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Eutifrone, 1-12

EUTIFRONE: Cosa è successo di nuovo, Socrate, perché tu, abbandonate le dispute al Liceo [1], ora ti trattieni qui presso il portico del Re [2]? Perché non credo che anche a te capiti di avere una causa presso il Re come ho io.

SOCRATE: Veramente, Eutifrone, gli Ateniesi non la chiamano causa [3], ma accusa.

EUTIFRONE: Che dici? Qualcuno dunque ti ha accusato, a quel che pare; io certo non riuscirò a convincermi di questo: che tu accusi un altro.

SOCRATE: Proprio no.

EUTIFRONE: Dunque un altro accusa te?

SOCRATE: Proprio così .

EUTIFRONE: Ma chi è costui?

SOCRATE: Neppure io lo conosco del tutto, o Eutifrone, questo tizio. Sembra che sia uno giovane e non molto conosciuto.Lo chiamano, credo, Meleto [4], ed è del demo Pitto [5], se tu hai in mente un tal Meleto Pitteo, che porta i capelli lunghi, non è ancora del tutto ricoperto dalla barba, e ha il naso adunco.

EUTIFRONE: Non lo ricordo proprio, o Socrate, ma quale accusa ti muove costui?

SOCRATE: Quale? Davvero non ignobile, almeno a me sembra; che uno, di così giovane età, abbia una piena conoscenza di una questione di tale importanza, non è certo cosa da poco. Costui infatti, come egli stesso asserisce, conosce in che modo i giovani vengono corrotti e chi sono i loro corruttori. E può darsi che sia un saggio: e, resosi conto della mia ignoranza, come di uno che corrompe i suoi coetanei, si muove per accusarmi presso la città, come di fronte alla madre. E mi sembra il solo che dia inizio alle attività politiche dalla parte giusta. É giusto infatti, anzitutto, darsi pensiero dei giovani al fine di renderli i migliori al possibile, come è naturale che un buon agricoltore si prenda cura anzitutto delle piante giovani e poi anche delle altre. E così anche Meleto, forse, tenta di togliere via noi che corrompiamo, come lui sostiene, i germogli giovanì . E dopo, è chiaro, si occuperà dei più vecchi e sarà artefice per la città di moltissimi e grandissimi benefici, come è verosìmile che capiti a uno che prende le mosse da un tale inizio.

EUTIFRONE: Io lo vorrei proprio, o Socrate, ma temo che accada il contrario: mi sembra infatti che egli dia inizio a rovinare completamente la città proprio dal focolare [6] apprestandosi a muovere un'accusa contro di te. Ma dimmi: cosa sostiene che tu fai per corrompere i giovani?

SOCRATE: Cose fuori dall'ordinario, così , almeno, a sentire lui: sostiene infatti che io sono creatore di nuovi dèi, mentre non considero nulla gli antichi [7], e mi ha accusato proprio a causa di questi stessi motivi, come lui sostiene.

EUTIFRONE: Comprendo, Socrate, perché tu dici che sempre presso di te hai un demone [8]. E dunque tì muove questa accusa, che tu vai introducendo delle novità rispetto agli dèi e così se ne viene in tribunale per calunniarti, sapendo bene che tali calunnie sono ben credibili presso la moltitudine. Anche a me, quando nell'assemblea dico qualcosa intorno alla divinità e predico loro il futuro, mi deridono come se fossi pazzo. E dire che non c'è cosa alcuna fra quante io ho predetto, che poi non sia risultata vera; ma, ad ogni modo, portano invidia a tutti noi e a quelli del nostro stesso stampo. Ma non bisogna poi darsi pensiero per nulla di essi, ma affrontarli.

SOCRATE: Ma, o caro Eutifrone, l'essere derisi, forse, è cosa da nulla. Agli Ateniesi del resto, a mio giudizio, non importa granché, se pensano che uno sia in gamba, purché non si atteggi a maestro della sua sapienza; se la prendono invece con colui che credono voglia rendere tali anche gli altri, sia per invidia, come tu dici, sia per qualche altro motivo.

EUTIFRONE: A questo riguardo, come mai la pensino nei miei confronti, io non desidero proprio di provarlo.

SOCRATE: Probabilmente perché tu sembri poco incline a fare dono di te stesso e comunque non hai desiderio di insegnare la tua sapienza; io invece, proprio per la mia indole aperta agli altri [9], temo di apparire ad essi di volere dire a ogni uomo senza riserva tutto quello che ho entro me stesso e non solo senza alcuna ricompensa, ma anzi rendendomi lietamente disponibile se qualcuno vuole ascoltarmi [10]. Se dunque, cosa che dicevo poco fa, essi volessero prendersi gioco di me, così come tu dici che fanno di te, non sarebbe per nulla spiacevole passare un po' di tempo in tribunale ridendo e scherzando; se poi invece faranno sul serio, non è ben chiaro dove tutto questo andrà a parare, eccetto che a voi, gli indovini.

EUTIFRONE: Ma, probabilmente, la faccenda non sarà un bel nulla, e tu, Socrate, affronterai il processo secondo il tuo intendimento, così , come io, spero, sosterrò anche il mio.

SOCRATE: E dunque, Eutifrone, hai qualche causa anche tu? Sei accusato o accusi?

EUTIFRONE: Accuso.

SOCRATE: E chi?

EUTIFRONE: Uno che ad accusarlo sembrerà che io sia matto.

SOCRATE: Perché mai? Accusi forse uno che vola [11]?

EUTIFRONE: Quanto a volare ci manca proprio molto: egli si trova, ormai, a essere molto vecchio.

SOCRATE: Ma chi è costui?

EUTIFRONE: Mio padre.

SOCRATE: Tuo padre, o benedetto amico [12]?

EUTIFRONE: Proprio così .

SOCRATE: E quale è l'imputazione? E di che cosa l'accusi?

EUTIFRONE: Di omicidio, o Socrate.

SOCRATE: Per Ercole! Certo, o Eutifrone, i più ignorano come mai una cosa simile stia in piedi; non penso proprio che il primo capitato metterebbe in piedi giustamente una causa simile, ma piuttosto uno, che in fatto di saggezza, si sia fatto molto avanti.

EUTIFRONE: Piuttosto avanti, per Zeus, o Socrate!

SOCRATE: è forse uno dei tuoi parenti, quello che è stato ucciso da tuo padre, non è vero? Certamente, del resto, non accuseresti d'omicidio proprio lui per un estraneo.

EUTIFRONE: Ma è ridicolo, Socrate, che tu pensi che ci sia qualche differenza se l'ucciso è un estraneo o un familiare; a questo solo si deve badare se chi ha ucciso lo ha fatto con giustizia, oppure no. E se ha agito giustamente lasciare perdere, se no, perseguirlo, anche se l'uccisore è un tuo familiare e siede alla tua tavola. Perché la contaminazione [13] avviene lo stesso se tu convivi con questo tale, essendo consapevole della sua colpa, e non purifichi te stesso ed anche lui trascinandolo in tribunale. In questo caso il morto era un mio bracciante [14] che prestava la sua opera presso di noi quando lavoravamo la terra in Nasso [15]. Un giorno dopo essersi ubriacato si adirò con uno dei nostri servi e lo uccise. Mio padre, fattegli legare le mani e i piedi, lo buttò in un pozzo e mandò qualcuno qua, dall'esegeta [16], a sentire cosa occorreva fare. In tutto questo tempo mio padre non si dava pensiero di quell'uomo incatenato, anzi lo trascurava poiché era un assassino, come se fosse una cosa da nulla se anche poi moriva: ciò che in realtà accadde. Egli morì infatti per la fame, il freddo e le catene prima che fosse tornato il messo da parte dell'esegeta. Ora, mio padre e gli altri familiari si rammaricano di questo, che io, per un assassino, accusi di omicidio mio padre, che poi non ha ucciso, come essi sostengono; e se poi avesse anche ucciso, dato che il morto era un assassino, non bisognava affatto darsi pensiero di un tale soggetto: che poi è cosa empia, per un figlio accusare il proprio padre dì omicidio, mal distinguendo, o Socrate, riguardo alle cose della divinità, che cosa sia il santo e cosa il non santo [17].

SOCRATE: E tu, o Eutifrone, credi proprio di sapere così esattamente come stanno le cose riguardo le divinità e cosa sia il santo e cosa il non santo, tanto da non aver paura, pur stando le cose così come tu le hai esposte, di non trovarti a compiere tu stesso qualche cosa empia, accusando tuo padre di omicidio [18]?

EUTIFRONE: Ma no, o Socrate, e certamente nessun utile vi sarebbe da me e in nulla differirebbe Eutifrone dalla maggior parte degli uomini, se non mi trovassi a conoscere proprio bene tutte queste cose.

SOCRATE: Ma allora, o ammirabile Eutifrone, la scelta migliore per me è il diventare tuo scolaro e prima ancora della discussione della causa che ho con Meleto invitarlo a considerare questo stesso argomento [19] e dirgli così : che io, già nel passato, facevo gran conto di conoscere le questioni sulla divinità; ora invece, siccome egli afferma che riguardo alle cose divine parlando senza ponderazione e introducendo delle novità ho commesso delle colpe, sono diventato tuo scolaro; «E se», gli direi, «o Meleto, tu ammetti che Eutifrone è profondo su tali argomenti allora pensa pure che anch'io valuto rettamente e non intentarmi un processo; in caso contrario il processo devi intentarlo prima a lui che a me; a lui come maestro, perché corrompe i vecchi, me e suo padre; me, in quanto mi impartisce l'istruzione, suo padre, perché vuole riprenderlo e che sia anche punito». E se non mi dà ascolto e non mi solleva dall'accusa o non denuncia te al posto mio, occorre dire in tribunale queste cose con le quali mi rivolsi a lui?

EUTIFRONE: Ma per Zeus, o Socrate, se metterà mano ad accusare me, troverò bene, io penso, il punto in cui è vulnerabile e fra noi due in tribunale la questione si farebbe prima sul conto suo che sul mio.

SOCRATE: Anch'io per questo, o caro amico, conoscendo queste cose desidero diventare tuo scolaro, sapendo che anche un altro qualsiasi quanto questo Meleto non sembra neppure accorgersi di te, mentre di me si è accorto così profondamente e alla svelta tanto che mi accusa di empietà. Ora dimmi dunque, per Zeus, quello che poco fa sostenevi di conoscere sicuramente: cosa è mai quello che sostieni è santo e non santo riguardo l'omicidio e tutte le altre questioni? Il santo dunque non è identico a se stesso in ogni azione, e l'empio, a sua volta, non è il contrario di tutto ciò che è santo, ed esso poi è simile a se stesso e contiene una sola forma rispetto all'empietà, tutto ciò che sta per non essere santo?

EUTIFRONE: è assolutamente così , senza dubbio, o Socrate.

SOCRATE: Ebbene dunque, dì : cosa sostieni essere il santo e il non santo?

EUTIFRONE: Affermo dunque che è santo quello che faccio ora, cioè trascinare in tribunale chi si rende colpevole o di omicidio o del furto di cose sacre o commette qualche altro reato simile, anche se costui è tuo padre, o tua madre o qualunque altro congiunto [20]; mentre è empio non trascinarlo in giudizio. E osserva bene o Socrate che io ti esporrò una grande prova, che la legge sta così , non concedere tregua all'empio, chiunque esso si trovi ad essere; cosa che dicevo anche ad altri che queste questioni si risolverebbero rettamente soltanto in questo modo. Del resto proprio gli uomini si trovano a pensare che Zeus sia il migliore e il più giusto di tutti gli dèi, e convengono che abbia legato il proprio padre perché aveva ingoiato i suoi figli non secondo giustizia e che quello, a sua volta, abbia mutilato il suo stesso padre per altre simili ragioni [21]. Ora proprio costoro se la prendono contro di me perché denuncio un padre che ha commesso ingiustizia e così si contraddicono di per se stessi e riguardo agli dèi e sul conto mio.

SOCRATE: è così, Eutifrone, questo è il punto per cui sono accusato, perché quando uno espone sugli dèi tali dicerie io le ascolto piuttosto mio malgrado? É proprio per questi motivi, come pare, che qualcuno dirà che io sono colpevole. Ora, se le cose sembrano stare così anche a te, che ben sei profondo in tali questioni, è necessario, come pare, convenirne anche con noi. Cosa potremmo dire, del resto, noi che su tali problemi ammettiamo di non sapere nulla [22]? Ma dimmi pure, per Zeus protettore dell'amicizia, pensi anche tu che queste cose siano avvenute in tale maniera?

EUTIFRONE: Ma cose ancora più sorprendenti di queste, o Socrate, che la moltitudine non conosce [23].

SOCRATE: E dunque pensi, in realtà, che tra gli dèi vi sia guerra tra di loro e inimicizie terribili e scontri e altre questioni di questo genere, come sono cantate dai poeti e dipinte per noi dai bravi pittori e di cui, nelle grandi Panatenee, il peplo adorno di siffatte raffigurazioni viene portato in cima all'Acropoli [24]? Diremo dunque che sono vere queste cose, o Eutifrone?

EUTIFRONE: Non solo, o Socrate, ma come ti dicevo poco fa, te ne esporrò anche molte altre, se vorrai, sulle questioni divine, e so bene che tu ascoltandole resterai molto colpito.

SOCRATE: Non me ne meraviglierei: ma mi esporrai tutto questo un'altra volta con comodo. Ora invece cerca di dirmi in modo più chiaro quello che ti chiedevo poco fa. Perché, amico mio, non m'hai istruito abbastanza quando ti chiedevo che cos'è mai il santo, ma tu mi hai risposto che il santo è proprio quello che vai facendo tu, ora, accusando tuo padre d'omicidio.

EUTIFRONE: E dicevo la verità o Socrate.

SOCRATE: Può essere; però, Eutifrone, tu affermi che sono sante molte altre cose.

EUTIFRONE: è così , senza dubbio.

SOCRATE: Tu ricordi certamente che io non ti chiedevo questo, di insegnarmi una o due delle molte azioni sante, ma proprio quell'idea per la quale tutti gli atti sono santi: dicevi infatti un pressappoco che gli atti empi sono empi in virtù di una sola idea e i santi sono santi, o non ricordi?

EUTIFRONE: Io, sì .

SOCRATE: Allora insegnami dunque questa idea in sé, quale mai è, affinché mirando ad essa e avvalendomene come modello, quello che è somigliante fra le azioni che tu o qualche altro fate io possa dire che è santo, mentre non abbia la possibilità di dirlo su quello che somigliante non è.

EUTIFRONE: Se tu vuoi così , Socrate, ti risponderò così .

SOCRATE: Ebbene, voglio proprio così .

EUTIFRONE: Ecco dunque: è santo ciò che è caro agli dèi, e ciò che non è caro non è santo.

SOCRATE: Benissimo, Eutifrone. Così come cercavo che tu mi rispondessi, così mi hai risposto. Se poi in modo conforme al vero, questo non so ancora. Ma è chiaro che tu saprai dimostrarmi che è vero quel che tu dici.

EUTIFRONE: Ma certamente.

SOCRATE: Orsù, dunque, consideriamo cosa stiamo dicendo: ciò che è caro agli dèi è santo, mentre ciò che è in odio agli dèi e l'uomo che è in odio agli dèi non è santo; non sono del resto la stessa cosa, ma il santo è del tutto contrario all'empio. Non è così ?

EUTIFRONE: è proprio così .

SOCRATE: E sembra essere stato detto bene?

EUTIFRONE: Lo credo davvero, o Socrate.

SOCRATE: Non è stato detto anche questo, o Eutifrone, che gli dèi litigano e ci sono anche discordie tra loro, ed esiste inimicizia tra di essi, gli uni contro gli altri?

EUTIFRONE: è stato detto, sì .

SOCRATE: Ma intorno a quali cose il dissenso produce inimicizie e ire? Facciamo attenzione dunque, così . Se facessimo questione io e tu intorno a un numero, su quale dei due è più grande, forse che il dissenso potrebbe renderci nemici ed adirarci l'uno contro l'altro, oppure, una volta giunti al calcolo intorno a tali cose, subito ci trarremmo fuori dall'impaccio?

EUTIFRONE: Ma certamente.

SOCRATE: E se facciamo questione su ciò che è più grande e ciò che è più piccolo, una volta giunti alla misurazione, non cesseremmo subito dalla contesa?

EUTIFRONE: è così .

SOCRATE: E quando avessimo pesato, come io penso, sapremmo pure giudicare quale dei due oggetti è più pesante e quale più leggero?

EUTIFRONE: E come no?

SOCRATE: Su che cosa dunque, essendo discordi, e a quale giudizio non potendo giungere noi potremmo essere nemici l'un l'altro e trovarci in collera? Forse la risposta non ti è alla mano, ma presta attenzione mentre io parlo, se sono questi i punti e cioè il giusto e il non giusto, il bello e il brutto, il buono e il cattivo. Non sono questi i punti, su cui trovandoci in discordia e non essendo in grado di raggiungere un giudizio soddisfacente, noi possiamo diventare nemici gli uni agli altri, quando lo diventiamo ed io, e tu, e tutti gli altri uomini?

EUTIFRONE: Ma è precisamente qui il dissenso, Socrate, su questi punti.

SOCRATE: Dunque, o Eutifrone: gli dèi se hanno qualche dissenso, non l'hanno proprio a causa di queste cose?

EUTIFRONE: Per forza, è così .

SOCRATE: E dunque tra gli dèi, o nobile Eutifrone, secondo il tuo discorso, alcuni stimano alcune cose giuste e belle e turpi e buone e cattive: ì nfatti non sarebbero in discordia tra di loro se non dissentissero intorno a questi motivi. Non è così ?

EUTIFRONE: Dici bene.

SOCRATE: E dunque le cose che ciascuno di essi stima buone e giuste, queste le amano veramente, mentre odiano quelle che ne sono l'esatto contrario?

EUTIFRONE: Certamente.

SOCRATE: Ma allora, come tu sostieni, alcuni reputano certe cose giuste, altri ingiuste; e facendo questione su di queste si trovano in lite e in guerra tra di loro. Non è così ?

EUTIFRONE: è così .

SOCRATE: Allora dunque, è evidente ormai, dagli dèi sono odiate ed amate le stesse cose; e dunque le cose in odio agli dèi e quelle care sarebbero la stessa cosa.

EUTIFRONE: Pare proprio così !

SOCRATE: E allora, Eutifrone, secondo il tuo ragionamento, sarebbero sante e non sante.

EUTIFRONE: Parrebbe proprio così .

SOCRATE: Ma tu non hai risposto, o amico meraviglioso, a quel che ti chiedevo; io non ti domandavo quello che a un tempo si trova ad essere santo e non santo; quello che, pur essendo caro agli dèi è anche in odio ad essi, a quanto sembra. Tanto, o Eutifrone, quello che vai compiendo ora, intendendo punire tuo padre, non v'è alcuna meraviglia, se facendo questo tu compi azione gradita a Zeus, ma odiosa a Crono e Urano, cara a Efesto, ma in odio a Era. E se fra gli dèi v'è alcun altro che su questo punto dissente da qualcun altro, anche per quelli sarà la stessa cosa.

EUTIFRONE: Ma io ritengo, o Socrate, che nessuno degli dèi può dissentire da un altro, sul fatto cioè che non debba pagare una pena colui che ha ucciso ingiustamente un altro.

SOCRATE: Cosa dunque, o Eutifrone? Hai mai sentito finora qualcuno che dubiti sul fatto che occorre che chi ha ucciso, o ha compiuto ingiustamente qualunque altra azione, non debba pagare una pena?

EUTIFRONE: Per la verità non la finiscono mai di discutere di queste cose sia altrove che nei tribunali; e quanti ne hanno combinato di ogni colore dicono e fanno di tutto per potere sfuggire alle pene.

SOCRATE: Dunque ammettono, Eutifrone, di aver commesso delle colpe e, pur riconoscendolo, pretendono di non dover pagare la pena?

EUTIFRONE: Questo no, assolutamente.

SOCRATE: Allora essi non dicono e fanno di tutto; e io penso che questo non abbiano l'ardire di confessarlo e di discuterlo, che, se hanno commesso delle colpe, non devono scontarne le pene; sostengono piuttosto, a mio parere, di non avere commesso colpe, o no?

EUTIFRONE: Tu dici il vero.

SOCRATE: Non è questa dunque la questione su cui dibattono, che colui che ha commesso delle colpe non debba pagarne lo scotto. Discutono invece su questo punto: chi è che commette colpa, cosa fa e quando.

EUTIFRONE: Tu dici il vero.

SOCRATE: E dunque non è la stessa cosa che provano anche gli dèi, se litigano sulle azioni giuste e ingiuste, secondo il tuo discorso, e alcuni sostengono che gli uni hanno commesso ingiustizia e gli altri no? Perché è questo il punto, o mio caro, sul quale nessuno degli dèi e degli uomini osa affermare che non deve pagare una pena chi ha commesso una colpa.

EUTIFRONE: Sì , o Socrate, in sostanza è vero quello che tu dici.

SOCRATE: Ma è su ciascuna delle azioni compiute che disputano quelli che disputano, sia uomini che dèi, se pure gli dèi discutono; e proprio perché sono in contraddizione su qualche azione gli uni affermano che è stata compiuta giustamente, gli altri no. Non sta forse così ?

EUTIFRONE: Proprio così .

SOCRATE: Orsù dunque, caro Eutifrone, insegna anche a me perché io divenga più sapiente: quale è per te la prova che tutti gli dèi ritengano che sia morto ingiustamente colui che, lavorando a giornata, divenuto assassino, messo in catene dal padrone dell'ucciso, prevenga morendo a sua volta per le catene, prima che chi lo ha messo in ceppi venga a sapere da parte degli esegeti cosa occorre fare, e se è giusto che, per un tale soggetto, il figlio intenti un processo e accusi di omicidio il proprio padre? Suvvia, tenta di dimostrare a me qualcosa di chiaro su tali questioni, cioè che tutti gli dèi, più di ogni altra cosa, stimano che sia giusta questa iniziativa. E se riuscirai a dimostrarmelo a sufficienza, io non cesserò mai di lodarti per la tua saggezza.

EUTIFRONE: Probabilmente, o Socrate, non è cosa da poco, per quanto io potrei dimostrartelo in modo chiaro e limpido.

SOCRATE: Capisco bene di sembrare a te più tardo a capire dei tuoi giudici, perché ad essi tu dimostrerai chiaramente che questa faccenda è ingiusta e che gli dèi tutti la odiano senza eccezione.

EUTIFRONE: Certo e anche chiaramente, o Socrate, purché essi mi ascoltino mentre parlo.

SOCRATE: Ti ascolteranno di sicuro, purché sembri che tu parli bene. Poi, mentre tu parlavi, mi è venuta in mente una cosa e vado rimuginando entro me stesso: «Se Eutifrone riuscirà a dimostrarmi che tutti gli dèi ritengono ingiusta questa morte, cosa avrò appreso in più da Eutifrone su cosa mai è il santo e il non santo?». Sarà pure odiosa agli dèi questa azione, come pare, ma non per questo apparvero ben definiti poco fa il santo e il suo contrario, giacché è apparso che quel che è in odio è pure caro ad essi; tanto che io ti lascio libero su questo punto, o Eutifrone, se a te pare, stimino pure ingiusta questa azione tutti gli dèi e la odino tutti. Ma allora, nel nostro discorso, correggiamo questo punto: cioè che è empio tutto ciò che è in odio agli dèi, è santo quello che loro amano. Ma quello che alcuni amano ed altri odiano, non è né l'una né l'altra cosa, oppure è ambedue le cose insieme.

EUTIFRONE: E cosa ce lo impedisce, o Socrate?

SOCRATE: Nulla, almeno per quel che mi riguarda, o Eutifrone; ma vedi un po' tu il fatto tuo, se, ammettendo questo, potrai dimostrare a me quello che promettevi.

EUTIFRONE: Ma io direi che questo è il santo, quello che riesce caro a tutti gli dèi; e il contrario invece, quello che tutti gli dèi odiano, è il non santo.

SOCRATE: Orbene, Eutifrone, dobbiamo riconsiderare se è detto bene questo, o vogliamo lasciare correre. E senz'altro l'accettiamo noi stessi e anche gli altri, solo che qualcuno dica che qualcosa sta così , convenendo che sta proprio così ? O dobbiamo esaminare bene cosa dice colui che parla?

EUTIFRONE: Dobbiamo esaminare bene; anche se io credo che questo, ora, sia detto proprio bene.

SOCRATE: Lo sapremo meglio alla svelta, mio buon amico. Considera dunque questo fatto: il santo, proprio perché è santo, è amato dagli dèi, oppure è santo perché è amato da essi?

EUTIFRONE: Non so cosa vuoi dire, o Socrate.

SOCRATE: Ma io tenterò di dirlo più chiaramente. A proposito di una cosa noi diciamo che è portata e porta, che è condotta e conduce, che è vista e vede. E tu comprendi bene che tutte queste cose sono diverse le une dalle altre e in che cosa sono diverse?

EUTIFRONE: A me pare proprio di capire.

SOCRATE: E dunque anche la cosa amata non è forse diversa dall'altra che ama?

EUTIFRONE: Come no?

SOCRATE: Ora rispondi: la cosa portata è portata perché si porta o per qualche altra causa?

EUTIFRONE: No; proprio per questo.

SOCRATE: E allo stesso modo la cosa condotta perché viene condotta e la cosa vista, perché viene vista?

EUTIFRONE: Certamente.

SOCRATE: Dunque una cosa non perché è veduta, per questo si vede, ma al contrario, perché si vede per questo è veduta, e neppure perché è condotta si conduce, ma perché si conduce proprio per questo è condotta, né perché è portata, si porta, ma proprio perché si porta è portata. É chiaro, ormai, Eutifrone, quello che voglio dire? Voglio dire questo: che se avviene una cosa o subisce un qualche fenomeno, non perché è avvenuta essa avviene, ma poiché avviene è avvenuta. E non patisce perché è paziente, ma perché è paziente patisce. O non sei d'accordo così ?

EUTIFRONE: Io sì .

SOCRATE: Dunque anche l'amato non è cosa che è avvenuta e che subisce alcun ché da un'altra cosa?

EUTIFRONE: Ma certo.

SOCRATE: E allora anche questo sta così come ai punti precedenti: che non perché è amata una cosa viene amata da coloro che l'amano, ma proprio perché si ama, viene amata?

EUTIFRONE: Per forza!

SOCRATE: Ma intorno al santo allora cosa vogliamo dire, o Eutifrone? Non viene amato, secondo il tuo discorso, da tutti gli dèi?

EUTIFRONE: Certo.

SOCRATE: Dunque è amato per questo, perché è santo, o per qualche altra ragione?

EUTIFRONE: No, ma per questo.

SOCRATE: Dunque perché è santo viene amato, e non perché viene amato è santo?

EUTIFRONE: Pare così .

SOCRATE: Ma perché è amato dagli dèi è amato ed è anche caro agli dèi?

EUTIFRONE: Come no?

SOCRATE: Dunque non è santo ciò che è caro agli dèi, o Eutifrone, e neppure è santo ciò che è caro agli dèi, come tu dici, ma questo è tutt'altra cosa da questo.

EUTIFRONE: Come dici, o Socrate?

SOCRATE: Perché abbiamo concordato che il santo perché si ama è santo, ma non perché è santo in quanto si ama. Non è così ?

EUTIFRONE: Sì .


[1] II Liceo ad Atene era un luogo consacrato ad Apollo Liceo posto fuori della cerchia delle mura e adibito prevalentemente a ginnasio e dun­que agli esercizi fisici, ma data la presenza in esso di viali, giardini e ba­gni, costituiva anche un punto di ritrovo e conversazione dei cittadini. I Sofisti avevano dimostrato di privilegiarlo nello svolgimento del loro magistero, e lo stesso Socrate, assieme ai suoi amici e discepoli, ne era un assiduo frequentatore. Com'è noto, più tardi Aristotele fonderà la sua scuola filosofica proprio nel Liceo. Altri rinomati ginnasi di Atene erano l'Accademia e il Cinosarge, destinati a divenire sedi della scuola platoni­ca e di quella cinica

[2] Ad Atene l'Arconte-re, o secondo arconte, presiedeva alle pratiche dei culti pubblici e alle udienze preliminari dei processi religiosi. Era det­to "re" (basileus) perché esercitava quelle funzioni religiose e giurisdizionali che nella vecchia polis erano state prerogativa degli antichi re. Tra le sue competenze rientravano le accuse di empietà, ma anche i casi di omicidio, poiché un uomo ritenuto colpevole di tale delitto doveva esse­re tenuto lontano dai luoghi sacri e purificato. Residenza ufficiale del-

l'Arconte-re era un edificio con il portico (stoà) a cui accenna Eutifrone (cfr. per maggiori dettagli R.E. Allen, Platonist Euthyphro and thè Ear-lier Theory ofForm, London 1970, p. 15). Come ha sottolineato effica­cemente il Klonoski, il fatto che l'azione drammatica dell'Eutifrone si immagini rappresentata dinanzi al portico dell'Arconte-re, vicino al re­cinto di Dioniso, cioè «nel cuore e nell'anima delle credenze religiose popolari ateniesi», assume un valore quanto mai emblematico in relazio­ne al problema centrale del dialogo, la definizione del concetto di "san­tità" (cfr. R.J. Klonoski, The portico of thè Archon Basileus. On thè significance of teè setting of Plato's Euthyphro, «The Classica! Journal», LXXXI, 1986, p. 131).

[3] dike: «Questo è un termine comune che si riferisce ad un'udienza davanti a un tribunale ateniese. Vi erano due tipi di dikai: dike idìa e dike demosìa (che veniva chiamata anche graphé)', una dike idìa era una cau­sa civile che si occupava di un torto privato. In una graphé, o pubblica imputazione, il processo era intentato per un danno fatto allo stato. Seb­bene lo stato fosse considerato come parte lesa nel caso di una graphé, era un privato cittadino che soleva presentarla» (I. Walker, op. cit., p. 41).

[4] Disponiamo di scarse e frammentarie notizie storiche intorno alla figura di Meleto, che assieme ad Anito e Licone fu il principale accusato­re di Socrate, colui che depositò materialmente l'accusa presso le auto­rità. Platone si limita a presentarlo come un poeta (Apologià, 23e 5), ma non pare sia da identificarsi, come invece si è creduto in passato, con il poeta tragico Meleto menzionato da Aristofane nelle Rane (un’analisi particolareggiata della questione in J. Burnet, op. cit., pp. 9-11]

[5] La riforma di Clistene aveva suddiviso l'Attica in demoi. Il demo di Pittos apparteneva alla tribù Cecropide, posta probabilmente a nord-est di Atene (cfr. I. Walker, op. cit., p. 44).

[6] estia; Estia era la divinità del focolare domestico e quindi, analogi­camente, il luogo sacro per eccellenza ed il fulcro stesso della polis (cfr. Esiodo, Teogonia, 454; Inno omerico ad Afrodite, 22 sgg.; Pindaro, Nemee, XI, 1 sgg.)- Platone svolge un'analisi etimologica del termine "Estia" in Cratilo, 41d 1 sgg.

[7] Sull'accusa rivolta a Socrate di essere un "creatore" di nuovi dèi cfr. Apologià, 24b-c; si veda inoltre Senofonte, Memorabili, I, 1,4; IV, 8, 1.

[8] II dèmone, o con maggior esattezza il "segno demonico" (daimonion semeion), si manifesta nell'esperienza filosofica socratica come una voce" interiore che anziché suggerire una regola morale di comportamento sanziona piuttosto il divieto a compiere una determinata azione e del quale Socrate stesso non sa rendere ragione, ma che interpreta alla stregua di un avvertimento o comando di origine divina a cui si sente eticamente vincolato. Sul dèmone socratico si vedano soprattutto Apologia. 31d, Fe dro, 242 b-c; Eutidemo, 272e; Teeteto, 151a; Repubblica, VI, 49

[9] philanthropìa; o "socievolezza". Nel Simposio si parla di Amore co­me del «Dio più amico (philanthropòtatos) dell'uomo» (189d 1).

[10] Socrate richiama qui il valore della propria missione filosofica e ri­badisce la sua polemica contro i Sofisti i quali, com'è noto, esigevano un compenso per i loro insegnamenti (cfr. Apologià, 19d, 31b; Protogora, 31 la; Repubblica, I, 337d, 344e).

[11] Intraducibile gioco di parole fondato sul duplice significati di diòko che in greco vuoi dire "accuso" ma anche "inseguo".

[12] Nel diritto ateniese era ammesso che il figlio potesse intentare accusa di omicidio al proprio padre, tuttavia un simile atto contrastava con il comune sentimento morale; comprensibile dunque lo stupore di Socrate (cfr. in merito J. Burnet, op. cit., p. 21).

[13] Per i Greci l'omicidio era considerato un'offesa religiosa che com­portava una contaminazione (miasma) estesa anche alla famiglia dell'uc­cisore. Platone torna a trattare del tema, analizzandolo nella sua valenza giuridica, in Leggi, IX, 866b.. Sulla contaminazione nel pensiero greco si vedano le ormai classiche osservazioni di E.R. Dodds, / Greci e l'Irra­zionale, trad. it., Firenze 1959, pp. 47-51. Per un approfondimento del concetto cfr. R. Parker, Miasma, Pollution and Purification in early Greek religion, Oxford 1983, pp. 104-143.

[14] pelàtes, cioè un uomo libero che lavorava a giornata. Si noti che il termine è usato da Plutarco per rendere la parola latina cliens (cfr. Plutarco, Romulus, 13 sgg.).

[15] La più grande e la più fertile delle isole Cicladi, nell'arco di tempo compreso tra il 453 e il 405 a.C. era stata cleruchia ateniese, cioè una co­lonia in cui gli abitanti conservavano la cittadinanza di origine e rimanevano dunque sempre soggetti alle leggi della madrepatria. Sembrerebbe palesarsi qui una discrepanza temporale, poiché il caso occorso al padre di Eutifrone si intende avvenuto immediatamente prima della data in cui si svolge il dialogo (399), ben oltre dunque il mantenimento della cleruchia di Atene su Nasso. Il Burnet ha cercato egregiamente di risolvere il problema, mettendo in evidenza come il riordinamento legislativo ateniese successivo alla restaurazione democratica, affidato ad una commissione di esperti, sia terminato solo verso il 401-400; nel frattempo si sarebbe mantenuto in via temporanea il vecchio statuto giuridico, rendendo così storicamente attendibile la vicenda narrata da Eutifrone (cfr. Bernet, op. cit., pp. 25-26).

[16] Interpreti ufficiali delle leggi sacre gli esègeti avevano il compito di esprimere pareri in merito alle controversie riguardanti il diritto non scritto.

[17] Per una dettagliata analisi dei significati etimologici del termine osion si veda K. J. Dover, La morale popolare greca ali 'epoca di Piatone e di Aristotele, trad. it., Brescia 1983, p. 411 sgg. .Sulla difficoltà di di­stinguerlo da eusebes (qui tradotto con "pio") cfr. Walker, op. cit., p. 74.

[18] «II problema della punizione dei parenti era evidentemente un pro­blema molto discusso nei circoli sofistici, come mostrano Senofonte (Memorabili, I, 2, 49 ss.; Ciropedia, 3, 1, 17) e Aristofane (N sgg.; 1405 sgg.)» (M. Erler, op. cit., p. 247, n. 4).

[19] Nel diritto attico era ammessa la "proposta di compromesso”  (pròklesis) con la quale, anziché procedere ad un regolare dibattiti rio, una delle parti si impegnava a risolvere la causa mediante un accordo preventivo. La pròklesis doveva essere formulata per iscritto e qualora accettata dalla controparte portava alla definitiva risoluzione della controversia dinanzi al collegio dei giudici. Cfr. Lisia, 4. 15; Retorica, 1,1377a 20.

[20] La denuncia di Eutifrone, annota il Pagliaro, «è ispirata alle linee della più arcaica tradizione etica, secondo la quale le azioni umane erano giudicate non tanto dalle intenzioni, quanto dai risultati; il male, comun­que fatto, era ritenuto un miasma in grado di appestare la famiglia e la città tutta» (op. cit., p. 378).

[21] Crono divorò i figli avuti da Rea perché gli era stato predetto che uno di essi lo avrebbe detronizzato. Rea però riuscì a salvare Zeus, che poi incatenò il padre togliendogli il dominio del mondo. Crono a sua volta, per suggerimento della madre Gea, aveva mutilato il padre Urano perchè questi aveva segregato nel Tartaro lui e i suoi fratelli.

[22] Socrate allude qui al suo non-sapere, cioè a quel particolarissimo at­teggiamento del filosofo che si pone nella condizione di non accogliere in via preliminare nessuna delle presunte certezze degli interlocutori, non solo teoretiche ma anche etiche e religiose (cfr. Apologia, 23a-b). Esso costituisce quindi la premessa necessaria ed ineliminabile di un logos che assumendo la "definizione" (il ti esti) quale punto di partenza sia in gra­do di esaminare e approfondire, attraverso un procedimento dialettico, i contenuti di pensiero, mirando così a ripristinare il significato reale e originario del concetto di volta in volta esaminato.

[23] II Burnet deduce da questa allusione ad un insegnamento religioso a carattere esoterico un'altra chiara indicazione dell'appartenenza di Eutifrone ad una setta orfica (op. cit., p. 35).

[24] Le "grandi" Panatenèe, da distinguere dalle annuali “piccole” Panatenèe, erano celebrazioni in onore di Atena Poliàs ("protettrice della città") che si tenevano ogni quattro anni nel mese di Ecatombeone (tra luglio e agosto). Nel quarto ed ultimo giorno delle festività, quale dono votivo degli Ateniesi, veniva portato in processione sull'Acropoli, dispiegato su un carro e in forma di vela perché tutti potessero vederlo, un peplo ricamato delle mitiche imprese di Atena - come la vittoria su Encelado e la battaglia degli dèi e dei giganti - con il quale si adornava il simulacro della dea, in legno di ulivo, custodito nell'Eretteo.

 I LIRICI

CALLINO

1. 

Fino a quando sarete oziosi? Quando avrete un animo forte,

o giovani? Non provate vergogna, così neghittosi,

dei vostri vicini? Stare seduti in tempo di pace

voi sembrate, ma la guerra possiede l'intero paese.

*  *  *

Mentre muore, ognuno per l'ultima volta scagli la lancia.

È cosa onorevole e splendida per l'uomo combattere

contro i nemici, difendendo la terra, i figli e la moglie

legittima; allora la morte verrà, quando le Parche

l'abbian filata. Brandendo in alto la lancia,

avanzi ognuno diritto, e sotto lo scudo raccolga

il suo cuore valoroso, non appena s'accenda la mischia.

Che un uomo sfugga alla morte non è concesso dal fato,

neppure se è prole di antenati immortali.

Spesso, chi fugge la lotta e lo strepito dei dardi

ritorna, e in casa lo coglie destino di morte.

Ma costui non è caro al popolo né desiderabile mai;

l'altro, umili e potenti lo piangono se qualcosa gli accade.

Tutto il popolo ha rimpianto dell'uomo valoroso

quando muore, ma se vive è degno dei semidèi;

nei loro occhi lo vedono quasi fosse una torre:

da solo egli compie imprese degne di molti.

TIRTEO

1.

Per un uomo valoroso è bello cadere morto

combattendo in prima fila per la patria;

abbandonare la propria città e i fertili campi

e vagare mendico, è di tutte la sorte più misera,

con la madre errando e con il vecchio padre,

con i figli piccoli e la moglie.

Sarà odioso alla gente presso cui giunge,

cedendo al bisogno e alla detestata povertà:

disonora la stirpe, smentisce il florido aspetto;

disprezzo e sventura lo seguono.

Se, così, dell'uomo randagio non vi è cura,

né rispetto, neppure in futuro per la sua stirpe,

con coraggio per questa terra combattiamo, e per i figli

andiamo a morire, senza più risparmiare la vita.

2.

Al nostro re Teopompo, caro agli dèi,

per merito del quale conquistammo Messene, dalle ampie contrade

*  *  *

 Messene, luogo bello per arare, bello per piantare

*  *  *

intorno ad essa combatterono per diciannove anni,

sempre, senza interruzione, con animo coraggioso,

i guerrieri, padri dei nostri padri.

E nel ventesimo anno, lasciati i pingui campi,

quelli fuggivano dalle alte cime dell'Itome.

MIMNERMO

1.

Che vita mai, che gioia senza Afrodite d'oro?

Ch'io sia morto quando più non mi stiano a cuore

l'amore segreto, i dolci doni e il letto:

questi sono i fiori della giovinezza, desiderabili

per gli uomini e le donne. Quando poi dolorosa sopravviene

la vecchiaia, che rende l'uomo turpe e cattivo,

sempre nell'animo lo corrodono tristi pensieri;

e di vedere i raggi del sole non gioisce,

ma è odioso ai ragazzi e in dispregio alle donne:

così penosa fece il dio la vecchiaia.

2.

Come le foglie che fa germogliare la stagione di primavera

ricca di fiori, appena cominciano a crescere ai raggi del sole,

noi, simili ad esse, per un tempo brevissimo godiamo

i fiori della giovinezza, né il bene né il male conoscendo

dagli dèi. Oscure sono già vicine le Kere,

l'una avendo il termine della penosa vecchiaia,

l'altra della morte. Breve vita ha il frutto

della giovinezza, come la luce del sole che si irradia sulla terra.

E quando questa stagione è trascorsa,

subito allora è meglio la morte che vivere.

Molti mali giungono nell'animo: a volte, il patrimonio

si consuma, e seguono i dolorosi effetti della povertà;

sente un altro la mancanza di figli,

e con questo rimpianto scende all'Ade sotterra;

un altro ha una malattia che spezza l'animo. Non v'è

un uomo al quale Zeus non dia molti mali.

3.

Un male senza fine donò Zeus a Titono,

la vecchiaia, più agghiacciante anche della morte penosa.

*  *  *

Ma come un sogno breve è la giovinezza

preziosa: presto, incombe sul capo

la tormentosa e deforme vecchiaia,

nemica, spregevole, che non fa più riconoscere l'uomo:

danneggia gli occhi e la mente avviluppandoli.

4.

Ebbe in sorte il Sole una fatica tutti i giorni,

e non c'è mai riposo

per i cavalli e per lui, poi che l'Aurora dita di rosa

lascia l'Oceano e sale su nel cielo.

il concavo letto, molto desiderato, opera

delle mani d'Efesto, di oro prezioso, alato,

velocemente, sfiorando le onde, trasporta sul mare

lui, che dorme, dalla regione delle Esperidi

alla terra degli Etiopi, dove il carro veloce e i cavalli

attendono, finché giunga l'Aurora mattutina.

Qui, monta sul suo carro il figlio di Iperione.

SOLONE

 1.

Splendenti figlie di Mnemosine e di Zeus Olimpio,

Muse Pieridi, la mia preghiera ascoltate.

Concedete che io abbia prosperità dagli dèi beati,

e da tutti gli uomini grande fama per sempre.

Sia io dolce agli amici e aspro ai nemici;

per gli uni degno di onore, per gli altri tremendo a vedersi.

Desidero avere ricchezze, ma possederle ingiustamente

non voglio: sempre, in seguito, giunge Giustizia.

La ricchezza, che danno gli dèi, rimane all'uomo

salda, dalla sua più profonda radice fino alla cima;

la ricchezza, che gli uomini cercano con prepotenza,

non viene secondo ordine ma, obbedendo ad azioni ingiuste,

segue controvoglia, e subito a lei si mescola Rovina;

da poca cosa ha inizio, come avviene per il fuoco:

debole è il principio, ma funesta la fine.

Tra i mortali non durano le opere della prepotenza.

Il compimento di tutte le cose Zeus sorveglia e, all'improvviso

- come spazza subito le nuvole il vento

di primavera che, rimosso il fondo del mare sterile,

dalle molte onde, sulla terra che produce frumento

distrugge i bei lavori dei campi, e giunge poi al cielo, l'inaccessibile

sede degli dèi, e fa di nuovo vedere il sereno;

limpida rifulge allora la forza del sole sulla pingue

terra, e nessuna nube si può più vedere -;

così è la punizione di Zeus, ma non in ciascuna occasione,

come fa un mortale pronto alla collera.

Mai gli sfugge chi ha un cuore

malvagio, ma sempre alla fine si disvela.

Chi paga subito, chi dopo. Scampino pure alcuni

e non li colga il fato divino che sopraggiunge;

esso viene ugualmente dopo. Paga chi è senza colpa:

o i figli, o la stirpe in futuro.

2.

Io stesso venni araldo dalla bella Salamina,

invece di un discorso, avendo composto una poesia, universo di parole.

*  *  *

Fossi io di Sicino o di Folegandro,

invece che Ateniese, scambiata la patria!

Tra gli uomini presto correrà questa fama:

«È un Attico costui, di quelli che abbandonarono Salamina».

*  *  *

Andiamo a Salamina, a combattere per la bella

isola, e a scrollarci di dosso la vergogna pesante.

3.

Mai, per decreto di Zeus o per volere degli dèi beati,

immortali, la nostra città cadrà in rovina:

una tale custode, magnanima, dal padre possente,

Pallade Atena, tiene le mani dall'alto su essa.

I cittadini, con le loro stoltezze, vogliono distruggere,

proprio loro, la grande città, corrotti dal denaro.

Ingiusta è la mente dei capi del popolo, cui incombe

patire molti dolori per grande tracotanza.

Essi non sanno contenere l'insolenza, né attendere

alle gioie presenti, nella pace del banchetto.

*  *  *

si arricchiscono cedendo ad azioni ingiuste

*  *  *

non risparmiando proprietà sacre né pubbliche,

rubano e rapinano, chi da una parte chi da un'altra.

Non curano i sacri fondamenti di Giustizia

che, silenziosa, conosce ciò che avviene e che avvenne

e, col tempo, arriva per punire.

Questa piaga, cui non si può sfuggire, pervade tutta la città;

ed essa cade presto nell'odiosa servitù,

che desta la rivolta civile e la guerra assopita,

fonte di rovina per l'amabile gioventù di molti.

A causa dei nemici, la città molto amata

si consuma in riunioni care agli ingiusti.

Questi mali fra il popolo si aggirano; dei poveri

molti giungono nei paesi stranieri,

venduti e legati a turpi catene.

*  *  *

Così, il male pubblico raggiunge in casa ciascuno;

e la porta del cortile non riesce a trattenerlo:

oltre l'alto muro salta, e ti stana comunque,

anche se ti sei rifugiato nella parte più interna della casa.

Questi insegnamenti l'animo mi spinge a dare agli Ateniesi:

Cattivo Governo genera molti mali alla città;

Buon Governo ogni cosa fa vedere corretta e in ordine.

Spesso, attorno agli ingiusti getta ceppi:

leviga le asperità, fa cessare l'alterigia, oscura la tracotanza;

dissecca i germogli nascenti della sventura;

le storte sentenze raddrizza, mitiga

le azioni superbe; interrompe le opere della discordia;

pone fine al rancore della funesta contesa. Sotto di esso,

tutto è per gli uomini ordinato e assennato.

4.

                Se risparmiai la patria,

se alla tirannide non volsi l'animo né all'amara violenza,

macchiando e disonorando la mia fama,

non mi vergogno: così, credo, sarò superiore

a tutti gli uomini.

*  *  *

«Non è Solone uomo di mente acuta, né di sagge decisioni:

grandi beni il dio gli offriva, ma lui non li accettò.

Circondò la preda ma poi, stupito, non tirò a sé la grande

rete, mancandogli il coraggio e insieme il senno.

Io, preso il potere e arraffata una grande ricchezza,

avrei voluto un giorno solo esser tiranno di Atene,

e poi che mi scuoiassero per fare un otre, e la mia stirpe fosse distrutta».

TEOGNIDE

1.

O Cirno, da me poeta sia posto un sigillo

a questi versi; e mai saranno di nascosto rubati,

ed essendovi del buono, nessuno li muterà in peggio.

Ognuno dirà: «Di Teognide il Megarese

son questi versi, famoso presso tutti