L'ASINO D'ORO
LIBRO PRIMO
I
Eccomi a raccontarti, o lettore, storie
d'ogni genere, sul tipo di quelle milesie e a stuzzicarti le
orecchie con ammiccanti parole, solo che tu vorrai posare lo
sguardo su queste pagine scritte con un'arguzia tutta
alessandrina.
E avrai di che sbalordire sentendomi dire
di uomini che han preso altre fogge e mutato l'essere loro e
poi son ritornati di nuovo come erano prima.
Dunque, comincio.
Certo che tu ti chiederai io chi sia;
ebbene te lo dirò in due parole: le regioni dell'Imetto,
nell'Attica, l'Istmo di Corinto e il promontorio del Tenaro
nei pressi di Sparta sono terre fortunate celebrate in opere
più fortunate ancora. Di lì, anticamente, discese la mia
famiglia; lì, da fanciullo, appresi i primi rudimenti della
lingua attica, poi, emigrato nella città del Lazio, io che
ero del tutto digiuno della parlata locale, dovetti
impararla senza l'aiuto di alcun maestro, con incredibile
fatica.
Perciò devi scusarmi se da rozzo
parlatore qual sono, mi sfuggirà qualche barbarismo o
qualche espressione triviale.
Del resto questa varietà del mio
linguaggio ben si adatta alle storie bizzarre che ho deciso
di raccontarti.
Incomincio con una storiella alla greca.
Stammi a sentire, lettore, ti divertirai.
II
Ero diretto in Tessaglia per affari (la
mia famiglia per parte di madre, è originaria di quella
regione e per il fatto che fra i suoi antenati vanta il
celebre Plutarco e suo nipote, il filosofo Sesto, è per me
titolo di gloria), dunque, ero diretto in Tessaglia e m'ero
già lasciato alle spalle montagne ripide, valli impervie,
umide pianure, campagne fertili e coltive e il bianco
cavallo indigeno che montavo era stanchissimo. Così decisi
di fare un po' di strada a piedi per sgranchirmi le gambe,
stanco com'ero anch'io di star seduto in sella.
Smontai, asciugai con cura la fronte del
cavallo madida di sudore, gli accarezzai le orecchie, gli
tolsi il morso e lo lasciai andar libero, al passo, perché
smaltisse un po' la stanchezza e si svuotasse del peso
naturale del ventre. E mentre quello a muso all'ingiù
pascolava lento fra l'erba, io mi unii, come terzo, a due
viandanti che in quel momento mi passavano accanto.
Tesi l'orecchio per sapere di che cosa
parlassero e sentii che uno dei due, scoppiando in una gran
risata, diceva all'altro: «Ma la pianti di raccontar simili
balle?»
Io che sono sempre smanioso di novità,
intervenni: «Non è per essere un ficcanaso, ma perché mi
piace sapere un po' tutto o per lo meno quanto più è
possibile, vi prego di mettermi a parte di quello che state
dicendo; oltretutto ci vuol proprio qualche allegra
storiella per farci sembrare meno scoscesa e impervia la
strada che abbiamo davanti.»
III
«Sono frottole queste,» continuava,
intanto, quello che aveva parlato per primo, «vere come
quelle di chi vorrebbe far credere che basta una formuletta
magica per fare andare i fiumi all'insù, rendere il mare una
massa solida, impedire ai venti di soffiare, fermare il
sole, far svaporare la luna, staccare le stelle dal cielo,
oscurare il giorno e rendere eterna la notte.»
Io, allora, incoraggiato, ripresi: «Ehi,
tu, che evidentemente hai avviato il discorso, non
prendertela, non badargli, continua il tuo racconto.» E
all'altro: «In quanto a te fai male a tapparti le orecchie e
a rifiutarti cocciutamente di credere a delle cose che
potrebbero anche esser vere. Capita, sai, per una sciocca
prevenzione però, di ritenere falso ciò che non si è mai
visto o udito o che cade fuori della nostra comprensione; ma
se poi ci pensi un po' su ti accorgi che tutto è
spiegabilissimo, non solo, ma che è anche realmente
possibile.
IV
«Per esempio, l'altra sera, a tavola fra
amici feci la bravata di mandar giù un boccone troppo grosso
di polenta e formaggio e per poco non mi strozzavo, tanto
quella roba molliccia mi s'era attaccata al palato e mi
impediva di respirare. Eppure, non molto prima, proprio con
questi occhi, ad Atene, davanti al portico Pecile, avevo
visto un giocoliere infilarsi nella gola, per la punta, una
spada affilata, di quelle che usano in cavalleria, e, per
poche monete, ficcarsi fin giù nelle budella, una lancia da
cacciatore, proprio dalla parte della punta mortale: ed ecco
che al legno dell'asta, la cui punta di ferro introdotta
nella gola sbucava dietro la nuca, si attaccò un ragazzino
leggiadro e agilissimo e cominciò a far capriole e volteggi
tali da parer tutto snodato e senz'ossa e noi lì a bocca
aperta a guardarlo. Pareva il provvidenziale serpente che
s'attorciglia al bastone nodoso di Esculapio.
«Dài, allora, ti lascio la parola,
riprendi il racconto che stavi facendo. Ti basti che sia
soltanto io a crederti, anche per lui; in cambio, alla prima
locanda che incontreremo, ti offrirò da mangiare, parola
mia.»
V
«Mi va bene e ci sto» mi fece. «Avevo
appena iniziato e, comunque, ricomincerò dal principio. Ma
prima voglio giurarti, per questo dio sole che tutto vede,
che le cose che sto per narrarti sono tutte vere e
controllabilissime; del resto, voi stessi non avrete più
dubbi una volta arrivati alla più vicina città della
Tessaglia dove questi fatti sono accaduti alla luce del sole
e tutti ancora ne parlano.
«Ma prima lasciate che io vi dica da dove
vengo e chi sono: mi chiamo Aristomene e sono di Egio. Mi
guadagno da vivere vendendo miele e formaggio e prodotti
simili, su e giù per le osterie della Tessaglia, dell'Etolia
e della Beozia.
«Fu così che venni a sapere che a Ipata,
la città principale della Tessaglia, si vendeva formaggio
fresco, di buona qualità e a un prezzo d'occasione. Subito
mi ci precipitai per acquistarne l'intera partita. Ma si
vede che partii sotto cattiva stella perché Lupo, il
grossista, mi aveva preceduto e il giorno prima aveva fatto
incetta di tutto. Così, sfumata la speranza del guadagno,
innervosito e stanco per quel viaggio fatto in fretta e
furia e per nulla, non mi restò, che andarmene alle terme.
VI
«Ma pensa un po' chi vidi: Socrate, un
vecchio amicone. Se ne stava seduto per terra, ravvoltolato
a mala pena in un mantellaccio sbrindellato,
irriconoscibile, tanto era pallido e smagrito; pareva uno di
quei poveri disgraziati perseguitati dalla malasorte che si
riducono a chiedere l'elemosina alle cantonate.
«Nonostante la confidenza e la
familiarità, mi avvicinai a lui con una certa titubanza:
'Ohilà, Socrate,' gli feci, 'cos'è questa storia? Com'è che
sei in questo stato? Che t'è capitato? A casa ti piangono
per morto e ai tuoi figli i giudici hanno già dato un
tutore; con tua moglie, che t'ha fatto il funerale e che s'è
consumata in lacrime e che per il pianto le si sono seccati
gli occhi, i suoi parenti insistono perché si consoli della
tua perdita e rallegri la tua casa con nuove nozze. E tu,
intanto, te ne stai qui che mi sembri proprio un fantasma. È
proprio un avvilimento!'
«'Ah, Aristomene,' mi rispose, 'come si
vede che non conosci i colpi mancini della fortuna, i suoi
capricci, i suoi tranelli' e, arrossendo per la vergogna, si
tirò sulla faccia quel suo mantello sbrindellato; ed io vidi
che sotto era nudo dal ventre al pube.
«Non reggendo alla vista di tanta
miseria, gli tesi la mano e feci per tirarlo su.
VII
«Ma lui, col viso coperto: 'No, no, che
la malasorte continui a godersela la sua vittoria.'
«Finalmente riuscii a tirarmelo dietro e
intanto gli feci indossare uno dei miei indumenti per
coprirlo alla meglio e me lo portai alle terme, rifornendolo
di tutto l'occorrente per ungersi e asciugarsi; anzi io
stesso lo strofinai ben bene per togliergli quel dito di
sudiciume che aveva addosso. Dopo averlo ripulito, benché
fossi stanco anch'io, lo portai di peso alla locanda, ché a
mala pena si reggeva in piedi, e qui lo ficcai in un letto
caldo, gli diedi da mangiare e da bere, lo tenni su con
qualche storiella, tanto che in breve ritornò loquace e
allegro e si lasciò perfino andare a qualche battuta. A un
tratto, però, dette in un sospiro profondo, doloroso, e
picchiandosi la fronte con una gran manata: 'Ma si può
essere più iellati di me' cominciò a lamentarsi 'se soltanto
per aver voluto correre dietro a uno spettacolo di
gladiatori di cui, si dicevano meraviglie, mi sono ridotto
in questo stato. Ricordi che ero andato in Macedonia per il
mio lavoro? Ebbene gli affari m'erano andati a gonfie vele e
così, dopo nove mesi, stavo tornando a casa, ben fornito di
quattrini, quando poco prima di giungere a Larissa, mi venne
in mente di fare una capatina a quel famoso spettacolo, ma,
in una valle impervia e deserta, fui assalito da una banda
di briganti ferocissimi che mi lasciarono completamente al
verde: per fortuna non ci rimisi la pelle e riuscii a
raggiungere la locanda di una certa Meroe, una donna matura
ma ancora belloccia, alla quale raccontai dei miei lunghi
viaggi, del mio desiderio di tornare a casa e, infine, della
rapina subita. Ella fu molto gentile, mi preparò gratis una
graditissima cena e, alla fine, andata in fregola, mi portò
a letto con lei. Scalogna maledetta, perché bastò che
dormissi una sola notte con lei per impegolarmi in una di
quelle relazioni che poi ti tiri dietro per anni: le diedi
quei pochi stracci che i briganti mi avevano lasciato
addosso, e pefino gli spiccioli che, facendo il facchino
(allora ero ancora in gamba) mi venivo guadagnando. Ed ecco
in quale stato tu l'hai visto, quella buona donna e la mia
cattiva stella, mi hanno ridotto.'
VIII
«'Perdio, te la meriti proprio una
fregatura simile, e anche di peggio se fosse possibile, dal
momento che invece di pensare alla tua casa, ai tuoi figli,
ti sei messo a fare il galletto, e con una vecchia
baldracca.'
«'Zitto, per carità, zitto' fece quello
tutto spaventato, portando l'indice alle labbra e volgendo
il capo all'intorno come per assicurarsi che nessuno
ascoltasse 'non parlare male di quella donna perché è una
maga; questa tua linguaccia potrebbe procurarti qualche
guaio.'
«'Ma che stai dicendo? Che razza di donna
è costei, questa tua bellezza da taverna?'
«'È una maga, un'indovina' insistette
'capace di tirar giù la volta celeste e di sollevare la
terra, di far diventare le fonti di sasso e liquefar le
montagne, di riportare alla luce gli dei dell'inferno e
inabissare quelli del cielo, di spegnere le stelle, di
illuminare perfino il Tartaro.'
«'Ma piantala, dài, con questa
messinscena da tragedia, smettila di recitare e parla chiaro
e naturale.'
«'Vuoi che te ne racconti una o due o
anche molte delle cose che ha fatte? Che gli uomini delle
nostre parti si innamorino pazzamente di lei, anzi tutti gli
indiani e gli africani dell'uno e dell'altro oceano e
perfino le genti che abitano agli antipodi, è solo un
piccolo segno della sua magia, una bazzecola. Ma sta a
sentire quello che ha fatto, testimone un sacco di gente.
IX
«'Con una sola parola ha mutato in
castoro un suo amante che s'era messo con un'altra. E sai
perché proprio in castoro? Perché questa bestia, quando è
inseguita e teme di essere catturata, si stacca da sé i
testicoli. Questo lei voleva che capitasse anche a quel suo
amante che l'aveva piantata per un'altra.
«'E ancora: ha trasformato un oste che
era suo vicino e le faceva concorrenza, in un rospo: ora
quel povero vecchio sguazza in una botte del suo vino
immerso nella feccia fino alla gola e chiama con suoni rochi
che vorrebbero essere amabili i suoi avventori di un tempo.
«'Un altro l'ha trasformato in montone:
era un avvocato che l'aveva calunniata e da montone ora
difende le cause.
«'Alla moglie di un suo amante che le
aveva indirizzato una paroletta pepata ha tappato l'utero e
poiché quella era incinta le ha bloccato il feto in corpo
condannandola a una perpetua gravidanza. La gente ha fatto i
conti, dice che sono otto anni ormai che la poveretta si
porta dentro quel peso ed è gonfia come se dovesse partorire
un elefante.
X
«'Per queste e per tante altre vittime
l'indignazione popolare crebbe a tal punto che un giorno
venne deciso, senza tanti complimenti, di condannarla alla
lapidazione. Ma lei con le sue arti magiche prevenne la
sentenza; un po' come la famosa Medea che, ottenuta da
Creonte una sola giornata di dilazione, con la fiamma
sprigionata da una corona magica mise a fuoco tutta la
reggia con dentro lui stesso e la figlia. Così questa Meroe,
fatti alcuni sortilegi sopra un sepolcro (come mi confidò
poco dopo tra i fumi del vino) ed evocando misteriose
potenze soprannaturali, chiuse tutti nelle loro case tanto
che per due interi giorni nessuno riuscì a sbloccare le
serrature, a scardinare le porte, a sfondare le pareti.
«'Questo finché, per consiglio comune,
non la supplicarono ad una voce giurandole solennemente che
non le avrebbero torto un capello, pronti, anzi, a
proteggerla da chi avesse osato qualcosa contro di lei.
«'Solo così' ella si rabbonì e liberò
dall'incantesimo la città. Ma l'ideatore del complotto
lasciò serrato in casa e questa, così com'era, pareti,
pavimento, fondamenta, di notte tempo, fece volare cento
miglia lontano, in un'altra città, posta in cima a una
montagna dirupata e priva d'acqua. E poiché le case erano
addossate le une alle altre e non c'era spazio per quella
del nuovo venuto, te la scaraventò davanti a una porta della
città e se ne andò.'
XI
«'Certo, caro Socrate, che le cose che mi
racconti hanno dello straordinario e fanno venire i brividi.
M'hai messo un'agitazione addosso, anzi proprio un bello
spavento. Altro che pulce nell'orecchio, questo è un colpo
di lancia se penso che quella vecchia, valendosi delle sue
arti divine può benissimo venire a sapere di questi nostri
discorsi.
«'Perciò ficchiamoci subito buoni buoni
sotto le coperte e, appena ci siamo un po' tolti di dosso la
stanchezza, prima che faccia giorno, filiamocela di qui,
quanto più lontano è possibile.'
«Gli stavo ancora parlando per
convincerlo, che quel buon Socrate già dormiva e russava di
grosso, stanco della giornata e intontito dal vino cui non
era più abituato. Così, chiusa la porta e bloccati i
chiavistelli, anzi avvicinato il letto all'uscio e
addossatovelo ben bene contro, mi coricai anch'io.
«All'inizio, per la paura, non riuscii a
chiudere occhio, poi verso mezzanotte mi appisolai. Ma avevo
appena preso sonno che con un fracasso tremendo, certo assai
maggiore di quello che avrebbero potuto fare dei ladri, i
battenti della porta si spalancarono, i cardini si
spezzarono e volarono via. Il mio lettuccio, piccoletto
com'era e traballante e tarlato per giunta, a quel gran
colpo si ribaltò rovinandomi addosso e io, finito per terra,
vi rimasi sepolto.
XII
«Come è vero che certe impressioni, a
volte, producono reazioni contrarie. Capita spesso, per
esempio, di piangere per la gioia; così, nonostante il
terribile spavento io non potetti trattenere il riso
vedendomi da Aristomene mutato in tartaruga. Steso per
terra, coperto dal provvidenziale lettuccio, sbirciavo cosa
stesse accadendo ed ecco che vidi entrare due donne di età
piuttosto avanzata: l'una reggeva una lucerna accesa,
l'altra una spugna e una spada ignuda. Con quel loro
armamentario si avvicinarono a Socrate che se la dormiva
placidamente:
«'Caro il mio Endimione' esclamò quella
che portava la spada 'eccolo qui, sorella Pantia, il mio
Ganimede, quello che giorno e notte ha abusato della mia
innocenza e che ora non soltanto mi diffama vigliaccamente
ma si accinge a squagliarsela. Ma io, allora dovrei fare la
fine di Calipso abbandonata dallo scaltro Ulisse e piangere
la mia eterna solitudine?'
«Poi con la mano tesa indicò me a sua
sorella Pantia 'Ma guardalo là, Aristomene, questo bel
consigliere, che ha avuto la bella pensata della fuga e che
ora se ne sta mezzo morto accucciato sotto il letto a
guardare illudendosi di passarla liscia dopo che mi ha
coperto di improperi. Costui te lo servirò dopo a dovere,
anzi no, all'istante si dovrà pentire della sua linguaccia e
della sua curiosità, questo impenitente ficcanaso.'
XIII
«Come intesi quelle parole cominciai a
sudar freddo e presi a tremare tutto fin nelle viscere,
tanto che anche il letto mi si mise a traballar sulla
schiena, mentre l'amabile Pantia continuava: 'Allora,
sorella, cominciamo con questo? Facciamo come le Baccanti?
Lo riduciamo a pezzettini, oppure lo leghiamo e poi gli
tagliamo i testicoli?'
«'Ma no,' replicò Meroe (a quel che me ne
aveva detto Socrate, questo nome le si addiceva proprio),
'che resti vivo, invece, così getterà una manciata di terra
sul corpo di questo miserabile' e, così dicendo, rovesciata
la testa di Socrate da un lato, gli immerse la spada nel
collo fino all'elsa; poi accostò alla ferita un piccolo otre
e ne raccolse il sangue che sgorgava a fiotti, senza farne
cadere nemmeno una goccia. Con questi occhi io vedevo tutta
la scena. Poi l'ottima Meroe, per adempiere, credo, in tutto
e per tutto al rituale di un sacrificio in piena regola,
affondò la mano in quella ferita, frugò dentro fino alle
viscere e trasse il cuore di quel povero amico mio che,
dalla gola tutta squarciata per la violenza del colpo,
ancora mandava una voce, un sibilo indistinto, un gorgoglio.
«'O spugna nata dal mare' intanto
cantilenava Pantia e tamponava con la spugna la ferita là
dov'era più larga 'acqua di fiume non sorpassare.'
«Compiuta ogni cosa se ne andarono; prima
però mi tolsero il letto di dosso, si piazzarono sopra di me
a gambe divaricate e mi pisciarono in faccia inondandomi
tutto del loro fetore.
XIV
«Avevano appena varcata la soglia che i
battenti della porta si drizzarono e si rimisero intatti al
loro posto, i cardini ciascuno nel loro buco, i chiavistelli
negli infissi, i catenacci nei loro anelli, tutto come
prima. Io solo, invece mi ritrovai disteso per terra senza
fiato, nudo e gelato, fradicio per giunta di piscio come se
fossi appena uscito dal ventre di mia madre, più morto che
vivo, eppure, nonostante tutto, un sopravvissuto, un relitto
di me stesso e un sicuro candidato alla croce.
«'Che ne sarà di me' gemevo 'quando
domani mattina troveranno quest'uomo scannato? Chi mi
crederà quando racconterò per filo e per segno come sono
andate le cose? Avresti per lo meno potuto gridare, mi
ribatteranno, chiedere aiuto se ti mancava il coraggio,
grande e grosso come sei, di tener testa a una donna. Ma
come, si sgozza un uomo sotto i tuoi occhi e tu te ne stai
in silenzio a guardare? E poi come mai delinquenti di tal
razza non hanno fatto fuori anche te? Perché nella loro
ferocia ti avrebbero risparmiato? Un testimone per giunta
così compromettente del loro delitto? Comunque visto che sei
scampato alla morte, va a fare compagnia all'amico tuo.'
«Questi pensieri rimuginavo dentro di me
e intanto cominciava a far giorno. La cosa migliore era
quella di filarmela prima che venisse chiaro, fare della
strada anche se le gambe mi tremavano. Così presi il mio
sacco, infilai la chiave nella serratura e, gira e rigira,
dovetti fare una fatica boia prima di riuscire ad aprire
quella porta sicura e amica che durante la notte s'era
spalancata da sé.
XV
«'Ohilà, dove sei?' cominciai a gridare,
'aprimi il portone, che voglio andarmene prima di giorno.'
«II portinaio che era disteso giusto
dietro l'uscio della locanda, mezzo addormentato mi fece:
'Ma come? Vuoi metterti in cammino a quest'ora di notte? Non
sai che le strade sono infestate dai briganti? Se hai scelto
di morire perché hai la coscienza sporca io non sono mica
tanto, grullo da fare la stessa fine per causa tua.'
«'Tra poco è giorno,' gli risposi 'e poi,
ché cosa possono prendergli i briganti a un viandante così
al verde come me? Ma ti rendi conto, balordo che sei, che
nemmeno dieci campioni di lotta possono spogliare uno che è
già nudo?' Ma quello, voltandosi dall'altra parte, morto di
sonno e intontito com'era, mi rimbeccò: 'E che ne so io se
tu non hai scannato il tuo compagno di viaggio col quale sei
giunto ier sera, ed ora cerchi di metterti in salvo?'
«Allora sì che la terra mi parve
spalancarsi sotto i piedi e io precipitare giù fin nel
Tartaro in bocca all'affamato Cerbero; e capii che la buona
Meroe non per misericordia aveva risparmiato la mia gola ma
per riservarmi, nella sua ferocia, alla croce.
XVI
«Così tornai in camera pensando al modo
più spiccio di darmi la morte. Ma non mettendomi la sorte a
portata di mano alcuna arma mortale se non il mio letto,
così a lui mi rivolsi: 'Caro lettuccio mio che dividesti con
me tutti i miei guai, che sei stato testimone oculare di
quanto è accaduto stanotte, tu che solo potrei citare a
prova della mia innocenza, porgimi l'arma liberatrice che mi
mandi alla svelta all'inferno.'
«Così dicendo sciolsi la reticella di
corda che formava il piano del letto e legatone un capo a
una trave che sporgeva sopra la finestra, feci con l'altra
estremità un nodo scorsoio, salii sul letto ormai votato
alla morte e infilai la testa nel cappio. Ma non appena, con
una pedata, scaraventai lontano il sostegno che mi
sorreggeva perché, per il peso del corpo, il cappio
stringesse la gola e mi togliesse il respiro, la corda,
marcia com'era, si spezzò ed io precipitai addosso a Socrate
che giaceva lì accanto e con lui rotolai per terra.
XVII
«In quel mentre irruppe in camera il
portinaio, urlando: 'Dove diavolo sei tu che, in piena
notte, avevi tanta furia di partire e ora te ne sei tornato
a russare fra le coperte?'
«In quel momento, non so se per il mio
ruzzolone o per il gran baccano di quell'uomo, Socrate saltò
su esclamando: 'Quanta ragione hanno quei viaggiatori che
non possono soffrire gli albergatori. Questo rompiballe ti
vien dentro magari con l'intenzione di fregare qualcosa, e
col suo blaterare mi sveglia, sfinito com'ero, proprio nel
sonno migliore.'
«Anch'io balzai in piedi, preso da una
gioia insperata: 'Eccolo, bravo portinaio, eccolo qui
l'amico mio, il mio fratellino, quello che tu, stanotte,
ubriaco fradicio com'eri, andavi insinuando che avevo
assassinato.' E, intanto, baciavo e abbracciavo Socrate che
però, protestando, mi respingeva con violenza schifato dal
fetore di piscio che quelle streghe mi avevano lasciato
addosso: 'Va via' mi diceva 'che puzzi peggio di un fondo di
latrina.'
«Poi, scherzandoci su, mi chiese la
ragione di quel fetore. Io, poveretto, gli inventai una
frottola per sviare il discorso e con una manata sulle
spalle: 'Che aspettiamo ad andarcene?' gli dissi 'Perché non
approfittiamo del fresco del mattino?'
«Presi quel po' di roba che avevo, pagai
il conto all'albergatore e ci mettemmo in cammino.
XVIII
«Avevamo già fatta un bel po' di strada e
il sole, ormai alto, illuminava ogni cosa all'intorno. Io,
intanto, non facevo che guardare con curiosità e apprensione
la gola del mio compagno, là dove avevo visto penetrare la
spada e mi dicevo: 'Ma guarda un po' che matto. Ne devi aver
scolati di bicchieri ed essere stato ben sbronzo per fare
sogni così assurdi. Eccotelo qua Socrate, sano e vegeto. E
dov'è la ferita, dove la spugna e quell'orribile piaga
sanguinante?'
«Poi rivolto a lui: 'Non hanno mica torto
quei gran dottori quando dicono che chi mangia molto e alza
troppo il gomito poi fa brutti sogni. Prendi me, per esempio
ieri sera mi son lasciato andare alle libagioni e così ho
passato una notte infernale, piena di incubi spaventosi,
tanto che mi sembra ancora di esser tutto imbrattato di
sangue umano.'
«'Ma che sangue e sangue,' mi sogghignò,
'pieno di piscio sei. Però ho fatto un sogno anch'io mi
pareva che mi sgozzassero; sentivo un gran dolore qui alla
gola e come se mi strappassero il cuore; pure ora mi manca
il respiro, mi tremano le ginocchia e mi par di cadere.
Sento proprio il bisogno di mettere qualcosa sotto i denti
per riprendere le forze.'
«'Eccoti servita la colazione' e, detto
fatto, mi tolsi il sacco dalle spalle e gli offrii del pane
con del formaggio. 'Anzi,' gli feci, 'sediamoci la, sotto
quel platano.'
XIX
«Così facemmo e anch'io trassi fuori
qualcosa da mangiare per me e intanto lo osservavo. Ed ecco
che mentre mangiava avidamente lo vidi, tutto a un tratto,
impallidire, farsi livido livido come uno stecco. Man mano
che perdeva colore io rivedevo l'orribile scena della notte
e, per lo spavento, il pezzo di pane che avevo messo in
bocca, benché piccolo, mi si piantò nel gozzo, tanto che non
riuscivo a mandarlo né su né giù.
«Non passava di lì molta gente e questo
accresceva il mio terrore. Chi avrebbe creduto che di due
compagni uno era morto senza che l'altro ne sapesse nulla?
Socrate, intanto, che s'era ingozzato di pane e aveva fatto
fuori quasi tutto il formaggio, ora si sentiva bruciare
dalla sete. Poco lontano dal nostro platano scorreva un filo
d'acqua ma così lento da formare una pozza limpida e chiara
come argento o vetro.
«'Eccoti là dell'acqua' gli dissi 'bianca
come il latte.'
«Egli si alzò, s'accostò alla riva là
dove questa era più bassa e fece per inginocchiarsi e bere
con avidità ma non aveva ancora accostato le labbra
all'acqua che il collo gli si aprì in un largo e profondo
squarcio e ne venne fuori la spugna e un po' di sangue. Era
morto, e sarebbe caduto in acqua se io, appena in tempo,
afferrandolo prontamente per un piede, non lo avessi tirato
su a fatica. E lì, su quella riva, come potetti, date le
circostanze, piansi l'infelice compagno: scavai una fossa
nella sabbia e ve lo chiusi per sempre.
«Ero pieno di paura, temevo guai peggiori
e così mi misi a fuggire qua e là per luoghi desolati e
deserti e, quasi avessi sulla coscienza un delitto, lasciai
la mia patria, la mia casa e scelsi un volontario esilio.
«Ora vivo in Etolia e mi sono fatta uma
nuova famiglia.»
XX
Questo il racconto di Aristomene, ma il
suo compagno, che fin dall'inizio s'era rifiutato di credere
a una sola parola, esclamò: «Non c'è storia più fantastica,
più assurda di questa.» E rivolto a me: «E tu che mi sembri
una persona seria almeno dall'apparenza, ci credi a questa
storia?»
«Mah,» feci io, «veramente tutto è
possibile a questo mondo e quello che capita agli uomini è
scritto nel destino: a me, a te, a tutti possono succedere
cose strabilianti, inaudite, che se le vai a raccontare a
chi non ne è stato toccato, nessuno ti crede. Io invece ci
credo a quello che ha raccontato l'amico, e come, e per di
più lo ringrazio perché con la sua storia, col suo fare
piacevole ci ha un po' svagati e mi ha fatto sembrare meno
noioso e lungo questo viaggio. Se n'è giovato anche il mio
cavallo che non ha poi fatto una gran fatica, dal momento
che sono arrivato alle porte della città non sulla sua
schiena ma con le mie orecchie.»
XXI
Così finì il viaggio e anche la nostra
conversazione. I due, infatti, svoltarono a sinistra, verso
una casupola lì vicino, io, invece, tirai dritto e m'infilai
nella prima taverna che vidi.
«È Ipata questa?» chiesi alla vecchia
ostessa. E quando ella annuì: «Conosci un certo Milone? Da
queste parti dovrebbe essere tra le persone più in vista.»
«Certo,» fece lei ridendo, «Milone è proprio uno ben in
vista: sta di casa oltre il pomerio fuori di città.»
«Lascia stare le battute, buona donna,»
gli feci «e dimmi, piuttosto che tipo d'uomo è e dove
abita.»
«Vedi quelle finestre lì in fondo, che
guardano fuori di città e quella porta alle spalle che
s'apre sul vicolo? Là sta il tuo Milone; denari a montagne,
ricco sfondato; lo conoscono tutti, ma per la spilorceria;
un avaraccio che non ti dico; pratica l'usura, e in grande,
su pegni d'oro e d'argento; se ne sta tappato nel suo
bugigattolo sempre a contare e a lustrare denaro, assieme a
sua moglie che ha la stessa malattia. Si concede una sola
servetta e va in giro vestito come un mendicante.»
A queste parole sbottai in una risata: «E
bravo l'amico Demea! Mi ha proprio ben sistemato per questo
viaggio indirizzandomi a un tipo simile. Certo che da un
tale ospite non dovrò temere né odor di fumo né tantomeno di
arrosto.»
XXII
Così dicendo feci pochi passi e, arrivato
sulla soglia, cominciai a bussare alla porta, ch'era
sprangata a dovere con tanto di catenacci, e a chiamare.
Finalmente comparve una ragazzotta: «Ehi, tu, che bussi con
tanta furia,» mi fece «che pegno hai per il prestito che
desideri? Lo sai o no che si accettano solo pegni d'oro e
d'argento?»
«Potresti anche parlare con più creanza»
le risposi. «Intanto dimmi se il tuo padrone è in casa.»
«Certo che è in casa, ma perché me lo
domandi?»
«Ho per lui una lettera di Demea da
Corinto.»
«Glielo vado a dire; tu, intanto, aspetta
qui» e mi sbatté la porta sulla faccia tornando a sprangarla
a doppia mandata. Dopo un po' ricomparve spalancando i
battenti: «Ti puoi accomodare» fece.
Entrai e me lo vidi davanti, sdraiato su
un lettuccio striminzito, che si accingeva a cenare. Gli
stava seduta accanto la moglie ma la mensa era vuota. «Ecco
quel che posso offrirti» mi fece, mostrandomi la tavola.
«Obbligatissimo» e gli consegnai la
lettera di Demea. Dopo averla letta alla svelta esclamò: «Ma
che caro il mio Demea, che mi ha mandato un ospite così di
riguardo.»
XXIII
Al tempo stesso disse alla moglie di
allontanarsi e a me di sedere al suo posto, ma vista la mia
esitazione: «Siediti pure qui» mi fece, prendendomi per il
mantello e quasi tirandomi giù, «purtroppo per la paura dei
ladri io non mi arrischio ad avere sedie né, tantomeno,
mobilio a sufficienza.»
Gli obbedii e quello riprese: «Dai tuoi
modi così urbani e dal tuo riserbo quasi di fanciulla, non è
difficile intuire la nobiltà della tua famiglia. Del resto
la lettera di Demea lo conferma. Ti prego, perciò, di non
sdegnare il mio modestissimo tetto. Per te c'è la stanza qui
accanto, comoda e accogliente; vedrai che non ti troverai
male a casa mia. Se ti degnerai di restare questa casa
sembrerà più grande e tu ne trarrai motivo di gloria perché
avrai fatto come Teseo di cui tuo padre porta il nome, che
non disprezzò la modesta ospitalità della vecchia Ecale.»
Poi chiamò la servetta: «Fotide, prendi i
bagagli dell'ospite e mettili in quella stanza, ma fa piano;
e tira fuori dall'armadio l'olio per ungersi, i panni per
asciugarsi, insomma tutto l'occorrente e accompagna il
signore alle terme qui vicino: il suo viaggio è stato lungo
e faticoso e dev'essere molto stanco.»
XXIV
Sentendo questo e ripensando alla
tirchieria di Milone, e volendomelo fare amico: «Lascia
stare, non ho bisogno di tutta questa roba, perché quando
viaggio io me la porto sempre con me; quanto alle terme
vedrai che saprò trovarle da solo. Piuttosto, quello che mi
preme di più è il mio cavallo, che mi ha portato fin qui
senza intoppi. Prendi questi spiccioli, Fotide, e va a
comprargli fieno e biada.»
Dopo di che portai il bagaglio in camera
e mi avviai verso le terme, passando però dal mercato per
comprare qualcosa da mangiare. C'era del bellissimo pesce;
ne chiesi il prezzo e mi fu offerto per cento sesterzi; feci
finta di andarmene e lo ebbi per venti denari.
Me ne stavo già venendo via quando
incontrai Pitia, un vecchio compagno di studi, ad Atene, che
subito mi riconobbe nonostante fosse ormai trascorso molto
tempo: «Lucio carissimo,» esclamò gettandomi le braccia al
collo e baciandomi affettuosamente, «da quanti anni che non
ci vediamo, santo cielo ne è passato del tempo da che
lasciammo la scuola del maestro Clitio! Ma tu, come mai da
queste parti?»
«Domani te lo dirò» gli risposi. «Tu,
piuttosto, che roba è questa? Complimenti: littori, fasci,
mi vedo davanti un magistrato coi fiocchi!»
«Sì, sono edile e dirigo l'annona; se sei
qui per acquisti disponi pure di me.»
Gli dissi di no perché avevo già comprato
del pesce per la cena, ma Pitia, vista la sporta e rivoltati
i pesci per esaminarli meglio: «Quanto l'hai pagata questa
robaccia?» «A stento sono riuscito a farmela dare da un
pescatore per venti denari.»
XXV
Subito mi afferrò per un braccio e mi
ricondusse al mercato chiedendomi da quale venditore avessi
comprato quella porcheria. Gli indicai un vecchietto che se
ne stava seduto in un angolo e subito egli, forte della sua
autorità di edile, lo investì con voce terribile: «Non avete
riguardo ormai né dei miei amici né tanto meno dei
forestieri, voialtri, se vendete a prezzi così alti finanche
pesciolini da nulla. Ma per il carovita volete ridurre a un
arido deserto, a uno scoglio brullo questa città che è il
fiore della Tessaglia? Ma non la passerete liscia. Quanto a
te ti farò vedere io, finché sono in carica, come si
puniscono i bricconi!» e, svuotata la sporta per terra,
ordinò a una guardia del seguito di montare con i piedi
sopra quei pesci e di spiaccicarli. Poi tutto soddisfatto
per avermi dato una prova della sua autorità, il caro Pitia
mi consigliò di allontanarmi. «Mi basta, caro Lucio,»
concluse, «di aver data una bella lezione al nonnino!»
Rimasi esterrefatto, addirittura basito e
lemme lemme mi avviai verso le terme. Grazie alla bella
sparata del mio saggio compagno di studi, io mi ritrovai
senza i quattrini e senza cena.
Dopo il bagno feci ritorno a casa, da
Milone, e mi ritirai in camera mia.
XXVI
Ma ecco Fotide, la servetta, ad
avvertirmi che il padrone mi cercava, ed io, che ormai
conoscevo quanto Milone fosse spilorcio, a schernirmi con
belle maniere, dicendo che avevo più bisogno di sonno che di
cibo per smaltire lo strapazzo del viaggio. Ma lui a
precipitarsi di persona, a prendermi per un braccio e, tutto
cerimonioso, a tirarmi con sé. Io cercavo di tergiversare,
di resistergli con garbo ma quello a insistere: «Non mi
muoverò di qui fino a quando non mi avrai seguito» e
accompagnando queste parole con un giuramento, riuscì a
rimorchiarmi fino a quel suo lettuccio. Alle sue insistenze,
di mala voglia, fui costretto a sedermi e lui a chiedermi
come se la passasse Demea, la moglie, i figli, la gente di
casa ed io a metterlo al corrente di tutto. Poi volle sapere
per filo e per segno le ragioni del mio viaggio ed io a
riferirgliele tutte nei minimi particolari e lui ancora a
interrogarmi della mia patria, dei cittadini più in vista,
perfino del governatore, fino a quando non capì che ero
troppo stanco del viaggio, stremato da tutte quelle
chiacchiere e mezzo morto di sonno, al punto da lasciare a
metà le frasi e biascicare appena qualche parola sconnessa.
Solo allora si rassegnò a mandarmi a dormire.
Finalmente pieno di sonno ma non di cibo
mi liberai da quel vecchio petulante che mi aveva offerto un
pranzo di sole chiacchiere e, rientrato nella mia camera, mi
abbandonai al tanto sospirato riposo.
LIBRO SECONDO
I
Appena il sole fugò le tenebre e riportò
sulla terra la luce, io mi destai e subito saltai fuori dal
letto desideroso e impaziente di conoscere tutte le cose
bellissime e rare del luogo, tanto più, pensai, che mi
trovavo proprio nel cuore della Tessaglia, la terra degli
incantesimi, la culla della magia, famosa per questo in
tutto il mondo e, per giunta, proprio dove era accaduto il
fatto straordinario raccontato da quell'ottimo compagno di
viaggio che era stato Aristomene.
Mi misi così a osservare attentamente
ogni cosa con uno stato d'animo misto di curiosità e insieme
d'ansia.
Ma in quella città tutto mi sembrava
strano, irreale, ovunque posassi lo sguardo, come se un
qualche funesto incantesimo avesse stregato ogni cosa: i
sassi in cui inciampavo mi pareva fossero uomini
pietrificati, gli uccelli che sentivo cantare esseri umani
diventati pennuti, gli alberi che cingevano le mura uomini
anch'essi mutati in creature arboree, perfino l'acqua mi
sembrava sgorgasse da corpi umani. Mi aspettavo, da un
momento all'altro, che le statue e le figure degli affreschi
si mettessero a camminare, le pietre delle mura a discorrere
fra loro, che i buoi o, che so io, animali simili a predire
il futuro e che dal cielo stesso e dal disco del sole
sarebbe, a un tratto, venuto giù un qualche oracolo.
II
Così me ne andavo a zonzo qua e là tutto
frastornato e eccitato da una curiosità tormentosa senza
tuttavia riuscire a trovare un benché minimo indizio di
quanto mi stava a cuore.
Bighellonavo di porta in porta come uno
sfaccendato che ha quattrini da spendere e senza
accorgermene mi trovai al mercato.
Qui affrettai il passo per dare una
sbirciatina a una donna che passava di lì circondata da un
codazzo di schiavi. I monili d'oro scolpiti e l'abito
trapunto in oro anch'esso mi mostravano chiaramente che si
trattava di una vera signora. Era al suo fianco un vecchio
molto avanti negli anni il quale appena mi vide: «Ma sì, è
proprio lui, Lucio» esclamò stampandomi un bacio e
bisbigliando poi qualcosa che non compresi all'orecchio
della donna.
«Perché non ti fai avanti a salutare
questa tua parente?» mi fece poi. Ed io vergognoso: «Non
conosco la signora» risposi arrossendo e rimasi lì fermo
impalato, a capo chino.
«Ma guardalo, lo stesso ritegno signorile
di sua madre Salvia, santa donna,» commentava quella,
intanto, guardandomi. «Straordinario, anche nel fisico le
somiglia, tale e quale; statura regolare, forte e slanciato,
colorito roseo, capelli biondi, ondulati di natura, occhi
azzurri ma vivi e lampeggianti come quelli di un aquilotto,
e i lineamenti del volto? una bellezza, e poi, elegante e
disinvolto nel portamento.»
III
«Sai, Lucio» continuò «ti ho allevato io,
con queste mani, come no? Fra me e tua madre non c'è
soltanto un vincolo di sangue ma siamo state allevate
insieme.
«Tutte e due discendiamo dalla famiglia
di Plutarco e siamo state allattate dalla stessa balia e
insieme siamo cresciute, come due sorelle; solo la posizione
sociale ci divide perché lei ha sposato un uomo importante,
io un semplice borghese: sono Birrena e forse hai già
sentito fare il mio nome fra quelli che ti hanno educato.
«Non fare complimenti, quindi, e accetta
la mia ospitalità, anzi considerati a casa tua.»
Sentendola parlare così io vinsi ogni
impaccio e le risposi:
«Madre, non è assolutamente il caso che
io senza motivo, ora pianti lì Milone che mi ha dato
ospitalità; comunque, appena possibile, con le dovute
convenienze, saprò regolarmi altrimenti e tutte le volte che
mi capiterà di passare di qui non mancherò di fermarmi da
te.»
Così, tra una chiacchiera e l'altra, in
pochi passi fummo a casa sua.
IV
L'atrio era bellissimo, colonne ai
quattro angoli reggevano Vittorie palmate che, ferme, ad ali
aperte sembravano sfiorare con le agili piante il mobile
sostegno di una sfera nell'atto di spiccare il volo non di
sostare.
Al centro, stupendo capodopera, una Diana
in marmo pario, con la veste gonfia di vento sembrava
protendersi leggera verso chi entrava, eppure veneranda
nella sua divina maestà.
Ai lati della dea, a suo presidio,
stavano due molossi, anch'essi in marmo pario: erano i loro
occhi minacciosi, ritte le orecchie, dilatate le narici, le
fauci avidamente spalancate. Se fosse risuonato lì intorno
un latrato, certo lo avresti creduto uscito da quelle gole
di marmo. Qui, appunto, quell'insigne artista aveva dato la
prova più alta della sua arte, raffigurando quei cani con il
petto proteso, le zampe posteriori ben ferme a terra e
quelle anteriori nell'atto della corsa.
Aveva anche scolpito un macigno alle
spalle della dea in foggia di spelonca e muschio, morbide
foglie, ramoscelli, pampini e arbusti sembravano fiorire
dalla pietra. All'interno, nel nitore del marmo, risplendeva
l'immagine divina.
Dagli orli alti del sasso frutti ed uve
pendevano, di squisita fattura, simili in tutto al vero,
l'arte avendo emulato la natura. Certo avresti pensato di
coglierli e mangiarli quando l'autunno che porta il mosto
avesse in essi infuso i bei colori maturi. Se, poi,
chinandoti a guardare il ruscello che ai piedi della dea
scorreva in onde lievi, quei grappoli riflessi tu li avresti
creduti non solo naturali ma persino oscillanti come quelli
sospesi ai tralci veri.
Tra le fronde si distingueva l'immagine
marmorea di Atteone cupidamente proteso a spiare la dea che
si bagnasse in quella fonte, nuda; ma già mutato in cervo.
V
Mentre io guardavo ogni cosa con gran
piacere e interesse, Birrena mi fece: «Tutto questo è tuo»
e, così dicendo, invitò gli altri, con un cenno discreto ad
allontanarsi. Rimasti soli, continuò:
«Sapessi, Lucio, come sono in ansia per
te, come vorrei proteggerti, più che se fossi mio figlio. In
nome di questa idea, guardati, per carità, guardati dalle
male arti e dalle pericolose lusinghe di Panfile, la moglie
di quel Milone di cui mi hai detto che sei ospite: è una
maga famosa, nessuna, a quanto dicono, è più esperta di lei
a evocare gli spiriti maligni: soffiando su dei rametti, su
delle pietruzze e cose del genere, quella è capace di
sprofondare sole e stelle giù nel Tartaro e nel vecchio
Caos. Per di più quando vede un bel giovane ne resta subito
presa e non lo molla più, lo lusinga, gli si insinua
nell'animo, lo lega indissolubilmente a sé. I meno
compiacenti o quelli che le son venuti a noia li trasforma
invece in sassi o in caproni o in altri animali o
addirittura li uccide. Ecco perché io sono in pena per te e
ti supplico di stare attento: quella è una che è sempre in
calore e tu, per età e per avvenenza, fai proprio al caso
suo.»
Questo mi disse tutta preoccupata
Birrena.
VI
Ma io che sono curioso per natura, appena
sentii la parola magia, che sempre mi aveva sedotto, a
tutt'altro pensai che a guardarmi da Panfile, anzi mi venne
tanta voglia d'essere iniziato anch'io nell'arte magica e di
gettarmici a capofitto, costasse quel che costasse, che,
tutto eccitato, mi liberai di Birrena, come da una catena, e
gettandole un «salve» in tutta fretta, mi precipitai a casa
di Milone.
Intanto, correndo come un pazzo, mi
dicevo:
«Coraggio, Lucio, apri gli occhi e bada a
te. Questa è la volta buona, finalmente potrai appagare il
tuo desiderio e saziarti di storie meravigliose. Bando alle
paure da ragazzini, prendi di petto la cosa, ma soprattutto
astinenza con la tua ospite, e guardalo da lontano e con
rispetto il letto del buon Milone; datti da fare, piuttosto,
con Fotide, la servotta: è appetitosa e ci sta e poi è
simpatica. Ieri sera, quando sei andato in camera, lei è
venuta con te, ti ha messo a letto con un sacco di moine, ti
ha rimboccato le coperte in modo piuttosto provocante e
baciandoti in fronte ti ha fatto capire che le dispiaceva
andarsene; infatti s'è voltata indietro più volte, a
guardarti. Questo è di buon augurio; può darsi
effettivamente che tutta la faccenda non finisca bene,
almeno cerca di portarti a letto questa Fotide.»
VII
Così ragionando arrivai alla porta di
Milone e vidi che tutto funzionava, come suol dirsi, a
pennello.
A casa, infatti, non c'era né Milone né
sua moglie ma solo la mia cara Fotide che stava preparando
per i suoi padroni un ripieno di trippa e polpa di carne
tritata, una cosetta veramente squisita a giudicar
dall'odore.
Indossava una linda tunichetta di lino
con una cinturina rosso vivo che le stringeva la vita,
proprio sotto i seni. Con le sue manine tondette rimestava
il cibo nel tegame, che scuoteva continuamente, di modo che
quel movimento le si comunicava a tutto il corpo e così
dondolava mollemente la schiena e ancheggiava ch'era uno
spettacolo.
A quella vista rimasi lì fermo incantato,
in estasi, e mi si rizzò anche un certo arnese che prima era
penzoloni.
«Che bellezza!» riuscii alla fine a
esclamare, «Fotide mia, come sai muovere bene quei tuoi
fianchi e quel tegamino. Chissà che intingoletto squisito
stai preparando. Beato, eh, sì, proprio beato chi, col tuo
permesso, potrà metterci il dito.»
Ma lei, civetta e spiritosa com'era:
«Sta' lontano, sbarbatello, sta' lontano dal mio fornello,
quanto più puoi, ché se appena ti tocca questo mio
focherello, ti sentirai bruciare fin le midolla e nessuno
potrà estinguerti l'incendio se non io che, con lo stesso
piacere, ci so fare assai bene sia coi sughetti e le pentole
sia a letto.»
VIII
Così dicendo si voltò a guardarmi e rise
mentre io restai lì a mangiarmela con gli occhi. Ma, in
effetti, perché mettermi a parlare degli altri particolari
quando delle donne la mia unica passione sono sempre stati
il viso e i capelli, che prima ammiro in pubblico e poi me
li godo in privato.
La ragione di questa mia debolezza sta,
forse, nel fatto che questa importante parte del corpo, così
in evidenza e così esposta, è la prima a colpirci; e poi,
anche perché se per le altre parti, gli abiti e i bei colori
delle vesti fanno molto, per questa è solo la bellezza
naturale che conta.
Del resto un po' tutte le donne, quando
vogliono farsi ammirare per la loro bellezza e per le grazie
che hanno, si spogliano, buttano via i veli e, tutte
compiaciute, mettono in mostra le loro nudità sapendo che è
un dolce incarnato a far colpo più che l'oro di una veste.
Ma se - dico per assurdo, e non voglia
mai che succeda una cosa del genere - se a una donna, fosse
anche la più bella, tu le tagliassi via i capelli, la
privassi di quel naturale ornamento del viso, venisse pure
dal cielo o sorgesse dal mare, figlia dell'onda, fosse pure
Venere in persona circondata dalle sue Grazie e accompagnata
da tutto lo stuolo dei suoi Amorini, ornata del suo cinto
fragrante di profumi e stillante balsami, se si mostrasse
calva non potrebbe piacere nemmeno al suo Vulcano.
IX
Vuoi mettere, invece, il fascino di una
bella chioma quando fiammeggia viva ai raggi del sole o,
morbida, ne raccoglie la luce o, mutevole, appare nei suoi
cangianti riflessi? O quando il fulgore dell'oro sfuma nel
biondo del miele, o il nero corvino ha iridescenze azzurre
come il collo delle colombe o, ancora, quando densa di
balsami orientali e ravviata dai denti sottili del pettine,
raccolta a nodo dietro la nuca, si offre agli occhi
dell'amante, come a uno specchio, porgendo di sé l'immagine
più gradita?
E vuoi mettere ancora quando, folta, fa
da corona al capo oppure quando scende fluente, a onde,
lungo le spalle? Insomma è così importante una bella chioma
che, per quanto una donna si mostri adorna d'oro, di belle
vesti, di gemme o d'ogni altro ornamento, se non ha una
particolare cura dei suoi capelli, non può mai dirsi
elegante.
Ma la mia Fotide era seducente per una
certa qual negligenza, più che per l'accurata ricercatezza:
infatti i suoi capelli folti scendevano mollemente sulla
nuca e lungo il collo, fino a lambire l'orlo della veste; le
estremità erano poi raccolte in un nodo al sommo del capo.
X
Non resistetti alla tortura di un piacere
così intenso e piegandomi su di lei le lasciai un bacio più
dolce del miele, proprio alla radice dei capelli, dove essi
risalivano verso la sommità del capo.
Ella si volse lanciandomi di sottecchi
uno sguardo assassino:
«Ehi, ehi, scolaretto, mi sa che tu ti
stai prendendo un bocconcino agrodolce, sta' attento che per
la troppa dolcezza del miele tu poi non abbia a sentire a
lungo l'amaro della bile.»
«E che m'importa, gioia mia, soltanto un
bacino e poi son pronto, a mettermi lungo disteso sul tuo
fornello e a farmi abbrustolire,» e così dicendo me la
strinsi forte fra le braccia e cominciai a baciarla e poiché
lei mi corrispose con eguale ardore e gareggiò con me in
ogni sorta di libidine, schiudendomi la sua bocca odorosa e
cercando con la sua lingua, che sapeva di nettare, la mia,
vinto dal desiderio: «Mi fai morire,» le dissi, «anzi sono
già morto se tu non mi compiaci.» Ed ella riprendendo a
baciarmi: «Pazienta, anch'io sono ormai tua e perciò non
dovremo aspettare a lungo per goderci; questa sera, appena
farà buio, verrò in camera tua. Ora va, ma preparati perché
voglio misurarmi con te e darci sotto quant'è lunga la
notte.»
XI
Queste promesse ci sussurrammo prima di
staccarci. Intanto s'era fatto mezzogiorno e Birrena pensò
bene di farmi pervenire, come segno di benvenuto, un grasso
porcellino, cinque gallinelle e un'anfora di vino pregiato.
«Ecco che arriva Bacco con le sue armi a
dar man forte a Venere,» gridai a Fotide. «Ce lo berremo
tutto questo vino, oggi, per vincere ogni ritegno, ogni
fiacchezza ed eccitare ancora di più la nostra libidine.
Queste sono le provviste che occorrono per una notte
d'amore: olio alla lucerna e vino nei calici.»
Passai il resto della giornata ai bagni
e, poi, a cena, con il buon Milone che mi aveva invitato a
mangiare un boccone con lui, ma avendo cura di evitare lo
sguardo di sua moglie, memore degli avvertimenti di Birrena;
e se per caso i miei occhi si posavano sul volto di lei
subito li ritraevo spaventatissimo, come se avessi visto
l'inferno. Guardavo, invece, continuamente Fotide che ci
serviva e in lei mi rincuoravo.
S'era, intanto, fatta notte, quando
Panfile, guardando la lucerna esclamò: «Quanta acqua verrà
giù domani,» e al marito che le chiese come facesse a
saperlo, rispose che era la lucerna a dirglielo. Al che
Milone, sbottando a ridere: «Proprio una gran sibilla noi
manteniamo con questa lampada. In cima al suo candeliere,
come da un osservatorio, quella vede tutto ciò che succede
in cielo e perfino nel sole.»
XII
«Ma sono proprio questi,» intervenni io,
«i primi tentativi di magia e non c'è niente di strano se
questo focherello così piccino, acceso dalla mano dell'uomo,
ricordi quel gran fuoco celeste dal quale ha avuto origine e
quindi conosca e ci riferisca con un presagio divino le cose
che quello è in procinto di combinare lassù nel cielo.
«Del resto, da noi, a Corinto, ora c'è un
forestiero, un Caldeo, che con le sue strabilianti profezie
sta mettendo lo scompiglio in città e per quattro soldi
svela tutti i misteri del destino. Ti sa dire, per esempio,
il giorno in cui ti devi sposare, in qual'altro puoi mandar
su i muri di una casa se vuoi che non ti vada in malora,
quando puoi concludere buoni affari, iniziare un viaggio o
metterti in mare. Anch'io gli chiesi cosa mi sarebbe
capitato in questo viaggio e lui mi disse un sacco di cose,
tutte molto strane: che sarei diventato famoso, addirittura
il protagonista di una storia incredibile, straordinaria e
che avrei scritto anche dei libri.»
XIII
«Che tipo è questo Caldeo e come si
chiama?» fece Milone sorridendo.
«È alto, piuttosto bruno e si chiama
Diofane.»
«Ma allora è proprio lui, non ci sono
dubbi!» esclamò. «Anche qui da noi s'era messo a tutto
spiano a far l'indovino fra la gente, guadagnando quattrini
a palate, altro che pochi soldi, finché non gli toccò,
poveraccio, un incidente, o meglio, un vero accidente è
proprio il caso di dirlo.
«Una mattina, mentre stava predicendo
l'avvenire al solito crocchio di gente, gli si avvicinò un
mercante, un certo Cerdone, per sapere quale fosse il giorno
più favorevole per mettersi in viaggio. Come Diofane glielo
predisse Cerdone mise subito la mano alla borsa e aveva già
rovesciato i soldi per contare cento denari quale compenso
per la profezia, quando un giovanotto dall'aspetto distinto
si fece alle spalle di Diofane e tirandolo per un lembo del
mantello, tanto da costringerlo a voltarsi, gli buttò le
braccia al collo e cominciò a baciarlo con trasporto.
Diofane fece altrettanto, lo invitò a sedere accanto a lui e
stupito di quell'improvvisa apparizione, dimenticando
completamente l'affare che stava combinando, cominciò: 'Che
piacere vederti qui! Quand'è che sei arrivato?'
XIV
«'Soltanto ieri sera,' fece l'altro di
rimando, 'ma tu, fratello, raccontami del tuo viaggio per
mare e per terra, dopo che sei partito in tutta furia
dall'Eubea..'
«A questo punto Diofane, il nostro grande
Galdeo, balordo e distratto, attaccò: 'Un viaggio così
infame come quello vorrei che toccasse soltanto ai nemici
della patria e a quelli che mi vogliono male: una vera
odissea. La nave sulla quale eravamo imbarcati, sbattuta
dalla tempesta e dal vento, perse tutti e due i timoni e
andò alla deriva, finché non calò a picco sfasciandosi
contro la riva opposta. Perdemmo tutto e a stento riuscimmo
a salvarci a nuoto. Tutto quello, poi, che potemmo
racimolare per la compassione di ignoti e il buon cuore di
amici, ci fu portato via da una banda di malfattori.
Arignoto, il mio unico fratello, che aveva tentato di
opporsi alla loro violenza, poveretto, fu sgozzato sotto i
miei occhi.'
«Ma, intanto, mentre Diofane, col cuore a
pezzi, raccontava tutto questo, Cerdone, il mercante,
ripresisi i soldarelli che aveva già sborsato per la
profezia, se la squagliò.
Soltanto allora Diofane tornò in sé e
s'accorse della sua balordaggine, specie quando vide che
noi, tutt'intorno, ci sbellicavamo dalle risa.
«Però, caro Lucio, speriamo almeno che a
te, quel Caldeo abbia detta la verità e che tu possa essere
fortunato e proseguire felicemente il tuo viaggio.»
XV
Mentre Milone parlava e sembrava non
volere smettere più, io mi rodevo e me la prendevo con me
stesso che involontariamente avevo dato esca a tutte quelle
ciarle inutili e mi stavo perdendo il meglio della serata e
il suo frutto più ghiotto. Finalmente messa da parte ogni
esitazione, dissi a Milone: «Se la veda lui quel Diofane con
le sue disavventure e si Porti pure per mare c per terra
tutto il denaro che spilla alla gente, quanto a me sono
ancora stanco del viaggio di ieri e, se permetti, vorrei
andare a dormire un po' prima.»
Detto fatto mi avviai in camera mia e qui
trovai tutto bell'apparecchiato per una cenetta infima. I
letti della servitù erano stati spostati, messi il più
lontano possibile dalla mia porta, immagino perché non
sentissero i nostri notturni gemiti di piacere; accanto al
mio letto era stato posto un tavolino con ciò che di meglio
era rimasto della cena e coppe riempite a metà di vino,
bell'e pronte ad accogliere la giusta porzione d'acqua;
accanto, una brocca dall'imboccatura larga fatta a posta per
le abbondanti bevute, insomma un gustoso aperitivo per una
notte d'amore.
XVI
M'ero appena coricato che la mia Fotide,
la sua padrona era già andata a letto, Se ne venne da me
tutta giuliva.
Aveva una ghirlanda di rose fra i capelli
e petali di rose anche sul florido seno. S'appressò e mi
baciò lungamente, mi cinse il capo di fiori, altri ne sparse
in torno. Poi prese una coppa di vino, vi mescolò dell'acqua
tepida e me l'offrì da bere; ma dolcemente me la rubò dalle
mani prima ch'io l'ebbi del tutto vuotata e l'accostò alle
sue labbra e bevve a piccoli sorsi, guardandomi. Una seconda
coppa e una terza e poi altre ancora così ci scambiammo.
Io, tra i fumi del vino, non solo la mia
fantasia ma tutti i sensi sentivo eccitati dalla libidine,
bramosi, anelanti; allora, tirandomi su la tunica fino
all'inguine e mostrandole quanto impellente fosse il mio
desiderio d'amore: «Per carità,» esclamai, «fa' presto, vedi
come son tutto teso e pronto alla guerra che tu, alla brava,
mi hai dichiarato. Da quando Amore crudele ha trafitto il
mio cuore con la sua freccia, anch'io con tutto il vigore ho
teso il mio arco ed ora ho paura che il nerbo troppo rigido
mi si spezzi.
«Ma se tu vuoi veramente offrirmi proprio
tutte le tue delizie, sciogli i capelli e abbracciami
nell'onda delle tue chiome.»
XVII
Non se lo fece dire due volte. In fretta
sgombrò piatti e vivande, si liberò delle vesti mostrandosi
tutta nuda, si sciolse i capelli con maliziosa lascivia;
bella, simile a Venere quando emerse dai flutti, più per
civetteria che per pudore mi nascondeva il liscio pube con
le sue dita rosate.
«Vieni» mi disse «vieni all'assalto. Ti
terrò testa, sai, non ti cederò. Drizzati, se sei uomo, e
lotta corpo a corpo, trafiggimi, fammi morire perché anche
tu morirai. È una battaglia questa che non avrà tregua.»
Così dicendo entra nel letto e mi monta
sopra, adagio; poi comincia a muoversi con voluttà, su e
giù, veloce, inarca la schiena, vibra tutta di libidine e a
me supino, dispensa tutti i doni di Venere. Questo finché ad
entrambi resse il respiro, finché non cademmo esausti, l'uno
sull'altro abbracciati.
In cosiffatti assalti ci producemmo ben
desti fino alle prime luci dell'alba, di volta in volta
chiedendo al vino nuovo vigore, perché non scemasse in noi
il desiderio e si rinnovasse il piacere.
Così volemmo che molte altre notti
fossero simili a questa.
XVIII
Un giorno Birrena insistette perché a
tutti i costi io andassi a cena da lei e benché cercassi di
sottrarmi al l'invitò, non volle sentire ragioni.
C'era Fotide, però, a cui dar conto e fu
a lei, come a un oracolo, che io dovetti chiedere il
permesso: sebbene a malincuore, perché ormai non voleva
ch'io mi allontanassi nemmeno d'un filino, gentilmente lei
concesse alle mie prestazioni amorose una breve licenza.
«Bada, però» mi fece «a non far tardi dal pranzo. C'è una
banda di giovani, delle migliori famiglie ma scapestrati,
che mette a soqquadro la città; vedrai tu stesso qua e là
gente ammazzata per le strade e le guardie del governatore
sono troppo lontane per liberarci da questo flagello. E tu,
sia per la tua invidiabile condizione, sia perché qui i
forestieri sono malvisti, sei proprio l'uomo giusto a cui
tendere un'imboscata.»
«Sta' tranquilla, cara Fotide, sai bene
quanto mi sarebbe piaciuto fare all'amore con te anziché
andarmene a cena fuori, perciò non temere che tornerò
presto. Comunque ho anch'io la mia scorta: questo fedele
pugnale qui al mio fianco saprà ben difendermi.»
E così, con questa precauzione, mi recai
a cena.
XIX
Trovai un gran numero di invitati, il
fior fiore della città, dato che Birrena era una donna di
classe; mense sontuose, splendenti di cedro e d'avorio,
letti coperti di drappi trapunti d'oro, grandi, preziosi
calici ciacuno con una sua bellezza particolare, unica,
vetri artisticamente incisi, cristalli istoriati, argenterie
scintillanti, ori abbaglianti, coppe per bere scavate
nell'ambra o in altre pietre pregiate, insomma cose da non
potersi immaginare. E c'era poi uno stuolo di camerieri
splendidamente vestiti, inappuntabili, che servivano
numerose portate e giovani schiavi dai capelli ricci e dalle
vesti succinte che versavano in continuazione vino pregiato
in calici ricavati da pietre preziose.
Portate le lucerne, assai vivo si fece il
cicaleccio dei convitati, si rideva, si scherzava, fiorivano
qua e là facezie, battute piccanti.
A un certo punto Birrena mi fece: «Beh,
come te la passi nel nastro paese? A quanto ne so, in fatto
di templi, di terme, di altri edifici pubblici noi superiamo
di molto tutte le altre città, e poi godiamo di molte
comodità ancora: libertà assoluta per chi vuole starsene
tranquillo, via vai di gente, come a Roma, invece, per chi
viene in cerca d'affari, una pace addirittura campestre per
l'ospite di poche pretese. Stiamo proprio nel posticino più
delizioso di tutta la provincia.»
XX
«Verissimo» feci io di rimando, «proprio
così. In nessun altro luogo mi sono sentito a mio agio come
qui. Soltanto devo dire che ho una certa paura della magia,
delle sue insidie oscure e inevitabili. Si dice che da
queste parti non lasciano in pace nemmeno i morti nelle loro
tombe, e che dalle urne e dai roghi si trafugano reliquie e
pezzetti di cadavere per gettare il malocchio sui vivi, e
che ci sono vecchie streghe che al momento dei funerali, in
un battibaleno, ti portano via il morto.»
«Purtroppo, qui, non risparmiano nemmeno
i vivi» intervenne uno degli invitati. «E c'è un tale,
chissà chi è, a cui è capitata una cosa del genere, ed è
rimasto tutto mutilato e col volto sfregiato.»
A queste parole scoppiò una risata
generale e gli occhi di tutti si posarono su un tizio che se
ne stava appartato in un angolo. Imbarazzatissimo di
sentirsi piovere addosso tutti quegli sguardi, brontolando
qualcosa, costui aveva già fatto le mosse di andarsene,
quando Birrena: «Eh, no, caro Telifrone, ora devi fermarti
al meno un pochino e con la tua solita compiacenza
raccontarci ancora una volta la tua avventura, perché il qui
presente Lucio che è per me come un figlio possa godere
anche lui del tuo piacevole racconto.»
«Sempre buona e gentile, tu, mia signora,
ma l'insolenza di certa gente è insopportabile.»
Era tutto agitato, ma Birrena insistette
assicurandogli che nessuno lo avrebbe più insolentito e così
alla fine, sebbene malvolentieri, quello si decise.
XXI
Si sistemò i cuscini, vi si appoggiò col
gomito, restando a busto eretto, portò avanti la destra,
assumendo l'atteggiamento degli oratori, cioè le ultime due
dita chiuse, le altre distese, il pollice puntato avanti e
in cominciò:
«Ero ancora un ragazzino quando, per
vedere i giochi olimpici, lasciai Mileto; ma desiderando
visitare anche le località di questa provincia famosa, dopo
aver vagato, sotto cattivi auspici, in lungo e in largo per
la Tessaglia, giunsi a Larissa. Ero quasi al verde, dato che
le mie scorte, durante il viaggio s'erano di molto
assottigliate e così mi misi a girare un po' qua e un po' là
cercando di rimediare qualcosa. A un tratto, nel bel mezzo
di una piazza, vidi un vecchio allampanato che, in piedi su
un pilastro, andava chiedendo ad alta voce se c'era qualcuno
che volesse far la guardia a un morto; e che si facesse
avanti a contrattare il compenso.»
«Ma che storia è questa» chiesi io
esterrefatto a un passante; «forse che da queste parti i
morti hanno l'abitudine di scappare?»
«Sta zitto» rispose quello «si vede
proprio che sei un ragazzo e forestiero per giunta. Ma lo
sai o no che sei in Tessaglia e che qui le streghe strappano
a morsi la faccia dei morti per ricavarne il materiale
necessario alle loro diavolerie?»
XXII
«Dimmi ancora una cosa» gli chiesi «in
che consiste questo far la guardia ai morti?»
«Per prima cosa» mi rispose «bisogna
stare svegli tutta la notte, con gli occhi ben aperti e
sempre fissi sul morto; guai se per un momento solo volgi lo
sguardo altrove, perché quelle maledettissime megere sono
capaci di assumere l'aspetto dell'animale che vogliono,
avvicinarsi di soppiatto e ingannare gli stessi occhi del
Sole e della Giustizia. Possono diventare uccelli, cani,
topi, perfino mosche; poi con i loro terribili incantesimi
fanno cadere i guardiani in un sonno profondo e nessuno
riesce a immaginare tutte le trappole che ti sanno
architettare queste scelleratissime donne pur di ottenere
quel che gli gira pel capo. E con tutto ciò un servizio così
pericoloso te lo pagano appena quattro o sei monete d'oro.
Ah già, a proposito, dimenticavo la cosa più importante: se
al mattino uno non consegna intatto il cadavere, quelle
parti che mancano deve rimpiazzarle con altrettante del
proprio corpo.»
XXIII
Saputo di che si trattava mi feci
coraggio e, avvicinandomi al banditore: «Piantala di
gridare» gli dissi «faccio io la guardia, dimmi quanto mi
dai.»
«Ci sono per te mille denari, ma patti
chiari, giovanotto: sta bene all'erta dalle maledette arpie
perché si tratta del figlio di un pezzo grosso della città»
«Sono sciocchezze queste per me» gli
risposi. «Tu hai di fronte un uomo di ferro, che non dorme
mai, tutt'occhi, e con la vista più acuta di Linceo e di
Argo.»
Non avevo ancora finito di parlare che
quello mi menò a una casa che aveva tutte le porte
sprangate; mi fece entrare per una porticina di servizio e
mi introdusse in una stanza anch'essa con le finestre
chiuse, immersa nel buio, e mi indicò una donna vestita di
nero che piangeva: «Ecco l'uomo» le disse avvicinandosi «che
ho ingaggiato per far la guardia a tuo marito; dice che è