur Rimbaud e "L'
arte poetica" di Paul Verlaine. Crolla la rima,
l'eleganza formale del verso, la versificazione classica e
la poesia accoglie non solo suggestioni dalle altre arti, in
specie la musica, ma assume anche un ruolo incantatorio,
mistico e magico che la fa diventare un' attività per
iniziati capaci, come dirà Mallarmé, di dare un senso
diverso e più puro alla parole della tribù.
Le suggestioni del decadentismo arrivano
in Italia con minor forza eversiva rispetto, ad esempio,
alla Francia, ma danno luogo a due esperienze fondamentali
per il rinnovamento della nostra poesia. Quella di Giovanni
Pascoli e di Gabriele D'Annunzio.
La posizione pascoliana si lega ai motivi
più autentici del decadentismo e, a differenza di quella
dannunziana nella quale c'è molto di dilettantesco e di
improvvisato, appare oggi come l'esperienza poetica più
profonda e più fertile di tutto il movimento. Smarrito di
fronte alla misura del cosmo, al dolore dell'uomo e deluso
dalle esperienze, dalle aspirazioni e dalle idealità laiche
(ideologica e politica), Pascoli tenta di cogliere nelle
cose di ogni giorno il loro senso più nascosto, la loro
componente di mistero, osservando le cose con un
atteggiamento malinconico e tendente al rimpianto. Di fatto
però egli procede a rinnovare profondamente il linguaggio e
le strutture poetiche secondo moduli tipicamente
decadentistici.
Più vistosa e per certi versi più
seduttiva è la poetica dannunziana che si esplica però in
differenti atteggiamenti. in un primo tempo con il romanzo
"Il piacere" (1889) D'Annunzio si
inserisce pienamente nel clima dell' estetismo europeo dando
con il personaggio di Andrea Sperelli un ritratto molto
vicino al "Dorian Gray" di Oscar Wilde ed al "Des
Essenties" di Huysmans. Successivamente però in seguito
alla lettura delle opere di Friederich Nietzsche il
decadentismo dannunziano diventa mito del superuomo,
idoleggiamento di una vita dominata dalle passioni in
maniera quasi animalesca, iperattività che mischia insieme
passioni diverse (creative, civili, poetiche, erotiche) in
un coacervo estremamente narcisistico. E' chiaro però che
nel clima del decadentismo confluiscono anche altre
esperienze: il crepuscolarismo (Guido Gozzano), la
produzione narrativa di Luigi Pirandello e Italo Svevo, ma
soprattutto l'intensa stagione della poesia ermetica
italiana, iniziata con Ungaretti e Montale. Anzi lo storico
Alberto Asor Rosa ritiene che quella ermetica sia di fatto
l'esperienza più autenticamente decadente della poesia
italiana, riconoscendo con questo un forte ritardo dei
nostri poeti ad accogliere in maniera matura le intense
suggestioni creative del decadentismo europeo.
Gabriele D'Annunzio
( 1863-1938 )
a. Introduzione
Storicamente e letterariamente, fra
Pascoli e D'Annunzio la comparazione è inevitabile, non solo
perché entrambi vissero nello stesso periodo, non solo
perché entrambi risultarono pur con molte diversità
esponenti della medesima corrente letteraria (Decadentismo),
ma soprattutto con la loro rispettiva attività di poeti e di
intellettuali, rappresentarono modelli diversi: così mentre
l'importanza di Pascoli non uscì mai dall'ambito
strettamente letterario, quella di D'Annunzio ebbe la forza
di influenzare profondamente il costume e la società
italiana a cavallo fra i due secoli. Si può dire insomma che
almeno fino al 1920 D'Annunzio esercitò una vera e propria
egemonia sulla cultura e sul costume italiani, sostituendosi
a Carducci come poeta vate dell'Italia, plasmando
comportamenti, gusti ed ideali degli italiani suoi
contemporanei.
b. Analisi della produzione letteraria
Ci sono da dire due cose preliminari:
D'Annunzio è un letterato precocissimo (inizia la sua
attività poco meno che ventenne); inoltre le sue prime prove
letterarie, sembrano rifarsi ai due modelli più illustri che
in qualche modo stavano sintetizzando e concludendo
l'Ottocento italiano, Carducci e Verga. Tuttavia questa
impressione, avvertita anche dai critici di quel tempo,
rapidamente svanisce: in prosa infatti i temi più
apparentemente affini al Verismo verghiano (rintracciabili
ad esempio nella raccolta "Novelle di Pescara" che
sono del 1884) sono affrontati non con lo spirito veristico
della pietà umana o della comprensione storica, ma semmai
con quella ricerca della sensazione viscerale e violenta,
con la fascinazione del primitivo, del barbarico, del
sanguigno, quindi in una parola di un tragico affetto da
sensazionalismo. In altre parole possiamo dire che
D'Annunzio sia l'iniziatore letterario di quel certo gusto
morboso che oggi impera tanto in un certo tipo di
televisione. In poesia del resto ("Primo Vere" 1879,
"Canto Novo" 1881), pur permanendo forme stilistiche
classicheggianti e in qualche modo carducciani, fermentava
tuttavia un acceso sensualismo, una disposizione bramosa
alla celebrazione del godimento, una sensibilità quanto mai
disponibile ad ogni sollecitazione naturale.
Quest'atteggiamento coincide con la così detta fase romana
della vita del poeta (1881-91), caratterizzata da avventure
mondane e duelli, fervida attività giornalistica sulle
riviste dell'epoca ("Cronaca bizantina", "La
Tribuna", "Il Convito"), e turbinose relazioni
sentimentali. Esso rimarrà a lungo caratteristico del poeta
e si complicherà strada facendo per via delle vaste
influenze culturali che il giovane autore, vorace
conoscitore delle letterature europee, andava assorbendo.
Esemplare in tal senso è il romanzo "Il Piacere"
pubblicato nel 1891, la cui composizione non è indipendente
dalla lettura di un romanzo assai famoso di quegli stessi
anni, il celebre "A ritroso" ("A rebours",
1884), di J.K. Huysmans. L'importanza di questo romanzo è
non solo letteraria, ma anche di costume. Infatti con esso
viene introdotto in Italia il tipo e il mito dell'eroe
decadente così come era stato dipinto dal Des Essenties
di Huysmans e dal Dorian Gray di Wilde, personaggi
che rappresentano il culto estremo e narcisistico della
bellezza, ma non la bellezza naturale come la intendevano i
classici, bensì una bellezza che è frutto di artificio e che
vale non in sé stessa ed assolutamente, ma in quanto
esaltante colui che la coltiva o la ricerca. Bellezza e
narcisismo dunque: la prima, non è un ideale assoluto, ma
quasi il trastullo con il quale l'eroe decadente celebra o
esalta se stesso, la propria aristocratica volontà di
estraniarsi dalla società e chiudersi in una dimensione di
soddisfazioni estetiche. Ma questo romanzo, ha un altro
motivo d' interesse: infatti qui la carica vitalistica e
sensuale già espressa nelle prime raccolte poetiche diventa
come corrotta da una lussuria non solo erotico sessuale ma
anche stilistico creativa. Desiderio delle sensazioni forti,
dunque raggiunto non solo attraverso l'eros ma anche
attraverso l'artificio letterario. Andrea Sperelli è
dunque l' antesignano della figura del super uomo che di lì
a poco D'Annunzio avrebbe sviluppato mutuandola da una
lettura molto superficiale del filosofo tedesco F. Nietzsche.
Ciò nonostante fasi diverse ed anche opposte si alternano
velocemente nella vita del poeta. Infatti sia la raccolta
"Poema Paradisiaco" sia il romanzo "L' Innocente"
entrambi del 1891, testimoniano di un certo qual cambiamento
di rotta successivo al periodo romano. In questa fase, che
di fatto contraddice quella precedente, è rappresentata la
spossatezza susseguente alla realizzazione del piacere, il
ripiegamento nell' interiorità dopo la sazietà delle carni,
il ritorno malinconico ad un ideale di bontà ed innocenza
dopo il turbinoso assoggettamento nella lussuria.
Ispirandosi questa volta al poeta francese Paul Verlaine,
questa poesia ci parla di stati d' animo che potremmo
definire di convalescenza spirituale, che guarda con
malinconia ma anche con una certa soddisfazione ai piaceri
goduti, che proprio perché già conclusi proiettano l' uomo
in un' ansia di rigenerazione che critici molto severi
definiscono un fallimento, perché suonerebbe falsa e
artificiosa, un atteggiamento insomma privo di autenticità.
Del resto nuove influenze sono all' orizzonte del poeta.
Appena un anno dopo nel 1892 scopre un altra sollecitazione
culturale forte attraverso la lettura di Nietzsche, del
quale tralasciando le implicazioni più strettamente
filosofiche e quindi sostanziali, il poeta coglie
soprattutto, in maniera superficiale e esteriore, le
indicazioni politiche in chiave antidemocratiche e la morale
del superuomo. In questo modo il mito dell' esteta
decadente rappresentato da Andrea Sperelli, viene
integrato e in qualche modo consolidato da un substrato
pseudofilosofico, che è caratterizzato da un disprezzo
elitario per il proprio tempo e per la società che esso
esprime, disprezzo entro cui il poeta teorizza il diritto di
un non ben identificata aristocrazia a dominare le plebi.
Ora è qui opportuno fare almeno due considerazioni:
-
Questo mito pseudofilosofico espresso
da D'Annunzio (che è sostanzialmente individualistico e
antidemocratico) trovava un preciso riscontro in alcuni
settori della società italiana ideologicamente orientati
verso uno stato forte e autoritario, sul tipo di quello
bismarckiano, capace di contrapporsi vigorosamente, ma
anche in maniera repressiva, al crescente peso che le
masse popolari andavano assumendo nel paese, anche per
la loro capacità di autorganizzazione. Allo stesso tempo
il mito superoministico di D'Annunzio forniva a quei
settori della società quella nobilitazione artistica e
quella giustificazione intellettuale che poi sarebbero
diventate importantissime nel clima prebellico e che
avrebbero svolto un ruolo decisivo nello sviluppo del
fascismo. In questo senso è difficile dire se D'Annunzio
abbia semplicemente rispecchiato tendenze già latenti
nella società italiana, oppure se egli abbia
autonomamente fornito a taluni settori della società,
quei miti che poi si sarebbero tradotti anche in
posizioni politiche.
-
L'atteggiamento superoministico che
D'Annunzio innestava su un fondo di estetismo
decadentistico, caratterizzerà non solo la sua
produzione letteraria, ma anche la sua vita pubblica.
Gli ultimi anni dell'ottocento sono infatti per
D'Annunzio l'inizio della sua carriera di
"superuomo-tribuno" e culmineranno nel '97 con la sua
elezione a deputato per la destra (a cui seguirà
l'intensa propaganda interventistica e successivamente
l'impresa di Fiume nel 1920). Tuttavia il fondo
estetizzante, decadente su cui si innescava questo
superominismo conferirà a tutte queste attività
dannunziane, quindi del D'Annunzio uomo pubblico, quel
carattere individualistico, estetizzante che riflette
bene la sua idea originaria della vita come opera
artistica e quindi anche come avventura narcisistica.
Non è un caso che proprio nel decennio 1898-1908 si
collochi la sua attività di drammaturgo: infatti egli
pensa, con il teatro, di diffondere più agevolmente e
più pervasivamente il suo messaggio. Qual è questo
messaggio? Ancora una volta è quello della morale
superumana esaltata su uno sfondo di compiaciuta
preziosità, di morbose arcaicità, di esaltazione della
lussuria e del sangue. Ciò appare massimamente ardente
in lavori o testi come "La città morta", "La
Gioconda", "La gloria", "La nave",
mentre diversa fisionomia ha invece l'opera teatrale
"La figlia di Iorio", ispirata a quel mondo arcaico
abruzzese già rappresentato nelle "Novelle di
Pescara". Sostanzialmente riconducibile a questa
fase del superuomo-tribuno sono inoltre la maggior parte
delle liriche contenute ne "Le Laudi" apparse
intorno al 1903. "Le Laudi" erano una raccolta
poetica composta di cinque parti o liriche. Il primo
libro da titolo "Maia" è una specie di poema
autobiografico in cui il poeta esalta il suo proprio
ardore superoministico di avventura e di
sperimentazione; il secondo libro dal titolo "Electra"
è dedicato alla celebrazione degli eroi e risuona
sostanzialmente di poesia patriottica da poeta-vate; il
terzo libro intitolato "Alcyone" ha tutta una
fisionomia particolare che merita di essere
ulteriormente approfondita; il quarto libro intitolato
"Merope" contiene la celebrazione poetica della
guerra di Libia; il quinto e ultimo libro dal titolo
"Asterope" celebra poeticamente circostanze ed
eventi della prima guerra mondiale. Dei cinque libri il
più importante è sicuramente il terzo "Alcyone",
che risalta per alcune peculiarità:
Prevale insomma in questa raccolta una
disposizione o una attitudine di equilibrata mediazione fra
il D'Annunzio giovanile e quello più maturo, in altre parole
fra quello del "Canto novo" e quello del "Poema
Paradisiaco".
Il rapporto con la natura è qui
realizzato con una sensualità che potremmo dire, "è fuori
dai sensi", quindi non tanto fisica, corporale, ma quasi
ideale o sublime, grazie alla quale ogni dato sensoriale,
perché la sua carica di fisicità si trascende diventando
segno di uno stato d'animo.
In questo senso "Alcyone"
rappresenta un break della fase superoministica e di tutte
le sue tensioni plateali; Tanto è vero che la prima lirica
con cui si apre questa raccolta si intitola assai
sintomaticamente "Tregua". E' da questa situazione interiore
che si apre la strada quella "fase notturna" della poesia
dannunziana per la quale egli è ancora giustamente
apprezzato. È curioso notare che questa definizione deriva
dalla prosa nota come "Notturno" che D'Annunzio
scrisse nel 1916 in un momento in cui egli era costretto
all'immobilità e buio per una ferita all'occhio.
Caratterizzano quest'opera innanzitutto l'assenza di un vero
disegno narrativo. Queste poesie non ci parlano di niente ne
di gesta eroiche ne di avventure personali ne di ardori
patriottici. Vi prevale altresì un senso cupo della
precarietà delle cose e della presenza costante della morte.
"Alcyone" è senza dubbio una raccolta in aperta
contraddizione con il D'Annunzio più popolare e divulgato
fino ad allora, perché è contraddistinto da elementi
contenutistici nuovi, depurati da ogni morbosità: la
confessione, il ricordo, il ripiegamento interiore che
spesso lo induce alla cupa malinconia di un bilancio
fallimentare della propria esistenza.
c. Conclusioni
Varrà qui la pena di sintetizzare alcuni
concetti sulla figura di D'Annunzio. Innanzitutto la varietà
degli atteggiamenti, delle opere, degli stili, delle forme
espressive è in D'Annunzio, come abbiamo potuto vedere,
grandissima; tuttavia essa è più apparente che reale.
Infatti nella maggior parte dei casi, la sua poeticità si
esaurisce tutta nel gioco della squisitezza formale che si
traduce in scaltrita letteratura.
Cosa vuol dire questo? Vuol dire che la
sofisticata eleganza della sua scrittura è più pensata che
sentita, è insomma il frutto di un lavorio di un autore che
cerca di piacere a tutti i costi; si potrebbe dire che in
D'Annunzio non sappiamo mai o quasi mai quanto e quando la
letteratura sia funzionale al suo personale narcisismo.
Ma la sua letteratura è scaltrita anche
per un altro verso: pur essendo avida di tutte la
sollecitazioni dei sensi, pur evocando con ogni sua parola
ricche immagini sensibili, la sua parola è per altro povera
di interiorità e quasi mai lascia nel lettore quelle
risonanze trascendenti tipiche della vera vena poetica. Si
ha il sospetto che in D'Annunzio prevalga sulla poesia una
fine professionalità poetica e che tutte le sue
sperimentazioni sensoriali e letterarie vogliano solo
irretire il lettore in cerca di immagini seducenti o
addirittura di falsi miti o di pure esteriorità.
Una osservazione possiamo farla sulla sua
capacità di assimilazione delle suggestioni letterarie ed
intellettuali straniere: sicuramente questa capacità di
assimilazione arricchisce esteriormente la sua scrittura, ma
soprattutto sprovincializza la letteratura italiana (che
fino a lui era rimasta un po’ chiusa nell'autoesaltazione
del primato italiano); tuttavia questa assimilazione è
spesso dilettantesca, vale a dire spesso volgarizza e
impoverisce ciò da cui trae ispirazione o modello. In altre
parole, mai D'Annunzio riesce ad essere un Baudelaire (per
la descrizione di certe figure rovinose e sataniche di
donna); mai riesce ad eguagliare un Rimbaud (per quella
"veggenza" che proviene dall'amore per la parola poetica);
mai riesce a competere con Wilde o Huysmans (per il
coinvolgimento profondo e radicale nella sensibilità
decadente); mai riesce ad essere all'altezza di Mallarmé
(per la sua disperata ricerca di purezza nella parola).
Di conseguenza il decadentismo che
attraverso di lui entra in Italia è quello più appariscente
e vistoso, è quello più esteriore e manierato, è insomma la
moda, se pur non condivisa da tutti, del momento. Pascoli
apparentemente meno aperto alle risonanze poetiche del
Decadentismo europeo, inciderà assai più profondamente nello
sviluppo della poesia italiana, anche se i maniera meno
appariscente.
Che cosa ci rimane allora di D'Annunzio?
Ci rimane la sua vera influenza sul costume della società
del suo tempo. In un periodo in cui non c'erano ancora i
mass-media, D'Annunzio, reclamizzando la sua vita privata e
amministrandone da scaltrito manager il mito che era
riuscito a crearne (fatto di amori turbinosi, duelli,
perversioni, mondanità, eroismi), influenzò per molti
decenni larghissimi strati della società italiana, nei quali
iniettò quei miti, che poi saranno alla base della cultura
che è il fondamento del fascismo.
d. L’attività di D'Annunzio romanziere
La narrativa di D'Annunzio è in stretto
rapporto di simmetria con la sua produzione poetica e si
colloca grossomodo in due fasi: nel periodo romano (1881-92)
e nel periodo fiorentino (1898-1909). Del primo periodo sono
i romanzi "Il piacere" (1889), "Giovanni Episcopo"
(1892), "L'innocente" (1893) a cui vanno aggiunti
"Il trionfo della morte" e "La vergine delle rocce"
entrambi del 1895.
Al secondo periodo invece vanno ascritti
i romanzi "Il fuoco" e "Forse che si forse che no"
(del 1910).
Da un punto di vista strettamente
letterario è al prima triade quella che ci interessa
maggiormente perché in essa vediamo rappresentata quella
visione aristocratica della vita e del sé che prima ancora
di diventare mito del superuomo, si manifesta attraverso
l'estetismo (vale a dire l'attenzione ossessiva per le
forme) e il panismo (vale a dire l'atteggiamento di
abbandono agli impulsi più irrazionali, perché ritenuti
appunto più naturali). Ne "Il piacere" il tema della
lussuria mostra il suo risvolto di disgusto e di falsità, ma
sempre all'interno di una visione estetizzante. È la storia
di un nobiluomo Andrea Sperelli che nel tentativo di
staccarsi da una vita libidinosa verso cui a cominciato a
provare disgusto, si lega prima a una donna con cui ha
un’esperienza assai tenera, ma poi ritornato nella capitale
ricade in una lussuria che è il segno di uno stato di
annichilimento ed autodistruzione morale ed esistenziale. Da
un punto di vista strutturale il romanzo presenta lunghi
momenti descrittivi, pagine di "atmosfera" che preludono
all'intreccio vero e proprio, a cui corrisponde, sul piano
stilistico, la ricerca virtuosistica di una prosa rarefatta,
costruita, estetizzante.
I due romanzi successivi "Giovanni
Episcopo" e "L'innocente" rappresentano tentativi
di analisi di personalità dissociate e conflittuali. Il
secondo romanzo è la storia di un rapporto masochistico fra
due uomini di diversa levatura che si conclude con
l'omicidio di quello superiore ad opera di quello inferiore.
Nel terzo invece vi è la storia di un rapporto sadico in cui
la fredda costruzione della dissoluzione di un rapporto
matrimoniale porterà anche qui all'omicidio di un neonato.
Vi sono tuttavia delle differenze fra questi due romanzi:
innanzitutto le ambientazioni; in "Giovanni Episcopo"
prevale una Roma piccolo-borghese modesta culturalmente e
socialmente; ne "L'innocente" ritornano gli ambienti
ricchi e sofisticati della realtà. Questo terzo romanzo è
tuttavia importante perché serve da tramite verso i miti
superoministici. Il protagonista infatti arriverà
all'omicidio privo di alcun senso di colpa, ma anzi
nell'esaltazione di sentirsi aldilà di ogni legge morale.
Giovanni Pascoli
(1855-1912)
a. Sviluppo delle opere e della poetica
L'opera poetica di Pascoli si colloca in
quella ondata di superamento di quei moduli lirici
tradizionali che avevano trovato in Carducci, ma anche nel
D'Annunzio del "Canto Novo" (1881) e delle "Elegie
Romane" (1891), i maggiori esponenti di fine secolo. Del
resto il 1891 è anche la data della prima edizione della
prima raccolta poetica pascoliana "Myricae" (1891).
Con questa raccolta si spezza definitivamente quella linea
della lirica italiana che si può far risalire al Parini, le
cui caratteristiche principali sono sostanzialmente
l'adozione di un lessico alto e la coerenza logica
stringente e causale del discorso lirico. Sono questi del
resto i luoghi più vistosi del rinnovamento operato da
Pascoli.
Un linguaggio sicuramente non eloquente,
ma anzi vicino al parlato comune e caratterizzato spesso da
fonosimbolismi; un discorso lirico assolutamente evanescente
che non si snoda secondo un procedimento di causa-effetto,
ma che alla maniera del simbolismo, dagli effetti risale
alle cause.
Ciò che caratterizza tutta la poesia
pascoliana è insomma non il ragionamento sia pur svolto in
termini e con mezzi lirici, ma l'atmosfera, la misteriosa,
seducente indistinzione fra dato reale e apertura simbolica
del dato. Quali sono le novità di "Myricae" ?
Sono essenzialmente tre:
-
Tutti i componimenti apparentemente
sembrano collocarsi in una dimensione veristica, già che
risultano ispirati perlopiù alla vita campestre colta
nell'alternarsi delle stagioni e pullulante di
particolari e di aspetti quotidiani di una vita dimessa
ma essenziale. del resto già con la scelta del titolo
(derivato da un verso del poeta latino Virgilio in cui
si fa cenno appunto a questi umili fiori di campo, le
tamerici) Pascoli intendeva evidenziare questa modestia
e quotidianità dei temi che si accompagnano ad un
atteggiamento linguistico tipico del Verismo, vale a
dire il frequente ricorso ad una terminologia tecnica o
gergale. Ciò nonostante il Verismo di questi bozzetti è
solo apparente infatti in questo mondo campestre
descritto in "Myricae" non rappresentava per
Pascoli la veristica scoperta del quotidiano tradotto in
termini poetici; questo mondo campestre è semmai lo
scenario sul quale il poeta proietta inquietudini,
smarrimenti, interrogativi, insomma un senso del vivere
fatto di ansiose e irrisolte perplessità . in questo
senso i dati realistici si caricano di significati e di
simboli che li trascendono.
-
Allo stesso tempo appare evidente che
la rappresentazione, in "Myricae", più che
veristica è impressionistica: Le manca cioè la
coordinazione dei particolari e l'unitarietà delle
costruzioni. Proiettandosi tutto nell'impressione ed
enfatizzandola, Pascoli riesce a cogliere rapporti
inediti fra le cose, corrispondenze nuove e diverse fra
gli elementi della percezione, riesce insomma a leggere
nel quotidiano e nel consueto (fatto per lo più di trite
particolarità) concordanze precise col suoi senso della
vita.
-
"Myricae"
presenta infine una
forma poetica che, in accordo con i due elementi
precedenti, è costituita e caratterizzata da pause di
stupore, trame di rispondenze e riecheggiamenti fra le
parole e si presenta quindi lontanissima dalla
magniloquenza della poesia carducciana.
Da dove nasce questa concezione della
poesia? Da uno scritto di poetica che Pascoli compose nel
1897 e che venne completato nel 1902, dal titolo emblematico
"Il fanciullino". Quali ne sono i caratteri
fondamentali ? Possiamo sintetizzarli in tre punti:
-
La poesia non è razionalità, quindi
non è costruzione; essa consiste semmai in una perenne
capacità di stupore tutta infantile, in una disposizione
irrazionale (metaforizzata appunto nella figura del
fanciullo) che permane dentro di noi anche quando la
nostra fanciullezza sia ormai superata.
-
Cosa fa il "fanciullino" in
noi? Esso sovverte le regole della razionalità e
dell'angusto e realistico buon senso che regola la
nostra vita quotidiana. In questa ingenua sovversione vi
è comunque una disposizione dell'animo a scoprire in
maniera alogica e comunque non secondo un metodo
razionale relazioni ed analogie inedite fra i dati
dell'esperienza, dati sempre ricondotti ad un ambito
familiare e quotidiano. Per Pascoli insomma la poesia
non scaturisce dall'invenzione della costruzione
retorica; la poesia è scoperta perché è già nelle cose
stessa e quindi basta quella disposizione d'animo che
egli chiama del fanciullino, per poterla portare
alla nostra percezione. Questa è del resto la grande
novità della poetica pascoliana: la poetica esiste a
prescindere dal poeta come artefice (inteso in senso
romantico) essa è nelle cose stesse più che nella mente
del poeta ed arrivare ad essa (esprimerla liricamente
oppure coglierla emotivamente) è un'esperienza che
dipende tutta dalla nostra capacità di risvegliare
"Il fanciullino" che è in noi.
-
In questo senso la poesia ha una sua
componente psicologica perché in qualche modo consola e
risarcisce l'uomo dal male della vita. " Il fanciullino"
non è dunque una sorta di demone benefico che si
impossessa di noi, è semmai una originaria dimensione
dello spirito umano che la crescita e la maturità li
fanno dimenticare, ma che risiede ugualmente dentro di
noi e in qualche modo si identifica nella nostra
coscienza più nascosta.
Dalla poetica de "Il fanciullino"
capiamo due cose. Prima di tutto che l'infanzia ha per
Pascoli un grandissimo valore creativo ma anche psicologico
e morale, ma anche nella sua, nella sua vicenda personale,
il luogo dell'angoscia e della morte. Si capisce quindi che
la metafora de "Il fanciullino" compensa in qualche
modo, cerca di trascendere e sublimare l'esperienza del
dolore attraversato dal poeta nella sua infanzia. Infanzia
significa anche famiglia e la famiglia è proprio la
dimensione fondamentale della concezione pascoliana della
vita proprio perché all'organizzazione dei rapporti
familiari non sovrintende la ragione, bensì il sentimento.
Ecco perché in Pascoli c'è un sostanziale rifiuto della
società e della storia che sono viste come dimensioni più
complessive dell'uomo la cui necessaria razionalità soffoca
e opprime ogni autentico legame affettivo possibile.
In secondo luogo vi è in Pascoli una
predominanza tematica del mondo campestre o contadino che va
attentamente interpretata. Questo mondo infatti significa
semplicità di rapporti, essenzialità di percezioni ,
originarietà di sentimenti e umiltà della vita quotidiana,
tutti elementi con cui Pascoli realizza il suo rifiuto o la
sua uscita dalla storia.
b. Poetica e ideologia
Eppure Pascoli è stato un socialista.
Come conciliamo le sue idee politiche con la sua poetica
così avulsa della storia? Questa contraddizione va spiegata
pensando che per Pascoli il socialismo non significa tanto
ideologia, ma umanitarismo, sentimentale vagheggiamento di
una legge d'amore che regoli la convivenza umana aldilà
della storia, in un luogo utopico dove la fraternità
sostituisce la lotta di classe. In altre parole, per Pascoli
l'idea socialista non è altro che il mito dell'infanzia
trasportato dal piano individuale a quello collettivo della
società. Del resto anche le sue prese di posizione
nazionalistiche in favore della guerra in Libia del 1912
sono da ricondurre ad un'idea di Nazione come entità
familiare allargata in cui i rapporti di consanguineità
difendono l'immagine del nido che è allo stesso tempo
famiglia e nazione.
Italo Svevo
(1861-1928)
1. Introduzione
L'opera di Italo Svevo si colloca, al
pari di quella di Pirandello, in quella che possiamo
definire l'epoca della crisi della razionalità moderna. Cosa
significa? Significa che anche i fenomeni letterali e
artistici in generale vanno inquadrati in una dimensione più
generale di mutamento della cultura i cui fattori principali
sono da riscontrarsi in taluni sviluppi teoretici della
filosofia e delle scienze.
Cosa entra in crisi dunque ? Va in crisi
quella razionalità moderna che fino ad allora era stata
concepita come capacità di conoscere in modo univoco,
oggettivo ed esatto la realtà (va quindi in crisi la
concezione positivistica della conoscenza). Ma per crisi
della razionalità si intende quella scissione della
coscienza dell'individuo che non solo non avverte più solidi
rapporti con il reale, con la società (aggravando quel
divorzio tra io e mondo iniziato con il romanticismo), ma
non si riconosce più neanche in se stessa, non è più capace
di cogliersi come un tutto organico, ma bensì come parti
sconnesse ed in conflitto fra di loro. Tutto ciò accomuna le
scienze, la filosofia, le arti figurative, la letteratura,
dei primi decenni del '900. Nelle arti figurative, come
nella letteratura, la crisi di questo tipo di razionalità,
già per altro preannunciata dall'esperienza decadentista, si
traduce ora nel rifiuto di rappresentare naturalisticamente,
di descriverla in modo oggettivo, senza alcun coinvolgimento
da parte dell'artista. Del resto questo processo era già
stato avviato negli ultimi decenni dell'800 dagli
impressionisti e dai simbolisti. Ora però non si limita solo
all'utilizzazione di temi e soggetti tratti dal mondo del
mito e dall'inconscio (o, nel caso degli impressionisti, ha
stemperare la visione del reale in macchie di colore e di
luce); infatti ciò a cui porta l'esperienza
artistico-letteraria di questo periodo è la radicale rottura
dei mezzi tradizionali di rappresentazione. La fisica di
Einstein, la psicoanalisi di Freud, la filosofia di Henri
Bergson, mostrano chiaramente che:
-
ormai non esiste più una realtà
unica;
-
che i risultati scientifici non sono
mai assoluti, ma sempre influenzati dagli strumenti e
dalle condizioni dell'osservazione;
-
che la coscienza individuale è
composta da un insieme di impulsi e desideri spesso
irrazionali e che il tempo della memoria (in cui
passato, presente e futuro sono simultanei) non
corrisponde più a quel meccanismo basato sulla
successione ordinata di istanti identici.
In pittura i cubisti scompongono
l'immagine in tanti piani quanti sono i possibili punti di
vista; i futuristi introducono l'idea del movimento continuo
e della compenetrazione dinamica degli oggetti; gli
astrattisti superano l'idea stessa della necessità di un
rapporto speculare tra pittura e realtà; i dadaisti giocano
sulla casualità e l'ambiguità dei significati; infine i
surrealisti aprono la pittura al mondo dell'inconscio. nella
stessa direzione si muovono letterati e poeti che infrangono
le regole formali della lingua e della narrazione, opponendo
alle certezze e all'ordine formale il dubbio, la domanda, il
disordine, l'ambiguità. Il soggetto inteso come individuo
nella sua unicità è dunque disperso; quella visione
razionale in cui l'uomo confidava per stare al mondo è
dunque distrutta.
Da ciò dipendono nella strategia
narrativa:
1) La proiezione in primo piano
dell'assurdo e del grottesco.
2) l'alterazione del tempo reale a favore
di nuove scomposizioni di carattere più psicologico.
3) Irruzione e mescolanza di generi
diversi (come troviamo appunto in Svevo, ove La coscienza
di Zeno è una sorta di
romanzo-diario-confessione-bollettino medico, che scompagina
tutte le distinzioni tradizionali di genere.
4) La messa in campo di nuove tecniche
narrative (monologo interiore e flusso di coscienza).
5) La registrazione della simultaneità
sia in senso temporale che in quello analogico-associativo.
6) L'apertura verso le tematiche
dell'inconscio legate alle scoperte di Freud e di Jung.
L’evoluzione creativa di Italo Svevo
L'opera di Svevo si colloca a rigore
nella tradizione del realismo tardo-ottocentesco. Tuttavia
in lui come in autori quali Pirandello, il realismo coincide
si con una istanza di autenticità personale, di verità
interiore (quindi più introspezione che rappresentazione),
ma anche con un confronto costante con una realtà esterna
che opprime. Realismo qui non significa allora aderenza alla
fenomenicità delle cose, ma tentativo di controllare quegli
stessi dati da parte di un sé, di una soggettività i cui
elementi sparsi sono in continuo dissidio; lo sforzo è
quindi di farla affiorare per riportarla sulla pagina
scritta (che diventa quindi, proprio nel caso di Svevo,
quasi un documento anamnestico della propria situazione
esistenziale).
Ci sono molte cose da evidenziare
rispetto alla formazione letteraria e alla evoluzione
creativa di Svevo:
-
vi è innanzi tutto da ricordare la
sua formazione europea : la Trieste sveviana è la
Trieste dell'Impero Austro-Ungarico (o Asburgico), città
industrialmente e culturalmente assai sviluppata dove lo
scrittore ha modo di conoscere ad esempio la
psicanalisi, che arriva dalla vicina Vienna di Freud;
-
inoltre va ricordata l'amicizia
stretta con James Joyce, con cui ebbe un intenso
rapporto di amicizia e di lavoro. Tutto ciò spiega anche
la marginalità di Svevo con la letteratura italiana di
quello stesso periodo: Trieste non è ancora italiana, la
lingua e la cultura sveviana sono sostanzialmente
tedesche, la sua pratica letteraria infine rimane
estranea alla tradizione italiana (anche se scritta in
italiano) proprio per le sue aperture europee (Joyce e
la psicanalisi, che arriveranno alla nostra letteratura
molto più in ritardo).
L'opera sveviana ed in particolar modo
La coscienza di Zeno, costituisce in qualche modo una
sorta di progetto analitico sulla soggettività umana nei
suoi rapporti o collisioni con l'oggettività, vale a dire
con quella realtà esterna che coincide non solo con la
naturalità del mondo (col fatto che c'è e non possiamo
spostarlo), ma anche con quelle convenzioni sociali, che
finiscono spesso col diventare finzioni, nelle quali è
racchiusa o imprigionata l'esistenza individuale dell'uomo.
In questa chiave antiborghese possiamo
leggere un po’ tutta l'opera di sveviana che è legata si
all'espressione dell'interiorità, ma soprattutto ai modi in
cui il mondo esterno influenza e condiziona
quest'interiorità.
Conformemente al prevalere della
soggettività nel romanzo sveviano, anche lo stile (ovvero le
modalità in cui il contenuto viene espresso), diventa
strumento dell'analisi interiore. In altre parole per Svevo
lo stile non è unicamente un fatto formale o tecnico (lo
strumento dell’espressione, insomma), non è la confezione
del messaggio o del contenuto, ma è qualcosa di più: è il
riflesso e l'equivalente di quell'azione di scavo
all'interno di se stessi. Vi è insomma in Svevo una
crescente corrispondenza fra strutture tematiche e strutture
espressive, fino al punto in cui il fatto stesso di
esprimersi diventa uno dei temi analogici dei suoi romanzi.
Possiamo quindi dire che con Svevo abbiamo la transizione
dal romanzo all'antiromanzo, vale a dire da una struttura
fondata sulla successione logico-causale-temporale, ad una
struttura più fluida, deregolata, frammentaria, che riflette
la condizione psichica del protagonista e che quindi non
poteva essere descritta attraverso le tradizionali modalità
espressive del romanzo.
Vi è inoltre nell'opera sveviana un
costante riferimento autobiografico, da intendersi però non
come aderenza della costruzione fantastica ad un nucleo
reale, ma come fondamento da cui si sviluppa un modello di
scrittura come forma di autoconoscenza e perfino come
terapia, in altre parole come salute. È insomma la chiave
psicanalitica quella che spiega l'autobiografismo sveviano,
al di là degli spunti o dei riferimenti reali.
Svevo va inoltre collocato nel quadro
storico del decadentismo europeo; ciò è vero almeno in due
sensi:
a) perché affronta ed esplicita la crisi
della soggettività e il divorzio dall'oggettività ( realtà,
mondo, società, storia), che sono elementi tipici della
sensibilità decadente; come già abbiamo visto in D'Annunzio
nel decadentismo la soggettività non è forte, rigorosa,
strutturata, ma è un fluire continuo una manifestazione
ininterrotta di elementi spesso contrapposti, quindi una
soggettività che non domina il mondo esterno, ma che è
dominata dai propri flussi interiori, una soggettività
intesa quindi non in senso razionalistico, ma
irrazionalistico.
vi è inoltre da considerare la contiguità
di tempo e di temi con Pirandello, altro grande esponente
della crisi della razionalità.
Un ultimo elemento da considerare è
infine l'ironia sveviana. Svevo non ha prodotto riflessioni
teoriche sull'argomento come invece aveva fatto Pirandello o
Henri Bergson; tuttavia in lui l'elemento ironico è
frequente, specialmente come acquisizione della piena
consapevolezza della condizione umana, delle sue falsità,
delle sue apparenze equivoche, della sua irriducibilità
asserzioni logico-razionali. In questo senso la sua ironia
assume una funzione fondamentale all'interno del realismo
sveviano: essa lo fa diventare strumento utile ad un attacco
problematico e derisorio nei confronti della realtà.
Ricognizione tematico-stilistica del
romanzo sveviano
Una vita, (1892) : nel primo
romanzo sveviano compaiono già in embrione i motivi
centrali dell'opera di questo scrittore: il senso del
fallimento e della sconfitta dell'individuo, gli ambigui
rapporti fra questo stesso individuo ed una società di
cui egli fa parte, ma che è sostanzialmente corrotta e
svuotata di ideali, in questa società il protagonista
svolge il doppio ruolo di oppressore ed oppresso allo
stesso tempo e proprio in questa drammatica confusione
(di ruoli) egli finisce con lo smarrire il senso e la
coerenza della propria identità, ma anche la propria
fermezza morale. I personaggi sveviani non hanno più un
"dover essere" da rispettare e realizzare, ovvero una
legge o un vincolo morale a cui appigliarsi; essi
esprimono solamente un "essere"; vale a dire un
lasciarsi essere, un vivere senza ideali e senza
responsabilità, in un continuo rifugiarsi nel sogno e
nelle velleità. Non è un caso del resto che questo primo
romanzo sveviano fosse intitolato originariamente: "Un
inetto". In questo romanzo notiamo ancora una forte
presenza di elementi veristico-naturalistici, che si
esprimono attraverso la propensione all'analisi
sociologica, alla rappresentazione degli ambienti, al
bozzetto. Vi domina quell'atteggiamento di impersonalità
descrittiva che contrassegna la narrativa realistica.
Tuttavia notiamo anche uno scompenso strutturale fra la
figura del protagonista (Alfonso Nitti), delineata a
tutto tondo e gli altri personaggi, che rimangono di
complemento. In questo scompenso vi è anche la causa di
quella serie di antinomie che caratterizzano questo
primo romanzo: quella fra oggettivismo dello sforzo
documentario e oggettivismo dell'introspezione
psicologico-morale; quella fra la poetica
dell'oggettività e la poetica della coscienza; quella
fra il registro narrativo che descrive il protagonista e
quello che descrive i personaggi minori; quello fra il
linguaggio descrittivo veristico e il linguaggio
analitico-psicologico.
Senilità, (1898) : come il
precedente anche questo è un romanzo che ha per
protagonista un inetto, l'impiegato Emilio Brentani. Vi
è tuttavia una differenza: Brentani è un imbecille, ma è
più disincantato, è perfettamente conscio della sua
incapacità di vivere e quindi assai lucido
nell'architettare complicati autoinganni che gli diano
un senso alla vita. Tuttavia il romanzo è anche la
storia di un quadrilatero di personaggi: accanto al
protagonista troviamo la sorella Amalia che vive
anch'essa un'esistenza grigia, lo scrittore Balli ed
infine Angiolina la ragazza di facili costumi di cui il
protagonista è innamorato. Egli sa benissimo come vive
la ragazza, ma attraverso un gioco di mistificazione e
di autoinganno egli preferisce immaginarla come una
creatura nobile, attirandosi in questo modo il disprezzo
di lei. La via della sconfitta e dell'umiliazione passa
stavolta attraverso lo scardinamento del quadrilatero:
Emilio perde Angiolina che fugge con un altro amante;
Amalia logorata da uno sterile amore per Balli si dà
alla droga e muore dopo un'atroce agonia; Emilio si
chiude quindi in se stesso e sente avvicinarsi quella
"senilità" che lo rende consapevole dei propri errori,
ma che lo rende del resto totalmente incapace di porvi
rimedio perchè sono ormai trascorsi. La senilità è
insomma una sorta di saggezza drammatica e grigia che
arriva quando non c'è più bisogno perchè gli errori sono
già fatti e sono irrimediabili. In questo romanzo la
poetica verista ha senza dubbio minor peso, a tutto
favore dell’introspezione, attraverso la quale i quattro
personaggi vengono fuori nelle loro intime complessità.
Vi è inoltre da notare che molte descrizioni di ambienti
o di paesaggi perdono la loro valenza rappresentativa
oggettiva per diventare proiezioni psicologiche di stati
d'animo. Rimangono zone di colorismo impressionistico
(bozzettismo); tuttavia il romanzo si fonda tutto su una
solida struttura a quadrilatero entro cui si svolgono le
relazioni dialettiche fra i personaggi. Non vi è insomma
scompenso fra protagonista e comprimari come accadeva
nel primo romanzo.
La coscienza di Zeno, (1923):
questo romanzo a differenza degli altri due è la
storia di un uomo di successo, a cui la vita ha dato
molto anche se del tutto immeritatamente. È difficile
dire di cosa parli il romanzo, proprio perchè esso non
segue una struttura lineare e sequenziale, ma si
presenta come una serie di annotazione a carattere
introspettivo, a episodi, figure, temi dell'esistenza
personale del protagonista Zeno Cosini. Inoltre a
differenza dei primi due questo romanzo è scritto in
forma autobiografica cioè in prima persona; abbiamo cioè
un io narrante attraverso i cui occhi ed i cui
sentimenti il lettore percepisce le cose narrate. Chi è
Zeno Cosini? È un uomo interiormente malato, intossicato
dal tabacco, debole e suggestionabile (arriverà perfino
a zoppicare dopo aver incontrato un amico zoppo) che
decidendo di sottoporsi ad un trattamento
psicoanalitico, comincia ad annotare, dietro consiglio
del medico, i fatti rilevanti della propria esistenza.
Svevo aggiunge anche un surplus veramente romanzesco;
sarà il dottor S. lo psicoanalista a pubblicare queste
annotazioni diaristiche per vendicarsi del paziente che
ha interrotto la cura. La coscienza di Zeno è un
monologo interiore, un fluire diretto della riflessione
intima ed è per questo che è espresso in prima persona.
Monologo interiore è del resto lo strumento narrativo
specifico dell'introspezione come ci insegna James Joyce
amico ed estimatore di Svevo. L'introspezione non segue
però un percorso lineare e consequenziale ne rispetta
un'oggettività tipica nel narrare in terza persona; essa
si esprime semmai nella frammentarietà e nell'episodicità,
in una simultaneità di elementi spesso contrapposti che
è tipica del parlare in prima persona. Insomma con
"Zeno" l'autore narrante cede il posto alla coscienza
autonarrante, nel senso che anche il mondo esterno che
fa da scenario alla "Coscienza di Zeno" ci viene
presentato non oggettivamente, ma attraverso la
psicologia del personaggio, vale a dire attraverso i
suoi tic, le sue nevrosi, i suoi disagi. Come anche nel
grande romanzo di Marcel Proust, anche qui la storia è
quella di un grande malato e la malattia è la metafora
di un'esistenza malata fin nelle sue radici,
un'esistenza scissa da ogni legame organico o armonico
col mondo e che soltanto nel ricordare (Proust) o nel
narrarsi (Joyce, Svevo) trova un senso specifico e
salvante. In altre parole l'arte come espressione della
crisi dell'io sembra l'unico rimedio al disagio
dell'uomo nella sua civiltà.
Luigi Pirandello
(1867-1936)
a. Introduzione
Pirandello si colloca in quel versante
realistico della letteratura italiana che tuttavia risente
fortemente, come del resto anche Svevo, di quella crisi
delle certezze razionali che affligge la società
post-positivistica alla fine del secolo, per tanto realismo
per lui va a significare non tanto descrizione o
rappresentazione speculare del mondo fenomenico, ma analisi,
introspezione, scandaglio, di uno stato di cose nel quale
interno ed esterno, coscienza e realtà, sono
inestricabilmente legate. All'origine della visione del
mondo di Pirandello vi è quella stessa crisi che investe
duplicemente tanto la cultura (Positivismo), quanto la
società (borghese-industriale) e che è alla base della
sensibilità decadente. In altre parole, la spiegazione
razionale che i positivisti danno del mondo in realtà non
spiega un bel niente tant'è che poeti come D'Annunzio,
Pascoli e narratori come Svevo e Pirandello avvertono
fortemente l'irriducibilità della realtà a mero dato
positivo, ma soprattutto l'irriducibilità dell'arte a venire
a patti ed anzi a chiudersi dentro gli schemi di una realtà
considerata troppo vile rispetto a ciò che il poeta sente.
La reazione simbolista-decadentista al romanzo naturalista
va’ letta appunto in questa chiave. Pirandello ha la piena
consapevolezza della crisi della razionalità positivista e
la spinge alle più estreme e assurde conseguenze. Il
fallimento del Positivismo come cultura in lui diventa
fallimento della ragione umana (ed infatti in tutta la sua
opera Pirandello si sforzerà di dimostrare sempre
l’irrazionalità della ragione).
Dirà: "Manca affatto alla nostra
conoscenza del mondo e di noi stessi quel valore obbiettivo
che comunemente pensiamo di attribuirle. È una costruzione
illusoria continua".
Con queste parole tratte dal saggio
"L'umorismo" del 1908 Pirandello formulava un dubbio
tipicamente decadente sulla consistenza oggettiva del reale.
Si chiedeva implicitamente: "Che cos'è il reale? È ciò
che appare? È possibile pensarlo stabilmente oppure non è
tutto mutevole tanto da rendere illusoria ogni forma di
conoscenza stabile ed oggettiva?". Le grandi domande
filosofiche suscitate da questo dubbio possiamo
sintetizzarle nei quattro motivi fondamentali della sua
poetica:
1) Il contrasto tra ciò che appare
e che convenzionalmente siamo abituati a vedere (la forma) e
invece ciò che è (la vita). Ma il reale è
essenzialmente inattingibile, perché la vita è perennemente
mutevole, in continuo divenire, un flusso dominato dal caso.
La verità pertanto non esiste se non nell'illusione di
ciascuno di noi o peggio nelle convenzioni della vita
sociale.
2) All'interno della coscienza questo
relativismo diventa contrasto tra ciò che sembriamo
esteriormente agli occhi degli altri (ma anche agli occhi di
noi stessi, poiché tendiamo a costruire del nostro io
un’immagine convenzionale) e la nostra vera, schietta,
autentica realtà che noi vorremmo afferrare. Sennonché la
nostra personalità non è omogenea e univoca, non ha una
realtà oggettiva al di sotto della maschera che al copre e
che ne costituisce la cristallizzazione di superficie,
l'anima si muove in continue fusioni e mutazioni che sono
impossibili da cogliere.
3) Applicato alla società il contrasto
fra vita e forma diventa conflitto fra la natura umana da
una parte e le convenzioni sociali dall'altra (ovvero quelle
"forme" che l'uomo si è dato per vivere insieme agli altri,
ma che hanno finito per imprigionarlo riducendolo alla
condizione di marionetta).
4) Applicato all'arte il contrasto tra
vita e forma si traduce nell'umorismo che non è la comicità
fine a se stessa, la battuta e neppure la satira acre e
denunciatoria; è bensì la capacità di cogliere criticamente
le contraddizioni del reale, integrando la rappresentazione
della realtà quale appare con la riflessione su quanto si
nasconde dietro le apparenze.
L'umorismo è insomma per Pirandello il
"sentimento del contrario", è insomma "un'erma bifronte
che ride per una faccia del pianto della faccia opposta"
(L'umorismo, 1908).
Nel momento in cui l'arte ci fa conoscere
una realtà contraddittoria e drammatica, essa si fa specchio
per la vita e non, naturalisticamente, specchio della vita.
In altre parole l'arte non è il riflesso fotografico della
vita, ma uno specchio in cui si riflettono le contraddizioni
e le angosce della vita.
l'arte quindi ha un carattere in qualche
modo espressionistico perché porta all'eccesso e alla
rottura tutto ciò che nella vita e accettato come ovvio e
necessario. L'arte "vera" quindi non è solo verosimile, ma
deve far emergere i nodi problematici dell'esistenza chiusi
dentro un'oggettività che va’ in ogni modo scomposta.
Proprio per questo motivo la funzione dell'umorismo è quella
di scomporre, di mettere in disordine, di portare le opere
ad una continua disarmonia e conflittualità di elementi che
vorremmo fossero giustapposti, ma che in realtà sono
contrapposti e discordi. Tutta l'opera pirandelliana è in
questo senso un'attacco frontale all'apparenza e
all'univocità del reale, a cui l'autore contrappone o
sovrappone la realtà psicologica e la moltiplicazione dei
significati e dei punti di vista: non c'è quindi un'unica
realtà, ma tante realtà quanti sono gli individui.
Tuttavia lo scacco arriva sempre: più
vogliamo evadere le costrizioni e le convenzioni sociali;
più esse ci riconducono a quel "gioco delle parti" nel quale
è confinato l'uomo. Ciò è massimamente evidente nel romanzo
"Il fu Mattia Pascal" (1904), nel quale un uomo tenta
di costruirsi un'altra vita con un'altra identità. Qui il
caso (la falsa notizia della morte del protagonista) è visto
e funziona come una sorta di liberazione dalle ristrettezze
e dalle costrizioni di una vita convenzionale; tuttavia sarà
proprio il caso, che è per Pirandello sicuramente illogico,
a riportare l'uomo a subordinarsi ancora alle necessarie
costrizioni della vita sociale, rientrando nell'alveo delle
convenzioni. Capiamo dunque che, pur soffocanti per
l'individuo esse comunque garantiscono in qualche modo
l'esistenza individuale e l'identità sociale e quindi è
necessario che l'uomo vi si assoggetti. Ovviamente in questo
assoggettamento l'uomo perde la sua autenticità e la sua
capacità di comunicare.
L’ Ermetismo
(1916-1936)
a. Introduzione
L'Ermetismo non può collocarsi in un
definito periodo storico; tuttavia gli anni di maggior
importanza sono quelli del ventennio fascista. Il 1916 e il
1936 sono due date fondamentali per la storia
dell'Ermetismo. La prima è la data di uscita di una silloge
intitolata "Il porto sepolto" ad opera di G.Ungaretti;
nella seconda un critico, Francesco Flora, usa per la prima
volta il termine "Ermetismo" e lo usa per designare un
gruppo di poeti italiani (l'Ermetismo è un fenomeno
puramente italiano e i suoi maggiori esponenti sono
Ungaretti, Montale, Saba e Quasimodo) che hanno sviluppato
una forma poetica diversa da quella che si era usata da
Petrarca fino al D'Annunzio; quindi Flora usa questo termine
per evidenziare il distacco che il movimento ermetico porta.
L'Ermetismo rappresenterà una forma di resistenza al regime
molto forte; le parole, nella poesia ermetica, formano un
linguaggio ridotto all'essenziale contrapponendosi alle
altisonanze del linguaggio di regime.
Solitamente come primi esponenti
dell'Ermetismo sono posti Ungaretti e Montale, ma questo non
è del tutto vero, infatti, pur essendo poeti di primissimo
piano, rimasero in pratica gli antecedenti di quello che
sarà un grande movimento (si formarono gruppi ermetici
intorno a riviste come "Solaria" o "Campo di
Marte").
Pur essendo poeti solitamente ricondotti
a questa corrente, Ungaretti e Montale non usano il solito
stile. Ungaretti si rifà ai simbolisti francesi e vuole una
poesia pura caratterizzata dalla ricerca continua
della parola. D'altro canto Montale è per una poesia
metafisica e il suo poeta di riferimento è T.S. Eliot.
Le componenti fondamentali
dell'esperienza ermetica sono di carattere filosofico,
storico e poetico-stilistico. Per quanto riguarda il
caratteri filosofici, grande influenza viene
dall'esistenzialismo con autori come: Kierkegaard, Heidegger
e Sartre. Del pensiero di Kierkegaard è importante ricordare
due punti fondamentali:
Altrettanto importante il pensiero di
Heidegger, per il quale "l'esistenza è lo sforzo di
annientare il nulla".
Il bagaglio esistenzialista viene
assorbito dagli ermetici in modo tale che la poesia è la
rappresentazione, la testimonianza, della crisi dell'essere
e dall'emergere dell'esistenza contrapposta all'essenza. In
pratica si discute sull'essere, che è l'idea immutabile di
uomo, e l'esistere che è la mutabilità, e si manifesta in
forme e tempi stancamente diversi. Né va dimenticato che
l'evento fondamentale di questo periodo è la prima guerra
mondiale, che è anche la prima guerra di massa e quindi la
prima che mette a nudo la precarietà umana, la sua radicale
solitudine, mettendo quindi a nudo la debolezza dell'uomo e
la sua fragilità.
b. Componenti letterarie
L'Ermetismo è stato influenzato
fortemente da alcuni poeti decadenti francesi quali:
Mallarmé, Rimbaud, Valery, Verlaine, tutti morti tra fine
Ottocento e inizio Novecento. Pur di formazione simbolista,
nonché precursore del surrealismo ; altro poeta di
riferimento fu Apollinaire insieme anche al poeta inglese
Eliot; quest'ultimo era un metafisico e si rifaceva a
sua volta alla poesia di John Donne.
Cosa hanno in comune tutti questi poeti ?
Il tema della loro esperienza poetica, la capacità di
descrivere in maniera drammatica e significativa la
condizione dell'uomo moderno (determinata dalla crisi
positivista e dal crollo delle certezze razionali) che è
spaesato sia all'interno del mondo sia all'interno di se
stesso, in altre parole la frammentazione della propria
personalità. Non a caso in questi anni Freud parla dell'uomo
come un coacervo di desideri in contraddizione fra loro.
Altra componente importante è la
cosiddetta "esperienza vociana", questa si rifà alla rivista
"La Voce" fondata a Firenze (allora vera e propria
capitale culturale dell’Italia giolittiana) nel 1908 da
Giuseppe Prezzolini (successivamente emigrato in America per
sfuggire al fascismo, divenne una figura importante Columbia
University di New York) insieme a Renato Serra, quest'ultimo
morto poco più che trentenne in guerra, ma di grandissima
importanza per la teorizzazione della poesia pura
(ricordiamo il suo scritto postumo "Esame di coscienza di
un intellettuale italiano"). "La Voce" ospitò
firme di grande rilevanza, oltre a Serra e Prezzolini,
possiamo ricordare: Dino Campana, Arturo Onofri e Camillo
Sbarbaro. Fu in pratica la prima rivista d'avanguardia
italiana; gli autori teorizzavano la fine della poesia come
diluvio di parole, a tutto vantaggio del frammento,
dell'attimo, dell'illuminazione del momento (per questo la
maggior parte delle poesie ermetiche sono brevissime). Tutti
gli ermetici sostengono che la parola è stata consumata in
quelle opere dove si parla troppo e di tutto e in fin dei
conti non si dice niente. Terza componente fondamentale è
quella che si forma intorno ad una nuova rivista, nata nel
1926 a Firenze, dal titolo: "Solaria". Questa sarà la
rivista degli ermetici che pone per prima il problema di
ritrovare un contatto con le esperienze poetiche europee.
c. La poetica ermetica e le sue tecniche
espressive
Cosa dobbiamo intendere per poetica
? Storicamente con questo termine si designa il complesso
delle regole, dei principi ispiratori, degli obbiettivi e
l'origine della pratica letteraria. In altre parole per
poetica dobbiamo intendere ciò che un poeta vuol fare con la
poesia: è insomma la teoria generale che sovrintende la
pratica o l'atto di poetare. È chiaro quindi che le tecniche
espressive della poesia discendono necessariamente dai
principi di poetica. Quindi la poetica definisce i compiti
della poesia; le tecniche coincidono con i mezzi espressivi.
Nel caso dell'Ermetismo il compito della poesia non è più,
come si pensava nell'800, quello di veicolare certi messaggi
o persuadere su certe verità o illustrare fatti di una certa
realtà; bensì portare alla luce, quindi far emergere,
l'essenza non visibile del reale, quindi attingere alle
sorgenti misteriose e vertiginose dell’inconscio. con
l'Ermetismo, che in questo prosegue correttamente la poetica
decadente, la poesia non si occupa più della realtà del
mondo, vale a dire la realtà fattuale, fenomenica, fisica.
Si occupa al contrario di un mondo in cui dominano i
simboli, le analogie, le metafore. In questo mondo poetico
il mondo cosiddetto reale è solo un pretesto per far poesia.
Come aveva detto Stéphane Mallarmé infatti: "Il mondo
esiste per finire in un libro".
Da questa impostazione discendono le
tecniche espressive dell'Ermetismo:
a) La ricerca dell'essenzialità della
parola, vale a dire la parola liberata o depurata da ogni
appesantimento retorico, da ogni sentimentalismo
convenzionale e quindi ricondotta in qualche modo a una
certa qual verginità. Per gli ermetici insomma, come per i
decadenti francesi, le parole si consumano con l'uso, specie
con un uso smodato ed eccessivo, tipico del linguaggio della
vita moderna, che piega le parole ad utilizzi innaturali: la
politica, la propaganda, le banalità quotidiane, le
convenzioni sociali. Gli ermetici al contrario vogliono
riportare la parola alla sua dimensione originaria di
strumento di conoscenza evocativo, allusiva, poetica (quindi
tutto il contrario della conoscenza razionale).
b) La parola diventa per Ungaretti, ad
esempio, vera e propria illuminazione, che affiora
dalle profondità dell’io e che è capace di vedere la realtà
con occhi nuovi; in modo drammatico ma anche più puro.
c) Per Montale invece la parola non può
darci nessun messaggio di verità, non solo perché una verità
univoca non è più concepibile, ma soprattutto perché viene
messo in discussione il rapporto fra linguaggio e mondo
fenomenico; per Montale insomma il linguaggio (che deve
essere, come nel suo caso, scabro, duro, icastico) serve ad
esprimere il livello metafisico della realtà.
d) Strumenti essenziali di questa tecnica
sono l'analogia (che nella libera associazione delle
immagini elimina ogni mezzo logico causale) e il simbolo
(con il quale si interpreta in maniera misteriosa e remota
tutta la realtà: nel reale ciò che appare è sempre sintomo
di qualcos'altro di più profondo, di più misterioso e spesso
inesprimibile). Analogia e simbolo diventano gli elementi
fondamentali dello stile ermetico.
Giuseppe Ungaretti
(1888-1970)
a. Introduzione
La vita di Giuseppe Ungaretti è
contrassegnata da un doppio itinerario di esperienze: un
itinerario poetico, che dalla rottura stilistica con i
modelli tradizionali lo porterà al rinnovamento di questi
ultimi; e un itinerario umano, che dalla constatazione
dolorosa e disperante della solitudine umana lo condurrà
alla riconquista di certezze esistenziali e trascendenti
attraverso la fede religiosa. In questo doppio itinerario
riscontriamo dunque due movimenti, due processi: il primo
porta Ungaretti da un atteggiamento di critica estraneità
alla nostra tradizione poetica ad una accettazione ed un
autocollocazione nel solco di questa stessa tradizione; il
secondo processo porterà il poeta da un cosmopolitismo che
accomuna la sua esperienza a quella delle grandi avanguardie
letterarie a cavallo fra '800 e '900 ad una sorta di
riscoperta convinta e motivata della italianità intesa
ovviamente non nel senso carducciano di primato, ma nel
senso più profondo di una ravvivante continuazione in senso
evolutivo della nostra tradizione poetica nazionale.
b. Evoluzione poetica
Come riconoscono tutti gli esegeti della
sua poesia , quella di Ungaretti è un'evoluzione a tre fasi,
contrassegnata da tre raccolte poetiche che rappresentano
altrettanti punti di svolta non solo della sua maturazione
come poeta, ma anche dell'evoluzione della stessa poesia
italiana. La prima fase è quella che va dal 1916, quando a
proprie spese pubblicò in quaranta copie la silloge
intitolata "Il porta sepolto", al 1931, anno di
pubblicazione della raccolta di sillogi "Allegria"
che conteneva tra le altre "Il porto sepolto" ,
"Allegria dei naufragi" ed era contrassegnata da
un’introduzione di Benito Mussolini.
La seconda fase, 1933, coincide con la
pubblicazione di un altra raccolta dal titolo "Sentimento
del tempo".
La terza fase si apre infine nel1947 con
la raccolta emblematicamente intitolata "Il dolore".
Questa triplice scansione non esaurisce
la complessità e la varietà dell'opera poetica ungarettiana,
ma ci serve come una sorta di artificio interpretativo per
definire i tempi e i modi della sua maturazione di poeta.
c. Caratteri della prima fase
-
In questa prima fase che coincide con
l'esperienza bellica e la sua prima adesione al fascismo
la sua opera è caratterizzata da pieno, profondo,
sofferto legame fra poesia e esperienza biografica, che
inseriscono reciprocamente , in un intreccio di acuta
sperimentazione formale e densa riflessione esistenziale
e morale sul destino dell'uomo.
-
L'altro elemento forte di questa
prima fase è l'esperienza della guerra vista come
rivelazione della precarietà dell'uomo, della necessità
di una maggiore fraternità e vicinanza fra gli uomini e
quindi di un sentire che li accomuni, infine come
rivelazione dell'urgenza storica di un linguaggio
poetico nuovo