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Il latino "recente"

 

 

 

 

 

 

Non si sa molto di preciso intorno alla vita di Apuleio (anche il prenome di Lucio gli fu attribuito infondatamente da Agostino, il quale credette che l'autore nel romanzo parlasse della «propria» trasformazione in asino) e quel poco di cui siamo a conoscenza lo desumiamo da notizie pervenuteci attraverso la sua produzione.

Nacque a Madaura, al confine tra Getulia e Numidia (si definisce, infatti, «semi-getulo» e «seminumida»), nel 125 d.C. circa da una famiglia benestante.

Il padre lo avviò agli studi di grammatica e retorica a Cartagine, ma Apuleio si trasferì presto ad Atene per ampliare l'orizzonte della sua cultura, e nella città greca, come dirà nell'«Apologia», fu iniziato ad un gran numero di culti, a moltissimi riti e cerimonie, che «per amore della verità e per dovere verso gli dei», volle conoscere, rendendosi particolarmente esperto nelle scienze occulte e nelle arti magiche.

Divenuto oratore affermato e popolare per la cultura che sfoggiava nei discorsi, dopo aver esercitato con fortuna l'avvocatura anche a Roma, fece ritorno a Cartagine.

Durante un suo viaggio da quella città ad Alessandria, i rigori invernali ed una malattia lo costrinsero a fermarsi ad Oea, una cittadina dell'Africa settentrionale, in casa dell'amico Ponziano, un suo compagno di studi che viveva con la madre vedova di nome Emilia Pudentilla.

La giovane età e l'eloquenza di Apuleio affascinarono la vedova che, da lui ricambiata, con il consenso di Ponziano (destinato di lì a poco a morire) lo sposò.

I parenti di Pudentilla, però, ritenendosi defraudati della ricca dote, non esitarono ad accusare il giovane di aver sedotto la donna con filtri amatori e di aver ucciso l'amico con arti magiche per impadronirsi del patrimonio: il processo, tenuto a Sàbrata tra il 155 ed il 158 e presieduto dal proconsole romano d'Africa Claudio Massimo, vide Apuleio difendersi abilmente e venire così assolto dall'accusa di magia, un'arte, come egli stesso la definisce, «gradita agli dei immortali, scienza pietosa e divina, sacerdotessa del cielo» e ben diversa dall'altra magia, quella negativa che «con un intimo commercio con gli dei può con incantesimi conseguire qualsiasi incredibile prodigio».

Dopo tale avventura ritornò a Cartagine e qui si pensa sia morto intorno al 170 senza che ci siano pervenute altre notizie biografiche.

Dall'accusa di praticare la magia (una disciplina che captava i suoi interessi a tal punto da farne tematica principale insieme a quella misterica ed all'altra erotico-avventurosa anche della sua opera principale) l'autore si difese con un'orazione avvincente per il tono vivace e spiritoso con cui è condotta e che costituisce l'unica orazione giudiziaria pervenutaci di tutta la latinità imperiale: 1'«Apologia».

L’«Apologia»

L'«Apologia sive de magia liber» è suddivisa nei codici dal recensore del testo in due libri di cui il secondo (più breve del primo; inizia dal cap. 66, passa all'esame dei documenti portati e si attarda sulla confutazione delle accuse) presenta, secondo il Marchesi, amplificazioni nella prima parte (7-8: dentifricio ed igiene della bocca; 12: teoria platonica dell'amore celeste e terrestre; 13-16: divagazioni sullo specchio e sulle immagini riflesse; 18-21: elogio della povertà; 29-41: discorso sui pesci magici); vi sarebbero inoltre aggiunte posteriori in tutta l'opera (49-51: digressione sull'epilessia tratta dal «Timeo» platonico; 88: discorso sulla campagna propizia alla genitura).

L'opera, ritenuta da molti scritta in epoca posteriore al romanzo delle «Metamorfosi», oggi si considera necessariamente anteriore ad esso in quanto Apuleio assume nell'«Apologia» un atteggiamento ambiguo, non confermando, né smentendo, le accuse rivoltegli di magia, pur uscendone assolto: un comportamento che non avrebbe di certo avuto se avesse già pubblicato il romanzo che, imperniato su vicende magiche, sarebbe stato una prova contro di lui.

Il processo fu intentato da Sicinio Pudente, il figlio quattordicenne della vedova sposata da Apuleio, insieme allo zio paterno Sicinio Emiliano, che lo assisteva come tutore, con l'accusa capitale di «magia» che cadeva sotto la sanzione della «lex Camelia de sicariis et veneficiis» (come ricordano Marciano e Giustiniano), vincolata anche dalla «lex lulia maiestatis» (in caso di forme di magia contro la casa imperiale) e dai provvedimenti contemplati pure dalle XII Tavole.

26-3-5

Se, com'è volgare costume, i miei avversar! credono che mago è propriamente colui che mediante la sua comunicazione con gli dei immortali, con la forza di certi incantesimi può compiere tutto ciò che voglia di incredibile, mi stupisco in verità che essi non abbiano temuto di accusare uno cui riconoscono tanto potere. Giacché da una potenza tanto occulta e soprannaturale non ci si potrebbe guardare come da altri pericoli. Chi chiama in giudizio un assassino, viene accompagnato; chi accusa un avvelenatore, sta più attento a quel che mangia; chi denuncia un ladro, custodisce bene le sue cose; ma chi accusa di un delitto capitale un mago, come costoro l'intendono, con quali compagni, con quali scrupoli, con quali custodi può rimuovere da sé l'invisibile e inevitabile rovina? Per siffatti delitti, chi accusa non crede. (tr. MARCHESI)

Le accuse, la difesa

La prima accusa riguardava taluni pesci di mare che Apuleio avrebbe avuto da alcuni pescatori per i suoi speciali maneggi e che, secondo gli accusatori, erano serviti per la manipolazione dei beveraggi amatori da cui sarebbe stata ammaliata Pudentilla.

Si sosteneva, inoltre, che Apuleio in un luogo segreto, dove era un piccolo altare ed una lucerna, avesse pronunziato una formula magica su di un fanciullo schiavo che subito era caduto tramortito e, una volta tornato in sé, non ricordava più nulla dell'accaduto.

Vi era stata anche una seconda vittima degli esperimenti di Apuleio: una donna che, recatasi presso il figlio per essere curata, era rimasta colpita dallo stesso incantesimo.

L'imputato, comunque, si difese dichiarando che pesci e cose del mare, fino a prova contraria, non avevano virtù magiche e, poi, che sia lo schiavo che la donna erano malati di epilessia, né gli avversari seppero giungere ad una conclusione e rinunciarono all'interrogazione degli schiavi da essi citati come testimoni d'accusa: sarebbe stato, infatti, necessario indicare lo scopo di quella azione magica.

Apuleio, inoltre, era stato visto, secondo l'accusa, insieme con Appio Aniuriano celebrare un sacrificio notturno in casa di Grasso, dove Aniuriano stava a pigione, e questo, ritornato da Alessandria, avendo rinvenuto numerose penne d'uccello e tracce di fumo sulle pareti, aveva denunciato le empie pratiche dei due amici.

Gli accusatori, però, si limitarono alla semplice denunzia dei «nefaria sacra», senza determinare né la specie né lo scopo del sacrificio, per cui fu facile per Apuleio smentire le inverosimili affermazioni di Grasso, giovandosi anche dell'assenza ingiustificata di quest'ultimo, prova che il testimone era stato corrotto e la testimonianza estorta grazie ad un compenso pecuniario.

Tra la tante accuse l'ultima era la ragione vera di tutto il processo.

Apuleio aveva affascinato con incanti amorosi la ricca vedova che aveva, perciò, dovuto cedere alla potenza dell'incantatore, come ella stessa confessava in una lettera al figlio Ponziano.

Il Madaurense, tuttavia, riuscì a confondere gli avversari dimostrando che nella lettera citata la donna intendeva significare l'opposto di ciò che essi volevano, e provò la propria sdegnosa noncuranza del denaro lasciando che la successione di tutti i beni di questa fosse assicurata ai figliastri.

102

C'è qualcosa, ancora, Emiliano, che a tuo giudizio io non abbia confutato? Della mia magia quale premio hai trovato? Perché avrei piegato con incantesimi l'animo di Pudentilla? Per cavarne quale vantaggio? Perché mi assegnasse una piccola anziché una ricca dote? Che splendidi incantesimi! O perché stipulasse la reversibilità della dote in favore dei figli invece che lasciarla in mio potere? Che c'è di più perfetto di una simile magia? O perché dietro mia esortazione lasciasse ai figli quasi tutta la sua sostanza, mentre, prima di sposarmi, nessuna largizione aveva loro fatto: e a me lasciasse una piccolezza? Che grave veneficio, dovrei dire: o non piuttosto, che ingrato beneficio? Oppure perché nel testamento che ella redasse adirata contro il figlio, lasciasse erede il figlio che l'aveva offesa, anzi che me, cui era obbligata? Certamente occorrevano di molti incantesimi per ottenere con fatica queste bel risultato. [...] Quale altra causa c'è dunque? Perché ammutolite, perché tacete? Dov'è quell'atroce esordio del vostro atto di accusa formulato a nome del mio figliastro: «Io mi costituisco, o Massimo, davanti a te accusatore di quest'uomo. .. »? (tr. marchesi)

Confutata così l'accusa, l'autore smontò la ragione stessa del processo e sicuramente, anche se non risulta da nessuna particolare notizia, si assicurò l'assoluzione.

La magia

Era veramente un mago Apuleio?

Al principio del secolo Lattanzio lo nomina come uno dei più famosi taumaturghi pagani insieme ad Apollonio Tianeo e lo contrappone al Cristo, ma ci troviamo, però, in un periodo di aspra battaglia intellettuale tra pagani e cristiani.

Ai miracoli testimoniati per la fede di Cristo i pagani contrappongono i prodigi dei maghi, ed i nomi di Apuleio e di Apollonio sono, verso la fine del secolo, ricordati da Marcellino ed Agostino, il quale ultimo menziona il suo connazionale come uno scrittore le cui opere avevano avuto il potere di traviare le menti degli uomini dalla vera fede.

Le opere filosofiche

Tre opere attestano la preparazione filosofica di Apuleio (ed a lui, in quanto filosofo, i «Madaurenses» eressero anche una statua). La sua filosofia, però, fu non prettamente platonica, per quella commistione di teorie diverse che circolano nella sua epoca, né neo-platonica, il cui sviluppo si avrà solo successivamente:

- «De deo Socratis»: partendo dall'idea platonica della sublimità degli dei, dell'umiltà degli uomini e della «medietas» dei dèmoni, Apuleio tratta di tutte le classi dei dèmoni cercando di determinare a quale di esse appartenga quello socratico;

- «De Platone et eius dogmate»: in tre libri (ma si è ipotizzato che il terzo sia stato aggiunto da qualche grammatico del terzo o quarto secolo); nel primo libro si espone la filosofia fisica di Piatone, nel secondo quella etica, nel terzo, intitolato «De philosophia rationali», si tratta la logica aristotelica;

- «De mundo»: in esso traduce o parafrasa il trattato pseudo-aristotelico «Sul cosmo».

L'opera retorica

I «Florida»

Un altro aspetto notevole della produzione apuleiana è quello retorico, attestato dall'antologia «Florida» o «Floridorum libri IV», una raccolta in quattro libri di ventitré brani estratti da conferenze dello scrittore tenute a Cartagine. La raccolta fu compilata da un anonimo di età posteriore, il quale ha unito, ad aneddoti divertenti, brani esemplari della profonda padronanza linguistica di Apuleio e della sua capacità di affrontare qualsiasi argomento.

Il titolo, escludendo che esso sia stato dato al «corpus» dallo stesso Apuleio o che si riferisca al «genus floridum» del dire, equivale a «antologia».

Tutto quanto detto sulla produzione dell'autore costituisce il preludio, nella preparazione retorica, grammaticale e filosofica, agli interessi dell'opera principale, i...

Metamorphoseon libri XI

È l'unico romanzo della letteratura latina pervenuto per intero. Ad una riflessione superficiale, esso già consente alcune considerazioni: 1) la bizzarria del numero dei libri, dispari, fatto che non si ritrova in altri autori; 2) l'incidenza che di certo dovettero avere sulla composizione della tematica centrale, di tipo magico-metamorfico, un autore quale Ovidio e la lettura della «Ciris» pseudo-virgiliana; 3) l'omonimia tra il Lucio personaggio ed il Lucio narratore.

La struttura

In breve la trama del romanzo:

Lucio, il protagonista, giunge ad Ipata, in Tessaglia, dove è ospite dell'usuraio Milone, la cui moglie, Panfila, esperta di arti magiche, ha come aiutante al suo servizio la graziosa ancella Fotis.

Della fanciulla egli si finge innamorato per poter carpire i segreti della padrona e, una volta, riesce ad assistere alla trasformazione di Panfila in uccello dopo che la stessa si era spalmata il corpo con un unguento.

Volendo fare altrettanto, prega Fotis di portargli l'unguento magico, ma l'ancella, distrattasi, prende un altro vasetto e, così, quando il protagonista si cosparge con quell'olio, invece di trasformarsi in uccello, si ritrova asino nell'aspetto, conservando, però, intelligenza e ragione umane.

Disperato, chiede a Fotis se esista un eventuale rimedio a quell'errore e la fanciulla risponde che gli sarà sufficiente masticare delle rose che l'indomani stesso gli porterà.

Ma qui cominciano le disavventure di Lucio-asino: infatti, chiuso in una stalla, la notte della trasformazione viene portato via da ladroni che hanno assalito la casa di Milone e che lo trascinano nel loro rifugio in montagna.

Inizia al cap. 28 del quarto libro, e si estenderà fino al cap. 24 del sesto libro, la favola di Amore e Psiche, narrata da una vecchia ad una giovane rapita dai malfattori per chiedere un forte riscatto ai familiari.

«In una città c'erano un re ed una regina», prende a raccontare l'anziana serva, che avevano tre belle figlie, ma la più piccola era tanto lodata per la sua straordinaria bellezza da suscitare la gelosia di Venere, che incaricò il figlio Amore di darle un marito mostruoso.

Questi, però, si invaghì della fanciulla e, avendola portata in un palazzo meraviglioso, trascorse con lei alcune notti vietandole di scoprire il suo vero volto.

Psiche, curiosa, istigata dalle sorelle a credere che si trattasse di un mostro, arrivò al punto di volerlo uccidere, ma, accesa una lampada, scorse addormentato accanto a lei un bellissimo giovane che, destato da una goccia di olio bollente della lucerna, fuggì via.

Per riaverlo, Psiche non esitò a rivolgersi alla stessa Venere, che la sottopose ad una serie di difficili prove e stava già per soccombere ad una di esse quando in suo soccorso giunse Amore, che la sposò rendendola immortale per volere di Zeus.

VI, 24

Immediatamente fu servito un sontuoso banchetto nuziale. Il marito stava sdraiato sul letto più alto tenendo Psiche fra le sua braccia, Giove stava con la sua Giunone, e così di seguito per ordine di dignità tutti quanti gli dei. Ben presto circolò il nettare, che è il loro vino, e a Giove lo versava quel celebre pastorello suo coppiere; e a tutti gli altri Libero. Vulcano cucinò il pranzo, le Ore imporporarono tutto di rose e d'altri fiori; mentre le Grazie spargevan profumi e le Muse facevano echeggiare la loro voce sonora. Apollo cantò accompagnandosi con la cetra, e anche Venere entrò a far parte dell'insieme eseguendo bei passi di danza al soave ritmo della musica d'un concerto che lei stessa aveva così disposto: le Muse cantavano in coro e suonavano il flauto, e Satiro con Panisco cantavano accompagnandosi con la zampogna. In questo modo Psiche andò sposa a Cupido con regolare cerimonia. (tr. carlesi)

Finisce qui la favola, ma continuano le peripezie di Lucio-asino che passa dalle mani dei briganti a quelle di un fattore, poi è venduto a sacerdoti della dea Cibele, quindi passa al servizio di un mugnaio. Ucciso questo dalla moglie, si trova alle dipendenze di un povero ortolano e, poi, di un soldato, uccisore dell'ortolano, che lo vende a due fratelli, l'uno pasticciere, l'altro cuoco.

Scoperto a mangiare dolci, e non biada, è comprato dal ricco padrone del cuoco che lo fa sedere a mensa e lo tratta con ogni riguardo, ma il suo scopo è quello di far esibire il prodigioso asino nel teatro di Corinto.

Dopo altre vicende e lubriche avventure, Lucio-asino si ribella all'ultimo infame disegno e fugge a Cenere sul golfo Saronico dove Iside, apparsa in sogno a lui assopito, gli ordina di partecipare alla processione per la sua festa che si terrà il giorno seguente: lì potrà mangiare la corona di rose che sarà sospesa al sistro del pontefice e ritornare uomo.

Così Lucio riprende la sua forma umana e, per riconoscenza, si fa lì iniziare al culto di Iside e, recatosi a Roma, anche a quello di Osiride.

Apuleio e Petronio

L'unico precedente a cui in qualche modo si può ricondurre il romanzo di Apuleio è, nell'ambito della letteratura latina, il «Satyrycon», dal quale tuttavia lo separano differenze sostanziali.

Il solo punto in comune è, forse, il realismo di certe descrizioni.

Lucio, come l'Encolpio di Petronio, è insieme protagonista e narratore, ma mentre Petronio ha un atteggiamento di aristocratico distacco dai suoi personaggi, Apuleio, invece, parla con compartecipazione e con interesse, soprattutto, al clima misterico dell'opera.

Diverso anche il carattere del finale dei due romanzi: distaccato e scanzonato quello del «Satyricon», che si chiude con la beffa di Eumolpo; edificante e allusivo questo delle «Metamorfosi», che finisce con il sogno premonitore dell'asino e con la sua decisione, dopo la disgustosa esperienza del comportamento umano, di iniziarsi ai culti misterici.

Lo stile

Mentre nei «Florida» si evidenzia un Apuleio ciceroniano, nel romanzo si mescolano neologismi (come nella descrizione della reggia di Amore, complice il mondo fiabesco), costruzioni non classiche, soggetti astratti, sostantivi neutri, un'estrema varietà formale (analogamente a Petronio che usava neologismi e faceva parlare i personaggi nel loro dialetto d'origine).

«Apuleio», afferma il Marchesi, «è un cesellatore raro. Nessuno più di lui badò ad assicurare tanto spesso la scrupolosa corrispondenza dei termini, dei concetti, dei suoni; nella sua euritmia i termini sono spesso contrapposti in modo da avere la stessa rima, lo stesso numero di sillabe e la stessa quantità. Le clausole di Apuleio sono rotte, convulse, come il suo stile: il quale ha una tale impronta personale da non consentire una fortunata imitazione».

La sua fortuna

Non sconosciuto alla letteratura cristiana, famoso nei secc. IlI e IV soprattutto come taumaturgo, relativamente considerato nel Medioevo se non per le opere filo-sofiche, Apuleio deve la propria popolarità al Boccaccio che, oltre ad aver scoperto il codice del romanzo, ne trae materia per le sue novelle.

Tradotto dal Boiardo e dal Firenzuola, soprattutto la novella di Amore e Psiche ha modo di ispirare il Chiabrera («Alcina prigioniera»), il Marino («Adone»), La Fontaine, Corneille, Forteguerri («Ricciardetto»), e, poi, Zanelli, Pindemonte, Prati, Pascoli; in pittura può vantare motivi ispiratori negli affreschi di Raffaello nel palazzo della Farnesina a Roma, in quelli di Pierin del Vaga a Castel S. Angelo, di Giulio Romano nel palazzo del Té a Mantova, nei dipinti del Correggio e del Caravaggio.

Notevole la sua popolarità anche in età romantica per la vena autobiografica che si vuole vedere nella sua opera e per il carattere anti-classico del romanzo, e dello stile in particolare.

L'ASINO D'ORO

LIBRO PRIMO

I

Eccomi a raccontarti, o lettore, storie d'ogni genere, sul tipo di quelle milesie e a stuzzicarti le orecchie con ammiccanti parole, solo che tu vorrai posare lo sguardo su queste pagine scritte con un'arguzia tutta alessandrina.

E avrai di che sbalordire sentendomi dire di uomini che han preso altre fogge e mutato l'essere loro e poi son ritornati di nuovo come erano prima.

Dunque, comincio.

Certo che tu ti chiederai io chi sia; ebbene te lo dirò in due parole: le regioni dell'Imetto, nell'Attica, l'Istmo di Corinto e il promontorio del Tenaro nei pressi di Sparta sono terre fortunate celebrate in opere più fortunate ancora. Di lì, anticamente, discese la mia famiglia; lì, da fanciullo, appresi i primi rudimenti della lingua attica, poi, emigrato nella città del Lazio, io che ero del tutto digiuno della parlata locale, dovetti impararla senza l'aiuto di alcun maestro, con incredibile fatica.

Perciò devi scusarmi se da rozzo parlatore qual sono, mi sfuggirà qualche barbarismo o qualche espressione triviale.

Del resto questa varietà del mio linguaggio ben si adatta alle storie bizzarre che ho deciso di raccontarti.

Incomincio con una storiella alla greca. Stammi a sentire, lettore, ti divertirai.

II

Ero diretto in Tessaglia per affari (la mia famiglia per parte di madre, è originaria di quella regione e per il fatto che fra i suoi antenati vanta il celebre Plutarco e suo nipote, il filosofo Sesto, è per me titolo di gloria), dunque, ero diretto in Tessaglia e m'ero già lasciato alle spalle montagne ripide, valli impervie, umide pianure, campagne fertili e coltive e il bianco cavallo indigeno che montavo era stanchissimo. Così decisi di fare un po' di strada a piedi per sgranchirmi le gambe, stanco com'ero anch'io di star seduto in sella.

Smontai, asciugai con cura la fronte del cavallo madida di sudore, gli accarezzai le orecchie, gli tolsi il morso e lo lasciai andar libero, al passo, perché smaltisse un po' la stanchezza e si svuotasse del peso naturale del ventre. E mentre quello a muso all'ingiù pascolava lento fra l'erba, io mi unii, come terzo, a due viandanti che in quel momento mi passavano accanto.

Tesi l'orecchio per sapere di che cosa parlassero e sentii che uno dei due, scoppiando in una gran risata, diceva all'altro: «Ma la pianti di raccontar simili balle?»

Io che sono sempre smanioso di novità, intervenni: «Non è per essere un ficcanaso, ma perché mi piace sapere un po' tutto o per lo meno quanto più è possibile, vi prego di mettermi a parte di quello che state dicendo; oltretutto ci vuol proprio qualche allegra storiella per farci sembrare meno scoscesa e impervia la strada che abbiamo davanti.»

III

«Sono frottole queste,» continuava, intanto, quello che aveva parlato per primo, «vere come quelle di chi vorrebbe far credere che basta una formuletta magica per fare andare i fiumi all'insù, rendere il mare una massa solida, impedire ai venti di soffiare, fermare il sole, far svaporare la luna, staccare le stelle dal cielo, oscurare il giorno e rendere eterna la notte.»

Io, allora, incoraggiato, ripresi: «Ehi, tu, che evidentemente hai avviato il discorso, non prendertela, non badargli, continua il tuo racconto.» E all'altro: «In quanto a te fai male a tapparti le orecchie e a rifiutarti cocciutamente di credere a delle cose che potrebbero anche esser vere. Capita, sai, per una sciocca prevenzione però, di ritenere falso ciò che non si è mai visto o udito o che cade fuori della nostra comprensione; ma se poi ci pensi un po' su ti accorgi che tutto è spiegabilissimo, non solo, ma che è anche realmente possibile.

IV

«Per esempio, l'altra sera, a tavola fra amici feci la bravata di mandar giù un boccone troppo grosso di polenta e formaggio e per poco non mi strozzavo, tanto quella roba molliccia mi s'era attaccata al palato e mi impediva di respirare. Eppure, non molto prima, proprio con questi occhi, ad Atene, davanti al portico Pecile, avevo visto un giocoliere infilarsi nella gola, per la punta, una spada affilata, di quelle che usano in cavalleria, e, per poche monete, ficcarsi fin giù nelle budella, una lancia da cacciatore, proprio dalla parte della punta mortale: ed ecco che al legno dell'asta, la cui punta di ferro introdotta nella gola sbucava dietro la nuca, si attaccò un ragazzino leggiadro e agilissimo e cominciò a far capriole e volteggi tali da parer tutto snodato e senz'ossa e noi lì a bocca aperta a guardarlo. Pareva il provvidenziale serpente che s'attorciglia al bastone nodoso di Esculapio.

«Dài, allora, ti lascio la parola, riprendi il racconto che stavi facendo. Ti basti che sia soltanto io a crederti, anche per lui; in cambio, alla prima locanda che incontreremo, ti offrirò da mangiare, parola mia.»

V

«Mi va bene e ci sto» mi fece. «Avevo appena iniziato e, comunque, ricomincerò dal principio. Ma prima voglio giurarti, per questo dio sole che tutto vede, che le cose che sto per narrarti sono tutte vere e controllabilissime; del resto, voi stessi non avrete più dubbi una volta arrivati alla più vicina città della Tessaglia dove questi fatti sono accaduti alla luce del sole e tutti ancora ne parlano.

«Ma prima lasciate che io vi dica da dove vengo e chi sono: mi chiamo Aristomene e sono di Egio. Mi guadagno da vivere vendendo miele e formaggio e prodotti simili, su e giù per le osterie della Tessaglia, dell'Etolia e della Beozia.

«Fu così che venni a sapere che a Ipata, la città principale della Tessaglia, si vendeva formaggio fresco, di buona qualità e a un prezzo d'occasione. Subito mi ci precipitai per acquistarne l'intera partita. Ma si vede che partii sotto cattiva stella perché Lupo, il grossista, mi aveva preceduto e il giorno prima aveva fatto incetta di tutto. Così, sfumata la speranza del guadagno, innervosito e stanco per quel viaggio fatto in fretta e furia e per nulla, non mi restò, che andarmene alle terme.

VI

«Ma pensa un po' chi vidi: Socrate, un vecchio amicone. Se ne stava seduto per terra, ravvoltolato a mala pena in un mantellaccio sbrindellato, irriconoscibile, tanto era pallido e smagrito; pareva uno di quei poveri disgraziati perseguitati dalla malasorte che si riducono a chiedere l'elemosina alle cantonate.

«Nonostante la confidenza e la familiarità, mi avvicinai a lui con una certa titubanza: 'Ohilà, Socrate,' gli feci, 'cos'è questa storia? Com'è che sei in questo stato? Che t'è capitato? A casa ti piangono per morto e ai tuoi figli i giudici hanno già dato un tutore; con tua moglie, che t'ha fatto il funerale e che s'è consumata in lacrime e che per il pianto le si sono seccati gli occhi, i suoi parenti insistono perché si consoli della tua perdita e rallegri la tua casa con nuove nozze. E tu, intanto, te ne stai qui che mi sembri proprio un fantasma. È proprio un avvilimento!'

«'Ah, Aristomene,' mi rispose, 'come si vede che non conosci i colpi mancini della fortuna, i suoi capricci, i suoi tranelli' e, arrossendo per la vergogna, si tirò sulla faccia quel suo mantello sbrindellato; ed io vidi che sotto era nudo dal ventre al pube.

«Non reggendo alla vista di tanta miseria, gli tesi la mano e feci per tirarlo su.

VII

«Ma lui, col viso coperto: 'No, no, che la malasorte continui a godersela la sua vittoria.'

«Finalmente riuscii a tirarmelo dietro e intanto gli feci indossare uno dei miei indumenti per coprirlo alla meglio e me lo portai alle terme, rifornendolo di tutto l'occorrente per ungersi e asciugarsi; anzi io stesso lo strofinai ben bene per togliergli quel dito di sudiciume che aveva addosso. Dopo averlo ripulito, benché fossi stanco anch'io, lo portai di peso alla locanda, ché a mala pena si reggeva in piedi, e qui lo ficcai in un letto caldo, gli diedi da mangiare e da bere, lo tenni su con qualche storiella, tanto che in breve ritornò loquace e allegro e si lasciò perfino andare a qualche battuta. A un tratto, però, dette in un sospiro profondo, doloroso, e picchiandosi la fronte con una gran manata: 'Ma si può essere più iellati di me' cominciò a lamentarsi 'se soltanto per aver voluto correre dietro a uno spettacolo di gladiatori di cui, si dicevano meraviglie, mi sono ridotto in questo stato. Ricordi che ero andato in Macedonia per il mio lavoro? Ebbene gli affari m'erano andati a gonfie vele e così, dopo nove mesi, stavo tornando a casa, ben fornito di quattrini, quando poco prima di giungere a Larissa, mi venne in mente di fare una capatina a quel famoso spettacolo, ma, in una valle impervia e deserta, fui assalito da una banda di briganti ferocissimi che mi lasciarono completamente al verde: per fortuna non ci rimisi la pelle e riuscii a raggiungere la locanda di una certa Meroe, una donna matura ma ancora belloccia, alla quale raccontai dei miei lunghi viaggi, del mio desiderio di tornare a casa e, infine, della rapina subita. Ella fu molto gentile, mi preparò gratis una graditissima cena e, alla fine, andata in fregola, mi portò a letto con lei. Scalogna maledetta, perché bastò che dormissi una sola notte con lei per impegolarmi in una di quelle relazioni che poi ti tiri dietro per anni: le diedi quei pochi stracci che i briganti mi avevano lasciato addosso, e pefino gli spiccioli che, facendo il facchino (allora ero ancora in gamba) mi venivo guadagnando. Ed ecco in quale stato tu l'hai visto, quella buona donna e la mia cattiva stella, mi hanno ridotto.'

VIII

«'Perdio, te la meriti proprio una fregatura simile, e anche di peggio se fosse possibile, dal momento che invece di pensare alla tua casa, ai tuoi figli, ti sei messo a fare il galletto, e con una vecchia baldracca.'

«'Zitto, per carità, zitto' fece quello tutto spaventato, portando l'indice alle labbra e volgendo il capo all'intorno come per assicurarsi che nessuno ascoltasse 'non parlare male di quella donna perché è una maga; questa tua linguaccia potrebbe procurarti qualche guaio.'

«'Ma che stai dicendo? Che razza di donna è costei, questa tua bellezza da taverna?'

«'È una maga, un'indovina' insistette 'capace di tirar giù la volta celeste e di sollevare la terra, di far diventare le fonti di sasso e liquefar le montagne, di riportare alla luce gli dei dell'inferno e inabissare quelli del cielo, di spegnere le stelle, di illuminare perfino il Tartaro.'

«'Ma piantala, dài, con questa messinscena da tragedia, smettila di recitare e parla chiaro e naturale.'

«'Vuoi che te ne racconti una o due o anche molte delle cose che ha fatte? Che gli uomini delle nostre parti si innamorino pazzamente di lei, anzi tutti gli indiani e gli africani dell'uno e dell'altro oceano e perfino le genti che abitano agli antipodi, è solo un piccolo segno della sua magia, una bazzecola. Ma sta a sentire quello che ha fatto, testimone un sacco di gente.

IX

«'Con una sola parola ha mutato in castoro un suo amante che s'era messo con un'altra. E sai perché proprio in castoro? Perché questa bestia, quando è inseguita e teme di essere catturata, si stacca da sé i testicoli. Questo lei voleva che capitasse anche a quel suo amante che l'aveva piantata per un'altra.

«'E ancora: ha trasformato un oste che era suo vicino e le faceva concorrenza, in un rospo: ora quel povero vecchio sguazza in una botte del suo vino immerso nella feccia fino alla gola e chiama con suoni rochi che vorrebbero essere amabili i suoi avventori di un tempo.

«'Un altro l'ha trasformato in montone: era un avvocato che l'aveva calunniata e da montone ora difende le cause.

«'Alla moglie di un suo amante che le aveva indirizzato una paroletta pepata ha tappato l'utero e poiché quella era incinta le ha bloccato il feto in corpo condannandola a una perpetua gravidanza. La gente ha fatto i conti, dice che sono otto anni ormai che la poveretta si porta dentro quel peso ed è gonfia come se dovesse partorire un elefante.

X

«'Per queste e per tante altre vittime l'indignazione popolare crebbe a tal punto che un giorno venne deciso, senza tanti complimenti, di condannarla alla lapidazione. Ma lei con le sue arti magiche prevenne la sentenza; un po' come la famosa Medea che, ottenuta da Creonte una sola giornata di dilazione, con la fiamma sprigionata da una corona magica mise a fuoco tutta la reggia con dentro lui stesso e la figlia. Così questa Meroe, fatti alcuni sortilegi sopra un sepolcro (come mi confidò poco dopo tra i fumi del vino) ed evocando misteriose potenze soprannaturali, chiuse tutti nelle loro case tanto che per due interi giorni nessuno riuscì a sbloccare le serrature, a scardinare le porte, a sfondare le pareti.

«'Questo finché, per consiglio comune, non la supplicarono ad una voce giurandole solennemente che non le avrebbero torto un capello, pronti, anzi, a proteggerla da chi avesse osato qualcosa contro di lei.

«'Solo così' ella si rabbonì e liberò dall'incantesimo la città. Ma l'ideatore del complotto lasciò serrato in casa e questa, così com'era, pareti, pavimento, fondamenta, di notte tempo, fece volare cento miglia lontano, in un'altra città, posta in cima a una montagna dirupata e priva d'acqua. E poiché le case erano addossate le une alle altre e non c'era spazio per quella del nuovo venuto, te la scaraventò davanti a una porta della città e se ne andò.'

XI

«'Certo, caro Socrate, che le cose che mi racconti hanno dello straordinario e fanno venire i brividi. M'hai messo un'agitazione addosso, anzi proprio un bello spavento. Altro che pulce nell'orecchio, questo è un colpo di lancia se penso che quella vecchia, valendosi delle sue arti divine può benissimo venire a sapere di questi nostri discorsi.

«'Perciò ficchiamoci subito buoni buoni sotto le coperte e, appena ci siamo un po' tolti di dosso la stanchezza, prima che faccia giorno, filiamocela di qui, quanto più lontano è possibile.'

«Gli stavo ancora parlando per convincerlo, che quel buon Socrate già dormiva e russava di grosso, stanco della giornata e intontito dal vino cui non era più abituato. Così, chiusa la porta e bloccati i chiavistelli, anzi avvicinato il letto all'uscio e addossatovelo ben bene contro, mi coricai anch'io.

«All'inizio, per la paura, non riuscii a chiudere occhio, poi verso mezzanotte mi appisolai. Ma avevo appena preso sonno che con un fracasso tremendo, certo assai maggiore di quello che avrebbero potuto fare dei ladri, i battenti della porta si spalancarono, i cardini si spezzarono e volarono via. Il mio lettuccio, piccoletto com'era e traballante e tarlato per giunta, a quel gran colpo si ribaltò rovinandomi addosso e io, finito per terra, vi rimasi sepolto.

XII

«Come è vero che certe impressioni, a volte, producono reazioni contrarie. Capita spesso, per esempio, di piangere per la gioia; così, nonostante il terribile spavento io non potetti trattenere il riso vedendomi da Aristomene mutato in tartaruga. Steso per terra, coperto dal provvidenziale lettuccio, sbirciavo cosa stesse accadendo ed ecco che vidi entrare due donne di età piuttosto avanzata: l'una reggeva una lucerna accesa, l'altra una spugna e una spada ignuda. Con quel loro armamentario si avvicinarono a Socrate che se la dormiva placidamente:

«'Caro il mio Endimione' esclamò quella che portava la spada 'eccolo qui, sorella Pantia, il mio Ganimede, quello che giorno e notte ha abusato della mia innocenza e che ora non soltanto mi diffama vigliaccamente ma si accinge a squagliarsela. Ma io, allora dovrei fare la fine di Calipso abbandonata dallo scaltro Ulisse e piangere la mia eterna solitudine?'

«Poi con la mano tesa indicò me a sua sorella Pantia 'Ma guardalo là, Aristomene, questo bel consigliere, che ha avuto la bella pensata della fuga e che ora se ne sta mezzo morto accucciato sotto il letto a guardare illudendosi di passarla liscia dopo che mi ha coperto di improperi. Costui te lo servirò dopo a dovere, anzi no, all'istante si dovrà pentire della sua linguaccia e della sua curiosità, questo impenitente ficcanaso.'

XIII

«Come intesi quelle parole cominciai a sudar freddo e presi a tremare tutto fin nelle viscere, tanto che anche il letto mi si mise a traballar sulla schiena, mentre l'amabile Pantia continuava: 'Allora, sorella, cominciamo con questo? Facciamo come le Baccanti? Lo riduciamo a pezzettini, oppure lo leghiamo e poi gli tagliamo i testicoli?'

«'Ma no,' replicò Meroe (a quel che me ne aveva detto Socrate, questo nome le si addiceva proprio), 'che resti vivo, invece, così getterà una manciata di terra sul corpo di questo miserabile' e, così dicendo, rovesciata la testa di Socrate da un lato, gli immerse la spada nel collo fino all'elsa; poi accostò alla ferita un piccolo otre e ne raccolse il sangue che sgorgava a fiotti, senza farne cadere nemmeno una goccia. Con questi occhi io vedevo tutta la scena. Poi l'ottima Meroe, per adempiere, credo, in tutto e per tutto al rituale di un sacrificio in piena regola, affondò la mano in quella ferita, frugò dentro fino alle viscere e trasse il cuore di quel povero amico mio che, dalla gola tutta squarciata per la violenza del colpo, ancora mandava una voce, un sibilo indistinto, un gorgoglio.

«'O spugna nata dal mare' intanto cantilenava Pantia e tamponava con la spugna la ferita là dov'era più larga 'acqua di fiume non sorpassare.'

«Compiuta ogni cosa se ne andarono; prima però mi tolsero il letto di dosso, si piazzarono sopra di me a gambe divaricate e mi pisciarono in faccia inondandomi tutto del loro fetore.

XIV

«Avevano appena varcata la soglia che i battenti della porta si drizzarono e si rimisero intatti al loro posto, i cardini ciascuno nel loro buco, i chiavistelli negli infissi, i catenacci nei loro anelli, tutto come prima. Io solo, invece mi ritrovai disteso per terra senza fiato, nudo e gelato, fradicio per giunta di piscio come se fossi appena uscito dal ventre di mia madre, più morto che vivo, eppure, nonostante tutto, un sopravvissuto, un relitto di me stesso e un sicuro candidato alla croce.

«'Che ne sarà di me' gemevo 'quando domani mattina troveranno quest'uomo scannato? Chi mi crederà quando racconterò per filo e per segno come sono andate le cose? Avresti per lo meno potuto gridare, mi ribatteranno, chiedere aiuto se ti mancava il coraggio, grande e grosso come sei, di tener testa a una donna. Ma come, si sgozza un uomo sotto i tuoi occhi e tu te ne stai in silenzio a guardare? E poi come mai delinquenti di tal razza non hanno fatto fuori anche te? Perché nella loro ferocia ti avrebbero risparmiato? Un testimone per giunta così compromettente del loro delitto? Comunque visto che sei scampato alla morte, va a fare compagnia all'amico tuo.'

«Questi pensieri rimuginavo dentro di me e intanto cominciava a far giorno. La cosa migliore era quella di filarmela prima che venisse chiaro, fare della strada anche se le gambe mi tremavano. Così presi il mio sacco, infilai la chiave nella serratura e, gira e rigira, dovetti fare una fatica boia prima di riuscire ad aprire quella porta sicura e amica che durante la notte s'era spalancata da sé.

XV

«'Ohilà, dove sei?' cominciai a gridare, 'aprimi il portone, che voglio andarmene prima di giorno.'

«II portinaio che era disteso giusto dietro l'uscio della locanda, mezzo addormentato mi fece: 'Ma come? Vuoi metterti in cammino a quest'ora di notte? Non sai che le strade sono infestate dai briganti? Se hai scelto di morire perché hai la coscienza sporca io non sono mica tanto, grullo da fare la stessa fine per causa tua.'

«'Tra poco è giorno,' gli risposi 'e poi, ché cosa possono prendergli i briganti a un viandante così al verde come me? Ma ti rendi conto, balordo che sei, che nemmeno dieci campioni di lotta possono spogliare uno che è già nudo?' Ma quello, voltandosi dall'altra parte, morto di sonno e intontito com'era, mi rimbeccò: 'E che ne so io se tu non hai scannato il tuo compagno di viaggio col quale sei giunto ier sera, ed ora cerchi di metterti in salvo?'

«Allora sì che la terra mi parve spalancarsi sotto i piedi e io precipitare giù fin nel Tartaro in bocca all'affamato Cerbero; e capii che la buona Meroe non per misericordia aveva risparmiato la mia gola ma per riservarmi, nella sua ferocia, alla croce.

XVI

«Così tornai in camera pensando al modo più spiccio di darmi la morte. Ma non mettendomi la sorte a portata di mano alcuna arma mortale se non il mio letto, così a lui mi rivolsi: 'Caro lettuccio mio che dividesti con me tutti i miei guai, che sei stato testimone oculare di quanto è accaduto stanotte, tu che solo potrei citare a prova della mia innocenza, porgimi l'arma liberatrice che mi mandi alla svelta all'inferno.'

«Così dicendo sciolsi la reticella di corda che formava il piano del letto e legatone un capo a una trave che sporgeva sopra la finestra, feci con l'altra estremità un nodo scorsoio, salii sul letto ormai votato alla morte e infilai la testa nel cappio. Ma non appena, con una pedata, scaraventai lontano il sostegno che mi sorreggeva perché, per il peso del corpo, il cappio stringesse la gola e mi togliesse il respiro, la corda, marcia com'era, si spezzò ed io precipitai addosso a Socrate che giaceva lì accanto e con lui rotolai per terra.

XVII

«In quel mentre irruppe in camera il portinaio, urlando: 'Dove diavolo sei tu che, in piena notte, avevi tanta furia di partire e ora te ne sei tornato a russare fra le coperte?'

«In quel momento, non so se per il mio ruzzolone o per il gran baccano di quell'uomo, Socrate saltò su esclamando: 'Quanta ragione hanno quei viaggiatori che non possono soffrire gli albergatori. Questo rompiballe ti vien dentro magari con l'intenzione di fregare qualcosa, e col suo blaterare mi sveglia, sfinito com'ero, proprio nel sonno migliore.'

«Anch'io balzai in piedi, preso da una gioia insperata: 'Eccolo, bravo portinaio, eccolo qui l'amico mio, il mio fratellino, quello che tu, stanotte, ubriaco fradicio com'eri, andavi insinuando che avevo assassinato.' E, intanto, baciavo e abbracciavo Socrate che però, protestando, mi respingeva con violenza schifato dal fetore di piscio che quelle streghe mi avevano lasciato addosso: 'Va via' mi diceva 'che puzzi peggio di un fondo di latrina.'

«Poi, scherzandoci su, mi chiese la ragione di quel fetore. Io, poveretto, gli inventai una frottola per sviare il discorso e con una manata sulle spalle: 'Che aspettiamo ad andarcene?' gli dissi 'Perché non approfittiamo del fresco del mattino?'

«Presi quel po' di roba che avevo, pagai il conto all'albergatore e ci mettemmo in cammino.

XVIII

«Avevamo già fatta un bel po' di strada e il sole, ormai alto, illuminava ogni cosa all'intorno. Io, intanto, non facevo che guardare con curiosità e apprensione la gola del mio compagno, là dove avevo visto penetrare la spada e mi dicevo: 'Ma guarda un po' che matto. Ne devi aver scolati di bicchieri ed essere stato ben sbronzo per fare sogni così assurdi. Eccotelo qua Socrate, sano e vegeto. E dov'è la ferita, dove la spugna e quell'orribile piaga sanguinante?'

«Poi rivolto a lui: 'Non hanno mica torto quei gran dottori quando dicono che chi mangia molto e alza troppo il gomito poi fa brutti sogni. Prendi me, per esempio ieri sera mi son lasciato andare alle libagioni e così ho passato una notte infernale, piena di incubi spaventosi, tanto che mi sembra ancora di esser tutto imbrattato di sangue umano.'

«'Ma che sangue e sangue,' mi sogghignò, 'pieno di piscio sei. Però ho fatto un sogno anch'io mi pareva che mi sgozzassero; sentivo un gran dolore qui alla gola e come se mi strappassero il cuore; pure ora mi manca il respiro, mi tremano le ginocchia e mi par di cadere. Sento proprio il bisogno di mettere qualcosa sotto i denti per riprendere le forze.'

«'Eccoti servita la colazione' e, detto fatto, mi tolsi il sacco dalle spalle e gli offrii del pane con del formaggio. 'Anzi,' gli feci, 'sediamoci la, sotto quel platano.'

XIX

«Così facemmo e anch'io trassi fuori qualcosa da mangiare per me e intanto lo osservavo. Ed ecco che mentre mangiava avidamente lo vidi, tutto a un tratto, impallidire, farsi livido livido come uno stecco. Man mano che perdeva colore io rivedevo l'orribile scena della notte e, per lo spavento, il pezzo di pane che avevo messo in bocca, benché piccolo, mi si piantò nel gozzo, tanto che non riuscivo a mandarlo né su né giù.

«Non passava di lì molta gente e questo accresceva il mio terrore. Chi avrebbe creduto che di due compagni uno era morto senza che l'altro ne sapesse nulla? Socrate, intanto, che s'era ingozzato di pane e aveva fatto fuori quasi tutto il formaggio, ora si sentiva bruciare dalla sete. Poco lontano dal nostro platano scorreva un filo d'acqua ma così lento da formare una pozza limpida e chiara come argento o vetro.

«'Eccoti là dell'acqua' gli dissi 'bianca come il latte.'

«Egli si alzò, s'accostò alla riva là dove questa era più bassa e fece per inginocchiarsi e bere con avidità ma non aveva ancora accostato le labbra all'acqua che il collo gli si aprì in un largo e profondo squarcio e ne venne fuori la spugna e un po' di sangue. Era morto, e sarebbe caduto in acqua se io, appena in tempo, afferrandolo prontamente per un piede, non lo avessi tirato su a fatica. E lì, su quella riva, come potetti, date le circostanze, piansi l'infelice compagno: scavai una fossa nella sabbia e ve lo chiusi per sempre.

«Ero pieno di paura, temevo guai peggiori e così mi misi a fuggire qua e là per luoghi desolati e deserti e, quasi avessi sulla coscienza un delitto, lasciai la mia patria, la mia casa e scelsi un volontario esilio.

«Ora vivo in Etolia e mi sono fatta uma nuova famiglia.»

XX

Questo il racconto di Aristomene, ma il suo compagno, che fin dall'inizio s'era rifiutato di credere a una sola parola, esclamò: «Non c'è storia più fantastica, più assurda di questa.» E rivolto a me: «E tu che mi sembri una persona seria almeno dall'apparenza, ci credi a questa storia?»

«Mah,» feci io, «veramente tutto è possibile a questo mondo e quello che capita agli uomini è scritto nel destino: a me, a te, a tutti possono succedere cose strabilianti, inaudite, che se le vai a raccontare a chi non ne è stato toccato, nessuno ti crede. Io invece ci credo a quello che ha raccontato l'amico, e come, e per di più lo ringrazio perché con la sua storia, col suo fare piacevole ci ha un po' svagati e mi ha fatto sembrare meno noioso e lungo questo viaggio. Se n'è giovato anche il mio cavallo che non ha poi fatto una gran fatica, dal momento che sono arrivato alle porte della città non sulla sua schiena ma con le mie orecchie.»

XXI

Così finì il viaggio e anche la nostra conversazione. I due, infatti, svoltarono a sinistra, verso una casupola lì vicino, io, invece, tirai dritto e m'infilai nella prima taverna che vidi.

«È Ipata questa?» chiesi alla vecchia ostessa. E quando ella annuì: «Conosci un certo Milone? Da queste parti dovrebbe essere tra le persone più in vista.» «Certo,» fece lei ridendo, «Milone è proprio uno ben in vista: sta di casa oltre il pomerio fuori di città.»

«Lascia stare le battute, buona donna,» gli feci «e dimmi, piuttosto che tipo d'uomo è e dove abita.»

«Vedi quelle finestre lì in fondo, che guardano fuori di città e quella porta alle spalle che s'apre sul vicolo? Là sta il tuo Milone; denari a montagne, ricco sfondato; lo conoscono tutti, ma per la spilorceria; un avaraccio che non ti dico; pratica l'usura, e in grande, su pegni d'oro e d'argento; se ne sta tappato nel suo bugigattolo sempre a contare e a lustrare denaro, assieme a sua moglie che ha la stessa malattia. Si concede una sola servetta e va in giro vestito come un mendicante.»

A queste parole sbottai in una risata: «E bravo l'amico Demea! Mi ha proprio ben sistemato per questo viaggio indirizzandomi a un tipo simile. Certo che da un tale ospite non dovrò temere né odor di fumo né tantomeno di arrosto.»

XXII

Così dicendo feci pochi passi e, arrivato sulla soglia, cominciai a bussare alla porta, ch'era sprangata a dovere con tanto di catenacci, e a chiamare. Finalmente comparve una ragazzotta: «Ehi, tu, che bussi con tanta furia,» mi fece «che pegno hai per il prestito che desideri? Lo sai o no che si accettano solo pegni d'oro e d'argento?»

«Potresti anche parlare con più creanza» le risposi. «Intanto dimmi se il tuo padrone è in casa.»

«Certo che è in casa, ma perché me lo domandi?»

«Ho per lui una lettera di Demea da Corinto.»

«Glielo vado a dire; tu, intanto, aspetta qui» e mi sbatté la porta sulla faccia tornando a sprangarla a doppia mandata. Dopo un po' ricomparve spalancando i battenti: «Ti puoi accomodare» fece.

Entrai e me lo vidi davanti, sdraiato su un lettuccio striminzito, che si accingeva a cenare. Gli stava seduta accanto la moglie ma la mensa era vuota. «Ecco quel che posso offrirti» mi fece, mostrandomi la tavola.

«Obbligatissimo» e gli consegnai la lettera di Demea. Dopo averla letta alla svelta esclamò: «Ma che caro il mio Demea, che mi ha mandato un ospite così di riguardo.»

XXIII

Al tempo stesso disse alla moglie di allontanarsi e a me di sedere al suo posto, ma vista la mia esitazione: «Siediti pure qui» mi fece, prendendomi per il mantello e quasi tirandomi giù, «purtroppo per la paura dei ladri io non mi arrischio ad avere sedie né, tantomeno, mobilio a sufficienza.»

Gli obbedii e quello riprese: «Dai tuoi modi così urbani e dal tuo riserbo quasi di fanciulla, non è difficile intuire la nobiltà della tua famiglia. Del resto la lettera di Demea lo conferma. Ti prego, perciò, di non sdegnare il mio modestissimo tetto. Per te c'è la stanza qui accanto, comoda e accogliente; vedrai che non ti troverai male a casa mia. Se ti degnerai di restare questa casa sembrerà più grande e tu ne trarrai motivo di gloria perché avrai fatto come Teseo di cui tuo padre porta il nome, che non disprezzò la modesta ospitalità della vecchia Ecale.»

Poi chiamò la servetta: «Fotide, prendi i bagagli dell'ospite e mettili in quella stanza, ma fa piano; e tira fuori dall'armadio l'olio per ungersi, i panni per asciugarsi, insomma tutto l'occorrente e accompagna il signore alle terme qui vicino: il suo viaggio è stato lungo e faticoso e dev'essere molto stanco.»

XXIV

Sentendo questo e ripensando alla tirchieria di Milone, e volendomelo fare amico: «Lascia stare, non ho bisogno di tutta questa roba, perché quando viaggio io me la porto sempre con me; quanto alle terme vedrai che saprò trovarle da solo. Piuttosto, quello che mi preme di più è il mio cavallo, che mi ha portato fin qui senza intoppi. Prendi questi spiccioli, Fotide, e va a comprargli fieno e biada.»

Dopo di che portai il bagaglio in camera e mi avviai verso le terme, passando però dal mercato per comprare qualcosa da mangiare. C'era del bellissimo pesce; ne chiesi il prezzo e mi fu offerto per cento sesterzi; feci finta di andarmene e lo ebbi per venti denari.

Me ne stavo già venendo via quando incontrai Pitia, un vecchio compagno di studi, ad Atene, che subito mi riconobbe nonostante fosse ormai trascorso molto tempo: «Lucio carissimo,» esclamò gettandomi le braccia al collo e baciandomi affettuosamente, «da quanti anni che non ci vediamo, santo cielo ne è passato del tempo da che lasciammo la scuola del maestro Clitio! Ma tu, come mai da queste parti?»

«Domani te lo dirò» gli risposi. «Tu, piuttosto, che roba è questa? Complimenti: littori, fasci, mi vedo davanti un magistrato coi fiocchi!»

«Sì, sono edile e dirigo l'annona; se sei qui per acquisti disponi pure di me.»

Gli dissi di no perché avevo già comprato del pesce per la cena, ma Pitia, vista la sporta e rivoltati i pesci per esaminarli meglio: «Quanto l'hai pagata questa robaccia?» «A stento sono riuscito a farmela dare da un pescatore per venti denari.»

XXV

Subito mi afferrò per un braccio e mi ricondusse al mercato chiedendomi da quale venditore avessi comprato quella porcheria. Gli indicai un vecchietto che se ne stava seduto in un angolo e subito egli, forte della sua autorità di edile, lo investì con voce terribile: «Non avete riguardo ormai né dei miei amici né tanto meno dei forestieri, voialtri, se vendete a prezzi così alti finanche pesciolini da nulla. Ma per il carovita volete ridurre a un arido deserto, a uno scoglio brullo questa città che è il fiore della Tessaglia? Ma non la passerete liscia. Quanto a te ti farò vedere io, finché sono in carica, come si puniscono i bricconi!» e, svuotata la sporta per terra, ordinò a una guardia del seguito di montare con i piedi sopra quei pesci e di spiaccicarli. Poi tutto soddisfatto per avermi dato una prova della sua autorità, il caro Pitia mi consigliò di allontanarmi. «Mi basta, caro Lucio,» concluse, «di aver data una bella lezione al nonnino!»

Rimasi esterrefatto, addirittura basito e lemme lemme mi avviai verso le terme. Grazie alla bella sparata del mio saggio compagno di studi, io mi ritrovai senza i quattrini e senza cena.

Dopo il bagno feci ritorno a casa, da Milone, e mi ritirai in camera mia.

XXVI

Ma ecco Fotide, la servetta, ad avvertirmi che il padrone mi cercava, ed io, che ormai conoscevo quanto Milone fosse spilorcio, a schernirmi con belle maniere, dicendo che avevo più bisogno di sonno che di cibo per smaltire lo strapazzo del viaggio. Ma lui a precipitarsi di persona, a prendermi per un braccio e, tutto cerimonioso, a tirarmi con sé. Io cercavo di tergiversare, di resistergli con garbo ma quello a insistere: «Non mi muoverò di qui fino a quando non mi avrai seguito» e accompagnando queste parole con un giuramento, riuscì a rimorchiarmi fino a quel suo lettuccio. Alle sue insistenze, di mala voglia, fui costretto a sedermi e lui a chiedermi come se la passasse Demea, la moglie, i figli, la gente di casa ed io a metterlo al corrente di tutto. Poi volle sapere per filo e per segno le ragioni del mio viaggio ed io a riferirgliele tutte nei minimi particolari e lui ancora a interrogarmi della mia patria, dei cittadini più in vista, perfino del governatore, fino a quando non capì che ero troppo stanco del viaggio, stremato da tutte quelle chiacchiere e mezzo morto di sonno, al punto da lasciare a metà le frasi e biascicare appena qualche parola sconnessa. Solo allora si rassegnò a mandarmi a dormire.

Finalmente pieno di sonno ma non di cibo mi liberai da quel vecchio petulante che mi aveva offerto un pranzo di sole chiacchiere e, rientrato nella mia camera, mi abbandonai al tanto sospirato riposo.

LIBRO SECONDO

I

Appena il sole fugò le tenebre e riportò sulla terra la luce, io mi destai e subito saltai fuori dal letto desideroso e impaziente di conoscere tutte le cose bellissime e rare del luogo, tanto più, pensai, che mi trovavo proprio nel cuore della Tessaglia, la terra degli incantesimi, la culla della magia, famosa per questo in tutto il mondo e, per giunta, proprio dove era accaduto il fatto straordinario raccontato da quell'ottimo compagno di viaggio che era stato Aristomene.

Mi misi così a osservare attentamente ogni cosa con uno stato d'animo misto di curiosità e insieme d'ansia.

Ma in quella città tutto mi sembrava strano, irreale, ovunque posassi lo sguardo, come se un qualche funesto incantesimo avesse stregato ogni cosa: i sassi in cui inciampavo mi pareva fossero uomini pietrificati, gli uccelli che sentivo cantare esseri umani diventati pennuti, gli alberi che cingevano le mura uomini anch'essi mutati in creature arboree, perfino l'acqua mi sembrava sgorgasse da corpi umani. Mi aspettavo, da un momento all'altro, che le statue e le figure degli affreschi si mettessero a camminare, le pietre delle mura a discorrere fra loro, che i buoi o, che so io, animali simili a predire il futuro e che dal cielo stesso e dal disco del sole sarebbe, a un tratto, venuto giù un qualche oracolo.

II

Così me ne andavo a zonzo qua e là tutto frastornato e eccitato da una curiosità tormentosa senza tuttavia riuscire a trovare un benché minimo indizio di quanto mi stava a cuore.

Bighellonavo di porta in porta come uno sfaccendato che ha quattrini da spendere e senza accorgermene mi trovai al mercato.

Qui affrettai il passo per dare una sbirciatina a una donna che passava di lì circondata da un codazzo di schiavi. I monili d'oro scolpiti e l'abito trapunto in oro anch'esso mi mostravano chiaramente che si trattava di una vera signora. Era al suo fianco un vecchio molto avanti negli anni il quale appena mi vide: «Ma sì, è proprio lui, Lucio» esclamò stampandomi un bacio e bisbigliando poi qualcosa che non compresi all'orecchio della donna.

«Perché non ti fai avanti a salutare questa tua parente?» mi fece poi. Ed io vergognoso: «Non conosco la signora» risposi arrossendo e rimasi lì fermo impalato, a capo chino.

«Ma guardalo, lo stesso ritegno signorile di sua madre Salvia, santa donna,» commentava quella, intanto, guardandomi. «Straordinario, anche nel fisico le somiglia, tale e quale; statura regolare, forte e slanciato, colorito roseo, capelli biondi, ondulati di natura, occhi azzurri ma vivi e lampeggianti come quelli di un aquilotto, e i lineamenti del volto? una bellezza, e poi, elegante e disinvolto nel portamento.»

III

«Sai, Lucio» continuò «ti ho allevato io, con queste mani, come no? Fra me e tua madre non c'è soltanto un vincolo di sangue ma siamo state allevate insieme.

«Tutte e due discendiamo dalla famiglia di Plutarco e siamo state allattate dalla stessa balia e insieme siamo cresciute, come due sorelle; solo la posizione sociale ci divide perché lei ha sposato un uomo importante, io un semplice borghese: sono Birrena e forse hai già sentito fare il mio nome fra quelli che ti hanno educato.

«Non fare complimenti, quindi, e accetta la mia ospitalità, anzi considerati a casa tua.»

Sentendola parlare così io vinsi ogni impaccio e le risposi:

«Madre, non è assolutamente il caso che io senza motivo, ora pianti lì Milone che mi ha dato ospitalità; comunque, appena possibile, con le dovute convenienze, saprò regolarmi altrimenti e tutte le volte che mi capiterà di passare di qui non mancherò di fermarmi da te.»

Così, tra una chiacchiera e l'altra, in pochi passi fummo a casa sua.

IV

L'atrio era bellissimo, colonne ai quattro angoli reggevano Vittorie palmate che, ferme, ad ali aperte sembravano sfiorare con le agili piante il mobile sostegno di una sfera nell'atto di spiccare il volo non di sostare.

Al centro, stupendo capodopera, una Diana in marmo pario, con la veste gonfia di vento sembrava protendersi leggera verso chi entrava, eppure veneranda nella sua divina maestà.

Ai lati della dea, a suo presidio, stavano due molossi, anch'essi in marmo pario: erano i loro occhi minacciosi, ritte le orecchie, dilatate le narici, le fauci avidamente spalancate. Se fosse risuonato lì intorno un latrato, certo lo avresti creduto uscito da quelle gole di marmo. Qui, appunto, quell'insigne artista aveva dato la prova più alta della sua arte, raffigurando quei cani con il petto proteso, le zampe posteriori ben ferme a terra e quelle anteriori nell'atto della corsa.

Aveva anche scolpito un macigno alle spalle della dea in foggia di spelonca e muschio, morbide foglie, ramoscelli, pampini e arbusti sembravano fiorire dalla pietra. All'interno, nel nitore del marmo, risplendeva l'immagine divina.

Dagli orli alti del sasso frutti ed uve pendevano, di squisita fattura, simili in tutto al vero, l'arte avendo emulato la natura. Certo avresti pensato di coglierli e mangiarli quando l'autunno che porta il mosto avesse in essi infuso i bei colori maturi. Se, poi, chinandoti a guardare il ruscello che ai piedi della dea scorreva in onde lievi, quei grappoli riflessi tu li avresti creduti non solo naturali ma persino oscillanti come quelli sospesi ai tralci veri.

Tra le fronde si distingueva l'immagine marmorea di Atteone cupidamente proteso a spiare la dea che si bagnasse in quella fonte, nuda; ma già mutato in cervo.

V

Mentre io guardavo ogni cosa con gran piacere e interesse, Birrena mi fece: «Tutto questo è tuo» e, così dicendo, invitò gli altri, con un cenno discreto ad allontanarsi. Rimasti soli, continuò:

«Sapessi, Lucio, come sono in ansia per te, come vorrei proteggerti, più che se fossi mio figlio. In nome di questa idea, guardati, per carità, guardati dalle male arti e dalle pericolose lusinghe di Panfile, la moglie di quel Milone di cui mi hai detto che sei ospite: è una maga famosa, nessuna, a quanto dicono, è più esperta di lei a evocare gli spiriti maligni: soffiando su dei rametti, su delle pietruzze e cose del genere, quella è capace di sprofondare sole e stelle giù nel Tartaro e nel vecchio Caos. Per di più quando vede un bel giovane ne resta subito presa e non lo molla più, lo lusinga, gli si insinua nell'animo, lo lega indissolubilmente a sé. I meno compiacenti o quelli che le son venuti a noia li trasforma invece in sassi o in caproni o in altri animali o addirittura li uccide. Ecco perché io sono in pena per te e ti supplico di stare attento: quella è una che è sempre in calore e tu, per età e per avvenenza, fai proprio al caso suo.»

Questo mi disse tutta preoccupata Birrena.

VI

Ma io che sono curioso per natura, appena sentii la parola magia, che sempre mi aveva sedotto, a tutt'altro pensai che a guardarmi da Panfile, anzi mi venne tanta voglia d'essere iniziato anch'io nell'arte magica e di gettarmici a capofitto, costasse quel che costasse, che, tutto eccitato, mi liberai di Birrena, come da una catena, e gettandole un «salve» in tutta fretta, mi precipitai a casa di Milone.

Intanto, correndo come un pazzo, mi dicevo:

«Coraggio, Lucio, apri gli occhi e bada a te. Questa è la volta buona, finalmente potrai appagare il tuo desiderio e saziarti di storie meravigliose. Bando alle paure da ragazzini, prendi di petto la cosa, ma soprattutto astinenza con la tua ospite, e guardalo da lontano e con rispetto il letto del buon Milone; datti da fare, piuttosto, con Fotide, la servotta: è appetitosa e ci sta e poi è simpatica. Ieri sera, quando sei andato in camera, lei è venuta con te, ti ha messo a letto con un sacco di moine, ti ha rimboccato le coperte in modo piuttosto provocante e baciandoti in fronte ti ha fatto capire che le dispiaceva andarsene; infatti s'è voltata indietro più volte, a guardarti. Questo è di buon augurio; può darsi effettivamente che tutta la faccenda non finisca bene, almeno cerca di portarti a letto questa Fotide.»

VII

Così ragionando arrivai alla porta di Milone e vidi che tutto funzionava, come suol dirsi, a pennello.

A casa, infatti, non c'era né Milone né sua moglie ma solo la mia cara Fotide che stava preparando per i suoi padroni un ripieno di trippa e polpa di carne tritata, una cosetta veramente squisita a giudicar dall'odore.

Indossava una linda tunichetta di lino con una cinturina rosso vivo che le stringeva la vita, proprio sotto i seni. Con le sue manine tondette rimestava il cibo nel tegame, che scuoteva continuamente, di modo che quel movimento le si comunicava a tutto il corpo e così dondolava mollemente la schiena e ancheggiava ch'era uno spettacolo.

A quella vista rimasi lì fermo incantato, in estasi, e mi si rizzò anche un certo arnese che prima era penzoloni.

«Che bellezza!» riuscii alla fine a esclamare, «Fotide mia, come sai muovere bene quei tuoi fianchi e quel tegamino. Chissà che intingoletto squisito stai preparando. Beato, eh, sì, proprio beato chi, col tuo permesso, potrà metterci il dito.»

Ma lei, civetta e spiritosa com'era: «Sta' lontano, sbarbatello, sta' lontano dal mio fornello, quanto più puoi, ché se appena ti tocca questo mio focherello, ti sentirai bruciare fin le midolla e nessuno potrà estinguerti l'incendio se non io che, con lo stesso piacere, ci so fare assai bene sia coi sughetti e le pentole sia a letto.»

VIII

Così dicendo si voltò a guardarmi e rise mentre io restai lì a mangiarmela con gli occhi. Ma, in effetti, perché mettermi a parlare degli altri particolari quando delle donne la mia unica passione sono sempre stati il viso e i capelli, che prima ammiro in pubblico e poi me li godo in privato.

La ragione di questa mia debolezza sta, forse, nel fatto che questa importante parte del corpo, così in evidenza e così esposta, è la prima a colpirci; e poi, anche perché se per le altre parti, gli abiti e i bei colori delle vesti fanno molto, per questa è solo la bellezza naturale che conta.

Del resto un po' tutte le donne, quando vogliono farsi ammirare per la loro bellezza e per le grazie che hanno, si spogliano, buttano via i veli e, tutte compiaciute, mettono in mostra le loro nudità sapendo che è un dolce incarnato a far colpo più che l'oro di una veste.

Ma se - dico per assurdo, e non voglia mai che succeda una cosa del genere - se a una donna, fosse anche la più bella, tu le tagliassi via i capelli, la privassi di quel naturale ornamento del viso, venisse pure dal cielo o sorgesse dal mare, figlia dell'onda, fosse pure Venere in persona circondata dalle sue Grazie e accompagnata da tutto lo stuolo dei suoi Amorini, ornata del suo cinto fragrante di profumi e stillante balsami, se si mostrasse calva non potrebbe piacere nemmeno al suo Vulcano.

IX

Vuoi mettere, invece, il fascino di una bella chioma quando fiammeggia viva ai raggi del sole o, morbida, ne raccoglie la luce o, mutevole, appare nei suoi cangianti riflessi? O quando il fulgore dell'oro sfuma nel biondo del miele, o il nero corvino ha iridescenze azzurre come il collo delle colombe o, ancora, quando densa di balsami orientali e ravviata dai denti sottili del pettine, raccolta a nodo dietro la nuca, si offre agli occhi dell'amante, come a uno specchio, porgendo di sé l'immagine più gradita?

E vuoi mettere ancora quando, folta, fa da corona al capo oppure quando scende fluente, a onde, lungo le spalle? Insomma è così importante una bella chioma che, per quanto una donna si mostri adorna d'oro, di belle vesti, di gemme o d'ogni altro ornamento, se non ha una particolare cura dei suoi capelli, non può mai dirsi elegante.

Ma la mia Fotide era seducente per una certa qual negligenza, più che per l'accurata ricercatezza: infatti i suoi capelli folti scendevano mollemente sulla nuca e lungo il collo, fino a lambire l'orlo della veste; le estremità erano poi raccolte in un nodo al sommo del capo.

X

Non resistetti alla tortura di un piacere così intenso e piegandomi su di lei le lasciai un bacio più dolce del miele, proprio alla radice dei capelli, dove essi risalivano verso la sommità del capo.

Ella si volse lanciandomi di sottecchi uno sguardo assassino:

«Ehi, ehi, scolaretto, mi sa che tu ti stai prendendo un bocconcino agrodolce, sta' attento che per la troppa dolcezza del miele tu poi non abbia a sentire a lungo l'amaro della bile.»

«E che m'importa, gioia mia, soltanto un bacino e poi son pronto, a mettermi lungo disteso sul tuo fornello e a farmi abbrustolire,» e così dicendo me la strinsi forte fra le braccia e cominciai a baciarla e poiché lei mi corrispose con eguale ardore e gareggiò con me in ogni sorta di libidine, schiudendomi la sua bocca odorosa e cercando con la sua lingua, che sapeva di nettare, la mia, vinto dal desiderio: «Mi fai morire,» le dissi, «anzi sono già morto se tu non mi compiaci.» Ed ella riprendendo a baciarmi: «Pazienta, anch'io sono ormai tua e perciò non dovremo aspettare a lungo per goderci; questa sera, appena farà buio, verrò in camera tua. Ora va, ma preparati perché voglio misurarmi con te e darci sotto quant'è lunga la notte.»

XI

Queste promesse ci sussurrammo prima di staccarci. Intanto s'era fatto mezzogiorno e Birrena pensò bene di farmi pervenire, come segno di benvenuto, un grasso porcellino, cinque gallinelle e un'anfora di vino pregiato.

«Ecco che arriva Bacco con le sue armi a dar man forte a Venere,» gridai a Fotide. «Ce lo berremo tutto questo vino, oggi, per vincere ogni ritegno, ogni fiacchezza ed eccitare ancora di più la nostra libidine. Queste sono le provviste che occorrono per una notte d'amore: olio alla lucerna e vino nei calici.»

Passai il resto della giornata ai bagni e, poi, a cena, con il buon Milone che mi aveva invitato a mangiare un boccone con lui, ma avendo cura di evitare lo sguardo di sua moglie, memore degli avvertimenti di Birrena; e se per caso i miei occhi si posavano sul volto di lei subito li ritraevo spaventatissimo, come se avessi visto l'inferno. Guardavo, invece, continuamente Fotide che ci serviva e in lei mi rincuoravo.

S'era, intanto, fatta notte, quando Panfile, guardando la lucerna esclamò: «Quanta acqua verrà giù domani,» e al marito che le chiese come facesse a saperlo, rispose che era la lucerna a dirglielo. Al che Milone, sbottando a ridere: «Proprio una gran sibilla noi manteniamo con questa lampada. In cima al suo candeliere, come da un osservatorio, quella vede tutto ciò che succede in cielo e perfino nel sole.»

XII

«Ma sono proprio questi,» intervenni io, «i primi tentativi di magia e non c'è niente di strano se questo focherello così piccino, acceso dalla mano dell'uomo, ricordi quel gran fuoco celeste dal quale ha avuto origine e quindi conosca e ci riferisca con un presagio divino le cose che quello è in procinto di combinare lassù nel cielo.

«Del resto, da noi, a Corinto, ora c'è un forestiero, un Caldeo, che con le sue strabilianti profezie sta mettendo lo scompiglio in città e per quattro soldi svela tutti i misteri del destino. Ti sa dire, per esempio, il giorno in cui ti devi sposare, in qual'altro puoi mandar su i muri di una casa se vuoi che non ti vada in malora, quando puoi concludere buoni affari, iniziare un viaggio o metterti in mare. Anch'io gli chiesi cosa mi sarebbe capitato in questo viaggio e lui mi disse un sacco di cose, tutte molto strane: che sarei diventato famoso, addirittura il protagonista di una storia incredibile, straordinaria e che avrei scritto anche dei libri.»

XIII

«Che tipo è questo Caldeo e come si chiama?» fece Milone sorridendo.

«È alto, piuttosto bruno e si chiama Diofane.»

«Ma allora è proprio lui, non ci sono dubbi!» esclamò. «Anche qui da noi s'era messo a tutto spiano a far l'indovino fra la gente, guadagnando quattrini a palate, altro che pochi soldi, finché non gli toccò, poveraccio, un incidente, o meglio, un vero accidente è proprio il caso di dirlo.

«Una mattina, mentre stava predicendo l'avvenire al solito crocchio di gente, gli si avvicinò un mercante, un certo Cerdone, per sapere quale fosse il giorno più favorevole per mettersi in viaggio. Come Diofane glielo predisse Cerdone mise subito la mano alla borsa e aveva già rovesciato i soldi per contare cento denari quale compenso per la profezia, quando un giovanotto dall'aspetto distinto si fece alle spalle di Diofane e tirandolo per un lembo del mantello, tanto da costringerlo a voltarsi, gli buttò le braccia al collo e cominciò a baciarlo con trasporto. Diofane fece altrettanto, lo invitò a sedere accanto a lui e stupito di quell'improvvisa apparizione, dimenticando completamente l'affare che stava combinando, cominciò: 'Che piacere vederti qui! Quand'è che sei arrivato?'

XIV

«'Soltanto ieri sera,' fece l'altro di rimando, 'ma tu, fratello, raccontami del tuo viaggio per mare e per terra, dopo che sei partito in tutta furia dall'Eubea..'

«A questo punto Diofane, il nostro grande Galdeo, balordo e distratto, attaccò: 'Un viaggio così infame come quello vorrei che toccasse soltanto ai nemici della patria e a quelli che mi vogliono male: una vera odissea. La nave sulla quale eravamo imbarcati, sbattuta dalla tempesta e dal vento, perse tutti e due i timoni e andò alla deriva, finché non calò a picco sfasciandosi contro la riva opposta. Perdemmo tutto e a stento riuscimmo a salvarci a nuoto. Tutto quello, poi, che potemmo racimolare per la compassione di ignoti e il buon cuore di amici, ci fu portato via da una banda di malfattori. Arignoto, il mio unico fratello, che aveva tentato di opporsi alla loro violenza, poveretto, fu sgozzato sotto i miei occhi.'

«Ma, intanto, mentre Diofane, col cuore a pezzi, raccontava tutto questo, Cerdone, il mercante, ripresisi i soldarelli che aveva già sborsato per la profezia, se la squagliò.

Soltanto allora Diofane tornò in sé e s'accorse della sua balordaggine, specie quando vide che noi, tutt'intorno, ci sbellicavamo dalle risa.

«Però, caro Lucio, speriamo almeno che a te, quel Caldeo abbia detta la verità e che tu possa essere fortunato e proseguire felicemente il tuo viaggio.»

XV

Mentre Milone parlava e sembrava non volere smettere più, io mi rodevo e me la prendevo con me stesso che involontariamente avevo dato esca a tutte quelle ciarle inutili e mi stavo perdendo il meglio della serata e il suo frutto più ghiotto. Finalmente messa da parte ogni esitazione, dissi a Milone: «Se la veda lui quel Diofane con le sue disavventure e si Porti pure per mare c per terra tutto il denaro che spilla alla gente, quanto a me sono ancora stanco del viaggio di ieri e, se permetti, vorrei andare a dormire un po' prima.»

Detto fatto mi avviai in camera mia e qui trovai tutto bell'apparecchiato per una cenetta infima. I letti della servitù erano stati spostati, messi il più lontano possibile dalla mia porta, immagino perché non sentissero i nostri notturni gemiti di piacere; accanto al mio letto era stato posto un tavolino con ciò che di meglio era rimasto della cena e coppe riempite a metà di vino, bell'e pronte ad accogliere la giusta porzione d'acqua; accanto, una brocca dall'imboccatura larga fatta a posta per le abbondanti bevute, insomma un gustoso aperitivo per una notte d'amore.

XVI

M'ero appena coricato che la mia Fotide, la sua padrona era già andata a letto, Se ne venne da me tutta giuliva.

Aveva una ghirlanda di rose fra i capelli e petali di rose anche sul florido seno. S'appressò e mi baciò lungamente, mi cinse il capo di fiori, altri ne sparse in torno. Poi prese una coppa di vino, vi mescolò dell'acqua tepida e me l'offrì da bere; ma dolcemente me la rubò dalle mani prima ch'io l'ebbi del tutto vuotata e l'accostò alle sue labbra e bevve a piccoli sorsi, guardandomi. Una seconda coppa e una terza e poi altre ancora così ci scambiammo.

Io, tra i fumi del vino, non solo la mia fantasia ma tutti i sensi sentivo eccitati dalla libidine, bramosi, anelanti; allora, tirandomi su la tunica fino all'inguine e mostrandole quanto impellente fosse il mio desiderio d'amore: «Per carità,» esclamai, «fa' presto, vedi come son tutto teso e pronto alla guerra che tu, alla brava, mi hai dichiarato. Da quando Amore crudele ha trafitto il mio cuore con la sua freccia, anch'io con tutto il vigore ho teso il mio arco ed ora ho paura che il nerbo troppo rigido mi si spezzi.

«Ma se tu vuoi veramente offrirmi proprio tutte le tue delizie, sciogli i capelli e abbracciami nell'onda delle tue chiome.»

XVII

Non se lo fece dire due volte. In fretta sgombrò piatti e vivande, si liberò delle vesti mostrandosi tutta nuda, si sciolse i capelli con maliziosa lascivia; bella, simile a Venere quando emerse dai flutti, più per civetteria che per pudore mi nascondeva il liscio pube con le sue dita rosate.

«Vieni» mi disse «vieni all'assalto. Ti terrò testa, sai, non ti cederò. Drizzati, se sei uomo, e lotta corpo a corpo, trafiggimi, fammi morire perché anche tu morirai. È una battaglia questa che non avrà tregua.»

Così dicendo entra nel letto e mi monta sopra, adagio; poi comincia a muoversi con voluttà, su e giù, veloce, inarca la schiena, vibra tutta di libidine e a me supino, dispensa tutti i doni di Venere. Questo finché ad entrambi resse il respiro, finché non cademmo esausti, l'uno sull'altro abbracciati.

In cosiffatti assalti ci producemmo ben desti fino alle prime luci dell'alba, di volta in volta chiedendo al vino nuovo vigore, perché non scemasse in noi il desiderio e si rinnovasse il piacere.

Così volemmo che molte altre notti fossero simili a questa.

XVIII

Un giorno Birrena insistette perché a tutti i costi io andassi a cena da lei e benché cercassi di sottrarmi al l'invitò, non volle sentire ragioni.

C'era Fotide, però, a cui dar conto e fu a lei, come a un oracolo, che io dovetti chiedere il permesso: sebbene a malincuore, perché ormai non voleva ch'io mi allontanassi nemmeno d'un filino, gentilmente lei concesse alle mie prestazioni amorose una breve licenza. «Bada, però» mi fece «a non far tardi dal pranzo. C'è una banda di giovani, delle migliori famiglie ma scapestrati, che mette a soqquadro la città; vedrai tu stesso qua e là gente ammazzata per le strade e le guardie del governatore sono troppo lontane per liberarci da questo flagello. E tu, sia per la tua invidiabile condizione, sia perché qui i forestieri sono malvisti, sei proprio l'uomo giusto a cui tendere un'imboscata.»

«Sta' tranquilla, cara Fotide, sai bene quanto mi sarebbe piaciuto fare all'amore con te anziché andarmene a cena fuori, perciò non temere che tornerò presto. Comunque ho anch'io la mia scorta: questo fedele pugnale qui al mio fianco saprà ben difendermi.»

E così, con questa precauzione, mi recai a cena.

XIX

Trovai un gran numero di invitati, il fior fiore della città, dato che Birrena era una donna di classe; mense sontuose, splendenti di cedro e d'avorio, letti coperti di drappi trapunti d'oro, grandi, preziosi calici ciacuno con una sua bellezza particolare, unica, vetri artisticamente incisi, cristalli istoriati, argenterie scintillanti, ori abbaglianti, coppe per bere scavate nell'ambra o in altre pietre pregiate, insomma cose da non potersi immaginare. E c'era poi uno stuolo di camerieri splendidamente vestiti, inappuntabili, che servivano numerose portate e giovani schiavi dai capelli ricci e dalle vesti succinte che versavano in continuazione vino pregiato in calici ricavati da pietre preziose.

Portate le lucerne, assai vivo si fece il cicaleccio dei convitati, si rideva, si scherzava, fiorivano qua e là facezie, battute piccanti.

A un certo punto Birrena mi fece: «Beh, come te la passi nel nastro paese? A quanto ne so, in fatto di templi, di terme, di altri edifici pubblici noi superiamo di molto tutte le altre città, e poi godiamo di molte comodità ancora: libertà assoluta per chi vuole starsene tranquillo, via vai di gente, come a Roma, invece, per chi viene in cerca d'affari, una pace addirittura campestre per l'ospite di poche pretese. Stiamo proprio nel posticino più delizioso di tutta la provincia.»

XX

«Verissimo» feci io di rimando, «proprio così. In nessun altro luogo mi sono sentito a mio agio come qui. Soltanto devo dire che ho una certa paura della magia, delle sue insidie oscure e inevitabili. Si dice che da queste parti non lasciano in pace nemmeno i morti nelle loro tombe, e che dalle urne e dai roghi si trafugano reliquie e pezzetti di cadavere per gettare il malocchio sui vivi, e che ci sono vecchie streghe che al momento dei funerali, in un battibaleno, ti portano via il morto.»

«Purtroppo, qui, non risparmiano nemmeno i vivi» intervenne uno degli invitati. «E c'è un tale, chissà chi è, a cui è capitata una cosa del genere, ed è rimasto tutto mutilato e col volto sfregiato.»

A queste parole scoppiò una risata generale e gli occhi di tutti si posarono su un tizio che se ne stava appartato in un angolo. Imbarazzatissimo di sentirsi piovere addosso tutti quegli sguardi, brontolando qualcosa, costui aveva già fatto le mosse di andarsene, quando Birrena: «Eh, no, caro Telifrone, ora devi fermarti al meno un pochino e con la tua solita compiacenza raccontarci ancora una volta la tua avventura, perché il qui presente Lucio che è per me come un figlio possa godere anche lui del tuo piacevole racconto.»

«Sempre buona e gentile, tu, mia signora, ma l'insolenza di certa gente è insopportabile.»

Era tutto agitato, ma Birrena insistette assicurandogli che nessuno lo avrebbe più insolentito e così alla fine, sebbene malvolentieri, quello si decise.

XXI

Si sistemò i cuscini, vi si appoggiò col gomito, restando a busto eretto, portò avanti la destra, assumendo l'atteggiamento degli oratori, cioè le ultime due dita chiuse, le altre distese, il pollice puntato avanti e in cominciò:

«Ero ancora un ragazzino quando, per vedere i giochi olimpici, lasciai Mileto; ma desiderando visitare anche le località di questa provincia famosa, dopo aver vagato, sotto cattivi auspici, in lungo e in largo per la Tessaglia, giunsi a Larissa. Ero quasi al verde, dato che le mie scorte, durante il viaggio s'erano di molto assottigliate e così mi misi a girare un po' qua e un po' là cercando di rimediare qualcosa. A un tratto, nel bel mezzo di una piazza, vidi un vecchio allampanato che, in piedi su un pilastro, andava chiedendo ad alta voce se c'era qualcuno che volesse far la guardia a un morto; e che si facesse avanti a contrattare il compenso.»

«Ma che storia è questa» chiesi io esterrefatto a un passante; «forse che da queste parti i morti hanno l'abitudine di scappare?»

«Sta zitto» rispose quello «si vede proprio che sei un ragazzo e forestiero per giunta. Ma lo sai o no che sei in Tessaglia e che qui le streghe strappano a morsi la faccia dei morti per ricavarne il materiale necessario alle loro diavolerie?»

XXII

«Dimmi ancora una cosa» gli chiesi «in che consiste questo far la guardia ai morti?»

«Per prima cosa» mi rispose «bisogna stare svegli tutta la notte, con gli occhi ben aperti e sempre fissi sul morto; guai se per un momento solo volgi lo sguardo altrove, perché quelle maledettissime megere sono capaci di assumere l'aspetto dell'animale che vogliono, avvicinarsi di soppiatto e ingannare gli stessi occhi del Sole e della Giustizia. Possono diventare uccelli, cani, topi, perfino mosche; poi con i loro terribili incantesimi fanno cadere i guardiani in un sonno profondo e nessuno riesce a immaginare tutte le trappole che ti sanno architettare queste scelleratissime donne pur di ottenere quel che gli gira pel capo. E con tutto ciò un servizio così pericoloso te lo pagano appena quattro o sei monete d'oro. Ah già, a proposito, dimenticavo la cosa più importante: se al mattino uno non consegna intatto il cadavere, quelle parti che mancano deve rimpiazzarle con altrettante del proprio corpo.»

XXIII

Saputo di che si trattava mi feci coraggio e, avvicinandomi al banditore: «Piantala di gridare» gli dissi «faccio io la guardia, dimmi quanto mi dai.»

«Ci sono per te mille denari, ma patti chiari, giovanotto: sta bene all'erta dalle maledette arpie perché si tratta del figlio di un pezzo grosso della città»

«Sono sciocchezze queste per me» gli risposi. «Tu hai di fronte un uomo di ferro, che non dorme mai, tutt'occhi, e con la vista più acuta di Linceo e di Argo.»

Non avevo ancora finito di parlare che quello mi menò a una casa che aveva tutte le porte sprangate; mi fece entrare per una porticina di servizio e mi introdusse in una stanza anch'essa con le finestre chiuse, immersa nel buio, e mi indicò una donna vestita di nero che piangeva: «Ecco l'uomo» le disse avvicinandosi «che ho ingaggiato per far la guardia a tuo marito; dice che è