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L’ARTE
ETRUSCA
L’ arte Etrusca è una via di mezzo tra
quella Egiziana e quella Greca; se
all’inizio era prevalente l’influenza della
prima, la scoperta del maggiore realismo
delle opere di origine greca ha portato ad
un orientamento verso questo stile.
L’arte Etrusca è prevalentemente funeraria;
i resti che sono arrivati sino a noi
appartengono quasi esclusivamente alle
necropoli, che gli Etruschi costruivano a
fianco alle città dei vivi, poiché se templi
e case erano realizzati in gran parte in
legno, le necropoli sono o scavate nel
terreno (ipogee) o a tholos in ispirazione
alle tombe micenee.
Queste ultime erano quindi costituite da un
corridoio d’ingresso con ai lati delle
cellette funerarie, e da una finta cupola,
alta diversi metri e sostenuta al centro da
una colonna. Spesso capitava anche che le
tombe etrusche venissero scavate al disotto
di altre preesistenti.
Grazie alle necropoli siamo ora in grado di
stabilire com’erano fatte le case, essendone
una perfetta imitazione. L’atteggiamento
degli Etruschi verso la morte era simile a
quello egizio, ma con una fondamentale
differenza: essi amavano la vita, e l’Agape,
il banchetto in onore del defunto, era
comunque destinato ai vivi.
Un’altra possibilità
di sepoltura per gli Etruschi era il cippo
funerario, una specie di lapide posta sopra
al terreno dov’era stata in precedenza
sepolta l’urna funeraria. Quest’ultima
poteva avere forma antropomorfa (chiamata in
tal caso vaso canopo), a capanna o a
tempietto. Infine vi erano urne cinerarie
che contenevano sempre delle ceneri ma che
erano grandi come un sarcofago, come il
sarcofago degli sposi di Cerveteri
[Necropoli:
Banditaccia di Cerveteri; Tomba di Françoise;
Marzabotto]
[Per la pittura: Tomba
dei Leopardi, Tomba del Triclinio, Tomba
delle Leonesse, Tomba della pesca e della
caccia, Tomba degli aruspici]
L’artigianato etrusco consisteva
soprattutto nell’oreficeria, ma aveva anche
altri tipi di oggetti:
·
I BUCCHERI erano vasi fatti con una pasta
vitrea lucida e nera caratteristica degli
Etruschi.
·
Lo SPECCHIO, anch’esso tipico
dell’antichità, era costituito da una lamina
di argento lucidato in modo tale da renderlo
riflettente.
·
Le CISTE erano delle ceste di metallo
utilizzate per contener gli oggetti
preziosi.
L’arte degli orefici etruschi è conosciuta
in tutto il mondo; essi decoravano in genere
gli oggetti artigianali destinati ai ricchi
con minuscole sferette d’oro posizionate in
modo da creare delle immagini (tecnica della
granulazione). Sono giunte sino a noi molte
SPILLE, realizzate in oro per sfruttarne
l’elasticità
Il tempio etrusco presenta diverse
differenze da quello greco: innanzitutto, a
parte un alto basamento, era quasi
interamente costruito in legno; la cella era
poi divisa in tre parti, dedicate alle tre
principali divinità etrusche; il basamento
non era a gradoni ma composta da un unico
blocco, e l’accesso al tempio era consentito
solo frontalmente da una scalinata, e manca
quindi l’opistodromo. Lo stile delle colonne
è TUSCANICO, simile a quello dorico ma con
il fusto della colonna privo di scanalature.
Nel tempi etrusco le falde della capriata
sporgono e il frontone è ,nella maggior
parte dei casi, privo di decoro; antefisse e
acroteri sono più imponenti.
La scultura etrusca è molto
somigliante a quella greca , ma troviamo
anche qui alcune differenze:
¨
Le braccia sono in movimento
¨
Il soggetto non è nudo
¨
L’orecchio è più grande
¨
L’occhio è più a mandorla
¨
Il sorriso sereno dei Kuros greci diventa un
ghigno di soddisfazione.
[Sculture: Chimera di
Arezzo, Apollo di Veio, lupa Capitolina,
arringatore, Bruto capitolino]
L’arco è costituito da due pilastri
che lo sorreggono (piedritti) e che
scaricano a terra il peso della costruzione,
e dalla volta, composta da diverse pietre a
forma trapezoidale, dette conci.
L'arco non fu inventato dagli Etruschi, già
i Greci lo conoscevano, me nessuno ne fece
largo uso prima dei Romani, che però ne
appresero le tecniche di costruzione proprio
dagli Etruschi.
La costruzione dell’arco è molto importante:
prima veniva realizzato un arco di legno
detto centina, sostenuto da travi; a fianco
ad esse venivano poi costruiti due pilastri
di pietra sui quali, appoggiata alla
centinatura, veniva edificata la volta in
pietra.
L’arco permette di sostenere pesi molto
gravosi e allo stesso tempo di utilizzare
tanti piccoli pezzi facilmente trasportabili
al posto di un unico più pesante come
l’architrave. Grazie a questa tecnica, che
sarà molto sfruttata in seguito dai Romani,
è possibile coprire aperture molto larghe
con uno sforzo e un impegno relativamente
bassi.
[Arco famoso: Porta di
Volterra]
L'ARTE ROMANA
Soltanto a partire dal II secolo a.C.
comincia ad esistere un'arte romana. Roma
repubblicana, forte organismo politico e
militare, non aspira alla conoscenza
speculativa ma al pratico possesso del mondo.
Nella sua fase di ascesa, che
culmina con la conquista della penisola e
con l'inizio dell'espansione nel
Mediterraneo, non soltanto non dà
all'esperienza estetica un posto nel sistema
di
valori della propria cultura, ma
deliberatamente, ostentatamente la esclude.
Soltanto l'architettura ha diritto di
cittadinanza: ma soprattutto come tecnica
utile
ai fini del governo della cosa pubblica e,
come ingegneria militare, delle
operazioni belliche. La stessa religione
romana, all'inizio, non oggettiva il divino
in immagini sensibili; non è contemplazione
ma devozione, pìetas, e i suoi atti
non richiedono la solennità del tempio né
l'evidenza del simulacro. Poiché non
v'è una tradizione estetica, d'im magine,
legata alla concezione della natura e del
sacro, tutto ciò che è immagine, si tratti
dell'arte etrusca o della greca, è
considerato straniero e, quindi, pericoloso
per la continuità dell'austera, dura
tradizione del costume romano. Il cittadino
romano è un soldato e un politico:
l'arte, come attività manuale e servile, è
indegna di lui, e non potrebbe che
distrarlo dai suoi doveri civili. Questo è
l'argomento delle rozze invettive di
Catone.
Ma l'argomento era reversibile. Se l'arte è
cosa di altri popoli, e questi sono stati
soggiogati, le opere d'arte portate a Roma
come bottino di guerra sono altrettanti
trofei di vittoria. Esposte nel fòro, sono
chiare testimonianze del valore romano,
documenti della patria storia. Cicerone
sostiene questa tesi più civile. Si delinea
così una nuova estetica: l'arte come storia
per immagini, accessibile anche agli
incolti, educativa. L'arte del vicino popolo
etrusco si prestava a sostenere questa
tesi: una pittura capace di raffigurare i
fatti della vita poteva altrettanto bene
raffigurare i fasti delle armate romane; una
scultura capace di riprodurre l'aspetto
e il carattere delle persone poteva
tramandare la memoria degli uomini illustri,
dei cittadini esemplari. L'arte, insomma,
può diventare arte di governo,
instrumentum regni. Anche un'arte rivolta
alla contemplazione e alla conoscenza
della realtà, e fondata su una filosofia del
bello, come la greca, può servire,
strumentalmente, a dare evidenza ai
contenuti storici, etici, politici: non è
storia,
ma un modo di narrare la storia. I primi
contatti diretti di Roma con la cultura
figurativa ellenica risalgono al III secolo,
attraverso la Magna Grecia; si fanno più
frequenti nel II con la sottomissione della
Grecia; nel I, con Augusto, il
classicismo diventa, a Roma, l'arte
ufficiale, dello st ato. Ma insieme con la
corrente classicista o addirittura neo-classica,
ch'è certamente la meno viva, si
diffonde a Roma e in Italia la più larga,
diramata, feconda corrente ellenistica; e
questa si mescolerà più tardi, nel lungo
declino dell'impero, con le vivaci
tendenze artistiche delle province romane.
Roma diverrà così un punto d'incontro
e d'incrocio, dove il linguaggio dell'arte
classica, con la sua forte struttura
conoscitiva, si dissolverà nella pluralità
linguistica, satura di nuovi fermenti, del
tardo-antico.
L'architettura
Nel campo delle forme costruttive il
contributo romano è vasto e profondamente
innovatore. Anche se, nel momento del
massimo sviluppo, l'architettura romana
attinge largamente all'esperienza
ellenistica, con la sua spazialità aperta e
articolata, l'architettura romana elabora e
svolge una concezione propria,
profondamente originale, dello spazio e
della forma costruttiva. Le riserve etico-
politiche dei ceti conservatori romani nei
confronti dell'arte non potevano
riguardare che in parte l'attività
architettonica, per molti aspetti legata
agli
interessi pratici e ideologici della
repubblica. Sono questi che favoriscono il
precoce progresso delle tecniche costruttive,
impegnandole nella soluzione di
problemi concreti: condutture d'acqua,
cloache, murature di sostegno, macchine
belliche, accampamenti. Allorché, nella
tarda epoca repubblicana, alla questione
dell'utile c omincia ad associarsi quella
del decoro urbano, o dell'architettura,
Roma possiede già una tecnica costruttiva
che permette di affrontare problemi
statici e formali estremamente complessi.
Per molto tempo Roma non è stata che un
aggruppamento di pagi (villaggi)
disseminati sui colli. Ma già al tempo di
Silla si sente il bisogno di dare un assetto
ed un volto alla città: si costruiscono
grandi edifici pubblici (p. es. il
Tabularium,
grandioso archivio delle leggi e dei
trattati), si sistema il quartiere signorile
di
Campo Marzio al centro dell'area urbana.
Cesare concepisce un vero e proprio
piano regolatore a cui dà forza con la legge
de urbe augenda, anche per
rimediare all'affollamento crescente e alle
pessime condizioni igieniche dei
quartieri poveri. Il piano fu attuato solo
più tardi, e in parte, da Augusto ed
Agrippa. Da allora, quasi tutti gli
imperatori vollero lasciare nel volto della
città
l'impronta visibile del loro governo, sia
risanando quartieri malsani e indecorosi,
sia erigendo superbi edifici monumentali e
mettendoli in valore con l'apertura di
piazze, strade, giardini. Le due grandi
direttrici di sviluppo sono l'utilità e il
decoro
urbano; e poiché all'utilità si provvede
volta per volta secondo l'urgenza e il
decoro muta col mutare del gusto, Roma non
ebbe uno sviluppo organico.
Crebbe come una città monumentale,
rappresentativa: capitale di un immenso
impero, abitata da una popolazione
eterogenea per il continuo affluire di genti
attratte dalla sua opulenza, alla sua
funzione politica e di prestigio non
corrispose
mai una funzione economica o produttiva. Era
la solenne immagine dell'autorità
dello Stato, come poi fu quella
dell'autorità della Chiesa.
Non esisteva, nella civiltà romana, un'idea
o una concezione dello spazio che
precedesse e condizionasse la costruzione
architettonica: il valore, il significato
dello spazio era interamente es presso nella
visione, nello spettacolo delle opere
architettoniche. I due grandi temi erano la
tecnica o la prassi costruttiva e la
bellezza esteriore la decorazione: la prima
permetteva lo sviluppo articolato di
grandi masse murarie e di vuoto, la seconda
le qualificava visivamente mediante
elementi plastici e coloristici.
Alla base del sistema tecnico-costruttivo
non era, come in Grecia, il duro,
cristallino blocco di marmo squadrato, ma
una materia povera, tenera, senza
splendore come il tufo, e poi l'impasto
informe del conglomerato di malta e
pietrame variamente tagliato (opus
caementicium), rivestito spesso con una
cortina di pietre tagliate irregolarmente
(opus incertum), o anche disposte a
losanga (opus reticulatum), infine il
paramento di mattoni (opus latericium). La
muratura che ne risulta non ha certamente la
nitidezza del marmo, ma è leggera,
elastica, flessibile: può giungere a grandi
altezze, sopportare grandi carichi,
cingere ampi spazi vuoti. È, soprattutto, la
più adatta a uno sviluppo formale per
linee e superfici curve: infatti,
nell'architettura romana, a differenza della
greca
tutta impostata sulle linee rette, la curva
è il principio formale di tutta la
costruzione, fino alla composizione
urbanistica.
La forma-base dell'architettura romana è
dunque l'arco: struttura curvilinea che
raccoglie e individua i pesi e le spinte nei
due punti dell'imposta, dove si collega
ai pilastri di sostegno. L'arco è una
struttura di superficie, un semicerchio:
immaginando più archi successivi della
stessa ampiezza si ha una volta a botte,
che ha la forma di un mezzo cilindro. Due
volte a botte che si incrociano
ortogonalmente fanno una volta a crociera,
che risulta così formata da sei archi,
quattro laterali e due trasversali. È un
forte sistema di forze combinate, che
consente di coprire grandi vuoti e,
soprattutto, di stabilire una netta
distinzione tra
lo spazio esterno, in cui è situato
l'edificio, e lo spazio interno, contenuto
nell'edificio. La logica conclusione di una
struttura architettonica fatta di linee e di
superfici curve è la cupola, calotta per lo
più emisferica fatta di materiali leggeri:
all'esterno la convessità della cupola
riassume e conclude le masse murarie,
all'interno la sua concavità sovrasta e
coordina i vuoti.
All'età augustea risale il trattato in dieci
libri De re aedificatoria, che può
considerarsi, e fu di fatto considerato nel
Rinascimento e nell'epoca neoclassica,
il corpus iuris dell'architettura romana.
Dipendente, almeno in parte, da fonti
greche, dimostra come si volesse tradurre la
grande lezione classica in una serie
di regole quasi grammaticali, applicabili ad
ogni tipo di discorso costruttivo e a
tutte le esigenze dettate dal senso pratico,
dalla commoditas romana. Vitruvio
inquadra l'architettura in tutta una
problematica tecnica e urbanistica, che va
dalla scelta e dalla lavorazione dei
materiali ai procedimenti costruttivi, alla
scelta
del s ito, all'adattamento dell'edificio al
terreno e al paesaggio, alla decorazione.
Ordina in categorie le forme della
architettura classica precisandone
numericamente le proporzioni; distingue i
tipi degli edifici in rapporto alle loro
funzioni pratiche e rappresentative;
descrive perfino la figura morale e
professionale dell'architetto, la cui
funzione è considerata essenziale nella
compagine dello stato. Troppo romano per
sconfessare la tradizione patria,
riduce a "ordine" anche l'architettura
etrusca, tuscanica, confermando così il suo
intento di innestare l'esperienza estetica
greca sulla prassi costruttiva etrusca e
romana. Come il grammatico o il filologo,
Vitruvio deduce dal vivo linguaggio
dell'architettura greca una morfologia e una
sintassi; ma proprio perché le forme
greche diventano una specie di lessico
possono venire adattate ad
un'architettura che vuole essere soprattutto
discorso, sviluppo articolato di
elementi rappresentativi e funzionali nel
contesto di una città. Di fatto
l'architettura romana si limita a
sovrapporre gli elementi classici a una
struttura
originale.
Il controllo delle attività costruttive da
parte dei pubblici poteri e la necessità di
corrispondere ad esigenze pratiche molto
differenziate determinano il formarsi di
una complessa tipologia edilizia.
Diversamente dal canone greco, che cons iste
in
un sistema di rapporti o proporzioni ideali,
il tipo è uno schema di distribuzione di
spazi e di parti in relazione alla funzione
pratica o rappresentativa dell'edificio. Il
tipo, pur conservando lo schema, consente le
più ampie pos sibilità di varianti
nella determinazione formale e nella
decorazione. Si ha così, anche a causa
dell'impiego di materiali poveri nelle
grandi strutture murarie, una distinzione
netta tra la vera e propria costruzione e la
decorazione: il valore plastico
dell'edificio è, per così dire, abbozzato
nelle masse di muratura e rifinito nella
decorazione, che affina e definisce fin nei
minimi particolari la relazione tra le
forme architettoniche e lo spazio esterno ed
interno.
La sua qualità di tecnico e l'importanza
delle sue prestazioni assicurano
all'architetto, nella società romana, una
posizione privilegiata rispetto a quella
degli scultori e dei pittori, la cui
attività era considerata servile: su
sessanta
architetti, di cui si conosce il nome,
venticinque erano cittadini romani, ventitre
liberti e solo dieci servi.
Il tipo del tempio romano deriva da quello
etrusco e, poi, dal greco; ma la sua
forma corrisponde a una diversa funzione.
Poiché il rito religioso è anche
cerimonia pubblica, a cui partecipano le
autorità dello stato e la popolazione,
esso si svolge all'esterno: davanti al
tempio vi è perciò un vasto spazio libero;
la
costruzione sorge su un alto basamento
(podio); si accentua l'imponenza
architettonica della facciata, che si
innalza sullo sfondo del c ielo come una
grandiosa scenografia.
Il teatro romano dipende anch'esso dal
greco, ma invece di sfruttare il declivio
naturale di un colle, è per lo più costruito
in piano: si presenta così come un
grande anello murario, di sostegno e di
accesso alle gradinate. Poiché lo
spettacolo si svolgeva tutto sulla scena,
l'orchestra (nel teatro greco destinata ai
movimenti del coro) si atrofizza fino a
diventare, in epoca imperiale, una specie
di palco d'onore. Acquista grande importanza
il muro di fondo (scena) che
diventa una vera e propria struttura
architettonica, spesso con effetti illusori
di
profondità. Frequente, data la passione dei
romani per i ludi gladiatori, è il doppio
teatro, circolare o ellittico (anfiteatro).
Fondamentale per la vita pubblica romana è
la basilica, grande costruzione
rettangolare con la copertura a tetto
sostenuta da file di colonne: era un centro
d'affari (un po' come l'odierna Borsa), ma
anche sede di tribunali e di uffici
amministrativi.
Nella società romana, molto più che nella
greca, ha importanza, anche dal punto
di vista architettonico, l'abitazione
privata con i suoi vari tipi, graduati
secondo il
prestigio sociale e le possibilità
economiche dei cittadini: si va dal palazzo
imperiale (enorme, complesso, dotato di
grandi giardini, come la Domus Aurea di
Nerone) alla casa urbana signorile e al
caseggiato di appartamenti d'affitto, a più
piani (molti ne sono c onservati, a Ostia).
Data l'origine essenzialmente agricola
della civiltà romana, notevole sviluppo ha
la villa: intesa dapprima come azienda
produttiva e poi come luogo di riposo e di
delizie.
La tipologia edilizia romana ha il suo pieno
sviluppo e trova la sua più precisa
giustificazione nella configurazione urbana,
cioè nella concreta determinazione
dello spazio cittadino. Organismi aperti
come i fòri (mercati) devono considerarsi
veri e proprii organismi architettonici o
tipi di edifici: spesso la funzione
dominante degli edifici che ne delimitano
l'area è di ospitare attività
complementari a quelle del fòro e di
definirne la forma architettonica.
Analogamente prendono valore specificam ente
architettonico, specialmente in
epoca imperiale, le grandi strade cittadine.
Elemento tipico dell'arredamento
urbano romano sono gli archi autonomi, che
spesso hanno carattere
monumentale e celebrativo (archi trionfali)
e che traducono in termini di mera
decorazione l'antica funzione delle porte di
città.
La storia dello sviluppo monumentale di Roma
comincia con le grandi iniziative
edilizie del tempo di Silla e di Cesare. Il
Tabular ium (archivio delle leggi e dei
trattati) sillano, con i suoi due ordini di
gallerie, formava, sul Campidoglio, lo
sfondo scenografico del fòro. Del tempo di
Cesare rimangono il tempio di Vesta e
quello detto della Fortuna Virile, i resti
del Forum Julii e, nel fòro repubblicano,
della Basilica Giulia. Era questa una
costruzione rettangolare, porticata, al
margine del centro degli affari: vi si
amministrava la giustizia da parte di
tribuni e
centumviri, vi si davano consulenze legali.
Edificio insieme rappresentativo e
funzionale del ius romano, era lungo quasi
cento metri; le colonne, in tre file per
ogni lato, formavano tutt'intorno al vasto
vano centrale due gallerie porticate.
Data la diversità di lunghezza tra i lati,
non si presentava come un volume chiuso
e unitario, ma come una composizione di
superfici articolate dalla successione
continua delle arcate sostenute da colonne
addossate a pilastri. Si tratta dunque,
almeno nel piano terreno, di uno spazio
praticabile, del prolungamento al coperto
dello spazio aperto del fòro.
Di Augusto dice Svetonio che trovò Roma
fatta di mattoni e la lasciò di marmo:
esagerazione retorica a parte, la
trasformazione c orrisponde al passaggio
dall'austerità repubblicana al "decoro"
ufficiale dell'Impero. L'architettura
augustea, programmaticamente classica, è
aperta all'influenza ellenistica ma,
come il trattato vitruviano conferma, non
rinnega la tradizione etrusca, anzi la
comprende nell'ideale dell'antico. Quando
Augusto fa erigere il proprio mausoleo
fonde il tema orientale della tomba monum
entale con quello, etrusco, del tumulo:
sul grande basamento cilindrico si elevava
un cono di terra folto di cipressi. A
schema cilindrico era anche, sulla via
Appia, la tomba di Cecilia Metella; mentre
quella di Caio Cestio, a piramide, si rifà
all'esempio egiziano. Un altro tipo
dell'architettura augustea è l'arco
trionfale (ne rimangono esempi a Rimini,
Aosta,
Susa), che discende dall'arco etrusco,
integrandolo con un riporto di forme
classiche: le colonne ai lati del fornice,
il timpano. L'isolamento dell'arco, come
poi quello della colonna, a scopo
celebrativo ed esornativo, è chiaro indizio
della
tendenza romana ad attribuire alle forme
architettoniche, assunte come simboli
di stabilità e di durata, la funzione di
rappresentare i grandi valori ideologici su
cui
si fonda lo stato. Lo stesso concetto di
monumento, essenziale per tutta
l'architettura romana, è connesso alla
volontà di stabilire un rapporto concreto
tra
il passato storico, il presente e il futuro,
manifestando in forme sensibili e
imperiture (il "monumentum aere perennius"
di Orazio) la perennità di quei valori
ideologici.
Il fòro di Augusto apre la serie dei fòri
imperiali. Era una vasta piazza
rettangolare e porticata che comprendeva, ad
una estremità, il tempio di Marte
Ultore, votato nel 42 a.C., subito dopo la
battaglia di Filippi. Il recinto porticato
formava, in corrispondenza del tempio, due
ampie esedre. Il tema dell'esedra
come quello, affine, dell'abside del tempio,
è di origine orientale; nell'architettura
romana, però, vale come definizione dello
spazio mediante una larga superficie
curva, nella cui cavità la massa atmosferica
è coloristicamente qualificata dalle
incrostazioni marmoree di cui è rivestita.
Nel teatro di M arcello (11 a.C.) tre ordini
si succedono in altezza: dal tuscanico,
più massic cio, allo ionico e al corinzio,
più leggeri e slanciati. La progressione è
logica perc hé, salendo, i carichi
diminuiscono; ma la diversità delle forze
portanti
dei vari ordini non corrisponde certamente
alla diversità reale dei pesi. Più che
all'entità oggettiva delle forze si bada al
loro effetto figurativo: la successione
degli ordini, a ciascuno dei quali è legata
l'idea di una maggiore o minor forza di
sostegno, rappresenta più che non realizzi
il gioco delle forze costruttive. Ritorna,
nel teatro di Marcello, ripetendosi in
altezza e in estensione l'elemento-base
della
Basilica Giulia: l'arco sostenuto da
pilastri a cui sono addossate mezze colonne.
È un elemento nettamente plastico, perché
risolve l'equilibrio delle forze di peso
e di spinta nel contrapposto tra il vuoto
dell'arco e la sporgenza delle colonne; e,
perché risultante da una equilibrata
composizione di forze, assume il senso e la
funzione di una membratura articolante. Come
eserciti questa funzione si vede
nella grande parete curva, a cui il
ripetersi di quella membratura dà valore di
massa articolata o strutturata.
Il grande palazzo che Nerone si costruì in
una larga area tra Esquilino, Celio e
Palatino, la Domus Aurea, era un immenso
complesso di corpi circondati da
giardini e articolati intorno a un salone
centrale ottagonale, la cui cupola girava
come la volta celeste. Immagine della follia
di un visionario megalomane, fu da
Vespasiano condannato alla distruzione quasi
totale; ma ebbe, comunque, una
importanza non piccola nello sviluppo
dell'architettura romana. Richiamandosi
alla tradizione teocratica or ientale,
Nerone volle probabilmente fare della
propria
reggia il "palazzo del Sole" : e a modelli
orientali si riferì, non soltanto
nell'ostentato fasto dei marmi preziosi e
delle opere d'arte, ma anche nel
collegare la costruzione a elaborati
giardini, nel concepirla non già come un
blocco chiuso ma come un organismo snodato e
come un succedersi di soluzioni
formali in rapporto con la natura. Doveva
essere un monumento; ma non più alle
glorie patrie, bensì alla divinità della
persona dell'imperatore, quasi la miracolosa
immagine della sua onnipotenza. E questo
concetto rimarrà legato a tutta
l'architettura imperiale, concepita come
movimento di grandi masse costruttive in
vasti spazi liberi.
Nella valle tra l'Esquilino, il Palatino, il
Celio sorse l'anfiteatro Flavio, inaugurato
da Tito nell'80 d.C. Per la sua mole e per
le molte memorie storiche ad esso
connesse assunse ben presto, e conservò nei
secoli, valore di simbolo: non vi è,
nel Medioevo e nel Rinascimento, veduta
realistica o simbolic a di Roma in cui
non domida tutte le parti del mondo
conquistato da Roma: lo spettacolo del circo
era dunque una specie di grande parata, di
"trionfo" continuamente celebrato e
rinnovato sotto gli occhi dei governanti e
del popolo di Roma.
L'immenso serbatoio umano rispondeva
anzitutto alle esigenze di una complessa
funzionalità interna: rapido afflusso e
deflusso dei 45.000 spettatori, depositi di
materiali e attrezzature per gli spettacoli.
Sotto la cavea, o gradinata per il
pubblico, correvano grandi gallerie anulari,
che si affacciavano all'esterno con tre
ordini di arcate, a cui sovrastava un ultimo
anello di muratura continua. Nei primi
tre ordini la struttura è di travertino
nelle parti portanti, e di blocchi di tufo
nei
riempimenti.
Alta più di 50 metri, con il diametro
maggiore di 188, la grande mole ellittica
dominava e caratterizzava il paesaggio
urbano: in asse col fòro, ne concludeva
la prospettiva monumentale, collegandola ai
grandi complessi edilizi del Palatino,
del Celio, dell'Oppio. La sua forma
tondeggiante era il fulcro del sistema di
masse e di vuoti, cioè di edifici, di vie e
di piazze, che costituiva il tessuto del
centro cittadino: per la prima volta un
edificio era concepito in scala urbanistica,
cioè in rapporto a tutta la zona monumentale
e rappresentativa della città.
Questo rapporto si esprime, oltre che nella
dimensione, nella forma ellittica
dell'edificio, che sviluppa una curvatura la
cui ampiezza muta con il punto di
vista; e nella relazione tra lo spazio
urbano circostante e il grande spazio cavo
dell'interno. Questa è realizzata mediante
le gallerie interne che, ni il grande
anello murario del Colosseo. A spiegare c
ome abbia assunto questo significato
ideologico non basta la passione dei romani
per i giochi del circo. I gladiatori, i
lottatori, le belve che erano esibiti
nell'arena provenivano
da tutte le parti del mondo conquistato da
Roma: lo spettacolo del circo era
dunque una specie di grande parata, di
"trionfo" continuamente celebrato e
rinnovato sotto gli occhi dei governanti e
del popolo di Roma.
L'immenso serbatoio umano rispondeva
anzitutto alle esigenze di una complessa
funzionalità interna: rapido afflusso e
deflusso dei 45.000 spettatori, depositi di
materiali e attrezzature per gli spettacoli.
Sotto la cavea, o gradinata per il
pubblico, correvano grandi gallerie anulari,
che si affacciavano all'esterno con tre
ordini di arcate, a cui sovrastava un ultimo
anello di muratura continua. Nei primi
tre ordini la struttura è di travertino
nelle parti portanti, e di blocchi di tufo
nei
riempimenti.
Alta più di 50 metri, con il diametro
maggiore di 188, la grande mole ellittica
dominava e caratterizzava il paesaggio
urbano: in asse col fòro, ne concludeva
la prospettiva monumentale, collegandola ai
grandi complessi edilizi del Palatino,
del Celio, dell'Oppio. La sua forma
tondeggiante era il fulcro del sistema di
masse e di vuoti, cioè di edifici, di vie e
di piazze, che costituiva il tessuto del
centro cittadino: per la prima volta un
edificio era concepito in scala urbanistica,
cioè in rapporto a tutta la zona monumentale
e rappresentativa della città.
Questo rapporto si esprime, oltre che nella
dimensione, nella forma ellittica
dell'edificio, che sviluppa una curvatura la
cui ampiezza muta con il punto di
vista; e nella relazione tra lo spazio
urbano circostante e il grande spazio cavo
dell'interno. Questa è realizzata mediante
le gallerie interne che,
mentre assicurano la perfetta praticabilità
dell'anfiteatro, definiscono la profondità
o la spazialità interna della massa, che si
va assottigliando verso l'alto fino a
concludersi nella superficie piana,
interamente dispiegata nella luce e nella
atmosfera, dell'ultimo ordine. La
ripetizione del gruppo
arco-pilastro-semicolonna
lungo tutta la superficie dell'ellisse
determina, per il continuo mutare della
curvatura, una graduale variazione del chiar
oscuro.
Avendo come generatrice formale la curva
(nella planimetria: esedre, absidi,
rotonde; nell'alzato: archi, volte, cupole)
l'architettura romana tende a svilupparsi
liberamente nello spazio con un succedersi
di masse modellate e di vuoti
collegati, articolati, snodati. Ogni
edificio sembra continuar si negli edifici
contigui,
formando così lo spazio architettonico
urbano, in cui i grandi volumi chiusi si
alternano a grandi vuoti architettonicamente
definiti. Il nucleo monumentale di
Roma non nasce da un progetto unitario: è un
organismo complesso che si
sviluppa nel tempo, secondo le necessità e i
gusti di una società sempre più
varia e animata. Il fòro è appunto uno
spazio aperto, una piazza ch'è insieme
luogo di sosta e di transito, e la cui
figura architettonica è determinata dal
tracciato del perimetro e dalla
qualificazione plastica delle pareti che la
limitano.
Ad APOLLODORO DI DAMASCO si attribuisce il
dis egno del fòro di Traiano,
nucleo essenziale del complesso sistema dei
fòri imperiali: la grande piazza
cintata aveva un portico a due ordini; due
lati la collegavano al fòro di Augusto e
alla Basilica Ulpia, gli altri due avevano
due grandi emicicli in
laterizio, e in un lato c'era un primo
ordine di tabernae (botteghe) e un secondo
ordine di nicchie e finestre. La Basilica
Ulpia, a un liv ello leggermente più alto,
ripeteva, in forma allungata, lo schema del
fòro: era un'aula rettangolare
porticata, con due grandi absidi nei lati
corti. Immetteva a sua volta, mediante un
altro vano porticato, fiancheggiato da due
biblioteche (una per i libri latini, l'altra
per i greci), alla gradinata e al pronao del
tempio di Traiano (innalzato da
Adriano) la cui fronte costituiva così il
fondale monumentale di questo succedersi
di spazi architettonici. Davanti al tempio,
tra le due biblioteche, sorgeva la
colonna coclide i cui rilievi raccontano,
come in un rotolo avvolto sul fusto, i fatti
delle due campagne contro i Daci. Tanto il
fòro che la basilica erano adorni di
marmi colorati, di statue di bronzo dorato,
di trofei di guerra: il centro della vita
attiva della Roma traianea era anche, in
tutto il suo articolato complesso, il
"monumento" che tramandava la storia della
vittoria romana sui "barbari" . Il fòro
è dunque molto più che una borsa e un
mercato, è il luogo dove la vita della città
e dello Stato si inquadra sullo sfondo della
propria storia: il centro direttivo della
società romana.
L'altro grande organismo sociale, dedicato
allo svago ma soprattutto
all'educazione fisica, era costituito dalle
terme: quelle di Traiano, iniziate da
Domiziano, sorgevano sui resti della Domus
Aurea neroniana ed erano un
organismo complesso, che aveva al centro il
gruppo degli ambienti destinati ai
bagni (tepidarium, calidarium etc.) e,
intorno, un vasto insieme di palestre,
stadi, biblioteche, portici, viali,
giardini.
Con Adriano si ha una netta svolta nello
sviluppo dell'architettura romana.
Questo imperatore colto, raffinato,
ammiratore della Grecia, vuole imprimere
alla
cultura figurativa del proprio tempo un
carattere decisamente classico. Nella villa
che si costruì presso Tivoli volle rievocare
i monumenti che aveva ammirato in
Grecia e in Egitto (il Pecile, il Canopo, la
valle di Tempe, il Liceo, l'Accademia
etc.); ma è nuova l'idea di concepire la
villa come un insieme di edifici ambientati
in un paesaggio, quasi formando con la
natura una veduta ideale. Gli stessi
schemi fondamentali dell'architettura romana
sono rielaborati o, meglio, ridefiniti
con una volontà di rigore formale.
Nell'edificio della piazza d'Oro si cerca
una
combinazione tra andamenti curvi e
rettilinei: la pianta è un ottagono, nei cui
lati
si alternano quattro absidi e quattro vani
rettangolari, riassunti nella cavità della
cupola.
Ricostruendo il Pantheon, iniziato da
Agrippa al tempo di Augusto e poi
devastato da un incendio, Adriano si è
palesemente proposto di fissare la forma
ideale del tempio rotondo. È un grande vano
perfettamente circolare coperto da
una cupola a calotta, ornata da lac unari
che vanno restringendosi,
prospetticamente, fino al buco rotondo dello
impluvium. Di qui entra la luce che, |