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Eutifrone,
1-12
EUTIFRONE: Cosa è successo di nuovo, Socrate, perché
tu, abbandonate le dispute al Liceo
,
ora ti trattieni qui presso il portico del Re
?
Perché non credo che anche a te capiti di avere una
causa presso il Re come ho io.
SOCRATE: Veramente, Eutifrone, gli Ateniesi non la
chiamano causa
,
ma accusa.
EUTIFRONE: Che dici?
Qualcuno dunque ti ha accusato, a quel che pare; io
certo non riuscirò a convincermi di questo: che tu
accusi un altro.
SOCRATE: Proprio no.
EUTIFRONE: Dunque un
altro accusa te?
SOCRATE: Proprio così
.
EUTIFRONE: Ma chi è
costui?
SOCRATE: Neppure io lo conosco del tutto, o
Eutifrone, questo tizio. Sembra che sia uno giovane
e non molto conosciuto.Lo chiamano, credo, Meleto
,
ed è del demo Pitto
,
se tu hai in mente un tal Meleto Pitteo, che porta i
capelli lunghi, non è ancora del tutto ricoperto
dalla barba, e ha il naso adunco.
EUTIFRONE: Non lo
ricordo proprio, o Socrate, ma quale accusa ti muove
costui?
SOCRATE: Quale?
Davvero non ignobile, almeno a me sembra; che uno,
di così giovane età, abbia una piena conoscenza di
una questione di tale importanza, non è certo cosa
da poco. Costui infatti, come egli stesso asserisce,
conosce in che modo i giovani vengono corrotti e chi
sono i loro corruttori. E può darsi che sia un
saggio: e, resosi conto della mia ignoranza, come di
uno che corrompe i suoi coetanei, si muove per
accusarmi presso la città, come di fronte alla
madre. E mi sembra il solo che dia inizio alle
attività politiche dalla parte giusta. É giusto
infatti, anzitutto, darsi pensiero dei giovani al
fine di renderli i migliori al possibile, come è
naturale che un buon agricoltore si prenda cura
anzitutto delle piante giovani e poi anche delle
altre. E così anche Meleto, forse, tenta di togliere
via noi che corrompiamo, come lui sostiene, i
germogli giovanì . E dopo, è chiaro, si occuperà dei
più vecchi e sarà artefice per la città di
moltissimi e grandissimi benefici, come è verosìmile
che capiti a uno che prende le mosse da un tale
inizio.
EUTIFRONE: Io lo vorrei proprio, o Socrate, ma temo
che accada il contrario: mi sembra infatti che egli
dia inizio a rovinare completamente la città proprio
dal focolare
apprestandosi a muovere un'accusa contro di te. Ma
dimmi: cosa sostiene che tu fai per corrompere i
giovani?
SOCRATE: Cose fuori dall'ordinario, così , almeno, a
sentire lui: sostiene infatti che io sono creatore
di nuovi dèi, mentre non considero nulla gli antichi
,
e mi ha accusato proprio a causa di questi stessi
motivi, come lui sostiene.
EUTIFRONE: Comprendo, Socrate, perché tu dici che
sempre presso di te hai un demone
.
E dunque tì muove questa accusa, che tu vai
introducendo delle novità rispetto agli dèi e così
se ne viene in tribunale per calunniarti, sapendo
bene che tali calunnie sono ben credibili presso la
moltitudine. Anche a me, quando nell'assemblea dico
qualcosa intorno alla divinità e predico loro il
futuro, mi deridono come se fossi pazzo. E dire che
non c'è cosa alcuna fra quante io ho predetto, che
poi non sia risultata vera; ma, ad ogni modo,
portano invidia a tutti noi e a quelli del nostro
stesso stampo. Ma non bisogna poi darsi pensiero per
nulla di essi, ma affrontarli.
SOCRATE: Ma, o caro
Eutifrone, l'essere derisi, forse, è cosa da nulla.
Agli Ateniesi del resto, a mio giudizio, non importa
granché, se pensano che uno sia in gamba, purché non
si atteggi a maestro della sua sapienza; se la
prendono invece con colui che credono voglia rendere
tali anche gli altri, sia per invidia, come tu dici,
sia per qualche altro motivo.
EUTIFRONE: A questo
riguardo, come mai la pensino nei miei confronti, io
non desidero proprio di provarlo.
SOCRATE: Probabilmente perché tu sembri poco incline
a fare dono di te stesso e comunque non hai
desiderio di insegnare la tua sapienza; io invece,
proprio per la mia indole aperta agli altri
,
temo di apparire ad essi di volere dire a ogni uomo
senza riserva tutto quello che ho entro me stesso e
non solo senza alcuna ricompensa, ma anzi rendendomi
lietamente disponibile se qualcuno vuole ascoltarmi
.
Se dunque, cosa che dicevo poco fa, essi volessero
prendersi gioco di me, così come tu dici che fanno
di te, non sarebbe per nulla spiacevole passare un
po' di tempo in tribunale ridendo e scherzando; se
poi invece faranno sul serio, non è ben chiaro dove
tutto questo andrà a parare, eccetto che a voi, gli
indovini.
EUTIFRONE: Ma,
probabilmente, la faccenda non sarà un bel nulla, e
tu, Socrate, affronterai il processo secondo il tuo
intendimento, così , come io, spero, sosterrò anche
il mio.
SOCRATE: E dunque,
Eutifrone, hai qualche causa anche tu? Sei accusato
o accusi?
EUTIFRONE: Accuso.
SOCRATE: E chi?
EUTIFRONE: Uno che ad
accusarlo sembrerà che io sia matto.
SOCRATE: Perché mai? Accusi forse uno che vola
?
EUTIFRONE: Quanto a
volare ci manca proprio molto: egli si trova, ormai,
a essere molto vecchio.
SOCRATE: Ma chi è
costui?
EUTIFRONE: Mio padre.
SOCRATE: Tuo padre, o benedetto amico
?
EUTIFRONE: Proprio
così .
SOCRATE: E quale è
l'imputazione? E di che cosa l'accusi?
EUTIFRONE: Di
omicidio, o Socrate.
SOCRATE: Per Ercole!
Certo, o Eutifrone, i più ignorano come mai una cosa
simile stia in piedi; non penso proprio che il primo
capitato metterebbe in piedi giustamente una causa
simile, ma piuttosto uno, che in fatto di saggezza,
si sia fatto molto avanti.
EUTIFRONE: Piuttosto
avanti, per Zeus, o Socrate!
SOCRATE: è forse uno
dei tuoi parenti, quello che è stato ucciso da tuo
padre, non è vero? Certamente, del resto, non
accuseresti d'omicidio proprio lui per un estraneo.
EUTIFRONE: Ma è ridicolo, Socrate, che tu pensi che
ci sia qualche differenza se l'ucciso è un estraneo
o un familiare; a questo solo si deve badare se chi
ha ucciso lo ha fatto con giustizia, oppure no. E se
ha agito giustamente lasciare perdere, se no,
perseguirlo, anche se l'uccisore è un tuo familiare
e siede alla tua tavola. Perché la contaminazione
avviene lo stesso se tu convivi con questo tale,
essendo consapevole della sua colpa, e non purifichi
te stesso ed anche lui trascinandolo in tribunale.
In questo caso il morto era un mio bracciante
che prestava la sua opera presso di noi quando
lavoravamo la terra in Nasso
.
Un giorno dopo essersi ubriacato si adirò con uno
dei nostri servi e lo uccise. Mio padre, fattegli
legare le mani e i piedi, lo buttò in un pozzo e
mandò qualcuno qua, dall'esegeta
,
a sentire cosa occorreva fare. In tutto questo tempo
mio padre non si dava pensiero di quell'uomo
incatenato, anzi lo trascurava poiché era un
assassino, come se fosse una cosa da nulla se anche
poi moriva: ciò che in realtà accadde. Egli morì
infatti per la fame, il freddo e le catene prima che
fosse tornato il messo da parte dell'esegeta. Ora,
mio padre e gli altri familiari si rammaricano di
questo, che io, per un assassino, accusi di omicidio
mio padre, che poi non ha ucciso, come essi
sostengono; e se poi avesse anche ucciso, dato che
il morto era un assassino, non bisognava affatto
darsi pensiero di un tale soggetto: che poi è cosa
empia, per un figlio accusare il proprio padre dì
omicidio, mal distinguendo, o Socrate, riguardo alle
cose della divinità, che cosa sia il santo e cosa il
non santo
.
SOCRATE: E tu, o Eutifrone, credi proprio di sapere
così esattamente come stanno le cose riguardo le
divinità e cosa sia il santo e cosa il non santo,
tanto da non aver paura, pur stando le cose così
come tu le hai esposte, di non trovarti a compiere
tu stesso qualche cosa empia, accusando tuo padre di
omicidio
?
EUTIFRONE: Ma no, o
Socrate, e certamente nessun utile vi sarebbe da me
e in nulla differirebbe Eutifrone dalla maggior
parte degli uomini, se non mi trovassi a conoscere
proprio bene tutte queste cose.
SOCRATE: Ma allora, o ammirabile Eutifrone, la
scelta migliore per me è il diventare tuo scolaro e
prima ancora della discussione della causa che ho
con Meleto invitarlo a considerare questo stesso
argomento
e dirgli così : che io, già nel passato, facevo gran
conto di conoscere le questioni sulla divinità; ora
invece, siccome egli afferma che riguardo alle cose
divine parlando senza ponderazione e introducendo
delle novità ho commesso delle colpe, sono diventato
tuo scolaro; «E se», gli direi, «o Meleto, tu
ammetti che Eutifrone è profondo su tali argomenti
allora pensa pure che anch'io valuto rettamente e
non intentarmi un processo; in caso contrario il
processo devi intentarlo prima a lui che a me; a lui
come maestro, perché corrompe i vecchi, me e suo
padre; me, in quanto mi impartisce l'istruzione, suo
padre, perché vuole riprenderlo e che sia anche
punito». E se non mi dà ascolto e non mi solleva
dall'accusa o non denuncia te al posto mio, occorre
dire in tribunale queste cose con le quali mi
rivolsi a lui?
EUTIFRONE: Ma per
Zeus, o Socrate, se metterà mano ad accusare me,
troverò bene, io penso, il punto in cui è
vulnerabile e fra noi due in tribunale la questione
si farebbe prima sul conto suo che sul mio.
SOCRATE: Anch'io per
questo, o caro amico, conoscendo queste cose
desidero diventare tuo scolaro, sapendo che anche un
altro qualsiasi quanto questo Meleto non sembra
neppure accorgersi di te, mentre di me si è accorto
così profondamente e alla svelta tanto che mi accusa
di empietà. Ora dimmi dunque, per Zeus, quello che
poco fa sostenevi di conoscere sicuramente: cosa è
mai quello che sostieni è santo e non santo riguardo
l'omicidio e tutte le altre questioni? Il santo
dunque non è identico a se stesso in ogni azione, e
l'empio, a sua volta, non è il contrario di tutto
ciò che è santo, ed esso poi è simile a se stesso e
contiene una sola forma rispetto all'empietà, tutto
ciò che sta per non essere santo?
EUTIFRONE: è
assolutamente così , senza dubbio, o Socrate.
SOCRATE: Ebbene
dunque, dì : cosa sostieni essere il santo e il non
santo?
EUTIFRONE: Affermo dunque che è santo quello che
faccio ora, cioè trascinare in tribunale chi si
rende colpevole o di omicidio o del furto di cose
sacre o commette qualche altro reato simile, anche
se costui è tuo padre, o tua madre o qualunque altro
congiunto
;
mentre è empio non trascinarlo in giudizio. E
osserva bene o Socrate che io ti esporrò una grande
prova, che la legge sta così , non concedere tregua
all'empio, chiunque esso si trovi ad essere; cosa
che dicevo anche ad altri che queste questioni si
risolverebbero rettamente soltanto in questo modo.
Del resto proprio gli uomini si trovano a pensare
che Zeus sia il migliore e il più giusto di tutti
gli dèi, e convengono che abbia legato il proprio
padre perché aveva ingoiato i suoi figli non secondo
giustizia e che quello, a sua volta, abbia mutilato
il suo stesso padre per altre simili ragioni
.
Ora proprio costoro se la prendono contro di me
perché denuncio un padre che ha commesso ingiustizia
e così si contraddicono di per se stessi e riguardo
agli dèi e sul conto mio.
SOCRATE: è così, Eutifrone, questo è il punto per
cui sono accusato, perché quando uno espone sugli
dèi tali dicerie io le ascolto piuttosto mio
malgrado? É proprio per questi motivi, come pare,
che qualcuno dirà che io sono colpevole. Ora, se le
cose sembrano stare così anche a te, che ben sei
profondo in tali questioni, è necessario, come pare,
convenirne anche con noi. Cosa potremmo dire, del
resto, noi che su tali problemi ammettiamo di non
sapere nulla
?
Ma dimmi pure, per Zeus protettore dell'amicizia,
pensi anche tu che queste cose siano avvenute in
tale maniera?
EUTIFRONE: Ma cose ancora più sorprendenti di
queste, o Socrate, che la moltitudine non conosce
.
SOCRATE: E dunque pensi, in realtà, che tra gli dèi
vi sia guerra tra di loro e inimicizie terribili e
scontri e altre questioni di questo genere, come
sono cantate dai poeti e dipinte per noi dai bravi
pittori e di cui, nelle grandi Panatenee, il peplo
adorno di siffatte raffigurazioni viene portato in
cima all'Acropoli
?
Diremo dunque che sono vere queste cose, o
Eutifrone?
EUTIFRONE: Non solo,
o Socrate, ma come ti dicevo poco fa, te ne esporrò
anche molte altre, se vorrai, sulle questioni
divine, e so bene che tu ascoltandole resterai molto
colpito.
SOCRATE: Non me ne
meraviglierei: ma mi esporrai tutto questo un'altra
volta con comodo. Ora invece cerca di dirmi in modo
più chiaro quello che ti chiedevo poco fa. Perché,
amico mio, non m'hai istruito abbastanza quando ti
chiedevo che cos'è mai il santo, ma tu mi hai
risposto che il santo è proprio quello che vai
facendo tu, ora, accusando tuo padre d'omicidio.
EUTIFRONE: E dicevo
la verità o Socrate.
SOCRATE: Può essere;
però, Eutifrone, tu affermi che sono sante molte
altre cose.
EUTIFRONE: è così ,
senza dubbio.
SOCRATE: Tu ricordi
certamente che io non ti chiedevo questo, di
insegnarmi una o due delle molte azioni sante, ma
proprio quell'idea per la quale tutti gli atti sono
santi: dicevi infatti un pressappoco che gli atti
empi sono empi in virtù di una sola idea e i santi
sono santi, o non ricordi?
EUTIFRONE: Io, sì .
SOCRATE: Allora
insegnami dunque questa idea in sé, quale mai è,
affinché mirando ad essa e avvalendomene come
modello, quello che è somigliante fra le azioni che
tu o qualche altro fate io possa dire che è santo,
mentre non abbia la possibilità di dirlo su quello
che somigliante non è.
EUTIFRONE: Se tu vuoi
così , Socrate, ti risponderò così .
SOCRATE: Ebbene,
voglio proprio così .
EUTIFRONE: Ecco
dunque: è santo ciò che è caro agli dèi, e ciò che
non è caro non è santo.
SOCRATE: Benissimo,
Eutifrone. Così come cercavo che tu mi rispondessi,
così mi hai risposto. Se poi in modo conforme al
vero, questo non so ancora. Ma è chiaro che tu
saprai dimostrarmi che è vero quel che tu dici.
EUTIFRONE: Ma
certamente.
SOCRATE: Orsù,
dunque, consideriamo cosa stiamo dicendo: ciò che è
caro agli dèi è santo, mentre ciò che è in odio agli
dèi e l'uomo che è in odio agli dèi non è santo; non
sono del resto la stessa cosa, ma il santo è del
tutto contrario all'empio. Non è così ?
EUTIFRONE: è proprio
così .
SOCRATE: E sembra
essere stato detto bene?
EUTIFRONE: Lo credo
davvero, o Socrate.
SOCRATE: Non è stato
detto anche questo, o Eutifrone, che gli dèi
litigano e ci sono anche discordie tra loro, ed
esiste inimicizia tra di essi, gli uni contro gli
altri?
EUTIFRONE: è stato
detto, sì .
SOCRATE: Ma intorno a
quali cose il dissenso produce inimicizie e ire?
Facciamo attenzione dunque, così . Se facessimo
questione io e tu intorno a un numero, su quale dei
due è più grande, forse che il dissenso potrebbe
renderci nemici ed adirarci l'uno contro l'altro,
oppure, una volta giunti al calcolo intorno a tali
cose, subito ci trarremmo fuori dall'impaccio?
EUTIFRONE: Ma
certamente.
SOCRATE: E se
facciamo questione su ciò che è più grande e ciò che
è più piccolo, una volta giunti alla misurazione,
non cesseremmo subito dalla contesa?
EUTIFRONE: è così .
SOCRATE: E quando
avessimo pesato, come io penso, sapremmo pure
giudicare quale dei due oggetti è più pesante e
quale più leggero?
EUTIFRONE: E come no?
SOCRATE: Su che cosa
dunque, essendo discordi, e a quale giudizio non
potendo giungere noi potremmo essere nemici l'un
l'altro e trovarci in collera? Forse la risposta non
ti è alla mano, ma presta attenzione mentre io
parlo, se sono questi i punti e cioè il giusto e il
non giusto, il bello e il brutto, il buono e il
cattivo. Non sono questi i punti, su cui trovandoci
in discordia e non essendo in grado di raggiungere
un giudizio soddisfacente, noi possiamo diventare
nemici gli uni agli altri, quando lo diventiamo ed
io, e tu, e tutti gli altri uomini?
EUTIFRONE: Ma è
precisamente qui il dissenso, Socrate, su questi
punti.
SOCRATE: Dunque, o
Eutifrone: gli dèi se hanno qualche dissenso, non
l'hanno proprio a causa di queste cose?
EUTIFRONE: Per forza,
è così .
SOCRATE: E dunque tra
gli dèi, o nobile Eutifrone, secondo il tuo
discorso, alcuni stimano alcune cose giuste e belle
e turpi e buone e cattive: ì nfatti non sarebbero in
discordia tra di loro se non dissentissero intorno a
questi motivi. Non è così ?
EUTIFRONE: Dici bene.
SOCRATE: E dunque le
cose che ciascuno di essi stima buone e giuste,
queste le amano veramente, mentre odiano quelle che
ne sono l'esatto contrario?
EUTIFRONE:
Certamente.
SOCRATE: Ma allora,
come tu sostieni, alcuni reputano certe cose giuste,
altri ingiuste; e facendo questione su di queste si
trovano in lite e in guerra tra di loro. Non è così
?
EUTIFRONE: è così .
SOCRATE: Allora
dunque, è evidente ormai, dagli dèi sono odiate ed
amate le stesse cose; e dunque le cose in odio agli
dèi e quelle care sarebbero la stessa cosa.
EUTIFRONE: Pare
proprio così !
SOCRATE: E allora,
Eutifrone, secondo il tuo ragionamento, sarebbero
sante e non sante.
EUTIFRONE: Parrebbe
proprio così .
SOCRATE: Ma tu non
hai risposto, o amico meraviglioso, a quel che ti
chiedevo; io non ti domandavo quello che a un tempo
si trova ad essere santo e non santo; quello che,
pur essendo caro agli dèi è anche in odio ad essi, a
quanto sembra. Tanto, o Eutifrone, quello che vai
compiendo ora, intendendo punire tuo padre, non v'è
alcuna meraviglia, se facendo questo tu compi azione
gradita a Zeus, ma odiosa a Crono e Urano, cara a
Efesto, ma in odio a Era. E se fra gli dèi v'è alcun
altro che su questo punto dissente da qualcun altro,
anche per quelli sarà la stessa cosa.
EUTIFRONE: Ma io
ritengo, o Socrate, che nessuno degli dèi può
dissentire da un altro, sul fatto cioè che non debba
pagare una pena colui che ha ucciso ingiustamente un
altro.
SOCRATE: Cosa dunque,
o Eutifrone? Hai mai sentito finora qualcuno che
dubiti sul fatto che occorre che chi ha ucciso, o ha
compiuto ingiustamente qualunque altra azione, non
debba pagare una pena?
EUTIFRONE: Per la
verità non la finiscono mai di discutere di queste
cose sia altrove che nei tribunali; e quanti ne
hanno combinato di ogni colore dicono e fanno di
tutto per potere sfuggire alle pene.
SOCRATE: Dunque
ammettono, Eutifrone, di aver commesso delle colpe
e, pur riconoscendolo, pretendono di non dover
pagare la pena?
EUTIFRONE: Questo no,
assolutamente.
SOCRATE: Allora essi
non dicono e fanno di tutto; e io penso che questo
non abbiano l'ardire di confessarlo e di discuterlo,
che, se hanno commesso delle colpe, non devono
scontarne le pene; sostengono piuttosto, a mio
parere, di non avere commesso colpe, o no?
EUTIFRONE: Tu dici il
vero.
SOCRATE: Non è questa
dunque la questione su cui dibattono, che colui che
ha commesso delle colpe non debba pagarne lo scotto.
Discutono invece su questo punto: chi è che commette
colpa, cosa fa e quando.
EUTIFRONE: Tu dici il
vero.
SOCRATE: E dunque non
è la stessa cosa che provano anche gli dèi, se
litigano sulle azioni giuste e ingiuste, secondo il
tuo discorso, e alcuni sostengono che gli uni hanno
commesso ingiustizia e gli altri no? Perché è questo
il punto, o mio caro, sul quale nessuno degli dèi e
degli uomini osa affermare che non deve pagare una
pena chi ha commesso una colpa.
EUTIFRONE: Sì , o
Socrate, in sostanza è vero quello che tu dici.
SOCRATE: Ma è su
ciascuna delle azioni compiute che disputano quelli
che disputano, sia uomini che dèi, se pure gli dèi
discutono; e proprio perché sono in contraddizione
su qualche azione gli uni affermano che è stata
compiuta giustamente, gli altri no. Non sta forse
così ?
EUTIFRONE: Proprio
così .
SOCRATE: Orsù dunque,
caro Eutifrone, insegna anche a me perché io divenga
più sapiente: quale è per te la prova che tutti gli
dèi ritengano che sia morto ingiustamente colui che,
lavorando a giornata, divenuto assassino, messo in
catene dal padrone dell'ucciso, prevenga morendo a
sua volta per le catene, prima che chi lo ha messo
in ceppi venga a sapere da parte degli esegeti cosa
occorre fare, e se è giusto che, per un tale
soggetto, il figlio intenti un processo e accusi di
omicidio il proprio padre? Suvvia, tenta di
dimostrare a me qualcosa di chiaro su tali
questioni, cioè che tutti gli dèi, più di ogni altra
cosa, stimano che sia giusta questa iniziativa. E se
riuscirai a dimostrarmelo a sufficienza, io non
cesserò mai di lodarti per la tua saggezza.
EUTIFRONE:
Probabilmente, o Socrate, non è cosa da poco, per
quanto io potrei dimostrartelo in modo chiaro e
limpido.
SOCRATE: Capisco bene
di sembrare a te più tardo a capire dei tuoi
giudici, perché ad essi tu dimostrerai chiaramente
che questa faccenda è ingiusta e che gli dèi tutti
la odiano senza eccezione.
EUTIFRONE: Certo e
anche chiaramente, o Socrate, purché essi mi
ascoltino mentre parlo.
SOCRATE: Ti
ascolteranno di sicuro, purché sembri che tu parli
bene. Poi, mentre tu parlavi, mi è venuta in mente
una cosa e vado rimuginando entro me stesso: «Se
Eutifrone riuscirà a dimostrarmi che tutti gli dèi
ritengono ingiusta questa morte, cosa avrò appreso
in più da Eutifrone su cosa mai è il santo e il non
santo?». Sarà pure odiosa agli dèi questa azione,
come pare, ma non per questo apparvero ben definiti
poco fa il santo e il suo contrario, giacché è
apparso che quel che è in odio è pure caro ad essi;
tanto che io ti lascio libero su questo punto, o
Eutifrone, se a te pare, stimino pure ingiusta
questa azione tutti gli dèi e la odino tutti. Ma
allora, nel nostro discorso, correggiamo questo
punto: cioè che è empio tutto ciò che è in odio agli
dèi, è santo quello che loro amano. Ma quello che
alcuni amano ed altri odiano, non è né l'una né
l'altra cosa, oppure è ambedue le cose insieme.
EUTIFRONE: E cosa ce
lo impedisce, o Socrate?
SOCRATE: Nulla,
almeno per quel che mi riguarda, o Eutifrone; ma
vedi un po' tu il fatto tuo, se, ammettendo questo,
potrai dimostrare a me quello che promettevi.
EUTIFRONE: Ma io
direi che questo è il santo, quello che riesce caro
a tutti gli dèi; e il contrario invece, quello che
tutti gli dèi odiano, è il non santo.
SOCRATE: Orbene,
Eutifrone, dobbiamo riconsiderare se è detto bene
questo, o vogliamo lasciare correre. E senz'altro
l'accettiamo noi stessi e anche gli altri, solo che
qualcuno dica che qualcosa sta così , convenendo che
sta proprio così ? O dobbiamo esaminare bene cosa
dice colui che parla?
EUTIFRONE: Dobbiamo
esaminare bene; anche se io credo che questo, ora,
sia detto proprio bene.
SOCRATE: Lo sapremo
meglio alla svelta, mio buon amico. Considera dunque
questo fatto: il santo, proprio perché è santo, è
amato dagli dèi, oppure è santo perché è amato da
essi?
EUTIFRONE: Non so
cosa vuoi dire, o Socrate.
SOCRATE: Ma io
tenterò di dirlo più chiaramente. A proposito di una
cosa noi diciamo che è portata e porta, che è
condotta e conduce, che è vista e vede. E tu
comprendi bene che tutte queste cose sono diverse le
une dalle altre e in che cosa sono diverse?
EUTIFRONE: A me pare
proprio di capire.
SOCRATE: E dunque
anche la cosa amata non è forse diversa dall'altra
che ama?
EUTIFRONE: Come no?
SOCRATE: Ora
rispondi: la cosa portata è portata perché si porta
o per qualche altra causa?
EUTIFRONE: No;
proprio per questo.
SOCRATE: E allo
stesso modo la cosa condotta perché viene condotta e
la cosa vista, perché viene vista?
EUTIFRONE:
Certamente.
SOCRATE: Dunque una
cosa non perché è veduta, per questo si vede, ma al
contrario, perché si vede per questo è veduta, e
neppure perché è condotta si conduce, ma perché si
conduce proprio per questo è condotta, né perché è
portata, si porta, ma proprio perché si porta è
portata. É chiaro, ormai, Eutifrone, quello che
voglio dire? Voglio dire questo: che se avviene una
cosa o subisce un qualche fenomeno, non perché è
avvenuta essa avviene, ma poiché avviene è avvenuta.
E non patisce perché è paziente, ma perché è
paziente patisce. O non sei d'accordo così ?
EUTIFRONE: Io sì .
SOCRATE: Dunque anche
l'amato non è cosa che è avvenuta e che subisce
alcun ché da un'altra cosa?
EUTIFRONE: Ma certo.
SOCRATE: E allora
anche questo sta così come ai punti precedenti: che
non perché è amata una cosa viene amata da coloro
che l'amano, ma proprio perché si ama, viene amata?
EUTIFRONE: Per forza!
SOCRATE: Ma intorno
al santo allora cosa vogliamo dire, o Eutifrone? Non
viene amato, secondo il tuo discorso, da tutti gli
dèi?
EUTIFRONE: Certo.
SOCRATE: Dunque è
amato per questo, perché è santo, o per qualche
altra ragione?
EUTIFRONE: No, ma per
questo.
SOCRATE: Dunque
perché è santo viene amato, e non perché viene amato
è santo?
EUTIFRONE: Pare così
.
SOCRATE: Ma perché è
amato dagli dèi è amato ed è anche caro agli dèi?
EUTIFRONE: Come no?
SOCRATE: Dunque non è
santo ciò che è caro agli dèi, o Eutifrone, e
neppure è santo ciò che è caro agli dèi, come tu
dici, ma questo è tutt'altra cosa da questo.
EUTIFRONE: Come dici,
o Socrate?
SOCRATE: Perché
abbiamo concordato che il santo perché si ama è
santo, ma non perché è santo in quanto si ama. Non è
così ?
EUTIFRONE: Sì .
II Liceo ad Atene era un luogo consacrato ad
Apollo Liceo posto fuori della cerchia delle
mura e adibito prevalentemente a ginnasio e
dunque agli esercizi fisici, ma data la
presenza in esso di viali, giardini e
bagni, costituiva anche un punto di ritrovo
e conversazione dei cittadini. I Sofisti
avevano dimostrato di privilegiarlo nello
svolgimento del loro magistero, e lo stesso
Socrate, assieme ai suoi amici e discepoli,
ne era un assiduo frequentatore. Com'è noto,
più tardi Aristotele fonderà la sua scuola
filosofica proprio nel Liceo. Altri rinomati
ginnasi di Atene erano l'Accademia e il
Cinosarge, destinati a divenire sedi della
scuola platonica e di quella cinica
Ad Atene
l'Arconte-re, o secondo arconte, presiedeva
alle pratiche dei culti pubblici e alle
udienze preliminari dei processi religiosi.
Era detto "re" (basileus) perché
esercitava quelle funzioni religiose e
giurisdizionali che nella vecchia polis
erano state prerogativa degli antichi
re. Tra le sue competenze rientravano le
accuse di empietà, ma anche i casi di
omicidio, poiché un uomo ritenuto colpevole
di tale delitto doveva essere tenuto
lontano dai luoghi sacri e purificato.
Residenza ufficiale del-
l'Arconte-re era un edificio con il portico
(stoà) a cui accenna Eutifrone (cfr.
per maggiori dettagli R.E. Allen,
Platonist Euthyphro and thè Ear-lier Theory
ofForm, London 1970, p. 15). Come ha
sottolineato efficacemente il Klonoski, il
fatto che l'azione drammatica
dell'Eutifrone si immagini rappresentata
dinanzi al portico dell'Arconte-re, vicino
al recinto di Dioniso, cioè «nel cuore e
nell'anima delle credenze religiose popolari
ateniesi», assume un valore quanto mai
emblematico in relazione al problema
centrale del dialogo, la definizione del
concetto di "santità" (cfr. R.J. Klonoski,
The portico of thè Archon Basileus.
On thè significance of teè setting of
Plato's Euthyphro,
«The Classica!
Journal», LXXXI, 1986, p. 131).
dike: «Questo è un termine comune che
si riferisce ad un'udienza davanti a un
tribunale ateniese. Vi erano due tipi di
dikai: dike idìa e dike demosìa
(che veniva chiamata anche graphé)',
una dike idìa era una causa civile
che si occupava di un torto privato. In una
graphé, o pubblica imputazione, il
processo era intentato per un danno fatto
allo stato. Sebbene lo stato fosse
considerato come parte lesa nel caso di una
graphé, era un privato cittadino che
soleva presentarla» (I. Walker, op. cit.,
p. 41).
Disponiamo di scarse e frammentarie notizie
storiche intorno alla figura di Meleto, che
assieme ad Anito e Licone fu il principale
accusatore di Socrate, colui che depositò
materialmente l'accusa presso le autorità.
Platone si limita a presentarlo come un
poeta (Apologià, 23e 5), ma non pare
sia da identificarsi, come invece si è
creduto in passato, con il poeta tragico
Meleto menzionato da Aristofane nelle
Rane (un’analisi
particolareggiata della questione in J.
Burnet, op. cit., pp. 9-11]
La riforma
di Clistene aveva suddiviso l'Attica in
demoi. Il demo di Pittos
apparteneva alla tribù Cecropide, posta
probabilmente a nord-est di Atene (cfr. I.
Walker, op. cit., p. 44).
estia; Estia era la divinità del
focolare domestico e quindi,
analogicamente, il luogo sacro per
eccellenza ed il fulcro stesso della
polis (cfr. Esiodo, Teogonia,
454; Inno omerico ad Afrodite, 22
sgg.; Pindaro, Nemee, XI, 1 sgg.)-
Platone svolge un'analisi etimologica del
termine "Estia" in Cratilo, 41d 1
sgg.
Sull'accusa rivolta a Socrate di essere un
"creatore" di nuovi dèi cfr. Apologià,
24b-c; si veda inoltre Senofonte,
Memorabili, I, 1,4; IV, 8, 1.
II dèmone, o con maggior esattezza il "segno
demonico" (daimonion semeion), si
manifesta nell'esperienza filosofica
socratica come una voce" interiore che
anziché suggerire una regola morale di
comportamento sanziona piuttosto il divieto
a compiere una determinata azione e del
quale Socrate stesso non sa rendere ragione,
ma che interpreta alla stregua di un
avvertimento o comando di origine divina a
cui si sente eticamente vincolato. Sul
dèmone socratico si vedano soprattutto
Apologia. 31d, Fe dro, 242 b-c;
Eutidemo, 272e; Teeteto, 151a;
Repubblica, VI, 49
philanthropìa; o "socievolezza". Nel
Simposio si parla di Amore come del
«Dio più amico (philanthropòtatos)
dell'uomo» (189d 1).
Socrate richiama qui il valore della propria
missione filosofica e ribadisce la sua
polemica contro i Sofisti i quali, com'è
noto, esigevano un compenso per i loro
insegnamenti (cfr. Apologià, 19d,
31b; Protogora, 31 la; Repubblica, I,
337d, 344e).
Intraducibile gioco di parole fondato sul
duplice significati di diòko che in
greco vuoi dire "accuso" ma anche "inseguo".
Nel diritto ateniese era ammesso che il
figlio potesse intentare accusa di omicidio
al proprio padre, tuttavia un simile atto
contrastava con il comune sentimento morale;
comprensibile dunque lo stupore di Socrate
(cfr. in merito J. Burnet, op. cit.,
p. 21).
Per i Greci l'omicidio era considerato
un'offesa religiosa che comportava una
contaminazione (miasma) estesa anche
alla famiglia dell'uccisore. Platone torna
a trattare del tema, analizzandolo nella sua
valenza giuridica, in Leggi, IX,
866b.. Sulla contaminazione nel
pensiero greco si vedano le ormai classiche
osservazioni di E.R. Dodds, / Greci e
l'Irrazionale, trad. it., Firenze 1959,
pp. 47-51. Per un approfondimento del
concetto cfr. R. Parker, Miasma,
Pollution and Purification in early Greek
religion, Oxford 1983, pp. 104-143.
pelàtes, cioè un uomo libero che
lavorava a giornata. Si noti che il termine
è usato da Plutarco per rendere la parola
latina cliens (cfr. Plutarco,
Romulus, 13 sgg.).
La più grande e la più fertile delle isole
Cicladi, nell'arco di tempo compreso tra il
453 e il 405 a.C. era stata cleruchia
ateniese, cioè una colonia in cui gli
abitanti conservavano la cittadinanza di
origine e rimanevano dunque sempre soggetti
alle leggi della madrepatria. Sembrerebbe
palesarsi qui una discrepanza temporale,
poiché il caso occorso al padre di Eutifrone
si intende avvenuto immediatamente prima
della data in cui si svolge il dialogo
(399), ben oltre dunque il mantenimento
della cleruchia di Atene su Nasso. Il
Burnet ha cercato egregiamente di risolvere
il problema, mettendo in evidenza come il
riordinamento legislativo ateniese
successivo alla restaurazione democratica,
affidato ad una commissione di esperti, sia
terminato solo verso il 401-400; nel
frattempo si sarebbe mantenuto in via
temporanea il vecchio statuto giuridico,
rendendo così storicamente attendibile la
vicenda narrata da Eutifrone (cfr. Bernet,
op. cit., pp. 25-26).
Interpreti ufficiali delle leggi sacre gli
esègeti avevano il compito di esprimere
pareri in merito alle controversie
riguardanti il diritto non scritto.
Per una dettagliata analisi dei significati
etimologici del termine osion si veda
K. J. Dover, La morale popolare greca ali
'epoca di Piatone e di Aristotele, trad.
it., Brescia 1983, p. 411 sgg. .Sulla
difficoltà di distinguerlo da eusebes
(qui tradotto con "pio") cfr. Walker,
op. cit., p. 74.
«II problema della punizione dei parenti era
evidentemente un problema molto discusso
nei circoli sofistici, come mostrano
Senofonte (Memorabili, I, 2,
49 ss.; Ciropedia, 3, 1, 17) e
Aristofane (N sgg.; 1405 sgg.)» (M.
Erler, op. cit., p. 247, n. 4).
Nel diritto attico era ammessa la "proposta
di compromesso” (pròklesis) con la
quale, anziché procedere ad un regolare
dibattiti rio, una delle parti si impegnava
a risolvere la causa mediante un accordo
preventivo. La pròklesis doveva
essere formulata per iscritto e qualora
accettata dalla controparte portava alla
definitiva risoluzione della controversia
dinanzi al collegio dei giudici. Cfr. Lisia,
4. 15; Retorica, 1,1377a 20.
La denuncia di Eutifrone, annota il
Pagliaro, «è ispirata alle linee della più
arcaica tradizione etica, secondo la quale
le azioni umane erano giudicate non tanto
dalle intenzioni, quanto dai risultati; il
male, comunque fatto, era ritenuto un
miasma in grado di appestare la famiglia e
la città tutta» (op. cit., p. 378).
Crono divorò i figli avuti da Rea perché gli
era stato predetto che uno di essi lo
avrebbe detronizzato. Rea però riuscì a
salvare Zeus, che poi incatenò il padre
togliendogli il dominio del mondo. Crono a
sua volta, per suggerimento della madre Gea,
aveva mutilato il padre Urano perchè questi
aveva segregato nel Tartaro lui e i suoi
fratelli.
Socrate allude qui al suo non-sapere, cioè a
quel particolarissimo atteggiamento del
filosofo che si pone nella condizione di non
accogliere in via preliminare nessuna delle
presunte certezze degli interlocutori, non
solo teoretiche ma anche etiche e religiose
(cfr. Apologia, 23a-b). Esso
costituisce quindi la premessa necessaria ed
ineliminabile di un logos che
assumendo la "definizione" (il ti esti)
quale punto di partenza sia in grado di
esaminare e approfondire, attraverso un
procedimento dialettico, i contenuti di
pensiero, mirando così a ripristinare il
significato reale e originario del concetto
di volta in volta esaminato.
II Burnet deduce da questa allusione ad un
insegnamento religioso a carattere esoterico
un'altra chiara indicazione
dell'appartenenza di Eutifrone ad una setta
orfica (op. cit., p. 35).
Le
"grandi" Panatenèe, da distinguere dalle
annuali “piccole” Panatenèe, erano
celebrazioni in onore di Atena Poliàs
("protettrice della città") che si tenevano
ogni quattro anni nel mese di Ecatombeone
(tra luglio e agosto). Nel quarto ed ultimo
giorno delle festività, quale dono votivo
degli Ateniesi, veniva portato in
processione sull'Acropoli, dispiegato su un
carro e in forma di vela perché tutti
potessero vederlo, un peplo ricamato delle
mitiche imprese di Atena - come la vittoria
su Encelado e la battaglia degli dèi e dei
giganti - con il quale si adornava il
simulacro della dea, in legno di ulivo,
custodito nell'Eretteo.
CALLINO
1.
Fino a quando
sarete oziosi? Quando avrete un animo forte,
o giovani? Non
provate vergogna, così neghittosi,
dei vostri
vicini? Stare seduti in tempo di pace
voi sembrate,
ma la guerra possiede l'intero paese.
* * *
Mentre muore,
ognuno per l'ultima volta scagli la lancia.
È cosa
onorevole e splendida per l'uomo combattere
contro i
nemici, difendendo la terra, i figli e la
moglie
legittima;
allora la morte verrà, quando le Parche
l'abbian
filata. Brandendo in alto la lancia,
avanzi ognuno
diritto, e sotto lo scudo raccolga
il suo cuore
valoroso, non appena s'accenda la mischia.
Che un uomo
sfugga alla morte non è concesso dal fato,
neppure se è
prole di antenati immortali.
Spesso, chi
fugge la lotta e lo strepito dei dardi
ritorna, e in
casa lo coglie destino di morte.
Ma costui non
è caro al popolo né desiderabile mai;
l'altro, umili
e potenti lo piangono se qualcosa gli
accade.
Tutto il
popolo ha rimpianto dell'uomo valoroso
quando muore,
ma se vive è degno dei semidèi;
nei loro occhi
lo vedono quasi fosse una torre:
da solo egli
compie imprese degne di molti.
TIRTEO
1.
Per un uomo
valoroso è bello cadere morto
combattendo in
prima fila per la patria;
abbandonare la
propria città e i fertili campi
e vagare
mendico, è di tutte la sorte più misera,
con la madre
errando e con il vecchio padre,
con i figli
piccoli e la moglie.
Sarà odioso
alla gente presso cui giunge,
cedendo al
bisogno e alla detestata povertà:
disonora la
stirpe, smentisce il florido aspetto;
disprezzo e
sventura lo seguono.
Se, così,
dell'uomo randagio non vi è cura,
né rispetto,
neppure in futuro per la sua stirpe,
con coraggio
per questa terra combattiamo, e per i figli
andiamo a
morire, senza più risparmiare la vita.
2.
Al nostro re
Teopompo, caro agli dèi,
per merito del
quale conquistammo Messene, dalle ampie
contrade
* * *
Messene,
luogo bello per arare, bello per piantare
* * *
intorno ad
essa combatterono per diciannove anni,
sempre, senza
interruzione, con animo coraggioso,
i guerrieri,
padri dei nostri padri.
E nel
ventesimo anno, lasciati i pingui campi,
quelli
fuggivano dalle alte cime dell'Itome.
MIMNERMO
1.
Che vita mai,
che gioia senza Afrodite d'oro?
Ch'io sia
morto quando più non mi stiano a cuore
l'amore
segreto, i dolci doni e il letto:
questi sono i
fiori della giovinezza, desiderabili
per gli uomini
e le donne. Quando poi dolorosa sopravviene
la vecchiaia,
che rende l'uomo turpe e cattivo,
sempre
nell'animo lo corrodono tristi pensieri;
e di vedere i
raggi del sole non gioisce,
ma è odioso ai
ragazzi e in dispregio alle donne:
così penosa
fece il dio la vecchiaia.
2.
Come le foglie
che fa germogliare la stagione di primavera
ricca di
fiori, appena cominciano a crescere ai raggi
del sole,
noi, simili ad
esse, per un tempo brevissimo godiamo
i fiori della
giovinezza, né il bene né il male conoscendo
dagli dèi.
Oscure sono già vicine le Kere,
l'una avendo
il termine della penosa vecchiaia,
l'altra della
morte. Breve vita ha il frutto
della
giovinezza, come la luce del sole che si
irradia sulla terra.
E quando
questa stagione è trascorsa,
subito allora
è meglio la morte che vivere.
Molti mali
giungono nell'animo: a volte, il patrimonio
si consuma, e
seguono i dolorosi effetti della povertà;
sente un altro
la mancanza di figli,
e con questo
rimpianto scende all'Ade sotterra;
un altro ha
una malattia che spezza l'animo. Non v'è
un uomo al
quale Zeus non dia molti mali.
3.
Un male senza
fine donò Zeus a Titono,
la vecchiaia,
più agghiacciante anche della morte penosa.
* * *
Ma come un
sogno breve è la giovinezza
preziosa:
presto, incombe sul capo
la tormentosa
e deforme vecchiaia,
nemica,
spregevole, che non fa più riconoscere
l'uomo:
danneggia gli
occhi e la mente avviluppandoli.
4.
Ebbe in sorte
il Sole una fatica tutti i giorni,
e non c'è mai
riposo
per i cavalli
e per lui, poi che l'Aurora dita di rosa
lascia
l'Oceano e sale su nel cielo.
il concavo
letto, molto desiderato, opera
delle mani
d'Efesto, di oro prezioso, alato,
velocemente,
sfiorando le onde, trasporta sul mare
lui, che
dorme, dalla regione delle Esperidi
alla terra
degli Etiopi, dove il carro veloce e i
cavalli
attendono,
finché giunga l'Aurora mattutina.
Qui, monta sul
suo carro il figlio di Iperione.
SOLONE
1.
Splendenti
figlie di Mnemosine e di Zeus Olimpio,
Muse Pieridi,
la mia preghiera ascoltate.
Concedete che
io abbia prosperità dagli dèi beati,
e da tutti gli
uomini grande fama per sempre.
Sia io dolce
agli amici e aspro ai nemici;
per gli uni
degno di onore, per gli altri tremendo a
vedersi.
Desidero avere
ricchezze, ma possederle ingiustamente
non voglio:
sempre, in seguito, giunge Giustizia.
La ricchezza,
che danno gli dèi, rimane all'uomo
salda, dalla
sua più profonda radice fino alla cima;
la ricchezza,
che gli uomini cercano con prepotenza,
non viene
secondo ordine ma, obbedendo ad azioni
ingiuste,
segue
controvoglia, e subito a lei si mescola
Rovina;
da poca cosa
ha inizio, come avviene per il fuoco:
debole è il
principio, ma funesta la fine.
Tra i mortali
non durano le opere della prepotenza.
Il compimento
di tutte le cose Zeus sorveglia e,
all'improvviso
- come spazza
subito le nuvole il vento
di primavera
che, rimosso il fondo del mare sterile,
dalle molte
onde, sulla terra che produce frumento
distrugge i
bei lavori dei campi, e giunge poi al cielo,
l'inaccessibile
sede degli
dèi, e fa di nuovo vedere il sereno;
limpida
rifulge allora la forza del sole sulla
pingue
terra, e
nessuna nube si può più vedere -;
così è la
punizione di Zeus, ma non in ciascuna
occasione,
come fa un
mortale pronto alla collera.
Mai gli sfugge
chi ha un cuore
malvagio, ma
sempre alla fine si disvela.
Chi paga
subito, chi dopo. Scampino pure alcuni
e non li colga
il fato divino che sopraggiunge;
esso viene
ugualmente dopo. Paga chi è senza colpa:
o i figli, o
la stirpe in futuro.
2.
Io stesso
venni araldo dalla bella Salamina,
invece di un
discorso, avendo composto una poesia,
universo di parole.
* * *
Fossi io di
Sicino o di Folegandro,
invece che
Ateniese, scambiata la patria!
Tra gli uomini
presto correrà questa fama:
«È un Attico
costui, di quelli che abbandonarono
Salamina».
* * *
Andiamo a
Salamina, a combattere per la bella
isola, e a
scrollarci di dosso la vergogna pesante.
3.
Mai, per
decreto di Zeus o per volere degli dèi
beati,
immortali, la
nostra città cadrà in rovina:
una tale
custode, magnanima, dal padre possente,
Pallade Atena,
tiene le mani dall'alto su essa.
I cittadini,
con le loro stoltezze, vogliono distruggere,
proprio loro,
la grande città, corrotti dal denaro.
Ingiusta è la
mente dei capi del popolo, cui incombe
patire molti
dolori per grande tracotanza.
Essi non sanno
contenere l'insolenza, né attendere
alle gioie
presenti, nella pace del banchetto.
* * *
si
arricchiscono cedendo ad azioni ingiuste
* * *
non
risparmiando proprietà sacre né pubbliche,
rubano e
rapinano, chi da una parte chi da un'altra.
Non curano i
sacri fondamenti di Giustizia
che,
silenziosa, conosce ciò che avviene e che
avvenne
e, col tempo,
arriva per punire.
Questa piaga,
cui non si può sfuggire, pervade tutta la
città;
ed essa cade
presto nell'odiosa servitù,
che desta la
rivolta civile e la guerra assopita,
fonte di
rovina per l'amabile gioventù di molti.
A causa dei
nemici, la città molto amata
si consuma in
riunioni care agli ingiusti.
Questi mali
fra il popolo si aggirano; dei poveri
molti giungono
nei paesi stranieri,
venduti e
legati a turpi catene.
* * *
Così, il male
pubblico raggiunge in casa ciascuno;
e la porta del
cortile non riesce a trattenerlo:
oltre l'alto
muro salta, e ti stana comunque,
anche se ti
sei rifugiato nella parte più interna della
casa.
Questi
insegnamenti l'animo mi spinge a dare agli
Ateniesi:
Cattivo
Governo genera molti mali alla città;
Buon Governo
ogni cosa fa vedere corretta e in ordine.
Spesso,
attorno agli ingiusti getta ceppi:
leviga le
asperità, fa cessare l'alterigia, oscura la
tracotanza;
dissecca i
germogli nascenti della sventura;
le storte
sentenze raddrizza, mitiga
le azioni
superbe; interrompe le opere della
discordia;
pone fine al
rancore della funesta contesa. Sotto di
esso,
tutto è per
gli uomini ordinato e assennato.
4.
Se risparmiai la patria,
se alla
tirannide non volsi l'animo né all'amara
violenza,
macchiando e
disonorando la mia fama,
non mi
vergogno: così, credo, sarò superiore
a tutti gli
uomini.
* * *
«Non è Solone
uomo di mente acuta, né di sagge decisioni:
grandi beni il
dio gli offriva, ma lui non li accettò.
Circondò la
preda ma poi, stupito, non tirò a sé la
grande
rete,
mancandogli il coraggio e insieme il senno.
Io, preso il
potere e arraffata una grande ricchezza,
avrei voluto
un giorno solo esser tiranno di Atene,
e poi che mi
scuoiassero per fare un otre, e la mia
stirpe fosse distrutta».
TEOGNIDE
1.
O Cirno, da me
poeta sia posto un sigillo
a questi
versi; e mai saranno di nascosto rubati,
ed essendovi
del buono, nessuno li muterà in peggio.
Ognuno dirà:
«Di Teognide il Megarese
son questi
versi, famoso presso tutti |