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LA POESIA
Le ultime voci poetiche di Roma si fanno sentire tra i foschi
drammi dei regni Romano-barbarici.
Boezio,
erudito e filosofo austero, inserisce nel De consolatione philosophiae
dei metri, tutti composti nella forma classica dell'ode, ma dove già la
ricorrenza dell'accento ci fa notare quel sensibile progresso del ritmo, di cui
abbiamo già colte testimonianze in Sedulio: O stelliferi conditor orbis, Cum
Phoebi radiis grave, Nubibus atris, ecc.; soprattutto quest'ultimo, che
sotto nome di metrum adonicum godrà grande fortuna nel medio evo. Come in
Gallia, anche in Italia la scuola resiste tenacemente: Boezio e
Cassiodoro
davano quelle sintesi scolastiche, che dovevano formare la cultura dei secoli
successivi, ispirando l'organizzazione delle scholae nell'età carolina.
Alla scuola si connette anche l'opera poetica di
Magno Felice Ennodio
di Pavia, dai vasti echi classici, di
Aratore,
pupillo di Ennodio, e quella di
Elpidio Rusticio.
E dalla scuola esce un altro poeta italiano di maggiore
statura: Venanzio Onorio
Fortunato.
Venanzio Fortunato ci porta in pieno periodo merovingico.
Nato infatti a Valdobbiadene sul Piave e in Italia educato alla poesia, si recò
in Francia, dove divenne il cantore della corte dei sovrani d'Austrasia.
Fu poeta elegante, ricco di vena e di squisita sensibilità,
se pure talora prezioso e decadente; tutto il medio evo ne ammirò il prestigio
d'arte e lo imitò costantemente.
Le sue poesie raccolse negli undici libri dei Carmina,
gran parte dei quali sono contraddistinti da un carattere affettivo e da quelle
movenze naturalistiche, da quegli esordi primaverili, che saranno ripresi più
tardi dalla lirica trobadorica. A contatto della natura, Fortunato si commuove,
ne sente vivo il fascino. Egli sa trovare la nota tenera, famigliare, dolce,
talora la nota solenne; sempre in una tonalità di fervida immaginazione.
Infatti nella sua poesia le immagini pullulano di continuo,
talora esuberanti e incomposte, dietro l'impulso lirico; e tendono a tradursi in
simboli, come nel De virginitate, carme che canta le nozze della vergine
con Dio, secondo i motivi del Cantico dei Cantici.
Ma se per noi questo mondo simbolico richiede uno sforzo
logico per cogliere le rispondenze tra il segno e la spirituale analogia, con
l'effetto di smorzare la commozione lirica, questo non accadeva per gli uomini
del medio evo, per i quali i richiami e i raccordi sorgevano spontanei, per la
loro stessa cultura, senza alcun travaglio intellettuale. Ciò va tenuto presente
per tutto il simbolismo medievale.
Poeta idillico, Fortunato tesse su questo sfondo
naturalistico anche la sua « cortese » corrispondenza amorosa con Agnese e
Radegonda, la vedova di Clotario, all'ombra del chiostro di Poitiers.
Ma di Venanzio vogliamo ricordare soprattutto gli inni
Vexilla regis e il Pange lingua, componimenti dal vasto ambito,
solenni e profondi, nel metro ambrosiano il primo, nel tetrametro trocaico il
secondo:
« Loda, o lingua, la gloriosa lotta ed esalta il nobile
trionfo sopra il trofeo della croce: come il Redentore del mondo, immolatosi,
abbia vinto ».
Questi inni, muniti di ieratica veste melodica, sono entrati
nella liturgia romana e risuonano nei secoli.
L'età di Fortunato assiste a grandi movimenti di popoli ed
assestamenti barbarici. La vita della « Romania » si rallenta un poco. Ma
rifulge allora l'opera mirabile di un grande Pontefice:
Gregorio Magno.
Egli contribuisce grandemente alla diffusione del
Cristianesimo in occidente, all'espandersi della Chiesa, che è poi l'espandersi
della lingua e del patrimonio culturale di Roma. La conversione dei Visigoti e
degli Anglo-Sassoni apre la via alla grande attività letteraria latina nella
Spagna e nell'Inghilterra ai tempi di
Isidoro
e di Beda Venerabile.
Si rianima alquanto la scuola: dà copiosi frutti la
letteratura innodica. Tutta la cristianità concorre ad arricchire il patrimonio
lirico innografico: ogni regione ha i suoi inni per l'esaltazione dei santi
locali e per le particolari liturgie.
Probabilmente Gregorio compone inni; inni scrivono
Eugenio di Toledo
e Beda. E la cultura latina diffusa nelle Isole Britanniche diede presto i suoi
frutti: uno di questi l'Antifonario di
Bangor,
che ci interessa per i significativi esperimenti di forme ritmiche e rimate.
Ma c'è di più. Dall'Irlanda rifluirono nel continente, in
Francia e in Italia, fondatori di monasteri, quali S. Colombano; e poiché, in
questo periodo le lettere erano intristite in Italia e nella Francia
Merovingica, la cultura lirica tornò benefica in Europa, vi riportò lo studio
della poesia, vi riportò Orazio, il cui culto lassù era rimasto acceso.
E i monasteri di fondazione insulare, San Gallo e Bobbio,
saranno dei veri focolai di vita culturale letteraria e poetica. [...]
Nei secoli
X/XI non tace affatto la scuola; anzi, per il
suo insegnamento, prosegue la tradizione poetica classicheggiante. Ci basti
ricordare la produzione epica e drammatica di
Hrotsvit,
il grande poema Waltharius di
Ekkehard,
l’Echasis captivi, i Gesta Berengarii, l'opera di
Walther di Spira,
di Purchard di Reichenau,
le incipienti leggende poetiche di Carlo Magno e di Alessandro; la copiosa
poesia didattica morale, la poesia d'ode modellata, ancora, sui metri di
Prudenzio e Boezio, metri che troviamo, come esempi scolastici, adorni di
notazione neumatica, nei manoscritti di Berna.
Anche la scuola poetica italiana, pur avendo gran parte nel
rinnovamento ritmico occidentale, si mantiene fedele alla tradizione classica.
Verona continua ad essere il baluardo di questa sopravvivenza della poesia
metrica, ma non vi sono estranee le altre parti della penisola. In Lombardia
abbiamo un poeta vivace e bizzarro:
Liutprando;
nel meridione Eugenio
Vulgario e, più tardi,
Alfano di Salerno,
dalla solida formazione letteraria. Nelle liriche di Alfano, nelle epistole, nei
poemi agiografici e teologici, negli epitafi sono usati con perizia, accanto
all'esametro, i metri d'ode oraziani; si sente vivo lo studio dei classici,
forte il fascino di Roma. Egli canta le vergini martiri Ursola, Lucia, Cristina;
spinge alla lotta il cristiano nell'Oda excitativa militibus Christi:
« Perché t'arresti e stai ozioso, combattente? Ti ecciti
l'orrendo fervore della mischia! » E al cristiano dipinge la mistica bellezza
della patria celeste, nell'inno a Sabina:
« Là c'è il fiore purpureo della rosa e c'è il nardo,
verdeggia la maggiorana, fiorisce lo zafferano tra le viole, si effondono i
profumi dell'incenso, del timo, dei gigli e del balsamo. I cori degli
angeli intonano inni, gli apostoli cantano un carme bellissimo, salmodiano i
martiri e le vergini battono i timpani col plettro ».
Alfano adopera con destrezza anche il ritmo, come fa un altro
grande poeta italiano suo contemporaneo:
Pier Damiani.
Asceta e uomo d'azione, colto e pur dispregiatore della
saggezza umana, Pier Damiani è un forte scrittore. Nelle sue poesie metriche, ma
specialmente negli armoniosi ritmi egli trasfonde la commossa preghiera, il
delicato misticismo, che si alimenta alla fonte del Cantico. Ecco l'inno per
l'assunzione di Maria:
« Fulgida come l'aurora, splendida come il sole, leggiadra
come la luna, Maria sale alle vette del ciclo».
Talora intona ritmi di penitenza che richiamano il pensiero
ai « novissimi », o esalta la vita ascetica, vituperando la immorale condotta
del clero del suo tempo. Ecco la Chiesa che si lamenta degli abati, sommersi
nelle cure mondane:
« Piange, si dispera, si lamenta ora la santa Chiesa, quando
vede la grande miseria dei suoi abati e ne osserva i numerosi pericoli ».
Sotto l'impulso dello spirito di riforma, la poesia sente gli
echi dell'ascetismo e del misticismo monastico, in una corrente che non si
esaurirà, ma andrà assumendo motivi ed aspetti sempre nuovi, dando alla
espressione poetica una intimità ed un approfondimento psicologico maggiori. Il
nuovo modo di sentire, affinandosi ognor più alla esperienza lirica di
S. Bernardo
e dei Vittorini,
porterà contributi anche nel campo profano, come poi nella concezione d'amore
del « Dolce stil novo ».
Ma torniamo alla Francia. Un gruppo di componimenti raccolti
nel canzoniere di Cambridge è di origine francese; la Satira dell'abate
Giovanni e il Canto dell'usignolo sono, anzi, attribuiti a
Fulberto di Chartres.
È appunto la Francia che, da questo momento, balza al primo piano nella storia
della poesia e della lirica musicale ed assume l'indiscusso primato sulle altre
terre.
Il secolo XII è una età
fervida di rinnovamenti nel campo economico, culturale, musicale e linguistico;
anche la poesia risente di questo fervore.
Accanto alla versificazione metrica, che si è fatta
particolarmente armoniosa e duttile sotto il predominante insegnamento di Ovidio
maestro, raggiunge maggiori pregi di originalità la libera, franca e talora
scapigliata poesia ritmica.
L'esperienza poetica della lirica trobadorica, e più
genericamente romanza, non ha mancato di influenzare anche la poesia
mediolatina. Un soffio di spontaneità e di soggettività ha ormai aperto le ali
alla poesia lirica; pure su un fondo di scuola, che le offriva i moduli e i
canoni d'arte.
Il secolo XI si chiude e il nuovo si apre con un gruppo di
poeti, che tengono fede all'ideale e al metro classico. Essi sono di Francia e
si chiamano Baudrico di
Bourgueil,
Marbodo di Rennes,
Ildeberto di Lavardin;
e potremmo ricordarne molti altri, ma ci porterebbero nel campo della poesia
storica, morale, didascalica ed epica.
Primo tra tutti è Ildeberto, vera anima di poeta, curioso di
mille cose, di motivi simbolici, come dimostra il suo Physiologus, ma
soprattutto innamorato della grandezza dell'antichità ed entusiasta di Roma, che
egli canta in nobili e vigorosi componimenti. Marbodo, vescovo di Rennes, è,
ancor più di Ildeberto, poeta di un magico mondo di simboli e di analogie, in
poemi pieni di gravita didattica, come il Liber lapidum o il De
meretrice; ma scrisse anche poesie amorose, di cui ebbe a pentirsi:
« Di ciò che scrissi da giovane e che ora, già vecchio, in
gran parte ritratto, me ne pento; anzi alcuni componimenti non vorrei né averli
scritti, né averli divulgati ... ».
E ci ha lasciato pure inni e ritmi religiosi. Chiude il
triumvirato Baudrico di Bourgueil, che fu detto poeta umanista; egli scrisse di
preferenza su argomenti profani e lasciò dei componimenti epistolari di
carattere galante.
Se essi componevano anche ritmi, non è però a loro che
dobbiamo guardare come a tipici maestri del ritmo nella prima metà del secolo,
ma ai sequenzisti, a Bernardo di Chiaravalle e ad Abelardo.
Bernardo di Chiaravalle
compone ritmi latini, inni, sequenze, nei quali l'effusione dell'anima, la pura
devozione, il tormento, l'ansia, il carisma mistico commuovono e toccano. È
poesia immediata, fatta proprio per essere intesa da tutti e per andare al
cuore: chiarezza ottenuta di proposito, come egli stesso confessa nell'Epistola
312 all'Abate Guido: « Hymnum composui metri negligens, ut sensui non deessem ».
Pieno di dolci effusioni è il ritmo che si attribuisce al
dottore dell'amore mistico:
« Gesù, dolce alla memoria, che doni le vere gioie al cuore
[...] Nulla è più soave al canto, nulla più dolce all'udito, nulla più caro al
pensiero, di Gesù, figlio di Dio ».
Ma più superbo maestro fu il suo battagliero rivale,
Abelardo.
Poesie amorose compose il sommo dialettico nella giovinezza,
ritmi sacri latini compose nell'età matura; perdute le prime, ci restano i
secondi ad attestare l'importanza del filosofo nella storia dello sviluppo della
poesia ritmica.
Lasciamo la parola ad Eloisa, la sua sventurata amante. « Due
doti, ella dice in una lettera, c'erano in te eminenti, cioè la grazia del
"dittare" e del canto, qualità che non so se abbiano posseduto affatto gli altri
filosofi. Con queste ricreando le fatiche dell'esercizio filosofico, come
divertimento, componesti numerosi carmi in metro amatorio e in ritmo, i quali
sia per la soavità del dettato che della melodia spesso ricantati, mettevano
ininterrottamente il tuo nome sulla bocca di tutti, sì che la dolcezza della
melodia non permetteva che neppure gli indotti ti ignorassero. E perciò le donne
sospiravano oltremodo per amor tuo ... ».
La testimonianza di Eloisa, a quella delle altre fonti
congiunta, ci presenta Abelardo poeta cantore, idoleggiato da tutta Francia. La
lettura dell'Hymnarius paraclitensis e dei Planctus, questi ultimi
accompagnati dalle melodie, ci persuadono che quella fama non fu usurpata.
I Planctus, sei poemetti sequenziali d'argomento
biblico, non sono che la lirica trasfigurazione delle tappe dolorose della vita
di Abelardo e dei suoi sfortunati amori con Eloisa sotto il velame del simbolo.
L'Hymnarius, poi, è un poema di canti innodici tra loro legati, in vasta
costruzione architettonica, che in tre cantiche (libelli) rappresenta la
storia della umanità caduta e redenta, per sei grandi età (lib. I), della Chiesa
militante nella vicenda ciclica dell'anno liturgico (lib. II) e della Chiesa
trionfante nella esaltazione dei santi, dei martiri, delle gioie del « magnum
sabbatum » (lib. III).
Orbene, Abelardo in queste due opere, specialmente nei
compianti, fa mostra di tali novità di modi ritmici nel verso, di così audaci
costruzioni strofiche da collocarsi a signore della sua età.
I secoli XI e XII, eredi della tecnica della sequenza antica,
nella quale i quasiversus, pur rispondendosi isosillabicamente, erano
ancora indifferenti all'accento della parola, la perfezionarono ed arricchirono
via via. È un periodo di transizione, che Abelardo domina contribuendo alla
finale vittoria dell'accento ed introducendo un complesso sistema di rime. Egli
nei Planctus abbandona l'architettura di un rigido parallelismo di
copule, peculiare alla sequenza e usa schemi che li fanno accostare ai lais
ed ai descorts.
Così il genere sequenziale, dopo una affannosa smania di
ricerche, giungeva alla sua seconda epoca ritmica rappresentata dalla sequenza
di Adamo di San Vittore
e dalle strofe dei vaganti.
Di Abelardo più giovane, Adamo comincia la sua attività
poetica verso la metà del secolo. Erede di tutta la tradizione dei sequenzisti,
diviene il codificatore della sequenza regolare: i componimenti successivi si
modellarono tutti sul tipo vittorino.
Armoniosa, meravigliosamente sonora nei richiami delle rime
bisillabe, nell'euritmia degli accenti, ricca di frasi musicali dal vasto ambito
melodico, la sequenza d'Adamo desta in chi l'ascolta una forte impressione.
Adamo è il poeta della corrente di San Vittore, è il cantore
della nuova esperienza mistico-scetica di quella scuola, di cui Ugo aveva
gettato le basi dottrinali. E come Ugo aveva accordato i principi dell'amore
mistico di S. Bernardo con le invadenti teorie del metodo dialettico, così Adamo
alla commossa voce di una delicata vena mistica unisce le arditezze della
speculazione teologica. Ecco la sequenza De nativitate domini:
« Lo Splendore del Padre e figura conformata all'uomo, per
volontà, non per natura, diede la maternità a una vergine [...] Eva generò il
pianto, e la Vergine gioiosa germinò il frutto di vita, senza perdere per questo
il sigillo della castità. Se il cristallo bagnato si contrappone al sole, ne
riflette un raggio di fuoco; non si frange il cristallo, e non si frange nel
parto il segno del pudore ».
Il suo canto è pio e sereno. « Egli, dice l'Ermini, ha il
cuore pieno di strofe e di rime, come l'orecchio di suoni, e tutta l'intenta
contemplazione è come penetrata da una gioia perenne ». Tutte le cose per lui
hanno un senso nascosto, e il gioco delle immagini che si susseguono ci culla in
un dolce mondo di espressioni e di richiami simbolici. Noi dobbiamo
andare oltre il simbolo esterno, per comprendere e sentire questa poesia secondo
le abitudini e i modi della mentalità medievale.
La lirica mistica di Bernardo e di Adamo sta ad attestare il
fervore poetico dei centri monastici e delle scholae religiose. Ma il
clericus, col costituirsi del nuovo sistema scolastico delle università,
viene attratto verso una più movimentata vita di cultura, verso abitudini più
mondane e turbolente, alla frenesia del vagabondare di scuola in scuola, di
terra in terra, che ne faranno un essere dai vari interessi, dalle disparate
esperienze.
Tra queste esperienze è anche la poesia, quella che andò
sotto il nome di « poesia
goliardica » o di «poesia dei vaganti». La
poesia goliardica fiorì per tutta Europa, nei centri universitari, soprattutto
in Francia e in Germania, producendo copiosa messe di canti pieni di movimento e
di brio; poesia quasi sempre lirica, talora narrativa e drammatica.
In metri e strofe di ammirevole perfezione formale, il
chierico espresse il suo mondo estroso e bizzarro, maldicente e sensuale. Ma
tale poesia « non fu soltanto uno spasso di cervelli stravaganti e di uomini
oziosi, dice il Bertoni; fu anche una voce sincera di tutta una classe data agli
studi e alla vita chiassosa delle Università medievali. Fu un'arma contro i vizi
del clero e contro le esagerazioni delle scuole. Si accompagnò agli amori, alle
orgie o ai tumulti della gioventù studiosa. Fu talvolta il grido dell'anima in
preda a crisi religiose e un urlo indignato contro le istituzioni e talvolta fu
un sorriso e quasi una blandizia sopra inenarrabili miserie e indicibili dolori.
Cantò la politica, la religione e l'amore; si mischiò alle lotte per le scuole,
come si trascinò fra vani pettegolezzi e piccole ire personali; discese spesso
dalle sfere dell'ideale per raccogliere il singulto dello scolaro avvinazzato;
ma, in generale, amò circondarsi le terapie dei fiori che sbocciano nei giardini
della giovinezza e così redimita si piacque di trasvolare pei cicli della mente,
liberando a volo le sue note gagliarde ».
I componimenti goliardici ci furono conservati da diversi
manoscritti: dalle collezioni Arundelliana (cod. 384) ed Arleiana di Londra,
dalla raccolta di Saint-Omer (cod. 351), del Vaticano (lat. 4389), di
Heiligenkreuz, di Herdringen, di Stuttgard e, più di tutte importante, da quella
di Monaco (cod. 4660) raccolta nell'Abbazia di Benediktbeuern. Quest'ultima
comprende i rinomati
Carmina Burana.
Di così abbondante produzione poetica rimangono sconosciuti,
per gran parte, gli autori; solo alcune figure di poeti balzano fuori con
caratteristiche proprie. Sono essi Abelardo, a noi già noto, Ilario suo scolaro,
Serlone di Wilton, Pietro di Blois ed altri; sui quali tutti, più lodati ed
amati, si innalzano Maestro Ugo di Orleans, detto il Primate, l'anonimo
Archipoeta di Colonia e Gualtiero di Chàtillon.
Un po' misteriose restano ancora le vicende biografiche di
Ugo di Orleans,
chiamato il Primate, e del poeta anonimo detto Archipoeta, anche dopo le
ricerche e le precisazioni del Delisle e del Meyer; così confuse sono le notizie
tramandateci dai cronisti e dai contemporanei, soprattutto da Salimbene, da
lasciare adito all'ipotesi di un accostamento, anzi di una identificazione dei
due poeti.
Fonti cronistiche e novellistiche parlano del Primate.
Salimbene gli dedica un capitoletto della sua Cronica:
« De Primate trutanno et de versibus suis et rithmis ». Già prima ne aveva
parlato Riccardo di Poitiers, poco oltre la metà del secolo. Ecco il passo di
Riccardo, che ne tratteggia la figura:
« Intorno a quel tempo (verso il 1140) fiorì a Parigi uno «
scolastico » chiamato Ugo, e soprannominato il Primate dai colleghi, brutto di
persona e di volto deforme. Costui fino dalla prima età coltissimo nelle lettere
profane, divenne famoso per l'arguzia e per la dottrina, essendosene sparsa la
fama per molte terre ... ».
I suoi componimenti, metrici e ritmici, mostrano solida
cultura; cantano il vino, il gioco e le donne. L'ultimo di essi, il Dives
eram et dilectus, narra in modo accorato e risentito una disavventura della
sua vecchiezza.
Dell' Archipoeta
di Colonia non parlano i contemporanei; gli unici dati ci vengono dalle sue, non
numerose, poesie conservateci. Anch'egli canta il vino, il giuoco e la donna,
tenacemente impenitente (meum est propositum in taberna mori), come egli
dice nel sincero ritmo di confessione: Estuans intrinsecus ira vehementi.
Ha contorni più definiti la figura di
Gualtiero di Lillà
o piuttosto di Chàtillon, come egli stesso dice nel suo epitafio, ad imitazione
di Virgilio:
« Lillà mi diede i natali, Chàtillon il nome; tutta la
Francia risuonò delle mie canzoni ».
Fu poeta di talento, padrone del verso metrico, signore del
ritmo. Condusse una vita un pò movimentata e randagia, di regione in regione, a
Parigi, in Inghilterra, a Roma, a Bologna, infine a Chàtillon, dove aprì una
scuola. La fama e la diffusione delle liriche musicali da lui composte fu
grande; ed egli stesso dovette essere il poeta e il musico delle sue canzoni, se
nell'epitafio ricordato le chiama «moduli» e se i biografi affermano:
«cantilenas musicas composuit».
Ma poi si convertì ad un più severo ideale d'arte, quando
divenuto segretario dell'arcivescovo Guglielmo di Reims, si diede a comporre
opere di maggior lena: I1'Alessandreide e i Georgicon
libri. Basti riferire la proposizione dell’Alessandreide,
solennemente epica, nella quale si sente l'imitazione di Virgilio e di Stazio:
« Cantami, o Musa, le imprese del capitano dei Macedoni,
compiute in tutto il mondo, come abbia per largo tratto estesa la sua potenza,
con quali soldati abbia vinto Poro e Bario e come sotto la sua guida rise la
Grecia vittoriosa e i tributi tornarono dalla Persia a Corinto ... ».
Le sue ultime poesie, le compose « cum percuteretur a lepra »
come ricorda Giovanni di Garlandia: Versa est in luctum I cythara Walteri e
Dum Walterus egrotaret I et egrotans cogitaret. Sono ritmi di commiato, nei
quali vibra fervida la preghiera a Dio e il presentimento di lutti per i
corrotti costumi del suo tempo.
La produzione degli « scolares » non si limitò al genere
lirico, ma fece le sue prove nel campo della poesia drammatica. Intendiamo
parlare del teatro che si ispira alla commedia latina, di Plauto e di Terenzio,
i cui autori ci portano all'ambiente scolastico :
Vitale di Blois,
Guglielmo di Blois,
Matteo di Vendome
e altri. Le commedie di questo ciclo sono scritte in distici elegiaci, per
l'ammaestramento di Ovidio, le più destinate alla scena, altre sorte nell'ambito
della scuola di retorica, come esercizio di declamazione. Portano i seguenti
titoli: Geta, Aulularia (di Vitale); Aldo, Flaura et Marcus (di
Guglielmo); Milo (di Matteo); Miles gloriosus, Babio, Lidia, Baucis et
Traso, De nuncio sagaci, ecc.
Fu poesia dotta versificatoria e di scuola. Non è certo in
essa che noi dobbiamo ricercare il vero teatro medievale, ma nel dramma
liturgico, destinato a più vasto pubblico, humus entro cui germinarono i
teatri nazionali.
Per non uscire dall'argomento e dal secolo XII, proprio i
Carmina burana e i
Fragmenta
ci offrono un'ampia testimonianza di tali « sacre
rappresentazioni » come, ad esempio, il «Ludus scenicus de nativitate
Christi» e il « Ludus paschalis ».
Era il punto d'arrivo di tutta una lunga tradizione. Da
tempo, infatti, il materiale liturgico si era venuto, via via, animando di
motivi drammatici, come sviluppo e farcitura dei testi sacri, in un processo di
cui possiamo cogliere le tappe nei tropi e nelle sequenze fin dal tempo di
Notker Balbulo e di Tutilone; è già un nocciolo di dramma la sequenza di Notker:
« Quid tu, virgo ». Poi il dialogo si venne allargando attorno a tropi
del tipo del Quem quaeritis, soprattutto sviluppando quei momenti e
quelle festività dell'anno liturgico che avevano maggior ricchezza di elementi
drammatici e interesse umano.
Così le verità e i fatti della fede si umanizzavano e
visivamente si offrivano alle menti e agli occhi dei fedeli.
« II bisogno di vedere in qualche modo il soprasensibile,
dice la De Vito, e il sopraintellegibile, il desiderio di dare forma alle verità
del dogma, la fede che, anche se profonda, ha sempre bisogno di un conforto,
produssero questa conseguenza: quello che inizialmente era un rito, una pratica
di culto, a un dato momento si spogliò del suo carattere mitico e solenne, per
assumere una forma propria autonoma e una vita drammatica. Non bastò più
rievocare con la lettura del testo evangelico, col canto delle antifone e dei
responsori le vicende della vita terrena di Cristo. Non bastò più sentire, fu
necessario vedere. E la Maddalena, gli Apostoli, la Vergine, più tardi Cristo,
presero corpo e parlarono ai fedeli ... ».
Parole giuste; ma non fu, propriamente, il popolo a creare il
teatro medievale, fu la Chiesa per il popolo; e non questa o quella Chiesa,
francese, bizantina, romana, ma tutta la Chiesa, da quel mondo universale di
cultura di cui essa è depositaria.
Le cerimonie e le rappresentazioni drammatiche dei diversi «
officia » soprattutto dei cicli natalizio e pasquale avranno poi larga
diffusione e a lungo terranno il campo nelle varie Chiese fino ai secoli XIV e
XV.
Siamo ormai all'epilogo. Con i poeti del XII secolo, con la
scapigliatura goliardica, la poesia latina dell'età media dà gli ultimi
bagliori. Il ciclo ormai si chiude, perché mezzo espressivo, sincero
delle nuove generazioni sono ormai le lingue nazionali, che vanno assumendo
dignità artistica e divengono strumento di letteratura.
La poesia latina si può dire morta, quando l'artificio
umanistico ne modellerà le forme, fuori dall'uso più corrente, sugli esempi dei
classici. Ma per ora resiste e crea, soprattutto nel campo della lirica,
legandosi agli incipienti timidi esordi della musica a più voci. Ai compositori
polifonici dell’Ars antiqua offrono la loro opera poetica poeti
specialisti come, ad esempio,
Filippo
cancelliere della Chiesa di Parigi. Di tale fioritura poetica, religiosa, morale
e politica, ci rimangono, superbi documenti, i codici di Montpellier, di Bamberg
e l'Antifonario di Piero dei Medici.
Intanto l'ispirazione mistica dei Vittorini continua
nell'opera di Tommaso d'Aquino
e in Bonaventura da Bagnorea;
l'uno rappresenta la poesia soave, ma nutrita di pensiero teologico, della
scuola domenicana, l'altro la tenera ed appassionata lirica francescana.
A conclusione del ciclo, nel clima francescano, ecco due
perle della letteratura sequenziale: il Dies irae di
Tommaso da Celano
e lo Stabat mater di
lacopone da Todi.
Quello che avviene in Italia può considerarsi un esempio di
più vasto fenomeno: la lauda volgare va sostituendo, nella passione del
popolo, la sequenza, e l'ultimo dei grandi sequenzisti è anche uno dei maggiori
laudisti.
(G. Vecchi - Poesia latina medievale, Parma, XII sgg.)

LA PROSA
Il fervore culturale proseguì nei secoli X e XI non
interrotto dalla spartizione dell'impero carolingio, nelle corti e nei reami. Ma
per ironia della sorte fu proprio la renovatio carolingia, provocando il
confronto fra il latino dei classici e il nuovo «volgare» a far emergere la
differenza, aprendo un solco che li fece apparire non come due diversi livelli
di una stessa lingua, ma come due lingue diverse. La separazione, già da tempo
iniziata, fu siglata dal Concilio di Tours (813) che si concluse con
l'esortazione ai predicatori ad andare incontro al popolo traducendo i loro
sermoni in rusticam Romanam linguam aut thiotiscam, quo facilius cuncti
passini intelligere quae dicantur.
Documento emblematico, il più antico nel territorio romanzo,
sono i famosi Giuramenti di Strasburgo redatti appunto nelle due lingue: romana
(varietà del francese) e thiotisca (varietà del germanico). Ma
testimonianze sparse qua e là per l'Europa dei «volgari» spagnolo, francese,
tedesco, si erano infiltrate già agli inizi del secolo VII perfino negli atti
cancellereschi. In un manoscritto (sec. IX) della locale biblioteca le glosse
di Kassel (Germania centrale) registrano accanto a voci del volgare latino
le corrispondenti del volgare germanico (p. es. homo iste: deser man).
Testimonianze che significano bisogno di intendersi ma anche attaccamento e
impulso a una cultura propria avviata a maturità. La definizione in «lingua» dei
vari «volgari» della Romania, ormai lontani dal sermo litterarius,
seguirà, senza iati, a distanza di pochi anni.
Fra le prime il francese, il provenzale, lo spagnolo, fra le
più tarde l'italiano. Per diversi motivi: la tradizione classica più radicata,
il prestigio della produzione latina, l'influenza della Chiesa. Dignità
letteraria le singole lingue raggiungeranno tra l'XI e il XIII secolo: nel pieno
rigoglio della letteratura in lingua latina.
Naturalmente non ci sono date che possono fermare nei diversi
spazi geografici il momento in cui tra le due lingue cessa il rapporto della
diglossia e si instaura quello dialettico della separazione.
Il secolo
XII non esprime grandissime personalità, ma
per la curiosità intellettuale e il fervore delle opere è detto «secolo d'oro»
della civiltà latina medievale. È l'età che coincide col risorgere delle
civitates, l'età del «romanico» (romanicus da Romanus)
nell'arte come nelle lettere. Architettura e scultura richiamano gli stili e la
robusta eleganza della romanità pagana. Le splendide cattedrali sono, a un
tempo, monumenti monastici e imperiali come le antiche «Basiliche». Sorgono
corti episcopali, imponenti dormitori e refettori per i monaci ma anche grandi
edifici destinati al commercio, urbani e rurali, e palazzi privati e castelli di
feudatari. Gli arazzi che ne ornano i muri riproducono scene dell'Antico
Testamento vicino ad altre delle Metamorfosi di Ovidio.
Il XII secolo è l'aetas ovidiana: si leggono di Ovidio
non solo Metamorfosi e Fasti, ma le Eroidi e l'Arte di amare
(assieme alle opere di Tibullo e Properzio). I metri antichi sono affiancati
ai «ritmi» medievali, nei quali si espresse la fronda dei Goliardi (dal
prototipo Golia o da Golias, nome medievale del diavolo [?]), la
meno convenzionale produzione lirica del secolo: canti per lo più di sfrenata
gioia pagana venati di malinconia per il tempo che fugge, raccolti più tardi
nell'antologia dei Carmina Burana (1225). Si infittiscono ora gli
studia, centri generali di cultura (e interessi economici e contrasti
politici); dalle scuole episcopali sorgono le prime Universitates studiorum,
corporazioni di maestri e scolari, creazione originale del Medioevo:
Bologna, Padova, Parigi, Oxford.
Particolarmente in questo periodo brilla la Scuola di
Chartres, tra le urbane già famosa nel secolo precedente, di indirizzo liberale,
contrapposta alle roccaforti della scolastica. Fedele agli auctores, essa
fonda sulla cultura antica, specie neoplatonica, nuovi arditi concepimenti.
Da Chartres verrà la condanna di Abelardo, il «cavaliere
della dialettica», che, opponendo filosofia a teologia, rinnovava le antiche
dispute fra filosofi e retori.
Alla retorica si riavvicinava la grammatica (famoso il
Dottrinale del Villadei) divenuta scienza polivalente come per Cicerone e
Quintiliano. Entravano in crisi le arti della parola (trivio) e della scienza
(quadrivio), non più all'altezza dei tempi: scoperte da poco le letterature
tecniche, il nuovo prestigio dei «mestieri» valse a sollevarli al livello delle
arti liberali. [...]
Durante la seconda metà del Medioevo la Chiesa di Roma ha
esteso la sua influenza verso l'est e il nord dell'Europa. Così l'Ungheria, la
Boemia, la Polonia, il nord della Germania e i paesi scandinavi sono entrati nel
mondo della cultura latina. In Italia e in Svezia, in Irlanda e in Polonia,
ovunque, i discepoli si applicavano dal primo anno scolastico sui medesimi
latini, profani e cristiani. Poiché la base dell'educazione era comune, la
nazionalità non contava molto nella libera litterarum res publica. Gli
italiani Lanfranco di Pavia e sant'Anselmo d'Aosta sono divenuti l'un dopo
l'altro abati nel convento di Bec in Normandia e in seguito arcivescovi di
Canterbury, l'inglese Giovanni di Salisbury ha occupato il seggio episcopale di
Chartres, una folla di studenti di ogni paese affluiva alle università di Parigi
e di Bologna. Gli uomini di cultura di tutto il mondo parlavano la stessa lingua
e un'unità spirituale che poggiava su studi comuni ha cominciato a legare
insieme tutti i paesi occidentali.
Il successivo
secolo XIII
è caratterizzato dal progresso tecnico-economico e sociale favorito dal lungo
splendore dei principi e degli stati, dall'ascesa del papato super gentes et
regna. Il papato (segnato dall'Inquisizione) si fa forte del nuovo
apostolato della parola, interno e missionario (domenicani, francescani,
agostiniani) e della Scolastica di Tommaso d'Aquino, Bonaventura e Bacone. La
preminenza indiscussa di Tommaso e del razionalismo aristotelico non è adombrata
da dottrine come la «mistica» (platonica) di san Bonaventura e tanto meno dalle
immaginazioni scientifiche e avveniristiche di Ruggero Bacone. La cultura di
questo secolo è per gran parte monopolio delle università, ciò che ha per
effetto la diffusione del libro. Gli auctores vengono relegati in secondo
piano (causa non ultima la rivolta studentesca contro la tradizione), perdendosi
così il contatto vivo con la lingua «reale», e invece si moltiplicano le
letterature tecniche (giuridiche, scientifiche, mediche), enciclopedie,
retoriche e grammatiche (ora più vicine alla logica e alla teologia: v. la
Grammatica speculativa di Duns Scoto) in prosa (artes) e in versi
(poetriae), considerate "propedeutica minore" alla grande Theologia.
Questa fonderà con S. Tommaso (1224-1274), discepolo e continuatore di Alberto
Magno, in sintesi possente, il «nuovo» Aristotele, ignoto (tranne la Logica
fatta conoscere da Boezio) al primo Medioevo, con la dottrina costituita del
Cristianesimo. Il suo latino, rigoroso e tecnico ma limpido, resterà per secoli
la lingua della filosofia europea. La Scolastica lo piega alle sottili
disquisizioni dei logici e dei metafisici, lo arricchisce, in periodi diversi,
di nuovi termini astratti: causalitas, continuitas, entitas, existentia,
generalitas, realitas, substantialitas, universitas; nomi in - ista:
artista, humanista, iurista, latinista, platonista, thomista; aggettivi
come: causativus, formativus, receptivus, ecc..
Si è parlato per il secolo XIII di una «metafisica della
luce»; un contemporaneo, Guilielmus Durandus ha voluto assomigliare
l'illuminazione intellettuale a quella riflessa dalle vetrate caratteristiche
delle cattedrali gotiche: «Le finestre a vetri sono scritture divine che versano
la luce del vero sole, cioè di Dio, nella Chiesa, cioè nel cuore dei fedeli,
illuminandoli» (Rationale divinorum officiorum).
Ma fin dagli albori del
secolo XIV
non tardarono ad addensarsi su quella luce le ombre di un profondo travaglio
comune a tutta l'Europa. Il nuovo secolo, in forte contrasto col precedente, si
apre in un'atmosfera di generale stanchezza e turbamento. L'economia è in
difficoltà, gli opifici sottraggono uomini alla campagna già impoverita e
nascono conflitti sociali. In crisi è l'industria tessile e l'artigianato in
genere per mancanza di finanziamenti e di iniziative: la prima metà del secolo è
additata come l'«epoca delle cattedrali incompiute».
Per i classici
il XV
fu veramente il secolo delle scoperte: Coluccio Salutati ritrova le Familiari
di Cicerone, il Petrarca le Epistole ad Attico, il solo Poggio
Bracciolini, fra altre, opere di Quintiliano, Lucrezio, Stazio, Silio Italico. A
breve distanza vengono alla luce il Brutus, nuove orazioni ciceroniane e
metà Plauto. Dai classici e soprattutto dal platonismo ciceroniano scaturisce
quell'esemplare di uomo politior (cioè nobile e sensibile), humanus
(cioè «uomo integrale», colto e aperto all'umano colloquio) che fu appunto
l'«umanista». Nasce con lui la visione immanente del mondo e un nuovo stile di
vita. Tra il fiorire delle università ha così inizio nel secolo XV l'Umanesimo
rinascimentale.
«In quella grande primavera dei popoli durante la quale
germogliò tutto quello che la cultura moderna ha portato a maturazione nell'arte
e nella scienza, durante la quale fu proclamata la libertà dell'individuo e
creata con ciò la possibilità delle scoperte più grandiose in tutti i compi, il
risorgere dell'antichità fu la vera forza motrice: guidato dagli autori
dell'antichità, dapprima dai latini e poi soprattutto dai greci, l'uomo moderno
si accinse ai compiti che gli imponeva la nuova situazione del mondo» (Norden).
Un fervore intenso di erudizione ricerche dispute, governate da autentica
mentalità critica, frutto di un sapere specializzato. La grammatica è rifondata
dal Valla - maggior rappresentante, a parte il Poliziano, dell'umanesimo
fiorentino - con rigore di metodo e riguardata come la via a intendere il
pensiero (ritorno agli autori). Poliziano, «il perfetto umanista» (De Sanctis),
dà vita alla nuova filologia intensa come studio del testo, ricostruzione
d'ambiente, rispetto della parola.
Crisolora tiene cattedra di greco con dottrina e fortuna.
Ficino traduce tutto Piatone.
Flavio Biondo illustra la topografia e le istituzioni di
Roma. Pico e l'Alberti stupiscono in ogni campo dello scibile. Si fondano le
Accademie: la Platonica (neoplatonica) a Firenze, la Romana paganeggiante, la
Pontaniana a Napoli. Guarino dà inizio all'umanesimo ferrarese, greco e latino.
Nel sottobosco, un pullulare di epistole (il «genere» più coltivato, «le vene
attraverso cui si diffonde e circola la letteratura umanistica»), tratti
filosofici, retorici, storici, commenti, divagazioni amorose.
Dei «grandi» in prosa e in versi, tutti concentrati in questo
secolo (la produzione latina nel
sec. XVI,
col Vida e il Fracastoro, già langue), ricordiamo accanto al Valla e al
Poliziano solo il Pontano, il Marullo e il Sannazzaro.
Nel rinnovato gusto per la bellezza della forma esaltato
dalle arti figurative - simbolo ideale la Venere botticelliana - il latino è la
lingua di cultura letteraria e scientifica. Il Valla lo proclama lingua
nostra opponendolo al latino «gotico» (medievale) e al «parigino» (della
Scolastica). Un latino vario, dinamico che - spesso segnato da riflessi medio e
tardolatini e volgari dovuti a diversità di luoghi e di cultura, ma
sostanzialmente modellato sui buoni scrittori di ogni epoca e soprattutto su
Cicerone - abbandona l'antica «complessità» per acquistare «scioltezza» moderna
e indipendenza in pagine di insospettata freschezza. Ma è legge che
l'imitazione, quando non sia aemulatio, piegata a raffinata allusività o
delicatezza, quando venga meno lo spirito critico e storico, trapassi facilmente
dalla bellezza marmorea all'ornato retorico. Contro il «ciceronianismo» fanatico
e pedissequo («gregge» lo diceva il Poliziano) già messo in ridicolo dal latino
«maccheronico» della tradizione padovana, Erasmo oppone il suo Ciceronianus
e l'esigenza che il latino si adatti alle persone e ai tempi, nell'idea
rinascimentale e panumana di un'educazione viva, intellettuale, morale e
religiosa, e nell'urgenza di una borghesia ricca e irrequieta. Frattanto anche
in Italia (particolarmente a Firenze) il «volgare» romanzo a lungo svilito, ora
purificato dai filtri siciliani e stilnovistici, illustrato dai grandi
Trecentisti, impreziosito dai poeti bilingui (o trilingui) come il Poliziano e
il Pontano, aspira con pieno diritto a pari unitarietà e dignità.
Ricapitoliamo in breve col Ghizzoni: la continuità della
cultura europea è in sostanza la continuità del latino che, diventato prima
lingua dell'intera Romania, poi dell'Occidente cristiano, resistendo ai barbari
e ai non barbari, si diffuse con il Cristianesimo dall'Europa nei continenti
extraeuropei; è la lingua in cui si espresse la vita culturale e politica
dell'Europa e del mondo fino alla rivoluzione francese, che diede luogo alle
parlate nazionali romanze, che accrebbe il patrimonio linguistico dei Germani e
degli Slavi; senza il latino non è possibile conoscere direttamente la cultura
antica, medievale, umanistica, rinascimentale e postrinascimentale affidata a
testi letterari, scientifici e tecnici scritti in latino, né è possibile una
seria conoscenza del patrimonio linguistico italiano e neolatino dell'Europa,
dell'America e dell'Africa di espressione francese, spagnola e portoghese.
Indubbiamente il progresso degli studi filosodici scientifici
tecnici sperimentò ogni giorno di più la difficoltà e l'impossibilità del latino
di tenere dietro al pensiero di un Kant o di un Lavoisier.
A chi ancora ci chiedesse quale significato conserva oggi il
latino, risponderemmo che esso può risultare strumento addirittura
insostituibile per gli adepti alle «due culture», studiosi di discipline «umane»
o di discipline «esatte». Il latino è il loro spessore storico e senza storia
non c'è il metodo, cioè la via a intendere. Né la via può essere quella di
«discendere dal presente al passato, ciò che favorisce l'anacronismo, ma di
partire dal passato per mostrare le vere figliazioni che conducono fino al
presente e permettono di definirne l'originalità... Gli studiosi che fanno a
meno del latino rinunciano a una buona metà della documentazione» (Alain Michel).
In latino scrissero nel
XVII secolo
Grozio, Spinoza, Cartesio, Leibniz; al
XVIII
appartiene Linneo e la sua classificazione binomia zoologica e botanica (canis
familiaris, mentha piperita); nel
XIX
Gauss pone in latino le basi del calcolo combinatorio. In latino
fino al XIX secolo e oltre
sono scritte (specie in Germania) quelle «dissertazioni» e quei «programmi» su
argomenti capillari, letterari e scientifici, che costituiscono ancor oggi una
miniera di informazioni.
(A. Ghiselli - G. Concialini, II libro di latino, Bari,
pag. 436 sgg.) |
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