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Paladini - Cicerone: l'uomo e il
suo tempo
Utcenko - Cicerone e il suo tempo
Lepore - Il "princeps" ciceroniano
Kumaniecki - Cicerone e la crisi
della repubblica romana
Boissier - Cicerone e i suoi amici
Perelli - Il pensiero politico di
Cicerone
Narducci - Cicerone e l'eloquenza
romana
Grilli - Il problema della vita
contemplativa nel mondo greco-romano
Moreschini - Osservazioni a
Cicerone
Gagliardi - Cicerone e il
neoterismo
Traina - Cicerone tra Omero e
Virgilio
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DIFESA DI ARCHIA
I 1
Giudici, se è in me qualche talento, - e so quanto esso sia
limitato -, se ho qualche pratica in campo oratorio, e non nego
di esservi moderatamente versato, se in questo settore possiedo
un qualche metodo che devo allo studio delle migliori teorie, e
ai loro precetti da cui nemmeno per un attimo della mia vita, lo
confesso, mi sono discostato, il qui presente Aulo Licinio più
di ogni altro ha il diritto di reclamarne il frutto. Infatti,
sin dove la mia mente può giungere volgendosi al lontano passato
e rievocando i più remoti ricordi della puerizia, lo rivedo
sempre accanto a me, che mi invoglia e mi avvia a questo genere
di studi. Se questa mia arte, modellata dal suo incoraggiamento
e dai suoi consigli, è stata talvolta di salvezza a qualcuno,
io, per quanto sta in me, ho il dovere di portare aiuto a quest'uomo,
dal quale ho ricevuto i mezzi per aiutare gli altri e in qualche
caso per salvarli.
2 E
perché nessuno si stupisca che io parli così di un uomo il cui
ingegno ha attitudini diverse dalle mie, estranee, cioè,
all'arte e all'esercizio dell'eloquenza, sappiate che neanche io
mi sono sempre unicamente interessato a questa sola disciplina.
Infatti, tutte le scienze che interessano l'uomo sono
intimamente connesse e unite tra loro da una sorta di affinità.
II 3 Ma
perché a nessuno di voi sembri strano che in una questione di
diritto, nel corso di un processo pubblico, svolto davanti al
pretore del popolo romano, uomo esemplare, e agli integerrimi
giudici e alla presenza di un pubblico così numeroso, io mi
serva di un genere di eloquenza tanto lontano dalla consuetudine
giudiziaria ma anche dal linguaggio del foro, vi chiedo, in
questa causa, di concedermi tale licenza, utile all'imputato e,
spero, non spiacevole per voi: permettete che parlando in difesa
di un eccellente poeta e uomo dotto, confidando nella presenza
di uomini tanto amanti delle lettere, nella vostra cultura e
nell'autorità del pretore che presiede il tribunale, io tratti
liberamente, seppur in modo conciso, degli studi letterari, e
che, per una tale personalità, la quale, grazie a una vita tutta
dedita al sapere, non ebbe mai problemi con la legge, io possa
valermi di un genere di eloquenza insolito e quasi nuovo.
4
Pertanto, se capirò che questa facoltà mi è data e concessa,
cercherò di convincervi non solo a non cancellare dal numero dei
cittadini il qui presente Aulo Licinio, ché già gode dei diritti
politici, ma anche che bisognerebbe includerlo tra i cittadini,
se già non lo fosse .
III
Intorno ai quindici anni, Archia, di nobili origini abbandonò
quelle materie di studio utili solitamente ad avvicinare i più
piccoli alla cultura e incominciò a scrivere poesie; dapprima,
grazie al suo talento, riscosse su tutti un immediato successo
nella natia Antiochia, città a quel tempo famosa, ricca e sede
di vivaci scambi culturali . In seguito, in ogni regione
dell'Asia e in tutta la Grecia il suo arrivo era accolto con
grande entusiasmo: l'aspettativa superava la fama del suo
ingegno, ma poi, al suo arrivo, l'ammirazione superava ogni
attesa.
5 A quel
tempo in Italia si coltivava con passione la cultura greca:
nelle città del Lazio ci si dedicava a quello studio con
maggiore dedizione di quanto si faccia oggi nelle stesse
località, e anche qui a Roma, città allora tranquilla sotto il
profilo politico. Ecco perché gli abitanti di Taranto, Reggio e
Napoli concessero ad Archia il diritto di cittadinanza e altri
riconoscimenti: chiunque fosse in grado di apprezzare le persone
di talento, desiderava vivamente conoscerlo e ospitarlo in casa
sua. Con questa fama che si era diffusa ovunque, anche in luoghi
da lui mai visitati, arrivò a Roma al tempo del consolato di
Mario e Catulo. Strinse subito amicizia con questi due uomini
politici che, con il racconto delle loro gesta, gli potevano
suggerire materiale utile per comporre; per di più, Catulo
rivelava anche interesse e predisposizione per la poesia. Poco
dopo, quando ancora Archia era adolescente, entrò a far parte
della cerchia dei Luculli. Anche in questa circostanza dimostrò
talento e cultura, ma si distinse soprattutto per le buone
qualità del suo carattere: non per nulla questa famiglia, a lui
così vicina durante la giovinezza, gli è ancora oggi assai
legata, benché siano trascorsi parecchi anni.
6 Sempre
a quei tempi godeva dell'amicizia del famoso Metello Numidico e
del figlio Pio; godeva della stima di Marco Emilio; si
intratteneva con Quinto Catulo, sia padre che figlio; era
trattato con riguardo da Lucio Crasso; aveva grande confidenza,
oltre che con i Luculli, con Druso, gli Ottavi, Catone e tutta
la famiglia degli Ortensi. Gli veniva tributata la massima
considerazione: e a onorarlo non erano solo quelli desiderosi di
ascoltarlo e di imparare da lui, ma anche chi trovava
conveniente comportarsi così.
IV
Intanto, era trascorso già un po' di tempo e Archia era partito
per la Sicilia in compagnia di Marco Lucullo; sempre insieme a
lui, poi, di ritorno da quella provincia, si era fermato a
Eraclea, città che, a condizioni molto vantaggiose, era alleata
e fedele alle leggi di Roma. Il poeta, che aspirava ad averne la
cittadinanza, fu accontentato dai cittadini di Eraclea per i
suoi meriti personali, ma soprattutto per l'autorevole
interessamento di Lucullo.
7 Secondo
la legge di Silvano e Carbone la cittadinanza era concessa: «a
quelli che fossero iscritti a una città federata, che avessero
avuto domicilio in Italia all'atto della presentazione della
legge e che si fossero fatti registrare dal pretore entro
sessanta giorni». Archia, che risiedeva a Roma ormai da molti
anni, si recò dal pretore Quinto Metello, suo caro amico, perché
lo registrasse.
8 Se non
devo parlare di altro che del diritto di cittadinanza e della
legge, non dirò di più: il mio compito è terminato. Quale delle
prove da me addotte puoi confutare, Grazio? Avresti il coraggio
di negare che l'imputato è cittadino di Erclea? Per fortuna è
qui presente un testimone davvero attendibile, probo e leale:
Marco Lucullo. Egli afferma non di ritenere ma di sapere, non di
aver sentito dire ma di aver visto con i suoi occhi, di essere
stato non comparsa, ma protagonista. Sono presenti anche gli
inviati di Eraclea, uomini nobilissimi giunti col mandato di
testimoniare pubblicamente a questo processo: essi dichiarano
che Archia è loro concittadino. Tu, però, vuoi vedere i registri
ufficiali della città che, come tutti sanno, sono bruciati
insieme con l'archivio durante la guerra italica. È davvero
ridicolo non tener conto delle prove che possediamo e smaniare
per ciò che non possiamo avere; passare sotto silenzio le
testimonianze di questi uomini e insistere per un pezzo di
carta; sono a tua disposizione le testimonianze di un
personaggio illustre e attendibile e di un municipio leale e
fedele, che non si possono proprio manipolare, e tu le rifiuti e
desideri i registri che - sei tu il primo a dirlo - solitamente
sono falsificati!
9 Non
ebbe forse domicilio a Roma Archia, che trasferì in città ogni
suo bene, anche il patrimonio, molto prima di ottenere la
cittadinanza? Non si presentò al pretore per farsi registrare?
Certo che lo fece: e proprio su quei registri che, fra quanti
servono per la dichiarazione presso il collegio dei pretori,
sono gli unici a valere come registri ufficiali.
V D'altra
parte, è voce comune che l'archivio di Appio sia stato custodito
in modo assai negligente; Gabinio, successivamente, fece perdere
ogni residua fiducia in questi registri: in un primo tempo,
finché non ebbe guai con la legge, fu solo impreciso e
superficiale, poi, dopo la condanna, ne rovinò del tutto la
reputazione. Invece, Metello, sicuramente il più onesto e
scrupoloso fra tutti, si comportò sempre con coscienza;
addirittura, una volta si presentò allarmato ai giudici e al
pretore Lucio Lentulo per segnalare la cancellatura di un nome.
Su questi documenti, però, non c'è traccia di manomissione al
nome Aulo Licinio.
10 E
allora, visto che la situazione è questa, perché dovreste ancora
mettere in dubbio la sua cittadinanza, dato che ottenne anche
quella di altre località? Mentre in Grecia la si accordava a
gente di scarso valore, a volte neppure dotata del minimo
ingegno, è ovvio che gli abitanti di Reggio, Locri, Napoli e
Taranto non abbiano rifiutato ad Archia, ricchissimo di talento,
un beneficio concesso solitamente agli attori di teatro! Ci sono
state poi persone che, non solo dopo l'estensione della
cittadinanza agli Italici, ma anche in séguito alla legge Papia,
sono riuscite a intrufolarsi con qualche espediente nei registri
di quei municipi; Archia, invece, che non si serve neanche di
quelli in cui è regolarmente iscritto e ci teneva a essere
considerato cittadino di Eraclea, si vedrà da voi rifiutato?
11 Ma tu
insisti per vedere i nostri registri del censo. Puoi aver
ragione: infatti, non lo sa nessuno che durante la scorsa
censura Archia si trovava presso l'esercito con il ben noto
comandante Lucio Lucullo; in quella precedente, invece, era in
Asia sempre con lo stesso questore; ancor prima, sotto i censori
Giulio e Crasso, non si procedette ad alcun censimento. D'altra
parte, poi, questa procedura non dimostra né garantisce il
diritto di cittadinanza, ma indica soltanto che chi è stato
registrato nelle liste del censo si è comportato da vero
cittadino romano. Ai tempi in cui tu lo accusi di non aver
goduto, secondo la sua stessa confessione, del diritto di
cittadinanza, egli fece più volte testamento avvalendosi delle
nostre leggi, entrò in possesso di eredità di cittadini romani
e, grazie al proconsole Lucio Lucullo, fu registrato tra coloro
che ricevevano gratifiche dall'erario.
VI
Procurati dunque altre prove, se sei capace: Archia non potrà
essere smentito, a giudizio suo e degli amici.
12
Grazio, tu mi chiederai perché io tenga tanto a quest'uomo.
Perché è sempre disponibile a due chiacchiere quando, dopo una
giornata trascorsa in mezzo al chiasso e alla folla del foro,
voglio riprendere fiato e star tranquillo. Non penserai che
potrei parlare tutti i giorni degli argomenti più disparati, se
non coltivassi l'animo con la poesia! O credi forse che potrei
sopportare una tensione così intensa, se non mi rilassassi con
la poesia?! Ebbene sì, confesso di essermi dedicato a questo
genere di studi. Si vergogni piuttosto chi si immerge a tal
punto nello studio delle lettere da non far nulla di utile alla
società, e da non produrre alcunché! Ma perché dovrei
vergognarmi io che da tanti anni ho scelto di vivere, giudici,
sacrificando nell'interesse e per la difesa del cliente i miei
momenti liberi, il divertimento e persino il sonno?
13
Nessuno, quindi, potrà rimproverarmi o prendersela a ragione con
me, se il tempo che alcuni utilizzano per sbrigare i loro
affari, per celebrare nel circo i giorni di festa, o
semplicemente per divertirsi e riposare corpo e mente o che
altri dedicano a interminabili banchetti, al tavolo da gioco
alla palla, io lo spendo per ampliare i miei studi. E a maggior
ragione me lo si deve concedere: infatti, grazie a questi studi,
cresce la mia padronanza di linguaggio che, grande o piccola non
importa, non è mai mancata agli amici in difficoltà. Qualcuno,
forse, può giudicarla cosa di scarsa importanza: ma io so che è
importantissirna e so da quale fonte attingerla.
14 Se fin
dall'adolescenza, grazie all'insegnamento di numerosi maestri e
ad approfonditi studi, non mi fossi persuaso che nella vita
nulla si deve desiderare con forza, quasi fosse un dovere,
tranne la fama e la virtù, e che per ottenerle si deve essere
disposti a tenere in poco conto tutti i tormenti fisici, la
morte e l'esilio, non mi sarei mai esposto per la vostra
salvezza a tante gravose contese e agli attacchi quotidiani di
gente senza scrupoli. Ma di questi ragionamenti sono zeppi i
libri, i discorsi degli uomini di buon senso e gli esempi
antichi: ma sarebbero tutte cose immerse nelle tenebre più
fitte, se non fosse la letteratura a illuminarle. Quanti
ritratti di personaggi illustri da ammirare e imitare ci hanno
lasciato gli scrittori greci e latini! E io, tutte le volte che
rivestivo una carica della repubblica, conformavo il mio cuore e
la mia mente al pensiero dei grandi del passato.
VII 15
Qualcuno chiederà: «E con questo? Vuoi dire che tutti quei
grandi uomini, del cui valore rimane testimonianza nelle opere
letterarie, furono forse eruditi in questa scienza, che tu tanto
lodi?». Non è facile esserne certi per tutti, ma so cosa
rispondere: molti di questi uomini, lo riconosco, pur nella loro
ignoranza, ebbero qualità straordinarie e rivelarono un grande
equilibrio per una disposizione naturale, che oserei dire
divina. Anzi, potrei aggiungere che più spesso, per arrivare al
successo, si sono dimostrate maggiormente efficaci le doti
naturali senza cultura, che la cultura senza doti naturali. Di
una cosa, però, sono proprio convinto: quando a un'indole nobile
e ricca di talento si aggiunge un metodico indirizzo
scientifico, allora il vero genio si manifesta.
16 Mi
riferisco a tutta una serie di uomini del passato, ben noti ai
nostri padri: l'Africano, unico nel suo genere; Caio Lelio e
Lucio Furio, famosi per il loro esemplare equilibrio; e
quell'uomo tanto energico e, per quei tempi, così dotto, Marco
Catone. Ebbene, se costoro avessero ritenuto lo studio della
poesia del tutto inutile per comprendere e mettere in pratica la
virtù, non si sarebbero dedicati a esso con tanto fervore. Ma
quand'anche non si manifestassero frutti tanto preziosi e a
questi studi si richiedesse solo il piacere, anche in questo
caso, come credo, dovreste giudicare questo passatempo dello
spirito il più nobile e degno dell'uomo. Infatti, gli altri tipi
di svago non sono adatti a tutte le circostanze, a tutte le età
e a tutti i luoghi; questi studi, invece, aiutano i giovani a
crescere, dilettano gli anziani, celebrano gli eventi
favorevoli, offrono aiuto e conforto durante le avversità,
rallegrano entro le mura domestiche, non sono d'impaccio fuori,
ci tengono compagnia durante la notte, in viaggio e in vacanza.
VIII 17
Se poi non potessimo in prima persona attendere a questi studi,
né gustarli con la nostra sensibilità, quantomeno dovremmo
ammirarli vedendo che altri vi attendono. Chi di noi ebbe un
animo così insensibile e rozzo da non commuoversi qualche tempo
fa per la scomparsa di Roscio? Egli, morto in età avanzata, per
la sua arte straordinaria e per la sua eleganza, dava tuttavia
l'impressione che non sarebbe dovuto morire mai. Roscio si era
accattivato l'affetto e l'ammirazione di tutti noi semplicemente
con i movimenti del suo corpo: e noi non dovremmo forse tenere
in considerazione gli illimitati movimenti dello spirito e
l'agilità della mente?
18 Quante
volte io ho visto Archia, qui presente, o giudici - e
considerando che mi ascoltate con tanta attenzione mentre
sperimento una nuova tecnica oratoria, approfitterò della vostra
benevolenza - quante volte, dicevo, l'ho visto improvvisare un
gran numero di versi incredibilmente belli su vari argomenti
d'attualità, senza aver scritto una sola riga! E quante volte
l'ho sentito ripetere lo stesso discorso con parole ed
espressioni completamente differenti! Inoltre, ho potuto
constatare che le poesie da lui messe per iscritto dopo attenta
riflessione, sono giudicate degne di essere equiparate alle più
famose e lodate opere degli antichi scrittori. Quindi, non
dovrei apprezzare quest'uomo? Non dovrei ammirarlo e ritenere
che lo si deve difendere a ogni costo? Inoltre, noi siamo venuti
a conoscenza dal pensiero di personalità autorevoli e di
grandissima cultura che l'apprendimento di qualunque altra
disciplina si fonda sulla teoria, sugli insegnamenti e sul
talento personale; il poeta invece si avvale del suo stesso modo
di essere ed è spinto a comporre dalle forti capacità della sua
mente, come animato da una sorta di ispirazione divina. Per
questo motivo ben a ragione il nostro Ennio definisce «sacri» i
poeti, in quanto sembra che ci siano stati concessi quasi come
un prezioso dono degli dèi.
19
Quindi, o giudici, poiché siete estremamente civili, considerate
sacrosanto questo titolo di poeta, che mai nessun uomo, neanche
barbaro, osò profanare. Le montagne e i deserti rispondono alla
sua voce, persino gli animali più feroci diventano mansueti e si
fermano al suo canto: e noi, che siamo stati educati
esemplarmente, non dovremmo essere colpiti dalle parole dei
poeti? Gli abitanti di Colofone sostengono che Omero sia loro
compatriota, quelli di Chio lo rivendicano a sé, i cittadini di
Salamina insistono di avergli dato i natali; quelli di Smirne,
poi, ne sono così convinti che gli hanno persino dedicato un
tempietto in città; numerosi altri se lo contendono con
accanimento.
IX Dunque
tante persone reclamano, anche dopo la morte, uno straniero, per
il semplice fatto che fu un poeta; e noi rifiuteremo Archia, che
è vivo e già ci appartiene, per sua scelta e per la legge? Non
dimentichiamo che Archia ha messo più volte la sua arte e il suo
talento al servizio del popolo romano, per celebrarne la
grandezza e il prestigio. Quando infatti era ancora un ragazzo,
trattò delle campagne contro i Cimbri e piacque persino a Caio
Mario, che pure sembrava alquanto insensibile alla poesia.
20
D'altra parte, nessuno è così ostile alle Muse da non sopportare
che l'eterna lode delle sue imprese sia affidata alla poesia. Si
dice che il famoso Temistocle, il sommo ateniese, interrogato su
quale voce ascoltasse più volentieri declamare, abbia risposto:
«Quella del più bravo a esaltare le mie gesta». Allo stesso modo
Mario fu molto legato a Lucio Plozio dal cui ingegno credeva
potessero essere celebrate le sue imprese.
21 Archia
ha già raccontato tutta la grande, difficile guerra contro
Mitridate, svoltasi, tra alterne vicende, per terra e per mare.
Il libro pone in ottima luce non solo Lucio Lucullo, uomo molto
forte e famoso, ma anche il nome del popolo romano. È stato
infatti l'esercito di Roma agli ordini di Lucullo ad aprire la
via del Ponto, un tempo difeso dalla natura stessa dei luoghi e
dalle forze armate del re; guidato dallo stesso comandante, è
stato l'esercito del popolo romano a sbaragliare con poche
truppe le innumerevoli forze degli Armeni; è vanto del popolo
romano avere salvato dagli attacchi del re la città amica di
Cizico per l'avvedutezza dello stesso Lucullo, e averla
strappata dalle fauci insaziabili di una guerra feroce; sempre
sarà detta nostra e sarà celebrata quella incredibile battaglia
navale presso Tenedo - anche là combatteva Lucio Lucullo - nella
quale la flotta nemica fu affondata e uccisi tutti i comandanti.
Nostri sono i trofei, nostri i monumenti, nostri i trionfi. E
quelli che con la loro arte esaltano queste imprese, celebrano
la gloria del popolo romano.
22 Ennio
fu molto caro all'Africano Maggiore e si racconta che gli fu
dedicata una statua di marmo, posta nella tomba di famiglia
degli Scipioni. D'altra parte, è vero che il poeta, tessendo gli
elogi di un uomo, celebra indirettamente anche il nome
dell'intero popolo romano. Catone, antenato del suo omonimo qui
presente, ha un posto tutto suo in cielo: questo è un grande
onore che va ad aggiungersi alle gesta del popolo romano. E
infine, i lusinghieri appellativi con cui sono definiti i membri
delle famiglie dei Massimi, dei Marcelli, dei Fulvi danno gloria
a tutti noi.
X I
nostri padri hanno concesso la cittadinanza all'uomo di Rudie,
autore di quei canti; e noi scacceremo quest'uomo di Eraclea,
conteso da numerose città che si è stabilito legalmente in Roma?
23 Se poi
qualcuno crede che si ricavi minor gloria dai versi greci che da
quelli latini sbaglia di grosso, perché le opere scritte in
greco si leggono quasi ovunque, mentre le latine sono contenute
nei loro assai ristretti confini. Perciò, se è vero che le
nostre imprese sono delimitate dalle estreme regioni della
terra, dovremmo desiderare che, dove giunsero le armi impugnate
dalle nostre mani, là si spingano anche la nostra fama e la
nostra gloria; giacché, come queste opere recano onore ai popoli
di cui si narrano le gesta, così sono d'incitamento ad
affrontare pericoli e fatiche per chi rischia la vita in nome
della gloria.
24 Quanti
scrittori delle sue imprese si dice abbia avuto al suo séguito
Alessandro Magno! Eppure, quando si fermò davanti al sepolcro di
Achille nel Sigeo, disse: «Fortunato, giovane, che trovasti
Omero come cantore del tuo valore!». E aveva ragione: senza
l'Iliade, infatti, la tomba che ricopriva il suo corpo avrebbe
sepolto anche la sua fama. Questo esempio non vi basta?
Aggiungerò allora che il nostro Pompeo Magno, valoroso quanto
fortunato, durante un'adunata militare, fece dono della
cittadinanza al suo biografo Teofane di Mitilene; e i nostri
soldati, forti certo, ma rozzi, eccitati dall'ebrezza della
gloria come se fossero stati partecipi dello stesso
riconoscimento, approvarono quel gesto con alte grida.
25 Ecco
perché io credo che se Archia non fosse legalmente un cittadino
romano, nessun comandante gli avrebbe negato un tale privilegio.
E Silla, che concedeva la cittadinanza a Spagnoli e Galli, penso
che lo avrebbe accontentato se l'avesse richiesta; una volta,
durante un'assemblea - e io ne fui testimone -, un poeta da due
soldi, uno del popolo, gli aveva mostrato un breve epigramma in
suo onore, che aveva il solo pregio di essere scritto in
distici; Silla, allora, scelse uno fra gli oggetti che stava
vendendo all'asta, e glielo donò, a patto che non componesse più
un solo verso. Vi sembra possibile che un uomo capace di
reputare degno di un premio l'impegno di un poeta da nulla, si
sarebbe lasciato sfuggire il talento, l'abilità nello scrivere e
la vena di costui?
26
Figuriamoci! Archia non avrebbe forse potuto ottenere la
cittadinanza da Quinto Metello Pio, suo intimo amico che l'aveva
concessa a molti, sia per i suoi meriti, sia per l'appoggio dei
Luculli? Metello, inoltre, era arso dal desiderio che si
scrivesse delle sue imprese, al punto che prestava orecchio
persino ai poeti di Cordova, dallo stile ridondante ed esotico.
XI Non si
deve passare sotto silenzio l'evidenza dei fatti, ma dire come
stanno davvero le cose: tutti quanti siamo presi dal desiderio
di successo, anzi più uno è bravo, più è innamorato della
gloria. Persino i filosofi pongono il loro nome su quei libri
nei quali vanno predicando il disprezzo della gloria: laddove
tuonano contro l'encomio e la celebrità vogliono essere
encomiati e celebrati.
27 Anche
Decimo Bruto, grandissimo uomo e generale, si servì dei versi
del suo caro amico Accio per fregiare gli ingressi dei templi e
dei monumenti da lui fatti costruire. E quel famoso comandante
che combattè assieme a Ennio contro gli Etoli, Fulvio intendo
dire, senza esitare consacrò il bottino di guerra alle Muse.
Perciò, nella città dove i generali ancora in armi onorarono il
nome dei poeti e i templi delle Muse, i giudici togati non
dovrebbero rifiutarsi di onorare le dee della poesia e difendere
i poeti.
28 E
perché, giudici, facciate ciò più volentieri, vi parlerò in
tutta sincerità; vi confesserò il desiderio di gloria, che forse
in me è troppo acuto, ma che tuttavia è onorevole. Quest'uomo
cominciò a scrivere in versi le azioni che insieme con voi,
durante il mio consolato, io feci per la salvaguardia del
prestigio di questa città, per la vita stessa dei suoi abitanti
e per tutto lo stato. Ascoltati quei versi, lo esortai a portare
a termine la sua opera che a me sembrò importante e bella.
Infatti il valore non chiede altro compenso delle fatiche e dei
pericoli, fuorché il riconoscimento e la gloria, tolta la quale,
giudici, che cosa rimane per cui dovremmo affannarci, in questa
vita così breve?
29 Certo,
se l'animo non avesse qualche speranza nel futuro e se limitasse
tutti i pensieri entro lo spazio in cui è circoscritta la nostra
vita, non si logorerebbe in così grandi fatiche, non si
tormenterebbe in tanti affanni e veglie, non rischierebbe tante
volte la vita. Ma per fortuna negli animi migliori è radicato un
impulso che notte e giorno sprona con lo stimolo della gloria e
impone di non limitare la memoria del nostro nome al tempo della
vita, ma di estenderla alla posterità.
XII 30
Ma noi, che ci occupiamo della politica dello stato, con tutti i
pericoli e gli inconvenienti che questo mestiere comporta,
dovremo mostrarci di animo così ristretto da credere che quanto
ci circonda morirà con noi, mentre fino all'ultima ora non
abbiamo avuto un momento di tranquillità e riposo? I grandi del
passato si preoccuparono di lasciare di sé statue e ritratti, ma
tutti erano l'immagine dei corpi, non degli animi; noi, invece,
non dobbiamo piuttosto desiderare che ci sopravviva l'immagine
dei nostri pensieri e delle nostre virtù mirabilmente espressa
dalle opere degli ingegni superiori? Io, nel momento in cui
compivo le azioni che ho compiuto, ero convinto che avrebbero
contribuito a spargere e disseminare per il mondo l'eterna
memoria di me. La quale memoria, o che dopo la morte non sia più
percepibile dai miei sensi, o che, come pensano alcuni filosofi,
possa ancora in qualche modo interessare il mio animo ora
comunque mi dà piacere quando ci penso e quando spero che si
realizzi.
31
Assolvete, dunque, o giudici, un uomo di tale onorabilità, che,
vedete, gode da lunga data della stima di amici autorevoli; un
uomo il cui ingegno è così vasto, da suscitare grande
ammirazione e da essere ricercato dalle menti più acute; inoltre
sono dalla sua parte la legge, l'autorità di un municipio, la
testimonianza di Lucullo e i registri di Metello. Stando così le
cose, se così alti ingegni hanno diritto alla raccomandazione
non solo degli uomini ma anche degli dèi, vi chiedo, o giudici,
che a costui - che ha sempre fatto le lodi vostre, dei vostri
condottieri e del popolo romano e sta per dare un'eterna
testimonianza dei recenti pericoli interni corsi da me e da voi,
ed è tra quelli che sono sempre stati ritenuti e chiamati sacri
-, a costui, dicevo, sia accordata la vostra protezione, così
che appaia che egli sia stato aiutato dalla vostra bontà
piuttosto che offeso dalla vostra intransigenza.
32 Tutto
quello che nel merito della causa ho argomentato, come mia
consuetudine, in modo chiaro e conciso, spero abbia trovato
l'approvazione di tutti, o giudici; quanto poi ho esposto fuori
dalla consuetudine forense e giudiziaria, intorno all'ingegno di
quest'uomo e alla sua arte in generale, spero sia stato accolto
con buon animo da voi: della benevolenza di chi ha diretto il
dibattito, non ho dubbi.
IL SOGNO DI SCIPIONE
I 9 (Scipione): Quando giunsi in Africa in qualità di tribuno
militare, come sapete, presentandomi agli ordini del console Manio
Manilio alla quarta legione, non chiedevo altro che di incontrare
Massinissa, un re molto amico della nostra famiglia, per fondati
motivi. Non appena mi trovai al suo cospetto, il vecchio,
abbracciandomi, scoppiò in lacrime; poi, dopo qualche attimo, levò
gli occhi al cielo e disse: «Sono grato a te, Sole eccelso, come
pure a voi, altri dèi celesti, perché, prima di migrare da questa
vita, vedo nel mio regno e sotto il mio tetto Publio Cornelio
Scipione, al cui nome mi sento rinascere; a tal punto non è mai
svanito dal mio cuore il ricordo di quell'uomo eccezionale e davvero
invitto». Quindi io gli chiesi notizie del suo regno, egli mi
domandò della nostra repubblica: così, tra le tante parole spese da
parte mia e sua, trascorse quella nostra giornata.
10 Poi, dopo essere stati accolti con un banchetto regale,
prolungammo la nostra conversazione fino a tarda notte, mentre il
vecchio non parlava di altro che dell'Africano e ricordava non solo
tutte le sue imprese, ma anche i suoi detti. In séguito, quando ci
congedammo per andare a dormire, un sonno più profondo del solito
s'impadronì di me, stanco sia per il viaggio sia per la veglia fino
a notte fonda. Quand'ecco che (credo, a dire il vero, che dipendesse
dall'argomento della nostra discussione: accade infatti generalmente
che i nostri pensieri e le conversazioni producano durante il sonno
un qualcosa di simile a ciò che Ennio dice a proposito di Omero, al
quale, è evidente, di solito pensava da sveglio e del quale
discuteva) m'apparve l'Africano, nell'aspetto che mi era noto più
dal suo ritratto che dalle sue fattezze reali; non appena lo
riconobbi, un brivido davvero mi percorse; ma quello disse: «Sta'
sereno, deponi il tuo timore, Scipione, e tramanda alla memoria le
parole che ti dirò».
II 11 «Vedi, laggiù, la città che, costretta per mio tramite a
ubbidire al popolo romano, rinnova le guerre d'un tempo e non riesce
a rimanere in pace?». (Mi indicava Cartagine dall'alto di un luogo
elevatissimo e pieno di stelle, luminoso e nitido.) «Tu adesso vieni
ad assediarla quasi come soldato semplice, ma entro i prossimi due
anni la abbatterai come console e ne otterrai, per tuo personale
merito, quel soprannome che fino a oggi hai ereditato da noi. Quando
poi avrai distrutto Cartagine, celebrato il trionfo, rivestito la
carica di censore e percorso, in qualità di legato, l'Egitto, la
Siria, l'Asia, la Grecia, verrai scelto, benché assente, come
console per la seconda volta e porterai a termine una guerra
importantissima: raderai al suolo Numanzia. Ma, dopo che su un carro
trionfale sarai giunto al Campidoglio, troverai la repubblica
sconvolta dai piani di mio nipote».
12 «Allora occorrerà che tu, Africano, mostri alla patria la
luce del tuo coraggio, della tua indole, del tuo senno. Ma per quel
frangente vedo un bivio, per così dire, sulla strada del tuo
destino. Quando la tua età avrà infatti compiuto per otto volte
sette giri di andata e ritorno del sole e questi due numeri -
ciascuno dei quali, per ragioni diverse, è considerato perfetto -
avranno segnato, nel volgere naturale del tempo, la somma d'anni per
te fatale, tutta la città a te solo e al tuo nome si rivolgerà, su
di te il senato, su di te tutti gli uomini perbene, su di te gli
alleati, su di te i Latini poseranno lo sguardo, tu sarai il solo
nel quale possa trovare sostegno la salvezza della città; insomma,
tu dovrai, nelle vesti di dittatore, rendere stabile lo Stato, a
patto che tu riesca a sottrarti alle empie mani dei tuoi parenti».
A questo punto, poiché Lelio aveva levato un grido e tutti gli
altri avevano cominciato a gemere più vivamente, Scipione,
sorridendo: «St! Vi prego», disse, «non risvegliatemi dal mio sonno
e ascoltate ancora per un momento il resto».
III 13 «Ma perché tu, Africano, sia più sollecito nel
difendere lo Stato, tieni ben presente quanto segue: per tutti gli
uomini che abbiano conservato gli ordinamenti della patria, si siano
adoperati per essa, l'abbiano resa potente, è assicurato in cielo un
luogo ben definito, dove da beati fruiscono di una vita sempiterna.
A quel sommo dio che regge tutto l'universo, nulla di ciò che accade
in terra è infatti più caro delle unioni e aggregazioni di uomini,
associate sulla base del diritto, che vanno sotto il nome di città:
coloro che le reggono e ne custodiscono gli ordinamenti partono da
questa zona del cielo e poi vi ritornano».
14 A questo punto io, anche se ero rimasto atterrito non tanto
dal timore della morte, quanto dall'idea del tradimento dei miei,
gli chiesi tuttavia se fosse ancora in vita egli stesso e mio padre
Paolo e gli altri che noi riteniamo estinti. «Al contrario», disse,
«sono costoro i vivi, costoro che sono volati via dalle catene del
corpo come da una prigione, mentre la vostra, che ha nome vita, è in
realtà una morte. Non scorgi tuo padre Paolo, che ti viene
incontro?». Non appena lo vidi, versai davvero un fiume di lacrime,
mentre egli, abbracciandomi e baciandomi, cercava di frenare il mio
pianto.
15 E io, non appena riuscii a trattenere le lacrime e potei
riprendere a parlare: «Ti prego», dissi, «padre mio santissimo e
ottimo: se questa è la vera vita, a quanto sento dire dall'Africano,
come mai indugio sulla terra? Perché non mi affretto a raggiungervi
qui?». «No», rispose. «Se non ti avrà liberato dal carcere del corpo
quel dio cui appartiene tutto lo spazio celeste che vedi, non può
accadere che per te sia praticabile l'accesso a questo luogo. Gli
uomini sono stati infatti generati col seguente impegno, di
custodire quella sfera là, chiamata terra, che tu scorgi al centro
di questo spazio celeste; a loro viene fornita l'anima dai fuochi
sempiterni cui voi date nome di costellazioni e stelle, quei globi
sferici che, animati da menti divine, compiono le loro
circonvoluzioni e orbite con velocità sorprendente. Anche tu,
dunque, Publio, come tutti gli uomini pii, devi tenere l'anima sotto
la sorveglianza del corpo, né sei tenuto a migrare dalla vita degli
uomini senza il consenso del dio da cui l'avete ricevuta, perché non
sembri che intendiate esimervi dal compito umano assegnato dalla
divinità.
16 Ma allo stesso modo, Scipione, sull'esempio di questo tuo
avo e come me che ti ho generato, coltiva la giustizia e il
rispetto, valori che, già grandi se nutriti verso i genitori e i
parenti, giungono al vertice quando riguardano la patria; una vita
simile è la via che conduce al cielo e a questa adunanza di uomini
che hanno già terminato la propria esistenza terrena e che,
liberatisi del corpo, abitano il luogo che vedi» - si trattava,
appunto, di una fascia risplendente tra le fiamme, dal candore
abbagliante -, «che voi, come avete appreso dai Greci, denominate
Via Lattea». Da qui, a me che contemplavo l'universo, tutto pareva
magnifico e meraviglioso. C'erano, tra l'altro, stelle che non
vediamo mai dalle nostre regioni terrene; inoltre, le dimensioni di
tutti i corpi celesti erano maggiori di quanto avessimo mai creduto;
tra di essi, il più piccolo era l'astro che, essendo il più lontano
dalla volta celeste e il più vicino alla terra, brillava di luce
riflessa. I volumi delle stelle, poi, superavano nettamente le
dimensioni della terra. Anzi, a dire il vero, perfino la terra mi
sembrò così piccola, che provai vergogna del nostro dominio, con il
quale occupiamo, per così dire, solo un punto del globo.
IV 17 Poiché guardavo la terra con più attenzione, l'Africano
mi disse: «Posso sapere fino a quando la tua mente rimarrà fissa a
terra? Non ti rendi conto a quali spazi celesti sei giunto? Eccoti
sotto gli occhi tutto l'universo compaginato in nove orbite, anzi,
in nove sfere. Una sola di esse è celeste, la più esterna, che
abbraccia tutte le altre: è il dio sommo che racchiude e contiene in
sé le restanti. In essa sono confitte le sempiterne orbite circolari
delle stelle, cui sottostanno sette sfere che ruotano in direzione
opposta, con moto contrario all'orbita del cielo. Di tali sfere una
è occupata dal pianeta chiamato, sulla terra, Saturno. Quindi si
trova quel fulgido astro - propizio e apportatore di salute per il
genere umano - che è detto Giove. Poi, in quei bagliori rossastri
che tanto fanno tremare la terra, c'è il pianeta che chiamate Marte.
Sotto, quindi, il Sole occupa la regione all'incirca centrale: è
guida, sovrano e regolatore degli altri astri, mente e misura
dell'universo, di tale grandezza, che illumina e avvolge con la sua
luce tutti gli altri corpi celesti. Lo seguono, come compagni di
viaggio, ciascuno secondo il proprio corso, Venere e Mercurio,
mentre nell'orbita più bassa ruota la Luna, infiammata dai raggi del
Sole. Al di sotto, poi, non c'è ormai più nulla, se non mortale e
caduco, eccetto le anime, assegnate per dono degli dèi al genere
umano; al di sopra della Luna tutto è eterno. La sfera che è
centrale e nona, ossia la Terra, non è infatti soggetta a movimento,
rappresenta la zona più bassa e verso di essa sono attratti tutti i
pesi, per una forza che è loro propria».
V 18 Dopo aver osservato questo spettacolo, non appena mi
riebbi, esclamai: «Ma che suono è questo, così intenso e armonioso,
che riempie le mie orecchie?». «È il suono», rispose, «che
sull'accordo di intervalli regolari, eppure distinti da una
razionale proporzione, risulta dalla spinta e dal movimento delle
orbite stesse e, equilibrando i toni acuti con i gravi, crea accordi
uniformemente variati; del resto, movimenti così grandiosi non
potrebbero svolgersi in silenzio e la natura richiede che le due
estremità risuonino, di toni gravi l'una, acuti l'altra. Ecco perché
l'orbita stellare suprema, la cui rotazione è la più rapida, si
muove con suono più acuto e concitato, mentre questa sfera lunare,
la più bassa, emette un suono estremamente grave; la Terra infatti,
nona, poiché resta immobile, rimane sempre fissa in un'unica sede,
racchiudendo in sé il centro dell'universo. Le otto orbite, poi,
all'interno delle quali due hanno la stessa velocità, producono
sette suoni distinti da intervalli, il cui numero è, possiamo dire,
il nodo di tutte le cose; imitandolo, gli uomini esperti di
strumenti a corde e di canto si sono aperti la via per ritornare
qui, come gli altri che, grazie all'eccellenza dei loro ingegni,
durante la loro esistenza terrena hanno coltivato gli studi divini.
19 Le orecchie degli uomini, riempite da tale suono, sono
diventate sorde. Nessun organo di senso, in voi mortali, è più
debole: allo stesso modo, là dove il Nilo, da monti altissimi, si
getta a precipizio nella regione chiamata Catadupa, abita un popolo
che, per l'intensità del rumore, manca dell'udito. Il suono, per la
rotazione vorticosa di tutto l'universo, è talmente forte, che le
orecchie umane non hanno la capacità di coglierlo, allo stesso modo
in cui non potete fissare il sole, perché la vostra percezione
visiva è vinta dai suoi raggi».
VI 20 Io, pur osservando stupito tali meraviglie, volgevo
tuttavia a più riprese gli occhi verso la terra. Allora l'Africano
disse: «Mi accorgo che contempli ancora la sede e la dimora degli
uomini; ma se davvero ti sembra così piccola, quale in effetti è,
non smettere mai di tenere il tuo sguardo fisso sul mondo celeste e
non dar conto alle vicende umane. Tu infatti quale celebrità puoi
mai raggiungere nei discorsi della gente, quale gloria che valga la
pena di essere ricercata? Vedi che sulla terra si abita in zone
sparse e ristrette e che questa sorta di macchie in cui si risiede è
inframmezzata da enormi deserti; inoltre, gli abitanti della terra
non solo sono separati al punto che, tra di loro, nulla può
diffondersi dagli uni agli altri, ma alcuni sono disposti, rispetto
a voi, in senso obliquo, altri trasversalmente, altri ancora si
trovano addirittura agli antipodi. Da essi, gloria non potete di
certo attendervene.
21 Nota, inoltre, che la terra è in un certo senso incoronata
e avvolta da fasce: due di esse, diametralmente opposte e
appoggiate, sui rispettivi lati, ai vertici stessi del cielo,
s'irrigidiscono per la brina, mentre la fascia centrale, laggiù, la
più estesa, è arsa dalla vampa del sole. Al suo interno, due sono le
zone abitabili: la regione australe, là, nella quale gli abitanti
lasciano impronte opposte alle vostre, non ha nulla a che fare con
la vostra razza; quanto a quest'altra, invece, che abitate voi,
esposta ad aquilone, guarda come vi tocchi solo in misura minima.
Nel suo complesso infatti la terra che è da voi abitata, stretta ai
vertici, più larga ai lati, è, come dire, una piccola isola
circondata da quel mare che sulla terra chiamate Atlantico, Mare
Magno, Oceano, ma che, a dispetto del nome altisonante, vedi bene
quanto sia minuscolo.
22 Forse che da queste stesse terre abitate e conosciute il
nome tuo o di qualcun altro di noi ha potuto valicare il Caucaso,
che scorgi qui, oppure oltrepassare il Gange, laggiù? Chi udirà il
tuo nome nelle restanti, remote regioni dell'oriente e
dell'occidente oppure a settentrione o a meridione? Se le escludi,
ti accorgi senz'altro di quanto sia angusto lo spazio in cui la
vostra gloria vuole espandersi. E la gente che parla di noi, fino a
quando ne parlerà?
VII 23 E anche nel caso che quella progenie di uomini futuri
desideri tramandare, di generazione in generazione, gli elogi di
ciascuno di noi dopo averli appresi dai padri, tuttavia, a causa
delle inondazioni e degli incendi che devono inevitabilmente
prodursi sulla terra in un tempo determinato, non siamo in grado di
conseguire una gloria non dico eterna, ma neppure duratura. Cosa
importa, dunque, che discuta sul tuo conto chi nascerà dopo di te,
se riguardo a te non parlava la gente nata prima? E questi uomini
furono non meno numerosi e, senza dubbio, migliori.
24 A maggior ragione accade ciò, se è vero che perfino tra la
gente in grado di udire il nostro nome, nessuno può lasciare di sé
un ricordo che duri più di un anno. Gli uomini, a dire il vero,
misurano ordinariamente l'anno solo con il volgere ciclico del sole,
cioè con il ritorno di un'unica stella; quando, invece, tutti quanti
gli astri saranno ritornati nell'identico punto da cui sono partiti
e avranno nuovamente tracciato, dopo lunghi intervalli di tempo, il
disegno di tutta la volta celeste, solo allora lo si potrà definire,
a ragione, il volgere di un anno; a fatica oserei dire quante
generazioni di uomini siano in esso contenute. Come un tempo il sole
sembrò agli uomini venir meno e spegnersi, allorché l'anima di
Romolo entrò in questi stessi spazi celesti, così, quando per la
seconda volta, dalla stessa parte del cielo e nel medesimo istante,
il sole verrà meno, in quell'istante, una volta che saranno
ricondotte al punto di partenza tutte le costellazioni e le stelle,
considera compiuto l'anno; sappi, comunque, che non ne è ancora
trascorsa la ventesima parte.
25 Di conseguenza, se perderai la speranza di tornare in
questo luogo, verso cui tendono le aspirazioni degli uomini grandi e
illustri, quale valore ha mai la vostra gloria umana, che a mala
pena può riguardare una minima parte di un solo anno? Se intendi,
pertanto, mirare in alto e fissare il tuo sguardo su questa sede e
dimora eterna, non concederti alla mentalità comune e non riporre le
speranze della tua vita nelle ricompense umane: la virtù stessa, con
le sue attrattive, deve condurti verso il vero onore. Quali parole
gli altri pronunceranno su di te non ti riguarda, eppure parleranno;
ogni discorso, comunque, è delimitato dallo spazio ristretto delle
regioni che vedi e non è stato mai, sul conto di nessuno, durevole
negli anni: è sepolto con la morte degli uomini e si spegne con
l'oblio dei posteri».
VIII 26 Dopo che ebbe così parlato, gli dissi: «Allora, o
Africano, se davvero per chi vanta dei meriti verso la patria si
apre una sorta di sentiero per l'accesso al cielo, io, sebbene fin
dall'infanzia, calcando le orme di mio padre e le tue, non sia mai
venuto meno al vostro decoro, adesso tuttavia, di fronte a una
ricompensa così grande, mi impegnerò con attenzione molto maggiore».
Ed egli: «Sì, impegnati e tieni sempre per certo che non tu sei
mortale, ma lo è questo tuo corpo: non rappresenti infatti ciò che
la tua figura esterna manifesta, ma l'essere di ciascuno di noi è la
mente, non certo l'aspetto esteriore che si può indicare col dito.
Sappi, dunque, che tu sei un dio, se davvero è un dio colui che
vive, percepisce, ricorda, prevede, regge e regola e muove il corpo
cui è preposto, negli stessi termini in cui quel dio sommo governa
questo universo; e come quel dio eterno dà movimento all'universo,
mortale sotto un certo aspetto, così l'anima sempiterna muove il
fragile corpo.
27 Ciò che muove se stesso incessantemente, è eterno; ciò che,
invece, trasmette il moto ad altro e a sua volta trae impulso da una
forza esterna, poiché ha un termine del movimento, deve avere
necessariamente un termine della vita. Pertanto, solo ciò che muove
se stesso, in quanto da se stesso non viene mai abbandonato, non
cessa mai neppure di muoversi; anzi, per tutte le altre cose che si
muovono è la fonte, è il principio del moto. Non vi è origine per
tale principio; dal principio si genera ogni cosa, ma esso non può
nascere da null'altro; se fosse generato dall'esterno non potrebbe
infatti essere il principio; e come non è mai nato, così non muore
mai. Il principio infatti, una volta estinto, non rinascerà da altro
né creerà altro da sé, se è vero che da un principio deve nascere
ogni cosa. Ne consegue che il principio del moto deriva da ciò che
si muove da sé; non può, quindi, né nascere né morire, altrimenti è
inevitabile che tutto il cielo crolli e che tutta la natura, da un
lato, si fermi e, dall'altro, non trovi alcuna forza da cui ricevere
l'impulso iniziale per il movimento.
IX 28 Siccome, quindi, risulta evidente che è eterno ciò che
si muove da sé, chi potrebbe sostenere che questa natura non è stata
attribuita all'anima? È inanimato infatti tutto ciò che trae impulso
da un urto esterno; ciò che è animato, invece, viene sospinto da un
moto interiore e proprio; tale è infatti la natura peculiare
dell'anima, la sua essenza; se, dunque, tra tutte le cose l'anima è
l'unica a muoversi da sé, significa certamente che non è nata ed è
eterna. 29 Tu esercitala nelle attività più nobili. Ora, le
occupazioni più nobili riguardano il bene della patria: se la tua
anima trarrà stimolo ed esercizio da esse, volerà più rapidamente
verso questa sede e dimora a lei propria; e lo farà con velocità
ancor maggiore, se, già da quando si troverà chiusa nel corpo, si
eleverà al di fuori e, mediante la contemplazione della realtà
esterna, si distaccherà il più possibile dal corpo. Quanto agli
uomini che si sono dati ai piaceri del corpo, che si sono offerti,
per così dire, come loro mezzani e che hanno violato le leggi divine
e umane sotto la spinta delle passioni schiave dei piaceri, la loro
anima, abbandonato il corpo, si aggira in volo attorno alla terra, e
non ritorna in questo luogo, se non dopo aver vagato tra i travagli
per molte generazioni».
Se ne andò; io mi riscossi dal sonno.
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