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IL TEATRO, LE RAPPRESENTAZIONI TEATRALI,
GLI ATTORI, IL CORO, LA MUSICA
Teatro: termine
proveniente dal greco "theatron", che significa "luogo per
vedere", con cui si indica sia un particolare genere di
spettacolo o rappresentazione basata sul dialogo, sia
l'edificio in cui una tale rappresentazione ha luogo. Com'è
noto, il teatro in quanto organismo architettonico trae
origine, in Grecia, dalle primitive sistemazioni dei luoghi
all'aperto in cui si svolgevano danze e cori rituali,
connessi al culto dionisiaco: l'altare era solitamente in un
breve spazio, pianeggiante e circolare, mentre i cittadini
che partecipavano ai riti si raggruppavano lungo il declivio
concavo del terreno. E' possibile che si prevedevano posti a
sedere per gli spettatori direttamente sull'erba del pendio
naturale circostante il terreno piano dello stadio, e che i
posti a sedere sull'erba siano stati sostituiti da strutture
lignee che assicuravano al terreno panche di legno per fare
sedere gli spettatori, com'è possibile che si è creduto
necessario circondare tutta l'area con uno steccato,
soprattutto nelle zone in cui gli abitanti non godevano di
uguaglianza di diritti, in modo che una parte di essi veniva
esclusa dalla partecipazione agli spettacoli, in quanto si
trattava di forme di culto più che di spettacolo. Più tardi
venne introdotto nel mondo greco il sistema minoico della
scalinata di pietra, restando immutato il resto della
struttura. Successivamente con la nascita della tragedia e
della commedia, concepite anch'esse come manifestazioni
dell'"ethos" comune e, quindi, di significato mediatamente
rituale, fu consuetudine far svolgere entro il recinto
dell'altare, già definito "orchestra", le prime pubbliche e
gratuite rappresentazioni sceniche. La forma del teatro
greco si suppone peraltro derivata in parte (Anti) anche da
quella dei teatri di corte minoici, tradizionalmente
quadrangolari: primi arcaici teatri della reggia di Phaistos
e Knossos, infatti, come quelli dell'Ellade anteriori al V
sec. a.C., avevano l'orchestra in forma quadrata e la cavea
grosso modo trapezoidale (teatro di Leneo ad Atene del 450
a.C.). Un primo tentativo di teatro a forma semicircolare si
attuò a Siracusa (per esempio il teatro costruito nel 470
a.C. da Damacopo detto Myrilla), mentre solo con il IV sec.
a.C. si ebbero delle cavee interamente in pietra, come
quelle di Epidauro (370-360 a.C.). Nei primi tempi la
rappresentazione scenica si svolgeva sul medesimo piano
dell'orchestra, attorno all'altare
(thymele)
e a stretto contatto con l'azione del coro, davanti ad un
semplice fondale mobile
(skenè)
di tela, posto dietro l'orchestra, dalla parte opposta
all'"auditorium" (o cavea). A questa primitiva scena di tela
se ne sostituì presto una stabile, costituita da un elemento
rettangolare ligneo, che aveva la duplice funzione di
fondale e, nella sua parte retrostante, di magazzino per gli
attori. La scena rappresentava ordinariamente la facciata di
un palazzo, con tre porte, e sosteneva le antenne per la
manovra degli scenari dipinti. Questi man mano che non
servivano più erano calati in apposita fossa, che correva
lungo tutto il fronte della scena.
Teatro di Dioniso ad Atene.
Questo teatro è del VI
sec. a.C. Le rappresentazioni tragiche venivano fatte in
onore di Dioniso, tra febbraio e marzo.
All’epoca di Eschilo la
scena non era rialzata (ciò avviene in età
ellenistico-romana, quando si adotta l’idea di costruire una
struttura per gli attori). Gli strati che si vedono adesso
nel Teatro di Dioniso, sono di età romana, IV sec. a.C. =
età di Licurgo (uomo politico ateniese, discepolo di Platone
e di Aristotele).
A noi interessa il VI sec.
a.C. Dove ora si trova lo spazio scenico sono state trovate
sotto il suolo 6 pietre, datate alla seconda metà del VI
sec. a.C., lunghe ciascuna 4 metri. Esse sono disposte ad
arco e sulla loro base si è ricostruito un cerchio. Forse
erano un muro di sostegno, costruito per le rappresentazioni
teatrali. Probabilmente tale costruzione corrisponde alla
rappresentazione di una Tragedia del 533 a.C. ca. dove si
immagina uno spazio circolare di circa 30 metri di diametro.
Si è anche trovato un sostegno, che forse
era una rampa di accesso.
Il declivo dell’Acropoli
faceva da Cavea naturale (dove stavano gli spettatori). Il
poeta è anche regista. Comunque per capire la struttura
architettonica del teatro, ci si basa sulle Tragedie di
Eschilo.
Come nel teatro di Dioniso
ad Atene, dinanzi alla scena era pure una vasta pedana di
legno un poco sopraelevata rispetto al piano dell'orchestra
e notevolmente profonda, era il "logeion", da cui recitavano
gli attori, per i quali quella pedana costituiva una specie
di cassa armonica. All'orchestra e alla scena si accedeva
attraverso due ingressi laterali
(parodoi)
ricavati nello spazio intercorrente fra la cavea e
l'orchestra: sotto il piano dell'orchestra erano praticate
gallerie, accessibili dalla fossa scenica e in comunicazione
con l'altare ergentesi al centro e con gli angoli
dell'orchestra muniti di uscite (kàthodoi), donde apparivano
le ombre dei morti evocati dal sottoterra. Infine sul tetto
dell'edificio scenico, accessibile dall'interno, era
ricavata una piattaforma destinata alle epifanie delle
divinità (theologeion), che di lassù prendevano parte
diretta alle vicende degli uomini. Gli ambienti raffigurati
nella scena erano dipinti e manovrati in modo che
all'occorrenza, spiccati dai sostegni e lasciati cadere
nella fossa, provocassero il cambiamento della scena:
dovendosi procedere a più di un mutamento si montavano sulle
antenne, prima della rappresentazione, le scene occorrenti
in modo che prima fosse quella di immediato impiego e
ultima, o più interna, quella riservata all'ultima scena. Si
ripete dunque una grave inesattezza quando si dice che i
Greci, assistendo ad una rappresentazione, dovevano fare
appello alle più riposte virtù immaginative per compensare
l'inadeguatezza dei mezzi tecnici a disposizione della
regia: l'illusione scenica non tanto difettava per povertà
ed ingenuità della ricostruzione ambientale, quanto era
compromessa dalla struttura stessa del teatro antico. Nella
cavea, o auditorium, la gradinata (koilon)
era divisa solitamente in tre distinti e separati ordini di
posti mediante settori circolari (kerkides) riservati, a
partire da quello più prossimo all'orchestra, ai magistrati
e ai sacerdoti, ai militari ed al popolo. Queste gradinate
poi erano intervallate da una rete di scale radiali e di
corridoi orizzontali anulari
(diazomata),
che assolvevano il compito di coordinare i vari percorsi
della cavea per un continuo disimpegno dei singoli settori.
Il pubblico era ammesso dietro pagamento di un modico
biglietto (due oboli), il cui costo per i cittadini poveri
era sostenuto dallo stato. Il teatro classico ateniese non
era puro divertimento, ma una solenne funzione pubblica,
alla quale ogni cittadino doveva essere posto in grado di
partecipare. Durante l'età ellenistica hanno luogo la
costruzione di numerosi teatri nuovi e la trasformazione di
molti preesistenti. Fra i principali di nuova costruzione,
quello di Delfi. Fra i più importanti di quelli
rimaneggiati: Atene ed Epidauro. Il teatro ellenistico
subisce, rispetto al teatro classico, graduali
trasformazioni nell'orchestra, nella cavea e, specialmente,
nell'edificio della scena. Le trasformazioni sono legate
all'evoluzione che subisce il teatro antico con l'esaurirsi
della tragedia, l'affermarsi della commedia nuova e la
conseguente diminuita importanza che hanno, nella finzione
scenica, le parti affidate al coro. Per questi motivi,
quello che era il fulcro del teatro antico, l'orchestra, va
perdendo sempre più della sua importanza a favore
dell'edificio della scena, dove gli attori, su un apposito
palco (logeion), svolgono la loro azione. I mutamenti subiti
dalla cavea consistono in un variare dei rapporti di
funzione e di distanza fra esse e gli elementi della scena,
anche come conseguenza dell'introduzione del
"logeion".
Più interessanti sono le variazioni della scena. Esse sono
state così ricostruite: precede una fase (310-300 a.C.), in
cui si introduce un
"proskenion" mobile
di legno in teatri di vecchio tipo; quindi (dal 250 a.C.),
in teatri di nuova costruzione, il proscenio, facente parte
del progetto originario, è costruito in legno, con un basso
colonnato, ma è stabile. Segue la fase (dal 200 a.C.) del
proscenio in muratura. In certi casi, per esigenze del
terreno, si manterrà l'uso della scena mobile di legno, i
cui elementi, dopo le rappresentazioni, si conserveranno in
apposite "skenothekai". Una volta trasferito sul logeion (e
cioè sul soffitto del proscenio) il sito della recitazione,
l'edificio della scena acquista la funzione di sfondo della
finzione scenica con la erezione di un secondo piano (episkenion).
Anche in questo caso si pensa che si sia passati da una fase
di episcenio ligneo a una fase di episcenio in muratura. Il
proscenio si presentava come una fronte rettilinea di
pilastri, colonne o semicolonne appoggiate a pilastri (per
lo più di ordine dorico). Riservati alcuni degli
intercolumni (uno o tre) come vani di comunicazione fra
l'orchestra e l'edificio della scena, gli altri potevano
essere riempiti con pannelli di legno dipinti
(pinakes).
La fronte dell'episcenio presentava un numero variabile di
grandi aperture, da tre a cinque e sette chiuse spesso da
scenari dipinti mobili (thyromata). I tipi principali di
scena che meritano qui di essere ricordati sono: il tipo
cosiddetto a
"paraskenia",
o occidentale, in cui si conservano i corpi laterali
aggettanti dell'edificio della scena del teatro più antico,
fra i quali è inserito il logeion; il tipo a rampe, o
continentale, con il logeion accessibile dall'orchestra per
mezzo di due rampe inclinate, collocate alle estremità,
lungo la linea dell'edificio della scena (Epidauro); il tipo
orientale con scena a parete diritta, proscenio senza
chiusure laterali prolungato, esteso talvolta sui lati o
tutt'intorno all'edificio della scena; il tipo con proscenio
con vero e proprio colonnato dell'avanzato ellenismo.
LE RAPPRESENTAZIONI
In Grecia
le rappresentazioni, sia quelle tragiche che le comiche,
erano connesse alle feste in onore del dio della vegetazione
e del vino, Dioniso, ma non bisogna dimenticare, a
dimostrazione di quanto fosse sentita la presenza degli dei
in tutte le attività quotidiane, che nell'arco dell'anno
innumerevoli erano le feste dedicate a questo od a quel dio
le quali presentavano gare di velocità, musicali e concorsi
vari.
Tra quelle in onore di
Dioniso tre risultavano legate a spettacoli teatrali: le
Lenee, le Dionisiache dei campi e le Grandi
Dionisiache, mentre nelle Antesterie, tipica festa
per il vino nuovo, della durata di tre giorni a fine
febbraio, non c'erano spettacoli.
Le Dionisie rurali si
svolgevano a fine dicembre nei singoli demi e,
quindi, diverse l'una dall'altra secondo le più o meno
ricche possibilità finanziarie dei vari distretti rurali;
mancarono di ufficialità e, nel migliore dei casi, ci si
limitava a riproporre commedie e tragedie già conosciute.
Le Lenee avevano luogo nel
recinto sacro di Dioniso Leneo (da lenòs = torchio) a
fine gennaio, quando la brutta stagione non permetteva un
grande afflusso di persone, e consistevano o in processioni
o in gare teatrali (per lo più commedie, dato il carattere
lieto di queste feste). La prima rappresentazione
"ufficiale" di una tragedia in esse è da collocarsi intorno
al 432, di una commedia verso il 445 a.C.
Le Grandi Dionisie
venivano effettuate a marzo, attiravano (e per la loro
importanza e per le mutate condizioni climatiche) un gran
numero di persone da ogni parte della Grecia e
comprendevano, dopo la processione simboleggiante il ritorno
di Dioniso ad Atene da Eleusi e le danze in onore del dio,
anche rappresentazioni.
Dei sei giorni destinati
alle cerimonie ben tre erano riservati a rappresentazioni,
concorsi diretti dallo Stato di cui aveva l'organizzazione,
nonché la sorveglienza, l'arconte eponimo (mentre le Lenee
erano presiedute dall'arconte re). Compito dell'arconte,
oltre quello di trovare un corego per ogni autore, che
finanziasse le spese globali di chi aveva chiesto
l'ammissione al concorso domandando la concessione di un
coro, era anche di selezionare, tra quanti si proponevano,
non più di sei poeti (tre tragici più tre comici). E si
ricordi che la coregia era imposta a turno ai cittadini più
ricchi di ogni tribù: se, tuttavia, il corego rifiutava di
sostenere le spese, era lo Stato che subentrava al suo
posto.
Ogni autore, all'inizio
anche con mansioni di maestro del coro e di protagonista,
nei giorni dedicati alle rappresentazioni drammatiche
presentava tre tragedie che, accompagnate da un dramma
satiresco o da una tragedia a lieto fine (come spesso in
Euripide), formavano una tetralogia.
Precedeva le gare la
cerimonia del proagon che faceva conoscere a tutti il
programma previsto e che, dalla metà del sec. V, prese a
svolgersi nell'odeon alla presenza dei musici e degli
attori, cioè di quanti interessati a pubblicizzare le loro
opere. Seguiva il concorso il giudizio affidato a cinque o,
per alcuni studiosi, dieci giudici che premiavano, si pensa
senza pressioni essendo sorteggiati, con una corona di edera
il poeta vittorioso, ma tutti, in misura più o meno grande,
avevano una ricompensa. L'arconte, quindi, faceva stilare, e
le didascalie scolpite nel marmo ce ne hanno dato una
conferma, l'ordine di premiazione ed il nome dei poeti.
La prima tragedia
rappresentata alle Grandi Dionisie è da far risalire al 533,
all'anno, cioè, in cui Pisistrato istituì i concorsi in
queste feste; la prima commedia al 486.
GLI ATTORI E LE MASCHERE
Gli attori, giunti a un
numero non superiore a tre, avevano un ruolo maschile e
femminile, dato che alle donne non era permesso assistere
alle commedie e tanto meno recitare. La pittura vascolare
del periodo ci attesta l'esistenza di maschere, una pratica
molto probabilmente derivata dal culto religioso, ma
sappiamo che di certo fu Tespi ad introdurle sulla scena.
Ottenuta colando del gesso su una struttura di cartone o
semplicemente di tela, la maschera copriva completamente la
testa, era fornita di parrucca e di barba per distinguere il
personaggio maschile da quello femminile e presentava
un'apertura all'altezza della bocca per il passaggio
della voce: e si pensi che le battute dovevano essere
ascoltate fin su in cima al koilon!
Mentre la tradizione
ritiene Tespi inventore del primo attore, Eschilo del
secondo e Sofocle del terzo e riferisce anche di altri
attori sulla scena, purché muti, Polluce, uno
scrittore del sec. II d.C., a proposito delle maschere,
ricorda, dalle origini all'età alessandrina, ventotto tipi
diversi per la tragedia, quattro per il dramma satiresco,
quarantaquattro per la commedia.
Anche la veste indossata
non è che agevolasse i movimenti degli attori sulla scena
risultando imbottita e lunga fino a terra. Formata dalla
sottoveste (chiton) e dal mantello (epiblema),
aveva anche colore diverso secondo la condizione o lo stato
d'animo dei personaggi: azzurra, verde o grigia per
gli sfortunati, nera per quelli in lutto, gialla per le
donne, purpurea per i re, ricca di tonalità per i personaggi
felici.
Le scarpe (kothornos o
embates) erano quadrate e con suola molto doppia.
Le mani, infine, erano
occupate a reggere oggetti simbolici, quali lo scettro per
gli dei, la spada per i guerrieri, il tirso per gli dei.
IL CORO
Il coro (prima di dodici, poi di quindici
coreuti) manteneva il contatto con gli attori per il tramite
del corifeo, una specie di capo-coro il cui ruolo,
importante quando c'era un unico attore, andò via via
scemando e concesse maggiore spazio a parti cantate a turno
dagli attori e dal coro. Circa la disposizione di
quest'ultimo sulla scena sappiamo che poteva disporsi:
kata stoichus, con tre file ognuna di cinque o quattro
coreuti e ciascuno della prima fila prendeva il nome di
aristerostates, della seconda laurostates, della
terza dexiostates; kata ziugà, in cinque file di tre
coreuti nel coro di quindici; emichória, in due
semicori a capo di ognuno dei quali c'era un parastates.
Durante la recitazione degli attori il coro, che ebbe
una parte importante soprattutto nelle rappresentazioni
drammatiche, sembra che eseguisse una danza ritmica
procedendo da sinistra a destra nel corso della strofe, da
destra a sinistra durante l'antistrofe.
LA MUSICA
La musica di accompagnamento delle parti
liriche era quella del flauto (aulos), mentre il
ritmo della danza variava con il mutare dei generi divenendo
solenne nella tragedia (emmeleia), vivace nel dramma
satiresco (sikinnis), sfrenato nella commedia (kordax).
A Roma
le rappresentazioni teatrali, che in Grecia nel periodo
ellenistico erano diventate regolari recite perdendo, però,
in religiosità, non furono mai celebrazioni sacrali,
rituali, come nel mondo ellenico, anche se venivano
organizzate in occasione di feste religiose. Due date ci
sembra importante ricordare: il 363 a.C. ed il 240 a.C. La
prima, riferita da Livio (VII, 2), fa congetturare
un'origine etnisca delle prime rappresentazioni: in
occasione dei Ludi Romani, festa settembrina in onore di
Giove, per allontanare la pestilenza dalla città si
mandarono a chiamare attori etruschi che, danzando al suono
di un flauto, attirarono a tal punto le simpatie dei giovani
che questi li imitarono aggiungendo gesti adatti alle
battute dette.
A tal proposito il
Sandbach considera "esibizioni del genere precedenti del
dramma teatrale vero e proprio ed un qualche supporto
all'ipotesi che la loro origine sia da ricercarsi in Etruria
è dato dalla circostanza che, probabilmente, le parole
latine per indicare il palcoscenico (scaina) e la
maschera (persona) non sono altro che deformazioni di
stampo etrusco dei corrispondenti termini greci".
La seconda, invece, il 240
a.C., segna la data d'inizio del teatro: in quell'anno,
infatti, Livio Andronico sempre ai Ludi Romani mise in scena
una tragedia ed una commedia.
Gli histriones,
cioè gli attori, così chiamati dall'etrusco ister,
per lo più persone prive di diritti civili, a Roma non
tenuti in gran conto e riuniti in compagnie teatrali,
sottostavano ad una specie di direttore che li sovvenzionava
con i fondi statali pagati da un magistrato. Ed eccezioni
rappresentano due attori liberi: Tito Publilio
Pellione, protagonista di varie commedie di Plauto, e Lucio
Ambivio Turpione, famoso ai tempi di Terenzio.
Diversamente da Atene, a
Roma i concorsi, che si svolgevano in luoghi anche non
religiosi, non furono costanti almeno fino al sec. II a.C.,
periodo in cui, tuttavia, non si poteva rappresentare che
una tragedia o una commedia al giorno, per poi andare sempre
più a decadere a favore dei giochi circensi e delle corse.
Alla mancanza delle
maschere si ovviava caratterizzando con una pelle scura i
personaggi maschili, chiara quelli femminili; mentre il già
ricordato Polluce ci attesta l'importanza dei costumi (ad
es. neri per i personaggi in lutto, bianchi per gli
esiliati) e la loro differenza secondo i generi (ad es.
imbottiture accentuavano il ridicolo di certi personaggi
della palliata, mentre gli attori della togata restavano con
la toga bianca).
LA TRAGEDIA
La grande elaborazione
dell'arte tragica spetta alla Grecia del V sec. a.C., è
creazione del genio greco, come greca ne è la denominazione
e greco lo sviluppo; la tragedia risulta forma particolare
dell'animo greco in cui in tono di alta commozione si
rappresentavano scene e fatti dell'epoca eroica; il dialogo
si alternava con il coro che esprimeva alti concetti morali.
Ma cosa significa
specificamente il termine "tragedia"? Il nome è quasi
sicuramente formato dalle parole "capro" e "canto", ma se
significasse "canto per il capro" o "canto per accompagnare
il sacrificio del capro", animale sacro al dio Dioniso, è
tuttavia molto incerto. Si è soliti perciò tornare
all'interpretazione data da Aristotele che nella Poetica
fa derivare il termine dall'ipotesi dionisiaca, ma si è
soliti anche avallare la ridefinizione data da Vico che
ricerca l'origine della tragedia antica nella satira che
avveniva nel periodo della vendemmia. "Co’ personaggi de'
satiri, eh' in quella rozzezza e semplicità dovettero
ritrovare la prima maschera col vestire i piedi, le gambe e
cosce di pelli caprine, che avere alla mano e tingersi i
volti e l'petto di fecce d'uva, ed armar la fronte di corna
(onde forse finora, presso di noi, i vendemmiatori si dicono
volgarmente cornuti); e si può esser vero che Bacco, dio
della vendemmia, avesse comandato ad Eschilo di comporre
tragedie. E tutto ciò convenevolmente ai tempi che gli eroi
dicevano i plebei esser mostri di due nature, cioè d'uomini
e di caproni, come appieno sopra si è dimostrato".
Analizzare le
caratteristiche della tragedia greca, latina, quest'ultima
quasi sempre di derivazione greca, non è compito certo
facile. La problematica intorno a questo tema è svariata;
mantenere quindi le fila risulta vano per gli spunti sul
tema che si vogliono dare qui.
Considerando l'esiguità
delle opere superstiti rispetto all'enorme produzione che
caratterizzò l'Attica del V sec. a.C., risulta rischioso
parlare della tragedia greca poiché ci si basa solo su pochi
elementi, infatti senz'altro molti altri scrittori, di cui
non ci è giunta notizia, avranno elaborato tragedie e la
stessa produzione dei tre grandi tragediografi come Sofocle,
Eschilo ed Euripide dovette essere molto più vasta rispetto
a quella che ci è pervenuta.
Sembra, infatti, che di
Eschilo siano state rappresentate settanta o ottanta
tragedie sulle sette pervenute; così per Sofocle che ne
scrisse 123, per Euripide che ne scrisse ottanta di cui
diciannove conosciute. Si tratta dunque di un campione
veramente esiguo e perciò il compito di ricavare da esso una
struttura generale della tragedia e dei caratteri comuni è
cosa ardua, se non addirittura arbitraria. Si è sicuri
comunque che ogni tragedia greca o latina che fosse, avesse
tre elementi caratteristici comuni: il coro,
ribadendo che nella tragedia greca era sistemato
nell'orchestra e in quella romana sulla scena dove appariva
ad intervalli; il dialogo e la sticomitia che
consistevano nel fatto che ogni interlocutore recitava una
battuta racchiusa in un solo verso.
Oltre questi elementi
definibili come elementi di carattere strutturale e
stilistico, se ne possono, anche se non sempre evidenziabili
in tutte le tragedie, rintracciare altri qui di seguito
riportati:
a) la presenza e lo studio
delle caratteristiche fisiche, morali e intellettuali
dell'eroe. A questo proposito va ricordato che la
letteratura occidentale inizia la sua storia proprio con la
presentazione di personaggi eccezionali; la figura dell'eroe
descritta e rappresentata attraverso un'azione che
progressivamente si intensifica e diventa tragica, è il
centro su cui si focalizza l'azione: l'eroe si scontra con
forze su cui non potrà mai vincere, di qui l'orribile e
spesso il sanguinario;
b) la struttura degli
eventi, vale a dire lo schema delle azioni da cui scaturisce
la tragedia e che Aristotele sembra contrapporre allo studio
dell'eroe.
In tal modo l'elemento
predominante non è nei personaggi ma nella successione degli
eventi.
e) la presenza del mito
come elemento rintracciabile in quasi tutte le tragedie. Ma
cosa è il mito? Nient'altro che il complesso delle idee
comuni appartenenti a tutta la polis e raffigurato
fantasticamente. Non a torto i personaggi tragici sono stati
considerati come archetipi. Ed è proprio la presenza del
mito a garantire la pragmatica della comunicazione tra
attori e spettatori.
Si può dunque definire il
teatro della Grecia antica come teatro autenticamente
popolare, nel senso che esso parlava a tutto il popolo della
polis senza distinzione di classe, di ricchezza, di cultura.
d) altezza della caduta;
elemento ineliminabile rappresentato da un eroe o eroina che
da una posizione di felicità, di benessere e potere cade in
quella dell'infelicità, della miseria e dell'impotenza.
e) possibilità di
riferimento alla coscienza comune, vale a dire che lo
spettatore doveva poter riferire gli eventi drammatici a
fatti o cose da esso stesso sperimentati o sperimentabili.
Tale elemento è quello che oggi potremmo definire
verosimiglianza.
f) i personaggi della
tragedia non dovevano essere mai vittime passive, ma
possedere nel grado più alto la coscienza della tragedia che
stavano vivendo.
g) catarsi finale, in cui
il tragico non scompariva ma si placava non in una
conciliazione finale degli elementi, ma, anzi, riproponendo
sino alla fine l'assoluta insanabilità del conflitto
tragico. È questo un elemento che Aristotele sottolinea con
forza proprio quando definisce Euripide "il più tragico tra
i poeti tragici".
Un altro elemento basilare
della poesia greca è riscontrabile nello stile alto e
sublime; ma intraprendere questo discorso sarebbe rischioso
e lungo. Vale la pena, invece, riflettere su un altro
problema storico culturale abbastanza interessante.
La tragedia greca voleva
celebrare l'ortodossia dei valori presenti nella società o
far nascere idee e prospettive nuove?
Prima di rispondere a
questa domanda bisogna ricordare anche che il teatro greco,
come già è stato detto, era un teatro dì Stato, voluto e
organizzato come forma culturale capace di omologare i
comportamenti degli individui e di mantenere e rinforzare la
coesione della polis.
Ebbene, proprio il teatro
tragico, ma anche la commedia, spesso propose idee
nuovissime, se non rivoluzionarie.
Per semplificare basta
pensare ai ruoli affidati ai personaggi femminili come
Medea, Elettra, Ifigenia che, contrariamente a ciò che
avveniva nella Grecia del V sec. a.C., avevano nella
tragedia il ruolo di donne forti e aggressive, spesso capaci
di soverchiare il potere maschile.
Certo, come si può vedere,
ricostruire i caratteri della tragedia greca non è cosa
semplice se si vuole evitare un discorso di archeologia
storica e rivivere per ciò che è possibile il pathos
dell'antica rappresentazione. Si può solo avere un approccio
al teatro greco quasi a livello percettivo, sedendo in un
antico teatro, per esempio in quello di Dioniso ad Atene o
in quello, di dimensioni più ridotte, di Pompei.
Per ciò che concerne il
teatro tragico a Roma c'è da dire che esso fu quasi sempre
derivato da quello greco, con adattamenti e scelte
indispensabili per la società romana.
Esso comparve in periodo
arcaico con Livio Andronico che, come già ricordato, nel 240
a.C. ridusse in latino una tragedia greca e poi con Nevio,
Ennio; seguirono Pacuvio e Accio. La circostanza che essi
provenivano dal mezzogiorno d'Italia, spiega la connessione
che esistette tra teatro greco e teatro romano.
Dobbiamo arrivare a Seneca
per trovare una tragedia autonoma rispetto a quella greca;
elemento che i critici hanno troppo poco messo in risalto;
elemento che deriva proprio dall'originalità dello
scrittore, dalla sua inquietudine che lo spinse sempre a
rifiutare le fonti per fondarsi invece sull'esperienza
vissuta nella Roma di Messalina, di Agrippina, di Claudio e
di Nerone.
(Soprintendenza archeologica delle
province di Napoli e Caserta, Museo Archeologico Nazionale
di Napoli, Sezione Didattica, pp. 21-26)
IL TEATRO ANTICO
Considerazioni preliminari
Il teatro, in tutte le sue
forme, ha avuto, specie nell’antichità, sempre un potere di
contestazione esplicita e questa opposizione alla realtà
sociale è sempre divenuta il principio motore di ogni
creazione artistica.
Nei passaggi da una
struttura sociale ad un’altra e nei disordini che essi
comportano possiamo considerare le cause e le condizioni
delle creazioni artistiche.
Bisogna, infatti, rilevare
che i grandi periodi creativi si realizzano quasi tutti in
momenti di rottura sociale: la creatività drammatica greca è
al culmine nel momento in cui gli effetti del lento
passaggio dalla vita rurale patriarcale alla vita urbana si
fanno sentire con maggiore intensità; è il caso del 480
a.C., anno della battaglia di Salamina, battaglia che
comporta un mutare della società.
A quest’epoca corrisponde
il momento in cui nelle città greche si impone una nuova
originale forma sociale, tanto per il funzionamento del
sistema politico, economico e giuridico di questo, tanto per
la veemenza dei conflitti che opposero le città le une alle
altre, ed è a quest’epoca che corrisponde anche una
fioritura improvvisa di importanti opere teatrali a cui fa
seguito poi un’interruzione repentina.
La forma teatrale, quindi,
risulta una forza sociale la cui funzione è quella di
situarsi in maniera nuova in rapporto agli eventi ed agli
altri gruppi umani; la manifestazione teatrale ha incarnato,
perciò, spesso, il conflitto tra censure sociali e libertà
del futuro, profilando sulle scene individui in lotta contro
l’ordine stabilito.
Il teatro greco diventa,
quindi, anch’esso funzione essenziale della vita della pòlis
ed è portatore di una problematica politica e sociale
essendo stato il poeta sollecitato da specifiche situazioni
che hanno determinato il suo atteggiamento e la sua
creazione: non possiamo, infatti, dimenticare come in
qualsiasi forma artistica si rifletta la posizione
dell’artista nella vita del tempo.
Il patrimonio mitico,
cresciuto su di un terreno sociale ben diverso (la società
tribale di re, sacerdoti e pastori), poteva essere
reinterpretato in funzione dei nuovi problemi della città e
della sua politica.
La reinterpretazione del
mito in senso moderno fu assolta soprattutto dal teatro
tragico, che divenne un momento centrale nella vita della
comunità ateniese; fu, nello stesso tempo, rito religioso,
dibattito ideologico e riflessione collettiva a cui
partecipavano, spesso a spese dello Stato, tutti i cittadini
ateniesi.
In Grecia, ed in
particolar modo ad Atene, quindi, le rappresentazioni
teatrali furono un grandissimo "fatto sociale" e molto più
che ai nostri giorni un fenomeno di massa; esse diverranno,
inoltre, sempre più una conquista, un mezzo di conoscenza,
uno specchio della società, un legame sociale.
Non possiamo se non
ripetere che il teatro fu un vero centro di vita
intellettuale che agiva efficacemente sulle masse sia dal
punto di vista estetico che da quello educativo e culturale.
Non solo il teatro con le
sue rappresentazioni , ma anche gli edifici furono
utilizzati come centri di vita e servirono spesso come luogo
di adunanze così per le assemblee come per i giudizi…
Struttura architettonica ed
organizzazione scenica
A Creta
A Creta alcuni sacri
recinti, ove sembra si svolgessero cerimonie religiose con
danze e cori, possono essere riconosciuti tra i luoghi che
in età più remota furono adibiti a rappresentazioni
teatrali.
In Grecia
Fu in Grecia, comunque,
dopo un periodo (quello più antico della storia di Atene) in
cui le rappresentazioni avevano luogo nell’agorà, che l'area
destinata agli spettatori assunse in origine la forma di
gradinate a squadra, con un'angolazione che venne poi
smussandosi fino a determinare una sede inclinata e
semicircolare, come luogo stabile da cui assistere a
manifestazioni religiose e artistiche.
Il teatro in età classica
Gli esemplari più antichi
sono identificabili nelle strutture di Eleusi e di Torico,
databili al VII sec. a.C., mentre si può assumere, come
forma compiuta e paradigmatica dell'evoluzione
architettonica per l'età classica, il teatro di Dioniso
Eleutherios in Atene, situato sulle pendici meridionali
dell’acropoli entro il thèmenos ("recinto sacro") di
Dioniso, complesso e funzionale nell'eleganza definita
dell'impianto.
L’"orchèstra"
L'area occupata dagli
attori, chiamata "orchestra", ossia luogo delle
danze, di forma variamente trapezoidale / semicircolare o
circolare e del diametro di ca. m. 20, era situata di solito
in una zona piana, affiancata a un pendio, delimitata
all'intorno da un canale ricoperto di lastre, ampio poco
meno di m. 1, detto "euripo", che convogliava le
acque defluenti dalla collina.
L’altare di Dioniso
Talvolta un rilievo in
pietra segnava con maggiore evidenza lo spazio
dell'orchestra, il cui piano in terra battuta celava
sotterranei e "praticabili", ricavati per esigenze di
scena; al centro doveva essere primitivamente la
Jumelh ("altare"), di forma circolare
e con la statua di Dioniso, altare che serviva sia per
offerte sia come punto di riferimento per i movimenti del
coro .
Le "pàrodoi"
L'accesso al teatro
avveniva o dall’alto (come spesso oggi) o attraverso le
parodoi ("passaggi laterali"), spesso
lievemente inclinate, arricchite da statue e dediche votive,
utili agli attori e agli spettatori, chiuse da porte solo in
età più tarda. Da quella di destra, per convenzione,
entravano i personaggi provenienti dalla città, dall’altra
di sinistra quelli che giungevano dalla campagna.
La "cavea"
Il pendio, con i sedili
sistemati a gradinata, costituiva la cavea, costruita
nel sec. IV al posto dei sedili di legno, generalmente a
semicerchio abbondante intorno all'orchestra; era divisa in
tredici cunei da dodici scalette verticali, mentre i
diazwmata ("corridoi") separavano
orizzontalmente i settori secondo il prestigio di chi
l’occupava.
I sedili
I primitivi sedili in
legno furono successivamente sostituiti, originariamente,
con sessantasette seggi in pietra od in marmo pentelico, con
schienali e braccioli di varia forma e dignità per i
personaggi più autorevoli (quello centrale era assegnato al
sacerdote di Dioniso).
I pannelli scenici
La scena, tangente all' orchstra,
era originariamente una costruzione improvvisata con
tendaggi e pali, ma in età classica assunse una linea
architettonica stabile come sfondo all'azione, alla quale
spesso si adeguava; si ebbero infatti riproduzioni della
facciata di un palazzo reale o di un tempio, rocce, grandi
sepolcri e altari; talvolta su pinakeV (tavole dipinte
issate lungo le antenne, quando servivano, altrimenti calate
dentro la fossa scenica per mezzo di corde) o prismi
girevoli erano raffigurati paesaggi di città o di campagna;
pedane, gru, fosse e rotaie di scorrimento venivano
impiegate per gli artifici scenici necessari.
I parasceni
Due strutture laterali,
dette
paraskhnia ("parasceni"), definivano
con maggior compiutezza l'edificio di fondo, in cui si
aprivano le porte, tre normalmente, a indicare vicine o
lontane provenienze.
Dietro erano i luoghi
riservati agli attori, ai costumi e agli attrezzi.
Gli attori
A proposito di attori
ricordiamo che questa professione era riservata
esclusivamente ai maschi.
Il mestiere di "istrione",
infatti, diversamente che in Roma, era tenuto in grandissima
considerazione (gli attori professionisti erano spesso
remunerati come divi dello Stato) e, quindi, ruoli
preminenti non potevano essere affidati se non a donne
libere: ma queste vivevano preminentemente in casa , né si
faceva comunemente uso di ragazzi per simulare le voci
femminili (anche se brevi parti infantili sono contemplate
in più di una tragedia).
Protagonisti e "spalle"
Il ruolo del protagonista
(in origine lo stesso autore della tragedia) era preminente
e secondo e terzo attore ("deuteragonista" e "tritagonista")
dovevano stare al loro posto; senza contare gli innumerevoli
kwja proswpa ("personaggi muti"; per
lo più cittadini presenti sulla scena come guardie di
scorta, ancelle, giudici, …).
Plurifunzionalità
dell’attore
D’altronde la professione
doveva essere certamente molto impegnativa, se, a
prescindere dalla nitidezza della voce e da un’acconcia
gestualità, soli tre attori erano costretti ad interpretare
otto-dieci personaggi (per l’"Edipo a Colono" si
ipotizza che il personaggio di Teseo fosse interpretato da
tutti e tre gli attori, a turno).
I costumi degli attori
Per quanto riguarda i
costumi (forse introdotti da Eschilo) indossati dagli attori
fondamentale era il
citwn ("chitone"),
una tunica a maniche lunghe abbellita da ornamenti e legata
da una cintura sotto il petto (chitone ionico) o più corta
ed aperta sui fianchi (chitone dorico); sul chitone veniva
indossato o un imation (lungo mantello raccolto sulla spalla
destra) o una clamuV ("clamide"), un mantello corto
portato sulla spalla sinistra.
Anche il colore dei
costumi era importante (il nero indicava lutto o sventura,
il porpora la dignità regale, …), ma i personaggi erano
distinguibili pure da particolari caratterizzanti (ad
esempio, la
bakthria, cioè il
bastone, per i vecchi; la spada per il guerriero; una
ghirlanda per il messaggero; …).
Ad incrementare la già
notevole statura dell’attore, imbottito e munito di un
ogkoV ("parrucca") per motivi scenici
(cioè per essere distinto anche dagli spettatori posti sulle
ultime gradinate), era diffuso l’uso del koJornoV ("coturno"),
un tipo di calzatura che, nata con suola bassa, ma resa più
spessa in epoca tarda, aumentava di buoni venti centimetri…
la solennità del personaggio interpretato.
Le maschere
La maschera, il cui uso è
attestato nell’arte greca con implicazioni religiose molto
prima del dramma, era la caratteristica più importante
dell’attore greco.
Fatta di lino / sughero /
legno e munita di una parrucca, pur con una fisionomia fissa
(viso dipinto di bianco per le donne, di grigio per gli
uomini ) ed una bocca leggermente aperta per il solo fine di
fungere da megafono (la scena poteva distare dagli ultimi
spettatori anche m. 90), era fondamentale per attori che
dovevano sostenere anche dieci ruoli diversi e, quindi,
accessoriata (colore, forma, natura dei capelli; varietà dei
copricapi; …) in modo tale da poter ottenere da pochi tipi
una serie di personaggi dissimili.
Di quelle del sec. V ci
sono pervenute scarse informazioni, ma scavi effettuati a
Lipari hanno portato alla luce terrecotte raffiguranti
personaggi teatrali che consentono di contare ben 44 tipi da
collocare nell’arco di tempo che va dalla prima metà del
sec. IV alla metà del sec. II a.C..
Nel periodo d’oro della
tragedia (sec. IV) la maschera diventa più imponente e
presenta una bocca decisamente sproporzionata al resto del
volto.
Il coro
Accanto agli attori c’era
il coro, i cui componenti ("coreuti"; prima 12, poi
15; vestiti con chitone o, se schiavi, con un farsetto),
oltre a godere anch’essi di stima pubblica, erano preparati
da un istruttore (a volte lo stesso autore della tragedia) e
pagati dal "corego", un ricco ateniese disposto ad
addossarsi il peso della sponsorizzazione del dramma.
I coreuti, una volta
entrati in scena, si sistemavano, per facilità di manovra
nel cambiare gli schemi, su cinque file di tre elementi.
Di esso null’altro
sappiamo e, anche se gli autori ci hanno fornito nomi di
balli e schemi di movimento ("la tenaglia", "mani
sulla testa", "la danza del bastone", …), non ne
forniscono spiegazioni, né chiariscono la posizione del coro
nei momenti di non-attività.
Il teatro in età
ellenistica
In età ellenistica si
venne accentuando l'importanza dell'edificio scenico, che
assunse un valore architettonico decorativo, nella forma,
divenuta stabile, di costruzione lunga e stretta; la fronte,
rivolta verso gli spettatori (fronte scenica) e movimentata
con nicchie, portici, fondali e pannelli dipinti, era
sopraelevata rispetto all'orchestra, ormai occupata dal
pubblico; gli attori tragici (a differenza di quelli della
commedia che agivano in prossimità degli spettatori)
recitavano su una pedana, profonda anche 3 m, sostenuta da
colonne o da murature, ornate da statue, semicolonne e
grandi vasi di bronzo per la risonanza.
L'edificio scenico, ormai
divenuto una costruzione a più piani, talora si apriva sul
lato opposto all' orchstra
in un portico monumentale .
Il teatro greco come forma
d'arte
Le origini
Il teatro greco ebbe
origine nell'Attica nella forma del dramma satiresco, della
tragedia e, quindi, della commedia, in stretta connessione
con il culto di Dioniso e con le sue feste esaltanti che,
operando la comunione dell'umano con il divino, crearono
l'ambiente adatto perché sensibilità, passioni e fantasia
dessero vita a una finzione drammatica.
Infatti dal ditirambo
lirico, in cui i coreuti, disposti a circolo (cori ciclici)
con il corifeo in mezzo, esponevano in un canto univoco con
più o meno particolari un mito o una leggenda concernenti il
dio, si passò al ditirambo dialogato, in cui coreuti e
corifeo assumevano le parti di due interlocutori, l'uno che
interrogava, l'altro che rispondeva.
Bastò che al corifeo, che
rappresentava Dioniso, e ai coreuti, costituenti lo stuolo
dei suoi seguaci, si aggiungesse un secondo personaggio,
perché si avessero gli elementi essenziali del dramma.
L'innovazione, feconda di
successivi ampliamenti, fu attribuita dalla tradizione a
Tespi, ritenuto comunemente l'inventore della tragedia.
Con lui, pertanto,
l'elemento tragico si sarebbe scisso da quello comico, con
il quale era mescolato nel dramma primitivo, e Dioniso, con
le sue edificanti avventure, sarebbe stato sostituito dagli
eroi e dalle loro dolorose vicende.
Feste ed agoni
Tra il 536 e il 532 a.C.,
per volontà di Pisistrato, ad Atene venne data la prima
rappresentazione organizzata dallo Stato e furono istituiti
annuali agoni tragici.
Circa un cinquantennio
dopo (486 a.C.) pure la commedia, nata anch'essa dal culto
di Dioniso e collegata con le feste in suo onore, da
spettacolo privato divenne pubblico e regolato da norme
precise (agoni comici).
Nel V e nel IV sec. a.C.
in Atene e, in misura minore, come è presumibile, in talune
altre città elleniche l'attività teatrale fu intensa e
feconda.
Essa si svolgeva
normalmente, poiché i Greci combattevano solo a fine
primavera ed in estate, nel corso delle tre importanti feste
dionisie (piccole dionisie o rurali [che si svolgevano nel
mese di Poseidone, cioè a dicembre/gennaio], lenee [attuate
nel mese di Gamelione, cioè a gennaio / febbraio; così
chiamate da Lenai, uno dei seguaci di Dioniso ], grandi
dionisie o urbane [tenute nel mese di Elafebolione, cioè a
marzo / aprile] ) e talvolta delle antesterie ; ne era
soprintendente l'arconte eponimo nelle grandi dionisie,
l'arconte re nelle lenee, ai quali veniva riservata la
designazione del cittadino abbiente obbligato ad assumersi
la coregia e l'ammissione dei concorrenti al concorso
drammatico.
Nello spirito competitivo
proprio dell'indole del popolo greco, i tre poeti scelti
negli agoni tragici dovevano presentare una tetralogia (tre
tragedie e un dramma satiresco), mentre i tre (più tardi
cinque) degli agoni comici gareggiavano con una sola
commedia .
L'autore, che talvolta
anche fungeva da attore, o il corego stesso o un esperto
corodidascalo curava l'istruzione del coro, la distribuzione
e recitazione delle parti e l'allestimento scenico, che,
primordiale agli inizi, si arricchì via via di ingegnosi
espedienti.
Una commissione di cinque
cittadini per la commedia, forse di dieci per la tragedia,
estratti per lo più a sorte, giudicava le opere presentate e
stabiliva le graduatorie di merito.
Dopo il verdetto,
l'arconte redigeva un resoconto ufficiale con tutte le
notizie relative ai drammi rappresentati.
Raccolte da Aristotele
nelle sue Didascalie, pervennero a noi, insieme con gli
argomenti ("Hypothéseis"), con i testi manoscritti
delle singole opere .
I vincitori, l'autore,
l'attore e in seguito anche il corego erano premiati con una
corona di edera e di alloro e con un tripode di metallo, che
spesso veniva dedicato a Dioniso.
Sorto dal popolo e
promosso per le esigenze e l'educazione del popolo, il
teatro in Atene concentrava l'attenzione e l'interesse di
tutti i cittadini .
Ai poveri, perché
potessero assistere agli spettacoli, era concesso dallo
Stato un sussidio di due oboli ("theorikón"):
sussidio, comunque, destinato ad aumentare con il tempo.
La tragedia: specchio dei
tempi
Ad eccezione del dramma
satiresco (che, pur muovendo dal mito, lo sfruttava in modo
umoristico), della farsa burlesca, del mimo e del pantomimo,
rivolti a soddisfare un diletto di breve durata, la
drammatica ateniese del V e IV sec. a.C. nelle sue forme più
significative (Eschilo, Sofocle, Euripide) è legata alle
condizioni del tempo e ne riflette i fatti e i problemi di
maggior rilievo.
La tragedia nella mirabile
fusione di epica e lirica e nell'armonia dei mezzi
espressivi della parola, del canto e della danza, adombra
nella rappresentazione del mito la realtà quotidiana nei
suoi contrasti politici e sociali e nelle sue ansie morali e
religiose .
Nell'età ellenistica il
teatro perse l'originale carattere religioso e civico.
Mentre l'organizzazione
degli spettacoli passava dai coreghi agli agonoteti,
funzionari statali, la tragedia , perdendo ogni carica
emotiva , si ridusse a esercitazione letteraria o, per un
processo di progressiva profanizzazione, si trasformò nella
commedia «nuova» (Menandro).
Il teatro a Roma
Venuto meno pressoché completamente il
contatto con la vita culturale e politica del tempo, il
teatro si svincolò da ogni intento educativo per diventare
un semplice quanto diffuso divertimento delle folle e delle
corti ellenistiche.
Con siffatto carattere e
tale funzione fu accolto in Roma verso la metà del III sec.
a.C. e costituì, nel suo contenuto profano, la
manifestazione più appariscente di festività religiose e di
celebrazioni di avvenimenti gloriosi.
La produzione teatrale,
sebbene mostrasse in genere preferenza per i modelli greci
(Plauto, Terenzio, Cecilio Stazio), non trascurò la
produzione indigena e quella precedente di provenienza
etrusca, osca e italica (fescennini, satura, atellana,
mimo).
Cercò pure il genere di
contenuto nazionale, nella tragedia con la praetexta,
nella commedia con la togata, predominando fra le
manifestazioni artistiche del mondo latino per circa un
secolo e mezzo dell'età arcaica. In seguito, nell'ultimo
secolo dell'epoca repubblicana e durante l'Impero, il teatro
da una parte lasciò sempre più posto alle lascive
rappresentazioni del mimo, dall'altra subì via via
maggiormente la concorrenza degli spettacoli del circo, dei
giochi gladiatori, delle naumachie, ecc.
La drammatica propriamente
detta, rimasta in onore presso le classi colte, si esaurì
nella riesumazione di opere del passato o nella loro
rielaborazione, come nelle truci tragedie di Seneca,
destinate alla privata o pubblica recitazione, o nella
commedia del «piagnone» (Querolus) modellata sulla
Aulularia plautina.
All'avvento del cristianesimo la condanna
della Chiesa, volta soprattutto contro la troppo libera vita
degli attori, e l'arretramento culturale provocato dalle
invasioni barbariche determinarono nell'alto medioevo
l'affievolirsi e infine la scomparsa di ogni attività
teatrale, ridotta all'esibizione di pochi guitti vagabondi
nelle piazze dei mercati. |
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