LETTERATURA LATINA
AUTORI
Gian Biagio Conte
LIVIO ANDRONICO
Vita Giunse a Roma
probabilmente da Taranto, era a tutti gli
effetti un greco. Due tappe fondamentali
attestate: il 240, quando una sua opera fu il
primo testo drammatico rappresentato a Roma; e
il 207, quando compose un paternio (canto
di fanciulle) in onore di Giunone, destinato
all’esecuzione in pubblico nel corso di
cerimonie religiose.
Opere Tutto quello che ci
è giunto si limita a una sessantina di
frammenti. Ci restano i titoli di otto tragedie:
Achilles, Aegisthus, Equos Troianus,
ecc., tutte legate al ciclo della guerra di
Troia. Compose anche palliate.
L’opera più significativa
di Andronico è per noi (a giudicare dai
frammenti) la versione in saturni dell’Odissea
di Omero, il cui titolo doveva suonare Odusia:
ce ne sono giunti 36 frammenti.
Fonti Le informazioni
sulla Vita da noi accolte si basano
essenzialmente su Cicerone (Bru_ tus) e
Livio.
Nascita della tradizione
poetica
I grandi classici romani del I secolo
concordavano nell’indicare in Livio l’iniziatore della
letteratura latina.
L’iniziativa di tradurre in lingua latina e
in metro italico (il saturnio) l’Odissea di Omero ebbe
una portata enorme. Si pensi che una cultura letteraria di somma
raffinatezza e curiosità come quella greca non arrivò mai a
concepire la traduzione di un’opera letteraria da una lingua
straniera; l’operazione di Livio ebbe insieme finalità
letterarie e finalità più genericamente culturali. Rese
disponibile ai Romani un testo fondamentale della cultura greca.
Naturalmente l’élite romana ellenizzata già leggeva Omero
nell’originale: ma l’Odusia ebbe fortuna come testo
scolastico; Andronico stesso era maestro di scuola, e nel suo
lavoro riuscì insieme a divulgare cultura greca a Roma e a far
progredire la cultura letteraria in lingua latina.
L’importanza di Livio nella storia letteraria
sta nell’aver concepito la traduzione come operazione artistica:
costruzione di un testo che stia accanto all’originale, da un
lato fruibile come opera autonoma, dall’altro capace di
conservare le qualità espressive del modello. Non avendo una
tradizione epica alle spalle, Livio cercò per altre vie di dare
solennità e intensità al suo linguaggio letterario. Forme come i
genitivi in –as sono già arcaizzanti rispetto alla lingua
in uso ai tempi di Andronico; così la lingua letteraria si
stacca dal linguaggio quotidiano. Ecco quindi che si rivolge al
formulario della tradizione religiosa, che dà elevatezza e
profondità al suo linguaggio: e rende l’omerica "Musa" con
l’antichissima Camena, divinità italica delle acque.
Omero parla di un eroe "pari agli dei", ma
questa mozione non è accettabile alla mentalità romana:
Andronico e traduce summus adprimus. Tipica della poesia
romana, rispetto ai modelli greci, è la ricerca del pathos,
della forza espressiva e della tensione drammatica.
Questa capacità di "drammatizzare" il
racconto ci fa pensare che Andronico fu anche un significativo
drammaturgo. Anche i testi drammatici di Livio avevano precisi
modelli greci: ma nel campo teatrale i Romani furono, sin
dall’inizio, più liberi nel trasformare i modelli.
Per il rapido sviluppo letterario che seguì
la sua opera, Andronico passò molto presto di moda: non solo
Cicerone e Orazio trovano primitiva la sua arte, ma già Ennio
sembra polemizzare contro il suo predecessore. La letteratura
scolastica di Andronico durò probabilmente più della sua fortuna
letteraria: di lui restava, per così dire, il "busto" di un
progenitore.
NEVIO
Vita Gneo Nevio,
cittadino romano di origine campana, sembra che
fosse di origine ple_ bea: pochi nella Roma
arcaica i letterati di tale origine. Morì, forse
in esilio, nel 204 o nel 201, lasciando un
diffusa fama letteraria.
Opere Numerose tragedie
(fra cui almeno due praetextate, il
Romulus e il Clastidium) e commedie.
La sua opera principale è
il Bellum Poenicum ,in saturni: il poema
doveva contenere 4000/5000 versi, ne restano
appena una sessantina. Il poema narrava la
storia di Enea che da Troia giunge nel Lazio e,
nella sua parte principale, la storia della
guerra punica, che Nevio aveva vissuto.
Fonti Notizie occasionali
ci vengono da Cicerone e da San Girolamo. Un
indizio ci viene fornita da Plauto: nel Miles
Gloriosus si parla di un poeta incarcerato e
costretto al silenzio: Nevio?!
Tra mito e storia
Nevio è il primo letterato latino di
cittadinanza romana, e ci appare come letterato vivacemente
inserito nelle vicende contemporanee
Il forte impegno di Nevio della vita politica
di Roma traspare dai caratteri originali della sua opera: il
Bellum Poenicum è il primo testo epico latino che abbia un
tema romano: ha caratteri di originali_ tà molto marcati, non
solo la scelta di un tema storico quasi contemporaneo. Il suo
racconto con un salto temporale, affondava nella preistoria di
Roma: la fondazione di Roma si ricollegava alla caduta di Troia,
e i viaggi per mare di Enea erano in qualche modo paralleli alle
peregrinazioni di Odisseo. In questo fase Nevio doveva dare
notevole spazio all’intervento divino: gli dei dell’Olimpo erano
importantissimi nell’epica omerica, ma ora – nel nuovo poema
nazionale roma_ no – il tradizionale apparato divino assumeva
anche una missione storica, e sanzionava la fondazio_ ne di
Roma. Questa saldatura tra mito e storia innestava l’ascesa di
Roma in una specie di visuale cosmica, nutrita di cultura greca.
Non conviene staccare troppo Nevio dalla
tradizione letteraria greca: il Bellum Poenicum presup_
pone Omero, e presuppone anche la tradizione ellenistica del
poema storico-celebrativo. L’idea di intrecciare una storia di
viaggi e una storia di guerra (il viaggio di Enea, la guerra
romano-cartagi_ nese) sembra indicare un "incrocio" fra
Iliade (la guerra di Troia) e Odissea (i viaggi di un
eroe).
Certi aspetti di stile rivelano un’originale
mescolanza di cultura poetica ellenistica e ispirazione
nazionale. L’importanza delle figure di suono: ripetizioni,
allitterazioni, assonanze tendono a formare la struttura
portante del verso, in particolare il saturnio trovava una sua
armatura formale proprio nelle ripetizioni foniche.
La sperimentazione si sviluppò in due
direzioni principali. 1 la sezione "mitica" del poema impone_ va
a Nevio una sfida del linguaggio poetico greco, con la sua
inesauribile riserva di epiteti preziosi, Nevio sperimenta nuovi
composti e nuove combinazioni sintattiche. 2 la sezione
"storica" impone_ va altri problemi. Nevio adatta lo stile
poetico a una lunga narrazione continua.
Nel complesso, il Bellum Poenicum
appare come un’opera di forte sperimentalismo, in cui forse le
diverse componenti stilistiche non trovano uno stabile
equilibrio. Dopo il tramonto del saturnio, la fama del poema
sarà sempre oscurata dagli Annales di Ennio.
Quell’ideologia eroica che nella storia di Roma verrà spesso
rievocata, anche in forma distorta o insincera, trova nell’opera
di Nevio una delle espressioni più autentiche.
Di gran lunga più importante la produzione
comica, che fa di Nevio il più autorevole predecessore di
Plauto, e che suggerisce un talento letterario molto versatile.
PLAUTO
Vita Plauto, come del
resto quasi tutti i letterati latini di età
repubblicana, non era di origine romana:
certamente cittadino libero.
La data di morte, il 184
a.C., è sicura; la data di nascita da una
notizia di Cicerone: probabile una nascita tra
il 255 e 250 a.C..
Opere e Plauto fu autore
di enorme successo, immediato e postumo. Di
Plauto furono
fonti condotte vere "edizioni" ispirate
ai criteri di filologia alessandrina: le commedie
furono dotate di didascalie,
di sigle dei personaggi; i versi scenici furono
impaginati da competenti, in modo che ne fosse
riconducibile la natura.
La fase critica nella
trasmissione del corpus dell’opera
pluatina fa segnata dell’intervento di Varrone,
il quale, nel De comoediis Plautinis,
ritagliò nell’imponente corpus un certo numero
di commedie (21, quelle giunte fino a noi),
sulla cui autenticità c’era generale consenso.
Queste sono opere da Varrone
accettate totalmente e sicuramente genuine. La
cronologia: alcune presuppongono vicende
storiche: Casina allude chiaramente alla
repressione dei Baccanali del 186.
1.Tipologia degli intrecci e dei personaggi
Per unanime riconoscimento, la grande forza
di Plauto sta nel comico che nasce dalle singole situazioni,
prese a sé una dopo l’altra, e dalla creatività verbale che ogni
nuova situazione fa sprigionare.
Una costante, come dato di fondo, la
fortissima prevedibilità degli intrecci e dei "tipi umani"
incarnati dai personaggi. Plauto desidera proprio questa
prevedibilità: non vuole porre interrogativi problematici sul
carattere dei suoi personaggi.
I personaggi si possono ridurre a un numero
limitato di "tipi": il servo astuto, il vecchio, il giovane
amatore, il lenone, il parassita, il soldato vantone. Questi
tipi sono inquadrati fin dai prologhi e il pubblico ha così fin
dall’inizio una traccia su cui far scorrere la propria
comprensione degli eventi scenici.
Ma ancora più caratterizzante in Plauto è la
prevedibilità degli intrecci. Praticamente tutte le pieces
si possono ridurre a una lotta fra due antagonisti per il
possesso di "bene": generalmente una donna e/o una somma di
denaro necessaria per accaparrarsela. La lotta si decide,
naturalmente, con il successo di una parte e il danneggiamento
di un’altra. E’ buona norma che il vincitore sia il giovane, e
che il perdente abbia in sé le giustificazioni della sconfitta
(è un vecchio, un uomo sposato, un ricco trafficante di
schiave...): così la vittoria finale trova piena corrispondenza
nei codici culturali che il pubblico già possiede, confermandone
le aspettative.
Adottando questo schema generativo dalle
convenzioni della Commedia Nuova, Plauto può puntare il suo
prevalente interesse su certe particolari forme di intreccio.
Quella di gran lunga preferita è quella definita "commedia del
servo", la cui ricetta: l’azione di conquista del bene messo in
gioco è relegata dal giovane ad un servo ingegnoso;
progressivamente, però, i suoi servi crescono di statura
intellettuale e di libertà fantastica: creano inganni e persino
li teorizzano. Al centro dell’azione sta nelle opere più mature
un vero e proprio demiurgo: un artista della frode, un poeta che
sotto gli occhi di tutti sceneggia la vicenda.
La coppia "giovane-desiderante
servo-raggiratore" è quindi la più solida costante tematica del
teatro di Plauto.
Per completare il quadro, manca un elemento:
una forza onnipresente, la Fortuna, la Tyche che è regina
incontrastata del teatro ellenistico. La sua presenza ha un
grande valore stabilizzante. Il servo ha spesso bisogno di
un’antagonista alla sua altezza; e la trama ha bisogno di uno
scatto irrazionale, di un quoziente imprevedibile. Ma non è solo
questo il valore della Fortuna.
Plauto afferma un’altra preferenza: commedie
che ruotano su un riconoscimento, un’identità nascosta, mentita
o perduta e poi rivelata. Si parla di "commedia degli equivoci":
tutte hanno in comune la scatto furioso dell’agnizione
conclusiva, del riconoscimento che scioglie le difficoltà.
Il contrasto fra messinscena e realtà non può
durare per sempre, anche se è divertente: e qui entra in gioco
la Fortuna. Così scopriamo che esiste una realtà per così dire
autentica e sincera della realtà iniziale, quella su cui lo
schiavo operava i suoi trucchi.
2. I modelli greci
La grandezza sta anche in altro aspetto: la
maestria ritmica, i numeri innumeri (gli infiniti metri)
di Plauto, sono parte integrante della sua arte. E’ questo un
aspetto in cui Plauto si distacca nettamente dai suoi modelli
greci: anzi, proprio la predilezione per le forme "cantate" –
estranee alla struttura del teatro menandreo – è proprio uno dei
fattori che regolano il vertere, la ricreazione in latino
dei modelli greci.
Plauto si preoccupa molto poco di comunicare
il nome ed eventualmente la paternità, della commedia greca su
cui via via si è orientato. Alcuni modelli: Menandro. Difilo,
Demofilo, ma Plauto non ha nessuna preferenza, ne deriva una
conseguenza: lo stile è intrinsecamente vario e polifonico, ma
varia piuttosto poco da commedia a commedia, e accostando le
varie sue opere la coerenza i stile e maniera è pronunciata.
D’altra parte , i tratti costanti e dominanti
dello stile plautino non riguardano l’intreccio delle singole
commedie, ma le attraversano tutte quante: giochi di parole,
bisticci, metafore e similitudini, bizzarri paragoni mitologici,
enigmi, doppi sensi... Questo compatto registro di stile è senza
dubbio un’iniziativa originale di Plauto.
Per quanto riguarda le linee generali
dell’intreccio, sono significative: la ristrutturazione metrica
e la cancellazione della divisione in atti, poi la completa
trasformazione del sistema onomastico. Plauto non da mai a un
personaggio il nome che l’originale gli attribuiva.
Guardando ai risultati, la trasformazione dei
modelli dà quasi un’impressione distruttiva. Plauto ha lavorato
con tenacia per assimilare e i singoli modelli e tutto il loro
codice formativo. D’altra parte ha lavorato a distruggere molte
qualità di modelli scelti: coerenza drammatica, sviluppo
psicologico, realismo linguistico, serietà di analisi... Il
problema è capire perché Plauto operò in questo senso.
3. Il "lirismo comico"
Quando, come nel caso di Plauto, i modelli
sono perduti, l’interpretazione resta soggetta a un movimento
circolare: dal testo ci si fa un’idea del modello, e su questa
idea si misura poi il quid originale che Plauto ha espresso
nella sua trasformazione dall’originale. Il punto più delicato
di questa analisi è sempre nella formazione di questa "idea" di
modello.
Le analisi comparative dimostrano che Plauto
trasforma i suoi modelli secondo tendenze che sono in sé
coerenti, orientate in un senso preciso. Plauto tende a
trascurare la severa coerenza dell’’azione drammatica e le
sottili sfumature nel carattere dei personaggi. Preferisce, e
costruisce un altro teatro. I "difetti" (mancanza di continuità
e di coerenza drammatica, dispersività dell’azione, schematicità
psicologica) sono piuttosto da inquadrare come sacrifici.
Fra tutti i personaggi della Commedia Nuova
Plauto ha chiaramente un suo favorito: è il servo, ribaldo,
amorale, creatore di inganni, risolutore di situazioni. Questa
figura in Plauto prende uno spazio del tutto eccezionale. E’
quasi sempre lui a gestire lo sviluppo dell’intreccio: suo è il
piano ingannatore che dovrà dare al giovane padrone la fanciulla
desiderata.
La posizione del servo astuto, che regge le
fila dell’intreccio, ne fa spesso quasi un equivalente del poeta
drammatico: come se il teatro plautino trovasse in questa figura
uno spazio di rispecchiamen_ to, un modo per giocare con se
stesso (il cosiddetto "metateatro"). Non a caso il servo è il
personaggio che più di ogni altro gioca con le parole: creatore
di immagini, di metafore, di doppi sensi...il portavoce più vero
dell’originale creatività verbale di Plauto. Pur essendo il
personaggio socialmente più debole, sulla cena è la figura
centrale e il punto di attrazione. Plauto addirittura assimila
altri personaggi al ruolo di servo ed al suo livello: vecchi e
giovani padroni sono giocati dal servo, ma giocano anche con se
stesso, come è tipico del servo briccone.
Nei suoi momenti migliori utilizza dunque gli
intrecci dei suoi modelli come materia, in sé gia dotata di
significato, ma disponibile a significati nuovi ed
imprevedibili. Il miracolo di Plauto sta nell’equilibrio con cui
questo gioco (che potrebbe, al limite, dissolvere l’azione
drammatica) viene sviluppato senza fratture nette. Il comico
originale di Plauto sta appunto nel contatto fra la materia
dell’intreccio – che prende dai Greci – e l’aprirsi di occasioni
in cui l’azione si fa libero gioco creativo, diventa "lirismo
comico", secondo la formula di M. Barchiesi.
4. Le strutture degli intrecci e la ricezione
del teatro plautino
La preferenza per un certo schema di
intreccio è comunque, di per sé, un indizio significativo. Quasi
sempre la messa in gioco di un "bene" si tramuta in una fase
critica dove possono vacillare i valori sociali e familiari di
riconosciuta importanza: liberi trattati come schiavi, padri che
insidiano donne desiderate dai figli… le commedie minacciano una
sovversione di ciò che il pubblico accetta come normale e
naturale. Qui possono nascere conflitti, in cui si scontrano
valori e aspettative legittime: ad esempio quando un figlio
trama contro l’autorità paterna mentre, al contempo, il padre
utilizza il suo potere familiare ed economico per un fine
immorale, come nella Casina. Questi conflitti sono
trattati entro il piano comico dell’intreccio, senza mai
assumere direttamente un valore di riflessione critica e di
rinnovamento della mentalità tradizionale.
Lo scioglimento tipico della commedia
consiste in un "rimettere a posto le cose". La punizione del
lenone, la sconfitta del vecchio libertino, lo scioglimento
dell’equivoco, la ricostruzione della giusta identità personale,
non sono altro che diverse esecuzioni di questo schema
obbligato. E’ chiaro che il pubblico trova in questo movimento
dal disordine all’ordine un particolare piacere: tanto più che
il quadro sociale e materiale messo in gioco dalla commedia è
perfettamente comparabile con l’esperienza del pubblico romano.
Il corpo dell’intreccio tocca problemi reali e quotidiani, quali
la disponibilità della donna e l’uso del denaro nella famiglia.
Nessuna pretesa moraleggiante o educativa,
basta a mostrarcelo il primato dello schiavo furbo: personaggio
davvero incompatibile con la trasmissione di un serio messaggio
morale o culturale. La fonte principale del divertimento, il
personaggio più fantastico del cast teatrale: in cui meno il
pubblico può riconoscere un fondamento realistico; il
personaggio, infine, che più spesso marca il distacco di Plauto
dalla traccia dei suoi modelli.
Orientata alla riconferma di un ordine e di
una normalità sociale, la commedia plautina ha ben poco di
sovversivo, e anche il protagonismo dello schiavo non vuole in
nessun modo discutere e corrode_ re i dogmi della vita sociale;
per converso, l’azione imprevedibile e amorale del servo
ingegnoso porta nella trama un quoziente di disordine che arriva
quanto meno a sospendere la normalità irreggimentata dalla vita
quotidiana. Plauto non propone, non lo vuole, una chiara scelta
tra realismo e finzione. I suoi personaggi sono così propensi a
giocare con se stessi, da proibire al pubblico qualsiasi
identificazione. Proprio in questo genere letterario che ha
fondamenti quotidiani e realistici i Romani imparano da Plauto a
riconoscere le inesauribili ambiguità della finzione poetica.
5. Fortuna del teatro plautino
Le "venti commedie" che risalivano alla
scelta canonica di Varrone continuarono ad essere ricopiate per
tutto il Medioevo, ma la lettura diretta di Plauto rimase per
tutto questo periodo un fatto eccezionale. A partire dalla
generazione di Petrarca una parte delle commedie cominciarono ad
avere una buona diffusione. A partire dal 1429 tornano in
circolazione tutte la commedie "varroniane": rinasce la passione
per questo autore intesa come fatto puramente teatrale. La
commedia umanistica vive appunto di adattamenti e libere
interpretazioni dei modelli plautini: si sviluppo un teatro in
latino e poi, nel Cinquecento, un teatro italiano che vuole
liberamente inserirsi nel codice scenico costituito dalla
palliata romana: non solo il teatro comico dell’Ariosto, ma
anche un’opera come la Mandragola vanno comprese in
questa tendenza, e devono molto all’assimilazione del teatro
plautino.
Tra Cinquecento e Settecento la fortuna di
Plauto è sempre intrecciata con lo sviluppo del teatro comico
europeo: Ariosto, Shakespeare, Moliere, Ruzante, Goldoni…sono
tutti collegati dalla traccia della tradizione plautina . E’
certamente, anche oggi, il più rappresentato di tutti i poeti
latini.
A differenza di Terenzio, Plauto rimase
lungamente estraneo alla tradizione dell’insegnamento. Le
ragioni: lingua, stile, metrica, risultano troppo difficili;
inoltre l’insegnamento normativo della grammatica si basava su
altri autori; per di più, i temi e le trame delle commedie si
prestavano male a un insegnamento rivolto a fornire esempi di
moralità e di serietà.
CECILIO STAZIO
Vita Stazio era un libero
di origine straniera. Veniva, pare da Milano, ed
era perciò un Gallo Insubre. La data di nascita
potrebbe essere tra il 230 e il 220. Morì nel
168.
Opere Ci restano una
quarantina di titoli, tutti di commedie
palliate, e frammenti per quasi trecento versi.
La commedia di gran lunga meglio conosciuta è il
Plocium.
Fonti Informazioni del
Chronicon di S. Girolamo, che risalgono dal
De Poetis di Varrone.
Tra i giudizi: Cicerone;
Orazio ; Gellio.
Un grande commediografo
Le ragioni per cui Cecilio Stazio è tratta o
come un minore sono del tutto accidentali e dipendono dalla
perdita dei suoi testi. Grandi intellettuali e letterati
valutano Cecilio come un autore di primo rango, per niente
inferiore a Plauto o Terenzio.
La posizione storica di Cecilio suggerisce
una sorta di intermediazione fra Plauto e Terenzio. Qualche
indizio conferma questa posizione mediana. Gran parte dei
frammenti che abbiamo si iscrive perfettamente nell’atmosfera
del teatro plautino: grande ricchezza di metri, vivace fantasia
comica, sanguigno gusto per il farsesco. Rispetto a Plauto,
però, Cecilio sembra in un certo senso più vincolato al modello
della Commedia Nuova ateniese.
Interesse per Menandro, più sorvegliata
adesione al modello greco sono tratti che accostano Cecilio a
Terenzio e lo staccano di Plauto. Non abbiamo invece prova
alcuna che Cecilio anticipasse aspetti fondamentali tipici della
nuova maniera terenziana, quali la rinuncia a certe varietà
metriche, la riduzione degli effetti farseschi,
l’approfondimento psicologico. Del resto, sappiamo che Terenzio
rimase un isolato nella tradizione della palliata.
ENNIO
Vita Quinto Ennio nacque
nel 239 a.C. a Rudiae (presso Lecce). Svetonio
definisce Ennio semigraecus, il poeta stesso
amava sottolineare la sua natura "trilngue",
divisa tra il Latino, il Greco, e l’Osco.
Nel 189 accompagna il
generale Marco Fulvio Nobiliore in Grecia, con
l’incombenza di illustrare con i suoi versi la
campagna militare: l’operazione propagandistica
sarà duramente criticata da Catone. Sarà
favorito dalla famiglia di Nobiliore e dagli
Scipioni; riceverà tra l’atro la cittadinanza
romana. Nell’ultima parte della sua vita si
dedicò alla fatica degli Annales, il
poema epico che gli darà fama perpetua a Roma.
Opere Di tutti i suoi
testi abbiamo solo frammenti di tradizione
indiretta. Delle sue tragedie ci restano 200
frammenti, circa 400 versi.
Ma il capolavoro di Ennio
sono gli Annales, poema epico in esametri
che, in 18 libri, narrava la storia di Roma: ce
ne restano 437 frammenti per un totale di 600
versi.
Fonti Per gran parte
della storia letteraria romana Ennio è il più
citato, ammirato, criticato e riesumato. Il dato
più interessante è la probabilità che molte
notizie riprese da autori più tardi siano
autobiografiche. E’ significativo che di lui
esista una tradizione figurativa: statue e
pitture che lo effigiavano.
1. Il teatro
Ennio fu, nella produzione drammatica,
essenzialmente poeta tragico: non a caso il modello preferito è
Euripide, il più moderno dei grandi tragici ateniesi, il più
aperto all’introspezione psicologica e alle situazioni di
maggiore passionalità. Da Euripide, Ennio tradusse molte
tragedie, soprattutto del ciclo troiano. Il rapporto con i
modelli greci non sembra puramente emulativo: il poeta non cerca
il confronto con gli originali per mostrare la sua bravura,
piuttosto il progetto stesso della traduzione, così come Ennio
la pratica (ampliamento e intensificazione patetica, libera
contaminazione di modelli diversi) è l’impegno di un teatro
"vivo".
Gli originali più famosi e più spesso
rappresentati vennero così in gran parte riscritti, contaminati
con nuovi brani o tratti da altre tragedie. La stessa nozione di
"autentico" ancora non esisteva.
Quell’intensificazione patetica che sembra
propria del vertere enniano non va attribuita al
passionale gusto latino. Una retorica della commozione grandiosa
che, e spesso non è nelle parole del modello, entra insistente
nel testo enniano almeno come tratto di una langue
drammatica greca: che riconosciamo soprattutto in espressioni
ridondanti – più esternazione stilizzata di sentimenti che vero
contenuto informativo - . Tutto un vocabolario della teatralità
greca di cui la scena enniana si appropria.
Tale scelta risponde ad un’esigenza teatrale
ben precisa: quella di produrre interesse nel pubblico, di
coinvolgerlo emotivamente, di suscitare processi psicologici di
identificazione. Per questo in Ennio poteva comparire ancora il
coro: la ricerca di un’identificazione tra pubblico e
personaggi, quel processo che ha nell’essere anonimo e comune
del coro il suo tramite più forte e convincente. Nasce di qui
l’effetto per cui gli spettatori possono vedere i
quell’assemblea lo specchio di se stessi, e così riconoscere
l’immagine di sé e dei propri capi nei personaggi rappresentati
sulla scena.
2. Gli Annales: struttura e
composizione
Gli Annales sono il più famoso testo
epico romano sino all’età di Augusto, e una delle pochissime
opere poetiche di età medio-repubblicana di cui possiamo farci
un’idea, frammentaria, ma ricca e articolata. Una funzione
celebrativa doveva essere fondamentale in tutta l’opera di
Ennio: la pretesta Ambracia è dedicata alla campagna
conto gli Etoli di Nobiliore. Poesia e panegirico si erano
dunque saldati. Catone protestò contro questa iniziativa, vista
come un atto di propaganda personale.
Ennio vedeva la sua poesia come celebrazione
di gesta eroiche: si rifaceva da un lato ad Omero, dall’altro
alla recente tradizione dell’epica ellenistica, di argomento
storico e di contenuto celebrativo. Nella parte tarda della sua
carriera, Ennio si avvicinò al grandioso progetto di una
celebrazione di tutta la storia di Roma, svolta in un unico
poema epico. Il piano si sviluppò in 18 libri, molte migliaia di
esametri: i frammenti che ci restano assommano a qualche
centinaio di versi.
Per ricchezza di struttura, il precedente più
vicino era certamente il Bellum Poenicum neviano. Ennio
decise di narrare senza stacchi e in ordine cronologico, anche
se è chiaro che certe fasi storiche ebbero molto più risalto di
altre. Un’innovazione importante fu l’articolazione del racconto
in libri, concepiti come unità narrative accostate in
un’architettura complessiva: la poesia epica alessandrina era
così strutturata, e lo stesso Omero, a partire dal III secolo
a.C., circolava diviso in libri. Ennio recepì questa strategia
poetica, che restò una dominante in tutto lo sviluppo della
poesia latina, e poi nella tradizione europea.
I-III dopo un proemio, si narrava la venuta
di Enea in Italia, la storia della fondazione di Roma, e il
periodo dei re.
IV-VI le guerre con i popoli italici e la
grande guerra contro Pirro.
VII-X le guerre puniche.
X-XII le campagne in Grecia, successive alla
vittoria su Annibale.
XIII-XVI le guerre in Siria, e nel XV, il
trionfo di Nobiliore.
XVI- XVIII le campagne militari più recenti,
forse alla data della morte del poeta.
Il titolo Annales fa riferimento agli
Annales Maximi, le pubbliche registrazioni di eventi
condotte anno per anno. Ennio è molto più selettivo di uno
storico, e si occupa quasi esclusivamente di avvenimenti
bellici: molto poco di politica interna.
Gli Annales utilizzano ampiamente
fonti storiografiche, ma di natura incerta, l’unica deduzione
sicura è che Ennio abbia conosciuto l’opera storica di Fabio
Pittore. Tra le fonti poetiche primeggia Omero.
3. Ennio e le muse: la poetica
L’opera rimane contraddistinta da due grandi
proemi, al libro I e libro VII: sono i momenti in cui il poeta
prende più direttamente la parola e svela l’ispirazione e le
ragioni del suo fare poesia.
Nel primo proemio il poeta raccontava di un
suo sogno – il motivo è di derivazione greca – : era
consuetudine che il poeta derivasse il suo canto da un incontro
con le Muse. Tuttavia Ennio immaginò che nel sogno appariva
l’ombra di Omero, e non solo gli faceva delle rivelazioni, ma
addirittura gli garantiva di essersi reincarnato – secondo la
dottrina pitagorica della metempsicosi, la reincarnazione
ciclica e perpetua delle anime – proprio lui, nel poeta Ennio.
Non si potrebbe indicare un simbolo più impressionante della
volontà con cu i poeti romani si appropriano dei modelli greci,
facendosi "incarnare" da essi!
Nel proemio al libro VII, Ennio dava più
spazio alle divinità simboliche di tutta la sua poesia, le Muse
che con lui prendevano cittadinanza a Roma. Ennio è raffigurato
come il primo poeta dicti studiosus, cioè il primo poeta
filologo, cultore della parola; il primo che può stare alla pari
con la raffinata cultura alessandrina e con la poesia
contemporanea di lingua greca. Sicuramente Ennio poteva
riferirsi all’importanza di essere stato il primo ad adottare
l’esametro dattilico, il verso regolare della grande poesia
greca.
4. Lo sperimentalismo enniano: lingua, stile
e metrica
I frammenti che abbiamo documentano la
fisionomia di un poeta profondamente e audacemente
"sperimentale": accolse nel suo testo numerosi grecismi, non
solo parole, ma persino desinenze
greche. Scrisse esametri con pause
sintattiche praticamente in qualsiasi punto del verso. Ideò
versi tutti allitteranti, e tutti allitteranti nello stesso
fonema: o Tite, tute, Tati, tibi tanta, tyranne, tulisti
("o Tito Tazio, tiranno, tu ti attirasti <disgrazie> tanto
grandi!").
L’allitterazione e la distribuzione dei suoni
nel verso è di particolare interesse. Lo stile allitterante era
istituzionale, tipico dei carmina più antichi, nei
proverbi, nelle leggi, nelle formule sacrali... Ennio lo importò
nell’esametro, sottoponendo così un verso greco agli effetti di
uno stile tipicamente romano.
Ma l’esametro era per sua natura e struttura
un verso molto uniforme e regolare; applicato all’esametro lo
stile allitterante suonava monotono e cadenzato. I poeti
successivi faranno un uso più selettivo e misurato delle figure
di suono nei loro esametri, cercando di motivarle, cioè di
usarle solo con particolari finalità espressive. Virgilio ne
farà un uso per far sentire nei suoi versi il codice di una
poesia antica e tradizionale, ma ormai lontana.
5. Ennio e l’età delle conquiste
La visione del mondo che Ennio comunica nel
suo poema è, per quanto possiamo capire, il trionfo
dell’ideologia aristocratica. Gli Annales celebravano la
storia di Roma come somma di imprese eroiche, dettate dalle
virtus degli individui: individui eccellenti, i grandi
nobili, i grandi magistrati.
Ennio è dunque il più grande poeta di una
cerchia aristocratica che "rilegge" la storia d Roma in funzione
dei propri valori ed interessi.
Tipica del periodo è la ricerca di una
concezione colta e umanistica della virtus: Ennio non
elogia solo le virtù guerriere, ma anche, soprattutto, le virtù
di pace: saggezza, moderazione, saper pensare e saper parlare.
Il grande ruolo che Ennio tributava alla letteratura è del tutto
coerente con questa tendenza umanistica e grecizzante: è la
poesia che deve portare incivilimento.
Resta per molti secoli il poeta nazionale
romano, raggiunto solo da Virgilio. Gli Annales non
potevano già contenere una sintesi compiuta dell’imperialismo
romano, perché Ennio non visse abbastanza: morì un anno prima
della tappa più importante di questo processo, la battaglia di
Pidna (168 a.C.). Il primo vero bilancio dell’imperialismo
romano sarà tracciato da Polibio.
CATONE
Vita Marco Porcio Catone
nacque nel 234 a.C. a Tusculum (vicino Frascati)
da una famiglia plebea di agricoltori
benestanti; combatté nella guerra contro
Annibale, e nel 214 fu tribuno militare in
Sicilia. Lucio Valerio Flacco lo aiutò nella
carriera politica. Nel 195 L’homo novus
Catone fu console insieme a Valerio Flacco: nel
184 è censore insieme a Valerio Flacco; esercitò
la carica presentandosi come campione delle
antiche virtù romane contro la degenerazione dei
costumi e il dilagare di tendenze
individualistiche influenzate dalla cultura
ellenistica. Parallelamente alla polemica contro
il lusso dei privati, Catone esaltava la
ricchezza e la potenza dello stato, che doveva
risaltare agli occhi di tutti: promosse, perciò,
un programma di edilizia pubblica. La censura di
catone rimase celebre per l’intransigenza con la
quale egli esercitò la carica, dando sfogo al
suo rigore moralistico. Si fece promotore della
III guerra punica.
Opere Orazioni: Cicerone
conosceva più di 150 orazioni di Catone.
Possediamo diversi frammenti.
Origines: un’opera
storica in 7 libri composta in vecchiaia.
Un trattato De agri cultura
(conservato), il testo in prosa latina più antico che ci sia
giunto intero.
Fonti La Vita di
Catone di Plutarco; La vita di Catone
di Cornelio Nepote; il Cato Maior de
Senectute di Cicerone; Tito Livio.
1. Gli inizi della storiografia senatoria
Catone scrisse le Origines in
vecchiaia, dando inizio alla storiografia in latino; per
l’annalistica romana in lingua greca, come quella di Aulo
Postumio Albino, ostentava disprezzo. Il caso di Catone, cioè di
un uomo politico di primo piano che scrive storia era destinato
a restare un caso isolato nella cultura latina.
L’elaborazione ad opera di membri della
classe dirigente conferisce alla nascente storiografia romana
soprattutto un vigoroso impegno politico: nell’epoca di Catone
avevamo largo spazio le preoccupazione per la dilagante
corruzione dei costumi, e la rievocazione di battaglie personal_
mente condotte, in nome della saldezza dello stato, contro
l’emergere di singoli personaggi con marcate tendenze al "culto
della personalità". Perciò Catone accoglieva nel suo libro le
proprie polemiche politiche, e vi riportava proprie orazioni,
come quella contro Sulpicio Galba.
Il I libro era dedicato alla fondazione di
Roma, il II e III alla origini delle città italiche, il IV
narrava la prima guerra punica, il V la seconda, il VI e il VII
gli avvenimenti fino alla pretura di Servio Sulpicio Galba, nel
152 a. C.
Nella visione di Catone la creazione dello
stato romano era vista come l’opera collettiva del populus
Romanus stretto intorno alla classe senatoria. Perciò in
rottura con alcune tendenze della tradizione annalistica, spesso
elaborato da membri di famiglie nobiliari, non faceva nomi dei
condottieri, né romani né stranieri. Probabilmente Catone voleva
oscurare il prestigio delle gentes con quello della
res publica.
Per altri versi le Origines mostravano
un’apertura di orizzonti. Forse per la sua provenienza
extraurbana, metteva in rilievo il contributo delle popolazioni
italiche alla grandezza di Roma. Dei Sabini, la propria gente,
evidenziava la dirittura morale e la parsimonia, dovute alle
origine spartane.
2. Il trattato sull’agricoltura
L’opera consiste, per la gran parte, in una
serie di precetti esposti in forma asciutta e schematica, ma
talora di grande efficacia. Per comprendere intenti e
destinatario del De agri cultura è importante il proemio,
dove Catone indica nell’agricoltura soprattutto un’attività
acquisitiva, che vari motivi di opportunità sociale consigliano
di preferire ad altre, come il prestito ad usura, immorale, o il
commercio transmarino, troppo rischioso. L’agricoltura è più
sicura e più onesta; per di più, è col lavoro agricolo che si
formano i buoni cittadini e i buoni soldati.
Il De agri cultura costituisce una
precettistica generale dei comportamento del proprietario
terriero. Lo stile è scarno e conciso, ma colorito di
espressioni popolari e campagnole. All’effetto contribuisce la
patina arcaizzante: allitterazioni, omoteleuti, ripetizioni si
trovano in abbondanza.
Si possono cogliere qui nelle loro radici
elementari i tratti salienti dell’etica catoniana, che sono poi
gli stessi che la riflessione tardorepubblicana indicherà come
costitutivi del mos maiorum : virtù come parsimonia,
duritia, industria, il disprezzo per le ricchezze
e la resistenza ai piaceri mostrano come il rigore catoniano
rappresenti, soprattutto, il risvolto ideologico di un’esigenza
genuinamente pragmatica: trarre dall’agricoltura vantaggi
economici, anzi accrescere la produttività del lavoro
schiavistico ad esso applicato.
3. La battaglia politico-culturale di Catone
Una famosa massima sembrerebbe sintetizzare
le idee di Catone in fatto di retorica: rem tene, verba
sequentur ("abbi chiaro il contenuto, e le parole verranno
da sé"): un ostentato rifiuto dell’ars, della techne retorica di
matrice greca. Questo rifiuto dell’elaborazione stilistica va
interpretato alla luce della costante polemica contro la
penetrazione in Roma del costume e della cultura greca.
Personalmente impregnato di cultura greca,
Catone non combatteva tanto quelle cultura in sé, quanto certi
suoi aspetti "illuministici", di critica dei valori sociali e
dei rapporti tradizionali, lascito della riflessione sofistica;
aspetti potenzialmente corrosivi delle basi etico-politiche
della res pubblica e del regime aristocratico.
Nella sua opera letteraria, probabilmente si
propose il compito di elaborare una cultura che, mantenendo ben
salde le radici romane, sapesse accogliere gli apporti greci,
senza tuttavia farne aperta propaganda.
4. La fortuna di Catone
Catone il Censore: l’appellativo lo
irrigidisce e ne denuncia la trasformazione da personaggio a
simbolo, simbolo del custode della tradizione e del
conservatorismo. E come che figura assommava in sé le virtù
fondamentali della Roma del passato Cicerone lo idealizzò
soprattutto nel famoso dialogo Cato maior de senectute.
Avrà l’onore di varie biografie, quella di
Cornelio Nepote, quella di Plutarco. Livio ne apprezzò le doti ,
ma criticò l’intransigenza.
La più alta valutazione delle sue qualità
letterarie si ebbe con Gallio, e con l’imperatore Adriano.
Soltanto il De agri cultura
sopravviverà integralmente in virtù della sua tecnicità e della
sua funzione utilitaristica.
TERENZIO
Vita Originario di Cartagine, sarebbe
nato nel 185/184; più probabile una data di circa 10 anni
anteriore. Sarebbe giunto a Roma come schiavo.Tutte le fonti
antiche sottoli_
neano i suoi stretti legami con Scipione
Emiliano e Lelio, sicuramente suoi protettori.
Terenzio sarebbe morto nel 159, o comunque
ben prima della III guerra punica.
Opere La cronologia delle
opere è attestata con precisione. Si tratta di 6
commedie, integralmente tramandate a noi:
Andria, Hecyra, Adelphoe, Heautontimorumenos,
Eunuchus, Phormio.
I modelli greci
utilizzati e dichiarati nei prologhi
appartengono alla Commedia Nuova attica:
Menandro, Difilo.
Fonti Il riferimento
principale è la Vita Terenti contenuta
nel De viribus illustribus di Svetonio
(100 d.C. ca.), che utilizza ampiamente eruditi
di età repubblicana.
Il commento di Elio
Donato (IV sec. d. C.) è una delle migliori
opere del genere giunte fino a noi, e ha buone
informazioni su questioni di tecnica teatrale e
messa in scena delle commedie.
1. Lo sfondo storico
La data di Pidna, il 168 a. C., è uno
spartiacque. In seguito alla vittoria di Emilio Paolo furono
deportati mille ostaggi Achei, tra cui intellettuali quali lo
storico Polibio. L’appropriazione del mondo greco si sviluppò
dunque su più livelli distinti: modificazioni nel gusto e nella
mentalità, crescita dei consumi di lusso e dei consumi di arte,
interessi per nuovi modelli culturali e ideologici.
Il nuovo indirizzo portò, proprio con
Terenzio, a innovazioni anche nella poesia scenica. Il teatro di
Terenzio accetta l’inquadramento convenzionale e ripetitivo
delle trame, ma la dominante è l’interesse per i significati:
per la sostanza umana che è messa in gioco dagli intrecci della
commedia. Il difficile tentativo di Terenzio è usare un genere
fondamentalmente popolare per comunicare anche sensibilità e
interessi nuovi, che sono maturati nel campo ristretto di una
elite, sociale e culturale insieme.
Le vicende delle commedie terenziane sono
sintomatiche del declino del teatro popolare latino e del
progressivo divaricarsi dei gusti del pubblico di massa e della
elite colta, nutrita di raffinata cultura greca. Il
teatro di Terenzio mette in scena gli ideali di rinnovamento
culturale dell’aristocrazia scipionica; all’autore interessa
soprattutto l’approfondimento psicologico dei personaggi.
Gli intrecci terenziani sono quelli consueti
alla Commedia Nuova e alla palliata: giovani innamorati,
genitori che li contrastano, schiavi indaffarati; e alla fine il
"riconoscimento" che risolve la situazione, ma la scelta
innovativa è quella dell’approfondimento della psicologia del
personaggio. Ma è bene intendersi: Terenzio più che al
personaggio, sembra interessato alla rappresentazione
psicologica del "tipo": il giovane innamorato, il padre
tradizionalista, la prostituta capace di buoni sentimenti. Anche
se "tipizzati" i personaggi sono spesso anticonvenzionali; va da
sé che l’approfondimento psicologico comportava una notevole
riduzione della comicità, che avrà senz’altro contribuito allo
scarso successo presso il pubblico di massa.
2. Stile e lingua in Terenzio
Lo stile espressivo di Terenzio alla prima
impressione appare uniformemente piatto, specialmente se messo a
confronto con l’indiavolata officina verbale di Plauto.
In 6 commedie non compare più di due volte la
parola "bacio". In Terenzio, gli innamorati non si baciano, e si
parla poco in genere di corpi, di mangiare, di bere, di sesso; i
personaggi non usano scambiarsi parole di inulto, ne parole
della lingua quotidiana. I personaggi "bassi" della palliata
- lo schiavo, il parassita – ci sono, ma non
portano la loro particolare carica linguistica. Acquistano
spazio invece le parole astratte, quelle che rendono possibile e
interessante l’analisi psicologica.
Questa restrizione o censura del linguaggio
serve ad assicurare il predominio di certi contenuti. Ma
l’elemento che più distingue Terenzio nel quadro della commedia
latina è la sua costante e controllata preoccupazione per il
verosimile.
Ciò non significa, assolutamente, che
Terenzio, per essere "verosimile", riproduca realisticamente la
parlata quotidiana. Si adegua in qualche modo ad una lingua
realmente parlata, ma è una lingua settoriale: quella parlata
dalle classi urbane di buona educazione e cultura. La
restrizione e selezione del lessico ha il suo corrispettivo
nella forte riduzione della varietà metrica rispetto a Plauto:
sono scarse le parti propriamente liriche, mentre molto
contenuta è l’estensione dei cantica (parti cantante o
declamate con accompagnamento musicale) in rapporto ai
deverbia (parti recitate).
3. I prologhi di Terenzio: poetica e rapporti
con i modelli
Terenzio è uno dei letterati latini più
professionali, più consapevoli degli aspetti tecnici del proprio
lavoro. L’interesse per la Commedia Nuova attica, e per
Menandro, mostra bene questa la coesistenza di questi due
aspetti: Menandro offriva sia un modello culturale –
collegato all’interesse di Terenzio per valori quali l’humanitas
– sia un modello letterario: un raffinato esempio di
stile e di tecnica drammatica.
Menandro era stato modello anche per Plauto.
Ma per Plauto la verosimiglianza non era un valore assoluto:
nella palliata plautina il gioco scenico finisce facilmente per
rispecchiare se stesso, mettendo in crisi l’effetto di realtà
dell’intreccio scenico.
Terenzio curò molto di più la coerenza e
l’impermeabilità dell’illusione scenica. Lo sviluppo dell’azione
non prevede mai sviluppi "metateatrali": in pratica, la palliata
di Terenzio non apre al suo interno nessuno spazio di
autocoscienza. Questi momenti di riflessione vengono tutti
concentrati nello spazio del prologo.
L’importanza data al prologo come istituzione
letteraria è la principale innovazione tecnica di Terenzio
rispetto alla tradizione plautina. Nella tradizione risalente
alla Commedia Nuova, il prologo era generalmente concepito come
spazio espositivo, di informazione preliminare alla comprensione
della trama (antefatti, anticipi dello sviluppo dello
scioglimento della scena). Questo metteva il pubblico in
posizione più attenta allo sviluppo dell’azione. Terenzio
rifiuta questa funzione informativa dei prologhi, anche a costo
di qualche oscurità nella conduzione dell’intreccio, Adopera,
invece, i suoi prologhi come personali prese di posizione
dell’autore: chiarisce il rapporto con i modelli greci
utilizzati, e risponde alle critiche dei suoi avversari su
questioni di poetica. E’ evidente che questo presuppone un
pubblico più avanzato, attento a problemi di gusto e dei
tecnica: senz’altro più ristretto e selezionato.
Il principale avversario, che Terenzio cita
direttamente, ci è noto come poeta comico minore, Luscio di
Lanuvio. Nel prologo dell’Andria, ribatte l’accusa di
contaminare fabulas; e sottolinea che anche i rispettati
Nevio, Plauto, Ennio non fecero diversamente con i loro modelli
greci.
Le affermazioni programmatiche di Terenzio
sull’uso dei modelli (adattamenti, contaminazioni…)
sono per noi difficili da riscontrare, perché
dei suoi originali non ci sono pervenuti che scarsi e casuali
frammenti. Ciò che si riesce a distinguere, è che Terenzio se
attiene piuttosto fedelmente alla linee degli intrecci
menandrei, senza mai rinunciare ad approfondire gli interessi
che più lo toccano: cioè, i caratteri ed i problemi di
un’umanità "borghese".
4. Temi e fortuna dalle commedie di Terenzio
Terenzio sacrificò, rispetto alla tradizione
della palliata, la ricchezza dell’inventiva verbale e delle
trovate comiche estemporanee. La palliata latina era sempre
stata, per sua natura, fortemente ancorata alle situazioni
familiari: i suoi tipi fissi erano il giovane innamorato, e il
vecchio padre ingannato ; ma in Terenzio questi rapporti
diventano veramente rapporti umani, sentiti con maggiore serietà
problematica. Questo approfondimento risente di una sincera
adesione al modello di Menandro, e della circolazione di ideali
"umanistici" di origine greca. A questo si deve l’apparizione di
un concetto-chiave come humanitas – influenzato dal greco
philantropìa – che è in piena sintonia con la cultura
dell’età scipionica. Nel concetto (" riconoscere e rispettare
l’uomo in ogni uomo" A. Traina) confluiscono vari filoni di
pensieri greci, ma tipicamente romana è la sintesi, ispirato da
pragmatismo attivo.
Non è certamente un caso che la commedia
terenziana di maggior successo immediato (l’Eunuchus)
–sia quella in cui meno si affacciano temi psicologici e
umanistici. Si tratta del più riuscito tentativo di Terenzio in
direzione della comicità plautina: la commedia inscena un
romanzesca travestimento (un giovane si traveste da eunuco per
avere in consegna l’amata) e un burlesco personaggio di soldato
fanfarone.
Ma Terenzio continuò a tener la scena anche
dopo la sua morte, ed ebbe sempre il favore dei critici più
colti e sensibili, che apprezzarono la purezza della lingua e la
raffinatezza dello stile. Cicerone attribuisce Terenzio un
linguaggio scelto (lecto sermone) insieme a urbanità (come
loquens) e a dolcezza del dire (omnia dulia dicens).
Moderazione dei sentimenti, valori etici
apprezzati anche dai cristiani (S. Agostino), purezza di lingua
che facevano di Terenzio un modello di stile: sono le cause che
introdussero le sue commedie nella scuola.
LUCILIO
Vita La data di morte 102
a.C. è sicura. Nato presumibilmente tra
il167/168. Era i un distinta famiglia originaria
della Campania settentrionale: la sua biografia
giovanile è legata al "circolo scipionico". E’
il primo letterato di buona famiglia che conduce
una vita da scrittore, volontariamente appartata
dalla vita politica.
Opere Trenta libri di
satire, di cui abbiamo i frammenti per circa
1300 versi. L’ordine era dato da un criterio
metrico e non coincideva con quello cronologico
di composizione.
Così Lucilio si orientò
progressivamente verso l’esametro (segno di
provocazione ironica, vista che era il "verso
eroico"); e l’esametro diventerà da Orazio in
poi l’unico verso prescritto per la satira. Non
è affatto sicura che il termine Saturae
risalga a Lucilio stesso, ma Orazio usa il
termine per designare quel genere di poesia
inaugurata da Lucilio.
Fonti Numero citazioni di
grammatici e commentatori tardi. Cospicue
allusioni nelle opere di Orazio.
Fu letto con interesse in età
imperiale; l’abbondanza di parole rarissime e
difficili nella sua opera offrì molto materiale
ai grammatici tra il II e il V sec. d.C.
Lucilio e la satira
Le origini del termine del termine satura
sono piuttosto incerte. Sicuro che la satura lanx
indicasse un piatto misto di primizie che venivano offerta agli
dei; di qui anche una specialità gastronomica, e un tipo di
procedimento giuridico lex per saturam, quando si
riunivano stralci di vari argomenti in un singolo provvedimento
legislativo. Dunque, è probabile che il valore di "mescolanza e
varietà" fosse quello originario. Per quanti apporti greci la
satira abbia accolto, l’impulso originario e specificamente
romano
Questo impulso si può riconoscere come la
ricerca di un genere letterario disponibile ad esprimere una
voce personale del poeta. Se consideriamo come riferimento
l’epoca di Ennio si nota che nessun dei generi canonici della
poesia prevede uno spazio di espressione "diretta", in cui il
poeta possa rispecchiare il suon rapporto con se stesso e con la
realtà contemporanea.
Varietà, voce personale, impulso realistico,
sono caratteri che in qualche modo discerniamo anche dai
frammenti delle satire enniane. E’ verosimile che i vari punti
della tradizione biografica su Ennio derivino proprio dagli
accenni autobiografici contenute nelle stesse sue satire. Anche
per questo aspetto, Ennio ha un posto importante nello sviluppo
di un’ "autocoscienza" del poeta.
Comunque sia, questa forma di poesia varia si
offrì a Lucilio come ideale mezzo espressivo da perfezionare: la
sua grande importanza storica sta nell’essersi concentrato
esclusivamente sul genere della satira. Lo sviluppo della satira
significa anche la crescita di un nuovo pubblico, culturalmente
avvertito, e desideroso di letteratura più aderente alla realtà
contemporanea.
Trenta libri: per quanto ne sappiamo Lucilio
affrontò uno spettro molto ampio di argomenti. Il libro I
conteneva un’ampia composizione nota come Concilium deorum;
attraverso una grande parodia dei concili divini, scena tipica
dell’epos, Lucilio riprendeva un certo tipo inviso agli
Scipioni: gli dei lo facevano morire di indigestione.
In più di una satira si fornivano precetti
culinari (come nella satira 2,4 di Orazio). Nel XXX si
descriveva un sordido banchetto; più in generale, accenni alla
gastronomia connessi con il tema polemico del lusso a tavola
ricorrono più libri. Nel libro XX era narrato un banchetto
organizzato da un parvenu, antenato letterario dei più famosi
Nasidieno (Orazio, Satire 2,8) e Trimalcione.
Il libro XVI pare fosse dedicato alla donna
amata: quindi Lucilio è anche un antesignano della poesia
personale d’amore, tendenza che ritroveremo sempre più centrale
negli epigrammi catulliani e nell’elegia augustea.
E’ chiara l’esistenza di un programma
letterario decisamente unitario e innovativo, sostenuto da una
personalità di vivace anticonformismo. La sua poesia rifiuta un
unico livello di stile, e si apre in tutte le direzioni:
amalgama il linguaggio elevato dell’epica, rivissuto come
parodia, e i linguaggi specializzati che finora restavano
esclusi dalla poesia latina: e forme di linguaggio di tutti i
giorni, attinte ai diversi strati sociali. In questa prospettiva
Lucilio è – con Petronio - quanto di più vicino al realismo
moderno offre la letteratura latina. La disarmonia dello stile
di Lucilio è certamente una scelta meditata, rivolta a un
preciso programma espressivo, che fonde insieme vita e arte.
Come voce personale del genere satirico,
Lucilio resterà un modello per tutti i poeti satirici latini, da
Varrone in poi.