LETTERATURA LATINA
AUTORI
Gian Biagio Conte
CATULLO
Vita Gaio Valerio Catullo
nasce a Verona da un famiglia agiata. La data di
nascita, Svetonio, è nell’87 a. C. A Roma
conobbe e frequentò personaggi di spicco
nell’ambiente politico e letterario ed ebbe una
relazione d’amore con Clodia (la Lesbia dei suoi
versi), quasi certamente sorella del tribuno P.
Clodio Pulcro e moglie di Q. Cecilio Metello,
console nel 60. Morì sui trent’anni.
Opere Di Catullo abbiamo
116 carmi (2300 versi) raccolti in un liber,
diviso sommariamente su base metrica. Il gruppo
primo (1-60) è costituito da componi_ menti di
carattere leggero (le nugae
"bagattelle"). Il secondo gruppo (61-68)
abbraccia una seria di carmi di maggiore
estensione e impegno stilistico: i cosiddetti
carmina docta. La terza sezione (69-116)
comprende carmi generalmente brevi in distici
elegiaci, i cosiddetti "epigrammi".
I più credono che
l’ordinamento della raccolta (secondo un
criterio, non cronologico, ma metrico: un
criterio da filologi) sia opera di altri, dopo
la morte del poeta, quando sarà approntata
un’edizione postuma dei suoi carmi (alcuni
devono essere rimasti esclusi). Quindi, forse,
il libellus dedicato a Catullo da
Cornelio Nepote non
corrisponde esattamente al
liber rimastoci, ma ne costituisce solo una
parte.
Fonti Le notizie
biografiche ci vengono soprattutto dai suoi
carmi; sulle relazioni della famiglia con Cesare
ci informa Svetonio. Che Lesbia fosse uno
pseudonimo per Clodia la sappiamo da Apulieo; e
sulla Clodia con cui abitualmente la si
identifica molto ci dice Cicerone, che ne
traccia un ritratto nella Pro Caelio,
l’orazione in difesa di Celio Rufo, ex amante
della donna e da lei tardi tratto in giudizio
per veneficio.
1. I carmi brevi
Il nome e la poesia di Catullo sono
tradizionalmente associati alla rivoluzione neoterica; ne sono
anzi il documento più importante. Rivoluzione del gusto
letterario, ma anche rivolta dei carattere etico: mentre si
sgretolano, nell’età della crisi della repubblica, gli antichi
valori morali e politici della civitas, l’otium
individuale diventa alternativa seducente alla vita collettiva,
lo spazio in cui dedicarsi alla cultura, alla poesia, alle
amicizie, all’amore. L’attività letteraria non si rivolge più
all’epos o alla tragedia, bensì alla lirica, alla poesia
individuale, introversa, adatta ad accogliere ed esprimere le
piccole vicende della vita personale.
A questo progetto risponde quella parte della
produzione di Catullo che si suole indicare come "carmi brevi":
l’insieme dei polimetri e degli epigrammi, in cui l’esiguità
dell’estensione rivela già essa stessa la modestia dei
contenuti, occasioni e avvenimenti della vita quotidiana e
favorisce il paziente lavoro di cesello, la ricerca della
perfezione formale. Affetti, amicizie, odi, aspetti minori o
minimi dell’esistenza, passioni, sono l’oggetto della poesia di
Catullo. Ne risulta un’impressione di immediatezza, di vita
riflessa, che ha dato luogo nella critica a un equivoco
tenace,quello di una poesia ingenua e spontanea. In realtà è
un’apparenza ricercata e ottenuta grazie a un ricco patrimonio
di dottrina.
Non si dovrebbe dimenticare che il
destinatario di ogni carme è per lo più rappresentante di una
cerchia raffinata e colta: lui si attende un prodotto letterario
che abbia veste stilistica e fattura formale di livello
adeguato. Solide strutture formali costituiscono l’ "ordito" su
cui s’ inscrive il gioco apparentemente tutto libero del poeta.
Si può scoprire allora che un bilanciato
gioco di antitesi o di richiami simmetrici si cela dietro quella
parole che vogliono apparire dettate dalla passione più
immediata: così nel più celebre fra i "carmi dei baci" (c. 5):
Vivamus, mea lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles uccidere et redire possunt:
nobis, cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
deinde mille altera, dein seconda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut nequis malus invidere possit,
cun tantum sciat esse basiorum.
La pausa riflessivo-sentenziosa dei vv. 4-6
costruisce il suo senso su di un contrasto, che ribadisce con
suggestivi effetti fonosimbolici: vedi l’opposizione
brevis-perpetua, la collocazione a risalto dei due
monosillabi assonanti lux-nox, una in clausola, l’altro
in incipit del verso. L’analisi rivela l’attenta costruzione di
quel che appare espressione spontanea, incontrollata, di una
rivolta esistenziale: anche la simmetricità dell’alternanrsi
deinde e dein – nei vv. 7-10 – mostra come nulla sia
lasciato ad una disposizione casule degli effetti.
Lo sfondo della poesia di Catullo è
costituito dall’ambiente letterario e mondano della capitale, di
cui fa parte la cerchia degli amici neoterici, accomunati da un
ideale di grazia brillantezza di spirito: lepos, venustas,
urbanitas (grazia, eleganza, cortesia) sono i principi che
fondano questo codice etico, che governa i rapporti reciproci ma
ispira anche il gusto letterario. Su questo sfondo campeggia e
risalta la figura di Lesbia, incarnazione della devastante
potenza dell’eros, protagonista della poesia catulliana. Lo
pseudonimo, che rievoca Saffo, la poetessa di Lesbo, crea già un
alone idealizzante: grazia e bellezza, ma soprattutto
intelligenza, cultura, spirito brillante affascinano e
alimentano la passione di Catullo.
L’eros diventa centro dell’esistenza e valore
primario, il solo in grado di risarcire la fugacità della vita,
capace di riempirla e di darle senso. All’amore e alla vita
sentimentale Catullo trasferisce tutto il suo impegno,
sottraendosi ai doveri agli propri del civis romano. Il rapporto
con Lesbia, nato come adulterino, nel farsi impegno esclusivo
dell’impegno morale del poeta tende, paradossalmen_ te, a
configurarsi nelle aspirazioni di Catullo come un vincolo
nuziale. Le recriminazioni per il foedus d’amore violato
da Lesbia sono un motivo insistente, che ne accentua il
carattere sacrale appellandosi a due valori fondanti, la
fides, che garantisce il patto stipulato vincolando
moralmente i contraenti, e la pietas, virtù propria di
chi assolve ai suoi doveri nei confronti degli altri. Ma
l’offesa ripetuta del tradimento produce in lui una dolorosa
dissociazione fra la componente sensuale (amare) e quella
affettiva (bene velle): celebre esempio di questo
conflitto è il c. 72, che analizza la scomparsa di ogni affetto
e stima per quella donna che continua, però, ad accendere la
passione dell’innamorato (iniuria talis/ cogit amare magis,
sed bene velle minus, 7 seg.).
La speranza sempre frustrata di un amore
fedelmente ricambiato si accompagna in Catullo alla
consapevolezza di non aver mai mancato al foedus d’amore con
Lesbia.
2. I carmina docta
Lepidus, novus, expollitus: così intende
i criteri di una nuova poetica, che rivela la sua ascendenza
alessandrina, meglio callimachea. I veri intenditori
apprezzeranno la nuova epica elaborata dai neoterici, l’epillio,
il poemetto breve che per le sue stesse dimensioni favorisce il
lavoro di cesellatura, teso a conferire asciuttezza e pregnanza,
e permetta al poeta di dar sfoggio della sua dottrina.
Dottrina e impegno stilistico sono evidenti
nella sezione dei carmi detti "dotti", in cui Catullo sperimenta
anche nuove forme compositive. Come altri neoterici, anche lui
si cimenta nel nuovo genere epico, l’epillio : il c. 64 ne
costituirà quasi il modello esemplare per la cultura latina.
Questo poemetto (408 esametri) narra il mito delle nozze di
Peleo e Teti, ma nella vicenda principale contiene un’altra
storia, quella dell’abbandono di Arianna Nasso da parte di
Teseo. L’intreccio delle due vicende, istituisce fra di esse una
serie di relazioni che hanno il loro nucleo nel tema della
fides, quella fides di cui, nella lontana età degli
eroi, gli stessi dei si facevano garanti e che nell’età presente
è violata e vilipesa insieme agli altri valori religiosi e
morali. Il mito si fa, cioè, proiezione e simbolo di aspirazioni
del poeta, del suo bisogno sempre inappagato di ancorare un
amore tanto
precario a un vincolo più saldo, a un
foedus duraturo.
Particolarmente complesso è il c. 68 ,che
riassume i temi pricncipali della poesia di Catullo, come
l’amicizia e l’amore, l’attività poetica e la sua connessione
Roma, il dolore per la morte del fratello. Il ricordo dei primi
amori, furtivi, con Lesbia sfuma nel mito, nella vicenda di
Protesilo e Laodamìa (unitisi prima che fossero celebrate le
nozze e perciò puniti con la morte di lui appena sbarcato a
Troia) che si fa archetipo esemplare della vicenda di Catullo e
Lesbia, di un coniugium anch’esso imperfetto e precario.
Una menzione il c. 68 merita per il suo
destino nella storia letteraria latina: il larga spazio concesso
al ricordo e alla vita vissuta, proiettata miticamente, in un
componimento che andava al di là delle dimensioni
dell’epigramma, dovevano farlo apparire come il progenitore
della futura elegia soggettiva latina.
3. Lo stile
La cultura letteraria di Catullo è ricca e
complessa, in cui accanto all’influsso alessandrino, è sensibile
anche quello della lirica greca arcaica. La lingua catulliana è
il risultato di un’originale combinazione di linguaggio
letterario e sermo familiaris: il lessico e le movenze
della lingua parlata vengono assorbite e filtrate da un gusta
aristocratico che la raffina e le impreziosisce. Particolarmente
frequenti, fra i tratti del sermo familiaris, i
diminutivi, che nella loro stessa mollezza fonica e formale
sembrano rilevare l’adesione a quell’estetica del lepos,
della grazia, che accomuna la cerchia degli amici e ne
condiziona anche i modi espressivi, oltre a ridefinirne la
gerarchia dei valori etici.
Una stile composito, con un’ampia gamma di
modalità espressive. La vitalità del linguaggio espressivo e
l’intensità del pathos non sono meno nei carmina docta;
ma i vari elementi, come ad esempio la selezione di un lessico
generalmente più ricercato e la presenza di stilemi e movenze
della poesia "alta", della tradizione enniana concorrano a dare
ai carmina docta un carattere più spiccatamente
letterario.
4. La fortuna
Catullo ebbe un successo vasto ed immediato:
esercitò un influsso profondo sui più grandi poeti dell’età
augustea e di quella imperiale (Marziale). Fu invece pochissimo
noto in Medioevo: nel secolo XI a Verona, il vescovo Raterio
recuperò un codice contenente i carmi di Catullo. Dal secolo XII
la sua fama fu sempre altissima: Petrarca, gli umanisti; più
tardi Foscolo e il poemetto latino Catullo calvos con cui
Pascoli gli rendeva omaggio.
LUCREZIO
Vita e La notizia biografica più ampia su
Lucrezio compare nella traduzione del
Testimonianze
Chronicon di Eusebio fatta da S.
Girolamo: Titus Lucretius poeta
nascitur: qui postea amatorio poculo in
furorem versus, cum aliquot libros per
intervalla insaniae conscripsisset, quos
postea Cicero emendavit, propria se manu
interfecit anno aetatis XLIV. Non è
facile datare questa notizia, e neppure
accordarla con quella fornita da Donato:
si può affermare con certezza solo che
il poeta nacque negli anni 90, morì
verso la metà degli anni 50. Oggi 98 e
55 sono generalmente ritenute le date pi
verosimili, ma permangono notevoli
incertezze.
Va respinta la
notizia geronimiana sulla follia di
Lucrezio: l’accusa dovrebbe essere nata
in ambiente cristiano nel IV secolo al
fine di screditare la polemica di
Lucrezio. L’unico riferimento a Lucrezio
nell’opera di Cicerone è una lettera al
fratello Quinto del 54.
Opere Il poema in
esametri De rerum natura, in 6
libri (un totale di 7415 esametri);
dedicato a Memmio, verosimilmente Caio
Memmio, amico e patrono di Cinna e
Catullo.
Il testo del De
rerum natura è conservato
integralmente da due codici del secolo
IX (ora conservati a Leida). La prima
edizione a stampa fu eseguita nel 1473
da Ferrando da Brescia.
1. Lucrezio e
l’epicureismo romano
La via scelta dalla classe dirigente romana
nei confronti della cultura greca era stata quella di un
filtraggio attento: fu la via battuta dall’elìte
scipionica e poi da Cicerone. Proprio quest’ultimo erigerà in
muro insormontabile nei confronti dell’epicureismo; visto come
dissolutore della morale tradizionale soprattutto perché,
predicando il piacere come sommo bene e suggerendo la ricerca
della tranquillità, tende a distogliere i cittadini dall’impegno
politico in difesa delle istituzioni. Non minori pericoli
presentava la posizione epicurea sulle divinità: negando il loro
intervento negli affari umani, tendeva a creare impicci a una
classe dirigente che usava la religione ufficiale come strumento
di potere.
Nel I secolo l’epicureismo era riuscito a
effettuare una discreta diffusione negli strati elevati della
società romana: un personaggio di rango consolare come Calpurnio
Pisone Cesonino si presentava come protettore dei filosofi
epicurei. Meno sappiamo della penetrazione delle dottrine
epicuree nelle classi inferiori. In effetti, lo stesso Epicureo
raccomandava l’estrema chiarezza e semplicità dell’espressione:
senza cedere ad antistoriche forzature in senso "democratico",
va ricordato che l’universalismo del messaggio epicureo, che
intendeva rivolgersi a persone di ogni rango sociale, e anche –
cosa inaudita nell’antichità – alle donne.
Lucrezio per divulgare la dottrina epicurea
in Roma scelse la forma del poema didascalico. Nella sua scelta
fu probabilmente guidato dal desiderio di raggiungere gli strati
superiori della società con un messaggio che non avesse nulla da
invidiare alla "bella forma" di cui talora si ammantavano le
altre filosofie. Quasi all’inizio del poema, Lucrezio afferma
che suo proposito è "cospargere col miele delle muse" una
dottrina apparentemente amara.
L’eccezionalità della forma poetica, che
faceva della sua opera un unicum nella letteratura epicurea,
spingeva Cicerone a non tenere conto di Lucrezio ( preferiva
rifarsi direttamente alla fonti greche dell’epicureismo), ma il
motivo determinante di tale silenzio si dovrà riconoscere nella
volontà di non concedere spazio e credibilità di interlocutore a
chi aveva scritto un’opera con forti valenze disgregatrici per
la società aristocratica cui Cicerone si rivolgeva.
2. Il poema didascalico
Il titolo del poema lucreziano, De rerum
natura, traduce fedelmente quella dell’opera più importante
di Epicuro, il perduto Perì physeos. La data di
composizione non è sicura.
Il De rerum natura è articolato in 3
gruppi di 2 libri (diadi). Nel I libro, dopo l’ouverture
con l’inno a Venere, personificazione della forza generatrice
della Natura, sono esposti i principi della fisica epicurea: gli
atomi (parti minime della materia, indistruttibili, immutabili)
movendosi nel vuoto infinito si aggregano modi diversi e danno
origine a tutte le realtà esistenti; successivamente avviene la
disgregazione. Nascita e morte sono costituite da questo
processo di continua aggregazione e disgregazione.
Nel II libro è illustrata la teoria del
clinamen: nel moto degli atomi interviene una "inclinazione"
minima che permette una grande varietà di aggregazioni (e rende
ragione della libertà del volere umano). I mondi possibili sono
molti, e sono oggetti al ciclo della vita e della morte.
Il libro III e IV costituiscono una seconda
coppia, che espone l’antropologia epicurea. Il libro III spiega
come il corpo e l’anima siano entrambi costituiti da atomi
aggregati, ma di forma diversa; l’anima non può perciò sottrarsi
al processo di disgregazione, di conseguenza essa muore con il
corpo e non c’è da attendersi un destino ultraterreno di premio
o di punizione. Il libro IV prende in esame il procedimento
della conoscenza, trattando la teoria dei simulacra: una
specie di membrane, composte dagli atomi, che si staccano dai
corpi di cui mantengono la forma e arrivano agli organi di
senso. La testimonianza dei sensi è sempre veritiera, e l’errore
può derivare solo da una sua errata interpretazione. Poi
Lucrezio introduce una celebre digressione sulla passione
d’amore e in versi carichi di sarcasmo indica la causa do questa
passione nella attrazione fisica.
La terza coppia ha per oggetto la cosmologia:
il libro V dimostra la mortalità del nostro mondo – uno degli
innumerevoli mondi esistenti - ; viene quindi trattato il
problema del moto degli astri e delle sue cause: una sezione
famosa tratta delle origini ferine dell’umanità. Il libro Vi si
sforza di fornire spiegazioni naturali di fenomeni fisici, quali
fulmini e terremoti, estromettendone la volontà divina. Con la
narrazione della pesta di Atene del 430 l’opera si conclude
bruscamente. Lucrezio potrebbe aver voluto contrapporre
l’ouverture e il finale come una sorta di "trionfo della vita" e
di "trionfo della morte", per mostrare come non esista alcuna
conciliazione del contrasto eterno di queste due potenze.
Prima del De rerum natura la
letteratura latina non aveva mai prodotto opere di poesia
didascalica di grande impegno.
La tradizione latina non offriva dunque
esempi di poesia didascalica di grande respiro; d’altra parte,
Lucrezio ambisce a descrivere, ma soprattutto a spiegare, ogni
aspetto importante della vita del mondo e dell’uomo, e di
convincere il lettore della validità della dottrina epicurea. La
tradizione ellenistica, che rivive nelle Georgiche di
Virgilio, ricerca invece una sua ispirazione in argomenti
tecnici e in gran parte sprovvisti di implicazioni filosofiche.
La consapevolezza dell’importanza della
materia determina il tipo di rapporto che Lucrezio instaura con
il lettore-discepolo, il quale viene esortato, affinché segua
con diligenza il percorso formativo che l’autore propone.
L’ethos del genere didattico ellenistico era
stato un ethos puramente encomiastico: rendeva lode alle cose.
Al contrario, in Lucrezio, non est mirandum e nec
mirum sono le formule che spesso articolano
l’argomentazione: non c’è da meravigliarsi davanti a questo o a
quel fenomeno perché esso è connesso necessariamente con questa
o quella regola oggettiva, e non può trarre stupore che abbia
capito i principi delle cose. Alla "retorica del mirabile",
Lucrezio sostituisce la "retorica del necessario"; e così
necesset est sarà un’altra formula usata di frequente nelle
argomentazione lucreziane. Il destinatario, fatto direttamente
responsabile, con le sue reazioni all’insegnamento, diventa
consapevole della propria grandezza intellettuale: è questa la
radice del sublime lucreziano.
Il sublime diventa non solo una forma
stilistica che rispecchia una forma di interpretazione del
mondo; ma , anche, una forma di percezione delle cose. Il
sublime coinvolgendo il lettore, gli suggerisce un bisogno
morale. Il sublime funziona come un invito all’azione:
attraverso la rappresentazione del sublime il poeta esprime con
ansia un’esortazione al lettore: che scelga per sé, un modello
di vita, anche forte.
Nel progetto didascalico lucreziano il genere
stesso diventa una forma problematica: il testo prevede un
lettore antagonistico capace di fare di se stesso e delle
proprie reazioni emotive un contenuto del poema. La nuova forma,
che il genere didascalico assume in Lucrezio, trova il suo
necessario corrispettivo nella creazione di un destinatario che
sappia adeguarsi alla forza sublime di un’esperienza
sconvolgente. Forma sublime del testo e forma sublime del
destinatario (l’immagine che il testo si fa del suo lettore
ideale) sono i segni della trasformazione che il genere
didascalico ha dovuto accettare quando ha scelto di farsi mezzo
per comunicare un iter morale. Quel che nel genere didascalico
tradizionale è una cornice – rapporto docente-allievo – diventa
nel De rerum natura un centro di tensione e un tema
problematico. La traduzione del genere in discorso didascalico è
continuamente inseguita dal dubbio della propria
irrealizzabilità.
Da questo discendono alcune caratteristiche
del poema, prima fra tutte la rigorosa struttura argomentativi.
Tra i procedimenti adottati il sillogismo, strumento principe
dell’argomentazione filosofica; l’analogia, grazie alla quale si
tende a ricondurre al noto, al visibile, ciò che è troppo
lontano e piccolo per essere osservato direttamente.
Il libro che più di ogni altro testimonia la
perizia argomentativi di Lucrezio è il III, dedicato alla
confutazione del timore della morte. La parte centrale divisa in
due sezioni: prima si dimostra che l’anima è materiale, composta
di atomi e vuoto (vv. 94-416); si affronta poi il
problema-chiave: se materiale, l’anima dev’essere anche mortale,
come tutti corpi (vv. 417-829). In questi 400 versi Lucrezio
propone ben 29 diverse prove per sostenere il suo assunto: il
loro accumularsi, il dispiego di strumenti retorici, creano un
insieme di innegabile forza persuasiva.
Ma Lucrezio si rende conto che questo non è
sufficiente a distogliere l’uomo dal dolore di dovere
abbandonare la vita. Per convincerlo dà la parola, nel finale
(vv. 830-1094) alla Natura stessa, che si rivolge direttamente
all’uomo: se la vita trascorse è stata colme di gioie questi può
starsene come un convitato sazio dopo un banchetto; se, al
contrario, è stata segnata da dolori e tristezze, perché
desiderare che essa prosegua? Solo gli stulti vogliono
continuare a vivere, anche se nulla nuovo li può attendere.
3. Studio della natura e serenità dell’uomo
Lucrezio si rivolge al lettore invitandolo a
riflettere su quanto crudele e veramente empia fosse la
religio tradizionale. La religione è in grado di opprimere
sotto il suo peso la vita degli uomini, turbare ogni loro gioia
con la paura: ma se gli uomini sapessero che dopo la morte non
c’è che il nulla, se diventassero perciò insensibili alle
minacce di pene eterne, smetterebbero di essere succubi della
superstizione religiosa. A tal fine è necessaria una conoscenza
sicura delle leggi che regolano l’universo, e rivelano la natura
materiale e mortale del mondo, dell’uomo e dell’anima stessa.
Superstizione religiosa, timore della morte e
necessità di speculazione scientifica: il suo messaggio sarà di
fatto ignorato non solo per l’intrinseca difficoltà dell’opera,
ma anche perché potenzialmente in grado di mettere in
discussione i fondamenti culturali – e, indirettamente sociali e
politici – dello stato romano, che della religio aveva
fatto un essenziale elemento di coesione.
Lucrezio resta fedele alle teorie di Epicuro
in materia di religione. Il filosofo greco era stato il primo
uomo che "osò levare gli occhi contro la religione che incombeva
minacciosa dal cielo" (I 66); per questo egli può essere
venerato quasi come un dio: tranne il II e il IV tutti libri si
aprono con una appassionata celebrazione dei meriti di Epicuro.
Esclusa l’ipotesi che l’uomo fosse soggetto agli dei in un
rapporto di dipendenza, che da essi, suoi padroni, egli potesse
attendersi benefici o punizioni. Anche Lucrezio recupera questo
senso intimo della religiosità, intesa come capacità di vivere
serenamente e contemplare ogni cosa con mente sgombra da
pregiudizi.
Nell’ambito del V libro una sezione è
dedicata alla nascita del timore religioso, che sorge spontaneo
per ignoranza delle leggi meccaniche che governano l’universo.
4. Il corso della storia
Lo sforzo di Lucrezio è di evitare che su
argomenti di grande rilievo la mancanza di spiegazioni razionali
in termini epicurei, riconduca il lettore ad accettare le
spiegazioni tradizionali della mitologia e della superstizione.
Lucrezio dedica un’ampia parte dell’opera alla storia del mondo
, del quale era stata anzitutto chiarita la natura mortale,
atomica. Tutta la seconda metà del libro V tratta invece
dell’origine della vita sulla terra e della storia dell’uomo. Né
gli animali né l’uomo sono stati creati da un dio, ma si sono
formati grazie a particolare circostanze: il terreno umido e il
calore hanno spontaneamente generato i primi essere viventi. I
primi uomini conducevano una vita agreste, al di fuori di ogni
vincolo sociale: la natura forniva il poco di cui c’era davvero
bisogno.
Fra le tappe del progresso umano che Lucrezio
tratta in seguito, quelle positive – la scoperta del linguaggio,
quella del fuoco e dei metalli, della tessitura e
dell’agricoltura – sono alternate ad altre di segno negativo
come l’inizio dell’attività bellica o il sorgere del timore
religioso. Comunque, caso e bisogno materiale sono i fattori di
avanzamento della civiltà.
E’ evidente in tutta la trattazione il
desiderio del poeta di contrapporsi alle visioni teleologiche
del progresso umano diffuse nella cultura del tempo. Il
progresso materiale, fin quando ispirato al soddisfacimento dei
bisogni primari, è valutato positivamente, mentre le riserve si
concentrano sull’aspetto di decadenza morale che i progresso ha
portato con sé: il sorgere della guerra, delle ambizioni e
cupidigie personali ha corrotto la vita dell’uomo. A questi
problemi l’epicureismo è in grado di fornire una risposta
invitando a riscoprire che "di poche cose ha davvero bisogno la
natura del corpo." Epicuro aveva prescritto di evitare i
desideri non naturali non necessari e di badare solo al
soddisfacimento di quelli naturali e necessari: "Grida la carne:
non aver fame non aver sete non aver freddo; che abbia queste
cose e speri di averle in futuro, anche con Zeus può gareggiare
in felicità".
Si comprende come l’epicureismo sia stato
spesso considerato già in antico, una forma di edonismo
sfrenato, non cogliendo lo spirito dei suoi precetti
fondamentali, tutti volti alla limitazione dei bisogni e alla
ricerca di piaceri naturali e semplici. Il "progetto sociale" di
Epicuro e Lucrezio è coerente con queste premesse: il saggio
abbandoni le inutili ricercatezze, si allontani dalle tensioni
della vita politica, si dedichi a coltivare lo studio della
natura con gli amici più fidati, somma ricchezza della vita
umana.
5. L’interpretazione dell’opera
La confusione tra la figura storica
dell’autore e l’immagine del "narratore" che prende la parola
all’interno del poema continua a nuocere alla lettura critica
del De rerum natura: le due figure non devono essere
sovrapposte meccanicamente. Anche solo per questo motivo non
possono essere accettate le tesi di quanti hanno affannosamente
cercato nell’opera tracce di uno squilibrio mentale di Lucrezio,
ora nella forma di crisi maniaco-depressive, ora come generica
angoscia di vivere.
Una lettura preconcetta induce a constatare
che la tensione dell’autore è sempre rivolta a conseguire il
convincimento razionale del suo lettore, a trasmettergli i
precetti di una dottrina di liberazione morale nella quale egli
stesso profondamente crede. L’accesa confutazione della tesi
stoica di una natura provvidenziale, ad esempio, spiega perché
Lucrezio insiste a lungo sull’idea che la natura è del tutto
incurante delle esigenze dell’uomo.
Quando ,nel finale del IV libro, si scaglia
contro le insensatezze della passione amorosa, è probabil_ mente
mosso dalla volontà di ribadire che il saggio epicureo deve
tenersi lontano da una passione irrazionale che non ha alcuna
giustificazione nei dettami della natura. I questo caso avranno
agito anche stimoli culturali diversi, quali la volontà di
contrapporsi all’ideologia erotica dei neoterici.
Il problema del pessimismo di Lucrezio non
manca di occupare tuttavia un ruolo centrale in una buona parte
della critica, e si deve ammettere che non è facile giungere ad
una valutazione equilibrata. Lucrezio ripete spesso che la
ratio da lui esposta è foriera di serenità e libertà
interiori, che traggono origine dalla comprensione dei
meccanismi di vita e di morte. Offre al lettore la possibilità
di guardare tutt’intorno con occhio indifeso e invita
all’accettazione consapevole di ogni cosa in quanto esistente.
Ma questo razionalismo, a tratti, mostra i
suoi limiti. Sull’angoscia dell’uomo di fronte all’idea che la
sua vita deve avere un termine Lucrezio si irrigidisce: se la
vita trascorsa è stata piacevole, nulla di diverso può essere
esperito in futuro, conviene semmai allontanarsi come un
convitato sazio; in caso contrario, meglio comunque concludere
un’esperienza ricca solo di dolore. Proprio questa rigidità, il
supporre che il non essere mai nati non sarebbe stato un male
per l’uomo, l’insistere sull’idea che la prolungare la vita non
sottrae neppure un giorno alla morte che ci attende, l’invito
epicureo al carpe diem (V 957), contrastano con la
precisa descrizione dell’uomo in preda all’angoscia irrazionale
che Lucrezio stesso ci offre verso la fine del libro.
6. Lingua e stile di Lucrezio
Cicerone (vedi la vita) ammirava in
Lucrezio non solo l’acutezza del pensatore, ma anche grandi
capacità di elaborazione artistica. La critica moderna ha lungo
esitato a sottoscrivere la seconda delle affermazioni,
giudicando lo stile del poeta troppo rude e legato all’uso
arcaico, a tratti prosaico e ripetitivo, ma da qualche tempo gli
studiosi hanno modificato questa prospettiva, ricollocando
Lucrezio e Virgilio nella loro giusta dimensione storica.
Anche lo stile, come l’organizzazione
complessiva della materia, doveva piegarsi al fine di persuadere
il lettore. Si spiegano in questa luce le frequenti ripetizioni.
Anche l’invito all’attenzione del lettore doveva essere
reiterato spesso; e alcuni termini tecnici della fisica
epicurea, nonché i nessi logici di grande uso (le formule di
transizione tra argomenti diversi: quod, paeterea, denique)
dovevano restare il più possibile fissi per consentire la
lettore di familiarizzare con un linguaggio non certo facile.
Alla lingua latina mancava la possibilità di esprimere certi
concetti filosofici e Lucrezio si trovò costretto quindi a
ricorre a perifrasi nuove (quali primordia o corpora
prima per designare gli atomi), a coniazioni, talvolta a
calchi diretti dal greco.
La povertà della lingua non si estendeva però
al di fuori del lessico strettamente tecnico: Lucrezio sfrutta
una gran mole di vocaboli poetici della tradizione arcaica
(soprattutto enniana): trae le più caratteristiche forme
dell’espressione: un intensissimo uso di allitterazioni, di
assonanze, di costrutti arcaici propri del gusto
espressivo-patetico dei più antichi poeti di Roma.
In campo grammaticale i due fenomeni più
vistosi sono il gran numero di infiniti passivi in –ier
(più arcaico di –i), ed il prevalere della desinenza
bisillabica –ai bel genitivo singolare della prima
declinazione (anziché –ae), esclusa ormai ai tempi di
Lucrezio dalla lingua d’uso.
L’esametro lucreziano si differenzia
nettamente da quello arcaico di Ennio, rispetto al quale
predilige l’incipit dattilico che sarà usuale nella poesia
augustea. Un segno di scarsa capacità di sfruttamento della
possibilità espressive dell’ordine delle parole è stato spesso
visto nella tendenza a comporre il verso in due parti quasi
sempre equivalenti, o a ricercare un ordine chiastico ( del tipo
ab-ba) ,molto diffusi in Virgilio ed Ovidio.
Ma certamente il tratto distintivo dello
stile lucreziano vi individuato nella concretezza
dell’espressione. Evidenza e vivacità descrittiva, visibilità e
percettibilità degli oggetti intorno a cui si ragiona,
"corporalità" dell’immaginario: effetti obbligati da una
mancanza di un linguaggio astratto già pronto. Ma le immagini
così evocate per spiegare pensieri ed idee, non restano solo
mezzi atti ad illustrare l’argomentazione astratta: diventano il
risvolto emozionale di un discorso intellettuale che sceglie di
farsi soprattutto descrizione di grande efficacia.
Anche se i livelli di stile sono molto
diversi, il registro che li unifica è uno solo e continuo: è il
registro dell’enthusiasmòs poetico al servizio di una
missione didattica vissuta con ardore eccezionale.
7. La fortuna di Lucrezio
E’ sicuramente strana la completa assenza del
poeta dalle opere filosofiche di Cicerone, dove pure la
confutazione dell’epicureismo ha larga parte: forse volontà di
ignorare il De rerum natura e sminuirne così il valore?
Gli autori cristiani leggono Lucrezio e ne
criticano apertamente le posizioni. Nel 1418 Poggio Bracciolini
scopre in Alsazia un manoscritto nel De rerum natura e lo
invia a Firenze perché sia copiato: è l’inizio della rinnovata
fortuna dell’opera in epoca moderna; prima edizione a stampa a
Brescia 1473. Nel 500 compaiono le prime "confutazioni di
Lucrezio", opere che riprendono da vicino la lingua e lo stile
latino dell’autore per propugnare però tesi opposte.
La prima traduzione italiana dell’opera è di
Alessandro Manzoni, pubblicata a Londra nel 1717 dopo il divieto
ricevuto in patria. Non certa una lettura integrale di Lucrezio
da parte di Giacomo Leopardi, ma citazioni dirette ( i vv.
111-114 della Ginestra: "Nobil natura è quella/ che a
solevar s’ardisce/ gli occhi mortali al comun fato", riprendono
forse I, 65-66 Graius homo mortali tollere contra/ est oculo
ausus primusque obsistere contra).
Nel 1850 l’edizione critica del De rerum
natura di Karl Lachmann, banco di prova del moderno metodo
filologico.
CICERONE
Vita Marco Tullio
Cicerone nasce ad Arpino nel 106 a. C. da agiata
famiglia equestre; compie ottimi studi di
retorica e filosofia a Roma. Nell’89 presta
servizio militare nella guerra sociale, agli
ordini di Pompeo Strabone, padre del Grande. Nel
81 debutta come avvocato. Nel 69 è edile; nel 66
pretore; nel 70 sostiene trionfalmente l’accusa
dei siciliani contro l’ex governatore Verre, e
si conquista la fama di oratore principe.Nel 63
è console, e reprime la congiura di Catilina.
Dopo la formazione del I triumvirato, il suo
astro inizia a declinare; nel 58 deve recarsi in
esilio, con l’accusa di avere mandato a morte
senza processo i complici di Catilina. Allo
scoppio della guerra civile, nel 49, aderisce
con lentezza alla causa di Pompeo; dopo la sua
sconfitta , ottiene il perdono di Cesare. Nel
44, dopo l’uccisione di Cesare, torna alla vita
politica; inizia la lotta contro Antonio (Filippiche).
Dopo il voltafaccia di Ottaviano, che, abbandona
la causa del senato, e stringe in triumvirato
Antonio e Lepido, il nome di Cicerone finisce
nella liste di proscrizione. Viene ucciso dai
sicari di Antonio nel dicembre del 43.
Opere Orazioni: De
imperio Cn. Pompei o pro lege Manilia (66);
Catilinarie (63); Pro Milone (52);Philippicae
(44-43)…
Opere retoriche: De
oratore (55); Brutus (46); Orator(46)…
Opere politiche: De re publica
(54-51); De legibus(52-?).
Opere filosofiche: Cato maior di senectute
(44); Laelio de amicitia (44); De Officiis;
Epistolario: Ad Quintum fratrem; Ad
Atticum; Ad Familiarem…
Fonti Per la conoscenza
della vita e delle opere, le fonti principali
sono rappresentate dalle sue stesse opere,
soprattutto l’epistolario, dal Brutus, da
diverse orazioni. Importante anche la biografia
di Cicerone scritta da Plutarco.
1.Tradizione e innovazione nella cultura
romana
Cicerone è protagonista e testimone della
crisi che porta al tramonto della repubblica; egli elabora un
progetto nel vano tentativo di porvi rimedio. La sua rimane
un’ottica di parte, legata la progetto di egemonia di un blocco
sociale (sostanzialmente i ceti possidenti): un’ottica che, per
rendersi accetta, deve saper profittare anche degli artifici che
possono offrire le tecniche di comunicazione. Cicerone mette a
frutto tali artifici nelle orazioni e li teorizza nei trattati
retorici: ricollocata nel proprio tempo la sua ars dicendi
si spoglia dei tratti di vana ampollosità di cui l’ha rivestita
il ciceronianesimo scolastico, per rivelarsi una tecnica
produttiva e sapiente, funzionale al dominio dell’uditorio e
alla regìa delle sue passioni.
Procedendo negli anni ha progressivamente
sentito sempre più forte la necessità di riflettere, rifacendosi
al pensiero ellenistico sui fondamenti della politica e della
morale.
Il fine delle sue opere filosofiche è lo
stesso che ispira alcune delle orazioni più significative: dare
una solida base ideale, etica, politica ad una classe dominante
il cui bisogno di ordine non si traduca in ottuse chiusure, il
cui rispetto per il mos maiorum non impedisca
l’assorbimento della cultura greca; una classe dominante che
l’assolvimento dei doveri verso lo stato non renda insensibile
ai piaceri di un otium nutrito di arti e letteratura, né,
in generale, di quello stile di vita garbatamente raffinato che
si riassume nel termine humanitas.
2. L’egemonia della parola: carriera politica
e pratica oratoria
L’attività oratoria di Cicerone si intreccia
indissolubilmente con le vicende politiche di Roma nell’ultimo
cinquantennio della repubblica.
Rientrato a Roma dopo la morte di Silla,
ricoprì la questura in Sicilia nel 75. Si conquistò fama di
governatore onesto e scrupoloso, tanto che, nel 70, i siciliani
gli proposero di sostenere l’accusa nel processo da essi
intentato contro l’ex governatore Verre, il quale aveva
sfruttato la provincia con incredibile rapacità. Dopo solo pochi
giorni dal dibattimento, Verre schiacciato dalle accuse , fuggì
dall’Italia e venne condannato in contumacia.
Cicerone successivamente pubblicò la
cosiddetta Actio secunda in Verrem, che rappresenta fra
l’altro un documento storico di grande importanza per conoscere
i metodi di ciu si serviva l’amministrazione romana nelle
province. Gli aristocratici romani avevano bisogno di ingenti
quantità di denaro per finanziare le forme di "liberalità" (cioè
corruzione) necessarie a promuovere la loro carriera politica.
Lo stile delle Verriane è già
pienamente maturo; Cicerone ha eliminato alcune esuberanze e
ridondanze. Il periodare è per lo più armonioso, ma complesso;
la sintassi è estremamente duttile, e non rifugge, quando è il
caso ad un fraseggio conciso e martellante. La gamma dei
registri è dominata con piena sicurezza , dalla narrazione
semplice e piana al racconto ricco di colore, dall’ironia arguta
al pathos tragico.
Entrato in senato dopo la questura, Cicerone
nel 66, l’anno della pretura, parlò del favore progetto di legge
del tribuno Manilio che prevedeva la concessione a Pompeo di
poteri straordinari su tutto l’Oriente: un provvedimento reso
necessario dall’urgenza di affrontare Mitridate, Re del Ponto.
Cicerone insisté soprattutto sull’importanza
dei vectigalia (tributi) che affluivano dalle province
orientali: di tale beneficio la popolazione di Roma sarebbe
stata privata se Mitridate avesse continuato nella sua azione.
Nella De imperio Cn. Pompei, poi ripudiata dallo stesso
Cicerone, si è voluto vedere il suo punto massimo di
avvicinamento alla politica dei populares. In realtà più
che agli interessi del popolo, Cicerone difendeva tuttavia
quelli dei pubblicani, i titolari delle compagnie di appalto
delle imposte. I pubblicani costituivano un gruppo laeder
all’interno dell’ordine equestre, dal quale proveniva Cicerone.
Ma è vero piuttosto che egli aveva bisogno del loro sostegno per
cementare quella concordia dei ceti abbiente nella quale
incominciava a scorgere la via d’uscita dalla crisi che
minacciava la repubblica.
Ma le più celebri tra le orazioni consolari
sono le quattro Catilinarie, con le quali Cicerone,
durante il suo consolato nel 63, svelò le trame sovversive che
il nobile decaduto Catilina aveva ordito una volta vistosi
sconfitto nella competizione elettorale, lo costrinse a fuggire
da Roma e giustificò la propria decisione di far giustiziare i
suoi complici senza processo. Sul piano letterario, spicca la I
Catilinaria, nella quale Cicerone attacca Catilina di fronte al
senato; fece ricorso a un artificio retorico che in precedenza
non aveva mai impiegato: l’introduzione di una "prosopopea"
("personificazione") della Patria, che è immaginata rivolgersi a
Catilina con parole di aspro biasimo. Da allora in poi, sarebbe
stato il teorizzatore di quella concordia ordinum che lo
aveva portato al potere.
Negli anni successivi Cicerone non cessò di
esaltare la funzione storica del proprio consolato e della lotta
contro Catilina. Il I triumvirato segnò tuttavia un declino
delle sue fortune politiche. Un tribuno Clodio, presentò nel 58
una legge in base alla quale doveva essere condannato all’esilio
chi avesse fatto mettere a morte dei civis romani senza
processo. La legge mirava a colpire l’operato di Cicerone. Non
più sostenuto dalla nobiltà e da Pompeo, Cicerone dovette
abbandonare Roma. Richiamato dall’esilio nel 57, trovò la città
in preda all’anarchia: si fronteggiavano, in continui scontri di
strada, le opposte bande di Clodio e di Milone (difensore della
causa degli ottimati e amico di Cicerone).
In questo contesto elaborò una nuova versione
della propria teoria sulla concordia dei ceti abbienti. In
quanto la semplice intesa fra il ceto senatorio ed equestre, la
concordia ordinum, si era rivelata fallimentare: Cicerone
ne dilata ora il concetto in quello di consensus omnuim
bonorum, cioè la concordia attiva di tutte le persone agiate
e possidenti, amanti dell’ordine politico e sociale, pronte
all’adempimento dei propri dei doveri nei confronti della patria
e della famiglia.
Dovere dei boni sarà non rifugiarsi
egoisticamente nel perseguimento dei proprio interessi provati,
ma fornire sostegno attivo agli uomini politici che
rappresentano la loro causa. L’esigenza largamente avvertita in
Roma di un governo più autorevole, spinge tuttavia Cicerone a
desiderare che il senato e i boni, per superare le loro
discordie si affidino alla guida di personaggi eminenti, di
grande autorevolezza: una teoria che verrà approfondita nel
De re publica. In quest’ottica si spiega probabilmente
l’avvicinamento ai triumviri che Cicerone compie in questi anni,
nella speranza di condizionare l’operato, e di far si che il
loro potere non prevarichi su quello del senato ma si mantenga
nei limiti delle istituzioni repubblicane.
Gli scontri fra le bande di Clodio e di
Milone si protrassero a lungo: nel 52 Clodio rimane ucciso.
Cicerone si assunse la difesa di Milone (Pro Milone).
L’orazione è considerato uno dei suoi capolavori, per
l’equilibrio delle parti e l’abilità delle argomentazioni,
basate sulla tesi della legittima difesa e sulla esaltazione del
"tirannicidio". Ma, nella forma in cui ci è conservata, si
tratta di un radicale rielaborazione compiuta successivamente.
Dopo l’uccisione di Cesare, che salutò con
giubilo, Cicerone tornò ad essere un uomo politico di primo
piano. I pericoli per la repubblica non erano finiti: ma la
manovra politica di Cesare tendeva a staccare Ottaviano da
Antonio e a riportare il primo sotto le ali protettrici del
senato; per indurre il senato a dichiarare guerra ad Antonio e a
dichiararlo nemico pubblico cicerone pronunciò contro di lui,
dal 44, le orazioni Filippiche, forse in numero di 18. La
manovra politica di Cicerone era destinata al fallimento. Con un
brusco voltafaccia, Ottaviano si sottrasse alla tutela del
senato, e strinse un accordo con Antonio e un altro capo
cesariano, Lepido (II triumvirato). Antonio pretese e ottenne la
testa di Cicerone.
Nonostante le molte oscillazioni, la carriera
politica di Cicerone seguì un filo coerente. L’homo novus
si accostò alla nobilitas nel contesto di un generale
avvicinamento fra senato ed equites, ed anche in seguito,
rimase fedele all’ideale della concordia e alla causa del
senato; il tentativo di collaborazione con i triumviri fu una
risposta al diffuso bisogno di un governo autorevole, e anche in
questo caso Cicerone si preoccupò da salvaguardare il prestigio
e le prerogative del senato.
3. L’egemonia della parola: le opere
retoriche
Quasi tutte le opere retoriche sono state
scritte dopo il ritorno dall’esilio; esse nascono dal bisogno di
una risposta politica e culturale alla crisi.
Il De oratore venne composto nel 55;
in forma di dialogo,è ambientato nel 91, e ci prendono parte
alcuni tra i più insigni oratori dell’epoca, fra i quali Marco
Antonio, nonno del triumviro, e Lucio Licinio Crasso
(sostanzialmente il portavoce dello stesso Cicerone). Nel libro
I Crasso sostiene, per l’oratore, la necessità di una vasta
formazione culturale. Antonio gli contrappone l’ideale di un
oratore più istintivo e autodidatta, la cui arte si fondi sulla
fiducia nelle proprie doti naturali, sulla pratica del foro e
sull’esempio degli oratori precedenti. I libri II e III passano
alla trattazione di questioni più analitiche.
La scelta del 91 ha un significato preciso:
precede di poco lo scoppio della guerra sociale e di lunghi
conflitti civili tra Mario e Silla. La crisi dello stato è
un’ossessione incombente su tutti i partecipanti al dialogo.
Cicerone si è sforzato di ricreare
l’atmosfera degli ultimi giorni di pace dell’antica repubblica.
Il modello a cui si ispira è sostanzialmente quello del dialogo
platonico: Cicerone ha saputo creare un’opera viva e
interessante, che, per quanto basata su una perfetta conoscenza
della letteratura specialistica greca, si nutre dell’esperienza
romana e conserva uno stretto rapporto con la pratica forense. A
sintetizzare le tesi principale dell’opera potrebbe valere
un’espressione di Sulpicio, uno dei partecipanti al dialogo:
"non l’eloquenza è nata dalla teoria retorica, ma la teoria
retorica dalla eloquenza" (I. 146).
In quest’ottica, il talento, la tecnica della
parola e del gesto e la conoscenza delle regole retoriche non
possono ritenersi bastevoli per la formazione dell’oratore: si
richiede, invece, una vasta formazione culturale. Crasso insiste
perché probitas e prudentia siano saldamente
radicate nell’animo di che dovrà apprendere l’arte della parola.
La formazione dell’oratore viene in tal modo a coincidere con
quella dell’uomo politico della classe dirigente: un uomo di
cultura non specialistica, ma di vasta cultura generale, capace
di padroneggiare l’arte della parola e di persuade_ re i propri
ascoltatori.
Nel 46 Cicerone riprese le tematiche del
De Oratore in un trattato più esile, l’Orator;
disegnando il ritratto dell’oratore ideale, l’autore sottolinea
i tre fini ai quali l’arte deve indirizzarsi: probare
(prospettare la tesi con argomenti validi), delectare
(produrre con le parole una piacevole impressione estetica),
flectere (muovere le emozioni attraverso il pathos). Ai tre
fini corrispondo i tre registri stilistici che l’oratore dovrà
sapere alternare: umile, medio e elevato o "patetico".
La rivendicazione della capacità di muovere
gli affetti come compito sommo dell’oratore nasceva dalla
polemica nei confronti della tendenza "atticista", i cui
sostenitori rimproveravano a Cicerone di non aver preso le
distanze sufficienti dell’ "asianesimo": le accuse si riferivano
alla ridondanze del suo stile oratorio, al frequente uso di
"figure"… Sul contrasto Cicerone prese posizione nel dialogo
Brutus, dedicata Marca Bruto, uno dei principali esponenti
delle tendenze atticistiche. Nel Brutus Cicerone,
assumendosi il ruolo di principale interlocutore, disegna una
storia dell’eloquenza greca e romana, dimostrando doti di
storico della cultura e fine critico letterario. Dato il
carattere fondamentalmente autoapologetico del Brutus, si
comprende come la storia dell’eloquenza culmini in una
rievocazione delle tappe della carriera oratoria di Cicerone.
L’ottica con cui guarda al passato dell’oratoria è quella di una
rottura degli schemi tradizionali che contrapponevano i generi
di stile cui asiani ed atticisti erano tenacemente attaccati: il
successo dell’oratore di fronte all’uditorio è il criterio
fondamentale in base al quale valutare la riuscita stilistica.
Gli atticisti sono criticati per il carattere troppo freddo e
intellettualistico della loro eloquenza: essi ignorano l’arte di
trascinare gli ascoltatori. La grande oratoria "senza schemi" ha
il suo modello in Demostene: in lui si riconosce il più perfetto
modello dell’eloquenza attica.
4. Un progetto di stato
Il modello del dialogo platonico ritorna con
maggiore evidenza nel De re publica. Non cercò di
costruire a tavolino uno stato ideale, come Platone fece nella
Repubblica: Cicerone si proiettò nel passato, per
identificare la migliore forma di stato nella costituzione
romana del tempo degli Scipioni.
Il dialogo si svolge nel 129, nella villa di
Scipione Emiliano che con l’amico Lelio è una dei principale
interlocutori. La ricostruzione è ipotetica per le condizioni
frammentarie conci il dialogo ci è stato conservato: una parte
cospicua venne ritrovata, agli inizi dell’800, dal futuro
cardinale Angelo Mai. Nel I libro Scipione parte dalla dottrina
aristotelica delle tre forme fondamentali di governo (monarchia,
aristocrazia, democrazia) e della loro necessaria degenerazione
nelle forme estrema, rispettivamente tirannide, oligarchia e
oclocrazia (governo della "feccia" del popolo). Riprendendo una
tesi d Polibio, Scipione mostra come lo stato romano dei
maiores si salvasse da quella necessaria degenerazione per
il fatto di aver saputo contemperare le tre forme fondamentali:
l’elemento monarchico si rispecchia nel consolato, l’elemento
aristocratico nel senato, l’elemento democratico
nell’istituzione dei comizi.
La teoria del regime "misto" risaliva,
attraverso Polibio allo stesso Aristotele. Nella versione di
Scipione, il contemperamento delle tre forme fondamentali non
avviene tuttavia in proporzioni paritetiche. All’elemento
democratico Scipione guarda con evidente antipatia, la considera
una "valvola di sicurezza" per scaricare e sfogare le passioni
irrazionali del popolo.
Non è facile precisare in che modo veniva
delineata la figura del princeps, ma alcuni punti sono
assodati: il singolare si riferisce al "tipo" dell’uomo politico
eminente, non alla sua unicità; Cicerone sembra pensare a una
elìte di personaggi eminenti che si ponga alla guida del
senato e dei boni. Ciò significa che Cicerone non
prefigura esiti "augustei", ma intende mantenere il ruolo del
princeps all’interno dei limiti della forma statale
repubblicana: pensa alla coagulazione del consenso politico
intorno a leader prestigiosi. L’autorità del princeps no
è alternativa a quello del senato, ma ne è il sostegno
necessario per salvare la res publica.
Perché la sua autorità non ecceda, il
princeps dovrà armare il proprio animo contro tutte le
passioni egoistiche – il desiderio di potere e il desiderio di
ricchezza - . cicerone disegna così l’immagine di un
dominatore-asceta, rappresentante in terra della volontà divina,
rinsaldato nella dedizione al servizio dello stato dalla sua
despicientia verso le passioni umane.
Ispirandosi a Platone, che alla Repubblica
aveva fatto seguire le Leggi, Cicerone completò il
dialogo sullo stato con De legibus, iniziato nel 52. Nel
I libro Cicerone espone la tesi storica secondo la quale la
legge non è sorta per convenzione, ma si basa sulla ragione
innata in tutti gli uomini ed è perciò data da dio. Nel II
l’esposizione delle leggi che dovrebbero essere in vigore nel
migliore degli stati si basa – qui la differenza con Platone –
non su una legislazione utopistica, ma sulla tradizione
legislativa romana, che ha i suoi punti di riferimento nel
diritto pontificio e sacrale.
5. Una morale per la società romana
E’ nel 45 che i lavori filosofici si
infittiscono in maniera incredibile, e ciò in coincidenza con
eventi dolorosissimi nella vita di Cicerone: la morte della
figlia, ma anche la dittatura di Cesare che lo aveva privato di
una qualunque ingerenza negli affari pubblici. Divenuto quasi
indifferente alle vicende politiche, vive in solitudine, e si
tuffa completamente nella composizione di opere filosofiche.
Lo sforzo di Cicerone si muove in generale,
nel senso di ripensare tutto il corpus di metodi, teorie,
cresciuto entro le scuole filosofiche ellenistiche per
ricomporlo in un blocco di senso comune: egli intende così
offrire un punto di riferimento alla classe dirigente romana,
nella prospettiva di ristabilirne l’egemonia sulla società. Ma
originale in Cicerone è nella scelta dei temi, nel taglio degli
argomenti, perché nuovi sono i problemi che la società pone, e
nuovi gli interrogativi che egli pone ad essa: ricucire le
membra lacerate del pensiero ellenistico, per trarne fuori una
struttura ideologica efficacemente operativa nei confronti della
società romana.
Il suo metodo: esporre le diverse opinioni
possibili e metterle a confronto per vedere se alcune siano più
coerenti e probabili di altre. L’eclettismo filosofico di
Cicerone obbedisce alle esigenze di metodo rigoroso, che si
sforza di stabilire fra le diverse dottrine un dialogo dal quale
sia bandito ogni spirito polemico. La stessa ideologia della
humanitas, alla cui elaborazione Cicerone dette un
contributo notevolissimo, invitava a un atteggiamento
intellettuale di aperta tolleranza. Lo spuntarsi della vis
polemica, la rinuncia a qualsiasi asprezza nel contraddittorio ,
la tendenza a presentare le proprie tesi solo come opinioni
personali, l’uso insistito di formule di cortesia: sono tutti
tratti rivelatori dei costumi di una cerchia sociale elitaria,
preoccupata di elaborare un proprio codice di "buone maniere".
Ma l’eclettismo ciceroniano mostra una
chiusura radicale verso l’epicureismo. I motivi dell’avversione
sono soprattutto due, fra loro connessi:la filosofia epicurea
conduce al disinteresse per la politica, mentre dovere dei
boni è l’attiva partecipazione alla vita pubblica; inoltre,
l’epicureismo esclude la funzione provvidenziale della divinità
e indebolisce così i legami della religione tradizionale, che
per Cicerone rimane la base fondamentale dell’etica.
Il confronto tra i diversi sistemi filosofici
trova uno particolarmente esteso nel De finibus bonorum et
malorum. Cicerone riconosceva che lo stoicismo forniva la
base morale più solida all’impegno dei cittadini verso la
collettività; ma da uno stoico intransigente come Catone, o da
un accademico della morale rigorosa come Bruto, si sentiva
lontano per cultura e per gusti: il loro rigore etico gli
appariva anacronistico. L’eclettismo ciceroniano significa anche
apertura e simpatia verso filosofie moderatamente aperte al
piacere; e il probabilismo accademico forniva la base teoretica
al suo tentativo di conciliare tendenze diverse.
Un posto particolare occupano i due brevi
dialoghi Cato maior de senectute e Laelius de
amicizia, composti nel 44. Nel primo, nel personaggio di
Catone, che sceglie come portavoce, Cicerone trasfigura
l’amarezza per una vecchiaia la quale sembra soprattutto temere
la perdita della possibilità di intervento politico. Nella sua
vecchiaia si armonizzano in maniera perfetta il gusto per l’otium
e la tenacia dell’impegno politico, due opposte esigenze che
Cicerone ha invano cercato di conciliare nell’arco della vita.
Nel secondo, Lelio ha modo di intrattenere i
propri interlocutori sulla natura e sul valore dell’amicizia
stessa. Amicitia, per i romani, era soprattutto la
creazione di legami personali a scopo politico. La novità
consiste nello sforzo di allargare la base sociale delle
amicizie al di là della cerchia ristretta della noblitas.
La fiducia in un rinnovato sistema di valori, in cui l’amicizia
occupi un ruolo centrale, deve servire a cementare la coesione
dei boni,; ma l’amicizia propagandata dal Lelius
non è solo politica: si avverte, in tutta l’opera, un disperato
bisogno di rapporti sinceri, quali Cicerone, preso nel vortice
delle convenienze della prassi politica, poté provare solo con
poche persone. Rimane aperto, tuttavia, uno iato fra una
concezione elevata della morale e della virtù e
l’imprescindibile realtà della prassi politica: l’amicitia
rivela alcune ambiguità, nel mostrarsi insieme come ideale di
vita allietata da affetti fraterni, e come proposta di forme più
o meno velate di convivenza fra sostenitori dell’ordine sociale.
La virtù fondamentale era costituita, per
Panezio, dalla socialità, in cui alla tradizionale virtù
cardinale della giustizia si affiancava la beneficenza. La
beneficenza teorizzata di Panezio corrispondeva perfettamente
allo stile di vita degli aristocratici romani, che – attraverso
gli officia e l’elargizione nei confronti dei
concittadini – sapevano procurarsi un seguito politico capace di
innalzarli alle più alte cariche dello stato; naturalmente ciò,
gia per Panezio, poneva seri problemi, e di maggiori al tempo di
Cicerone: troppe volte si era visto come la largitio, o
in generale la corruzione della masse mediante proposte
demagogiche, potesse essere un mezzo pericolosissimo nelle mani
di individui senza scrupoli, decisi a fare dello stato un loro
possesso privato. Perciò Cicerone sottolinea chela beneficenza
non deve essere posta al servizio delle ambizioni personali.
Alla virtù cardinale della fortezza Panezio aveva sostituito la
magnanimità ("grandezza d’animo"), una virtù signorile che
scaturisce da un naturale istinto a primeggiare sugli altri, e
risplende nella capacità di imporre il proprio dominio di cui da
tempo il popolo romano ha dato prova di fronte al mondo. A
fondamento della magnitudo animi il De offciis
pone un disprezzo quasi ascetico per tutti i beni terreni, come
gli onori, la ricchezza, il potere; il conquistare vantaggi agli
amici o allo stato ha come presupposto, in chi li conquista, un
energico controllo del desiderio personale. In ciò è evidente la
volontà di sottoporre a forti vincoli una virtù che, può
divenire la passione specifica della tirannide: mentre Cicerone
scriveva, l’esempio di Cesare era ancora sotto gli occhi.
Compito della ragione è di controllare gli
istinti, di trasformarli in virtù, svuotandoli di quanto essi
c’è di egoistico e prevaricatorio; una volta trasformato in
virtù, l’istinto può mettersi al servizio dello stato e della
collettività; se la trasformazione non avviene, è aperta la
strada all’anarchia e alla tirannide.
Nel sistema etico del De offciis, il
regolatore generale degli istinti e delle virtù è costituito
dall’ultima virtù , la temperanza: all’esterno, agli occhi degli
altri, essa si manifesta come in un apparenza di appropriata
armonia dei pensieri, dei gesti, delle parole, che assume il
nome di decorum. Ciò significa un ideale di
aequabilitas, quasi uniformità, possibile solo per chi abbia
saputo sottomettere i propri istinti al saldo controllo della
ragione.
Una delle novità interessanti nel modello
etico proposto nel De officiis è il fatto che il concetto
di decorum permette di fondare anche la possibilità di
una pluralità di scelte di vita. L’appropriatezza delle azioni e
dei comportamenti che si pretende dell’individuo, ha infatti le
sue radici nelle qualità personali, nelle disposizioni
intellettuali di ognuno. Come gli attori del teatro, ognuno
dovrà recitare nella vita la parte che meglio si addice al
proprio talento: di qui la legittimazione di scelte di vita
anche diverse da quelle tradizionale del perseguimento delle
cariche pubbliche, purché chi le intraprenda non dimentichi i
suoi doveri verso la collettività. Si fa trasparente
l’improponibilità ormai consolidata del modello aristocratico
arcaico, che vedeva nel politica e nel servizio verso lo stato
l’unica vera attività veramente degna di un Romano.
6. Cicerone prosatore: lingua e stile
Come quella di Lucrezio, l’opzione di
Cicerone era fondamentalmente "puristica": evitare il grecismo.
Di qui una costante e accanita sperimentazione lessicale nella
traduzione dei termini greci. Risultato fu l’introduzione di
molte nuove parole; Cicerone gettò in tal modo le basi di quel
lessico astratto destinato a divenire patrimonio della
tradizione culturale europea: per esempio qualitas,
essentia e così via.
Il contributo più notevole all’evoluzione
della prosa europea fu nella creazione di un tipo di periodo
complesso e armonioso, fondato sul perfetto equilibrio e
rispondenza delle parti, il cui modello egli trovò in Demostene.
La creazione di un simile periodo comportava l’eliminazione
delle incoerenze nella costruzione, degli anacoluti, delle
"costruzioni a senso" e delle altre forme di incongruenze che la
prosa arcaica latina aveva ereditato dal linguaggio colloquiale.
Veniva poi l’organizzazione delle frasi in ampie unità che
manifestassero un’accurata ed esplicita subordinazione delle
varie parti rispetto al concetto principale: sostituzione della
paratassi (coordinazione) con quella l’ipotassi
(subordinazione).
L’aspetto che più colpisce il lettore è
sicuramente la varietà dei toni e dei registri stilistici che
entrano in gioco con grande mobilità di effetti. Ad ogni livello
di stile (vedi par. 3), ad ogni diverso registro espressivo
corrisponde una collocazione della parole adeguata. Va detto che
la disposizione verbale è sempre accuratamente tale da
realizzare il numerus. Nella pratica, il numerus
agisce da sistema di regole metriche adatte alla prosa, in modo
che i pensieri gravi trovino un andamento solenne e sostenuto e
invece il discorso piano un’intonazione famigliare. La sede
specializzata per questi effetti metrico-ritmici è la
clausola, parte finale del periodo in cui l’orecchio
dell’ascoltatore deve sentirsi impressionato dagli effetti
suggeriti dalla successione di piedi.
7. Le opere poetiche
L’opera poetica più fortunata di Cicerone
furono gli Aratea, una traduzione in esametri dei
Fenomeni di Arato. I poemi epici: il Marius, che
cantava le gesta dell’altro grande arpinate (opera giovanile).
Per quel che appare dai resti della sua
produzione giovanile in versi, le prime prove poetiche di
Cicerone la farebbero definire un precursore dei neoterici,
incline ad un certo sperimentalismo: poeta di tipo ellenisitico,
ma non molto lontano da quella che era stata la poetica di
Lucilio.
Ben presto i suoi gusti dovettero farsi più
tradizionalisti (vincolandosi al modello arcaico di Ennio) fino
all’ostilità verso i "poeti moderni". La sua influenza di
versificatore fu significante almeno per gli aspetti
tecnico-artistici: egli contribuì non poco a regolarizzare
l’esametro latino (posizione delle cesure nel verso e
specializzarsi di certe forme metrico-verbali in clausola); echi
si avvertono in Lucrezio, in Virgilio georgico, finanche in
Orazio e Ovidio. Il maestro dell’ampio e articolato periodare
prosastico favorì in poesia lo sviluppo dell’enjambement
e della tecnica dell’ "incastro verbale".
Grazie all’enjabement il compimento
logico-sintattico del pensiero è rinviato la verso successivo,
coll’anticipare o ritardare ad arte alcune parole e col
risultato di allargare il "respiro" della frase: superata la
statica coincidenza tra unità metrica (i 6 piedi dell’esametro)
e unita di senso, la sequenza dei pensieri sa efficacemente
debordare dalla chiusa misura del verso invadendo, per così
dire, lo spazio del verso successivo. Un altro affetto di
intensificazione artistica è realizzato dallo "incastro
verbale", in cui due parole strettamente legate tra loro sono
separate per l’interposizione di altre parole; in versi come
"aestiferos validis ermpit flatibus ignes" o " extremis medio
contingens corpore terras", in cui la disposizione
dell’aggettivo ed inizio verso ed sostantivo realizza una
sensibile divaricazione espressiva e chiude "in cornice"
l’intero verso.
8. L’epistolario
Si è conservata una cospicua quantità delle
lettere che egli scrisse ad amici e conoscenti. L’epistolario
ciceroniano si compone,nella forma in ci è arrivato, di 16 libri
Ad familiare, 16 libri Ad Atticum (il miglior
amico), 3 libri Ad Quintum fratrem e 2 libri Ad Marcum
Brutum, per un totale di 900 lettere.
La varietà dei contenuti, delle occasioni e
dei destinatari si rispecchia in quella dei toni: Cicerone è a
volte scherzoso, a volte preoccupato fino all’angoscia per le
vicende politiche e personali, a volte sostenuto e impegnato.
Si tratta di lettere "vere": quando le
scrisse non pensava a una loro pubblicazione; perciò ci mostrano
un Cicerone "non ufficiale", che nelle confidenze private rivela
apertamente i retroscena della sua azione politica, i dubbi, le
incertezze, gli alti e bassi di umore. Il carattere di
"epistolario reale" ha i suoi riflessi anche sullo stile, che è
molto diverso da quello delle opere destinate alla
pubblicazione: Cicerone non rifugge da un periodare spesso
ellittico, gergale, denso di allusioni, abbondante di grecismi e
di colloquialismi; la sintassi denuncia molte paratassi e
parentesi,il lessico è costellato di parole pittoresche e ibridi
greca-latini. E’ una lingua che rispecchia piuttosto fedelmente
il sermo cotidianus delle classi elevate di Roma.
Non va dimenticato l’eccezionale valore
storico dell’epistolario, che a volte permette di seguire giorno
per giorno l’evolversi degli avvenimenti politici. Grazie
all’epistolario di Cicerone, l’epoca in cui egli visse è quella
di tutta la storia antica che ci è nota nella maniera
dettagliata. Cornelio Nipote poté parlare dei quell’epistolario
come di una historia contexta eorum temporum.
9. La fortuna
Già i contemporanei si divisero fa estimatori
e detrattori di Cicerone: fra i secondi vanno ricordati Asinio
Pollione e , soprattutto per i gusti stilistici, Sallustio.
Per il Medioevo cristiano Cicerone è uno dei
massimi mediatori delle idee e dei valori della civiltà antica,
maestro di filosofia e di arte retorica. Dante ne ricorda
soprattutto le opere filosofiche. Col primo umanesimo,
l’interesse – spesso critico – per la figura umana e storica va
ad aggiungersi all’ammirazione per lo scrittore. In personaggi
come Petrarca (che scoprirà parte dell’epistolario), la
riflessione sull’esperienza ciceroniana alimenta anche la
tensione sempre viva fra vita attiva e vita contemplativa,
impegno politico e ritiro negli studi filosofici. L’Umanesimo e
il Rinascimento conoscono una lunga polemica di stile fra
ciceroniani e anti-ciceroniani ( fra quest’ultimi si annoverano
intellettuali come Poliziano ed Erasmo. Il ciceronianesimo
fanatico morì abbastanza presto, dopo aver trovato un autorevole
campione in Pietro Bembo; la successiva cultura europea
erediterà l’idea del primato dell’eloquenza e della retorica, il
culto e l’imitazione dei classici: anche di qui le difficoltà
della formazione di una vera prosa storica e scientifica.
Nell’epoca moderna egli ha contribuita
soprattutto ad alimentare il moderatismo politico: l’odio per la
tirannia unito al disprezzo per il volgo, il culto della libertà
unito al rifiuto dell’eguaglianza e al disprezzo per la
democrazia.
VARRONE
Vita Marco Terenzio
Varrone nacque nel 116 a.C., a Rieti. fu
questore nell’85, e successivamente tribuno
della plebe e pretore. Fu al seguito di Pompeo,
legato in Spagna. Nel 46 Cesare gli affidò
l’incarico di allestire una grande biblioteca;
nel 43 venne proscritto, ma fu salvato. morì nel
27 a. C.
Opere Opere conservate:
De lingua latina; De re rustica.
Opere di cui possediamo
frammenti:
In versi o prosimetriche: Saturae
Menippeae, conserviamo circa 90 titoli.
In prosa: Antiquates, divisi in 35
libri Rerum Humanorum, in 16 libri Rerum Divinarum;
Annales...
Fonti Oltre alla
Cronaca di Girolamo, sono lo stesso Varrone
i suoi contemporanei: Cicerone, Cesare...
Inoltre Appiano e l’erudito Aulo Gellio.
La composizione delle opere antiquarie di
Varrone cade più o meno negli stessi anni in cui Cicerone si
dedicava alla stesura delle sue opere filosofiche: pare
convincente l’ipotesi che anche Varrone si proponesse il compito
di fornire una risposta intellettuale e culturale alla crisi che
Roma andava attraversando: l’amore per il passato era
profondamente venato di nostalgia: vede come decadenza la storia
romana almeno dell’ultimo secolo e guarda all’espansione dei
consumi come a un fattore di corruzione.
Si è supposto che Varrone si pone sulla linea
tracciata dal filosofa greco Posidonio di Apamea, il quale
avrebbe individuato le ragioni della superiorità dei Romani
nella loro capacità di assimilare il meglio delle civiltà
straniere con,le quali erano venuti a contatto.
Nell’Antiquitates trovava
illustrazione e ordine quasi tutto il patrimonio della civiltà
latina: il proposito era una rassegna sistematica della vita
romana nelle sue connessioni col passato. L’eredità varroniana
fu preziosissima per la cultura augustea e per tutta la
successiva ricerca antiquaria ed erudita.
Le Antiquitates (lo schema dell’opera
ci è arrivato da Agostino nel De civitate Dei) si
articolavano nelle Res humanae, nelle Res divinae.
le 4 sezioni delle Res humanae trattavano successivamente
degli uomini, dei luoghi, dei tempi, delle cose. La stessa
suddivisione era mantenuta nelle prime 4 sezioni della seconda
parte dell’opera; la quinta e ultima aveva per oggetto gli
stessi dei.
Le Res humanae incontrarono
eccezionale successo. Cicerone ne tesse gli elogi, e lo stesso
Virgilio le utilizzò per costituire la leggenda dell’Eneide.
Nel Res divinae Varrone distingueva
tre modi di concepire la divinità: una teologia "favolosa",
comprendente i racconti della mitologia e le loro rielaborazioni
a opera dei poeti; una teologia "naturale", cioè l’insieme delle
teorie dei filosofi sulla divinità: esse devono restare possesso
esclusivo degli intellettuali della classe dirigente; e non
essere diffusa fra il popolo, perché potrebbe minare il concetto
di "santità" delle istituzioni statali; infine la teologia
"civile", che concepisce la divinità nel rispetto di un’esigenza
politica, ed è pertanto utile allo stato. Varrone riprendeva
dalla teologia storica questa ripartizione, ma la piegava a
interessi attuali: la necessità politica di conservare il
patrimonio culturale della religione romana, anche senza
accettarne il credo. per Varrone la religione, con i sui culti e
i suoi rituali, è una creazione egli uomini.
La storia, come è concepita nelle
Antiquitates è soprattutto storia di costumi, di
istituzioni, anche di mentalità; è la storia collettiva del
popolo romano sentito come organismo unitario in evoluzione.
Solo nel quadro di questa vicenda collettiva i magni viri
trovano il loro posto e hanno diritto alla memoria dei posteri.
Che lo stato romano fosse creazione del popolo intero era del
resto l’idea di Cicerone nel De re publica, che a sua
volta risaliva a Catone.
La composizione delle Saturae Menippeae
dové iniziare presto (80 a. C.) e si protrasse a lungo. Il tema
della tristezza dei tempi e della decadenza dei costumi romani
doveva essere effettivamente diffuso nelle Menippeae; la
satira acre dei vizi dei contemporanei era l’altro risvolto
dello sguardo rivolto al passato. Così Varrone veniva a trovarsi
inaspettatamente vicino ad alcune tematiche della predicazione
popolare dei filosofi ellenistici: trovò perciò un modello in
Menippo di Gàdara: in lui trova la mescolanza di realismo crudo
e libera immaginazione fantastica, ed anche il tono amaro e
tagliente della predicazione popolare. Altri modelli nelle
Saturae di Ennio e Lucilio; fortissimo l’influsso di Plauto
(l’autore più citato nelle Menippeae). nella letteratura
latina, dettero inizio al genere letterario al quale si
ricollegheranno il Satyricon di Petronio e la
Apokolokyntosis di Seneca.
Quintilliano nell’ottica di una satira
tota nostra ignorava ogni precedente greco, ma le nostre
testimonianze non mancano di denunciare il rapporto di
imitazione ed emulazione che lega Varrone a Menippo.
Il più importante fattore di identità sembra
affidato alla tecnica del prosimetro, quell’irregolare
successione di prosa e verso all’interno della narrazione che è
del tutto abnorme alla pratica consueta. Ciò che soprattutto
distingue la menippea da altre forme prosimetriche è la
sostanziale integrazione del verso nel contesto narrativo della
fabula: l’episodio metrico, insomma non si limita di solito a
commentare "liricamente" lo svolgersi degli eventi raccontati.
Se la satira di Seneca dà tutta l’impressione di un fondo
colloquiale più costante, appare veramente vario e irriducibile
l’impasto linguistico di Varrone.
Il virtuosismo varroniano si traduce in
un’inesauribile creatività verbale di stampo plautino. Ma
l’autentico segnale di genere è i ricorso ad una folla di
stilemi greci, che connotano convenzionalmente la forma di un
apparente parlato estemporaneo. Nella ricerca comica della
menippea sta inscritto anche un continuo effetto metaletterario:
il testo satirico, con consapevolezza e con distaccata malizia,
guarda ironico ai modelli della poesia "grande" e alle regole
secondo cui sono costruiti.
Della sterminata produzione di Varrone poco
ci è rimasto Incontrò durante tuta l’antichità una fortuna
incredibilmente vasta e continua, tale da essere paragonata a
quella di Cicerone e Virgilio.
Quanto agli eruditi successivi, il loro
debito verso Varrone è eccezionalmente vasto.
Il trionfo del Cristianesimo dette nuovo
lustro alla fama di Varrone: fu lui il bersaglio polemico di
Girolamo ed Agostino, lui il teorizzatore più perfetto della
religione pagana, doveva essere conosciuto a fondo per essere
meglio combattuto.
Petrarca lo definirà "il terzo grande lume
romano", dopo Cicerone e Virgilio; al sommo oratore e al sommo
poeta è accostato il sommo erudito.
CORNELIO NEPOTE
Vita Cornelio Nepote
nacque nella Gallia Cisalpina, probabilmente
intorno al 100 a. C. Si stabilì a Roma dove si
diede a una vita di studi. Prima dl 32 Nepote
pubblicò la prima edizione della sua opera
principale, il De viris illustribus. Morì
forse dopo il 27.
Opere Si è conservata una
parte dell’opera più vasta di Nepote il De
viris illustribus, una raccolta di biografie
che doveva abbracciare almeno 16 libri; ci
rimangono il libro sui comandanti militari
stranieri; e le biografie di Catone e Attico,
tratte dal libro sugli storici latini.
Fonti La data di nascita
si ricava da alcune notizie indirette, dalla
Cronaca di Girolamo. Per la data di morte ci
si affida a Plinio il Vecchio, il quale afferma
che Nepote morì "sotto i principato di augusto".
Quanto ci rimane del De viris illustribus
è solo una piccola parte di quella che doveva essere l’impresa
più vasta e ambiziosa di Nepote: una grande raccolta di
biografie costruita con l’intento di fare di questo genere
letterario il veicolo di confronto sistematico fra la civiltà
greca e romana. Cornelio Nepote raggruppava i suoi personaggi
secondo categorie "professionali" (re, condottieri, filosofi,
storici, oratori...); il raffronto sistematico fra romani e
stranieri sembra costituire il non trascurabile apporto
originale di Nepote.
il progetto di Nepote è sintomatico di
un’epoca di cui i Romani incominciano ad interrogarsi sui
"caratteri originali" della loro civiltà, e contemporaneamente
ad aprirsi all’apprezzamento dei valori di tradizioni diverse.
Addirittura di una forma di "relativismo culturale" si può
parlare a proposito della praefatio ai libri sui generali
stranieri. I concetti di "moralmente onorevole" e "moralmente
turpe", egli precisa, non sono gli stessi presso i greci e
presso i romani: la distinzione dipende dai maiorum instituta
(le tradizioni nazionali) di ciascun popolo. Comunque le
diversità dei singoli popoli serve a dare ragione di costumanze
divergenti, non a propagandare un’incondizionata adesione agli
usi stranieri.
Cornelio Nepote resta, nel complesso, uno
scrittore mediocre: la qualità dell’esecuzione non può dirsi
alla pari alla novità del progetto. Il suo merito maggiore è
certo quello di avere influenzato la Vite Parallele di Plutarco.
La più originale, e probabilmente riuscita
fra le biografie di Nepote, è senza dubbio quella che egli
dedicò al suo amico e prottettore Attico. Narrando la vicenda
umana di Attico, Nepote ha voluto indicare ai propri lettori
l’esempio di una felice quanto difficile conciliazione fra virtù
arcaiche e valori modernizzanti., fra esigenze di fedeltà alla
tradizione romana e ricerca della tranquillità personale.
Creando il "personaggio" di Attico, Nepote addita un nuovo
modello etico il quale si sforza di conferire dignità a scelte
di vita non più imperniate sulla partecipazione all’attività
politica.
CESARE
Vita Gaio Giulio Cesare
nacque a Roma nel Luglio del 100 a. C. da una
famiglia patrizia di antichissima nobiltà. Fu
questore nel 68, edile nel 65, pretore nel 62,
pretore nella Spagna Ulteriore nel 61. Nel 60
stipulò con Pompeo e Crasso l’accordo segreto
cosiddetto "I triumviato", in vista ella
spartizione del potere. Nel 59 rivestì il
consolato. Dall’anno successivo intraprese
l’opera di sottomissione dell’intero mondo
celtico; la conquista delle Gallie si protrasse
per 7 anni e con essa Cesare si procurò la essa
di un vastissimo potere personale. Cesare invase
l’Italia alla testa delle sue legioni (gennaio
49), dando inizio alla guerra civile. Nel 48
sconfisse a Farsalo l’esercito senatorio di
Pompeo. Divenuto padrone assoluto di Roma, aveva
ricoperto. talora contemporaneamente, la
dittatura e il consolato. Il 15 marzo del 44
veniva assassinato da un gruppo di aristocratici
di salda fede repubblicana.
Opere Opere conservate:
Commentarii de bello Gallico, in 7 libri;
Commentarii de bello civili, in 3 libri;
De analogia, frammenti.
Opere spurie: oltre al libro
ottavo del De bello Gallico; le ultime 3
opere del cosiddetto Corpus Caesarianum,
e cioè Bellum Alexandrinum; Bellum
Africanum, Bellum Hispaniense.
Fonti Le opere autentiche
e spurie dello stesso Cesare; la Vita di
Cesare di Svetonio e quella di Plutarco;
orazioni e lettere di Cicerone; Appiano
Bellum Civile; Cassio Dione.
1. Il commentarius come genere
storiografico
Il termine commentarius, un calco
greco, indicava un tipo di narrazione a mezzo fra la raccolta
dei materiali grezzi (appunti personali, rapporti al senato, e
così via) e la loro rielaborazione nella forma artistica – cioè
arricchita degli ornamenti stilistici e retorici - tipica della
vera e propria storiografia. Uomini politici importanti, come
Scauro o Silla; ed anche Cicerone composero commentarii.
Cesare intendeva senza dubbio inserirsi in
questa tradizione: opere composte per offrire ad altri storici
il materiale sul quale impiantare la propria narrazione. In
realtà sotto la veste dimessa, il commentarius, come
Cesare lo concepiva e lo praticava, andava probabilmente
avvicinandosi alla historia. Cesare usa una ammirabile
sobrietà nel conferire al proprio racconto efficacia drammatica,
evitando effetti grossolani e plateali e soprattutto i pesanti
fronzoli retorici: in questa direzione va anche l’uso della
terza persona che distacca il protagonista dall’emozionalità
dell’ego e lo pone come personaggio autonomo nel teatro della
storia.
4. La veridicità di Cesare e il problema
della "deformazione storica"
Lo stile scarno dei Commentarii
cesariani, il rifiuto degli abbellimenti retorici tipici della
historia, la forte riduzione del linguaggio valutativo,
contribuiscono al tono apparentemente oggettivo della narrazione
cesariana. Ma la critica moderna ha creduto di scoprire
interpretazioni tendenziose e deformazioni degli avvenimenti a
fini di propaganda politica; indubbia è la connessione dei
Commentarii con la lotta politica.
La presenza di procedimenti di deformazione è
innegabile: non si tratta mai di falsificazioni vistose; ma di
omissioni più o meno rilevanti, di un certo modo di presentare i
rapporti tra i fatti. Cesare insinua, ricorre ad anticipazioni o
posticipazioni, dispone le argomentazioni in modo da
giustificare i propri insuccessi.
Coerentemente con queste tendenze della
narrazione, nel De bello Gallico Cesare mette in rilievo
le esigenze difensive che lo hanno spinto a intraprendere una
guerra; era del resto consuetudine consolidata dell’imperialismo
romano presentare le guerre di conquista come necessarie a
proteggere la stato romano e i suoi alleati da pericoli
provenienti da oltre il confine.Nel De bello civili
Cesare sottolinea come la sua azione si sia sempre mossa nel
solco delle leggi, si presenta come un politico moderato.
In ambedue le opere, egli mette in luce le
proprie capacità di azione militare e politica, ma non alimenta
l’alone carismatico intorno alla propria figura. La fortuna non
viene presentata come una divinità protettrice, piuttosto serve
a spiegare cambiamenti repentini di situazioni. Cesare cerca
infatti di spiegare gli avvenimenti secondo cause umane e
naturali. di coglierne la logica interna; e non fa praticamente
mai ricorso all’intervento divino.
6. Teorie linguistiche di Cesare
La perdita delle orazioni di Cesare è uno dei
più gravi danni subiti dalla letteratura latina, così dai
giudizi di quelli che poterono leggerle, come Quintilliano,
Tacito, ecc. Probabilmente lo stile oratorio di Cesare avrà
evitato i "gonfiori" (livores) e in colori troppo
sgargianti, ma l’uso accorto degli ornamenta lo avrà
salvato degli estremismi di uno stile scarno caro agli atticisti
più spinti.
Lo stesso Cicerone comunque è pronto a
riconoscere che Cesare agì da purificatore della lingua latina.
Espose le proprie teorie linguistiche nei 3 libri De analogia;
i pochi frammenti rimasti mostrano come Cesare ponesse a base
dell’eloquenza l’accorta scelta delle parole, per la quale il
criterio fondamentale è la "analogia", la selezione razionale e
sistematica, contrapposta all’ "anomalia", l’accettazione di ciò
che diviene man mano consueto nel sermo cotidianus. La
selezione deve limitarsi ai verba usitata, le parole già
nell’uso; Cesare consigliava di fuggire le parole strane e
inusitate. L’analogismo di Cesare è cura della semplicità,
dell’ordine, soprattutto della chiarezza alla quale talora egli
arriva a sacrificare la grazia.
7. Fortuna di Cesare scrittore
Cicerone (Brutus 262): "Ha scritto dei
commentari veramente degni di elogio…". Lo scrittore più
asciutto della latinità, lo stilista cui l’economia espressiva e
l’essenzialità della scrittura parevano gli unici mezzi di
parlare oggettivamente. Già Quintilliano lodava il Cesare
oratore, non lo scrittore di storia.
Cartesio, Manzoni daranno un giudizio di
elogio.
SALLUSTIO
Vita Gaio Sallustio Crispo nacque in
Sabina, nell’86 a. C. da una famiglia facoltosa.
Una volta sconfitti i
pompeiani in Africa, Cesare lo nominò
governatore della provincia di Africa Nova, ma
Sallustio diede prova malgoverno e rapacità; per
evitargli il processo Cesare lo consigliò di
ritirarsi dalla vita politica. Fu da questo
momento in poi che si dedicò alla storiografia.
Morì nel 35 o nel 34, facendo sì che restasse
incompiuta la sua opera maggiore, le
Historiae.
Opere Due monografie
storiche: Bellum Catilinae e Bellum
Iugurthinum, composte e pubblicate nel
44-43. un’opera di più vasto respiro, le
Historiae, iniziate nel 39 e rimasta
incompiuta al libro V: l’opera comprendeva il
periodo fra il 78 e il 67 (dalla morte di Silla
alla guerra di Pompeo contro i pirati), ne
restano numerosi frammenti anche di vaste
dimensioni.
Fonti La nascita si basa
sulla Cronaca di Girolamo. Cenni sparsi
sulla vita politica in Cassio Dione. Per il
ritiro dalla vita politica lo stesso Sallustio
in Bellum Catilinae.
1. La monografia come genere letterario
Ad ambedue le monografie Sallustio antepone
proemi di una certa estensione che rispondono all’esigenza
profonda di dare conto della propria attività intellettuale di
fronte ad un pubblico come quello romano, fedele alla tradizione
per cui fare storia è compito più importante che scriverne.Per
Sallustio la storiografia resta infatti strettamente legata alla
prassi politica e la sua maggiore funzione è individuata nel
contributo alla formazione dell’uomo politico.
Sallustio – e in ciò è evidente il contrasto
fra la pagina scritta e quanto sappiamo della sua vita –
denuncia l’avidità di ricchezza e di potere come i mali che
avvelenano la vita politica romana. La cosa più importante è
chela stessa storiografia sallustiana tende a configurarsi come
indagine sulla crisi. Così il Bellum Catilinae illumina
il punto più acuto della crisi, il delinearsi di un pericolo
sovversivo di tipo finora ignoto allo stato romano; il Bellum
Iugurthinum affronta direttamente, attraverso una vicenda
paradigmatica, il nodo costituito dall’incapacità della
nobilitas corrotta a difendere lo stato. La scelta della
monografia portò Sallustio ad elaborare un nuovo stile
storiografico.
2. La congiura di Catilina e il timore dei
ceti subalterni
Dopo il proemio, Sallustio fa un ritratto di
Catilina: la personalità di questo aristocratico corrotto è
messa a fuoco sullo sfondo generale della decadenza dei costumi
romani. Insieme a Manlio, suo complice, raduna Fiesole un
esercito. Catilina sconfitto alle elezioni consolari, attenta
alla vita di Cicerone, il quale ottiene dal senato pieni poteri
per soffocare la ribellione. Il senato dichiara Catilina e
Manlio nemici pubblici. Sallustio introduce un excursus
sui motivi della degenerazione della vita politica e sulle
condizioni che hanno favorito l’attività di Catilina. Oltre
Sallustio introduce un parallelo tra Catone e Cesare, due
personaggi dalle virtù opposte e complementari, i soli due
grandi uomini del tempo.Si conclude con la resa dei conti presso
Pistoia dove Catilina trova la morte.
Alla malattia di cui soffriva la società
romana Sallustio, interrompendo la narrazione, dedica un ampio
excursus. Si tratta della cosiddetta "archeologia", che
traccia una rapida storia dell’ascesa e della decadenza di Roma.
Il punto di svolta è individuato nella distruzione di Cartagine,
a partire dalla quale – con la cessazione del metus hostilis
– Sallustio fa cominciare il deterioramento della moralità
romana.
Un secondo excursus denuncia la degenerazione
della vita politica nel periodo che va dalla dominazione di
Silla alla guerra civile fra cesare e Pompeo: la condanna
coinvolge in pari modo le due parti in lotta, i populares
e i fautori del senato. La condanna del "regime dei partiti" è
coerente con le aspettative che Sallustio ripone in Cesare; da
parte di quest’ultimo, lo storico auspicava forse l’attuazione
di una politica per certi aspetti non diversa da quella che
Cicerone si riprometteva nel suo princeps: un regime
autoritario che sapesse porre fine alla crisi dello stato
ristabilendo l’ordine della res publica, rinsaldando la
concordia fra i ceti possidenti, restituendo prestigio e dignità
a un senato ampliato con uomini provenienti dalla elite di tutta
Italia.
Questa impostazione generale spiega la
parziale deformazione che Sallustio ha compiuto del personaggio
di Cesare, "purificandolo" da ogni legame con i catilinari ed
evitando la sua condanna esplicita della sua politica come capo
dei populares.
Sallustio delinea i ritratti di Cesare e
Catone. Il ritratto del primo si sofferma da un lato sulla sua
liberalità, munificentia, misericordia, e dall’altro
sull’infaticabile energia che sorregge la sua brama di gloria.
Le virtù tipiche di Catone sono invece quelle, radicate nella
tradizione, di integritas, severitas, innocentia, ecc.
Differenziando i mores dei due personaggi, Sallustio
voleva affermare che entrambi erano positivi per lo stato
romano, per la complementarietà delle loro virtù.
Con tale scelta Sallustio non perseguiva
certo l’intento di denigrare Cicerone; ma è un fatto che dalla
narrazione del Bellum Catilinae, la figura del console
appare alquanto ridimensionata.
Attinge invece una sua grandezza, sia pur
malefica, il personaggio di Catilina, del quale Sallustio
delinea un ritratto a tinte forti e contrastanti, ma dominato
dall’esigenza moralistica: mentre tratteggia il suo personaggio,
lo giudica.
3. Il Bellum Iugurthinum: Sallustio e
l’opposizione antinobiliare
All’inizio, Sallustio spiega che la guerra
contro Giugurta (111-105), fu la prima occasione in cui "osò
andare contro l’insolenza della nobiltà". Il Bellum
Iugurthinum è largamente indirizzato a mettere in luce le
responsabilità della classe dirigente aristocratica nella crisi
dello stato.
Giugurta, dopo essersi impadronito col
crimine dl regno di Numidia, aveva corrotto col denaro gli
esponenti dell’aristocrazia romana inviati a combatterlo in
Africa. Mario eletto console nel 107 , riceve l’incarico di
portare a termine la guerra in Africa; Mario modifica la
composizione dell’esercito arruolando i capite censi.
Nella narrazione sallustiana, l’opposizione
antinobiliare, cui Sallustio si riallaccia, rivendicava il
merito della politica di espansione, della difesa del prestigio
di Roma. Come nella precedente monografia, introduce al centro
dell’opera un’excursus che indica nel "regime dei
partiti" la causa prima della dilacerazione e della rovina della
res publica; Sallustio a tal fine trascura di parlare di
quell’ala favorevole a un impegno attivo in guerra.
Le linee direttive della politica dei
populares sono esemplificate nei discorsi che Sallustio fa
tenere dal tribuno Memmio e da Mario: rappresentativi dei
migliori valori etico-politci espressi dalla "democrazia"
romana. Il discorso di Mario esprime soprattutto le aspirazioni
della elite italica ad una maggiore partecipazione al potere;
tuttavia il giudizio complessiva rimane legato da ambivalenze e
sfumature.
Come già nei confronti di Catilina, Sallustio
non nasconde la propria perplessa ammirazione per l’energia
indomabile, segno di virtus, anche se corrotta, di
Giugurta. La personalità del re barbaro è rappresentata in
evoluzione: la sua natura non è corrotta fin dall’inizio , ma lo
diviene progressivamente. Il seme della corruzione viene gettato
durante l’assedio di Numanzia, dai romani.
4. Le Historiae e la crisi della
res publica
La maggior opera storica rimase incompiuta
per la morte dell’autore: le Historiae iniziavano col 78
a. C. e i frammenti non vanno altre il 67. Dopo la monografie,
Sallustio si cimentava ora in un’impresa di ampi respiro: si
imponeva il ritorno alla forma annalistica, l’opera influenzò
molto la cultura augustea.
Delle lettere rimaste importante e quella che
Sallustio immagina scritta di Mitridate: dalle sue parole
affiorano i motivi delle lagnanze dei popoli soggiogati e
dominati da Roma; il solo motivo che i Romani hanno di portare
guerra a tutte le atre nazioni è la loro inestinguibile sete di
ricchezze.
Le Historiae dipingono un quadro in
cui dominano le tinte cupe: la corruzione dei costumi dilaga,
salvo qualche nobile eccezione (fra le quali Sallustio ammira
Sertorio che aveva fondato in Spagna una nuova repubblica),
sulla scena politica si affacciano soprattutto avventurieri,
demagoghi e nobili corrotti.
5. Lo stile di Sallustio
A condizionare in larga misurala futura
evoluzione stilistica della storiografia sarà proprio Sallustio
che, nutrendosi di Catone, elaborò uno stile fondato sull’incocinnitas
(il contrario della ricerca ciceroniana di simmetria, il
rifiuto di un discorso ampio e regolare, proporzionato),
sull’uso frequente di antitesi, asimmetrie e variationes
di costrutto: il difficile equilibrio, fra questo dinamismo e un
vigoroso controllo, produce un effetto di gravitas
austera e maestosa.
Alla gravitas di questo stile concorre
le ricca patina arcaizzante. L’arcaismo non è solo nelle scelte
di parole desuete, ma anche nella ricerca di una concatenazione
delle frasi di tipo paratattico. Estrema è economia
dell’espressione (asindeti e omissioni di legami sintattici); ma
alla condensazione del discorso, reso essenziale, reagisce il
gusto per l’accumulo di parole quasi ridondanti. Uno stile
arcaizzante, ma innovatore, perché il suo andamento spezzato è
del tutto anticonvenzionale e perché lessico e sintassi
contrastano quel processo di standardizzazione che si stava
verificando nel linguaggio letterario.
VIRGILIO
Vita Publio Virgilio
Marone nacque presso Mantova nell’ottobre del 70
a. C., da piccoli proprietari terrieri. I luoghi
dell’educazione Roma e Napoli, dove forse ha
frequentato il filosofo epicureo Sirone. D’altra
parte le Bucoliche denunciano chiaramente
frequentazioni epicuree.
La datazione delle
Bucoliche è da collegare agli avvenimenti
del 41, quando nelle campagne mantovane ci
furono confische di terreni, destinate ai
veterani di Filippi; Virgilio riecheggia il
dramma di contadini espropriati.
E’ certo che le Bucoliche
non recano traccia di quello che sarà il grande
amico e protettore, Mecenate; mentre vi ha
rilievo la figura protettiva di Pollione.
Tutta la vita di Virgilio è
povera di eventi esterni e raccolta su un tenace
lavoro poetico. Dal 29 in poi il poeta fu tutto
assorbito dalla composizione dell’Eneide:
l’opera fu pubblicata per volere di Augusto (che
pare seguisse lo sviluppo del lavoro): Virgilio
era morto nel settembre del 19 a.C. e fu sepolto
a Napoli.
Opere Bucolica,
dieci brevi componimenti in esametri (829),
chiamati anche egloghe e composti fra il 42 e il
39; Georgica, poema didascalico in
quattro libri di esametri (2188) completati nel
29; Aenèis, poema epico i 12 libri in
esametri: in totale poco meno di 10.000
esametri. L’opera fu edita dagli esecutori del
testamento.
Fonti Oltre alle notizie
ricavabili dai testi autentici, abbiamo una
serie di Vitae, tardo antiche, il nucleo
risale all’attività biografica di Svetonio: la
più famosa di queste Vitae si deve a Elio
Donato, il grammatico del IV secolo. Tutte le
opere autentiche sono commentate sin dal secolo
I d.C.
1. Le Bucoliche
Sino alla pubblicazione del libro della
Bucoliche, Teocrito era stato l’autore greco meno
frequentato dalla cultura romana, che così fortemente urbana si
rivolgeva ad altri modelli. La poesia degli Idilli,
è tutta rivolta alla ricostruzione nostalgica
e dotta di un mondo pastorale tradizionale. Protagonisti
dell’azione erano i pastori e insieme a loro un paesaggio ricco
ma statico: tutto sospeso in una vita quotidiana rarefatta ma
illuminata dalla poesia.
L’incontro di Virgilio con questo genere, che
è anche un mondo immaginario, fu straordinariamente felice.
Imitare Teocrito significò, alla fine, una sorta di simbiosi che
non ha precedenti nella letteratura romana, e neppure forse veri
continuatori. Il risultato non si può ridurre ad un semplice
processo imitativo. Non esiste, in pratica, una singola egloga
che sta in rapporto "uno a uno" con un singolo idillio. La
presenza di Teocrito è stata risolta in una trama di rapporti
talmente complessa che la nuova opera sta alla pari con il
modello. In questo senso le Bucoliche – così neoteriche
per dottrina, stilizzazione, culto della poesia – sono davvero
il primo testo della letteratura augustea. Già ne interpretano
l’esigenza di fondo, "rifare" i testi greci trattandoli come
classici.
Il titolo d’insieme Bucolica, "canti
dei bovari", racchiude il tratto fondamentale di questo genere,
che rievoca uno sfondo pastorale in cui i pastori stessi sono
messi in scena come attori e anche creatori di poesia. Al
singolare si preferisce il termine egloga ("poemetto scelto").
Nessun altro libro poetico a noi noto, prima di Virgilio,
esibisce lo stesso livello di complessità architettonica e di
unitarietà.
Il carattere miscellaneo della raccolta di
Teocrito aveva consacrato una certa varietà di temi: contiene
incursioni nel mondo delle città , e anche poesie celebrative, e
una certa varietà di ambientazione.
Virgilio sfrutta al massimo queste aperture.
Da un lato, alcuni spunti permettono di acclimatare le egloghe
al paesaggio italico, dall’altro vi sono accenni a un
particolare paesaggio ideale, l’Arcadia. Vi sono molte allusioni
a questo mondo beato di pastori nella cultura greca anteriore,ma
il mito dell’Arcadia come terra delle poesia deve moltissimo a
Virgilio. L’altro, più sostanzioso, contributo alla tradizione
bucolica sta nel libero riuso di spunti biografici.
Il dramma dei pastori esuli nelle egloghe I e
IX contiene certamente un nucleo di esperienza personale. Negli
anni 42-41 confische di terre a favore di veterani colpirono MN
e CR. Secondo la tradizione biografica antica, Virgilio era
stato dapprima spossessato anche egli, poi reintegrato nella
proprietà ad opera di personaggi influenti: Asinio Pollione.
Intorno a questo nucleo, che sembra accettabile, si sviluppò poi
tutta una ricostruzione storica, una sorta di romanzo
allegorico: dietro a tutte le figure del mondo pastorale,
interpreti antichi e moderni, hanno visto una ridda di allusioni
storiche.
Ma ciò che importa, è cogliere l’originalità
di ispirazione con cui Virgilio "legge" attraverso il linguaggio
bucolico l’epoca delle guerre civili. Come nella celebre IX
egloga. Come annuncia l’esordio (paulo malora canamus) il
poeta si solleva oltre la sfera pastorale per cantare un grande
evento. Chi e il puer che con il suo avvento riporta
l’età dell’oro sul mondo in crisi? L’identificazione tardoantica
del puer con Gesù Cristo è solo la più coraggiosa delle
tante congetture avanzate. L’egloga si inserisce nelle
aspettative di rigenerazione tipiche dell’età di crisi fra
Filippi e Azio, ed ha un chiaro parallelo nell’epodo XVI di
Orazio. Due sono i filoni culturali che nutrono questa poesia
visionaria: le poesie in onore di nozze e di nascite; Virgilio
poi ha attinto anche da fonti non poetiche, dove si mescolano
influssi filosofici e presenza di dottrine messianiche,
aspettative di una salvatore. L’egloga è datata al consolato di
Asinio Pollione, 40 a. C. L’ipotesi migliore è che il bambino
fosse atteso in quell’anno, ma non sia mai nato. In quell’anno
molte speranze seguivano il patto di potere fra Ottaviano e
Antonio; Antonio prendeva in moglie la sorella del primo. Il
matrimonio durò poco e non vi furono figli maschi.
Nella Egloga X Cornelio Gallo è presentato
come poeta d’amore, ma si tratta di un componimento bucolico.
Tipicamente bucolico è lo scenario dell’Arcadia, così come
l’idea che la poesia possa medicare le ferite d’amore
avvicinando l’uomo alla natura. Ma Virgilio non rinuncia ad
allargare l’orizzonte; Gallo è rappresentato come l’incarnazione
di un’altra poesia: il canto elegiaco, che è anche una scelta di
vita. Gallo provato dall’amore infelice cerca rifugio nella
poesia dell’amico.
Nel complesso, le Bucoliche rivelano il
maturare delle scelte di vita dell’autore. La poesia è vissuta
come un rifugio contro i drammi dell’esistenza; la vita ritirata
dei pastori accoglie stemperate tonalità epicuree.
3. Le Georgiche
Nel 38 le Bucoliche sono ormai
completate, e già Virgilio ha un nuovo influente protettore:
Mecenate. Quest’ultimo non chiede nessuna partecipazione diretta
alle fortune del partito di Ottaviano, ma la sua influenza è
evidente in una nuova generazione di opere poetiche, come le
Georgiche di Virgilio.
La composizione gli costò quasi 10 anni di
lavoro; nel 29 a. C. il poema era giunto ad uno stadio
definitivo. L’opera presuppone una straordinaria ricchezza di
letture: grande poesia greca (Omero, gli alessandrini, i
tragici), e romana (Lucrezio, Catullo…), anche fonti tecniche in
prosa, e trattati filosofici d’ogni tipo. Un lungo processo
compositivo denunciato anche dalla scalatura delle allusioni
storiche disseminate nell’opera. Il finale del I libro evoca
un’Italia in preda alle guerre civili, in cui l’ascesa di
Ottaviano è solo una speranza insidiata da molti pericoli; in
molti altri luoghi del libro il poema mostra già il principe
trionfatore dell’universo pacificato. Virgilio ha voluto
inglobare nel suo poema, accanto alla vittoria del nuovo ordine,
anche le lacerazioni che lo hanno preparato.
Come già per le Bucoliche (ma in
maniera meno intensa), Virgilio parte da un aggancio immediato
con la poesia greca ellenistica, di autori (Arato) vissuti fra
III e II secolo, che avevano compiuto una svolta di gusto e di
poetica entro la tradizione del genere didascalico. Spesso
questi poeti usano come falsariga dei trattatici scientifici in
prosa: chi fosse interessato ai contenuti, teorici o pratici,
poteva rivolgersi direttamente a queste fonti tecniche. Questi
poeti non pretendono di insegnare a un destinatario; anzi la
figura stessa dal destinatario è più che altro