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II contratto col quale il padre della sposa, o
chi aveva potestà familiare su di lei, la prometteva al futuro
marito era detto
egguhsiV.
Contemporaneamente alla egguhsiV
di solito, ma non necessariamente, si determinava la dote che veniva
assegnata alla donna, e il valore del suo corredo personale,
consistente in abiti, gioielli, suppellettili di lusso e cameriere.
Il vincolo matrimoniale non nasceva però dalla
egguhsiV, ma dalla conseguente
consegna che il padre faceva allo sposo della donna promessa e
dall'inizio della coabitazione. Se i due fidanzati non iniziavano la
vita in comune, la egguhsiV
rimaneva senza efficacia; al contrario, se due avessero cominciato a
convivere insieme senza precedente
egguhsiV, il matrimonio non era legittimo.

Una sfrenata cupidigia di denaro si scatenava tra
parenti tutte le volte in cui, essendo estinti i maschi di una
famiglia ricca, i beni passavano totalmente alla donna superstite,
che in tal caso era detta epiklhroV.
La epiklhroV diventava
l'agognata posta in un giuoco d'interessi complicato e accanito, e
l'incertezza dei rapporti di parentela dava luogo a dissensi e,
talvolta, a interminabili cause civili. Il tribunale assegnava l'epiklhroV
in moglie a quello dei pretendenti che ne fosse il più prossimo
parente, senz'alcun riguardo... alla circostanza che la donna avesse
già un marito. In tal caso la legittimità del matrimonio non si
fondava sulla egguhsiV,
ma sull'assegnazione giudiciale. La presenza di un'
epiklhroV non costituiva però sempre un'occasione fortunata
da non lasciarsi scappare; al contrario, poteva talvolta esser causa
di gravi preoccupazioni per i parenti più vicini; perché, se essa
era povera, quelli stessi che la legge favoriva destinando a loro in
moglie l' epiklhroV ricca, erano
obbligati a sposarla o a trovarle una conveniente sistemazione
matrimoniale assegnandole una dote non inferiore ai limiti
prescritti dalla legge...
Per i Greci il vincolo matrimoniale non poteva
sussistere se non con la continuata convivenza dei coniugi, cessando
la quale il matrimonio era sciolto. È attestata la possibilità che
da un giorno all'altro una donna, legittima moglie di un marito,
divenisse la legittima moglie di un altro marito. La cessazione
della convivenza, e per conseguenza del matrimonio, poteva avvenire
in tre modi: 1) se la moglie si allontanava dalla casa del marito
con l'intenzione di non tornarci più; 2) se il marito rimandava la
moglie a casa sua; 3) se il padre della moglie, o altri, a ciò
autorizzato dalla legge, avesse obbligato la moglie a separarsi
dall'attuale marito.
Il far delle nozze un avvenimento familiare,
celebrato con grande pubblicità e con quel che di coreografico hanno
dovunque le nozze, era uso che, oltre a essere consacrato da una
lunga tradizione, rispondeva alla esigenza di render notorio che il
padre della sposa era d'accordo con lo sposo nel volere il
matrimonio, il che lasciava supporre l'avvenuta
egguhsiV, anche a chi non
vi avesse assistito. Non vi erano infatti né in Atene né in altra
città della Grecia regolari uffici di stato civile e, se il
matrimonio non fosse stato celebrato con la maggiore pubblicità, la
legittimità di una unione poteva sempre essere contestata, come
talvolta in Atene era realmente avvenuto.

Per la celebrazione delle nozze si aveva cura di
scegliere un giorno che fosse fausto: per Esiodo il giorno migliore
per sposarsi è il quarto del mese. Quanto alla stagione, sembrava
che la più adatta fosse l'inverno, per cui il mese più freddo
dell'anno, corrispondente all'incirca al gennaio, era chiamato in
Atene il mese delle nozze. Della cerimonia nuziale facevano parte
alcuni riti di carattere sacrale, i quali, pur non essendo necessari
alla validità del matrimonio, servivano a render propizi gli dèi
tutori del vincolo coniugale. La più importante tra le formalità che
si adempivano in quell'occasione era la notificazione del matrimonio
che i padri degli sposi facevano alla propria fratria,
accompagnandola con un'offerta. Il giorno precedente le nozze gli
sposi facevano, ciascuno nella propria casa, un bagno purificatore
con l'acqua di un fiume o di una fonte prescritti dall'uso: la fonte
Calliroe in Atene, il fiume Ismeno in Tebe; nella Troade, in età
storica, la sposa faceva un bagno nelle acque dello Scamandro,
pronunciando una formula augurale, che era l'addio alla sua purezza
di fanciulla... Erano prescritti anche altri riti, detti
proteleia gamwn, come i
sacrifici che il padre della sposa faceva alle due maggiori divinità
dell'Olimpo. La sposa assisteva al sacrificio e bruciava sul fuoco
dell'altare la bile dell'animale immolato, perché, si spiegava, il
matrimonio dev'esser senz'ira... In Atene vi era l'uso di condurre
la sposa, prima delle nozze, al tempio della dea Atena. Altro uso,
diffuso ovunque, era che essa dedicasse a una divinità le sue chiome
e i balocchi della sua infanzia.
Il giorno delle nozze tutta la famiglia era
mobilitata, non solo nella casa della sposa, dove aveva luogo il
banchetto più solenne, ma anche nella casa dello sposo, che pure
offriva un banchetto invitandovi parenti e amici. I cuochi... erano
presi a nolo per quel giorno e si facevano venire, coi loro
inservienti e coi loro utensili, dall'agorà. Corone di fiori, appese
sulla porta e un po' dappertutto nella casa della sposa, indicavano
ai passanti che quella casa era in festa. Intanto la sposa veniva
preparata con ogni cura... L'incontro con lo sposo avveniva nella
casa paterna di lei, e subito dopo aveva luogo il sontuoso banchetto
nuziale, nel quale era di rito offrire la focaccia col sesamo,
simbolo di fecondità. Le donne invitate ad assistere alla cerimonia
vi prendevano parte stando davanti a tavole separate, e la sposa era
con loro. Venuta la sera e terminato il banchetto, lo sposo
conduceva la sposa nella propria casa. Si formava allora il corteo,
alla testa del quale avanzava il carro nuziale tirato da muli e da
buoi o anche, talvolta, da cavalli: la sposa sedeva fra lo sposo e
il più vicino dei parenti, o un amico di casa, detto «paraninfo». Se
però lo sposo aveva già avuto moglie, in luogo di lui sedeva vicino
alla sposa un suo rappresentante. Scortavano il carro un mulattiere
e la guida del corteo; seguivano i parenti e gl'invitati. Il corteo
procedeva a suon di flauto, e durante il percorso venivano agitate
delle fiaccole che le madri dei due sposi avevano acceso. Faceva ala
un popolo festante, dicendo parole di buon augurio per gli sposi...
Se la famiglia della sposa non poteva permettersi le spese del
carro, gli sposi e il paraninfo andavano a piedi... In questo caso
il paraninfo, invece che parocoV
(che in greco significa «quello che accompagna sul cocchio»), era
detto camaipouV («quello
che va a piedi»). Pedestre sarà stato il corteo, anche quando gli
sposi abitavano in case contigue o vicinissime.

Entrata in casa, la prima cosa che la donna
faceva era il mangiare una mela cotogna: questo era almeno l'uso
prescritto ad Atene dalla saggezza di Solone. Dopo di che, la madre
dello sposo conduceva la sposa nella camera da letto, e una volta
entrato anche il marito, li lasciavano soli...
U.E. Paoli, La donna greca nell'antichità, 2' ediz.,
Le Monnier, Firenze, 1955 |