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La corsa a piedi
Le gare di corsa a piedi erano di quattro specie:
lo Stadio, il Diaulo, il Dolico e la corsa
armata. Queste gare si svolgevano nello stadio e prendevano il nome
dalla lunghezza di stadio che si percorreva.
Va subito detto che la gara podistica per
eccellenza era la corsa o stadio semplice. Essa ha un'origine
di natura religiosa e si ricollega al trasporto del fuoco necessario
per il sacrificio sull'altare di Zeus in Olimpia compiuto da alcuni
efebi sulla distanza di uno stadio. La lunghezza della gara era di
192 metri, eseguita da atleti nudi e scalzi, e corrisponde alla
odierna corsa di velocità. Da questa derivano poi il diaulo e
il dolico.
Il diaulo o doppia corsa, si svolgeva su
un percorso di 384 metri, la misura di due stadi; gli atleti dopo
aver percorso sulla pista uno stadio, volgendosi intorno ad un
pilastro, ripercorrevano la pista per un altro stadio, in modo di
ritornare al punto di partenza. Doveva essere una gara più
movimentata ed incerta della corsa semplice ed il vincerla
costituiva motivo di particolare orgoglio poiché si richiedevano
doti di scatto e di resistenza. Le origini della doppia corsa si
ricollegavano all'uso divenuto più tradizionale, di far percorrere
due volte, in senso inverso, la distanza di uno stadio con partenza
dall'altare ad araldi annunzianti ad alta voce la presenza ai giochi
olimpici di tutte le città greche. Questa gara compare nella XIV
Olimpiade del 724 a.C.
Il dolico o corsa lunga, che oggi
chiameremmo corsa di fondo o di resistenza, poteva giungere sino a
4608 metri, la misura di 24 stadi. La sua lunghezza variava da
stadio a stadio e da festa a festa. L'origine di questa specie è
dovuta alle staffette militari che percorrevano grandissime distanze
fra l'Arcadia e la Grecia. Questo tipo di gara compare nella XV
Olimpiade.
Nella XLVI Olimpiade compariranno le gare di
corsa giovanile. Oltre queste specie di corse si ebbe lo hippios
presente però solo nelle feste Nemee e nelle Panatenee. La gara
consisteva nel percorrere la lunghezza di quattro stadi.
In epoca romana sappiamo che le donne
partecipavano alle gare atletiche episodicamente: fanciulle romane
gareggiavano nella corsa dello stadio e ciò accadeva anche a Napoli
nei Sebastà dove figlie di consiglieri si interessavano a
questa gara.

Il salto
Non ha origine da rituali sacri o da pratiche di
guerra, ma probabilmente nacque come esigenza di superare degli
ostacoli o delle buche. Anche se molto famoso come disciplina non
era praticato come sport singolo, ma era una delle gare del
pentathlon e come tale compare nella XVIII edizione dei giochi
di Olimpia.
In alcune pitture pompeiane e in raffigurazioni
su una coppa del 500 a.C. si vede la fase finale di un salto con
l'atleta che fa uso degli haltéres, cioè pesi di varia forma
che si impugnavano per avere una maggiore spinta. L'esemplare più
antico che conosciamo risale al VI sec. a.C., è di piombo e pesa
circa un chilo e novecento grammi, anche se gli haltéres
potevano arrivare a pesare oltre i quattro chilogrammi. Essi erano
usati anche durante gli allenamenti in palestra per migliorare la
forma fisica.
Spesso nelle rappresentazioni di atleti con
haltéres si vedono dei suonatori di flauto; i motivi di tale
presenza possono essere ricercati o nel voler cadenzare il movimento
degli attrezzi con l'utilizzo della musica o in un completamento
anche sul piano artistico dell'esercizio sportivo.
Esisteva naturalmente una regolamentazione della
gara del salto: lo slancio avveniva sul bater, una pedana
conficcata nel terreno (forse di pietra o di legno), oltre la quale
si stendeva del terreno livellato per circa 150 piedi (15.200 metri)
dove l'atleta atterrava, denominato skamma. Qualora nella
fase dello slancio l'atleta avesse superato il bater, il
salto risultava nullo. Il saltatore quindi, presa la rincorsa,
batteva con un piede sul bater e si lanciava sul terreno
cercando di protrarsi il più avanti possibile. Nello skamma
l'impronta del piede stabiliva il limite raggiunto; per la
misurazione erano usate delle aste (kanones).
Si narra di misure eccezionali raggiunte da
atleti, che superarono addirittura i 15 metri: tali misure esaminate
oggi risultano assai improbabili per un salto semplice e, quindi, si
ipotizza che sono da riferire a salti tripli di cui però non si ha
testimonianza.
Per quel che riguarda altri tipi di salto, si sa
che il salto in alto era certamente praticato sia dai Greci sia dai
Romani e che veniva effettuato durante gli allenamenti. Il salto con
l'asta era considerato una sorta di prova di abilità per montare a
cavallo facendo leva sulle lance.

Il lancio del disco
Fu questa una disciplina particolarmente amata
dai Greci, che la praticarono fin dal periodo omerico, come ci è
testimoniato dalle descrizioni dei giochi in onore di Patroclo e di
Ulisse cantati rispettivamente nell'Iliade e nell'Odissea. E fu
disciplina popolare presso gli Etruschi, ma accolta con entusiasmo
più rattenuto dai Romani, coerentemente con la loro spiccata
predilezione per spettacoli di più forte impatto emotivo.
Il lancio del disco, considerato in età greca —
diversamente da quello del giavellotto — parte dell'atletica
pesante, fu uno degli esercizi che vennero a costituire il
pentathlon, competizione che con la XVIII Olimpiade, nel 708 a.C.,
entrò a far parte di quei giochi, e che venne in seguito inserita in
tutti gli altri.
Il regolamento della gara prevedeva tre o forse
cinque lanci, le cui misure erano calcolate impiegando picchetti
conficcati nel suolo. Si sa che lo stadio di Epidauro era dotato --
lungo i lati della pista — di indici fissi per le misurazioni.
L'atleta, raggiunta la piazzola di tiro e
impugnato il disco, lo lanciava impiegando probabilmente una tecnica
molto diversa da quella attuale: invece di compiere con il corpo una
rotazione completa al fine di imprimere una maggiore spinta
all'attrezzo, sollevava quest'ultimo all'indietro tenendo il braccio
teso, si ripiegava poi su se stesso e infine si alzava di
scatto lanciando il disco in avanti. A tale tecnica, con la quale
l'atleta effettuava il lancio sostanzialmente da fermo, va
attribuita verosimilmente la responsabilità delle prestazioni
piuttosto limitate fornite dai discoboli dell'antichità: tale Faillo
di Rodi scagliò il suo disco poco oltre i ventotto metri.
Degli attrezzi sappiamo — anche grazie ai
ritrovamenti avvenuti -che dovevano essere più di frequente in
bronzo, e talvolta in ferro, in piombo o in pietra; e possiamo
presumere che quelli in pietra avessero una funzione soltanto
votiva. Sappiamo inoltre che avevano diametro e peso diversi,
dipendenti entro certi limiti dall'età dell'atleta e dalla località
in cui si svolgeva la gara: sono stati rinvenuti dischi di diametro
inferiore ai venti o superiore ai trenta centimetri, e di peso di
poco superiore al chilogrammo o di molto superiore ai cinque. Molto
frequenti, sull'attrezzo, la presenza di dediche e la
rappresentazione di scene con atleti.

Il lancio del giavellotto
Anche questa disciplina, le cui origini vanno
senza dubbio ricercate nella caccia e nella guerra, nata come
competizione autonoma, sarebbe stata inserita tra le gare
costituenti il pentathlon a partire dalla XVIII Olimpiade. Ma
se per il lancio del disco gli autori concordano su tale
introduzione, per il giavellotto va detto che alcune fonti — in
verità molto meno degne di fede — vi sostituiscono il pugilato. Del
resto non manca chi esclude dal pentathlon il salto,
indicando in sua vece il pancrazio o ancora una volta il pugilato.
Del lancio del giavellotto, come di quello del
disco, abbiamo testimonianze in entrambi i poemi omerici. Ai due
giochi si dedicavano tra l'altro, nel tempo libero, anche i
corteggiatori di Penelope: «Ma i pretendenti davanti alla casa
d'Odisseo / con dischi e picche, a tirarli, giocavano / sulla
spianata ben fatta, come sempre, superbi» (Odissea IV,
625-627). Il testo non ci dice se le picche, i giavellotti,
venissero lanciate in questo caso contro un bersaglio fisso — forse
uno scudo — oppure il più lontano possibile. Il primo tipo di
lancio, effettuato generalmente da cavallo, era previsto per esempio
dal programma delle Panatenee, mentre l'altro rientrava tra le gare
disputate in occasione dei giochi olimpici.
Le due diverse discipline dovevano prevedere
l'impiego di giavellotti tra loro differenti: un tipo con punta per
le gare al bersaglio, l'altro senza. Il materiale impiegato per
costruire le aste era, secondo i più, il legno, che doveva
raggiungere la lunghezza di un metro e mezzo o due. Quel che la
disciplina moderna non ha conservato è una particolarità
dell'attrezzo in uso nell'antichità, dotato — all'altezza del
baricentro — d'una cinghia di cuoio applicata all'asta in modo tale
da formare un anello nel quale l'atleta infilava l'indice e il medio
al momento del lancio, ottenendone vantaggi relativamente alla
spinta e alla traiettoria.
Il regolamento della gara, che si disputava
all'interno dello stadio, poteva prevedere — stando a quanto
rappresentato su alcuni vasi — l'impiego di due giavellotti, e
quindi, presumibilmente, l'effettuazione di due lanci, preceduti da
una rincorsa la cui lunghezza, quasi certamente inferiore a quella
attuale, doveva essere anch'essa regolamentata.
La tecnica impiegata per la rincorsa e per il
lancio, in sostanza, non si discostava significativamente da quella
adottata oggi. I risultati d'un certo rilievo dovevano aggirarsi
intorno ai quarantacinque metri, e le misurazioni si effettuavano
con l'aiuto dei picchetti già indicati a proposito del lancio del
disco.

La lotta
La lotta compare come gara nella XVIII Olimpiade
del 708 a.C. Essa fece parte degli sports pesanti insieme al
pugilato e al pancrazio, e a differenza di questi, entra a far parte
del pentathlon come ultima gara per le sue caratteristiche di
completezza ginnica.
Le origini della lotta si ricollegano all'utilità
bellica e dimostrazione è data nella battaglia di Maratona del 480
a.C., dove, secondo la descrizione che ne fa Erodoto, il
combattimento avvenne non solo con le armi, ma anche con le mani.
Attraverso la documentazione archeologica ricavata dalla decorazione
pittorica di una tomba di Beni Hassan possiamo ricostruire la lotta
anche nel mondo egiziano. Sappiamo che gli atleti usavano allenarsi
nudi nel ginnasio. La lotta si praticava infatti nella palestra del
ginnasio o anche nel sisto, porticato coperto.
Il mondo greco conosceva due tipi di lotta: in
piedi e a terra. In quella in piedi, che veniva praticata su una
base costituita da terreno sabbioso, livellato per proteggere il
corpo dalle cadute, vi era la mossa detta rovesciata, quella a terra
era da identificarsi con il pancrazio e si svolgeva al coperto.
Gli abbinamenti degli atleti venivano sorteggiati
alla presenza di ago-noteti con il seguente sistema: le sorti
venivano contrassegnate da lettere dell'alfabeto duplicate, gli
atleti che estraevano la stessa lettera gareggiavano insieme. Se i
concorrenti erano dispari, colui al quale toccava la lettera singola
sosteneva il ruolo di éphedros, passava cioè al turno
successivo, avendo così il vantaggio di cimentarsi nel pieno delle
forze con il vincitore già provato dal primo combattimento.
All'inizio dell'incontro gli atleti, unti di
olio, si disponevano l'uno di fronte all'altro con i piedi fissi a
terra, le gambe divaricate e il busto leg-germente inclinato in
avanti, studiando l'avversario, si afferravano poi per le braccia e
ricorrevano ad alcuni accorgimenti tecnici: embole (attacco
frontale), perembole (attacco laterale), paratesi (guardia), sistasi
(corpo a corpo); in un passo di Plauto si deduce che era consentito
altresì prendersi per i piedi. La vittoria veniva assegnata a chi
riusciva a gettare l'avversario a terra facendogli toccare il
terreno con qualsiasi parte del corpo per tre volte.
Per quel che riguarda l'aspetto fisico
dell'atleta lottatore secondo Filostrato, che in gioventù doveva
essere stato un cultore della lotta, il lottatore ideale doveva
essere più alto del normale con collo regolare, spalle ben piantate,
vene interne, braccia robuste, torace scarno e prominente, ventre
poco sviluppato, fianchi agili e flessibili, natiche normali, cosce
compatte, ginocchia e gambe dritte.

Il pugilato
II pugilato faceva parte, presso i Greci, di
tutti i concorsi atletici. Ha origini leggendarie e antichissime:
frammenti provenienti da Cnosso e Haghia Triada consentono di
affermare che la disciplina era già nota alla civiltà pre-greca
cretese; sarebbe stato poi Teseo a introdurla presso i Greci ed
Eracle a esercitarla. Il pugilato è attestato con continuità dai
poemi omerici fino alla tarda età romana. Già nell'Iliade durante i
giochi funebri in onore di Patroclo si affrontarono Epeo ed Eurialo
indossando una cintura (perizoma) e con le mani avvolte in fasce di
cuoio; nel combattimento sono già presenti aspetti tecnici quali la
posizione di guardia e l'attacco al volto. Più tardi Teocrito narra
del combattimento tra Polluce e Amico. Nel mondo romano un famoso
scontro è quello che si svolge tra Entello e Darete nel VI libro
dell'Eneide. Le fonti ci sono d'aiuto anche per la conoscenza
dell'attrezzatura, per la quale possono individuarsi quattro fasi
dall'età omerica a quella romana. La prima è quella degli
hi-màntes (VI-V sec. a.C.) descritti da Omero: una cinghia di
cuoio passava diagonalmente sul palmo e sul dorso della mano per poi
essere fissata intorno al polso. Nella prima metà del IV secolo si
afferma la fasciatura denominata sphaìrai, una specie di
guanto di materiale soffice che ricopriva l'avambraccio per
ripararlo dai colpi, sul quale veniva legata la cinghia di cuoio
rigida che costringeva la mano in forma di pugno. In età ellenistica
si adotterà una cinghia di cuoio penetrante: sul guanto della fase
precedente l'atleta infilava un anello di cuoio rigido stretto
intorno alle dita che ne lasciava scoperte le punte e che aveva una
potente forza contundente. La quarta fase è quella del caestus
romano, sorta di cilindro stretto intorno al pugno chiuso, dal
quale sporgevano punte metalliche, per aumentare ulteriormente
l'effetto del colpo.
I pugili combattevano nudi, se si esclude l'età
arcaica nella quale indossano il perizoma; non esistevano categorie
secondo il peso dell'atleta, né erano previste le moderne «riprese».
Gli scontri, che potevano procurare lesioni a volte anche mortali,
si concludevano con l'atterramento di uno degli awersari, che si
dichiarava sconfitto alzando l'indice della destra. L'incontro si
disputava nell'arena. Quel che è certo è l'incremento di brutalità e
di spettacolarità della disciplina in età romana.

Il pancrazio
La tradizione volle identificare le origini del
pancrazio nei mitici combattimenti di Eracle con il Icone Nemeo e di
Teseo con il Minotauro, ma altre fonti ne attribuiscono l'invenzione
all'atleta acarnese Leukaros: il che è più attendibile in quanto il
pancrazio fu verosimilmente un'invenzione strettamente interna
all'ambito dello sport. Fa la sua comparsa ad Olimpia in occasione
della XXXIII Olimpiade nel 648 a.C. Esso nasce dalla combinazione di
lotta e pugilato, come frutto di una già matura conoscenza
dell'attività atletica e delle esigenze spettacolari. Tipica di tale
sport era la fase della lotta a terra, la cosiddetta kylisis
o alindèsis, termini che significano entrambi rotolarsi. Il
combattimento aveva uno svolgimento vario e complesso, che oltre ad
utilizzare i colpi del pugilato e le prese della lotta comprendeva
mosse particolari e caratteristiche quali l'uso del «calcio», dal
quale l'avversario si difendeva con la «presa della gamba»; molto
diffusa era inoltre l'utilizzazione di tutti i tipi di mosse miranti
a gettare a terra l'avversario ed a immobilizzarlo: come la torsione
degli arti chiamata stre-bloùn e i tentativi di soffocamento,
apopnigheìn, o strangolamento, ànchein. Il pancrazio,
come il pugilato, esponeva gli antagonisti a colpi terribili -si
poteva assistere alla morte nell'arena di un atleta — e di
conseguenza ,si rese necessaria l'istituzione di un ordinamento nel
quale, tuttavia, trovarono posto differenti applicazioni nei singoli
ambiti locali.
I pancraziasti dovevano avere la testa rasata o i
capelli tagliati corti; prima del combattimento si ungevano d'olio,
come per la lotta, e si cospargevano di polvere di pomice o di
sabbia (konis), il cui scopo era quello di controllare la
traspirazione eccessiva e di mantenere il corpo fresco. Non di rado
il pancrazio era disputato su un terreno fangoso che rendeva meno
sicure le prese a terra ed accresceva le qualità spettacolari
dell'esercizio; al termine delle gare ogni atleta usava detergersi
dal sudore con lo «striglie», per poi ricorrere al bagno ed a un
successivo massaggio d'olio. Come per il pugilato le gare pubbliche
avevano luogo nell'arena, mentre gli allenamenti si svolgevano nella
palestra e precisamente nel konistérion, ambiente riservato
ai lottatori per sfregarsi sulla sabbia. Non vi erano limiti di
tempo al combattimento, che si protraeva fino alla resa di uno dei
contendenti; le prove nei concorsi avevano luogo ordinariamente
tardi; la lotta precedeva il pugilato e questo era seguito dal
pancrazio. L'eccezionale valore spettacolare valse a questa
disciplina nell'antichità il maggior consenso popolare tra tutti gli
sport; lo stesso termine pancrazio denuncia, infatti, la grande
varietà di situazioni che era in grado di produrre, traendo origine
dall'aggettivo pankmtés: colui che può tutto.

La corsa dei carri
L'origine della corsa con i carri è molto antica
e la stessa idea di aggiogare cavalli ad un veicolo fu attribuita
dai Greci a personaggi mitici come Prometeo o Erittonio (il primo
avrebbe inventato la biga, il secondo la quadriga). Come tutte le
gare ippiche, quelle con i carri rappresentano uno degli sport più
diffusi nel mondo greco, essendo presenti sia nei giochi panellenici
che in quelli locali. Atene fu però il centro dove le gare ippiche
si svilupparono maggiormente ed è qui che era possibile trovare
praticate molte varianti di queste competizioni.
La corsa dei carri fu introdotta nelle Olimpiadi
nel 680 a.C. Con essa si dava inizio, durante il secondo giorno,
alle vere e proprie gare. I carri entravano in processione
nell'ippodromo, passando via via davanti alla tribuna dei giudici,
dove un araldo annunciava i nomi del proprietario di ogni carro, di
suo padre e della città di provenienza. Alla fine della sfilata i
giochi venivano proclamati ufficialmente aperti. I carri
nell'ippodromo compivano un certo numero di giri che cambiò nel
corso del tempo — Omero parla di un solo giro, mentre Pindaro
descrive dodici giri di pista, corrispondenti a circa nove
chilometri — e i momenti più pericolosi della gara erano quelli nei
quali i carri giravano di 180 gradi intorno ad un punto preciso
detto «meta». L'operazione era naturalmente più rischiosa nel caso
delle quadrighe, che rappresentavano la specialità più diffusa,
forse anche per la maggiore spettacolarità rispetto alla gara delle
bighe (quest'ultima, pur se di antica origine, fu introdotta nelle
Olimpiadi solo alla fine del V secolo a.C.). Le corse dei carri
mantennero sempre un particolare carattere aristocratico, dal
momento che solo i nobili potevano sostenere le spese di allevamento
dei cavalli, di mantenimento delle scuderie e dello stipendio dei
fantini. A questo proposito va ricordato che, come in tutte le gare
equestri, anche nel caso della corsa dei carri la vittoria era
assegnata non all'auriga ma al proprietario, il che dava la
possibilità di concorrere anche alle donne, escluse però dalla
partecipazione diretta alla gara.

La corsa con i cavalli montati
La gara con i cavalli montati fu introdotta nei
giochi olimpici nel 648 a.C. e si svolgeva nel secondo giorno,
subito dopo la corsa dei carri, sulla stessa pista già usata per
quella competizione. Anche per la corsa con il cavallo montato, come
per le altre gare ippiche, va ipotizzato un originario collegamento
con le attività belliche e militari e in questo caso particolare con
la cavalleria. In questa gara vinceva il cavallo che per primo, con
o senza il fantino, tagliava il traguardo, e questo perché la
vittoria, come per tutti i giochi equestri, veniva assegnata al
proprietario del cavallo.
Nel mondo greco i fantini cavalcavano nudi su
animali senza sella né staffe. Col tempo si passò all'adozione di
coperture e poi di cuscini, ma solo in età romano-imperiale si passò
all'uso di una vera e propria sella simile a quella odierna. Mentre
il morso e le briglie dovevano esistere da sempre, le staffe furono
usate solo dal I sec. a.C.
L’oplitodromia
L'oplitodromia, o corsa in armi, fu istituita
come gara prima a Nemea, poi a Olimpia nel 520 a.C. e venti anni
dopo a Delfi. Prima di essere disciplina sportiva fu forse attività
preparatoria alla guerra. In origine gli atleti, nudi, indossavano
l'elmo, lo scudo e gli schinieri, più tardi soltanto l'elmo e lo
scudo o il solo scudo. La gara era praticata unicamente dagli
adulti. Essa veniva disputata su varie distanze: a Nemea era una
corsa di quattro stadi; ad Olimpia ed Atene era un diaulos (o
doppio stadio); a Platea una corsa di quindici stadi.
I movimenti del corpo e il regolamento della gara
erano gli stessi delle altre corse a piedi, con la sola differenza
del braccio sinistro armato di scudo, il che comportava una diversa
posizione del destro che, sporgendosi in avanti, equilibrava il
peso. I corridori dovevano tirare a sorte per conoscere quando
entrare nell'arena, non potendo gareggiare in più di quattro o
cinque alla volta; i vincitori di ogni gruppo concorrevano di nuovo
fino all'assegnazione dell'unico premio.
Nei giochi olimpici l'oplitodromia era collocata
in chiusura: ciò — secondo quanto ci viene tramandato — per
sottolineare il passaggio dal torneo alla guerra, in quanto con
l'ultima gara terminava la tregua concessa durante le Olimpiadi. C'è
chi spiega però il suo inserimento con la volontà di sottolineare
l'importanza maggiore che ebbe, da un certo momento in poi,
l'esercito oplitico -- cioè la fanteria -- rispetto alla cavalleria.
L'oplitodromia fu un soggetto particolarmente in
auge presso i pittori vascolari.
La lampadedromia
Era una gara di corsa durante la quale gli atleti
si passavano le fiaccole, e aveva sicuramente origine in riti
religiosi.
Si pensa che vi fossero almeno tre manifestazioni
con lampadedromia dedicate alle tre divinità legate al culto del
fuoco: la prima in onore di Athe-na alle Panatenee, l'altra alla
festa di Efesto, la terza alla festa di Prometeo. Erodoto però ne
menziona una quarta, probabilmente sorta dall'esigenza avvertita
dagli Ateniesi di dedicare una gara annuale a Fan, che li avrebbe
aiutati nella battaglia di Maratona.
Gli atleti che gareggiavano erano quaranta,
raggnippati in cinque tribù, e venivano disposti ad una distanza di
venticinque metri l'uno dall'altro. Durante la gara la fiaccola era
pòrta con la mano sinistra e presa con la destra. L'atleta in attesa
del compagno di squadra generalmente cominciava una piccola rincorsa
e si preparava allo slancio.
Le corse si svolgevano da Atene all'Accademia:
partivano cioè dalle mura della città per arrivare fino all'altare
di Prometeo per un percorso di circa 1000 metri. L'interesse del
pubblico naturalmente era maggiore quando i cinque ultimi
concorrenti cominciavano i venticinque metri finali. La vittoria era
di colui che per primo illuminava e accendeva il fuoco sull'altare
della divinità. E chiaro che la squadra tutta era considerata
vittoriosa per aver contribuito a tale risultato, e la tribù di
appartenenza vinceva sulle altre.
I corridori gareggiavano nudi ed avevano sul capo
una corona composta da una fila di penne dritte. La torcia aveva una
forma particolare (candelabrum), composta da un manico o
talvolta da una semplice impugnatura che sormontava una larga canna
dentro la quale era infilata un'asta o un fascio di aste che
venivano accese all'estremità. La lampada dell'atleta vincitore era
poi consacrata alla divinità. Il premio per la vittoria consisteva
in un'anfora d'olio.
Dalle raffigurazioni di epoca romana emergono
alcune differenze: i corridori non recano più la corona sul capo ed
imbracciano uno scudo con la mano sinistra, mentre le torce non
hanno più la larga canna centrale a reggere le aste ma diventano
delle semplici torce più larghe alla sommità.
Si ha notizia anche di una lampadedromia di
fanciulli, di cui però non si conoscono con esattezza le modalità;
ed inoltre quasi certamente veniva disputata una lampadedromia a
Napoli nei pressi della tomba della sirena Partenope.
Gli spettacoli gladiatori
Agli Etruschi si attribuisce l'origine di tali
spettacoli: essi facevano parte di cerimonie funebri — come
attestano soprattutto le rappresentazioni sulle urne cinerarie — e
consistevano in combattimenti tra prigionieri o schiavi costretti a
scontrarsi in occasione di funerali di personaggi illustri. Prima
che a Roma, tali combattimenti furono introdotti dagli Etruschi
stessi sin dal VI secolo a.C. in Campania, dove assunsero diverso
carattere perché organizzati anche durante festini. L'uso passò poi,
dal 264 a.C., a Roma, dove continuarono a svolgersi in occasione di
funerali fin quando non divennero per volontà del Senato, nel 105
a.C., spettacoli pubblici.
Gli spettacoli gladiatori (munera)
potevano in effetti essere indetti per i motivi più vari: dai
funerali alle nascite, dalle dediche di monumenti alle vittorie; col
tempo divennero il mezzo per accattivarsi il favore della folla e
furono pertanto allestiti sempre più spesso dalle autorità
municipali, convinte della loro importanza elettorale. Ma nel 63
a.C. venne emanata una legge che pose un limite agli spettacoli
legati alla propaganda politica. Con l'età imperiale fu soppressa
l'iniziativa privata nell'allestimento dei giochi e fu definito
l'ordinamento delle classi gladiatorie.
I gladiatori, generalmente criminali condannati a
morte o schiavi, potevano essere anche uomini liberi (auctoratì)
che decidevano di divenire gladiatori allettati dalle ricompense
e dalle vistose fortune che l'impresario (lanista)
prospettava loro; venivano addestrati da doctores o
magistri in scuole (ludi gladiatorii) ed erano divisi in
categorie in base al tipo di armatura o al genere di combattimento.
E possibile distinguere con una certa precisione il retìarius,
privo di elmo e schinieri ma provvisto di rete e tridente; il
thraex, con l'elmo con visiera, le gambe difese da ocrae,
un piccolo scudo rotondo e un pugnale curvo; il murmillus con
spada, lancia e scudo.
Accanto agli scontri individuali tra gladiatori,
facevano parte degli spettacoli, come accennato altrove, anche le
venationes (alcune delle quali inoffensive, consistenti nella
presentazione al pubblico di bestie addomesticate) e le rarissime
naumachie o battaglie navali simulate: queste, che costavano somme
enormi perché impegnavano un gran numero di gladiatori, furono
realizzate in circostanze eccezionali e soltanto raramente in
anfiteatri, la cui arena veniva per l'occasione riempita di acqua.
(Museo Archeologico Nazionale di Napoli)
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