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La Tragedia.
Problema fra i più controversi della
filologia classica è quello dell’origine della tragedia. Le
Fonti sono troppo contraddittorie per permetterci una
soluzione.
Secondo alcune Fonti c’è la data del 524
a.C., quando Tespi avrebbe rappresentato la prima tragedia
ad Atene. Ma ciò è una convenzione, perché la prima tragedia
si ha quando un uomo lascia la propria identità, riveste
quella di un personaggio del passato e si contrappone al
Coro, coinvolgendo emotivamente e psicologicamente tutto il
pubblico e quindi rendendolo parte integrante della
rappresentazione stessa. La tragedia nasce quando lo
spettatore scopre che nell’azione teatrale egli può vivere
un’altra realtà, diversa dalla propria, ma che in ultima
analisi rivela la sua realtà, attraverso il monito, sempre
presente nella tragedia, che la vita umana è dolore. Questa
rivelazione della propria condizione, l’uomo-spettatore, la
può sostenere solo filtrata e rispecchiata nella finzione
del dramma, quasi a consolarsi che il dramma non è cosa
reale e quindi anche il proprio dolore viene ad essere, in
certo modo, esorcizzato e accettato.
Secondo Aristotele la tragedia nasce nel
ditirambo e dai suoi exàrchontes. Egli ci dice che fu Arione
di Metimna ad inventare la tragedia ed a comporre ditirambi,
i quali prendevano nome dal Coro. Aristotele ci informa
anche che fu sempre Arione ad introdurre i satiri che,
appunto, dicevano parole in metro ditirambo.
L’esecuzione dei ditirambi sarebbe
l’occasione per la nascita della tragedia e così si
confermerebbe il dato storico, secondo il quale la tragedia
si sviluppa nell’ambito del culto dionisiaco.
La seconda teoria (è significativo per
essa un passo di Erodoto) parla di Cori tragici per
celebrare i patimenti (pàthea) di un eroe.
Tanto è che nella tragedia ha un ruolo
fondamentale il lamento sul morto eroe.
Queste due teorie non si escludono, ma
sono i prodromi di qualcosa che le trascende entrambe: la
tragedia stessa.
Localizzazione.
Si è soliti riportare la preistoria della
tragedia (la proto-tragedia) in ambiente dorico.
Aristotele dice che il nome "drama"
deriva dal dorico "dran" "fare/agire", mentre gli Ateniesi
dicevano "pràttein".
Ma gli Ateniesi rivendicano, della
tragedia, la paternità assoluta, anche se la lingua in cui
parla il Coro è la lingua dorica.
Il nome.
La prima parte del nome va messo in
rapporto con "tràgos" "capro", quindi:
‘Canto sul capro’; animale-totem a
cui è assimilato Dioniso.
‘Canto per il capro’; come premio per
un componimento poetico.
‘Canto dei coreuti mascherati da
capri’; questa terza interpretazione ci riporta al
dramma satiresco.
Aristotele mette in connessione, in modo
non affatto chiaro, tragedia e dramma satiresco, e dice che
la prima, discende dal secondo.
Dramma satiresco.
Esso è uno spettacolo sicuramente più
primitivo rispetto alla tragedia e alla commedia. Il tipo di
rappresentazione è a carattere pastorale con maschere, i
tratti delle quali sono antichissimi.
In origine si hanno gruppi di satiri
(metà uomini, metà capri) insieme al padre Sileno, che
ballano e cantano in onore di Dioniso.
Forse erano riti di iniziazione, legati
alla fertilità (vi era infatti la presenza del fallo).
Con il tempo si perde la capacità di
capire le parole ed i gesti. Per questo si viene a creare
l’esigenza del corifèo, il quale, staccandosi dal Coro,
spiega agli astanti cosa viene detto e cosa viene fatto.
A questo punto, con la presenza del
corifèo, il quale, verosimilmente, inizia un dialogo con un
attore, o con il Coro stesso, nasce il dramma satiresco.
Argomento del dramma satiresco.
In un primo tempo gli argomenti del
dramma satiresco (la nascita del quale viene attribuita a
Pratina -inizi V sec. a.C., come si è detto), erano solo i
culti dionisiaci. In un secondo tempo furono introdotti temi
epici, per cui la presenza dei satiri stonava troppo con il
tema trattato.
Questo è il motivo per cui nasce il
personaggio del Papposileno (padre dei satiri) che in certo
modo giustificava le ‘azioni stonate’ dei satiri.
Ai tempi di Eschilo, Sofocle, Euripide,
era in uso presentare, insieme alle tre tragedie, anche un
dramma satiresco.
Struttura della tragedia.
Inizialmente l’attore ha un ruolo
subordinato al Coro e interloquisce con esso, anziché con un
altro attore. In questo si vede riflessa la tipologia
socio-psicologica della struttura connettiva della Comunità.
Nella quale il singolo non ha importanza, se non come parte
di un mosaico che crea
l’ ‘intelaiatura’costitutiva della
Comunità-gruppo. È infatti il gruppo che ha maggiore
rilievo, mentre l’individuo si caratterizza solo ed
esclusivamente al suo interno. Ciò si può vedere molto
chiaramente nell’Iliade, dove ogni singolo personaggio si
preoccupa, non già di se stesso, ma di come può essere
giudicato dalla Comunità riguardo al proprio operato. Si
pensi a tale proposito a ‘Iliade, libro VI’, dove assistiamo
al saluto fra Ettore e la moglie di lui, Andromaca. Mentre
la donna, con il figlioletto in braccio, prega il marito di
non andare contro Achille, perché teme per la sua vita, e
rammenta all’uomo i suoi doveri di marito, di padre e di
figlio, facendogli presente che lui verrà ucciso dai Greci e
lei, rimasta vedova, sarà venduta come schiava; il figlio
loro, Astianatte, forse verrà ucciso; i genitori di lui,
Priamo ed Ecuba, non avranno più chi li difenderà. A tutto
questo Ettore risponde:
Il, VI – 430,3." E allora Ettore, elmo
abbagliante rispose: ‘Anche io penso a tutto questo, donna.
Ma ho troppa vergogna dei Troiani e delle Troiane
trascinatrici di peplo, se resto come un vile lontano dalla
guerra."
Ecco un caso eclatante e tipico di come
l’individuo non conti niente, nella sua singolarità, ma
possa trovare la propria identità solo nell’ambito del
gruppo.
In seguito, con il passare del tempo e
mutando la realtà socio-culturale del "gruppo-struttura",
venendo cioè a disgregarsi sempre di più quest’ultimo,
perchè, per motivi vari, l’uomo si stacca come cellula
singola da esso, e all’improvviso si trova a fare ‘cose’ da
sé e per sé (si pensi al fiorire dei commerci; delle arti;
del libero scambio), così che viene a nascere in lui un
senso completamente nuovo, quale l’appartenenza al sé,
rispetto al clan, e ciò gli fa percepire fortemente la sua
peculiare individualità; ecco che a questo punto muta anche
il rapporto tra attore e Coro.
Adesso prende molta più importanza
l’attore (e ce ne sono 3, non più 1 solo), mentre il Coro
tende a diventare quasi uno sfondo scenico.
Gli attori interloquiscono fra loro ed il
Coro fa da struttura coreografica (di qui anche l’etimologia
della parola ‘coreografìa’). La differenza fra Coro e attori
viene accentuata anche dall’uso della metrica che è diversa
per l’uno, e per gli altri.
Gli attori parlano in trimetri giambici (
_ _/ X U ), metro che produce una cadenza molto vicina al
parlato: come se fosse una filastrocca ( si confronti l’uso
del trimetro giambico nella filastrocca in lingua italiana:
"qui – cò min – cia / l’av – vèn – tu – ra / del – Sì – gnor
– Bo / na – vèn – tu – ra") e NON SONO ACCOMPAGNATI DALLA
MUSICA, mentre il Coro è sempre accompagnato dal suono del
flauto.
La funzione del Coro è anche quella di
spiegare al pubblico azioni e reazioni che avvengono sulla
scena, le quali, per motivi vari, non sono di facile e
immediata comprensione.
il Coro è neutrale rispetto agli attori e
alle loro azioni.
Struttura interna della tragedia.
Parte iniziale; si ha prima che entri
il Coro. Questa parte si chiama PROLOGO.
A partire da Eschilo e Sofocle, il
PROLOGO è un dialogo fra due personaggi che spiegano la
trama del dramma.
Πάροδος – pàrodos. È il canto dei due
semi-cori che entrano nell’orchestra, dai due passaggi
laterali fra scena e orchestra, appunto i πάροδοι
"ingressi". La Πάροδος continua l’esposizione del
dramma, iniziata nel Prologo.
Coro. Dopo il suo ingresso rimane
fermo e ogni suo canto successivo si chiama Στάσιμον –
Stàsimon – "fermo".
Tra la Πάροδος ed il primo Στάσιμον,
e poi fra quelli successivi, si hanno gli ATTI
(da 3 a 7), che sono la recitazione vera
e propria degli attori.
΄Έξοδος – Èxodos – "uscita"; è la
parte finale del dramma e si ha dopo l’ultimo Στάσιμον.
Il Coro conclude, con un breve canto,
l’ultima scena.
Alcuni cenni liberamente rivisitati e
ampliati, tratti da un seminario teorico
della Prof.ssa Marina Manciocchi, sulla
tragedia ed il mondo greco del V sec. a.C.
La tragedia nasce in forma di canto e di
danza corali. In una fase molto arcaica, venne inserito un
attore, il quale nasce enucleato dal Coro e con esso
dialoga.
Con Eschilo (V sec. a.C.) appaiono il 2°
e 3° attore. Infatti con Sofocle, il 3° attore è già ben
insediato al proprio posto. I testi della tragedia erano
imparati a memoria dagli attori e dal pubblico, giacchè non
esisteva un lavoro scritto da diffondere.
Licurgo (390 – 325 a.C., statista
Ateniese) fu il primo che fece scrivere i testi delle
tragedie. È ancora Licurgo che permette agli attori di
organizzarsi in "associazioni"; essi giravano per le colonie
facendo le loro rappresentazioni.
Nel V sec. a.C. i cittadini maschi sono
completamente assorbiti dalla vita politica e rappresentano
il tessuto connettivo della πόλις – pòlis – "città".
Gli uomini liberi seguivano questo iter.
Dai 18 ai 20 anni si sottoponevano ad
addestramento militare.
Dai 20 ai 60 anni erano soldati e membri
dell’ "ecclesìa", che era l’assemblea depositaria di tutti i
diritti. All’interno dell’ ecclesìa venivano scelti i
giudici, gli arconti, gli strateghi; e fra coloro che
avevano compiuto i 35 anni venivano scelti i 500 che
andavano a costituire la βουλή – bulè – che era il Consiglio
Supremo.
Il cittadino, dunque, è partecipe
totalmente di ogni aspetto della collettività e non ha a
disposizione tempo privato. La πόλις è gestita dai
cittadini, e per questo motivo la libertà di pensiero e di
azione è molto controllata. Infatti ogni uomo di cui si
sospettasse un’eccessiva ambizione nell’esercizio delle
pubbliche funzioni, veniva "ostracizzato" (vedi infra), cioè
allontanato per 10 anni dalla città. Era questa una penalità
preventiva, in quanto non puniva una colpa, ma serviva a
prevenirla. Molto si curava questo aspetto: che l’uomo non
andasse oltre il consentito. Ci offre esempi di tale linea
socio-politica la filosofia delfica, la quale
consigli/ordina μήδεν ằγαν – mèden àgan – "niente di troppo"
e γνω̃θι σε ̉άυτον – ghnòthi se àuton – "conosci te stesso".
E anche Solone ci istruisce in questo senso. Egli nella sua
opera l’ "inno alle Muse" avverte l’uomo di non essere
ủβριστής – ubristès – "smodato/tracotante", perché questo è
un atteggiamento che dispiace molto agli dèi, i quali
puniscono tale uomo e, ricorda Solone, può passare anche
molto tempo, prima che giunga la punizione, ma bisogna
tenere sempre ben presente che "Zeus punisce, anche se
tardi". Per questo motivo le colpe dei padri ricadono
sui figli.
Ci istruisce in tal senso Eschilo,
soprattutto nella tragedia "Persiani"(472 a.C.), dove parla
di uomini (i Persiani, appunto) che hanno fatto cose andando
oltre il lecito consentito agli umani, e per questo sono
stati puniti (vedi infra). Eschilo ci insegna tale verità
anche nella tragedia "Orestea"(458 a.C.) dove a causa della
illeicità dei gesti compiuti, Agamennone sarà duramente
punito dagli dèi, addirittura con la morte (vedi infra).
Sempre Eschilo continua ad istruire il
suo pubblico in questo insegnamento, di non ‘dispiacere’
agli dèi, anche nella tragedia "Prometeo Incatenato" (anni
’60 – vedi infra).
Sofocle ci insegna che a sfidare gli dèi
si cade nella loro tenace trappola; è il caso della tragedia
"Èdipo re". E così via.
Si doveva tenere l’uomo sottomesso ad una
paura preventiva, affinchè esso non cadesse nelle tentazioni
della smodatezza e della illeicità; cose entrrambe, che
avrebbero arrecato danno al tessuto connettivo di cui egli
faceva parte: la πόλις.
Non esisteva, in questa società
completamente al maschile, nessuna forma di educazione per
le donne. I bambini venivano presi "in gestione" dalla
comunità dei maschi e tolti alle madri all’età di 6/8 anni.
Veniva loro insegnato lo studio della letteratura, la
scrittura, la musica, la grammatica e la danza.
È molto facile capire come, in un mondo
del tutto privo del ‘femminile’, prosperasse
l’omosessualità, vissuta semplicemente come un fatto di
costume e addirittura considerata molto importante
nell’ambito educativo. Sembra che essa fosse stata
introdotta dai Dori.
E questi, che da bambibi diverrano
uomini, saranno i fruitori del teatro.
Nel VI sec. a.C. Solone emana delle leggi
per le donne, o meglio, contro le donne!
Egli intanto distingue le "donne per
bene", dalle prostitute. Poi impone come legge, che il
tutore (ogni donna doveva averne uno: padre, marito,
fratello) possa vendere la donna non sposata che avesse
perso la verginità.
Con altre leggi, poi, regola la durata e
la quantità delle passeggiate che le donne – sempre
rigorosamente accompagnate da un’ancella! – potevano fare. È
sempre lui che decide che tipo di nutrimento e quali bevande
siano consone per la popolazione femminile.
Anche nel V sec. a.C. tutto sarà identico
per le donne; esse sono sempre considerate alla stregua
degli schiavi, infatti non hanno alcun diritto. Non possono
avere beni e devono stare sempre sotto la tutela di un uomo.
Ma c’era una città, la città cretese di
Gortìna, dove le donne erano proprietarie della loro dote!
Addirittura era un loro compito
amministrare i propri beni e quelli del marito. Queste donne
potevano divorziare, se e quando lo ritenessero opportuno.
Era punita severamente la violenza carnale. Sceglievano loro
stesse liberamente il marito!
Ad Atene invece la donna vive fra le mura
di casa. Le case sono buie, umide e malsane; per questo
tante di loro si ammalano e muiono. Solamente le prostitute
come le etèree, sono donne libere, ma non sono greche. Esse
avevano accesso persino alla vita intellettuale e ricevevano
una istruzione.
Qui finiscono i cenni liberamente tratti e
rivisitati del Seminario teorico della prof.ssa Marina
Manciocchi.
Commedia.
Della Commedia ne parla Aristotele nella
"Poetica", ma egli stesso dice che ne sa poco.
Nel 486 a.C. ad Atene ci sarebbe stata la
1° rappresentazione di una Commedia fatta da Cnionide.
Prima, la Commedia veniva rappresentata da "volontari".
Aristotele accenna al fatto che anche la
Commedia provenga dai Dori (VI – V sec. a.C.).
Anche nella Commedia, come nel Dramma
Satiresco, c’è la presenza del fallo.
Κωμω(ι)δία – komodìa – da κωμω(ι)δός –
komodòs "cantore del κω̃μω(ι)ς – kòmos.
Il κω̃μω(ι)ς – kòmos, era una danza
sfrenata, oppure un corteo festoso contenente ogni tipo di
improvvisazione. I Cori erano composti da esseri fantastici.
Il Coro nella Commedia ha vita propria e non fa parte del
contesto. Questo indica, forse!, un’origine autonoma del
Coro comico.
Nella festa in onore di Artemide a
Siracusa si ha una processione di contadini, che sfilano in
un κω̃μω(ι)ς – kòmos, organizzando canti e gare. Tutti
tengono fra le mani pani in forma di animali. Coloro che
perdevano nelle gare, se ne andavano per la campagna a
mendicare. Mentre i vincitori si accomiatavano dal pubblico
con un canto di saluto e di buon augurio.
Nella Commedia il Coro intesse un
dialogo, in un crescendo di assurdità, con gli attori, e poi
anch’esso si accomiata dal pubblico, con un canto di buon
augurio.
Varrone (116 – 27 a.C) riconduce la
Commedia ad antichissime processioni di mendicanti.
Struttura della Commedia.
1) Si ha un prologo in trimetri giambici
(la lingua che più si avvicina al parlato – vedi infra),
fatto da personaggi strani.
L’introduzione del soggetto della
Commedia avviene attraverso trovate bizzarre.
2) Ingresso del Coro, il quale entra in
modo tumultuoso (forse per ricorrdare l’antico κω̃μω(ι)ς –
kòmos – vedi sopra).
Non sempre il Coro fa un canto
introduttivo, ma spesso dialoga subito con gli attori.
L ‘ ẳγών – agòn, è il centro del dramma.
Esso ha il seguente sviluppo.
’ω(ι)δή – odè; canto del Coro che
esorta un attore a prendere la parola κατακελευσμός –katakeleusmòs
"esortazione/incoraggiamento".
’επίρρημα – epìrrema "1° discorso". È
il discorso del 1° personaggio buffonesco βωμολόχος –
bomolòchos "buffone".
πνι̃γος – pnìgos "strozzatura". È il
momento in cui ha termine il discorso del personaggio.
La 2° parte dell’ ’αγών - agòn, è analoga
alla prima.
Quando l’azione è ferma perché ha
raggiunto una svolta, gli attori scompaiono e il Coro si
rivolge direttamente al pubblico; è questa la
παράβασις – paràbasis "digressione".
A questo punto il corifèo rivolto al pubblico, parla di
sé e di politica attuale, sempre in riferimento al tempo
presente. Dopo ciò si ha un
inno più o meno serio, dedicato a
divinità.
Alla fine della Commedia il protagonista
esce di scena insieme con il Coro, per andare entrambi ad un
immaginario banchetto.
È il Coro che dà il nome alla Commedia.
Il Coro nella Commedia è molto
importante. Esso è autonomo.
Le Commedie venivano inventate su
argomenti completamente ridicolizzati, ed investivano la
vita di uomini politici, di filosofi e degli dèi stessi.
Fatto, quest’ultimo, che non è mai più avvenuto in
nessun’altra epoca!
La Commedia Dorica.
I colonizzatori Dori di Corinto portarono
la Commedia in Sicilia (VI – V sec. a.C.). Da essa, in epoca
moderna, discenderanno i "pupi siciliani".
Epicarmo (478 – 466 a.C.), poeta della
Commedia Siciliana, si ricollega alla tradizione dorica.
Si hanno Commedie a carattere mitologico.
La lingua usata è il dialetto di Corinto
che era, ovviamente, parlato anche a Siracusa.
Si hanno allusioni ad Eschilo e attacchi
alla nascente retorica.
Gli Antichi, tuttavia, ci tramandano la
figura di Epicarmo, come quella di un ‘filosofo moralista’.
Cristina Tarabella
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