Per molto tempo il fabbisogno di Roma fu
soddisfatto dal Tevere, da pozzi, da cisterne e dalle poche sorgenti
naturali.
Ma già alla fine del IV secolo a.C. Appio
Claudio, lo stesso che costruì la via Appia, dotò la città del primo
acquedotto. È probabile che gli ingegneri romani abbiano imitato in
quell'occasione le tecniche impiegate nelle città dell'Italia
meridionale. Esse erano molto semplici.
L'acqua era proprietà statale ed era tutta
destinata a uso pubblico. Non c'erano derivazioni per le case dei
privati. Non esistendo ancora le grandi terme, anche le esigenze
erano modeste.
Dopo la caduta di Cartagine (146 a.C.), quando
Roma divenne una grande capitale, si rese necessario un nuovo
acquedotto, quello dell'Aqua Marcia. Anch'esso attingeva
all'Amene, ma più a monte. Era lungo quasi 100 Km e aveva una
portata di 190.000 m3. Era un'acqua particolarmente buona
— ancora oggi è consumata a Roma — e fu la prima ad arrivare sul
Campidoglio.
In quest'opera si affermò un nuovo costume: i
personaggi che si erano resi benemeriti venivano compensati dallo
stato con un allacciamento privato di acqua. Col tempo questi
privilegi si fecero più comuni, e crebbe il numero delle case
private con acqua corrente. Anche la tecnica fece progressi:
sfruttando il principio dei vasi comunicanti si superava infatti una
valle senza ricorrere a interminabili meandri.
Alla fine della repubblica, con la crescita della
popolazione e la costruzione delle prime grandi terme, si imponeva
un potenziamento e una riorganizzazione dell'intero servizio. Se ne
incaricò Agrippa, genero di Augusto. Egli costruì due nuovi
acquedotti.
II primo, l’Aqua Iulia, veniva dai Colli
Albani e si riuniva con l’Aqua Tepula — così detta per la sua
temperatura — che era stata fatta arrivare dalla stessa zona già nel
125 a.C.: ricalcava in parte il tracciato della Marcia e
aveva una portata di 50.000 m3 al giorno. Il secondo,
detto Aqua Virgo entrava in città da nord e serviva il Campo
Marzio, in particolare le terme di Agrippa. È la stessa acqua che
oggi alimenta la Fontana di Trevi. La portata si aggirava sui
100.000 m3 al giorno. Agrippa organizzò anche un servizio
regolare di architetti e fontanieri incaricati della manutenzione di
tutta la rete idrica romana. A questo scopo egli mise a disposizione
i propri schiavi, i quali alla sua morte passarono in eredità allo
stato.
Augusto organizzò successivamente un servizio
statale vero e proprio, la cura aquarum. Durante il suo
principato fu portata a Roma l'Aqua Alsietina dal lago di
Bracciano. Era assolutamente imbevibile, ma serviva per alimentare
la naumachia del Trastevere.
Il più celebre acquedotto di Roma fu, però,
quello iniziato da Caligola e terminato da Claudio nel 54 d.C.
L'acqua veniva dal trentottesimo miglio della via Sublancese, a est
di Roma, e giungeva in città dopo un percorso di circa 70 Km, 15 dei
quali allo scoperto. Gli ultimi 10 Km prima di Roma sono costituiti
dalle note arcate — alte fino a 32 metri — che spiccano grandiose
nell'odierna Campagna Romana. Nerone costruì poi un ramo secondario
che serviva il Celio, e Domiziano lo prolungò fino al Palatino. La
portata era di 185.000 m3 al giorno.
Anche maggiore — sui 190.000 m3
quotidiani — era quella dell'Anio Novus, costruito insieme
all'Aqua Clauda. Traiano costruì a sua volta un acquedotto
che alimentava il Trastevere e le sue terme sull'Esquilino. L'ultima
grande opera del genere fu quella costruita da Alessandro Severo
intorno al 226 d.C.
Si calcola che alla fine del I secolo d.C. la
quantità di acqua potabile che giungeva quotidianamente a Roma
sfiorava il milione di m3: una quantità rilevante, dato
che significava più o meno 1.000 litri per abitante. Nella Roma di
oggi non si arriva alla metà.
Va ricordato, però, che non tutti disponevano di
acqua corrente. Nella migliore delle ipotesi essa arrivava al
pianterreno, e soltanto nelle case di persone facoltose e influenti.
Per evitare abusi e contestazioni le condutture di piombo (fistulae)
che portavano l'acqua ai privati recavano stampigliato il nome
dei proprietari. Quanti vivevano nei normali appartamenti d'affitto
dovevano approvvigionarsi alle fontane pubbliche. Queste, che alla
fine del I secolo d.C. erano 591, nel IV secolo d.C. erano più che
raddoppiate.
La mancanza di acqua abbondante a portata di mano
spiega anche la difficoltà di estinguere gli incendi. Ogni quartiere
aveva però il suo distaccamento di vigili del fuoco, distinti per
specialità: i siphonarii manovravano le pompe, i
ballistarii demolivano gli edifici pericolanti e cercavano di
isolare il focolaio dell'incendio, i centonarii spegnevano le
fiamme usando stracci (centones) imbevuti di aceto.
Le città minori, in Italia e nelle province, non
avevano nulla da invidiare alla capitale in fatto di alimentazione
idrica. Tra le realizzazioni architettonicamente più imponenti si
ricordano quella di Nimes (Pont du Gard), in Gallia; quelle di
Tarragona e Segovia, in Spagna; quella di Cherchell, in Algeria;
quelle di Efeso e di Aspendos in Asia Minore.
G. PUCCI
