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LETTERATURA LATINA

AUTORI

Gian Biagio Conte

CATULLO

Vita Gaio Valerio Catullo nasce a Verona da un famiglia agiata. La data di nascita, Svetonio, è nell’87 a. C. A Roma conobbe e frequentò personaggi di spicco nell’ambiente politico e letterario ed ebbe una relazione d’amore con Clodia (la Lesbia dei suoi versi), quasi certamente sorella del tribuno P. Clodio Pulcro e moglie di Q. Cecilio Metello, console nel 60. Morì sui trent’anni.

Opere Di Catullo abbiamo 116 carmi (2300 versi) raccolti in un liber, diviso sommariamente su base metrica. Il gruppo primo (1-60) è costituito da componi_ menti di carattere leggero (le nugae "bagattelle"). Il secondo gruppo (61-68) abbraccia una seria di carmi di maggiore estensione e impegno stilistico: i cosiddetti carmina docta. La terza sezione (69-116) comprende carmi generalmente brevi in distici elegiaci, i cosiddetti "epigrammi".

I più credono che l’ordinamento della raccolta (secondo un criterio, non cronologico, ma metrico: un criterio da filologi) sia opera di altri, dopo la morte del poeta, quando sarà approntata un’edizione postuma dei suoi carmi (alcuni devono essere rimasti esclusi). Quindi, forse, il libellus dedicato a Catullo da Cornelio Nepote non

corrisponde esattamente al liber rimastoci, ma ne costituisce solo una parte.

Fonti Le notizie biografiche ci vengono soprattutto dai suoi carmi; sulle relazioni della famiglia con Cesare ci informa Svetonio. Che Lesbia fosse uno pseudonimo per Clodia la sappiamo da Apulieo; e sulla Clodia con cui abitualmente la si identifica molto ci dice Cicerone, che ne traccia un ritratto nella Pro Caelio, l’orazione in difesa di Celio Rufo, ex amante della donna e da lei tardi tratto in giudizio per veneficio.

1. I carmi brevi

Il nome e la poesia di Catullo sono tradizionalmente associati alla rivoluzione neoterica; ne sono anzi il documento più importante. Rivoluzione del gusto letterario, ma anche rivolta dei carattere etico: mentre si sgretolano, nell’età della crisi della repubblica, gli antichi valori morali e politici della civitas, l’otium individuale diventa alternativa seducente alla vita collettiva, lo spazio in cui dedicarsi alla cultura, alla poesia, alle amicizie, all’amore. L’attività letteraria non si rivolge più all’epos o alla tragedia, bensì alla lirica, alla poesia individuale, introversa, adatta ad accogliere ed esprimere le piccole vicende della vita personale.

A questo progetto risponde quella parte della produzione di Catullo che si suole indicare come "carmi brevi": l’insieme dei polimetri e degli epigrammi, in cui l’esiguità dell’estensione rivela già essa stessa la modestia dei contenuti, occasioni e avvenimenti della vita quotidiana e favorisce il paziente lavoro di cesello, la ricerca della perfezione formale. Affetti, amicizie, odi, aspetti minori o minimi dell’esistenza, passioni, sono l’oggetto della poesia di Catullo. Ne risulta un’impressione di immediatezza, di vita riflessa, che ha dato luogo nella critica a un equivoco tenace,quello di una poesia ingenua e spontanea. In realtà è un’apparenza ricercata e ottenuta grazie a un ricco patrimonio di dottrina.

Non si dovrebbe dimenticare che il destinatario di ogni carme è per lo più rappresentante di una cerchia raffinata e colta: lui si attende un prodotto letterario che abbia veste stilistica e fattura formale di livello adeguato. Solide strutture formali costituiscono l’ "ordito" su cui s’ inscrive il gioco apparentemente tutto libero del poeta.

Si può scoprire allora che un bilanciato gioco di antitesi o di richiami simmetrici si cela dietro quella parole che vogliono apparire dettate dalla passione più immediata: così nel più celebre fra i "carmi dei baci" (c. 5):

Vivamus, mea lesbia, atque amemus,

rumoresque senum severiorum

omnes unius aestimemus assis.

Soles uccidere et redire possunt:

nobis, cum semel occidit brevis lux,

nox est perpetua una dormienda.

Da mi basia mille, deinde centum,

deinde mille altera, dein seconda centum,

deinde usque altera mille, deinde centum.

Dein, cum milia multa fecerimus,

conturbabimus illa, ne sciamus,

aut nequis malus invidere possit,

cun tantum sciat esse basiorum.

La pausa riflessivo-sentenziosa dei vv. 4-6 costruisce il suo senso su di un contrasto, che ribadisce con suggestivi effetti fonosimbolici: vedi l’opposizione brevis-perpetua, la collocazione a risalto dei due monosillabi assonanti lux-nox, una in clausola, l’altro in incipit del verso. L’analisi rivela l’attenta costruzione di quel che appare espressione spontanea, incontrollata, di una rivolta esistenziale: anche la simmetricità dell’alternanrsi deinde e dein – nei vv. 7-10 – mostra come nulla sia lasciato ad una disposizione casule degli effetti.

Lo sfondo della poesia di Catullo è costituito dall’ambiente letterario e mondano della capitale, di cui fa parte la cerchia degli amici neoterici, accomunati da un ideale di grazia brillantezza di spirito: lepos, venustas, urbanitas (grazia, eleganza, cortesia) sono i principi che fondano questo codice etico, che governa i rapporti reciproci ma ispira anche il gusto letterario. Su questo sfondo campeggia e risalta la figura di Lesbia, incarnazione della devastante potenza dell’eros, protagonista della poesia catulliana. Lo pseudonimo, che rievoca Saffo, la poetessa di Lesbo, crea già un alone idealizzante: grazia e bellezza, ma soprattutto intelligenza, cultura, spirito brillante affascinano e alimentano la passione di Catullo.

L’eros diventa centro dell’esistenza e valore primario, il solo in grado di risarcire la fugacità della vita, capace di riempirla e di darle senso. All’amore e alla vita sentimentale Catullo trasferisce tutto il suo impegno, sottraendosi ai doveri agli propri del civis romano. Il rapporto con Lesbia, nato come adulterino, nel farsi impegno esclusivo dell’impegno morale del poeta tende, paradossalmen_ te, a configurarsi nelle aspirazioni di Catullo come un vincolo nuziale. Le recriminazioni per il foedus d’amore violato da Lesbia sono un motivo insistente, che ne accentua il carattere sacrale appellandosi a due valori fondanti, la fides, che garantisce il patto stipulato vincolando moralmente i contraenti, e la pietas, virtù propria di chi assolve ai suoi doveri nei confronti degli altri. Ma l’offesa ripetuta del tradimento produce in lui una dolorosa dissociazione fra la componente sensuale (amare) e quella affettiva (bene velle): celebre esempio di questo conflitto è il c. 72, che analizza la scomparsa di ogni affetto e stima per quella donna che continua, però, ad accendere la passione dell’innamorato (iniuria talis/ cogit amare magis, sed bene velle minus, 7 seg.).

La speranza sempre frustrata di un amore fedelmente ricambiato si accompagna in Catullo alla consapevolezza di non aver mai mancato al foedus d’amore con Lesbia.

2. I carmina docta

Lepidus, novus, expollitus: così intende i criteri di una nuova poetica, che rivela la sua ascendenza alessandrina, meglio callimachea. I veri intenditori apprezzeranno la nuova epica elaborata dai neoterici, l’epillio, il poemetto breve che per le sue stesse dimensioni favorisce il lavoro di cesellatura, teso a conferire asciuttezza e pregnanza, e permetta al poeta di dar sfoggio della sua dottrina.

Dottrina e impegno stilistico sono evidenti nella sezione dei carmi detti "dotti", in cui Catullo sperimenta anche nuove forme compositive. Come altri neoterici, anche lui si cimenta nel nuovo genere epico, l’epillio : il c. 64 ne costituirà quasi il modello esemplare per la cultura latina. Questo poemetto (408 esametri) narra il mito delle nozze di Peleo e Teti, ma nella vicenda principale contiene un’altra storia, quella dell’abbandono di Arianna Nasso da parte di Teseo. L’intreccio delle due vicende, istituisce fra di esse una serie di relazioni che hanno il loro nucleo nel tema della fides, quella fides di cui, nella lontana età degli eroi, gli stessi dei si facevano garanti e che nell’età presente è violata e vilipesa insieme agli altri valori religiosi e morali. Il mito si fa, cioè, proiezione e simbolo di aspirazioni del poeta, del suo bisogno sempre inappagato di ancorare un amore tanto

precario a un vincolo più saldo, a un foedus duraturo.

Particolarmente complesso è il c. 68 ,che riassume i temi pricncipali della poesia di Catullo, come l’amicizia e l’amore, l’attività poetica e la sua connessione Roma, il dolore per la morte del fratello. Il ricordo dei primi amori, furtivi, con Lesbia sfuma nel mito, nella vicenda di Protesilo e Laodamìa (unitisi prima che fossero celebrate le nozze e perciò puniti con la morte di lui appena sbarcato a Troia) che si fa archetipo esemplare della vicenda di Catullo e Lesbia, di un coniugium anch’esso imperfetto e precario.

Una menzione il c. 68 merita per il suo destino nella storia letteraria latina: il larga spazio concesso al ricordo e alla vita vissuta, proiettata miticamente, in un componimento che andava al di là delle dimensioni dell’epigramma, dovevano farlo apparire come il progenitore della futura elegia soggettiva latina.

3. Lo stile

La cultura letteraria di Catullo è ricca e complessa, in cui accanto all’influsso alessandrino, è sensibile anche quello della lirica greca arcaica. La lingua catulliana è il risultato di un’originale combinazione di linguaggio letterario e sermo familiaris: il lessico e le movenze della lingua parlata vengono assorbite e filtrate da un gusta aristocratico che la raffina e le impreziosisce. Particolarmente frequenti, fra i tratti del sermo familiaris, i diminutivi, che nella loro stessa mollezza fonica e formale sembrano rilevare l’adesione a quell’estetica del lepos, della grazia, che accomuna la cerchia degli amici e ne condiziona anche i modi espressivi, oltre a ridefinirne la gerarchia dei valori etici.

Una stile composito, con un’ampia gamma di modalità espressive. La vitalità del linguaggio espressivo e l’intensità del pathos non sono meno nei carmina docta; ma i vari elementi, come ad esempio la selezione di un lessico generalmente più ricercato e la presenza di stilemi e movenze della poesia "alta", della tradizione enniana concorrano a dare ai carmina docta un carattere più spiccatamente letterario.

4. La fortuna

Catullo ebbe un successo vasto ed immediato: esercitò un influsso profondo sui più grandi poeti dell’età augustea e di quella imperiale (Marziale). Fu invece pochissimo noto in Medioevo: nel secolo XI a Verona, il vescovo Raterio recuperò un codice contenente i carmi di Catullo. Dal secolo XII la sua fama fu sempre altissima: Petrarca, gli umanisti; più tardi Foscolo e il poemetto latino Catullo calvos con cui Pascoli gli rendeva omaggio.

LUCREZIO

Vita e La notizia biografica più ampia su Lucrezio compare nella traduzione del

Testimonianze Chronicon di Eusebio fatta da S. Girolamo: Titus Lucretius poeta nascitur: qui postea amatorio poculo in furorem versus, cum aliquot libros per intervalla insaniae conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, propria se manu interfecit anno aetatis XLIV. Non è facile datare questa notizia, e neppure accordarla con quella fornita da Donato: si può affermare con certezza solo che il poeta nacque negli anni 90, morì verso la metà degli anni 50. Oggi 98 e 55 sono generalmente ritenute le date pi verosimili, ma permangono notevoli incertezze.

Va respinta la notizia geronimiana sulla follia di Lucrezio: l’accusa dovrebbe essere nata in ambiente cristiano nel IV secolo al fine di screditare la polemica di Lucrezio. L’unico riferimento a Lucrezio nell’opera di Cicerone è una lettera al fratello Quinto del 54.

Opere Il poema in esametri De rerum natura, in 6 libri (un totale di 7415 esametri); dedicato a Memmio, verosimilmente Caio Memmio, amico e patrono di Cinna e Catullo.

Il testo del De rerum natura è conservato integralmente da due codici del secolo IX (ora conservati a Leida). La prima edizione a stampa fu eseguita nel 1473 da Ferrando da Brescia.

1. Lucrezio e l’epicureismo romano

La via scelta dalla classe dirigente romana nei confronti della cultura greca era stata quella di un filtraggio attento: fu la via battuta dall’elìte scipionica e poi da Cicerone. Proprio quest’ultimo erigerà in muro insormontabile nei confronti dell’epicureismo; visto come dissolutore della morale tradizionale soprattutto perché, predicando il piacere come sommo bene e suggerendo la ricerca della tranquillità, tende a distogliere i cittadini dall’impegno politico in difesa delle istituzioni. Non minori pericoli presentava la posizione epicurea sulle divinità: negando il loro intervento negli affari umani, tendeva a creare impicci a una classe dirigente che usava la religione ufficiale come strumento di potere.

Nel I secolo l’epicureismo era riuscito a effettuare una discreta diffusione negli strati elevati della società romana: un personaggio di rango consolare come Calpurnio Pisone Cesonino si presentava come protettore dei filosofi epicurei. Meno sappiamo della penetrazione delle dottrine epicuree nelle classi inferiori. In effetti, lo stesso Epicureo raccomandava l’estrema chiarezza e semplicità dell’espressione: senza cedere ad antistoriche forzature in senso "democratico", va ricordato che l’universalismo del messaggio epicureo, che intendeva rivolgersi a persone di ogni rango sociale, e anche – cosa inaudita nell’antichità – alle donne.

Lucrezio per divulgare la dottrina epicurea in Roma scelse la forma del poema didascalico. Nella sua scelta fu probabilmente guidato dal desiderio di raggiungere gli strati superiori della società con un messaggio che non avesse nulla da invidiare alla "bella forma" di cui talora si ammantavano le altre filosofie. Quasi all’inizio del poema, Lucrezio afferma che suo proposito è "cospargere col miele delle muse" una dottrina apparentemente amara.

L’eccezionalità della forma poetica, che faceva della sua opera un unicum nella letteratura epicurea, spingeva Cicerone a non tenere conto di Lucrezio ( preferiva rifarsi direttamente alla fonti greche dell’epicureismo), ma il motivo determinante di tale silenzio si dovrà riconoscere nella volontà di non concedere spazio e credibilità di interlocutore a chi aveva scritto un’opera con forti valenze disgregatrici per la società aristocratica cui Cicerone si rivolgeva.

2. Il poema didascalico

Il titolo del poema lucreziano, De rerum natura, traduce fedelmente quella dell’opera più importante di Epicuro, il perduto Perì physeos. La data di composizione non è sicura.

Il De rerum natura è articolato in 3 gruppi di 2 libri (diadi). Nel I libro, dopo l’ouverture con l’inno a Venere, personificazione della forza generatrice della Natura, sono esposti i principi della fisica epicurea: gli atomi (parti minime della materia, indistruttibili, immutabili) movendosi nel vuoto infinito si aggregano modi diversi e danno origine a tutte le realtà esistenti; successivamente avviene la disgregazione. Nascita e morte sono costituite da questo processo di continua aggregazione e disgregazione.

Nel II libro è illustrata la teoria del clinamen: nel moto degli atomi interviene una "inclinazione" minima che permette una grande varietà di aggregazioni (e rende ragione della libertà del volere umano). I mondi possibili sono molti, e sono oggetti al ciclo della vita e della morte.

Il libro III e IV costituiscono una seconda coppia, che espone l’antropologia epicurea. Il libro III spiega come il corpo e l’anima siano entrambi costituiti da atomi aggregati, ma di forma diversa; l’anima non può perciò sottrarsi al processo di disgregazione, di conseguenza essa muore con il corpo e non c’è da attendersi un destino ultraterreno di premio o di punizione. Il libro IV prende in esame il procedimento della conoscenza, trattando la teoria dei simulacra: una specie di membrane, composte dagli atomi, che si staccano dai corpi di cui mantengono la forma e arrivano agli organi di senso. La testimonianza dei sensi è sempre veritiera, e l’errore può derivare solo da una sua errata interpretazione. Poi Lucrezio introduce una celebre digressione sulla passione d’amore e in versi carichi di sarcasmo indica la causa do questa passione nella attrazione fisica.

La terza coppia ha per oggetto la cosmologia: il libro V dimostra la mortalità del nostro mondo – uno degli innumerevoli mondi esistenti - ; viene quindi trattato il problema del moto degli astri e delle sue cause: una sezione famosa tratta delle origini ferine dell’umanità. Il libro Vi si sforza di fornire spiegazioni naturali di fenomeni fisici, quali fulmini e terremoti, estromettendone la volontà divina. Con la narrazione della pesta di Atene del 430 l’opera si conclude bruscamente. Lucrezio potrebbe aver voluto contrapporre l’ouverture e il finale come una sorta di "trionfo della vita" e di "trionfo della morte", per mostrare come non esista alcuna conciliazione del contrasto eterno di queste due potenze.

Prima del De rerum natura la letteratura latina non aveva mai prodotto opere di poesia didascalica di grande impegno.

La tradizione latina non offriva dunque esempi di poesia didascalica di grande respiro; d’altra parte, Lucrezio ambisce a descrivere, ma soprattutto a spiegare, ogni aspetto importante della vita del mondo e dell’uomo, e di convincere il lettore della validità della dottrina epicurea. La tradizione ellenistica, che rivive nelle Georgiche di Virgilio, ricerca invece una sua ispirazione in argomenti tecnici e in gran parte sprovvisti di implicazioni filosofiche.

La consapevolezza dell’importanza della materia determina il tipo di rapporto che Lucrezio instaura con il lettore-discepolo, il quale viene esortato, affinché segua con diligenza il percorso formativo che l’autore propone.

L’ethos del genere didattico ellenistico era stato un ethos puramente encomiastico: rendeva lode alle cose. Al contrario, in Lucrezio, non est mirandum e nec mirum sono le formule che spesso articolano l’argomentazione: non c’è da meravigliarsi davanti a questo o a quel fenomeno perché esso è connesso necessariamente con questa o quella regola oggettiva, e non può trarre stupore che abbia capito i principi delle cose. Alla "retorica del mirabile", Lucrezio sostituisce la "retorica del necessario"; e così necesset est sarà un’altra formula usata di frequente nelle argomentazione lucreziane. Il destinatario, fatto direttamente responsabile, con le sue reazioni all’insegnamento, diventa consapevole della propria grandezza intellettuale: è questa la radice del sublime lucreziano.

Il sublime diventa non solo una forma stilistica che rispecchia una forma di interpretazione del mondo; ma , anche, una forma di percezione delle cose. Il sublime coinvolgendo il lettore, gli suggerisce un bisogno morale. Il sublime funziona come un invito all’azione: attraverso la rappresentazione del sublime il poeta esprime con ansia un’esortazione al lettore: che scelga per sé, un modello di vita, anche forte.

Nel progetto didascalico lucreziano il genere stesso diventa una forma problematica: il testo prevede un lettore antagonistico capace di fare di se stesso e delle proprie reazioni emotive un contenuto del poema. La nuova forma, che il genere didascalico assume in Lucrezio, trova il suo necessario corrispettivo nella creazione di un destinatario che sappia adeguarsi alla forza sublime di un’esperienza sconvolgente. Forma sublime del testo e forma sublime del destinatario (l’immagine che il testo si fa del suo lettore ideale) sono i segni della trasformazione che il genere didascalico ha dovuto accettare quando ha scelto di farsi mezzo per comunicare un iter morale. Quel che nel genere didascalico tradizionale è una cornice – rapporto docente-allievo – diventa nel De rerum natura un centro di tensione e un tema problematico. La traduzione del genere in discorso didascalico è continuamente inseguita dal dubbio della propria irrealizzabilità.

Da questo discendono alcune caratteristiche del poema, prima fra tutte la rigorosa struttura argomentativi. Tra i procedimenti adottati il sillogismo, strumento principe dell’argomentazione filosofica; l’analogia, grazie alla quale si tende a ricondurre al noto, al visibile, ciò che è troppo lontano e piccolo per essere osservato direttamente.

Il libro che più di ogni altro testimonia la perizia argomentativi di Lucrezio è il III, dedicato alla confutazione del timore della morte. La parte centrale divisa in due sezioni: prima si dimostra che l’anima è materiale, composta di atomi e vuoto (vv. 94-416); si affronta poi il problema-chiave: se materiale, l’anima dev’essere anche mortale, come tutti corpi (vv. 417-829). In questi 400 versi Lucrezio propone ben 29 diverse prove per sostenere il suo assunto: il loro accumularsi, il dispiego di strumenti retorici, creano un insieme di innegabile forza persuasiva.

Ma Lucrezio si rende conto che questo non è sufficiente a distogliere l’uomo dal dolore di dovere abbandonare la vita. Per convincerlo dà la parola, nel finale (vv. 830-1094) alla Natura stessa, che si rivolge direttamente all’uomo: se la vita trascorse è stata colme di gioie questi può starsene come un convitato sazio dopo un banchetto; se, al contrario, è stata segnata da dolori e tristezze, perché desiderare che essa prosegua? Solo gli stulti vogliono continuare a vivere, anche se nulla nuovo li può attendere.

3. Studio della natura e serenità dell’uomo

Lucrezio si rivolge al lettore invitandolo a riflettere su quanto crudele e veramente empia fosse la religio tradizionale. La religione è in grado di opprimere sotto il suo peso la vita degli uomini, turbare ogni loro gioia con la paura: ma se gli uomini sapessero che dopo la morte non c’è che il nulla, se diventassero perciò insensibili alle minacce di pene eterne, smetterebbero di essere succubi della superstizione religiosa. A tal fine è necessaria una conoscenza sicura delle leggi che regolano l’universo, e rivelano la natura materiale e mortale del mondo, dell’uomo e dell’anima stessa.

Superstizione religiosa, timore della morte e necessità di speculazione scientifica: il suo messaggio sarà di fatto ignorato non solo per l’intrinseca difficoltà dell’opera, ma anche perché potenzialmente in grado di mettere in discussione i fondamenti culturali – e, indirettamente sociali e politici – dello stato romano, che della religio aveva fatto un essenziale elemento di coesione.

Lucrezio resta fedele alle teorie di Epicuro in materia di religione. Il filosofo greco era stato il primo uomo che "osò levare gli occhi contro la religione che incombeva minacciosa dal cielo" (I 66); per questo egli può essere venerato quasi come un dio: tranne il II e il IV tutti libri si aprono con una appassionata celebrazione dei meriti di Epicuro. Esclusa l’ipotesi che l’uomo fosse soggetto agli dei in un rapporto di dipendenza, che da essi, suoi padroni, egli potesse attendersi benefici o punizioni. Anche Lucrezio recupera questo senso intimo della religiosità, intesa come capacità di vivere serenamente e contemplare ogni cosa con mente sgombra da pregiudizi.

Nell’ambito del V libro una sezione è dedicata alla nascita del timore religioso, che sorge spontaneo per ignoranza delle leggi meccaniche che governano l’universo.

4. Il corso della storia

Lo sforzo di Lucrezio è di evitare che su argomenti di grande rilievo la mancanza di spiegazioni razionali in termini epicurei, riconduca il lettore ad accettare le spiegazioni tradizionali della mitologia e della superstizione. Lucrezio dedica un’ampia parte dell’opera alla storia del mondo , del quale era stata anzitutto chiarita la natura mortale, atomica. Tutta la seconda metà del libro V tratta invece dell’origine della vita sulla terra e della storia dell’uomo. Né gli animali né l’uomo sono stati creati da un dio, ma si sono formati grazie a particolare circostanze: il terreno umido e il calore hanno spontaneamente generato i primi essere viventi. I primi uomini conducevano una vita agreste, al di fuori di ogni vincolo sociale: la natura forniva il poco di cui c’era davvero bisogno.

Fra le tappe del progresso umano che Lucrezio tratta in seguito, quelle positive – la scoperta del linguaggio, quella del fuoco e dei metalli, della tessitura e dell’agricoltura – sono alternate ad altre di segno negativo come l’inizio dell’attività bellica o il sorgere del timore religioso. Comunque, caso e bisogno materiale sono i fattori di avanzamento della civiltà.

E’ evidente in tutta la trattazione il desiderio del poeta di contrapporsi alle visioni teleologiche del progresso umano diffuse nella cultura del tempo. Il progresso materiale, fin quando ispirato al soddisfacimento dei bisogni primari, è valutato positivamente, mentre le riserve si concentrano sull’aspetto di decadenza morale che i progresso ha portato con sé: il sorgere della guerra, delle ambizioni e cupidigie personali ha corrotto la vita dell’uomo. A questi problemi l’epicureismo è in grado di fornire una risposta invitando a riscoprire che "di poche cose ha davvero bisogno la natura del corpo." Epicuro aveva prescritto di evitare i desideri non naturali non necessari e di badare solo al soddisfacimento di quelli naturali e necessari: "Grida la carne: non aver fame non aver sete non aver freddo; che abbia queste cose e speri di averle in futuro, anche con Zeus può gareggiare in felicità".

Si comprende come l’epicureismo sia stato spesso considerato già in antico, una forma di edonismo sfrenato, non cogliendo lo spirito dei suoi precetti fondamentali, tutti volti alla limitazione dei bisogni e alla ricerca di piaceri naturali e semplici. Il "progetto sociale" di Epicuro e Lucrezio è coerente con queste premesse: il saggio abbandoni le inutili ricercatezze, si allontani dalle tensioni della vita politica, si dedichi a coltivare lo studio della natura con gli amici più fidati, somma ricchezza della vita umana.

5. L’interpretazione dell’opera

La confusione tra la figura storica dell’autore e l’immagine del "narratore" che prende la parola all’interno del poema continua a nuocere alla lettura critica del De rerum natura: le due figure non devono essere sovrapposte meccanicamente. Anche solo per questo motivo non possono essere accettate le tesi di quanti hanno affannosamente cercato nell’opera tracce di uno squilibrio mentale di Lucrezio, ora nella forma di crisi maniaco-depressive, ora come generica angoscia di vivere.

Una lettura preconcetta induce a constatare che la tensione dell’autore è sempre rivolta a conseguire il convincimento razionale del suo lettore, a trasmettergli i precetti di una dottrina di liberazione morale nella quale egli stesso profondamente crede. L’accesa confutazione della tesi stoica di una natura provvidenziale, ad esempio, spiega perché Lucrezio insiste a lungo sull’idea che la natura è del tutto incurante delle esigenze dell’uomo.

Quando ,nel finale del IV libro, si scaglia contro le insensatezze della passione amorosa, è probabil_ mente mosso dalla volontà di ribadire che il saggio epicureo deve tenersi lontano da una passione irrazionale che non ha alcuna giustificazione nei dettami della natura. I questo caso avranno agito anche stimoli culturali diversi, quali la volontà di contrapporsi all’ideologia erotica dei neoterici.

Il problema del pessimismo di Lucrezio non manca di occupare tuttavia un ruolo centrale in una buona parte della critica, e si deve ammettere che non è facile giungere ad una valutazione equilibrata. Lucrezio ripete spesso che la ratio da lui esposta è foriera di serenità e libertà interiori, che traggono origine dalla comprensione dei meccanismi di vita e di morte. Offre al lettore la possibilità di guardare tutt’intorno con occhio indifeso e invita all’accettazione consapevole di ogni cosa in quanto esistente.

Ma questo razionalismo, a tratti, mostra i suoi limiti. Sull’angoscia dell’uomo di fronte all’idea che la sua vita deve avere un termine Lucrezio si irrigidisce: se la vita trascorsa è stata piacevole, nulla di diverso può essere esperito in futuro, conviene semmai allontanarsi come un convitato sazio; in caso contrario, meglio comunque concludere un’esperienza ricca solo di dolore. Proprio questa rigidità, il supporre che il non essere mai nati non sarebbe stato un male per l’uomo, l’insistere sull’idea che la prolungare la vita non sottrae neppure un giorno alla morte che ci attende, l’invito epicureo al carpe diem (V 957), contrastano con la precisa descrizione dell’uomo in preda all’angoscia irrazionale che Lucrezio stesso ci offre verso la fine del libro.

6. Lingua e stile di Lucrezio

Cicerone (vedi la vita) ammirava in Lucrezio non solo l’acutezza del pensatore, ma anche grandi capacità di elaborazione artistica. La critica moderna ha lungo esitato a sottoscrivere la seconda delle affermazioni, giudicando lo stile del poeta troppo rude e legato all’uso arcaico, a tratti prosaico e ripetitivo, ma da qualche tempo gli studiosi hanno modificato questa prospettiva, ricollocando Lucrezio e Virgilio nella loro giusta dimensione storica.

Anche lo stile, come l’organizzazione complessiva della materia, doveva piegarsi al fine di persuadere il lettore. Si spiegano in questa luce le frequenti ripetizioni. Anche l’invito all’attenzione del lettore doveva essere reiterato spesso; e alcuni termini tecnici della fisica epicurea, nonché i nessi logici di grande uso (le formule di transizione tra argomenti diversi: quod, paeterea, denique) dovevano restare il più possibile fissi per consentire la lettore di familiarizzare con un linguaggio non certo facile. Alla lingua latina mancava la possibilità di esprimere certi concetti filosofici e Lucrezio si trovò costretto quindi a ricorre a perifrasi nuove (quali primordia o corpora prima per designare gli atomi), a coniazioni, talvolta a calchi diretti dal greco.

La povertà della lingua non si estendeva però al di fuori del lessico strettamente tecnico: Lucrezio sfrutta una gran mole di vocaboli poetici della tradizione arcaica (soprattutto enniana): trae le più caratteristiche forme dell’espressione: un intensissimo uso di allitterazioni, di assonanze, di costrutti arcaici propri del gusto espressivo-patetico dei più antichi poeti di Roma.

In campo grammaticale i due fenomeni più vistosi sono il gran numero di infiniti passivi in –ier (più arcaico di –i), ed il prevalere della desinenza bisillabica –ai bel genitivo singolare della prima declinazione (anziché –ae), esclusa ormai ai tempi di Lucrezio dalla lingua d’uso.

L’esametro lucreziano si differenzia nettamente da quello arcaico di Ennio, rispetto al quale predilige l’incipit dattilico che sarà usuale nella poesia augustea. Un segno di scarsa capacità di sfruttamento della possibilità espressive dell’ordine delle parole è stato spesso visto nella tendenza a comporre il verso in due parti quasi sempre equivalenti, o a ricercare un ordine chiastico ( del tipo ab-ba) ,molto diffusi in Virgilio ed Ovidio.

Ma certamente il tratto distintivo dello stile lucreziano vi individuato nella concretezza dell’espressione. Evidenza e vivacità descrittiva, visibilità e percettibilità degli oggetti intorno a cui si ragiona, "corporalità" dell’immaginario: effetti obbligati da una mancanza di un linguaggio astratto già pronto. Ma le immagini così evocate per spiegare pensieri ed idee, non restano solo mezzi atti ad illustrare l’argomentazione astratta: diventano il risvolto emozionale di un discorso intellettuale che sceglie di farsi soprattutto descrizione di grande efficacia.

Anche se i livelli di stile sono molto diversi, il registro che li unifica è uno solo e continuo: è il registro dell’enthusiasmòs poetico al servizio di una missione didattica vissuta con ardore eccezionale.

7. La fortuna di Lucrezio

E’ sicuramente strana la completa assenza del poeta dalle opere filosofiche di Cicerone, dove pure la confutazione dell’epicureismo ha larga parte: forse volontà di ignorare il De rerum natura e sminuirne così il valore?

Gli autori cristiani leggono Lucrezio e ne criticano apertamente le posizioni. Nel 1418 Poggio Bracciolini scopre in Alsazia un manoscritto nel De rerum natura e lo invia a Firenze perché sia copiato: è l’inizio della rinnovata fortuna dell’opera in epoca moderna; prima edizione a stampa a Brescia 1473. Nel 500 compaiono le prime "confutazioni di Lucrezio", opere che riprendono da vicino la lingua e lo stile latino dell’autore per propugnare però tesi opposte.

La prima traduzione italiana dell’opera è di Alessandro Manzoni, pubblicata a Londra nel 1717 dopo il divieto ricevuto in patria. Non certa una lettura integrale di Lucrezio da parte di Giacomo Leopardi, ma citazioni dirette ( i vv. 111-114 della Ginestra: "Nobil natura è quella/ che a solevar s’ardisce/ gli occhi mortali al comun fato", riprendono forse I, 65-66 Graius homo mortali tollere contra/ est oculo ausus primusque obsistere contra).

Nel 1850 l’edizione critica del De rerum natura di Karl Lachmann, banco di prova del moderno metodo filologico.

CICERONE

Vita Marco Tullio Cicerone nasce ad Arpino nel 106 a. C. da agiata famiglia equestre; compie ottimi studi di retorica e filosofia a Roma. Nell’89 presta servizio militare nella guerra sociale, agli ordini di Pompeo Strabone, padre del Grande. Nel 81 debutta come avvocato. Nel 69 è edile; nel 66 pretore; nel 70 sostiene trionfalmente l’accusa dei siciliani contro l’ex governatore Verre, e si conquista la fama di oratore principe.Nel 63 è console, e reprime la congiura di Catilina. Dopo la formazione del I triumvirato, il suo astro inizia a declinare; nel 58 deve recarsi in esilio, con l’accusa di avere mandato a morte senza processo i complici di Catilina. Allo scoppio della guerra civile, nel 49, aderisce con lentezza alla causa di Pompeo; dopo la sua sconfitta , ottiene il perdono di Cesare. Nel 44, dopo l’uccisione di Cesare, torna alla vita politica; inizia la lotta contro Antonio (Filippiche). Dopo il voltafaccia di Ottaviano, che, abbandona la causa del senato, e stringe in triumvirato Antonio e Lepido, il nome di Cicerone finisce nella liste di proscrizione. Viene ucciso dai sicari di Antonio nel dicembre del 43.

Opere Orazioni: De imperio Cn. Pompei o pro lege Manilia (66); Catilinarie (63); Pro Milone (52);Philippicae (44-43)…

Opere retoriche: De oratore (55); Brutus (46); Orator(46)…

Opere politiche: De re publica (54-51); De legibus(52-?).

Opere filosofiche: Cato maior di senectute (44); Laelio de amicitia (44); De Officiis;

Epistolario: Ad Quintum fratrem; Ad Atticum; Ad Familiarem

Fonti Per la conoscenza della vita e delle opere, le fonti principali sono rappresentate dalle sue stesse opere, soprattutto l’epistolario, dal Brutus, da diverse orazioni. Importante anche la biografia di Cicerone scritta da Plutarco.

1.Tradizione e innovazione nella cultura romana

Cicerone è protagonista e testimone della crisi che porta al tramonto della repubblica; egli elabora un progetto nel vano tentativo di porvi rimedio. La sua rimane un’ottica di parte, legata la progetto di egemonia di un blocco sociale (sostanzialmente i ceti possidenti): un’ottica che, per rendersi accetta, deve saper profittare anche degli artifici che possono offrire le tecniche di comunicazione. Cicerone mette a frutto tali artifici nelle orazioni e li teorizza nei trattati retorici: ricollocata nel proprio tempo la sua ars dicendi si spoglia dei tratti di vana ampollosità di cui l’ha rivestita il ciceronianesimo scolastico, per rivelarsi una tecnica produttiva e sapiente, funzionale al dominio dell’uditorio e alla regìa delle sue passioni.

Procedendo negli anni ha progressivamente sentito sempre più forte la necessità di riflettere, rifacendosi al pensiero ellenistico sui fondamenti della politica e della morale.

Il fine delle sue opere filosofiche è lo stesso che ispira alcune delle orazioni più significative: dare una solida base ideale, etica, politica ad una classe dominante il cui bisogno di ordine non si traduca in ottuse chiusure, il cui rispetto per il mos maiorum non impedisca l’assorbimento della cultura greca; una classe dominante che l’assolvimento dei doveri verso lo stato non renda insensibile ai piaceri di un otium nutrito di arti e letteratura, né, in generale, di quello stile di vita garbatamente raffinato che si riassume nel termine humanitas.

2. L’egemonia della parola: carriera politica e pratica oratoria

L’attività oratoria di Cicerone si intreccia indissolubilmente con le vicende politiche di Roma nell’ultimo cinquantennio della repubblica.

Rientrato a Roma dopo la morte di Silla, ricoprì la questura in Sicilia nel 75. Si conquistò fama di governatore onesto e scrupoloso, tanto che, nel 70, i siciliani gli proposero di sostenere l’accusa nel processo da essi intentato contro l’ex governatore Verre, il quale aveva sfruttato la provincia con incredibile rapacità. Dopo solo pochi giorni dal dibattimento, Verre schiacciato dalle accuse , fuggì dall’Italia e venne condannato in contumacia.

Cicerone successivamente pubblicò la cosiddetta Actio secunda in Verrem, che rappresenta fra l’altro un documento storico di grande importanza per conoscere i metodi di ciu si serviva l’amministrazione romana nelle province. Gli aristocratici romani avevano bisogno di ingenti quantità di denaro per finanziare le forme di "liberalità" (cioè corruzione) necessarie a promuovere la loro carriera politica.

Lo stile delle Verriane è già pienamente maturo; Cicerone ha eliminato alcune esuberanze e ridondanze. Il periodare è per lo più armonioso, ma complesso; la sintassi è estremamente duttile, e non rifugge, quando è il caso ad un fraseggio conciso e martellante. La gamma dei registri è dominata con piena sicurezza , dalla narrazione semplice e piana al racconto ricco di colore, dall’ironia arguta al pathos tragico.

Entrato in senato dopo la questura, Cicerone nel 66, l’anno della pretura, parlò del favore progetto di legge del tribuno Manilio che prevedeva la concessione a Pompeo di poteri straordinari su tutto l’Oriente: un provvedimento reso necessario dall’urgenza di affrontare Mitridate, Re del Ponto.

Cicerone insisté soprattutto sull’importanza dei vectigalia (tributi) che affluivano dalle province orientali: di tale beneficio la popolazione di Roma sarebbe stata privata se Mitridate avesse continuato nella sua azione. Nella De imperio Cn. Pompei, poi ripudiata dallo stesso Cicerone, si è voluto vedere il suo punto massimo di avvicinamento alla politica dei populares. In realtà più che agli interessi del popolo, Cicerone difendeva tuttavia quelli dei pubblicani, i titolari delle compagnie di appalto delle imposte. I pubblicani costituivano un gruppo laeder all’interno dell’ordine equestre, dal quale proveniva Cicerone. Ma è vero piuttosto che egli aveva bisogno del loro sostegno per cementare quella concordia dei ceti abbiente nella quale incominciava a scorgere la via d’uscita dalla crisi che minacciava la repubblica.

Ma le più celebri tra le orazioni consolari sono le quattro Catilinarie, con le quali Cicerone, durante il suo consolato nel 63, svelò le trame sovversive che il nobile decaduto Catilina aveva ordito una volta vistosi sconfitto nella competizione elettorale, lo costrinse a fuggire da Roma e giustificò la propria decisione di far giustiziare i suoi complici senza processo. Sul piano letterario, spicca la I Catilinaria, nella quale Cicerone attacca Catilina di fronte al senato; fece ricorso a un artificio retorico che in precedenza non aveva mai impiegato: l’introduzione di una "prosopopea" ("personificazione") della Patria, che è immaginata rivolgersi a Catilina con parole di aspro biasimo. Da allora in poi, sarebbe stato il teorizzatore di quella concordia ordinum che lo aveva portato al potere.

Negli anni successivi Cicerone non cessò di esaltare la funzione storica del proprio consolato e della lotta contro Catilina. Il I triumvirato segnò tuttavia un declino delle sue fortune politiche. Un tribuno Clodio, presentò nel 58 una legge in base alla quale doveva essere condannato all’esilio chi avesse fatto mettere a morte dei civis romani senza processo. La legge mirava a colpire l’operato di Cicerone. Non più sostenuto dalla nobiltà e da Pompeo, Cicerone dovette abbandonare Roma. Richiamato dall’esilio nel 57, trovò la città in preda all’anarchia: si fronteggiavano, in continui scontri di strada, le opposte bande di Clodio e di Milone (difensore della causa degli ottimati e amico di Cicerone).

In questo contesto elaborò una nuova versione della propria teoria sulla concordia dei ceti abbienti. In quanto la semplice intesa fra il ceto senatorio ed equestre, la concordia ordinum, si era rivelata fallimentare: Cicerone ne dilata ora il concetto in quello di consensus omnuim bonorum, cioè la concordia attiva di tutte le persone agiate e possidenti, amanti dell’ordine politico e sociale, pronte all’adempimento dei propri dei doveri nei confronti della patria e della famiglia.

Dovere dei boni sarà non rifugiarsi egoisticamente nel perseguimento dei proprio interessi provati, ma fornire sostegno attivo agli uomini politici che rappresentano la loro causa. L’esigenza largamente avvertita in Roma di un governo più autorevole, spinge tuttavia Cicerone a desiderare che il senato e i boni, per superare le loro discordie si affidino alla guida di personaggi eminenti, di grande autorevolezza: una teoria che verrà approfondita nel De re publica. In quest’ottica si spiega probabilmente l’avvicinamento ai triumviri che Cicerone compie in questi anni, nella speranza di condizionare l’operato, e di far si che il loro potere non prevarichi su quello del senato ma si mantenga nei limiti delle istituzioni repubblicane.

Gli scontri fra le bande di Clodio e di Milone si protrassero a lungo: nel 52 Clodio rimane ucciso. Cicerone si assunse la difesa di Milone (Pro Milone). L’orazione è considerato uno dei suoi capolavori, per l’equilibrio delle parti e l’abilità delle argomentazioni, basate sulla tesi della legittima difesa e sulla esaltazione del "tirannicidio". Ma, nella forma in cui ci è conservata, si tratta di un radicale rielaborazione compiuta successivamente.

Dopo l’uccisione di Cesare, che salutò con giubilo, Cicerone tornò ad essere un uomo politico di primo piano. I pericoli per la repubblica non erano finiti: ma la manovra politica di Cesare tendeva a staccare Ottaviano da Antonio e a riportare il primo sotto le ali protettrici del senato; per indurre il senato a dichiarare guerra ad Antonio e a dichiararlo nemico pubblico cicerone pronunciò contro di lui, dal 44, le orazioni Filippiche, forse in numero di 18. La manovra politica di Cicerone era destinata al fallimento. Con un brusco voltafaccia, Ottaviano si sottrasse alla tutela del senato, e strinse un accordo con Antonio e un altro capo cesariano, Lepido (II triumvirato). Antonio pretese e ottenne la testa di Cicerone.

Nonostante le molte oscillazioni, la carriera politica di Cicerone seguì un filo coerente. L’homo novus si accostò alla nobilitas nel contesto di un generale avvicinamento fra senato ed equites, ed anche in seguito, rimase fedele all’ideale della concordia e alla causa del senato; il tentativo di collaborazione con i triumviri fu una risposta al diffuso bisogno di un governo autorevole, e anche in questo caso Cicerone si preoccupò da salvaguardare il prestigio e le prerogative del senato.

3. L’egemonia della parola: le opere retoriche

Quasi tutte le opere retoriche sono state scritte dopo il ritorno dall’esilio; esse nascono dal bisogno di una risposta politica e culturale alla crisi.

Il De oratore venne composto nel 55; in forma di dialogo,è ambientato nel 91, e ci prendono parte alcuni tra i più insigni oratori dell’epoca, fra i quali Marco Antonio, nonno del triumviro, e Lucio Licinio Crasso (sostanzialmente il portavoce dello stesso Cicerone). Nel libro I Crasso sostiene, per l’oratore, la necessità di una vasta formazione culturale. Antonio gli contrappone l’ideale di un oratore più istintivo e autodidatta, la cui arte si fondi sulla fiducia nelle proprie doti naturali, sulla pratica del foro e sull’esempio degli oratori precedenti. I libri II e III passano alla trattazione di questioni più analitiche.

La scelta del 91 ha un significato preciso: precede di poco lo scoppio della guerra sociale e di lunghi conflitti civili tra Mario e Silla. La crisi dello stato è un’ossessione incombente su tutti i partecipanti al dialogo.

Cicerone si è sforzato di ricreare l’atmosfera degli ultimi giorni di pace dell’antica repubblica. Il modello a cui si ispira è sostanzialmente quello del dialogo platonico: Cicerone ha saputo creare un’opera viva e interessante, che, per quanto basata su una perfetta conoscenza della letteratura specialistica greca, si nutre dell’esperienza romana e conserva uno stretto rapporto con la pratica forense. A sintetizzare le tesi principale dell’opera potrebbe valere un’espressione di Sulpicio, uno dei partecipanti al dialogo: "non l’eloquenza è nata dalla teoria retorica, ma la teoria retorica dalla eloquenza" (I. 146).

In quest’ottica, il talento, la tecnica della parola e del gesto e la conoscenza delle regole retoriche non possono ritenersi bastevoli per la formazione dell’oratore: si richiede, invece, una vasta formazione culturale. Crasso insiste perché probitas e prudentia siano saldamente radicate nell’animo di che dovrà apprendere l’arte della parola. La formazione dell’oratore viene in tal modo a coincidere con quella dell’uomo politico della classe dirigente: un uomo di cultura non specialistica, ma di vasta cultura generale, capace di padroneggiare l’arte della parola e di persuade_ re i propri ascoltatori.

Nel 46 Cicerone riprese le tematiche del De Oratore in un trattato più esile, l’Orator; disegnando il ritratto dell’oratore ideale, l’autore sottolinea i tre fini ai quali l’arte deve indirizzarsi: probare (prospettare la tesi con argomenti validi), delectare (produrre con le parole una piacevole impressione estetica), flectere (muovere le emozioni attraverso il pathos). Ai tre fini corrispondo i tre registri stilistici che l’oratore dovrà sapere alternare: umile, medio e elevato o "patetico".

La rivendicazione della capacità di muovere gli affetti come compito sommo dell’oratore nasceva dalla polemica nei confronti della tendenza "atticista", i cui sostenitori rimproveravano a Cicerone di non aver preso le distanze sufficienti dell’ "asianesimo": le accuse si riferivano alla ridondanze del suo stile oratorio, al frequente uso di "figure"… Sul contrasto Cicerone prese posizione nel dialogo Brutus, dedicata Marca Bruto, uno dei principali esponenti delle tendenze atticistiche. Nel Brutus Cicerone, assumendosi il ruolo di principale interlocutore, disegna una storia dell’eloquenza greca e romana, dimostrando doti di storico della cultura e fine critico letterario. Dato il carattere fondamentalmente autoapologetico del Brutus, si comprende come la storia dell’eloquenza culmini in una rievocazione delle tappe della carriera oratoria di Cicerone. L’ottica con cui guarda al passato dell’oratoria è quella di una rottura degli schemi tradizionali che contrapponevano i generi di stile cui asiani ed atticisti erano tenacemente attaccati: il successo dell’oratore di fronte all’uditorio è il criterio fondamentale in base al quale valutare la riuscita stilistica. Gli atticisti sono criticati per il carattere troppo freddo e intellettualistico della loro eloquenza: essi ignorano l’arte di trascinare gli ascoltatori. La grande oratoria "senza schemi" ha il suo modello in Demostene: in lui si riconosce il più perfetto modello dell’eloquenza attica.

4. Un progetto di stato

Il modello del dialogo platonico ritorna con maggiore evidenza nel De re publica. Non cercò di costruire a tavolino uno stato ideale, come Platone fece nella Repubblica: Cicerone si proiettò nel passato, per identificare la migliore forma di stato nella costituzione romana del tempo degli Scipioni.

Il dialogo si svolge nel 129, nella villa di Scipione Emiliano che con l’amico Lelio è una dei principale interlocutori. La ricostruzione è ipotetica per le condizioni frammentarie conci il dialogo ci è stato conservato: una parte cospicua venne ritrovata, agli inizi dell’800, dal futuro cardinale Angelo Mai. Nel I libro Scipione parte dalla dottrina aristotelica delle tre forme fondamentali di governo (monarchia, aristocrazia, democrazia) e della loro necessaria degenerazione nelle forme estrema, rispettivamente tirannide, oligarchia e oclocrazia (governo della "feccia" del popolo). Riprendendo una tesi d Polibio, Scipione mostra come lo stato romano dei maiores si salvasse da quella necessaria degenerazione per il fatto di aver saputo contemperare le tre forme fondamentali: l’elemento monarchico si rispecchia nel consolato, l’elemento aristocratico nel senato, l’elemento democratico nell’istituzione dei comizi.

La teoria del regime "misto" risaliva, attraverso Polibio allo stesso Aristotele. Nella versione di Scipione, il contemperamento delle tre forme fondamentali non avviene tuttavia in proporzioni paritetiche. All’elemento democratico Scipione guarda con evidente antipatia, la considera una "valvola di sicurezza" per scaricare e sfogare le passioni irrazionali del popolo.

Non è facile precisare in che modo veniva delineata la figura del princeps, ma alcuni punti sono assodati: il singolare si riferisce al "tipo" dell’uomo politico eminente, non alla sua unicità; Cicerone sembra pensare a una elìte di personaggi eminenti che si ponga alla guida del senato e dei boni. Ciò significa che Cicerone non prefigura esiti "augustei", ma intende mantenere il ruolo del princeps all’interno dei limiti della forma statale repubblicana: pensa alla coagulazione del consenso politico intorno a leader prestigiosi. L’autorità del princeps no è alternativa a quello del senato, ma ne è il sostegno necessario per salvare la res publica.

Perché la sua autorità non ecceda, il princeps dovrà armare il proprio animo contro tutte le passioni egoistiche – il desiderio di potere e il desiderio di ricchezza - . cicerone disegna così l’immagine di un dominatore-asceta, rappresentante in terra della volontà divina, rinsaldato nella dedizione al servizio dello stato dalla sua despicientia verso le passioni umane.

Ispirandosi a Platone, che alla Repubblica aveva fatto seguire le Leggi, Cicerone completò il dialogo sullo stato con De legibus, iniziato nel 52. Nel I libro Cicerone espone la tesi storica secondo la quale la legge non è sorta per convenzione, ma si basa sulla ragione innata in tutti gli uomini ed è perciò data da dio. Nel II l’esposizione delle leggi che dovrebbero essere in vigore nel migliore degli stati si basa – qui la differenza con Platone – non su una legislazione utopistica, ma sulla tradizione legislativa romana, che ha i suoi punti di riferimento nel diritto pontificio e sacrale.

5. Una morale per la società romana

E’ nel 45 che i lavori filosofici si infittiscono in maniera incredibile, e ciò in coincidenza con eventi dolorosissimi nella vita di Cicerone: la morte della figlia, ma anche la dittatura di Cesare che lo aveva privato di una qualunque ingerenza negli affari pubblici. Divenuto quasi indifferente alle vicende politiche, vive in solitudine, e si tuffa completamente nella composizione di opere filosofiche.

Lo sforzo di Cicerone si muove in generale, nel senso di ripensare tutto il corpus di metodi, teorie, cresciuto entro le scuole filosofiche ellenistiche per ricomporlo in un blocco di senso comune: egli intende così offrire un punto di riferimento alla classe dirigente romana, nella prospettiva di ristabilirne l’egemonia sulla società. Ma originale in Cicerone è nella scelta dei temi, nel taglio degli argomenti, perché nuovi sono i problemi che la società pone, e nuovi gli interrogativi che egli pone ad essa: ricucire le membra lacerate del pensiero ellenistico, per trarne fuori una struttura ideologica efficacemente operativa nei confronti della società romana.

Il suo metodo: esporre le diverse opinioni possibili e metterle a confronto per vedere se alcune siano più coerenti e probabili di altre. L’eclettismo filosofico di Cicerone obbedisce alle esigenze di metodo rigoroso, che si sforza di stabilire fra le diverse dottrine un dialogo dal quale sia bandito ogni spirito polemico. La stessa ideologia della humanitas, alla cui elaborazione Cicerone dette un contributo notevolissimo, invitava a un atteggiamento intellettuale di aperta tolleranza. Lo spuntarsi della vis polemica, la rinuncia a qualsiasi asprezza nel contraddittorio , la tendenza a presentare le proprie tesi solo come opinioni personali, l’uso insistito di formule di cortesia: sono tutti tratti rivelatori dei costumi di una cerchia sociale elitaria, preoccupata di elaborare un proprio codice di "buone maniere".

Ma l’eclettismo ciceroniano mostra una chiusura radicale verso l’epicureismo. I motivi dell’avversione sono soprattutto due, fra loro connessi:la filosofia epicurea conduce al disinteresse per la politica, mentre dovere dei boni è l’attiva partecipazione alla vita pubblica; inoltre, l’epicureismo esclude la funzione provvidenziale della divinità e indebolisce così i legami della religione tradizionale, che per Cicerone rimane la base fondamentale dell’etica.

Il confronto tra i diversi sistemi filosofici trova uno particolarmente esteso nel De finibus bonorum et malorum. Cicerone riconosceva che lo stoicismo forniva la base morale più solida all’impegno dei cittadini verso la collettività; ma da uno stoico intransigente come Catone, o da un accademico della morale rigorosa come Bruto, si sentiva lontano per cultura e per gusti: il loro rigore etico gli appariva anacronistico. L’eclettismo ciceroniano significa anche apertura e simpatia verso filosofie moderatamente aperte al piacere; e il probabilismo accademico forniva la base teoretica al suo tentativo di conciliare tendenze diverse.

Un posto particolare occupano i due brevi dialoghi Cato maior de senectute e Laelius de amicizia, composti nel 44. Nel primo, nel personaggio di Catone, che sceglie come portavoce, Cicerone trasfigura l’amarezza per una vecchiaia la quale sembra soprattutto temere la perdita della possibilità di intervento politico. Nella sua vecchiaia si armonizzano in maniera perfetta il gusto per l’otium e la tenacia dell’impegno politico, due opposte esigenze che Cicerone ha invano cercato di conciliare nell’arco della vita.

Nel secondo, Lelio ha modo di intrattenere i propri interlocutori sulla natura e sul valore dell’amicizia stessa. Amicitia, per i romani, era soprattutto la creazione di legami personali a scopo politico. La novità consiste nello sforzo di allargare la base sociale delle amicizie al di là della cerchia ristretta della noblitas. La fiducia in un rinnovato sistema di valori, in cui l’amicizia occupi un ruolo centrale, deve servire a cementare la coesione dei boni,; ma l’amicizia propagandata dal Lelius non è solo politica: si avverte, in tutta l’opera, un disperato bisogno di rapporti sinceri, quali Cicerone, preso nel vortice delle convenienze della prassi politica, poté provare solo con poche persone. Rimane aperto, tuttavia, uno iato fra una concezione elevata della morale e della virtù e l’imprescindibile realtà della prassi politica: l’amicitia rivela alcune ambiguità, nel mostrarsi insieme come ideale di vita allietata da affetti fraterni, e come proposta di forme più o meno velate di convivenza fra sostenitori dell’ordine sociale.

La virtù fondamentale era costituita, per Panezio, dalla socialità, in cui alla tradizionale virtù cardinale della giustizia si affiancava la beneficenza. La beneficenza teorizzata di Panezio corrispondeva perfettamente allo stile di vita degli aristocratici romani, che – attraverso gli officia e l’elargizione nei confronti dei concittadini – sapevano procurarsi un seguito politico capace di innalzarli alle più alte cariche dello stato; naturalmente ciò, gia per Panezio, poneva seri problemi, e di maggiori al tempo di Cicerone: troppe volte si era visto come la largitio, o in generale la corruzione della masse mediante proposte demagogiche, potesse essere un mezzo pericolosissimo nelle mani di individui senza scrupoli, decisi a fare dello stato un loro possesso privato. Perciò Cicerone sottolinea chela beneficenza non deve essere posta al servizio delle ambizioni personali. Alla virtù cardinale della fortezza Panezio aveva sostituito la magnanimità ("grandezza d’animo"), una virtù signorile che scaturisce da un naturale istinto a primeggiare sugli altri, e risplende nella capacità di imporre il proprio dominio di cui da tempo il popolo romano ha dato prova di fronte al mondo. A fondamento della magnitudo animi il De offciis pone un disprezzo quasi ascetico per tutti i beni terreni, come gli onori, la ricchezza, il potere; il conquistare vantaggi agli amici o allo stato ha come presupposto, in chi li conquista, un energico controllo del desiderio personale. In ciò è evidente la volontà di sottoporre a forti vincoli una virtù che, può divenire la passione specifica della tirannide: mentre Cicerone scriveva, l’esempio di Cesare era ancora sotto gli occhi.

Compito della ragione è di controllare gli istinti, di trasformarli in virtù, svuotandoli di quanto essi c’è di egoistico e prevaricatorio; una volta trasformato in virtù, l’istinto può mettersi al servizio dello stato e della collettività; se la trasformazione non avviene, è aperta la strada all’anarchia e alla tirannide.

Nel sistema etico del De offciis, il regolatore generale degli istinti e delle virtù è costituito dall’ultima virtù , la temperanza: all’esterno, agli occhi degli altri, essa si manifesta come in un apparenza di appropriata armonia dei pensieri, dei gesti, delle parole, che assume il nome di decorum. Ciò significa un ideale di aequabilitas, quasi uniformità, possibile solo per chi abbia saputo sottomettere i propri istinti al saldo controllo della ragione.

Una delle novità interessanti nel modello etico proposto nel De officiis è il fatto che il concetto di decorum permette di fondare anche la possibilità di una pluralità di scelte di vita. L’appropriatezza delle azioni e dei comportamenti che si pretende dell’individuo, ha infatti le sue radici nelle qualità personali, nelle disposizioni intellettuali di ognuno. Come gli attori del teatro, ognuno dovrà recitare nella vita la parte che meglio si addice al proprio talento: di qui la legittimazione di scelte di vita anche diverse da quelle tradizionale del perseguimento delle cariche pubbliche, purché chi le intraprenda non dimentichi i suoi doveri verso la collettività. Si fa trasparente l’improponibilità ormai consolidata del modello aristocratico arcaico, che vedeva nel politica e nel servizio verso lo stato l’unica vera attività veramente degna di un Romano.

6. Cicerone prosatore: lingua e stile

Come quella di Lucrezio, l’opzione di Cicerone era fondamentalmente "puristica": evitare il grecismo. Di qui una costante e accanita sperimentazione lessicale nella traduzione dei termini greci. Risultato fu l’introduzione di molte nuove parole; Cicerone gettò in tal modo le basi di quel lessico astratto destinato a divenire patrimonio della tradizione culturale europea: per esempio qualitas, essentia e così via.

Il contributo più notevole all’evoluzione della prosa europea fu nella creazione di un tipo di periodo complesso e armonioso, fondato sul perfetto equilibrio e rispondenza delle parti, il cui modello egli trovò in Demostene. La creazione di un simile periodo comportava l’eliminazione delle incoerenze nella costruzione, degli anacoluti, delle "costruzioni a senso" e delle altre forme di incongruenze che la prosa arcaica latina aveva ereditato dal linguaggio colloquiale. Veniva poi l’organizzazione delle frasi in ampie unità che manifestassero un’accurata ed esplicita subordinazione delle varie parti rispetto al concetto principale: sostituzione della paratassi (coordinazione) con quella l’ipotassi

(subordinazione).

L’aspetto che più colpisce il lettore è sicuramente la varietà dei toni e dei registri stilistici che entrano in gioco con grande mobilità di effetti. Ad ogni livello di stile (vedi par. 3), ad ogni diverso registro espressivo corrisponde una collocazione della parole adeguata. Va detto che la disposizione verbale è sempre accuratamente tale da realizzare il numerus. Nella pratica, il numerus agisce da sistema di regole metriche adatte alla prosa, in modo che i pensieri gravi trovino un andamento solenne e sostenuto e invece il discorso piano un’intonazione famigliare. La sede specializzata per questi effetti metrico-ritmici è la clausola, parte finale del periodo in cui l’orecchio dell’ascoltatore deve sentirsi impressionato dagli effetti suggeriti dalla successione di piedi.

7. Le opere poetiche

L’opera poetica più fortunata di Cicerone furono gli Aratea, una traduzione in esametri dei Fenomeni di Arato. I poemi epici: il Marius, che cantava le gesta dell’altro grande arpinate (opera giovanile).

Per quel che appare dai resti della sua produzione giovanile in versi, le prime prove poetiche di Cicerone la farebbero definire un precursore dei neoterici, incline ad un certo sperimentalismo: poeta di tipo ellenisitico, ma non molto lontano da quella che era stata la poetica di Lucilio.

Ben presto i suoi gusti dovettero farsi più tradizionalisti (vincolandosi al modello arcaico di Ennio) fino all’ostilità verso i "poeti moderni". La sua influenza di versificatore fu significante almeno per gli aspetti tecnico-artistici: egli contribuì non poco a regolarizzare l’esametro latino (posizione delle cesure nel verso e specializzarsi di certe forme metrico-verbali in clausola); echi si avvertono in Lucrezio, in Virgilio georgico, finanche in Orazio e Ovidio. Il maestro dell’ampio e articolato periodare prosastico favorì in poesia lo sviluppo dell’enjambement e della tecnica dell’ "incastro verbale".

Grazie all’enjabement il compimento logico-sintattico del pensiero è rinviato la verso successivo, coll’anticipare o ritardare ad arte alcune parole e col risultato di allargare il "respiro" della frase: superata la statica coincidenza tra unità metrica (i 6 piedi dell’esametro) e unita di senso, la sequenza dei pensieri sa efficacemente debordare dalla chiusa misura del verso invadendo, per così dire, lo spazio del verso successivo. Un altro affetto di intensificazione artistica è realizzato dallo "incastro verbale", in cui due parole strettamente legate tra loro sono separate per l’interposizione di altre parole; in versi come "aestiferos validis ermpit flatibus ignes" o " extremis medio contingens corpore terras", in cui la disposizione dell’aggettivo ed inizio verso ed sostantivo realizza una sensibile divaricazione espressiva e chiude "in cornice" l’intero verso.

8. L’epistolario

Si è conservata una cospicua quantità delle lettere che egli scrisse ad amici e conoscenti. L’epistolario ciceroniano si compone,nella forma in ci è arrivato, di 16 libri Ad familiare, 16 libri Ad Atticum (il miglior amico), 3 libri Ad Quintum fratrem e 2 libri Ad Marcum Brutum, per un totale di 900 lettere.

La varietà dei contenuti, delle occasioni e dei destinatari si rispecchia in quella dei toni: Cicerone è a volte scherzoso, a volte preoccupato fino all’angoscia per le vicende politiche e personali, a volte sostenuto e impegnato.

Si tratta di lettere "vere": quando le scrisse non pensava a una loro pubblicazione; perciò ci mostrano un Cicerone "non ufficiale", che nelle confidenze private rivela apertamente i retroscena della sua azione politica, i dubbi, le incertezze, gli alti e bassi di umore. Il carattere di "epistolario reale" ha i suoi riflessi anche sullo stile, che è molto diverso da quello delle opere destinate alla pubblicazione: Cicerone non rifugge da un periodare spesso ellittico, gergale, denso di allusioni, abbondante di grecismi e di colloquialismi; la sintassi denuncia molte paratassi e parentesi,il lessico è costellato di parole pittoresche e ibridi greca-latini. E’ una lingua che rispecchia piuttosto fedelmente il sermo cotidianus delle classi elevate di Roma.

Non va dimenticato l’eccezionale valore storico dell’epistolario, che a volte permette di seguire giorno per giorno l’evolversi degli avvenimenti politici. Grazie all’epistolario di Cicerone, l’epoca in cui egli visse è quella di tutta la storia antica che ci è nota nella maniera dettagliata. Cornelio Nipote poté parlare dei quell’epistolario come di una historia contexta eorum temporum.

9. La fortuna

Già i contemporanei si divisero fa estimatori e detrattori di Cicerone: fra i secondi vanno ricordati Asinio Pollione e , soprattutto per i gusti stilistici, Sallustio.

Per il Medioevo cristiano Cicerone è uno dei massimi mediatori delle idee e dei valori della civiltà antica, maestro di filosofia e di arte retorica. Dante ne ricorda soprattutto le opere filosofiche. Col primo umanesimo, l’interesse – spesso critico – per la figura umana e storica va ad aggiungersi all’ammirazione per lo scrittore. In personaggi come Petrarca (che scoprirà parte dell’epistolario), la riflessione sull’esperienza ciceroniana alimenta anche la tensione sempre viva fra vita attiva e vita contemplativa, impegno politico e ritiro negli studi filosofici. L’Umanesimo e il Rinascimento conoscono una lunga polemica di stile fra ciceroniani e anti-ciceroniani ( fra quest’ultimi si annoverano intellettuali come Poliziano ed Erasmo. Il ciceronianesimo fanatico morì abbastanza presto, dopo aver trovato un autorevole campione in Pietro Bembo; la successiva cultura europea erediterà l’idea del primato dell’eloquenza e della retorica, il culto e l’imitazione dei classici: anche di qui le difficoltà della formazione di una vera prosa storica e scientifica.

Nell’epoca moderna egli ha contribuita soprattutto ad alimentare il moderatismo politico: l’odio per la tirannia unito al disprezzo per il volgo, il culto della libertà unito al rifiuto dell’eguaglianza e al disprezzo per la democrazia.

VARRONE

Vita Marco Terenzio Varrone nacque nel 116 a.C., a Rieti. fu questore nell’85, e successivamente tribuno della plebe e pretore. Fu al seguito di Pompeo, legato in Spagna. Nel 46 Cesare gli affidò l’incarico di allestire una grande biblioteca; nel 43 venne proscritto, ma fu salvato. morì nel 27 a. C.

Opere Opere conservate: De lingua latina; De re rustica.

Opere di cui possediamo frammenti:

In versi o prosimetriche: Saturae Menippeae, conserviamo circa 90 titoli.

In prosa: Antiquates, divisi in 35 libri Rerum Humanorum, in 16 libri Rerum Divinarum; Annales...

Fonti Oltre alla Cronaca di Girolamo, sono lo stesso Varrone i suoi contemporanei: Cicerone, Cesare... Inoltre Appiano e l’erudito Aulo Gellio.

La composizione delle opere antiquarie di Varrone cade più o meno negli stessi anni in cui Cicerone si dedicava alla stesura delle sue opere filosofiche: pare convincente l’ipotesi che anche Varrone si proponesse il compito di fornire una risposta intellettuale e culturale alla crisi che Roma andava attraversando: l’amore per il passato era profondamente venato di nostalgia: vede come decadenza la storia romana almeno dell’ultimo secolo e guarda all’espansione dei consumi come a un fattore di corruzione.

Si è supposto che Varrone si pone sulla linea tracciata dal filosofa greco Posidonio di Apamea, il quale avrebbe individuato le ragioni della superiorità dei Romani nella loro capacità di assimilare il meglio delle civiltà straniere con,le quali erano venuti a contatto.

Nell’Antiquitates trovava illustrazione e ordine quasi tutto il patrimonio della civiltà latina: il proposito era una rassegna sistematica della vita romana nelle sue connessioni col passato. L’eredità varroniana fu preziosissima per la cultura augustea e per tutta la successiva ricerca antiquaria ed erudita.

Le Antiquitates (lo schema dell’opera ci è arrivato da Agostino nel De civitate Dei) si articolavano nelle Res humanae, nelle Res divinae. le 4 sezioni delle Res humanae trattavano successivamente degli uomini, dei luoghi, dei tempi, delle cose. La stessa suddivisione era mantenuta nelle prime 4 sezioni della seconda parte dell’opera; la quinta e ultima aveva per oggetto gli stessi dei.

Le Res humanae incontrarono eccezionale successo. Cicerone ne tesse gli elogi, e lo stesso Virgilio le utilizzò per costituire la leggenda dell’Eneide.

Nel Res divinae Varrone distingueva tre modi di concepire la divinità: una teologia "favolosa", comprendente i racconti della mitologia e le loro rielaborazioni a opera dei poeti; una teologia "naturale", cioè l’insieme delle teorie dei filosofi sulla divinità: esse devono restare possesso esclusivo degli intellettuali della classe dirigente; e non essere diffusa fra il popolo, perché potrebbe minare il concetto di "santità" delle istituzioni statali; infine la teologia "civile", che concepisce la divinità nel rispetto di un’esigenza politica, ed è pertanto utile allo stato. Varrone riprendeva dalla teologia storica questa ripartizione, ma la piegava a interessi attuali: la necessità politica di conservare il patrimonio culturale della religione romana, anche senza accettarne il credo. per Varrone la religione, con i sui culti e i suoi rituali, è una creazione egli uomini.

La storia, come è concepita nelle Antiquitates è soprattutto storia di costumi, di istituzioni, anche di mentalità; è la storia collettiva del popolo romano sentito come organismo unitario in evoluzione. Solo nel quadro di questa vicenda collettiva i magni viri trovano il loro posto e hanno diritto alla memoria dei posteri. Che lo stato romano fosse creazione del popolo intero era del resto l’idea di Cicerone nel De re publica, che a sua volta risaliva a Catone.

La composizione delle Saturae Menippeae dové iniziare presto (80 a. C.) e si protrasse a lungo. Il tema della tristezza dei tempi e della decadenza dei costumi romani doveva essere effettivamente diffuso nelle Menippeae; la satira acre dei vizi dei contemporanei era l’altro risvolto dello sguardo rivolto al passato. Così Varrone veniva a trovarsi inaspettatamente vicino ad alcune tematiche della predicazione popolare dei filosofi ellenistici: trovò perciò un modello in Menippo di Gàdara: in lui trova la mescolanza di realismo crudo e libera immaginazione fantastica, ed anche il tono amaro e tagliente della predicazione popolare. Altri modelli nelle Saturae di Ennio e Lucilio; fortissimo l’influsso di Plauto (l’autore più citato nelle Menippeae). nella letteratura latina, dettero inizio al genere letterario al quale si ricollegheranno il Satyricon di Petronio e la Apokolokyntosis di Seneca.

Quintilliano nell’ottica di una satira tota nostra ignorava ogni precedente greco, ma le nostre testimonianze non mancano di denunciare il rapporto di imitazione ed emulazione che lega Varrone a Menippo.

Il più importante fattore di identità sembra affidato alla tecnica del prosimetro, quell’irregolare successione di prosa e verso all’interno della narrazione che è del tutto abnorme alla pratica consueta. Ciò che soprattutto distingue la menippea da altre forme prosimetriche è la sostanziale integrazione del verso nel contesto narrativo della fabula: l’episodio metrico, insomma non si limita di solito a commentare "liricamente" lo svolgersi degli eventi raccontati. Se la satira di Seneca dà tutta l’impressione di un fondo colloquiale più costante, appare veramente vario e irriducibile l’impasto linguistico di Varrone.

Il virtuosismo varroniano si traduce in un’inesauribile creatività verbale di stampo plautino. Ma l’autentico segnale di genere è i ricorso ad una folla di stilemi greci, che connotano convenzionalmente la forma di un apparente parlato estemporaneo. Nella ricerca comica della menippea sta inscritto anche un continuo effetto metaletterario: il testo satirico, con consapevolezza e con distaccata malizia, guarda ironico ai modelli della poesia "grande" e alle regole secondo cui sono costruiti.

Della sterminata produzione di Varrone poco ci è rimasto Incontrò durante tuta l’antichità una fortuna incredibilmente vasta e continua, tale da essere paragonata a quella di Cicerone e Virgilio.

Quanto agli eruditi successivi, il loro debito verso Varrone è eccezionalmente vasto.

Il trionfo del Cristianesimo dette nuovo lustro alla fama di Varrone: fu lui il bersaglio polemico di Girolamo ed Agostino, lui il teorizzatore più perfetto della religione pagana, doveva essere conosciuto a fondo per essere meglio combattuto.

Petrarca lo definirà "il terzo grande lume romano", dopo Cicerone e Virgilio; al sommo oratore e al sommo poeta è accostato il sommo erudito.

CORNELIO NEPOTE

Vita Cornelio Nepote nacque nella Gallia Cisalpina, probabilmente intorno al 100 a. C. Si stabilì a Roma dove si diede a una vita di studi. Prima dl 32 Nepote pubblicò la prima edizione della sua opera principale, il De viris illustribus. Morì forse dopo il 27.

Opere Si è conservata una parte dell’opera più vasta di Nepote il De viris illustribus, una raccolta di biografie che doveva abbracciare almeno 16 libri; ci rimangono il libro sui comandanti militari stranieri; e le biografie di Catone e Attico, tratte dal libro sugli storici latini.

Fonti La data di nascita si ricava da alcune notizie indirette, dalla Cronaca di Girolamo. Per la data di morte ci si affida a Plinio il Vecchio, il quale afferma che Nepote morì "sotto i principato di augusto".

Quanto ci rimane del De viris illustribus è solo una piccola parte di quella che doveva essere l’impresa più vasta e ambiziosa di Nepote: una grande raccolta di biografie costruita con l’intento di fare di questo genere letterario il veicolo di confronto sistematico fra la civiltà greca e romana. Cornelio Nepote raggruppava i suoi personaggi secondo categorie "professionali" (re, condottieri, filosofi, storici, oratori...); il raffronto sistematico fra romani e stranieri sembra costituire il non trascurabile apporto originale di Nepote.

il progetto di Nepote è sintomatico di un’epoca di cui i Romani incominciano ad interrogarsi sui "caratteri originali" della loro civiltà, e contemporaneamente ad aprirsi all’apprezzamento dei valori di tradizioni diverse. Addirittura di una forma di "relativismo culturale" si può parlare a proposito della praefatio ai libri sui generali stranieri. I concetti di "moralmente onorevole" e "moralmente turpe", egli precisa, non sono gli stessi presso i greci e presso i romani: la distinzione dipende dai maiorum instituta (le tradizioni nazionali) di ciascun popolo. Comunque le diversità dei singoli popoli serve a dare ragione di costumanze divergenti, non a propagandare un’incondizionata adesione agli usi stranieri.

Cornelio Nepote resta, nel complesso, uno scrittore mediocre: la qualità dell’esecuzione non può dirsi alla pari alla novità del progetto. Il suo merito maggiore è certo quello di avere influenzato la Vite Parallele di Plutarco.

La più originale, e probabilmente riuscita fra le biografie di Nepote, è senza dubbio quella che egli dedicò al suo amico e prottettore Attico. Narrando la vicenda umana di Attico, Nepote ha voluto indicare ai propri lettori l’esempio di una felice quanto difficile conciliazione fra virtù arcaiche e valori modernizzanti., fra esigenze di fedeltà alla tradizione romana e ricerca della tranquillità personale. Creando il "personaggio" di Attico, Nepote addita un nuovo modello etico il quale si sforza di conferire dignità a scelte di vita non più imperniate sulla partecipazione all’attività politica.

CESARE

Vita Gaio Giulio Cesare nacque a Roma nel Luglio del 100 a. C. da una famiglia patrizia di antichissima nobiltà. Fu questore nel 68, edile nel 65, pretore nel 62, pretore nella Spagna Ulteriore nel 61. Nel 60 stipulò con Pompeo e Crasso l’accordo segreto cosiddetto "I triumviato", in vista ella spartizione del potere. Nel 59 rivestì il consolato. Dall’anno successivo intraprese l’opera di sottomissione dell’intero mondo celtico; la conquista delle Gallie si protrasse per 7 anni e con essa Cesare si procurò la essa di un vastissimo potere personale. Cesare invase l’Italia alla testa delle sue legioni (gennaio 49), dando inizio alla guerra civile. Nel 48 sconfisse a Farsalo l’esercito senatorio di Pompeo. Divenuto padrone assoluto di Roma, aveva ricoperto. talora contemporaneamente, la dittatura e il consolato. Il 15 marzo del 44 veniva assassinato da un gruppo di aristocratici di salda fede repubblicana.

Opere Opere conservate: Commentarii de bello Gallico, in 7 libri; Commentarii de bello civili, in 3 libri; De analogia, frammenti.

Opere spurie: oltre al libro ottavo del De bello Gallico; le ultime 3 opere del cosiddetto Corpus Caesarianum, e cioè Bellum Alexandrinum; Bellum Africanum, Bellum Hispaniense.

Fonti Le opere autentiche e spurie dello stesso Cesare; la Vita di Cesare di Svetonio e quella di Plutarco; orazioni e lettere di Cicerone; Appiano Bellum Civile; Cassio Dione.

1. Il commentarius come genere storiografico

Il termine commentarius, un calco greco, indicava un tipo di narrazione a mezzo fra la raccolta dei materiali grezzi (appunti personali, rapporti al senato, e così via) e la loro rielaborazione nella forma artistica – cioè arricchita degli ornamenti stilistici e retorici - tipica della vera e propria storiografia. Uomini politici importanti, come Scauro o Silla; ed anche Cicerone composero commentarii.

Cesare intendeva senza dubbio inserirsi in questa tradizione: opere composte per offrire ad altri storici il materiale sul quale impiantare la propria narrazione. In realtà sotto la veste dimessa, il commentarius, come Cesare lo concepiva e lo praticava, andava probabilmente avvicinandosi alla historia. Cesare usa una ammirabile sobrietà nel conferire al proprio racconto efficacia drammatica, evitando effetti grossolani e plateali e soprattutto i pesanti fronzoli retorici: in questa direzione va anche l’uso della terza persona che distacca il protagonista dall’emozionalità dell’ego e lo pone come personaggio autonomo nel teatro della storia.

4. La veridicità di Cesare e il problema della "deformazione storica"

Lo stile scarno dei Commentarii cesariani, il rifiuto degli abbellimenti retorici tipici della historia, la forte riduzione del linguaggio valutativo, contribuiscono al tono apparentemente oggettivo della narrazione cesariana. Ma la critica moderna ha creduto di scoprire interpretazioni tendenziose e deformazioni degli avvenimenti a fini di propaganda politica; indubbia è la connessione dei Commentarii con la lotta politica.

La presenza di procedimenti di deformazione è innegabile: non si tratta mai di falsificazioni vistose; ma di omissioni più o meno rilevanti, di un certo modo di presentare i rapporti tra i fatti. Cesare insinua, ricorre ad anticipazioni o posticipazioni, dispone le argomentazioni in modo da giustificare i propri insuccessi.

Coerentemente con queste tendenze della narrazione, nel De bello Gallico Cesare mette in rilievo le esigenze difensive che lo hanno spinto a intraprendere una guerra; era del resto consuetudine consolidata dell’imperialismo romano presentare le guerre di conquista come necessarie a proteggere la stato romano e i suoi alleati da pericoli provenienti da oltre il confine.Nel De bello civili Cesare sottolinea come la sua azione si sia sempre mossa nel solco delle leggi, si presenta come un politico moderato.

In ambedue le opere, egli mette in luce le proprie capacità di azione militare e politica, ma non alimenta l’alone carismatico intorno alla propria figura. La fortuna non viene presentata come una divinità protettrice, piuttosto serve a spiegare cambiamenti repentini di situazioni. Cesare cerca infatti di spiegare gli avvenimenti secondo cause umane e naturali. di coglierne la logica interna; e non fa praticamente mai ricorso all’intervento divino.

6. Teorie linguistiche di Cesare

La perdita delle orazioni di Cesare è uno dei più gravi danni subiti dalla letteratura latina, così dai giudizi di quelli che poterono leggerle, come Quintilliano, Tacito, ecc. Probabilmente lo stile oratorio di Cesare avrà evitato i "gonfiori" (livores) e in colori troppo sgargianti, ma l’uso accorto degli ornamenta lo avrà salvato degli estremismi di uno stile scarno caro agli atticisti più spinti.

Lo stesso Cicerone comunque è pronto a riconoscere che Cesare agì da purificatore della lingua latina. Espose le proprie teorie linguistiche nei 3 libri De analogia; i pochi frammenti rimasti mostrano come Cesare ponesse a base dell’eloquenza l’accorta scelta delle parole, per la quale il criterio fondamentale è la "analogia", la selezione razionale e sistematica, contrapposta all’ "anomalia", l’accettazione di ciò che diviene man mano consueto nel sermo cotidianus. La selezione deve limitarsi ai verba usitata, le parole già nell’uso; Cesare consigliava di fuggire le parole strane e inusitate. L’analogismo di Cesare è cura della semplicità, dell’ordine, soprattutto della chiarezza alla quale talora egli arriva a sacrificare la grazia.

7. Fortuna di Cesare scrittore

Cicerone (Brutus 262): "Ha scritto dei commentari veramente degni di elogio…". Lo scrittore più asciutto della latinità, lo stilista cui l’economia espressiva e l’essenzialità della scrittura parevano gli unici mezzi di parlare oggettivamente. Già Quintilliano lodava il Cesare oratore, non lo scrittore di storia.

Cartesio, Manzoni daranno un giudizio di elogio.

SALLUSTIO

Vita Gaio Sallustio Crispo nacque in Sabina, nell’86 a. C. da una famiglia facoltosa.

Una volta sconfitti i pompeiani in Africa, Cesare lo nominò governatore della provincia di Africa Nova, ma Sallustio diede prova malgoverno e rapacità; per evitargli il processo Cesare lo consigliò di ritirarsi dalla vita politica. Fu da questo momento in poi che si dedicò alla storiografia. Morì nel 35 o nel 34, facendo sì che restasse incompiuta la sua opera maggiore, le Historiae.

Opere Due monografie storiche: Bellum Catilinae e Bellum Iugurthinum, composte e pubblicate nel 44-43. un’opera di più vasto respiro, le Historiae, iniziate nel 39 e rimasta incompiuta al libro V: l’opera comprendeva il periodo fra il 78 e il 67 (dalla morte di Silla alla guerra di Pompeo contro i pirati), ne restano numerosi frammenti anche di vaste dimensioni.

Fonti La nascita si basa sulla Cronaca di Girolamo. Cenni sparsi sulla vita politica in Cassio Dione. Per il ritiro dalla vita politica lo stesso Sallustio in Bellum Catilinae.

1. La monografia come genere letterario

Ad ambedue le monografie Sallustio antepone proemi di una certa estensione che rispondono all’esigenza profonda di dare conto della propria attività intellettuale di fronte ad un pubblico come quello romano, fedele alla tradizione per cui fare storia è compito più importante che scriverne.Per Sallustio la storiografia resta infatti strettamente legata alla prassi politica e la sua maggiore funzione è individuata nel contributo alla formazione dell’uomo politico.

Sallustio – e in ciò è evidente il contrasto fra la pagina scritta e quanto sappiamo della sua vita – denuncia l’avidità di ricchezza e di potere come i mali che avvelenano la vita politica romana. La cosa più importante è chela stessa storiografia sallustiana tende a configurarsi come indagine sulla crisi. Così il Bellum Catilinae illumina il punto più acuto della crisi, il delinearsi di un pericolo sovversivo di tipo finora ignoto allo stato romano; il Bellum Iugurthinum affronta direttamente, attraverso una vicenda paradigmatica, il nodo costituito dall’incapacità della nobilitas corrotta a difendere lo stato. La scelta della monografia portò Sallustio ad elaborare un nuovo stile storiografico.

2. La congiura di Catilina e il timore dei ceti subalterni

Dopo il proemio, Sallustio fa un ritratto di Catilina: la personalità di questo aristocratico corrotto è messa a fuoco sullo sfondo generale della decadenza dei costumi romani. Insieme a Manlio, suo complice, raduna Fiesole un esercito. Catilina sconfitto alle elezioni consolari, attenta alla vita di Cicerone, il quale ottiene dal senato pieni poteri per soffocare la ribellione. Il senato dichiara Catilina e Manlio nemici pubblici. Sallustio introduce un excursus sui motivi della degenerazione della vita politica e sulle condizioni che hanno favorito l’attività di Catilina. Oltre Sallustio introduce un parallelo tra Catone e Cesare, due personaggi dalle virtù opposte e complementari, i soli due grandi uomini del tempo.Si conclude con la resa dei conti presso Pistoia dove Catilina trova la morte.

Alla malattia di cui soffriva la società romana Sallustio, interrompendo la narrazione, dedica un ampio excursus. Si tratta della cosiddetta "archeologia", che traccia una rapida storia dell’ascesa e della decadenza di Roma. Il punto di svolta è individuato nella distruzione di Cartagine, a partire dalla quale – con la cessazione del metus hostilis – Sallustio fa cominciare il deterioramento della moralità romana.

Un secondo excursus denuncia la degenerazione della vita politica nel periodo che va dalla dominazione di Silla alla guerra civile fra cesare e Pompeo: la condanna coinvolge in pari modo le due parti in lotta, i populares e i fautori del senato. La condanna del "regime dei partiti" è coerente con le aspettative che Sallustio ripone in Cesare; da parte di quest’ultimo, lo storico auspicava forse l’attuazione di una politica per certi aspetti non diversa da quella che Cicerone si riprometteva nel suo princeps: un regime autoritario che sapesse porre fine alla crisi dello stato ristabilendo l’ordine della res publica, rinsaldando la concordia fra i ceti possidenti, restituendo prestigio e dignità a un senato ampliato con uomini provenienti dalla elite di tutta Italia.

Questa impostazione generale spiega la parziale deformazione che Sallustio ha compiuto del personaggio di Cesare, "purificandolo" da ogni legame con i catilinari ed evitando la sua condanna esplicita della sua politica come capo dei populares.

Sallustio delinea i ritratti di Cesare e Catone. Il ritratto del primo si sofferma da un lato sulla sua liberalità, munificentia, misericordia, e dall’altro sull’infaticabile energia che sorregge la sua brama di gloria. Le virtù tipiche di Catone sono invece quelle, radicate nella tradizione, di integritas, severitas, innocentia, ecc. Differenziando i mores dei due personaggi, Sallustio voleva affermare che entrambi erano positivi per lo stato romano, per la complementarietà delle loro virtù.

Con tale scelta Sallustio non perseguiva certo l’intento di denigrare Cicerone; ma è un fatto che dalla narrazione del Bellum Catilinae, la figura del console appare alquanto ridimensionata.

Attinge invece una sua grandezza, sia pur malefica, il personaggio di Catilina, del quale Sallustio delinea un ritratto a tinte forti e contrastanti, ma dominato dall’esigenza moralistica: mentre tratteggia il suo personaggio, lo giudica.

3. Il Bellum Iugurthinum: Sallustio e l’opposizione antinobiliare

All’inizio, Sallustio spiega che la guerra contro Giugurta (111-105), fu la prima occasione in cui "osò andare contro l’insolenza della nobiltà". Il Bellum Iugurthinum è largamente indirizzato a mettere in luce le responsabilità della classe dirigente aristocratica nella crisi dello stato.

Giugurta, dopo essersi impadronito col crimine dl regno di Numidia, aveva corrotto col denaro gli esponenti dell’aristocrazia romana inviati a combatterlo in Africa. Mario eletto console nel 107 , riceve l’incarico di portare a termine la guerra in Africa; Mario modifica la composizione dell’esercito arruolando i capite censi.

Nella narrazione sallustiana, l’opposizione antinobiliare, cui Sallustio si riallaccia, rivendicava il merito della politica di espansione, della difesa del prestigio di Roma. Come nella precedente monografia, introduce al centro dell’opera un’excursus che indica nel "regime dei partiti" la causa prima della dilacerazione e della rovina della res publica; Sallustio a tal fine trascura di parlare di quell’ala favorevole a un impegno attivo in guerra.

Le linee direttive della politica dei populares sono esemplificate nei discorsi che Sallustio fa tenere dal tribuno Memmio e da Mario: rappresentativi dei migliori valori etico-politci espressi dalla "democrazia" romana. Il discorso di Mario esprime soprattutto le aspirazioni della elite italica ad una maggiore partecipazione al potere; tuttavia il giudizio complessiva rimane legato da ambivalenze e sfumature.

Come già nei confronti di Catilina, Sallustio non nasconde la propria perplessa ammirazione per l’energia indomabile, segno di virtus, anche se corrotta, di Giugurta. La personalità del re barbaro è rappresentata in evoluzione: la sua natura non è corrotta fin dall’inizio , ma lo diviene progressivamente. Il seme della corruzione viene gettato durante l’assedio di Numanzia, dai romani.

4. Le Historiae e la crisi della res publica

La maggior opera storica rimase incompiuta per la morte dell’autore: le Historiae iniziavano col 78 a. C. e i frammenti non vanno altre il 67. Dopo la monografie, Sallustio si cimentava ora in un’impresa di ampi respiro: si imponeva il ritorno alla forma annalistica, l’opera influenzò molto la cultura augustea.

Delle lettere rimaste importante e quella che Sallustio immagina scritta di Mitridate: dalle sue parole affiorano i motivi delle lagnanze dei popoli soggiogati e dominati da Roma; il solo motivo che i Romani hanno di portare guerra a tutte le atre nazioni è la loro inestinguibile sete di ricchezze.

Le Historiae dipingono un quadro in cui dominano le tinte cupe: la corruzione dei costumi dilaga, salvo qualche nobile eccezione (fra le quali Sallustio ammira Sertorio che aveva fondato in Spagna una nuova repubblica), sulla scena politica si affacciano soprattutto avventurieri, demagoghi e nobili corrotti.

5. Lo stile di Sallustio

A condizionare in larga misurala futura evoluzione stilistica della storiografia sarà proprio Sallustio che, nutrendosi di Catone, elaborò uno stile fondato sull’incocinnitas (il contrario della ricerca ciceroniana di simmetria, il rifiuto di un discorso ampio e regolare, proporzionato), sull’uso frequente di antitesi, asimmetrie e variationes di costrutto: il difficile equilibrio, fra questo dinamismo e un vigoroso controllo, produce un effetto di gravitas austera e maestosa.

Alla gravitas di questo stile concorre le ricca patina arcaizzante. L’arcaismo non è solo nelle scelte di parole desuete, ma anche nella ricerca di una concatenazione delle frasi di tipo paratattico. Estrema è economia dell’espressione (asindeti e omissioni di legami sintattici); ma alla condensazione del discorso, reso essenziale, reagisce il gusto per l’accumulo di parole quasi ridondanti. Uno stile arcaizzante, ma innovatore, perché il suo andamento spezzato è del tutto anticonvenzionale e perché lessico e sintassi contrastano quel processo di standardizzazione che si stava verificando nel linguaggio letterario.

VIRGILIO

Vita Publio Virgilio Marone nacque presso Mantova nell’ottobre del 70 a. C., da piccoli proprietari terrieri. I luoghi dell’educazione Roma e Napoli, dove forse ha frequentato il filosofo epicureo Sirone. D’altra parte le Bucoliche denunciano chiaramente frequentazioni epicuree.

La datazione delle Bucoliche è da collegare agli avvenimenti del 41, quando nelle campagne mantovane ci furono confische di terreni, destinate ai veterani di Filippi; Virgilio riecheggia il dramma di contadini espropriati.

E’ certo che le Bucoliche non recano traccia di quello che sarà il grande amico e protettore, Mecenate; mentre vi ha rilievo la figura protettiva di Pollione.

Tutta la vita di Virgilio è povera di eventi esterni e raccolta su un tenace lavoro poetico. Dal 29 in poi il poeta fu tutto assorbito dalla composizione dell’Eneide: l’opera fu pubblicata per volere di Augusto (che pare seguisse lo sviluppo del lavoro): Virgilio era morto nel settembre del 19 a.C. e fu sepolto a Napoli.

Opere Bucolica, dieci brevi componimenti in esametri (829), chiamati anche egloghe e composti fra il 42 e il 39; Georgica, poema didascalico in quattro libri di esametri (2188) completati nel 29; Aenèis, poema epico i 12 libri in esametri: in totale poco meno di 10.000 esametri. L’opera fu edita dagli esecutori del testamento.

Fonti Oltre alle notizie ricavabili dai testi autentici, abbiamo una serie di Vitae, tardo antiche, il nucleo risale all’attività biografica di Svetonio: la più famosa di queste Vitae si deve a Elio Donato, il grammatico del IV secolo. Tutte le opere autentiche sono commentate sin dal secolo I d.C.

1. Le Bucoliche

Sino alla pubblicazione del libro della Bucoliche, Teocrito era stato l’autore greco meno frequentato dalla cultura romana, che così fortemente urbana si rivolgeva ad altri modelli. La poesia degli Idilli,

è tutta rivolta alla ricostruzione nostalgica e dotta di un mondo pastorale tradizionale. Protagonisti dell’azione erano i pastori e insieme a loro un paesaggio ricco ma statico: tutto sospeso in una vita quotidiana rarefatta ma illuminata dalla poesia.

L’incontro di Virgilio con questo genere, che è anche un mondo immaginario, fu straordinariamente felice. Imitare Teocrito significò, alla fine, una sorta di simbiosi che non ha precedenti nella letteratura romana, e neppure forse veri continuatori. Il risultato non si può ridurre ad un semplice processo imitativo. Non esiste, in pratica, una singola egloga che sta in rapporto "uno a uno" con un singolo idillio. La presenza di Teocrito è stata risolta in una trama di rapporti talmente complessa che la nuova opera sta alla pari con il modello. In questo senso le Bucoliche – così neoteriche per dottrina, stilizzazione, culto della poesia – sono davvero il primo testo della letteratura augustea. Già ne interpretano l’esigenza di fondo, "rifare" i testi greci trattandoli come classici.

Il titolo d’insieme Bucolica, "canti dei bovari", racchiude il tratto fondamentale di questo genere, che rievoca uno sfondo pastorale in cui i pastori stessi sono messi in scena come attori e anche creatori di poesia. Al singolare si preferisce il termine egloga ("poemetto scelto"). Nessun altro libro poetico a noi noto, prima di Virgilio, esibisce lo stesso livello di complessità architettonica e di unitarietà.

Il carattere miscellaneo della raccolta di Teocrito aveva consacrato una certa varietà di temi: contiene incursioni nel mondo delle città , e anche poesie celebrative, e una certa varietà di ambientazione.

Virgilio sfrutta al massimo queste aperture. Da un lato, alcuni spunti permettono di acclimatare le egloghe al paesaggio italico, dall’altro vi sono accenni a un particolare paesaggio ideale, l’Arcadia. Vi sono molte allusioni a questo mondo beato di pastori nella cultura greca anteriore,ma il mito dell’Arcadia come terra delle poesia deve moltissimo a Virgilio. L’altro, più sostanzioso, contributo alla tradizione bucolica sta nel libero riuso di spunti biografici.

Il dramma dei pastori esuli nelle egloghe I e IX contiene certamente un nucleo di esperienza personale. Negli anni 42-41 confische di terre a favore di veterani colpirono MN e CR. Secondo la tradizione biografica antica, Virgilio era stato dapprima spossessato anche egli, poi reintegrato nella proprietà ad opera di personaggi influenti: Asinio Pollione. Intorno a questo nucleo, che sembra accettabile, si sviluppò poi tutta una ricostruzione storica, una sorta di romanzo allegorico: dietro a tutte le figure del mondo pastorale, interpreti antichi e moderni, hanno visto una ridda di allusioni storiche.

Ma ciò che importa, è cogliere l’originalità di ispirazione con cui Virgilio "legge" attraverso il linguaggio bucolico l’epoca delle guerre civili. Come nella celebre IX egloga. Come annuncia l’esordio (paulo malora canamus) il poeta si solleva oltre la sfera pastorale per cantare un grande evento. Chi e il puer che con il suo avvento riporta l’età dell’oro sul mondo in crisi? L’identificazione tardoantica del puer con Gesù Cristo è solo la più coraggiosa delle tante congetture avanzate. L’egloga si inserisce nelle aspettative di rigenerazione tipiche dell’età di crisi fra Filippi e Azio, ed ha un chiaro parallelo nell’epodo XVI di Orazio. Due sono i filoni culturali che nutrono questa poesia visionaria: le poesie in onore di nozze e di nascite; Virgilio poi ha attinto anche da fonti non poetiche, dove si mescolano influssi filosofici e presenza di dottrine messianiche, aspettative di una salvatore. L’egloga è datata al consolato di Asinio Pollione, 40 a. C. L’ipotesi migliore è che il bambino fosse atteso in quell’anno, ma non sia mai nato. In quell’anno molte speranze seguivano il patto di potere fra Ottaviano e Antonio; Antonio prendeva in moglie la sorella del primo. Il matrimonio durò poco e non vi furono figli maschi.

Nella Egloga X Cornelio Gallo è presentato come poeta d’amore, ma si tratta di un componimento bucolico. Tipicamente bucolico è lo scenario dell’Arcadia, così come l’idea che la poesia possa medicare le ferite d’amore avvicinando l’uomo alla natura. Ma Virgilio non rinuncia ad allargare l’orizzonte; Gallo è rappresentato come l’incarnazione di un’altra poesia: il canto elegiaco, che è anche una scelta di vita. Gallo provato dall’amore infelice cerca rifugio nella poesia dell’amico.

Nel complesso, le Bucoliche rivelano il maturare delle scelte di vita dell’autore. La poesia è vissuta come un rifugio contro i drammi dell’esistenza; la vita ritirata dei pastori accoglie stemperate tonalità epicuree.

3. Le Georgiche

Nel 38 le Bucoliche sono ormai completate, e già Virgilio ha un nuovo influente protettore: Mecenate. Quest’ultimo non chiede nessuna partecipazione diretta alle fortune del partito di Ottaviano, ma la sua influenza è evidente in una nuova generazione di opere poetiche, come le Georgiche di Virgilio.

La composizione gli costò quasi 10 anni di lavoro; nel 29 a. C. il poema era giunto ad uno stadio definitivo. L’opera presuppone una straordinaria ricchezza di letture: grande poesia greca (Omero, gli alessandrini, i tragici), e romana (Lucrezio, Catullo…), anche fonti tecniche in prosa, e trattati filosofici d’ogni tipo. Un lungo processo compositivo denunciato anche dalla scalatura delle allusioni storiche disseminate nell’opera. Il finale del I libro evoca un’Italia in preda alle guerre civili, in cui l’ascesa di Ottaviano è solo una speranza insidiata da molti pericoli; in molti altri luoghi del libro il poema mostra già il principe trionfatore dell’universo pacificato. Virgilio ha voluto inglobare nel suo poema, accanto alla vittoria del nuovo ordine, anche le lacerazioni che lo hanno preparato.

Come già per le Bucoliche (ma in maniera meno intensa), Virgilio parte da un aggancio immediato con la poesia greca ellenistica, di autori (Arato) vissuti fra III e II secolo, che avevano compiuto una svolta di gusto e di poetica entro la tradizione del genere didascalico. Spesso questi poeti usano come falsariga dei trattatici scientifici in prosa: chi fosse interessato ai contenuti, teorici o pratici, poteva rivolgersi direttamente a queste fonti tecniche. Questi poeti non pretendono di insegnare a un destinatario; anzi la figura stessa dal destinatario è più che altro