





























































Altri spunti sulla tematica da...
Cicerone, De or. II, 12, 52; Ad
Att. IV, 10, 1; IV, 4, 1; 5, 3; 8, 2; De fin. III, 7, 10
Servio, Ad Aen. I, 373
Quintiliano, Inst. or. X, 3, 31; I,
3, 14; I, 8, 13; I, 1, 36; XI, 2, 41; XI, 57
Plinio il V., Nat. hist. XIII,
11-12; XIII, 75; VII, 115; XXXV, 10; XXXIV, 43; XII, 94
Svetonio, Vita Caes. 44 e 56; De
gramm. 18, 1; 20; Vita Aug. 43, 29; Vita Vesp. 18; Vita Tib. 74; Vita
Galbae, 1
Seneca, De br. v. 13, 4; 13, 1; De
tr. an. 9, 4
Nepote, Att. 13, 3
Frontone, Ep. ad Caes. VII; IV, 5
Agostino, conf. I, 16, 26
Tacito, Ann. III, 66
Gellio, Noct. Att. XIII, 13, 1; 20,
1; XI, 17, 1; XIX, 5, 4
Plinio il G., Paneg. 26; Ep. IV,
13, 1
Vitruvio, De Arch. I, 2, 7; VI, 4,
1; 144, 18; 149, 26; 14, 6
Amm. Marcellino, Rer. gest. XXIII,
3, 3
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Nelle scuole di Roma l'anno scolastico
incominciava in marzo dopo la "Quinquatrus", festa in onore
di Minerva e sacra agli scolari; le lezioni duravano sei ore, si
faceva vacanza nei giorni festivi e nelle nundine; non risulta se vi
fossero vacanze annuali ma è certo che d'estate si lasciava un po' i
ragazzi in riposo.
Il maestro sedeva sulla cattedra, sedia con
spalliera, o sulla sella; gli allievi su sgabelli; né gli uni né
l'altro avevano innanzi un tavolo o un banco; gli allievi per
scrivere mettevano sulle ginocchia una tavoletta che ognuno portava
con sé insieme con gli altri oggetti occorrenti nella scuola per
scrivere.
I mezzi per scrivere non erano certo in quei
tempi così agevoli e abbondanti come sono adesso.
Si scriveva normalmente sul papiro "papyrus"
o "charta". I Romani ne avevano perfezionato la fabbricazione
poiché erano riusciti a rendere la superficie del papiro più
levigata; e per il fatto che la più rinomata fabbrica romana era di
un tal Fannio, il tipo di papiro più fine si chiamò fanniano, mentre
il più rozzo, d'Egitto, si diceva anfiteatrico essendo stato
lavorato ad Alessandria presso l'anfiteatro; il tipo di lusso aveva
preso il nome di ieratico, e dopo Augusto quello di augusteo; il più
andante, da involgere, si chiamava emporeutico, cioè «papiro
mercantile».
La pergamena era meno usata perché di maggior
costo e generalmente serbata per i libri perché di maggior durata.
L'inchiostro, ottenuto mescolando polvere di
pece con feccia di vino o nero di seppia, era scuro e per questo si
chiamava "atramentum"; il rosso era usato solo per titoli nei
libri; il calamaio - "atramentarium" - consisteva normalmente
in due piccoli recipienti cilindrici saldati insieme, ciascuno col
suo coperchio; il mezzo per scrivere sul papiro o sulla pergamena
consisteva in una cannuccia appuntita - calamus - o anche in
una penna di uccello acconciamente tagliata come ancora facevano i
nostri nonni.
Sulle tavolette cerate si scrivevano
generalmente biglietti, brevi messaggi, appunti, quietanze.
Spesso si legavano insieme più tavolette con
un cordoncino passato nei fori praticato nell'orlo, in maniera che
esse così legate prendevano l'aspetto di un librici-no, il quale si
chiamava "caudex" o "codex"; tale nome fu poi esteso
anche ai libri di pergamena costituiti non dalla classica striscia
arrotolata ma da più fogli cuciti a quaderni, libri che pure noi
ancora chiamiamo codici membranacei; e poiché su tali codici furono
trascritte le raccolte delle Costituzioni, il nome passò ad indicare
un complesso omogeneo di leggi. Sulla cera si scriveva incidendo con
un lungo cannello appuntito che si chiamava "stilus"', il
quale nella estremità opposta alla punta si appiattiva in una
piccola spatola che serviva a cancellare, pareggiando la cera, le
lettere già incise; perciò correggere si diceva "stilum vertere".
E poiché stilus finì col significare anche l'esercizio
dello scrivere, la parola stile ha preso il significato che tuttora
mantiene. Scrivere incidendo con lo stile sulla cera si diceva
"arare" o "exarare", quasi tracciare un solco come si fa con
l'aratro.
L'inchiostro fu usato per scrivere in ogni
tempo; Plinio nella sua "Naturalis Historia" accenna
all'inchiostro usato dai Romani, e Filone di Bisanzio (III secolo
a.C.) nel suo trattato "Veteres Mathematici" descrive un
inchiostro che si può considerare precursore dell'attuale inchiostro
ferrogallico, dell'inchiostro cioè ricavato dalla reazione del
solfato di ferro con l'estratto della noce di galla che è
un'escrescenza sulle foglie di quercia.
(M. Vocino - Storia del
costume, Ist. Poligr. dello Stato, Roma)
IL PAPIRO
Denominazione comune di una pianta del genere
Cyperus, originaria dell'Africa nordoccidentale e della Sicilia,
in particolare della provincia di Siracusa. Raggiunge un'altezza di
circa 1-3 m e ha rizoma legnoso, aromatico e strisciante. Le foglie
sono lunghe, a costola rigida, e il fusto, eretto e fiorito, è
glabro, molle e triangolare. Il fusto, che alla base può avere un
diametro di 5-8 cm, all'estremità superiore porta un'ombrella
composta da infiorescenze piumose. Nell'antichità il papiro veniva
coltivato sia a scopo ornamentale, sia per produrre oggetti di uso
comune, come copricapi, sandali, scatole, barche e funi; le radici
venivano essiccate e utilizzate come combustibile, mentre il midollo
del fusto veniva soprattutto impiegato per produrre l'omonimo
materiale cartaceo, oppure veniva cotto e utilizzato a scopo
alimentare. Il papiro usato per scrivere dagli antichi egizi era
composto da liste sottili sovrapposte e incrociate, che venivano
ricavate dalla parte interna del fusto tagliata longitudinalmente.
Il tutto veniva, quindi, bagnato con acqua, pressato, asciugato e,
infine, martellato o raschiato con avorio o conchiglie levigate. I
fogli di papiro, di lunghezza variabile tra i 15 e i 35 cm, venivano
arrotolati, probabilmente in strisce lunghe anche 8-10 m. Benché i
greci probabilmente conoscessero il papiro fin dall'inizio del V
secolo a.C., il più antico papiro greco giunto fino a noi è quello
su cui si trova una versione dei Persiani del poeta Timoteo
di Mileto, vissuto tra il V e il IV secolo a.C. L'uso del papiro,
adottato anche dai romani, perdurò fino al IV secolo d.C., quando fu
sostituito dalla pergamena. Classificazione scientifica: Il papiro
appartiene alla famiglia delle ciperacee ed è classificato come
Cyperus papyrus.
LA PERGAMENA
Materiale scrittorio ricavato da pelli di alcuni
animali (per lo più pecore, vitelli e capre) e conosciuto sin dal XV
secolo a.C.; prende nome dall'antica città greca di Pergamo, il cui
re, secondo la leggenda, iniziò la lavorazione della cartapecora.
Materiale molto resistente, la pergamena sostituì il papiro attorno
al II secolo a. C., venne utilizzata fino al Medioevo per i testi
sacri e letterari e fu in seguito rimpiazzata dalla carta; viene
oggi talvolta impiegata per la stesura di documenti formali. Il
procedimento usato per produrla consiste nell'immersione in acqua di
calce della pelle depilata e scarnificata e nella levigazione
mediante pietra pomice. I tipi più resistenti di pergamena, ricavati
dalla pelle degli animali più vecchi, vengono tuttora utilizzati
nella fabbricazione di alcuni strumenti musicali. La moderna carta
pergamenata, usata nell'imballaggio di prodotti alimentari e
farmaceutici, si ricava invece da fogli di carta privi di colla
immersi per breve tempo in acido solforico, lavati con acqua e
soluzioni alcaline e infine lasciati essiccare.
LA CARTA
Secondo la tradizione, la carta fu prodotta per
la prima volta nel 105 da Ts'ai Lun, un eunuco della corte cinese
han dell'imperatore Ho Ti. Il materiale usato era probabilmente la
corteccia dell'albero del gelso da carta (Brussonetia papyrifera),
opportunamente trattata e filtrata in uno stampo di bastoncini di
bambù. La più antica carta conosciuta di cui ci sia pervenuto un
campione fu fabbricata con stracci intorno al 150. Per altri
cinquecento anni circa, l'arte della fabbricazione della carta fu
confinata in Cina, ma nel 610 fu introdotta in Giappone e, intorno
al 750, nell'Asia centrale. La carta comparve in Egitto all'incirca
nell'800, ma non fu fabbricata fino al 900 (vedi Papiro). L'uso
della carta fu introdotto in Europa dagli arabi, e la prima cartiera
europea fu costruita in Spagna intorno al 1150. Nei secoli
successivi l'arte si diffuse nella maggior parte dei paesi europei.
L'introduzione del carattere tipografico mobile, alla metà circa del
XV secolo, rese più facile la stampa dei libri e stimolò
notevolmente la fabbricazione della carta. Il consumo sempre
maggiore di carta nel XVII e nel XVIII secolo portò a una penuria di
stracci, a quel tempo l'unica materia prima soddisfacente conosciuta
dai produttori europei, ma nessuno dei vari tentativi di trovare
valide alternative ebbe successo. Nello stesso tempo, si cercò di
ridurre il costo della carta, sviluppando una macchina che
sostituisse il processo di produzione manuale. La prima macchina fu
costruita dall'inventore francese Nicholas-Louis Robert nel 1798. La
macchina di Robert venne successivamente migliorata dai fratelli ed
editori britannici Henry e Sealy Fourdrinier che, nel 1803,
fabbricarono la prima delle macchine che avrebbero portato il loro
nome. Il problema di fabbricare carta utilizzando una materia prima
economica trovò soluzione intorno al 1840, con l'introduzione del
processo di sfibratura del legno, che veniva così ridotto in pasta
cellulosica, e, una decina d'anni più tardi, dei processi di
produzione della pasta chimica. Attualmente, gli Stati Uniti e il
Canada sono i maggiori produttori mondiali di carta, pasta di legno
e di prodotti della carta; una quantità considerevole di pasta di
legno e di carta da giornale viene prodotta anche da Finlandia,
Giappone e Svezia.
FABBRICAZIONE MANUALE DELLA CARTA
Il processo di base della fabbricazione della
carta non è cambiato in più di duemila anni. Si compone di due
stadi: la macerazione della materia prima in acqua, per formare una
sospensione di fibre singole, e la formazione di fogli di fibre
infeltrite, ottenuta stendendo questa sospensione su una superficie
porosa idonea, attraverso la quale può scolare l'acqua in eccesso.
Nella fabbricazione manuale, la materia prima (paglia, foglie,
corteccia, stracci o altro materiale fibroso) viene posta in una
tinozza e viene battuta con un pesante pestello o un martello per
separare le fibre. Durante la prima parte di questa operazione, il
materiale viene lavato con acqua corrente per rimuovere le impurità;
quando le fibre sono state sufficientemente disgregate, vengono
lasciate in sospensione, senza cambiare l'acqua della tinozza. A
questo punto si forma una poltiglia semiliquida, chiamata mezza
pasta, pronta per il processo di fabbricazione. L'attrezzo più usato
è la "formetta", che può essere costituita da una rete metallica a
piccole maglie quadrate oppure da un intreccio di fili metallici
longitudinali distanziati e fili metallici trasversali, più sottili
e più ravvicinati. La trama della formetta resta impressa sul foglio
di carta finito. La formetta viene inserita in un telaio di legno
(la "cornice") e immersa nella tinozza per prelevare la mezza pasta:
estraendo dalla tinozza la formetta in posizione orizzontale, una
parte di mezza pasta resta trattenuta dall'orlo della cornice. Alla
formetta viene quindi impressa una serie di scuotimenti
longitudinali e trasversali, che hanno lo scopo di distribuire
uniformemente la poltiglia sulla sua superficie e di favorire
l'intreccio fra fibre adiacenti. Durante lo scuotimento, la maggior
parte dell'acqua cola attraverso le maglie della formetta, e si
forma il foglio di carta; questo però è ancora troppo bagnato, e non
ha la coesione sufficiente a consentire la rimozione della cornice:
viene quindi lasciato scolare al fine di acquistare consistenza.
Dopo che la cornice è stata rimossa dalla formetta, questa viene
capovolta con cautela su una lastra di feltro, in modo che il foglio
di carta, ancora bagnato e pesante, si stacchi e si posi sul feltro.
Sul foglio viene quindi posto un altro feltro, e su questo un altro
foglio e così via. La pila formata da fogli di carta e feltri
alternati viene sistemata in una pressa idraulica e sottoposta alla
pressione di circa 100 tonnellate, in modo da espellere quasi tutta
l'acqua rimasta nella carta. I fogli vengono quindi separati dai
feltri, impilati e pressati più volte, modificandone ogni volta la
posizione e l'ordine, per evitare stiramenti e distorsioni. La fase
finale della fabbricazione è l'asciugatura: i fogli, a gruppi di
quattro o cinque, vengono accavallati su delle corde, in un apposito
locale ben aerato e a temperatura controllata, finché l'umidità
residua viene del tutto eliminata. La carta destinata alla scrittura
e alla stampa richiede un trattamento addizionale dopo
l'asciugatura, per evitare che assorba troppo l'inchiostro. Il
trattamento, detto di collatura, consiste nell'immersione dei fogli
di carta in una soluzione di colla animale; successivamente i fogli
vengono fatti essiccare e poi rifiniti mediante pressatura fra
lastre metalliche o di cartone liscio. L'entità della pressione
influisce sulla levigatezza della superficie della carta: i fogli
pressati leggermente, per un tempo relativamente breve, risultano a
grana grossa; quelli pressati con più forza e per un tempo
relativamente lungo sono invece a grana fine.
FABBRICAZIONE A MACCHINA
Sebbene il principio di base sia lo stesso, la
fabbricazione a macchina della carta è molto più complessa di quella
a mano. Il primo passo è la preparazione della materia prima. Oggi,
più del 95% della carta è prodotto con cellulosa di legno; per i
tipi più economici, come la carta da giornale, si usa solo pasta di
legno meccanica, mentre per ottenere una qualità migliore si usa
pasta di legno chimica o una miscela di pasta di legno e fibre di
stracci; per le carte di qualità pregiata, invece, si impiegano solo
fibre di stracci, specialmente di lino e di cotone. Per la
produzione di carte comuni si fa sempre più importante il ricorso
alla cartastraccia, cioè alla carta di ricupero, in genere miscelata
con le altre materie prime ma non di rado usata da sola, per
produrre la cosiddetta carta riciclata. La preparazione della pasta
di legno si esegue in due modi differenti. La pasta meccanica si
ottiene sfibrando il legno, preparato in tronchi scortecciati o in
tondelli, mediante pressione contro una mola cilindrica rotante ad
alta velocità, in ambiente acquoso per evitare i danni che sarebbero
prodotti dal calore di sfregamento. Le fibre risultanti sono corte e
vengono usate da sole per produrre carta economica, oppure in
miscela con altre fibre più pregiate per carte di qualità migliore.
La pasta chimica si ottiene da legno ridotto in frammenti e trattato
con solventi chimici, che rimuovono materiale resinoso e lignina,
lasciando fibre di cellulosa pura. Il più antico dei processi con
solvente chimico venne introdotto nel 1851, e fa uso di una
soluzione di soda caustica: questo processo, tra l'altro, veniva
impiegato per macerare la paglia dalla quale, in passato, si
otteneva un tipo di carta gialla, scadente ma molto economica. Gli
stracci da cartiera vengono anzitutto puliti meccanicamente, per
rimuovere lo sporco grossolano e altri corpi estranei; poi vengono
cotti per diverse ore in autoclave ad alta pressione in una
soluzione alcalina, che solubilizza i grassi e altre impurità, e
quindi sfibrati e lavati con acqua in una macchina, detta
"battitore", dove subiscono anche una prima macerazione. La mezza
pasta che ne risulta viene passata attraverso uno o più battitori
secondari, che macerano ulteriormente le fibre. A questo punto
vengono aggiunti il colorante, il collante e materiali inerti
(carica), che hanno lo scopo di accrescere il peso e la consistenza
della carta finita. Attualmente, la maggior parte della carta viene
fabbricata con macchine continue, derivate dalla macchina di
Fourdrinier, sviluppate nei primi anni del XX secolo. Elemento
fondamentale di queste macchine è la "tela", un nastro di fitta rete
metallica chiuso ad anello, sorretto da rulli nella sua parte
inferiore, che scorre nella macchina orizzontalmente a velocità
costante. Sulla tela scende un flusso continuo di pasta acquosa, che
proviene dalla "cassa di afflusso" – un elemento posto all'estremità
iniziale del percorso della tela – scorrendo entro un canale di
gomma; a mano a mano che avanza, la pasta perde acqua attraverso le
maglie della tela che la trasporta. L'asciugatura è accelerata
dall'azione di pompe aspiranti poste sotto la tela, e da piccole
oscillazioni trasversali della tela stessa, atte ad agevolare l'infeltrimento
delle fibre. Mentre procede sostenuta dalla tela, la carta passa
sotto un cilindro scorrevole (detto "ballerino") che ne determina lo
spessore. In prossimità dell'estremità finale della macchina, la
tela viene stretta fra due cilindri contrapposti ricoperti di
feltro, che spremono ulteriormente l'acqua dal foglio e consolidano
l'intreccio delle fibre, conferendo al foglio, ormai completamente
formato, la resistenza sufficiente per fare a meno del supporto
della tela; questa dunque può ritornare all'estremità di partenza,
passando per la parte inferiore della macchina. La carta viene
quindi trasferita su un nastro di panno e, sostenuta da questo,
attraversa una coppia di cilindri lisci in metallo che, pressando le
due facce del foglio, donano alla superficie della carta un aspetto
liscio. Dopo quest'ultima pressione, il foglio è completamente
formato: passa ancora attraverso una serie di cilindri riscaldati,
che completano l'asciugatura, e poi attraverso cilindri freddi, che
provvedono alla calandratura, ovvero all'ultima finitura
superficiale. Alcune carte speciali subiscono un ulteriore
trattamento di apprettatura con argilla o colla, e un'ulteriore
calandratura. All'uscita dalla macchina, la carta si avvolge su una
bobina, pronta per essere commercializzata per la stampa su macchine
rotative, oppure tagliata in fogli di vario formato e
commercializzata in risme. Le bobine per stampa su rotativa possono
avere vari formati: la bobina tipica di carta da giornale è
costituita da un foglio largo 168 cm, lungo 7925 m e pesa circa 725
kg.
CARTA DI FIBRE SINTETICHE
Dalla metà degli anni Cinquanta, alcuni tipi
speciali di carta sono prodotti a partire da fibre di nylon, dacron
e orlon mescolate a pasta di legno, lavorate utilizzando i
macchinari convenzionali (vedi Materie plastiche). Le carte ottenute
con questo metodo hanno aspetti e caratteristiche vari, che vanno
dalla carta ondulata a prodotti simili al tessuto. A causa delle sue
singolari proprietà, la carta di fibre sintetiche ha applicazioni
impensabili per la carta tradizionale: l'isolamento elettrico, la
realizzazione di filtri per le apparecchiature ad aria condizionata,
i nastri magnetici, i tessuti per scarpe e i materiali di
imbottitura per abbigliamento.
STAMPE E INCISIONI
Stampe e incisioni Immagini prodotte attraverso
vari processi di duplicazione, e l'arte di crearle e riprodurle. Vi
sono due categorie fondamentali di stampe: quelle prodotte
fotomeccanicamente, come le illustrazioni dei giornali e delle
riviste, o le riproduzioni di opere d'arte originali (come i dipinti
dei maestri del passato) realizzate a fini commerciali (vedi
Tecniche di stampa), e quelle fatte a mano in numero limitato per
mezzo di tecniche che richiedono capacità artistiche e l'impiego di
materiali speciali.
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2 |
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TECNICHE DI STAMPA A MANO |
L'artista grafico ha a disposizione numerosi
metodi di stampa a mano: a rilievo, a intaglio, planografica,
monotipo, o stencil.
Nella stampa a rilievo o rilievografica,
l'artista incide l'immagine su una tavoletta di legno, che può
essere ricavata tagliando il ramo o il tronco nel senso delle fibre,
nel qual caso si parlerà di xilografia o incisione su legno di filo,
oppure sezionando la pianta trasversalmente, realizzando così una
cosiddetta incisione su legno di testa. Nel XX secolo si è affermata
anche l’incisione su linoleum.
La xilografia è il metodo di stampa più antico.
Per secoli la tecnica di base per la stampa a rilievo è consistita
nell'intagliare alcune parti della superficie di una tavoletta
lignea in modo da creare un disegno in rilievo dell'immagine
desiderata. I legni impiegati tradizionalmente erano quelli di
alberi da frutto, come il ciliegio o il pero, preferiti all'acero o
alla quercia perché più duttili; nel XX secolo gli artisti hanno
scelto legni più morbidi, come il pino.
La superficie della tavola, dopo essere stata
spianata e levigata, può essere indurita con un trattamento a lacca
che ne aumenta la resistenza alla pressione del torchio e facilita
la creazione di immagini nette e definite. L'artista inizia quindi a
dipingere o disegnare l'immagine sulla superficie preparata e
procede all'eliminazione del legno lungo i lati delle linee
tracciate, in modo da far emergere il contorno dell'immagine, che
diventa così "a rilievo". Sulla matrice così ottenuta si fa scorrere
un rullo imbevuto di un inchiostro a base di olio, che annerisce
tutte le parti in rilievo; quindi vi si depone sopra un foglio di
carta, meglio se di un tipo molto assorbente, come la carta di riso.
A questo punto si può stampare l'immagine a mano, passando sul retro
del foglio il dorso di un cucchiaio, un brunitoio o un tampone;
oppure si può porre matrice e foglio sotto un torchio tipografico,
in modo che la pressione trasferisca l’inchiostro dalle parti in
rilievo della tavoletta alla carta. Al termine della stampa, si
stacca delicatamente il foglio a partire da un angolo: sulla sua
faccia inferiore resta l’immagine rovesciata del motivo inciso nella
matrice. Per le xilografie a colori si adoperano tavolette distinte,
una per ogni colore.
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2.1. 2 |
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Incisione su legno di testa |
L'incisione su legno di testa, simile alla
xilografia, si è sviluppata a partire dal XVIII secolo, anche se
erano stati condotti alcuni esperimenti già in precedenza: gran
parte del merito del suo successo si deve all’opera di Thomas
Bewick, che impose il nuovo procedimento nella stampa delle
illustrazioni di libri e periodici. La tecnica precede l’uso di uno
strumento chiamato bulino (con punta a sezione triangolare o
quadrata), con il quale si incidono i tratti dell'immagine che
devono rimanere bianchi direttamente sulla tavoletta. Il legno di
testa, ricavato dalla sezione del tronco in senso trasversale alle
fibre, è più duro del legno di filo: solitamente si usa il bosso, ma
sono indicati anche il ciliegio o il pero, la cui consistenza
compatta consente all'artista di incidervi immagini molto
dettagliate, composte da tratti sottili. Moltiplicando e infittendo
le linee incise, o utilizzando strumenti dentellati o a pettine si
possono aggiungere al disegno zone sfumate o sfondi indefiniti, che
arricchiscono la stampa con sottili modulazioni tonali. Si procede
quindi all'applicazione sulla matrice di un inchiostro da stampa a
elevata viscosità, facendo attenzione a non farlo penetrare nelle
parti incise. Infine si pone un foglio di carta liscia e sottile
sulla tavoletta e si effettua la stampa a mano o tramite torchio.
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2. 2 |
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Incisione calcografica |
La stampa calcografica, o calcografia, è ottenuta
con un procedimento di incisione opposto a quello della stampa
rilievografica. I tratti dell'immagine, invece di emergere dalla
superficie della matrice, sono intagliati o incisi in incavo,
generalmente su una lastra metallica. Vi sono due tipi principali di
tecniche calcografiche: nei metodi cosiddetti diretti l'immagine è
incisa nella lastra tramite utensili appuntiti, come bulini,
rotelle, raschietti e puntesecche; nei metodi indiretti si usa
l'azione corrosiva degli acidi. Grazie alla grande varietà dei
procedimenti di incisione, queste stampe si contraddistinguono per
la straordinaria ricchezza di effetti visivi.
Tramite incisione, l'artista può produrre un'immagine molto
dettagliata, dai tratti definiti, oppure sfumata o schizzata, a
seconda della distribuzione dei solchi e della loro profondità. Dopo
che l'immagine è stata incisa, si inchiostra la lastra con un rullo,
facendo penetrare la miscela oleosa in tutte le parti in cavo. Poi
si pulisce con cura la superficie, lasciando l'inchiostro solo nei
tratti incisi; quindi si monta la matrice sul piano della pressa, vi
si depone sopra il foglio di carta da stampare, e si copre
quest’ultimo con particolari feltri, che, quando sono premuti dai
cilindri rotanti, spingono la carta nei solchi, facendole assorbire
l’inchiosto ivi contenuto.
Indispensabili operazioni preliminari per
realizzare un'acquaforte sono una perfetta pulizia della lastra
metallica, per eliminare ogni traccia di grasso, e la stesura su
tutta la superficie di uno strato uniforme di vernice resistente
all'acido. A questo punto l'artista procede all'incisione
dell'immagine: servendosi di una punta d'acciaio estremamente
sottile, rimuove la vernice dalla lastra in corrispondenza dei
tratti del disegno. Quindi, dopo aver protetto anche il retro della
lastra con la vernice, immerge la matrice in un bagno di acido, la
cui azione corrosiva scava il metallo messo a nudo dalla punta. La
durata dell'immersione (o morsura) nell'acido determina la
profondità del solco e quindi la forza del segno stampato. Si
possono realizzare anche diverse morsure successive, per ottenere
una maggiore varietà di tratti.
L'introduzione dell'acquatinta risale al XVII
secolo, e si deve al tentativo di ricreare nelle stampe gli effetti
dell'acquerello e del guazzo. Il procedimento chimico cui è
sottoposta la matrice è simile a quello dell'acquaforte, ma la
tecnica di preparazione della lastra è diversa, come completamente
differenti sono gli esiti della stampa: le parti della superficie
metallica esposte all'azione dell'acido sono molto estese, e
trattate in modo da creare zone tonali invece che motivi definiti.
Per realizzare un'acquatinta, si riproduce sulla lastra il disegno
da stampare (generalmente molto semplificato) cospargendo la
superficie (preriscaldata per migliorarne l'aderenza) con polvere di
quarzo, zucchero, bitume o sale. Quando lo strato di copertura è
solidificato e seccato, la lastra viene immersa in un solvente
acido, che corrode la superficie di tutte le aree non protette. Se
l'artista desidera che alcuni punti dell'acquatinta finita risultino
di un nero più carico rispetto ad altri, può ripetere la morsura più
volte, rendendo tali zone più porose e quindi in grado di assorbire
maggiori quantità di inchiostro. Il metodo ad acquatinta è spesso
difficile da controllare e viene solitamente impiegato insieme alle
tecniche dell'acquaforte e della puntasecca.
La puntasecca, o punta immediata, è la più
semplice fra le tecniche d'incisione su metallo. L'artista incide
l'immagine direttamente su una lastra in rame o zinco non trattata,
utilizzando uno strumento simile a una matita, con una scheggia di
diamante come punta. Premuto e trascinato sulla lastra, esso produce
un solco ai cui lati si sollevano dei sottili riccioli di metallo,
detti "barbe". Durante la tiratura, lo stampatore cerca di
conservare le barbe, poiché esse, trattenendo l'inchiostro,
producono linee profonde e vellutate. La pressione del torchio
permette raramente di ottenere più di venti o trenta esemplari prima
che le barbe, molto delicate, vadano perdute. Come per l'acquatinta,
il procedimento di stampa prevede che la matrice venga inchiostrata,
poi ripulita con dolcezza lasciando l'inchiostro nei solchi, quindi
coperta con un foglio inumidito e infine montata sotto il torchio.
Il bulino è una sottile astina di acciaio
temperato lunga circa 10 centimetri, a sezione variabile (quadrata,
a losanga, ad arco gotico, triangolare o irregolare), con la punta
tagliata diagonalmente (presenta un angolo di 30-45°). Con questo
termine si indica anche la stampa realizzata da matrice incisa a
bulino. Su una lastra di rame viene dapprima schizzato il disegno a
tratti leggeri, spesso con una punta sottile, quindi si ripassano i
segni con il bulino, che asporta un ricciolo di metallo. A
differenza che nella puntasecca, le barbe che rimangono ai lati
vengono completamente asportate con un raschiatoio, e i bordi ancora
ruvidi vengono levigati con il brunitoio, uno strumento con punta
arrotondata usato anche per eliminare le piccole irregolarità della
superficie della lastra. Le zone tonali sono realizzate con fitti
tratteggi: se i segni incisi sono tutti orientati nella stessa
direzione, si parla di tratteggio parallelo, mentre se si
intersecano (perpendicolarmente o secondo diverse angolazioni) si
crea un tratteggio incrociato. Si possono inoltre ottenere
particolari effetti sfumati imprimendo sulla lastra puntini più o
meno profondi. La matrice viene quindi inchiostrata, secondo il
procedimento comune alla stampa calcografica, e posta sutto il
torchio. Poiché il rame è molto malleabile e consente cancellature e
correzioni del disegno inciso, l’artista dispone generalmente che
vengano tirate le cosiddette prove di stato, in base alle quali
decide se modificare ulteriormente la matrice.
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2.2. 5 |
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Mezzatinta o maniera nera |
Un altro metodo di stampa calcografica è la
mezzatinta o "maniera nera". Per realizzarla, si usano il raschietto
e la mezzaluna, un utensile pesante dalla lama semicircolare
seghettata. Passando e premendo sulla lastra la mezzaluna si ottiene
un solco irregolare, ai cui lati si sollevano le barbe, come nella
puntasecca. Il procedimento, piuttosto laborioso, richiede che
l'artista operi sull'intera superficie, incidendo con la mezzaluna
lungo fitte linee parallele orientate via via in direzioni diverse.
Se la lastra venisse inchiostrata a questo punto, si otterrebbe una
stampa uniformemente scura, di un nero intenso e vellutato.
L'artista crea il motivo da stampare lavorando con brunitoi e
raschietti sulla superficie incisa della lastra, schiacciando o in
alcuni casi abbassando completamente i segni rigati lasciati dalla
mezzaluna: le zone perfettamente polite corrisponderanno ai bianchi
dell’immagine riprodotta. Quindi si procede all'inchiostratura della
matrice e infine alla stampa. I passaggi dalle zone di nero carico a
quelle di bianco possono essere molto graduali e sfumati,
permettendo di ottenere tramite il chiaroscuro gli straordinari
effetti di volume e profondità per i quali questo metodo è più noto.
Nelle stampe planografiche, l'immagine è
disegnata direttamente sulla superficie di una lastra di pietra o di
metallo, senza inciderla in alcun modo. Il trasferimento
dell’immagine dalla matrice alla carta (o ad altro supporto) può
avvenire per contatto diretto tra le due superfici (litografia),
oppure in modo indiretto, se la stampa finale viene impressa da un
cilindro ricoperto di gomma, precedentemente inchiostrato dalla
matrice originaria (stampa offset).
La litografia è un procedimento di stampa basato
sull'incompatibilità fra grasso e acqua: l’uno respinge l’altra e
viceversa, mentre tipi diversi di grasso si attirano tra loro e si
mischiano, analogamente a quanto accade tra soluzioni acquose.
Tradizionalmente, il materiale impiegato per la litografia è una
pietra calcarea porosa tipica della Baviera, abbastanza dura e
permeabile. In sostituzione del calcare, si impiegano anche lastre
di zinco o alluminio.
L'artista disegna l'immagine sulla superficie
della pietra (perfettamente levigata o, in alcuni casi, leggermente
satinata, o "granita") con una matita litografica a base di
materiale grasso, o con una penna caricata a inchiostro grasso.
Terminata la fase della creazione artistica, la successiva
lavorazione può essere condotta da un aiutante o da un tecnico
stampatore. Dopo aver fissato il disegno con della resina
(colofonia), viene applicata su tutta la lastra una morsura di
acqua, gomma arabica e acido nitrico, che scivola sulle parti
inchiostrate e penetra invece nelle rimanenti: qui provoca una
reazione chimica, la quale libera i pori della pietra dai minuscoli
granelli calcarei che normalmente li ostruiscono. Queste zone sono
quindi pronte ad assorbire la gomma arabica pura (idrofila) che vi
sarà colata sopra, divenendo così ancora più permeabili. La matrice
viene poi pulita e cosparsa di uno strato uniforme di grasso, che
non si fissa dove è penetrata la gomma, mentre rafforza la traccia
del disegno. A questo punto, la lastra viene bagnata: l'acqua toglie
il grasso dalle parti gommate della pietra e vi viene trattenuta.
Può finalmente avere inizio il processo della stampa, con
l’inchiostratura mediante rullo della matrice (mantenuta sempre
umida, cosicché l’acqua continui a respingere l’inchiostro dalle
parti da lasciare bianche), la posa del foglio da imprimere e
l’azionamento del torchio, che premendo trasferisce l'immagine dalla
lastra litografica alla carta.
Il monotipo è una varietà particolare di stampa
che permette di ottenere da una lastra un'unica buona tiratura.
L'artista disegna l'immagine a olio, acquerello o inchiostro su una
superficie liscia, generalmente di vetro, a volte di porcellana o
rame. Si può dipingere il motivo direttamente sulla matrice, oppure
ricavarlo con un procedimento "in negativo", ovvero graffiando la
superficie preventivamente coperta da uno strato uniforme di colore.
Si pone quindi un foglio di carta sulla lastra e gli si fa assorbire
l'immagine a mano passando un tampone o un brunitoio sul retro, o
con un torchio.
Anche se il metodo a stencil era già noto
nell'antica Roma, la sua grande popolarità risale agli anni Sessanta
del Novecento, quando vari artisti (soprattutto statunitensi)
svilupparono uno stile astratto e geometrico (detto hard-edge)
caratterizzato da ampie zone di colore puro. Lo stencil è una
mascherina in cui sono state ritagliate delle finestre. Il modo più
semplice per creare uno stencil consiste nel ritagliare
l'immagine in un foglio di carta spessa e asportarne la sagoma,
cosicché al suo posto rimanga uno spazio vuoto: a questo punto si
fissa la mascherina su un altro foglio di carta o altro supporto e
vi si passa sopra un largo pennello intinto nel colore. Il pigmento
penetra solo attraverso le aree vuote dello stencil, creando
così l'immagine voluta.
Per realizzare una serigrafia, un procedimento
già noto nell'antica Cina che di recente ha trovato nuove
applicazioni, si tende un tessuto di seta o di nylon a trama molto
fine su un telaio in legno, ottenendo così il "quadro di stampa". Su
questa matrice l'artista traccia un'immagine utilizzando sostanze
impermeabili (colla, colla e solvente, matite grasse ecc.) o
incollando sagome di materiale schermante. Quindi pone un foglio di
carta sotto il telaio e con l'aiuto di una spatola di gomma chiamata
"racla" stende l'inchiostro sul tessuto: l’inchiostro filtra
attraverso le zone lasciate libere dalla colla e si deposita sul
foglio sottostante, creando l'impronta. La serigrafia può essere
oggi realizzata anche ricorrendo a tecniche fotografiche: dopo aver
steso sul tessuto una vernice fotosensibile, vi si proietta sopra
l'immagine, che viene poi sviluppata in modo che restino libere da
sostanze schermanti le porzioni di tessuto impressionate dalla luce.
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3 |
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STORIA DELLA STAMPA ARTISTICA |
La stampa ebbe origine in Cina, a seguito
dell'invenzione della carta, intorno al 105 d.C. In Europa fece la
sua comparsa nel XV secolo, con l'introduzione dei procedimenti
orientali di produzione della carta. A partire da allora,
l’incisione e la stampa hanno conosciuto grande sviluppo,
rappresentando una branca importante delle arti figurative.
Prima dell’affermarsi della xilografia, i cinesi
incidevano i testi classici e le immagini sacre su grandi lastre di
pietra. Quindi vi applicavano sopra fogli di pergamena inumidita,
premendoli con le dita affinché penetrassero negli incavi, e
passavano sul retro del foglio un tampone imbevuto d’inchiostro,
facendo attenzione a non fare colare il pigmento nelle depressioni.
In questo modo ottenevano un’immagine uguale a quella incisa, in
bianco su sfondo nero. Questa tecnica elementare viene considerata
l'origine della stampa, che si sviluppò grandemente con la
diffusione del buddhismo dall'India alla Cina. Presto si imposero
matrici di legno: immagini e testo venivano incisi su un’unica
tavoletta, sulla quale si stampavano le pagine destinate a formare i
cosiddetti libri xilografici. La più antica xilografia cinese
conosciuta che abbini testo a immagini è il celebre rotolo
buddhista, lungo circa 5 m, del Sutra del Diamante (868 d.C.,
British Museum, Londra). La definizione poco precisa delle immagini
fa pensare che durante la tiratura si prestasse scarsa attenzione
alla resa artistica; tuttavia tali opere di sapore popolare, tratte
da disegni di artigiani anonimi, furono determinanti per lo sviluppo
della stampa. Risale alla fine della dinastia Ming (avvenuta nel
1644) il testo cinese intitolato Manuale di pittura del giardino
di senape, destinato all'istruzione degli artisti, cui serviva
anche da repertorio; l’opera era illustrata da numerose xilografie
colorate. Una copia di questo manuale giunse anche in Giappone,
diffondendovi la primitiva tecnica xilografica.
La storia delle stampe giapponesi è strettamente
legata allo sviluppo della tecnica inventata in Cina.
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3.2. 1 |
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Prime xilografie giapponesi: Ukiyo-e |
A metà del XVIII secolo in Giappone si affermò lo
stile dell’arte grafica noto come Ukiyo-e, o "immagini del mondo
fluttuante della vita che passa". Le prime stampe Ukiyo-e furono in
bianco e nero: create per un pubblico popolare, erano simili alle
nostre cartoline. Alcune erano destinate alla decorazione domestica,
altre illustravano le tendenze della moda e dei costumi
contemporanei. Ben presto venne introdotta la xilografia a colori,
realizzata usando tavolette diverse: le stampe Ukiyo-e si
caratterizzarono allora per le composizioni vivaci e le forme a
tinta piena. Anche il successo del kabuki, il teatro
giapponese popolare, favorì lo sviluppo dell'Ukiyo-e, che ritrasse
spesso attori famosi impegnati in noti ruoli drammatici, mentre
immagini spregiudicate di belle donne nascevano dalla familiarità
degli artisti col mondo delle geishe e delle prostitute. L’incisore
più importante di quest'ultimo periodo fu Toshusai Sharaku, molto
apprezzato per le figure stilizzate dai tratti somatici caricaturali
e splendidamente abbigliate. Molto popolari furono anche le scene di
genere dell'Ukiyo-e, ispirate alla vita quotidiana dell’epoca.
Harunobu predilesse tra i suoi soggetti giovani donne, che ritraeva
mettendone in evidenza la grazia e la delicata bellezza. Ma
l'artista di maggiore rilievo e originalità della scuola fu Utamaro,
autore di stampe di timbro erotico e sensuale, nelle quali la
rappresentazione esplicita degli incontri intimi si coniuga con la
liricità della composizione.
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3.2. 2 |
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Stampe giapponesi del XIX secolo |
Nell'Ottocento si affermò nell’arte
dell’incisione il genere paesaggistico, interpretato da grandi
maestri come Hokusai e Hiroshige. Hokusai, un artista che si firmava
come "L'uomo pazzo per la pittura", raffigurò la natura in ogni
momento del ciclo delle stagioni. Le sue opere – studi di uccelli,
cascate, onde, insetti, pesci, alberi e montagne – culminarono nei
quindici volumi dell’Hokusai manga (Quaderno di schizzi di
Hokusai, iniziato nel 1814). Le stampe di Hiroshige si
contraddistinguono per la purezza della linea e la finezza degli
accostamenti cromatici, per le impercettibili gradazioni dai toni
più intensi ai più lievi e per la stilizzazione delle forme. Tra le
sue opere più belle, nelle quali l’artista mostrò un acuto spirito
d’osservazione del mondo a lui contemporaneo, vi sono la serie di
stampe raffigurante i viaggiatori lungo la strada principale di
collegamento tra Tokyo e Kyoto (Cinquantatré stazioni della
Tokaido, 1833 ca.), e quella delle Sessantanove stazioni
della Kisokaido. Nel 1856 le stampe di Hokusai furono "scoperte"
dagli artisti di Parigi e aprirono la strada all'ondata di
japonisme (vedi Giapponismo) che avrebbe investito la
città nei successivi quarant'anni, esercitando un'influenza
determinante sull'arte moderna europea.
Le prime xilografie realizzate in Occidente
risalgono al XV secolo, quando vennero impiantate importanti
cartiere in Germania, Francia e Italia. Le immagini più antiche, in
stile gotico, venivano sommariamente incise a rilievo su tavolette
di legno, inchiostrate e stampate. Erano molto popolari le figure
delle carte da gioco (uno dei passatempi più diffusi del tempo),
molto economiche e prodotte in grandi quantità. Ma la nascita della
xilografia fu accolta con interesse anche dalle autorità
ecclesiastiche, che si servirono della stampa a fini devozionali,
promuovendo la diffusione delle immagini sacre. Si trattava perlopiù
di ritratti di santi, scene della vita di Cristo e della Vergine e
storie bibliche. Con il miglioramento della tecnica e la riduzione
dei costi della produzione della carta la qualità delle stampe
migliorò sensibilmente: inziarono quindi a diffondersi i libri
illustrati. Attorno alla metà del XV secolo Johann Gutenberg, orafo
e stampatore tedesco, inventò i caratteri tipografici mobili, che
permettevano di comporre e ricomporre il testo senza dover rifare
completamente la matrice di stampa dell’intera pagina (vedi
Stampa).
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3. 4 |
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Stampe rinascimentali |
In epoca rinascimentale, i primi artisti a
dedicarsi all’incisione furono Antonio Pollaiolo, autore di una
celebre Battaglia dei dieci ignudi, e Andrea Mantegna, al
quale è attribuita una decina di stampe originali. Tuttavia, il
primo grande maestro riconosciuto delle arti grafiche fu il tedesco
Albrecht Dürer: la sua fenomenale maestria tecnica con il bulino,
unita a un'appassionata osservazione della natura, gli fecero
conquistare l'ammirazione dei contemporanei. Particolarmente note
sono le sue serie di stampe religiose e le splendide incisioni di
significato allegorico, come Il cavaliere, la morte e il diavolo
(1513). L'incisore olandese Luca di Leida, influenzato da Dürer
e dallo stile classico degli artisti italiani a lui contemporanei,
rappresentò episodi della storia sacra, paesaggi e scene di genere.
Le sue stampe ebbero un ruolo fondamentale per lo sviluppo della
scuola di pittura olandese del secolo successivo. L'incisore
italiano Marcantonio Raimondi, formatosi sulle opere degli artisti
nordici, conobbe un grande successo con incisioni a bulino tratte da
opere dell'antichità classica e da dipinti di Raffaello:
caratterizzano le sue stampe un misurato senso compositivo,
l’attenzione per il dettaglio e una notevole sensibilità pittorica.
A metà del XVI secolo le stampe divennero molto popolari: furono
largamente utilizzate per illustrare testi di vario tipo, compresi
quelli topografici, e per realizzare ritratti.
Nel panorama dell’arte francese del Seicento
spiccano le incisioni di Robert Nanteuil e di Jacques Callot.
Nanteuil fu autore di notevoli stampe con ritratti di corte,
realizzate sia da bozzetto originale, sia sul modello di dipinti
esistenti: questo riferimento alla pittura stimolò una maggiore
attenzione alla resa del volume attraverso il chiaroscuro.
Jacques Callot fu tra i primi a sviluppare l'acquaforte come tecnica
artistica: sottopose le matrici delle sue incisioni a morsure
successive, che gli consentirono di creare notevoli effetti di
profondità spaziale. Realizzò numerose opere di piccolo formato,
estremamente dettagliate, su una notevole varietà di soggetti: oltre
a incisioni celebrative di vari eventi storici, commissionate dai
regnanti di Francia e Spagna, realizzò la drammatica serie di stampe
sulle Grandi miserie della guerra (1633) e le serie della
Commedia dell'Arte (1618) e dei Gobbi (1622), in cui
ritrae con vena grottesca e umoristica nani e mendicanti vestiti e
atteggiati in pose e costumi differenti. Le vedute di città e le
scene di fiere paesane vengono spesso considerate le sue creazioni
migliori: celebre è la Fiera dell'Impruneta (1620), opera di
grandi dimensioni nella quale introdusse oltre mille figure.
In Italia si affermarono come incisori il Grechetto, dal segno
leggero e potente, inventore del monotipo, e Salvatore Rosa, autore
di circa una novantina di stampe. Il più interessante artista
incisore europeo del Seicento fu Rembrandt, che creò opere su rame
di segno straordinariamente vigoroso, dedicate a una grande varietà
di soggetti: tra i generi più frequentati sono il ritratto, l’arte
sacra e il paesaggio. Ricordiamo, quale esempio della sua grande
arte, l’Autoritratto dell'artista (1639) e la Stampa dei
cento fiorini (1642-1645 ca.). La scuola incisoria olandese del
XVII secolo predilesse i ritratti, i paesaggi, gli interni borghesi
e le scene di vita quotidiana. Ferdinand Bol, Adriaen van Ostade e
Anthony Waterloo furono apprezzati autori di acqueforti: Bol
realizzò fini ritratti, Van Ostade studiò l'umile vita dei contadini
e Waterloo si dedicò con passione alla rappresentazione della natura
olandese. Ad Anversa, molti incisori lavorarono presso la bottega
del maestro fiammingo Pieter Paul Rubens, copiando o ispirandosi
agli schizzi e ai disegni del maestro. Antonie van Dyck, il più
dotato allievo di Rubens, si trasferì in Inghilterra nel 1632:
divenuto pittore di corte di Carlo I, con l'aiuto di alcuni
collaboratori incise ben 128 ritratti degli uomini più celebri del
tempo, raccolti sotto il titolo di Iconografia (1634-1641
ca.).
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3. 6 |
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Le stampe nel Settecento |
Nel XVIII secolo Parigi divenne il centro
artistico più importante d'Europa. Autori come François Boucher e
Jean-Honoré Fragonard documentarono la vita di corte con disegni e
schizzi che, utilizzati da alcuni editori come base per incisioni,
divennero immagini molto popolari. Fino al Settecento l'Inghilterra
non si era distinta per la produzione di stampe. Tuttavia,
ricorrendo alla tecnica della mezzatinta, alcuni artisti avevano
riprodotto fedelmente i più noti dipinti dell'epoca. Il ritrattista
Joshua Reynolds continuava a rappresentare la tradizione accademica,
mentre le incisioni satiriche di William Hogarth, James Gillray e
Thomas Rowlandson misero in ridicolo numerosi aspetti della vita
britannica settecentesca. Nell'America settentrionale, in epoca
coloniale, conobbero maggiore successo le arti decorative rispetto a
quelle grafiche, perlopiù limitate al genere ritrattistico. Dopo la
guerra d'indipendenza americana (1776-1783) si diffusero incisioni
che commemoravano battaglie famose e importanti eventi storici,
oltre a grandi generali e uomini di stato. In un territorio così
vasto e ancora privo di efficaci mezzi di comunicazione di massa, le
stampe costituirono un importante veicolo di propaganda politica e
ideologica. Nel Settecento l'arte della stampa tornò a fiorire anche
in Italia, principalmente attraverso l’opera di Giambattista
Tiepolo, Canaletto e Giovanni Battista Piranesi. Le stampe di
Tiepolo sono famose per la delicatezza della linea e per il senso
dello spazio, reso con pochi tratti. La precisione del disegno,
unita a una grande leggerezza di tocco, permise a Canaletto di
cogliere in modo magistrale l'atmosfera della Venezia del
Settecento. Mettendo a frutto la sua formazione come architetto,
Piranesi diede forma alla sua passione per l'antichità romana in
splendide serie di incisioni (Carceri d'invenzione, prima
edizione 1745, seconda edizione 1760 ca.).
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3. 7 |
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Le stampe nel XIX secolo |
Nell'Ottocento, molti pittori si dedicarono anche
all’arte dell’incisione. In Spagna Francisco Goya utilizzò insieme
la tecnica dell'acquatinta e quella dell'acquaforte per stampe di
grande effetto, che presentano tetre e sconvolgenti visioni della
follia umana e degli orrori della guerra; notevole è la serie dei
Capricci (1797-1799), in cui vengono denunciate la corruzione e
l’ipocrisia del clero e dei governanti, e i Disastri della guerra
(1810). A Parigi intanto si andava affermando la litografia come
mezzo economico per riprodurre immagini in grandi quantità, adatto
quindi per l’illustrazione di libri o periodici. Honoré Daumier
divenne il più autorevole esponente della satira di costume e
politica, interpretando il malcontento della piccola borghesia; su
riviste come "Le Charivari" colpì il regno corrotto di Carlo X, i
grandi avvocati, gli aristocratici. Tra i maggiori artisti francesi
dell'Ottocento spicca inoltre la figura melanconica di Charles
Méryon: incisore di grande perizia tecnica, raffigurò i quartieri
più antichi di Parigi, destinati a essere demoliti.
A Londra William Blake esordì come incisore con una serie di stampe
antiquarie. Nel corso degli anni Ottanta illustrò in prima persona i
propri testi, con immagini spesso a tutta pagina, stampate con
tecniche originali. Progettò e disegnò per intero vari libri di
versi di argomento mistico con illustrazioni caratterizzate da
spiccata visionarietà. Tra le sue opere migliori si ricordano le
incisioni per il Libro di Giobbe (1826).
Nell'Ottocento nacquero le prime stampe originali statunitensi. Tra
i soggetti più popolari si imposero le topografie, insieme a scene
di vita urbana e contadina. Ben presto, grazie ai ridotti costi di
produzione, le litografie conobbero una diffusione maggiore delle
incisioni. Tra le stampe più pregevoli degli anni Venti e Trenta si
ricordano quelle di Robert Havell Jr., ricavate dalle tavole di John
James Audubon raccolte nell’opera Gli uccelli d’America
(1827-1838). Winslow Homer cominciò la sua carriera come litografo e
illustratore per il periodico "Harper's Weekly": più tardi, quando
già era affermato pittore, realizzò le due incisioni Otto
rintocchi (1887) e Pericoli del mare (1888), basate su
suoi famosi dipinti. Il più apprezzato incisore statunitense della
seconda metà del XIX secolo fu tuttavia James Whistler, esperto
acquafortista, autore anche di litografie e incisioni a puntasecca.
Intorno al 1860 Whistler si trasferì in Gran Bretagna, dove realizzò
celebri stampe di vedute di città europee, tra cui Londra, Parigi e
Venezia. La sua perizia tecnica e la raffinatezza delle sue
composizioni gli valsero grande fama. Tra gli anni Sessanta e la
fine del secolo, la stampa giapponese esercitò un'influenza
fortissima sull'arte europea. Secondo la leggenda, pare che
l'artista parigino Félix Braquemond avesse ricevuto un servizio di
porcellane dal Giappone imballato con alcune stampe di Hokusai.
Braquemond mostrò con entusiasmo questi lavori ai suoi amici
impressionisti, che vennero conquistati dalle composizioni piatte,
vivaci e asimmetriche di quelle illustrazioni. Le litografie di
Edgar Degas con immagini di donne che si lavano o si vestono si
ispirano a questo stile giapponese. Henri de Toulouse-Lautrec fu
forse l’interprete più originale del japonisme, in manifesti
che richiamavano le tonalità, i forti tratti di contorno e le
strutture compositive delle stampe giapponesi. La pittrice
impressionista Mary Cassatt, statunitense ma attiva a Parigi, fu
un'eccellente artista della puntasecca, dell'acquaforte e
dell'acquatinta; famose sono le sue acquetinte a colori, che mirano
a ricreare la qualità delle xilografie giapponesi.
Grazie all'influenza di Jules Chéret, richiesto autore di manifesti,
la litografia a colori divenne molto popolare. Le belle stampe di
Pierre Bonnard e Edouard Vuillard immortalano scene di vita parigina
o interni familiari; il cecoslovacco Alphonse Mucha espresse nei
suoi eleganti manifesti il gusto per la linea e per la decorazione
tipico del movimento dell'Art Nouveau. Tra l’ultimo decennio del XIX
secolo e la prima metà del Novecento l'artista norvegese Edvard
Munch creò xilografie e litografie caratterizzate da immagini
vigorose, inquietanti e cariche di un forte senso di angoscia: molte
sue opere sono incentrate sul tema dell’incomunicabilità umana e
della solitudine esistenziale, rappresentato ad esempio nel
contrasto tra figure femminili molto sensuali e personaggi maschili
bloccati e quasi paralizzati in uno stato d'ansia e attonimento.
In Italia, tra i migliori incisori si distinsero Giovanni Fattori,
autore di stampe dall'intensa carica espressiva; Telemaco Signorini,
fine illustratore in stile realista delle novelle di Diego Martelli,
e Antonio Fontanesi, che produsse stampe di soggetto prevalentemente
paesistico.
A cavallo tra Ottocento e Novecento tutti i
principali movimenti artistici (fauvismo, cubismo, espressionismo,
surrealismo, espressionismo astratto, Op-Art, Pop Art ecc.) hanno
dato luogo a interpretazioni originali delle tecniche d’incisione e
stampa. All'inizio del XX secolo Parigi manteneva ancora la sua
posizione di preminenza all’interno dell'arte occidentale. Henri
Matisse, Georges Rouault e André Derain diedero vita al movimento
noto come fauvismo (da fauve, "belva"), che prevedeva un uso
totalmente libero del colore, slegato da ogni tendenza
naturalistica. Questi giovani artisti trasferirono le violente
cromie dei propri dipinti anche nelle stampe, a eccezione di Matisse,
le cui opere grafiche più significative sono litografie in bianco e
nero. Le prime stampe di Pablo Picasso (1904) sono caratterizzate da
una forte carica emotiva e sentimentale. Nel 1930 l'editore Ambroise
Vollard commissionò all’artista una serie di cento stampe, tra cui
compare la celebre Suite Vollard (pubblicata nel 1937),
considerata uno dei maggiori capolavori grafici dell'artista. Tipici
soggetti di queste acqueforti e acquetinte sono lo studio
dell'artista, modelle nude, sensuali raffigurazioni di minotauri,
oltre ai ritratti dello stesso Vollard. Tra gli artisti che
produssero stampe cubiste ricordiamo Georges Braque, Jacques Villon,
Juan Gris e Louis Marcoussis. Il surrealismo, che identificava la
fonte dell’ispirazione artistica nelle improvvise emergenze
dell'inconscio e nei sogni, annoverò tra i propri esponenti numerosi
incisori ed esperti della stampa planografica: lo spagnolo Joan Miró
fu autore di litografie a colori caratterizzate da un particolare
timbro sognante. Un'atmosfera simile, con in più qualche nota
bizzarra, si ritrova anche nei lavori di André Masson e Yves Tanguy.
Nel 1910 Marc Chagall si trasferì a Parigi dalla Russia. Nel corso
della sua lunga carriera si distinse sia come pittore sia come
artista grafico, associando una sensibilità naïve e "popolare" a una
ricchezza figurativa visionaria. Le più significative opere grafiche
di Chagall sono le litografie della Mia vita (1922), ispirate
alla sua autobiografia, le acqueforti che illustrano scene del
Vecchio Testamento e le acqueforti per il romanzo Le anime morte
di Nikolaj Gogol'. Nei primi anni del secolo, in Germania si
sviluppò l'espressionismo, tendenza stilistica che mirava a
suggerire attraverso l’opera d’arte le emozioni soggettive
dell’autore e la sua percezione interiore del mondo esterno. Per la
sua immediatezza e la semplicità d’esecuzione la xilografia fu
sentita come tecnica espressiva congeniale al movimento. A Dresda
nacque il gruppo Die Brücke ("Il ponte") cui presero parte, tra gli
altri, Ernst Ludwig Kirchner, Karl Schmidt-Rottluff, Erich Heckel,
Otto Müller. Le opere grafiche di questi artisti si differenziano
per definizione dell’immagine e resa espressiva: si va dai forti
contrasti delle xilografie grezzamente intagliate, simili a
vignette, di Schmidt-Rottluff, agli aspri ritratti di Heckel, alle
liriche composizioni di figure femminili di Müller.
Nel 1911 fu fondato a Monaco un altro gruppo, Der Blaue Reiter ("Il
cavaliere azzurro"), guidato dall'artista di origine russa Vasilij
Kandinskij. I membri del Blaue Reiter, tra i quali si distinse lo
svizzero Paul Klee, svilupparono uno stile caratterizzato da
raffinata astrazione, senso del ritmo, drammatici accostamenti di
colori. Le acqueforti di John Sloan ed Edward Hopper e le litografie
di George Bellows furono tra le stampe che meglio rappresentarono la
vita urbana americana della prima metà del Novecento, in tutti i
suoi aspetti, dai più squallidi ai più grandiosi. Durante la Grande
Depressione, i regionalisti del Midwest, Thomas Benton, John Stewart
Curry e Grant Wood, immortalarono nelle proprie incisioni l'America
rurale. In Italia, tra i più interessanti artisti incisori vanno
ricordati Umberto Boccioni, autore di acqueforti e puntesecche che
rappresentano perlopiù periferie industriali e ritratti; Carlo Carrà,
che illustrò con le proprie acqueforti e litografie diversi testi
letterari; e Giorgio de Chirico, il quale rivisitò sovente nelle
litografie i soggetti metafisici dei suoi quadri. Un altro grande
incisore fu Giorgio Morandi, che predilesse il genere paesaggistico
e la natura morta. Notevole dopo la seconda guerra mondiale fu anche
la produzione di Renato Guttuso, che iniziò a dedicarsi alle
tecniche dell'incisione attorno al 1968, e quella di Renzo
Vespignani, che praticò l'acquaforte, l'acquatinta e il bulino con
grande abilità tecnica e inventiva artistica. Dopo la seconda guerra
mondiale, interessanti sperimentazioni in campo grafico si devono ad
artisti attivi a New York; in particolare, spiccano i nomi degli
espressionisti astratti Robert Motherwell, Robert Rauschenberg e
Jasper Johns. La portata e le problematiche dell’espressione grafica
sono state inoltre al centro della cultura pop. Attuando un
continuo riferimento alla pubblicità e alle immagini della
comunicazione commerciale e dell’industria del divertimento, artisti
come Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Robert Indiana e Jim Dine hanno
rivoluzionato la tradizione grafica.
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