LA
STORIA DI ROMA PER... MONTANELLI
AB
URBE CONDITA
Non
sappiamo con precisione quando aRoma
furono istituite le prime scuole
regolari, cioè “statali”. Plutarco
dice che. nacquero verso il 250
avanti Cristo, cioè circa cìnquecent’anni
dopo la fondazione della città. Fino
a quel momento i ragazzi romani
erano stati educati in casa, i più
poveri dai genitori, i più ricchi da
magistri, cioè da maestri, o
istitutori, scelti di solito nella
categoria dei liberti, gli schiavi
liberati, che a loro volta erano
scelti fra i prigionieri di guerra,
e preferibilmente fra quelli di
origine greca, che erano i più
colti.
Sappiamo però con certezza che
dovevano faticare meno di quelli di
oggi. Il latino lo sapevano già. Se
avessero dovuto studiarlo, diceva il
poeta tedesco Heine, non avrebbero
mai trovato il tempo di conquistare
il mondo. E quanto alla storia della
loro patria, gliela raccontavano
press’a poco così:
Quando i greci di Menelao, Ulisse e
Achille conquistarono Troia,
nell’Asia Minore, e la misero a
ferro e a fuoco, uno dei pochi
difensori che si salvò fu Enea,
fortemente “raccomandato” (certe
cose usavano anche a quei tempi) da
sua madre, ch’era nientepopodimeno
che la dea Venere‑Afrodite. Con una
valigia sulle spalle, piena delle
immagini dei suoi celesti
protettori, fra i quali naturalmente
il posto d’onore toccava alla sua
buona mamma, ma senza una lira in
tasca, il poveretto si diede a
girare il mondo, a casaccio. E dopo
non si sa quanti anni di avventure e
disavventure, sbarcò, sempre con
quella sua valigia sul groppone, in
Italia, prese a risalirla verso
nord, giunse nel Lazio, vi sposò la
figlia del re Latino, che si
chiamava Lavinia, fondò una città
cui diede il nome della moglie, e
insieme a costei visse felice e
contento tutto il resto dei suoi
giorni.
Suo
figlio Ascanio fondò Alba Longa,
facendone la nuova capitale. E dopo
otto generazioni, cioè a dire
qualche duecento anni dopo l’arrivo
di Enea, due suoi discendenti,
Numitore e Amulio, erano ancora sul
trono del Lazio. Purtroppo sui troni
in due ci si sta stretti. E così un
giorno Amulio scacciò il fratello
per regnare da solo, e gli uccise
tutti i figli, meno una: Rea Silvia.
Ma, perché non mettesse al mondo
qualche figliolo cui potesse, da
grande, saltare il ticchio di
vendicare il nonno, la obbligò a
diventare sacerdotessa della dea
Vesta, vale a dire monaca.
Un
giorno Rea, che probabilmente aveva
una gran voglia di marito e si
rassegnava male all’idea di non
potersi sposare, prendeva il fresco
in riva al fiume perché era
un’estate maledettamente calda, e
si addormentò. Per caso in quei
paraggi passava il dio Marte che
scendeva sovente sulla terra, un
po’ per farvi qualche guerricciola,
ch’era il suo mestiere abituale, un
po’ per cercare delle ragazze,
ch’era la sua passione favorita.
Vide Rea Silvia. Se ne innamorò. E
senza nemmeno svegliarla, la rese
incinta.
Amulio, quando lo
seppe, si arrabbiò moltissimo. Ma
non la uccise. Aspettò ch’essa
partorisse non uno, ma due
ragazzini gemelli. Poi li fece
caricare su una microscopica zattera
che affidò al fiume perché se li
portasse, sul filo della corrente,
fino al mare, e lì li lasciasse
affogare. Ma non aveva fatto i conti
col vento, che quel giorno spirava
abbastanza forte, e che condusse la
fragile imbarcazione a insabbiarsi
poco lontano, in aperta campagna.
Qui i due derelitti, che piangevano
rumorosamente, richiamarono
l’attenzione di una lupa che corse
ad allattarli. Ed è perciò che
quella bestia è diventata il simbolo
di Roma, che dai due gemelli poi fu
fondata.
I
maligni dicono che quella lupa non
era affatto una bestia, ma una
donna vera, Acca Larentia, chiamata
Lupa per via del suo carattere
selvatico e delle molte infedeltà
che faceva a suo marito, un povero
pastore, andandosene a far l’amore
nel bosco con tutti i giovanotti dei
dintorni. Ma forse non sono che
pettegolezzi.
I due
gemelli succhiarono il latte, poi
passarono alle pappine, poi misero
i primi denti, ricevettero il nome
l’uno di Romolo, l’altro di Remo,
crebbero, e alla fine seppero la
loro storia. Allora tornarono ad
Alba Longa, organizzarono una
rivoluzione, uccisero Amulio,
rimisero sul trono Numitore. Eppoi,
impazienti di far qualcosa di nuovo
come tutti i giovani, invece di
aspettare un regno bell’e fatto ‘
dal nonno, che certamente
gliel’avrebbe lasciato, andarono a
costruirsene uno nuovo un po’ più in
là. E scelsero il punto in cui la
loro zattera si era arenata, in
mezzo alle colline fra cui scorre il
Tevere, quando sta per sfociare in
mare. Qui, come spesso succede tra
fratelli, litigarono sul nome da
dare alla città. Poi decisero che
avrebbe vinto chi avesse visto più
uccelli. Remo, sull’Aventino, ne
vide sei. Romolo, sul Palatino, ne
vide dodici: la città si sarebbe
dunque chiamata Roma. Aggiogarono
due bianchi buoi, scavarono un
solco, e costruirono le mura
giurando di uccidere chiunque le
oltrepassasse. Remo, di malumore per
la sconfitta, disse che erano
fragili e ne ruppe un pezzo con un
calcio. E Romolo, fedele al
giuramento, lo accoppò.con un colpo
di badile.
Tutto
ciò, dicono, avvenne
settecentocinquantatre anni prima
che Cristo nascesse, esattamente il
21 aprile, che tuttora si festeggia
come il compleanno della città,
nata, come si vede, da un
fratricidio. I suoi abitanti ne
fecero l’inizio della storia del
mondo, fin quando l’avvento del
Redentore non ebbe imposto un’altra
contabilità.
Forse
anche i popoli vicini facevano
altrettanto: ognuno di, essi datava
la storia del mondo dalla fondazione
della propria capitale, Alba Longa,
Rieti, Tarquinia, o Arezzo che
fosse. Ma non riuscirono a farselo
riconoscere dagli altri, perché
commisero il piccolo errore di
perdere la guerra, anzi le guerre.
Roma invece le vinse. Tutte. Il
podere di pochi ettari che Romolo e
Remo si tagliarono con l’aratro fra
le colline del Tevere diventò nello
spazio di pochi secoli il centro del
Lazio, poi dell’Italia, poi di.tutta
la terra allora conosciuta. E in
tutta la terra allora conosciuta si
parlò la sua lingua, si rispettarono
le sue leggi, e si contarono gli
anni ab urbe condita, cioè
da quel famoso 21 aprile del 753
avanti Cristo, inizio della storia
di Roma e della sua civiltà.
Naturalmente le cose non erano
andate precisamente così. Ma così i
babbi romani per molti secoli
vollero che venissero raccontate ai
loro figli: un po’ perché ci
credevano essi stessi, un po’
perché, gran patrioti, li lusingava
molto il fatto di poter mescolare
gli dèi influenti come Venere e
Marte, e delle personalità
altolocate come Enea, alla nascita
della loro Urbe. Essi sentivano
oscuramente ch’era molto importante
allevare i loro ragazzi nella
convinzione di appartenere a una
patria costruita col concorso di
esseri soprannaturali, che
certamente non vi si sarebbero
prestati se non avessero inteso
assegnarle un grande destino. Ciò
diede un fondamento religioso a
tutta la vita di Roma, che infatti
crollò quando esso venne meno.
L’Urbe fu caput mundi,
capitale del mondo, finché i suoi
abitanti seppero poche cose e furono
abbastanza ingenui da credere in
quelle, leggendarie, che avevano
loro insegnato i babbi e i magistri;
finché furono convinti di essere i
discendenti di Enea, di avere nelle
loro vene sangue divino e di essere
“unti del Signore” anche se a quei
tempi si chiamava Giove. Fu quando
cominciarono a dubitarne che il loro
Impero andò in frantumi e il
caput mundi diventò una colonia.
Ma non precipitiamo.
Nella
bella favola di Romolo e Remo, forse
non tutto è favola. Forse c’è anche
qualche elemento di verità. Vediamo
di sviscerarlo sulla base dei pochi
dati abbastanza sicuri che
l’archeologia e l’etnologia ci hanno
fornito.
Già
trentamila anni prima della
fondazione di Roma, pare che
l’Italia fosse abitata dall’uomo.
Che uomo fosse, i competenti dicono
di averlo ricostruito da certi
ossicini del suo scheletro trovati
qua e là, e che rimontano alla
cosìddetta “età della pietra”. Ma
noi ci fidiamo poco di queste
induzioni, e quindi saltiamo a piè
pari a un’èra molto più vicina,
quella “neolitica” di qualcosa come
ottomila anni fa, cioè cinquemila
prima di Roma. Pare che la nostra
penisola fosse allora popolata da
certi liguri a nord e siculi a sud,
gente con la testa a forma di pera,
che viveva un po’ in caverna, un
po’ in capannucce rotonde, fatte di
sterco e di fango, addomesticava
animali e si nutriva di caccia e di
pesca.
Facciamo ancora un
salto di quattromila anni, cioè
arriviamo al 2000 avanti Cristo. Ed
ecco che dal Settentrione, cioè
dalle Alpi, giungono altre tribù,
chissà da quanto tempo in marcia
dalla loro patria di origine:
l’Europa centrale. Costoro non sono
molto più progrediti degli indigeni
con la testa a pera; ma hanno
l’abitudine di costruire le loro
abitazioni non in caverna sibbene su
travi immerse nell’acqua, le
cosìddette “palafitte”. Vengono, si
vede, da posti acquitrinosi, e
infatti, arrivati da noi, scelgono
la regione dei laghi, quello
Maggiore, quello di C omo, quello di
Garda, anticipando di qualche
millennio il gusto dei turisti
moderni. E introducono nel nostro
paese alcune grandi novità: quella
di allevare greggi, quella di
coltivare il suolo, quella di
tessere stoffe e quella di
circondare i loro villaggi con
bastioni di mota e di terra battuta
per difenderli tanto dagli attacchi
degli animali quanto da quelli degli
uomini.
Piano piano
cominciarono a scendere verso il
sud, si abituarono a costruire
capanne anche sull’asciutto, ma
sempre puntellandole su palafitte;
impararono, da certi loro cugini,
pare, installatisi in Germania,
l’uso del ferro con cui si
fabbricarono un sacco di aggeggi
nuovi, asce, coltelli, rasoi,
eccetera, e fondarono una città
vera e propria, che si
chiamò Villanova, e che doveva
trovarsi nei pressi di quella che
oggi è Bologna. Fu questo il centro
di una civiltà che si chiamò appunto
“villanoviana” e che piano piano
dilagò in tutta la penisola. Da essa
si crede che derivino, come razza,,
come lingua, come costumi, gli
umbri, i sabini e i latini.
Cosa
facessero degl’indigeni liguri e
siculi questi villanoviani, quando
si stabilirono nelle terre a
cavalcioni ‑ del Tevere, non si sa.
Forse li sterminarono, come si usava
a quei tempi cosìddetti “barbari”
per distinguerli da» quelli nostri
in cui si fa altrettanto sebbene si
chiamino “civili”; forse vi si
mescolarono dopo averli sottomessi.
Fatto si è che, verso il 1000 avanti
Cristo, tra la foce del Tevere e la
baia di Napoli, i nuovi venuti
fondarono molti villaggi che,
sebbene abitati da gente del
medesimo sangue, si facevano guerra
tra loro e non si rappacificavano
che di fronte a qualche comune
nemico o in occasione di qualche
festa religiosa.
La
più grande e potente di queste
cittadine fu Alba Longa, capitale
del Lazio, ai piedi del monte
Albano, che corrisponde
probabilmente a Castel Gandolfo. E
albalongani si ritiene che fossero
quel pugno di avventurosi giovanotti
che un bel giorno emigrarono qualche
decina di chilometri più al nord, e
fondarono Roma. Forse erano dei
braccianti, che andavano cercando un
po’ di terra da appropriarsi e da
coltivare. Forse erano dei poco di
buono che avevano qualche conto da
regolare con la polizia e i
tribunali della loro città. Forse
erano degli emissari mandati dal
loro governo a sorvegliare quel
punto, al confine con la Toscana,
sulle cui coste era proprio allora
sbarcata una nuova popolazione, gli
etruschi, che non si sapeva da che
parte del mondo venissero, ma di cui
si dicevano peste e coma. E forse
tra questi pionieri ce n’erano
davvero due che si chiamavano uno
Romolo e l’altro Remo. Comunque,
non dovevano essere più di un
centinaio.
Il
posto che scelsero aveva molti
vantaggi e molti svantaggi. Era a
una ventina di chilometri dal mare,
e questo andava benissimo per
tenersi al riparo dai pirati che lo
infestavano, senza rinunziare a
farne un porto: perché dalle
imbarcazioni di quel tempo, il
braccio di fiume che lo separava
dalla foce era facilmente
navigabile. Ma gli stagni e gli
acquitrini che lo circondavano lo
condannavano alla malaria, malanno
che ha battuto alle sue porte sino a
pochi anni orsono. Però c’erano le
colline, che almeno in parte
proteggevano gli abitanti dalle
zanzare. E infatti fu su una di
esse, il Palatino, che dapprima si
acquartierarono, col proposito di
popolare in seguito anche le altre
sei che stavano tutt’attorno.
Ma
per popolarle, occorreva fare dei
figli. E per fare dei figli,
occorrevano delle mogli. E quei
pionieri erano scapoli.
Qui,
in mancanza di storia, dobbiamo per
forza tornare alla leggenda, che ci
racconta come fece Romolo, o
comunque si chiamasse il capoccione
di quei tipacci, a procurar donne a
sé e ai suoi compagni. Indisse una
grande festa, forse con la scusa di
celebrare la nascita della sua
città, e invitò a prendervi parte i
vicini di casa sabini (o quiriti),
col loro re, Tito Tazio, e
soprattutto le loro figlie. I sabini
vennero. Ma, mentre erano intenti a
gareggiare nelle corse a piedi e a
cavallo, ch’era il loro sport
preferito, molto poco sportivamente
i padroni di casa rubaron loro le
ragazze e li buttarono fuori a
pedate.
I
nostri antichi erano molto sensibili
alle questioni di donne. Poco
prima, il ratto di una, Elena, era
costato una guerra durata dieci anni
e finita con la distruzione di un
grande regno: quello di Troia. I
romani ne rapirono a dozzine, ed è
quindi naturale che il giorno dopo
dovessero far fronte ai loro babbi e
fratelli, tornati in armi per
recuperarle. Si asserragliarono sul
Campidoglio, ma commisero
l’imperdonabile errore di affidare
le chiavi della fortezza che vi
montava la guardia a Tarpeia, una
ragazza romana che dicono fosse
innamorata di Tito Tazio. Costei
aprì una porta agl’invasori. I
quali, gente cavalleresca e quindi
refrattaria a tutti i tradimenti,
compresi quelli perpetrati in loro
favore, la compensarono
schiacciandola sotto i loro scudi. I
romani più tardi diedero il suo
nome alla rupe dalla quale solevano
precipitare i traditori della patria
condannati a morte.
Tutto
finì in un pantagruelico banchetto
nuziale. Perché le altre donne, in
nome delle quali la battaglia si era
accesa, a un certo punto
s’interposero fra i due eserciti e
dichiararono che non intendevano
restare orfane, come sarebbe
successo se i loro mariti romani
avessero vinto, o vedove, come
sarebbe successo se avessero vinto i
loro babbi sabini. E ch’era ora di
finirla perché con quegli sposi,
sebbene spicciativi e maneschi,
s’eran trovate benissimo. Meglio
valeva regolarizzare i matrimoni,
invece di continuare a scannarsi. E
così fu. Romolo e Tazio decisero di
governare insieme, ambedue col
titolo di re, quel nuovo popolo nato
dalla fusione delle due tribù, di
cui portò congiuntamente il nome:
romani quiriti. E siccome Tazio,
subito dopo, ebbe la compiacenza di
morire, l’esperimento di regno a due
quella volta andò bene.
Chissà cosa c’è sotto a questa
storia. Forse essa non è che la
versione, suggerita dal
patriottismo e dall’orgoglio, di
una conquista di Roma da parte dei
sabini. Ma può anche darsi che i due
popoli si siano davvero
volontariamente mescolati e che il
famoso ratto fosse soltanto la
normale cerimonia del matrimonio,
come lo si celebrava allora, cioè
col furto della sposa da parte dello
sposo, ma col consenso del padre di
lei, come si fa ancora presso certi
popoli primitivi.
Se
così fu veramente, è probabile che
questa fusione fosse, più che
suggerita, imposta dal pericolo di
un nemico comune: quegli etruschi
che frattanto, dalla costa
tirrenica, si erano sparpagliati in
Toscana e in Umbria e, armati di una
tecnica molto più progredita,
premevano verso il Sud. Roma e la
Sabina erano sulla direttrice di
questa marcia e sotto diretta
minaccia. Infatti non vi scamparono.
L’Urbe era appena nata, e già doveva
vedersela con uno dei più difficili
e insidiosi rivali di tutta la sua
storia. Lo abbatte attraverso
prodigi di diplomazia prima, di
coraggio e di tenacia poi. Ma le
occorsero dei secoli.
POVERI ETRUSCHI
All’opposto
dei romani d’oggi, che fanno tutto
per scherzo, quelli dell’antichità
facevano tutto sul serio. E
specialmente quando si mettevano in
testa di distruggere un nemico, non
solo gli muovevano guerra e non gli
davano tregua prima di averlo
sconfitto, anche a costo di
rimetterci eserciti su eserciti e
quattrini su quattrini; ma poi gli
entravano in casa e non vi
lasciavano pietra su pietra.
Un
trattamento particolarmente severo
riservarono agli etruschi, quando,
dopo aver subito da loro molte
umiliazioni, si sentirono abbastanza
forti per poterli sfidare. Fu una
lotta lunga e senza esclusione di
colpi, ma al vinto non furono
lasciati neanche gli occhi per
piangere. Raramente si è visto
nella storia un popolo scomparire
dalla faccia della terra, e un altro
cancellarne le tracce con si
ostinata ferocia. E a questo si deve
il fatto che di tutta la civiltà
etrusca non è rimasto quasi più
nulla. Non ne sopravvivono che
alcune opere d’arte e qualche
migliaio d’iscrizioni, di cui solo
poche parole sono state decifrate.
Su
questi scarsissimi elementi, ognuno
ha ricostruito quel mondo a modo
suo.
Intanto, nessuno sa con precisione
di dove questo popolo venisse. Dal
modo come si sono rappresentati essi
stessi nei bronzi e nei vasi di
terracotta, pare che avessero corpi
più tracagnotti e crani più
massicci dei vìllanoviani, e
lineamenti che ricordano la gente
dell’Asia Minore. Molti infatti
sostengono che arrivarono da quelle
contrade, per mare; e la cosa
sarebbe confermata dal fatto che
furono i primi, tra gli abitatori
dell’Italia, ad avere una flotta.
Certo, furono loro a dare il nome di
Tirreno, che vuol dire appunto
“etrusco”, al mare che bagna la
costa della Toscana. Forse
arrivarono in massa e sommersero la
popolazione indigena, forse
sbarcarono in pochi e si limitarono
a sottometterla con le loro armi più
progredite e la loro tecnica più
sviluppata.
Che
la loro civiltà fosse superiore a
quella villanoviana è dimostrato dai
crani che hanno trovato nelle tombe
e che mostrano opere di protesi
dentale abbastanza raffinata. I
denti sono un gran segno, nella vita
dei popoli. Essi si deteriorano con
lo svilupparsi del progresso che
rende più imperioso il bisogno di
cure perfezionate. Gli etruschi
conoscevano già il “ponte” per
rinforzare i loro molari e i metalli
che occorrevano per fabbricarlo.
Infatti sapevano lavorare non solo
il ferro che andarono a cercare, e
trovarono, all’isola d’Elba e che
trasformarono da greggio in acciaio;
ma anche il rame, lo stagno e
l’ambra.
Le
città che si diedero subito a
costruire nell’interno, Tarquinia,
Arezzo, Perugia, Vejo, erano molto
più moderne dei villaggi fondati dai
latini, dai sabini e dalle altre
popolazioni villanoviane. Tutte
avevano dei bastioni per
difendersi, delle strade e
soprattutto le fogne. Seguivano,
insomma, un “piano urbanistico”,
come si direbbe oggi, rimettendo
alla competenza degl’ingegneri, che
erano per quei tempi bravissimi, ciò
che gli altri lasciavano al caso e
al capriccio degl’individui.
Sapevano organizzarsi per lavori
collettivi, di utilità generale, e
lo. dimostrano i canali con cui
bonificarono quelle contrade
infestate dalla malaria. Ma
soprattutto erano formidabili
mercanti, attaccati ai soldi e
pronti a qualunque sacrificio pur
di moltiplicarli. I romani
ignoravano ancora cosa ci fosse
dietro il Soratte, montagnola poco
discosta dalla loro città, che gli
etruschi già erano arrivati in
Piemonte, Lombardia e Veneto,
avevano varcato a piedi le Alpi e,
risalendo il Rodano e il Reno,
avevano portato i loro prodotti sui
mercati francesi, svizzeri e
tedeschi per scambiarli con quelli
locali. Furono loro a portare in
Italia come mezzo di scambio la
moneta, che i romani poi copiarono,
tanto è vero che vi lasciarono
incisa la prua di una nave prima di
averne mai costruita una.
Erano
gente allegra, che prendeva la vita
dal lato più piacevole; e per questo
alla fine persero la guerra contro
i malinconici romani che la
prendevano dal lato più austero. Le
scene riprodotte sui loro vasi e
sepolcri ci mostrano uomini ben
vestiti con quella toga, che poi i
romani copiarono facendone il loro
costume nazionale, lunghi capelli e
barbe inanellate, molti gioielli al
polso, al collo, ai diti, e sempre
intesi a bere, a mangiare e a
conversare, quando non lo erano a
praticare qualcuno dei loro esercizi
sportivi.
Questi consistevano soprattutto
nella boxe, nel lancio del disco e
del giavellotto, nella lotta e in
altre due manifestazioni che noi
crediamo, a torto, squisitamente
moderne e forestiere: il polo e la
corrida. Naturalmente le regole di
questi giuochi erano diverse da
quelle che si usano oggi. Ma sin da
allora lo spettacolo della lotta fra
il toro e l’uomo nell’arena era
considerato di pregio, tanto è vero
che chi moriva se ne voleva portare
nella tomba qualche scena‑ricordo
dipinta sui vasi, per continuare a
divertircisi anche nell’aldilà.
Un
gran passo avanti rispetto agli
arcaici e patriarcali costumi romani
e degli altri indigeni, era la
condizione della donna, che presso
gli etruschi godeva di gran
libertà, e infatti viene
rappresentata in compagnia dei
maschi, partecipe dei loro
divertimenti. Pare che fossero donne
molto belle e di liberissimi
costumi. Nei dipinti appaiono
ingioiellate, asperse di cosmetici e
senza troppe preoccupazioni di
pudore. Mangiano a crepapelle e
bevono a garganella, distese coi
loro uomini su ampi sofà. Oppure
suonano il flauto, o danzano. Una di
loro, che poi diventò molto
importante a Roma, Tanaquilla, era
una intellettuale”, che la sapeva
lunga di matematica e di medicina.
Il che vuol dire che, a differenza
delle loro colleghe latine,
condannate alla più nera
ignoranza, andavano a scuola e
studiavano. I romani, ch’erano gran
moralisti, chiamavano “toscane”,
cioè etrusche, tutte le donne di
facili costumi. E in una commedia di
Plauto c’è una ragazza accusata di
seguire il “costume toscano” perché
fa la prostituta.
La
religione, che è sempre la
proiezione della morale di un
popolo, era centrata su un dio di
nome Tinia, che esercitava il suo
potere col fulmine e il tuono. Egli
non governava direttamente gli
uomini, ma affidava i suoi ordini a
una specie di gabinetto esecutivo,
composto di dodici grandi dèi, così
grandi ch’era sacrilegio perfino
pronunciarne il nome. Asteniamocene
quindi anche noi, per non confondere
la testa di chi ci legge. Tutti
insieme costoro formavano il gran
tribunale dell’aldilà, dove i
“genii”, specie di commessi o di
guardie municipali, conducevano le
anime dei defunti, appena avevano
abbandonato i loro rispettivi
corpi. E li cominciava un processo
in piena regola. Chi non riusciva a
dimostrare di aver vissuto secondo i
precetti dei giudici, era condannato
all’inferno, a meno che i parenti e
gli amici rimasti in vita non
facessero per lui tante preghiere e
sacrifici da ottenerne
l’assoluzione.
E in
questo caso veniva assunto in
paradiso, per continuare a godervi
quei terrestri piaceri a base di
bevute, mangiate, cazzotti e
canzonette, di cui s’era fatto
scolpire le allegre scene sul
sepolcro.
Ma
del paradiso gli etruschi pare che
parlassero poco e di rado,
lasciandolo piuttosto nel vago.
Forse troppo pochi ce ne andavano,
per saperne qualcosa di preciso.
Quello su cui erano informatissimi
era l’inferno, di cui conoscevano,
uno per uno, tutti i tormenti che vi
si soffrivano. Evidentemente i loro
preti pensavano che, per tenere in
riga la gente, valevano più le
minacce della dannazione che le
speranze dell’assoluzione. E questo
modo dì veder le cose si è
perpetuato sino in tempi più
recenti, sino a quelli di Dante che,
nato in Etruria anche lui, è rimasto
dello stesso parere e sull’inferno
ha scialato molto più che sul
paradiso.
Con
questo non dobbiamo credere che gli
etruschi fossero fiorellini di
gentilezza. Ammazzavano con
relativa facilità, e sia pure con la
buona intenzione di offrire in
sacrificio la vittima per la
salvezza di qualche amico o parente.
Soprattutto i prigionieri di guerra
erano adibiti a questa bisogna.
Trecento romani, catturati in una
delle tante battaglie che si
combatterono fra i due eserciti,
furono uccisi per lapidazione a
Tarquinia. E sul loro fegato ancora
palpitante di vita gl’indovini
cercarono di determinare i futuri
eventi della guerra. Evidentemente
non ci riuscirono, altrimenti
l’avrebbero smessa subito. Ma l’uso
era frequente, anche se in genere ci
si serviva delle viscere di qualche
animale, pecora o toro che fosse, e
i romani lo copiarono.
Politicamente, le loro sparse città
non riuscirono mai a unirsi, e
purtroppo non ce ne fu nessuna
abbastanza forte per tenere in pugno
le altre, come fece Roma con le
rivali latine e sabine. Ci fu una
federazione dominata da Tarquinia,
ma non venne a capo delle tendenze
separatiste. I dodici piccoli stati
che ne facevano parte, invece di
unirsi contro il comune nemico, si
lasciarono battere e fagocitare da
esso uno per uno. La loro diplomazia
era come quella di certe moderne
nazioni europee che preferiscono
morire da sole piuttosto che vivere
insieme.
Tutto
questo è stato ricostruito, a furia
d’induzioni, dai resti dell’arte
etrusca che sono giunti sino a noi e
che costituiscono la sola eredità
lasciataci da quel popolo. Si
tratta specialmente di vasi e di
bronzi. Fra i vasi ce ne sono di
belli, come “l’Apollo di Veio”,
detto anche “Apollo che cammina”, di
terracotta policroma, che denunzia
nei coroplasti etruschi una grande
perizia tecnica e un gusto
raffinato. Sono quasi sempre
d’imitazione greca e, salvo qualche
raro esemplare come il “bucchero
nero”, non ci sembrano gran che.
Ma
per quanto scarsi siano questi
resti, bastano a farci capire come
i romani, una volta ch’ebbero
sopraffatto gli etruschi, dopo
essere andati per un pezzo a scuola
da loro e averne subito la
superiorità soprattutto nel campo
tecnico e organizzativo, non solo
li distrussero, ma cercarono di
cancellare ogni traccia della loro
civiltà. La consideravano malata e
corruttrice. Copiarono da essa tutto
quello che faceva loro comodo.
Mandarono alle scuole di Vejo e di
Tarquinia i loro ragazzi per
addottorarli specialmente in
medicina e ingegneria. Imitarono la
toga. Adottarono l’uso della moneta.
E forse presero a prestito anche
l’organizzazione politica, che però
gli etruschi ebbero in comune con
tutti gli altri popoli
dell’antichità e che passò, anche in
casa loro, da un regime monarchico
ad.uno repubblicano, retto da un
lucumone, magistrato elettivo, e
infine a una forma di democrazia
dominata dalle classi ricche. Ma i
propri costumi, stoici e sani,
basati sul sacrificio e sulla
disciplina sociale, Roma volle
preservarli dalle mollezze di quelli
etruschi. Istintivamente sentì che
vincere in guerra il nemico e
occuparne le terre non bastava,, se
poi gli si dava il destro di
contaminare le case del padrone,
assumendovelo in qualità di schiavo
o di precettore, come si usava a
quei tempi coi vinti. E lo
distrusse. E ne volle sepolti tutti
i documenti e monumenti.
Questo però successe molto tempo
dopo che il primo contatto venisse
stabilito fra i due popoli, i quali
s’incontrarono appunto a Roma,
quando vi giunsero gli albalongani e
vi trovarono, a quanto pare, già
installata una piccola colonia
etrusca, che aveva dato al sito un
nome di casa sua. Sembra infatti che
“Roma” venga da “Rumon” che in
etrusco vuol dire “fiume”. E se
questo è vero, bisogna dedurne che
la prima popolazione dell’Urbe fu
formata non soltanto di latini e di
sabini, popoli dello stesso sangue e
dello stesso ceppo, come lascerebbe
credere la storia del famoso
“ratto”, ma anche di etruschi, gente
di tutt’altra razza e lingua e
religione. Anzi, secondo certi
storici, etrusco sarebbe stato lo
stesso Romolo. E comunque fu
certamente etrusco il rito con cui
fondò la città, scavando il solco
con un aratro trascinato da un toro
e da una giovenca bianchi, dopo che
dodici uccelli di buon augurio
avevano volteggiato sulla sua testa.
Senza
Volerci mettere in concorrenza coi
competenti che da secoli vanno
discutendo di queste faccende e non
riescono a mettersi d’accordo,
diremo quella che ci sembra la più
probabile di tutte le versioni.
Gli
etruschi, che avevano la passione
del turismo e del commercio,
avevano già fondato un piccolo
villaggio sul Tevere, quando latini
e sabini vi giunsero. E questo
villaggio doveva servire da stazione
di smistamento e di rifornimento per
le loro linee di navigazione verso
il Sud. Qui, e specialmente in
Campania, avevano già impiantato
ricche colonie: Capua, Nola, Pompei,
Ercolano, dove le popolazioni
locali che si chiamavano sannite e
ch’erano di origine villanoviana
anch’esse, venivano a scambiare i
loro prodotti agricoli con quelli
industriali in arrivo dalla Toscana.
Era difficile, da Arezzo o da
Tarquinia, giungere fin laggiù via
terra. Mancavano le strade e la
regione era infestata da belve e da
banditi. Molto più facile, visto
ch’eran gli unici a possedere una
flotta, era per gli etruschi venirci
via mare. Ma il viaggio era lungo,
richiedeva intere settimane. Le
navi, grandi come gusci di noce, non
potevano imbarcare molti
rifornimenti per gli uomini, e
avevano bisogno di porti, lungo la
strada, dove provvedersi di farina e
d’acqua per il resto del tragitto.
La foce del Tevere, giusto a metà
del percorso, forniva una comoda
baia per riempire le stive vuote, e
per di più, navigabile com’era a
quei tempi, offriva anche un comodo
mezzo per risalire nell’interno e
combinare qualche affaruccio coi
latini e sabini che lo abitavano. La
contrada era costellata non si sa
se d’una trentina o d’una settantina
di borghi, ognuno dei quali
rappresentava un piccolo mercato di
scambio. Non che vi si potessero
fare grandi affari perché il Lazio,
a quei tempi, non era ricco che di
legname per via (chi lo direbbe,
oggi?) dei suoi meravigliosi
boschi. Per il resto, non produceva
neanche frumento, ma soltanto farro,
e un po’ di vino e di olive. Ma gli
etruschi, pur di far quattrini, si
contentavano del poco, e il vizio
gli è rimasto.
Per
questo fondarono Roma, chiamandola
così o con un altro nome, ma senza
dare troppa importanza alla cosa.
Chissà quante ce n’erano, di Rome,
scaglionate lungo la costa tirrenica
fra Livorno e Napoli. E ci misero, a
badarvi, una guarnigione di marinai
e di mercanti che forse
consideravano quel trasferimento un
castigo. Dovevano tenere in ordine
soprattutto il cantiere per le
riparazioni delle navi danneggiate
dalle tempeste, e i magazzini per
rifornirle.
Poi,
un bel giorno, presero ad arrivare a
gruppetti i latini e i sabini, un
po’ forse perché in casa
cominciavano a stare stretti, un po’
perché anch’essi avevano voglia di
commerciare con gli etruschi, dei
cui prodotti erano bisognosi. Che
avessero già allora un piano
strategico di conquista dell’Italia
prima, e del mondo poi, e che per
questo ritenessero indispensabile la
posizione di Roma, son fantasie
degli storici d’oggi. Quei latini e
sabini erano degli zoticoni di
stoffa contadina, per i quali la
geografia si riassumeva nell’orto
di casa.
É
probabile che questi nuovi arrivati
siano venuti alle mani tra loro. Ma
è altrettanto probabile che poi,
invece di distruggersi a vicenda, si
siano alleati, per fare fronte agli
etruschi che dovevano guardarli un
po’ come gl’inglesi guardano
gl’indigeni, nelle loro colonie.
Davanti a quella gente forestiera
che li trattava dall’alto in basso e
che parlava un idioma a loro
incomprensibile, dovettero
accorgersi di essere fratelli,
accomunati dallo stesso sangue,
dalla medesima lingua e dalla
identica miseria. E per questo
misero in comune il poco che
avevano: le donne. Il famoso ratto
non è probabilmente che il simbolo
di questo accordo, dal quale è
naturale che gli etruschi siano
rimasti esclusi, ma di propria
volontà. Essi si sentivano superiori
e non volevano mescolarsi con
quella plebaglia.
La
divisione razziale continuò almeno
cento anni, durante i quali latini e
sabini, ormai fusi nel tipo romano,
dovettero ingoiare parecchi rospi.
Quando, dopo Tarquinio il Superbo
che fu l’ultimo re, essi presero il
sopravvento, la vendetta fu
indiscriminata. E forse
l’accanimento che misero a
distruggere l’Etruria non solo come
stato, ma anche come civiltà, gli
fu ispirato appunto dalle
umiliazioni che dagli
etruschi avevano subito anche in
patria. E di essi vollero epurare
tutto, perfino la storia, dando un
certificato di nascita latino anche
a Romolo che forse lo aveva etrusco
e facendo risalire all’unione coi
sabini l’origine della città.
I
RE AGRARI
Quando
Romolo morì, molti anni dopo aver
seppellito Tito Tazio, i romani
dissero ch’era stato il dio Marte a
rapirlo e a condurlo in cielo per
trasformarlo in dio, il dio Quirino.
E come tale d’allora in poi lo
venerarono, come fanno oggi i
napoletani con san Gennaro.
A lui
successe, come secondo re di Roma,
Numa Pompilio, che la tradizione ci
dipinge mezzo filosofo e mezzo
santo, come lo fu, parecchi secoli
dopo, Marco Aurelio. Quelle che più
lo interessavano erano le questioni
religiose. E siccome in questa
materia ci doveva essere una grossa
anarchia perché ognuno dei tre
popoli venerava i propri dèi, fra i
quali non si riusciva a capire chi
fosse il più importante, Numa decise
di mettervi ordine. E per imporlo,
quest’ordine, ai suoi riottosi
sudditi, fece spargere la notizia
che ogni notte, mentre dormiva, la
ninfa Egeria veniva a visitarlo in
sogno dall’Olimpo per
trasmettergliene direttamente le
istruzioni. Chi vi avesse
disobbedito, non era col re, uomo
fra gli uomini, che avrebbe dovuto
vedersela, ma col Padreterno in
persona.
Lo
stratagemma può sembrare infantile,
ma anche oggi seguita ad attaccare,
di quando in quando. In pieno secolo
ventesimo, Hitler, per farsi
obbedire dai tedeschi, non seppe
escogitarne uno migliore, E ogni
tanto scendeva dalla montagna di
Berchtesgaden con qualche nuovo
ordine del buon Dio in tasca:
quello di sterminare gli ebrei, per
esempio, o di distruggere la
Polonia. E il bello è che, a quanto
pare, ci credeva anche lui.
L’umanità, in queste faccende, non
ha molto progredito, dai tempi di
Numa.
Tuttavia anche in questa leggenda
forse c’è un fondo di vero, o almeno
un’indicazione che ci permette di
ricostruirlo. Quali che siano stati
i loro nomi e la loro origine,
quelli dell’antichissima Roma, più
che re veri e propri, dovettero
essere dei papi, come del resto lo
era l”arconte Basileo” ad Atene.
Tutte
le autorità, a quei tempi, erano
puntellate soprattutto sulla
religione. Il potere dello stesso
pater familias, o capo di casa,
sulla moglie, sui fratelli minori,
sui figli, sui nipoti, sui servi,
era più che altro quello di un alto
sacerdote cui il buon Dio aveva
delegato certe funzioni. E per
questo era così forte. E per questo
le famiglie romane erano così
disciplinate. E per questo ognuno
sentiva tanto i propri doveri e li
assolveva in pace e in guerra.
Numa,
stabilendo un ordine.di precedenza
fra i vari dèi che ognuno dei vari
popoli che la formavano si era
portato a Roma, compi forse un’opera
politica fondamentale: quella che
poi consentì ai suoi successori,
Tullo Ostilio e Anco Marzio, di
condurre il popolo unito alle guerre
vittoriose contro ‑ le città rivali
della contrada. Ma, come poteri ‑
politici veri e propri, non doveva
averne molti, perché quelli più
grandi e decisivi restavano nelle
mani del popolo che lo eleggeva ed a
cui doveva sempre rispondere.
Questo, di per sé, non vorrebbe dir
nulla, perché in tutti i tempi e
sotto qualsiasi regime, chi comanda
dice di farlo in nome del popolo. Ma
a Roma non si trattò di chiacchiere,
almeno fino alla dinastia dei
Tarquini, i quali del resto persero
il trono appunto perché vollero
starci seduti come padroni invece
che come “delegati”. E la divisione
del comando era fatta press’a poco
così.
La
città era divisa in tre tribù:
quella dei latini, quella dei
sabini, quella degli etruschi. Ogni
tribù era divisa in dieci
curie, o quartieri. Ogni
curia in dieci gente, o
casate. Ogni casata era divisa
in famiglie. Le curie si
riunivano in genere due volte
all’anno, e in queste occasioni
facevano il comizio curiato,
che fra le altre cose si occupava
anche dell’elezione del re, quando
uno moriva. Tutti avevano il
medesimo diritto di voto. La
maggioranza decideva. Il re
eseguiva.
Era
la democrazia assoluta senza classi
sociali, e funzionò finché Roma fu
un piccolo pacifico villaggio
abitato da poca gente che di rado
metteva la testa fuor delle mura.
Poi gli abitanti crebbero, e
crebbero anche le esigenze. Il re
che dapprima, oltre a dir messa,
cioè a celebrare i sacrifici e gli
altri riti della liturgia, doveva
anche applicare le leggi, cioè fare
il giudice, non ebbe più il tempo di
assolvere tutti questi compiti, e
cominciò a nominare dei “funzionari”
a cui affidarli. Così nacque la
cosìddetta “burocrazia”. Colui
ch’era stato soprattutto un prete,
diventa vescovo, e designa dei
parroci e curati che lo aiutino
nelle funzioni religiose. Poi ha
bisogno anche di chi provveda alle
strade, al censo, al catasto,
all’igiene, e nomina dei competenti
che si occupino di queste faccende.
Così nasce il primo “ministero”: il
cosìddetto Consiglio degli Anziani o
Senato, costituito da un centinaio
di membri ch’erano discendenti, per
diritto di primogenitura, dei
pionieri venuti con Romolo a fondare
Roma e che dapprima hanno soltanto
il compito di consigliare il
sovrano, ma poi diventano sempre
più influenti.
E infine nasce, come
stabile organizzazione, l’esercito,
basato anch’esso sulla divisione
nelle trenta curie, ognuna
delle quali doveva fornire una
centuria, cioè cento
fanti, e una decuria, cioè
dieci cavalieri col cavallo. Le
trenta centurie e le trenta
decurie, cioè
tremilatrecento uomini, facevano
tutte insieme la legione che
fu il primo e unico corpo d’armata
dell’antichissima Roma. Sui soldati
il re, che ne era il comandante
supremo, aveva diritto di vita o di
morte. Ma anche questo potere
militare non lo esercita in maniera
assoluta e senza controllo. Egli
dirige le operazioni, ma dopo aver
chiesto consiglio al comizio
centuriato, cioè alla legione in
armi, di cui sollecita anche
l’approvazione per la nomina degli
ufficiali che a quei tempi si
chiamavano
pretori.
Insomma, tutte le precauzioni erano
state prese dai romani perché il re
non si tramutasse in un tiranno.
Egli doveva restare un “delegato”
della volontà popolare. Quando un
branco d’uccelli passava per aria o
un fulmine schiantava un albero, era
compito suo riunire i sacerdoti, con
loro studiare cosa volessero dire
quei segni e, se gli pareva che
significassero qualcosa di poco
buono, decidere che sacrifici
bisognava fare per placare gli dèi
evidentemente offesi di qualcosa.
Quando due privati venivano a
litigio fra loro e magari uno
derubava o scannava l’altro, non era
affar suo occuparsene. Ma se uno
commetteva qualche delitto contro lo
stato o la collettività, allora se
lo faceva condurre davanti da
qualche guardia, e magari lo
condannava a morte. Per tutto il
resto, decisioni non poteva
prenderne. Doveva chiederle in tempo
di pace ai comizi curiati e
in tempo di guerra a quelli
centuriati. Se era furbo,
riusciva, come avviene anche oggi, a
presentare come “volontà del popolo”
quella sua personale. Altrimenti
doveva subirla. Ma sempre doveva
fare i conti, per eseguirla, col
Senato.
Tale
era l’ordinamento che il primo re di
Roma, sia egli stato Romolo o no, e
a qualunque delle tre razze sia
appartenuto, diede all’Urbe. E tale
fu quello che il saggio Numa lasciò
al suo successore Tullo Ostilio,
ch’era di temperamento molto più
vivace.
Egli
aveva nel sangue la politica,
l’avventura e l’avidità. Ma il fatto
che il “comizio” avesse scelto
proprio lui come sovrano, significa
che, dopo i quarant’anni di pace
assicuratile da Numa, tutta Roma
aveva una gran voglia dì menar le
mani. Dei borghi e città che la
circondavano, Alba Longa era la più
ricca e importante. Non sappiamo
quale pretesto escogitasse Tullo per
muoverle guerra. Forse nessuno. Ma
fatto si è che un bel giorno
l’attaccò e la rase al ‑suolo,
sebbene la leggenda abbia
trasformato questa prepotenza in un
episodio cavalleresco e quasi
gentile. Dicono infatti che i due
eserciti rimisero la sorte delle
armi a un duello fra i tre Orazi
romani e tre Curiazi albalongani,
Costoro uccisero due Orazi. Ma
l’ultimo a sua volta uccise loro e
decise la guerra. Fatto sta però che
Alba Longa fu distrutta, e il suo
re fu legato con le due gambe a due
carri che, lanciati in direzione
opposta, lo squarciarono. Fu così
che Roma trattò quella ch’essa
considerava la sua madrepatria, la
terra donde diceva che i suoi
fondatori erano venuti.
Naturalmente l’avvenimento dovette
allarmare un po’ tutti gli altri
villaggi della contrada che, non
avendo subito l’influenza etrusca,
erano rimasti indietro, nel
cosìddetto progresso, e quindi si
sentivano più deboli e peggio armati
dei romani. Un po’ con tutti Tullo
Ostilio e il suo successore Anco
Marzio, che ne seguì l’esempio,
attaccarono briga.
Per
concludere, il giorno che al trono
fu elevato Tarquinio Prisco come il
quinto re, Roma era già il nemico
pubblico numero uno di quella
regione di cui non si conoscono con
esattezza i confini, ma che doveva
estendersi press’a poco fino a
Civitavecchia a nord, fino verso
Rieti a est, e fin verso Frosinone a
sud.
Ora,
è molto probabile che questa
politica di conquiste, destinata a
diventare ancora più aggressiva con
gli ultimi tre re di famiglia
Tarquinia, fosse d’ispirazione
soprattutto etrusca. E questo per un
semplice motivo: che, mentre latini
e sabini erano agricoltori, gli
etruschi erano industriali e
mercanti. I primi, ogni volta che
scoppiava una nuova guerra, dovevano
abbandonare il podere lasciandolo
andare in malora per arruolarsi
nella legione, e rischiavano di
perderlo, se il nemico vinceva. I
secondi invece avevano tutto da
guadagnare: aumentavano i consumi,
piovevano le “commesse” del governo;
e in caso di vittoria si
conquistavano nuovi mercati. In
tutti i tempi e in tutte le nazioni
è sempre stato così: gli abitanti
delle città, capitalisti,
intellettuali, commercianti,
vogliono le guerre contro la volontà
dei contadini che poi devono farle.
Più uno stato s’industrializza, più
la città prende il sopravvento sulla
campagna, e più la sua politica
diventa avventurosa e aggressiva.
Fino
al quarto re, l’elemento contadino
prevalse in Roma e la sua economia
fu soprattutto agricola. Quei
tremilatrecento uomini che
costituivano il suo esercito ci
dimostrano che la popolazione
complessiva doveva ammontare a un
trentamila anime, di cui forse la
maggior parte erano disseminate nel
contado. Nella città vera e propria
ce ne sarà stata, sì e no, la metà,
che dal Palatino ora si erano
sparpagliati anche sugli altri
colli. La maggior parte di loro
vivevano in capanne di fango venute
su alla rinfusa e disordinatamente,
con una porta per entrarvi, ma senza
finestre, e una sola stanza in cui
mangiavano, bevevano, dormivano
tutti insieme babbo, mamma,
figliuoli, nuore, generi, nipoti,
schiavi (chi ne aveva), polli,
somari, vacche e porci. Gli uomini,
al mattino, scendevano al piano per
arare la terra. E fra loro c’erano
anche i senatori che, come tutti gli
altri, aggiogavano i buoi e
spargevano il seme o falciavano la
spiga. I ragazzi li aiutavano,
perché il lavoro dei campi era la
loro unica e vera scuola, il loro
unico e vero sport. E i padri
approfittavano dell’occasione per
insegnar loro che il seme dava buon
frutto solo quando il cielo mandava
acqua e sole in giuste dosi sulla
zolla; che il cielo mandava acqua e
sole in giuste dosi sulla zolla solo
quando gli dèi lo volevano; che gli
dèi lo volevano solo quando gli
uomini avevano compiuto tutti i loro
doveri verso di essi; e che il primo
di questi doveri consisteva
nell’obbedienza dei giovani ai
vecchi.
Così
crescevano i cittadini romani,
almeno quelli di discendenza latina
e sabina, che dovevano costituire
la maggioranza. L’igiene e la cura
della propria persona dovevano
essere ridotte al minimo, anche per
le donne. Niente cosmetici, niente
civetterie, poca o punta acqua, che
le donne dovevano andare ad
attingere in basso e riportare in
anfore sospese sulla testa. Non
c’erano gabinetti di decenza né
fogne. Si facevano i propri bisogni
fuori dell’uscio e si lasciavano lì.
Le barbe e i capelli crescevano
incolti. Quanto ai vestiti, non
state a credere ai monumenti, che
del resto appartengono ad epoche
molto più recenti, quando Roma ebbe
una vera e propria industria tessile
ed una categoria di sarti evoluti,
che per la maggior parte erano di
origine e di scuola greche. In quei
tempi lontani la toga, che poi
acquistò tanta imponenza, o non era
ancora nata, o era ridotta alla sua
foggia più elementare. Forse
somigliava alla futa che
attualmente portano gli abissini: un
cencio bianco, tessuto in casa dalle
mogli e dalle figlie con lana di
pecora, con un buco in mezzo per
infilarci la testa. Pochi ne
avevano una di ricambio. In genere
portavano sempre la stessa,
d’estate e &inverno, di giorno e di
notte, immaginate con quali
conseguenze.
Non
s’indulgeva a nessun piacere,
nemmeno a quelli di gola. Contro le
teorie dei moderni scienziati
americani, secondo i quali la forza
di un popolo è condizionata dal suo
consumo di calorie e di vitamine,
che a sua volta è condizionato dalla
varietà del suo nutrimento, i romani
dimostrarono che si può conquistare
il mondo anche mangiando soltanto un
impasto mal cotto d’acqua e di
farina, due olive e un po’ di cacio,
annaffiato solo nei giorni di festa
da un bicchier di vino. L’olio
sembra che sia venuto più tardi, e
dapprima pare che lo abbiano usato
solo per ungersi la pelle, a difesa
dalle bruciature del freddo e da
quelle del sole. Il che doveva
aumentare non poco il puzzo
generale.
A
questo regime non sfuggiva nemmeno
il re, che soltanto con la dinastia
dei Tarquini ebbe una divisa, un
elmo e delle insegne speciali. Sino
ad Anco Marzio egli fu eguale tra
gli eguali, anche lui arò la terra
dietro i buoi aggiogati, sparse il
seme e falciò la spiga. Non risulta
nemmeno che avesse una reggia o
comunque un ufficio. Risulta invece
che andava fra la gente senza una
scorta di protezione perché, se ne
avesse avuta una, tutti lo avrebbero
accusato dì voler regnare con la
forza invece che col consenso del
popolo. Le decisioni le prendeva
sotto un albero, o a sedere
sull’uscio di casa, dopo aver
sentito l’opinione degli anziani
che gli facevano corona torno tomo.
Saliva in cattedra e forse indossava
anche un abito speciale, solo quando
doveva compiere un sacrificio o
qualche altra cerimonia religiosa.
Anche
in guerra i romani andavano senza
niente che somigliasse ad una vera e
propria organizzazione militare. Il
pretore che comandava la centuria o
la decuria non aveva insegne di
grado. Le armi erano soprattutto
bastoni, sassi e rozze spade. Ci
volle del tempo prima che si
arrivasse all’elmo, allo scudo e
alla corazza, invenzioni che allora
dovettero fare l’effetto ‘ che ai
giorni nostri fecero la
mitragliatrice e il carro armato.
Sicché le grandi campagne che Roma
intraprese sotto i primi suoi
bellicosì re dovettero somigliare
più che altro a spedizioni punitive
e risolversi in gran mazzate di uomo
contro uomo, senz’ombra di tattica e
di strategia. I romani le vinsero
non tanto perché erano i più forti,
quanto perché erano i più persuasi
che la loro patria era stata
fondata dagli dèi per realizzare
grandi imprese e che morire per essa
costituiva non un merito, ma solo il
pagamento di un debito contratto nel
momento in cui si era nati.
Il
nemico, una volta battuto, cessava
dì essere un “soggetto” per
dìventare soltanto un “oggetto”. Il
romano che lo aveva fatto
prigioniero lo considerava cosa sua
propria: se era di malumore, lo
ammazzava; se era di buonumore, se
lo portava a casa come schiavo, e
poteva farne quel che voleva:
ucciderlo, venderlo, obbligarlo a
lavorare. Le terre venivano
requisite dallo stato e date in
affitto ai sudditi. Le città molto
spesso erano dìstrutte e le
popolazioni deportate.
Con
questi sistemi, Roma crebbe a spese
dei latini a sud, dei sabini e degli
equi a est, degli etruschi a nord.
Sul mare, da cui distava pochi
chilometri, non osava avventurarsi
perché non aveva ancora una flotta,
e la sua popolazione contadina ne
diffidava per istinto. Sotto Romolo,
Tito Tazio, Tullo Ostilio e Anco,
Marzio, i romani furono “terrieri”
e la loro politica “terrestre”.
Fu
l’avvento di una dinastia etrusca a
mutare radicalmente le cose, sia
nella politica interna che in quella
estera.
1
RE MERCANTI
Non
si sa con precisione quando e come
Anco Marzio mori. Ma dovette essere
a un centocinquant’anni dal giorno
in cui la leggenda vuole che Roma
sia stata fondata, cioè verso il 600
avanti Cristo. Pare comunque che in
quel momento si trovasse in città
un certo Lucio Tarquinio,
personaggio molto differente da
quelli che i romani usavano
scegliersi come re e magistrati.
Non
era del posto. Veniva da Tarquinia,
ed era figlio di un greco, Demarato,
emigrato da Corinto e sposatosi con
una donna etrusca. Da questo
incrocio era nato un ragazzo vivace,
brillante, spregiudicato,
ambiziosissimo, che forse i
romani, quando venne
a stabilirsi fra loro, guardarono
con un misto d’ammirazione,
d’invidia e dì diffidenza. Era ricco
e scialacquatore fra gente povera e
taccagna. Era elegante in mezzo ai
bifolchi. Era l’unico a sapere di
filosofia, geografia e matematica in
un mondo di poveri analfabeti.
Quanto alla politica, sangue greco
più sangue etrusco dovevano far di
lui un diplomatico di mille risorse
fra concittadini che ne dovevano
aver noche. Tito Livio dice di lui:
Fu il primo
che intrigò per farsi eleggere re e
pronunciò un discorso per
assicurarsi l’appoggio della plebe.
Che
sia stato il primo,. ne dubitiamo.
Ma che abbia intrigato, ne siamo
sicuri. Probabilmente le famiglie
etrusche, che costituivano una
minoranza, ma ricca e potente,
videro in lui il loro uomo; e,
stanche di essere governate da re
pastori e contadini, di razza
latina e sabina, sordi ai loro
bisogni commerciali ed
espansionistici, decisero di
innalzarlo al trono.
Come
siano andate le cose, s’ignora. Ma
l’accenno di Tito Livio alla plebe
ci consente di farcene un’idea. Essa
è un elemento nuovo nella storia
romana, o per lo meno un elemento
che non si era fatto sentire sotto i
primi quattro re, che alla plebe non
avevan nessun bisogno di parlare
per venire eletti, per il semplice
motivo che la plebe ai loro tempi
non c’era. Nei comizi curiati,
che procedevano all’investitura
del sovrano, non esistevano
differenze sociali. Tutti erano
cittadini, tutti erano piccoli o
grandi proprietari di terra; tutti
quindi avevano, formalmente, gli
stessi diritti, anche se, per forza
di cose, nella pratica, poi, a
prendere le decisioni e ad imporle
agli altri erano alcuni
professionisti della politica.
Era
una perfetta democrazia casalinga,
dove tutto veniva fatto alla luce
del sole e si discuteva fra
cittadini uguali e quel che contava,
per la distribuzione delle cariche,
era la stima e A prestigio di cui
si godeva. Ma essa presupponeva ‑la
piccola città che Roma fu in quel
suo primo secolo di vita, chiusa
nella sua angusta cerchia di
catapecchie, e dove ognuno conosceva
l’altro e sapeva di chi era figlio e
cosa aveva fatto e come trattava la
moglie e quanto spendeva per
mangiare e quanti sacrifici
celebrava in nome degli dèi.
Ma alla morte di Anco
Marzio la situazione era del tutto
cambiata. 1 bisogni di guerra
avevano stimolato l’industria e
quindi favorito l’elemento etrusco,
quello che dava i falegnami, i
fabbri, gli armieri, i mercanti.
N’erano arrivati da Tarquinia, da
Arezzo, da Vejo, le botteghe s’erano
riempite di garzoni e d’apprendisti
che, imparato bene il mestiere,
avevano messo su altre botteghe. Il
rialzo dei salari aveva richiamato
in città la mano d’opera contadina.
I soldati, dopo aver fatto la
guerra, tornavano malvolentieri sui
campi e preferivano restare a Roma,
dove si trovavano con più facilità
donne e vino. Ma soprattutto le
vittorie vi avevano fatto confluire
rivoli di schiavi. Ed era questa
moltitudine forestiera che formava
il plenum da cui viene la
parola
plebe.
Lucio
Tarquinio e i suoi amici etruschi
dovettero veder subito che profitto
si poteva trarre da questa massa di
gente, per la maggior parte esclusa
dai comizi curiati, se si fosse
potuto convincerla che solo un re
forestiero anche lui avrebbe potuto
fame valere i diritti. E per questo
l’arringò, promettendole chissà
cosa, magari ciò che poi fece
davvero. Egli aveva dietro di sé
quella che oggi si chiamerebbe la
Confindustria: i Cini, i Marzotto,
gli Agnelli, i Pirelli, i Falck
dell’antica Roma: gente che
quattrini per la propaganda
elettorale aveva da spenderne quanti
ne voleva, ed era decisa a farlo per
garantirsi un governo più disposto
di quelli precedenti a tutelare i
suoi interessi e a seguire quella
politica espansionistica ch’era la
condizione della sua prosperità.
Certamente ci riuscirono perché
Lucio Tarquinio fu eletto col nome
di Tarquinio Prisco, rimase sul
trono trentotto anni, e per
liberarsi di lui i “patrizi”, cioè i
“terrieri”, dovettero farlo
assassinare. Ma inutilmente. Prima
di tutto perché la corona, dopo di
lui, passò a suo figlio, eppoi a suo
nipote. In secondo luogo perché, più
che la causa, l’avvento della
dinastia dei Tarquini fu l’effetto
di una certa svolta chela storia di
Roma aveva subito e che non le
consentiva più di tornare al suo
primitivo e arcaico ordinamento
sociale e alla politica che ne
derivava.
Il re
della Confindustria e della plebe fu
un re autoritario, guerriero,
pianificatore e demagogo. Volle una
reggia e se la fece costruire
secondo lo stile etrusco, molto più
raffinato di quello romano. Poi
nella reggia fece innalzare un
trono, e lì si mise a sedere, in
pompa magna, con lo scettro in mano,
e un elmo ripieno di pennacchi.
Dovette farlo un po’ per vanità, un
po’ perché conosceva i suoi polli e
sapeva benissimo che la plebe, cui
doveva la sua elezione e di cui
intendeva conservarsi il favore,
amava il fasto e il re lo vuol
vedere in alta uniforme, circondato
da corazzieri. A differenza dei suoi
predecessori che la maggior parte
del loro tempo la passavano a dir
messa e a fare oroscopi, egli la
trascorse a esercitare il potere
temporale cioè a far politica e
guerre. Prima soggiogò tutto il
Lazio, poi attaccò briga con i
sabini e rosicchiò loro un’altra
parte di terre. Per fare questo,
ebbe bisogno di molte armi che
l’industria pesante gli fornì
facendoci sopra grossi affari, e di
molti rifornimenti che i mercanti
gli assicurarono guadagnandoci sopra
larghe prebende. Gli storici
repubblicani e anti‑etruschi
scrissero poi che il suo regno fu
tutto un intrallazzo, una generale
mangeria, il trionfo delle mance e
delle "bustarelle”, e che il bottino
ch’egli prese ai vinti lo usò per
abbellire non Roma, ma le città
etrusche, particolarmente Tarquinia,
che gli aveva dato i natali.
Ne
dubitiamo, perché fu proprio sotto
di lui che Roma fece un balzo
avanti, specie in fatto di monumenti
e di urbanistica. Anzitutto vi
costruì la cloaca massima, cioè le
fogne, che finalmente liberarono i
cittadini dai loro rifiuti, con i
quali avevano sino ad allora
convissuto. Eppoi finalmente l’Urbe
cominciò a diventar tale davvero,
con strade ben tracciate, quartieri
definiti, case che non eran più
capanne, ma costruzioni vere e
proprie, col tetto spiovente da
ambedue i lati, finestre e atrio, e
un foro, cioè una piazza centrale,
dove tutti i cittadini si riunivano.
Purtroppo, per compiere questa
autentica rivoluzione, che
sconvolgeva non soltanto la faccia
esterna di Roma, ma. anche il suo
costume di vita, egli dovette subire
l’ostilità del Senato, depositario
dell’antica tradizione e poco
disposto a rinunziare al suo
diritto di controllo sul re. In
altri tempi esso lo avrebbe deposto
o costretto alle dimissioni. Ma ora
bisognava fare i conti con la plebe,
cioè con una moltitudine che ancora
non aveva una adeguata
rappresentanza politica, ma sperava
che Tarquinio gliene desse una ed
era pronta a sostenerlo anche don le
barricate. Era più facile ucciderlo,
e così fecero. Ma commisero
l’imperdonabile errore di lasciare
in vita sua moglie e suo figlio,
convinti che quella per il suo sesso
e questi per la sua giovane età non
potessero mantenere il potere.
Forse
avrebbero avuto ragione, se
Tanaquilla fosse stata romana,. cioè
abituata soltanto a obbedire. Ma
invece era etrusca, aveva studiato,
con suo marito aveva diviso non
soltanto il letto ma anche il lavoro
interessandosi ai problemi di
stato, all’amministrazione, alla
politica estera, alle riforme; e su
tutto la sapeva più lunga degli
stessi senatori, molti dei quali
erano analfabeti.
Seppellito il re, essa ne occupò il
posto sul trono, e lo tenne caldo
per Servio che frattanto cresceva e
che fu il primo e l’ultimo re di
Roma a ereditare la corona senza
venire eletto. Non si sa bene se
costui fosse figlio suo o di una sua
serva, come sembra indicare il nome.
Comunque, anche di lui gli storici,
romani, tutti repubblicani
ferventi, hanno cercato di dir male.
Ma non ci sono riusciti. Pur
controvoglia, essi hanno
dovuto ammettere che il suo governo
fu illuminato e che sotto di
lui furono condotte a termine alcune
fra le più importanti imprese.
Anzitutto egli costruì una cerchia
di mura intorno alla città, dando
così lavoro a muratori, tecnici e
artigiani che videro in lui il loro
protettore. Poi pose mano alla
grande riforma politica e sociale,
che fu di base a tutti i successivi
ordinamenti romani.
La
vecchia divisione in trenta curie
presupponeva una città dì trenta o
quarantamila abitanti, tutti
press’a poco con gli stessi titoli,
le stesse benemerenze e lo stesso
patrimonio. Ma ora essa era
straordinariamente cresciuta, e c’è
chi fa ascendere a sette o
ottocentomila anime la popolazione
cittadina del tempo di Servio.
Probabilmente son calcoli
sbagliati: a tanto dovevano
ammontare non gli abitanti di Roma,
ma quelli di tutto il territorio da
essa conquistato. Tuttavia la città
doveva superare almeno i centomila,
e i grandi lavori pubblici che
Tarquinio e Servio intrapresero
dovettero essere imposti anche da
un’acuta crisi di alloggi.
Di
questa massa, solo quella già
iscritta ai comizi curiati aveva
voce in capitolo e poteva votare.
Gli altri seguitavano a restare
esclusi, e fra costoro c’erano anche
i più grandi industriali e
commercianti e banchieri: quelli che
fornivano i quattrini allo stato per
fare le guerre e le grandi opere di
bonifica. Essi avevano ora diritto a
una ricompensa.
Come
prima cosa, Servio diede la
cittadinanza ai libertini,
cioè ai figli degli schiavi
liberati, o liberti.
Dovettero essere parecchie e
parecchie migliaia di persone, che
da quel momento furono i suoi più
accaniti sostenitori. Poi abolì le
trenta curie divise secondo i
quartieri, e al loro posto istituì
cinque classi, differenziate in base
non al loro domicilio, ma al loro
patrimonio. Alla prima appartenevano
coloro che avevano almeno centomila
assi; all’ultima quelli che ne
possedevano meno di
dodicimilacinquecento. A difficile
stabilire a cosa corrisponda, in
moneta d’oggi, un asse. Forse
a dieci lire, forse più. Comunque,
furono queste differenze economiche
a determinare anche quelle
politiche. Perché mentre nelle
curie tutti erano pari, almeno
formalmente, e il voto di ognuno
valeva quello dì ogni altro, le
classi votavano per centurie,
ma non ne avevano un numero
uguale. La prima ne aveva
novantotto. In tutte erano
centoventitrè. Sicché in pratica
bastavano i novantotto voti della
prima classe per determinare la
maggioranza. Le altre, anche se si
coalizzavano, non riuscivano a
batterla.
Era
un regime capitalista o plutocratico
in piena regola, che dava il
monopolio del potere legislativo
alla Confindustria, togliendolo alla
Federterra, cioè al Senato che di
denaro ne aveva molto meno. Ma cosa
poteva esso fare? Servio non gli
doveva neppure l’elezione perché la
corona l’aveva ereditata dal padre;
e aveva con sé i quattrini dei
ricchi che a lui erano debitori
della loro nuova potenza, e
l’appoggio del popolino cui egli
aveva dato impiego, salario e
cittadinanza. Sorretto da queste
forze, si circondò di una guardia
armata per proteggere la propria
vita dai malintenzionati, si recinse
la testa di un diadema d’oro, si
fece fabbricare un trono d’avorio e
su esso sedette, maestosamente, con
uno scettro in mano, sormontato da
un’aquila. Patrizio o non patrizio,
senatore o mendicante, chiunque
volesse avvicinarlo doveva farsi
annunziare e aspettare pazientemente
il suo turno in anticamera.
Era
difficile eliminare un uomo simile.
E infatti i suoi nemici, per
riuscirci, dovettero affidarne il
compito a suo nipote‑genero, che,
come tale, poteva circolare
liberamente nella reggia.
Questo secondo Tarquinio, prima di
rischiare il colpo, tentò di far
deporre lo zio per abuso di potere.
Servio si presentò alle centurie che
lo riconfermarono re con
plebiscitaria acclamazione (lo
racconta Tito Livio, gran
repubblicano, e dunque dev’esser
vero).
Non
restava quindi che il pugnale, e
Tarquinio lo usò senza troppi
scrupoli. Ma il respiro di sollievo
che trassero i senatori, coi quali
si era alleato, rimase loro in gola,
quando videro l’uccisore sedersi a
sua volta sul trono d’avorio senza
chieder il loro permesso, come
avveniva a quei buoni vecchi tempi
ch’essi speravano di restaurare.
Il
nuovo sovrano si mostrò subito più
tirannico di quello che aveva
spedito all’altro mondo. E infatti
lo battezzarono “il Superbo” per
distinguerlo dal fondatore della
dinastia. Se gli diedero quel
nomignolo, qualche ragione ci
dovette essere, anche se non è vero
quel che poi si è raccontato della
sua caduta. Pare che si divertisse a
uccidere la gente nel Foro. E di
carattere aggressivo fu certamente
perché la maggior parte del suo
tempo, come re, la trascorse a fare
guerre. Guerre fortunate, perché
sotto il suo comando l’esercito, che
ora disponeva di alcune decine di
migliaia di uomini, conquistò non
soltanto la Sabina, ma anche
l’Etruria e le sue colonie
meridionali almeno fino a Gaeta. Di
qui sin quasi alle foci dell’Arno,
Roma faceva in quel momento il buono
e il cattivo tempo. La guerra non
sempre era calda. Spesso era
soltanto “fredda”, come si dice
oggi. Ma insomma Tarquinio fu, un
po’ in forza di armi, un po’ in
grazia di diplomazia, il capo di
qualcosa che, per quei tempi, era un
piccolo impero. Esso non arrivava
all’Adriatico, ma ormai dominava il
Tirreno.
Forse
Tarquinio menò tanto le mani anche
per far dimenticare il modo in cui
era salito al trono sul cadavere dì
un re generoso e popolare. I
successi esterni servono molte volte
a mascherare la debolezza interna
d’un regime. Comunque , e a questa
smania di conquista che Tarquinio
dovette, a quanto pare, la sua
caduta.
Un
giorno, raccontano, egli era al
campo, con i suoi soldati, suo
figlio Sesto Tarquinio e suo nipote
Lucio Tarquinio Collatino. Costoro,
sotto la tenda, cominciarono a
discutere della virtù delle loro
rispettive mogli, ognuno sostenendo,
da buon marito, quella della
propria. Probabilmente uno disse
all’altro: « La mia è una sposa
onesta. La tua ti mette le corna ».
Decisero di tornare quella notte a
casa per sorprenderle sul fatto.
Inforcarono i cavalli, e via.
A
Roma trovarono la moglie di Sesto
che si consolava della momentanea
vedovanza banchettando con amici e
lasciandosene corteggiare. Quella di
Collatino, Lucrezia, ingannava
l’attesa tessendo un abito per suo
marito. Collatino, trionfante,
intascò la scommessa e tornò al
campo. Sesto, mortificato e smanioso
di rivincita, si mise a fare la
corte a Lucrezia, e alla fine, un
po’ con la violenza, un po’ con
l’astuzia, ne vinse la resistenza.
Commessa l’infedeltà, la povera
donna mandò a chiamare suo marito e
suo padre, ch’era un senatore,
confessò loro l’accaduto e si uccise
con una pugnalata al cuore. Lucio
Giunio Bruto, anche lui nipote del
re, che gli aveva ucciso il babbo,
adunò il Senato, raccontò la storia
di quell’infamia e propose la
decadenza dal trono del Superbo e
l’espulsione dalla città di tutta la
sua famiglia (eccetto lui, si
capisce). Tarquinio, informato, si
precipitò a Roma, mentre Bruto
contemporaneamente galoppava verso
il campo, e probabilmente
s’incontrarono per strada. Mentre il
re tentava di rimettere ordine nella
città, Bruto gli seminava il
disordine nelle legioni che decisero
allora di ribellarsi e di marciare
su Roma. Tarquinio fuggì verso il
Nord, rifugiandosi in quell’Etruria
da cui i suoi antenati erano discesi
e di cui egli aveva umiliato
l’orgoglio riducendone le città
alla condizione di vassalle di Roma.
Dovette essere una ben amara
mortificazione per lui chiedere
ospitalità a Porsenna, lucumone,
cioè primo magistrato dì
Chiusi, che a quei tempi si chiamava
Clusium.
Ma
Porsenna, gran gentiluomo, gliela
concesse.
A
Roma proclamarono la repubblica.
Come più tardi quella dei
Plantageneti in Inghilterra e quella
dei Borboni in Francia, anche la
monarchia di Roma era durata sette
re.
Correva l’anno 500
avanti Cristo. Ne erano trascorsi
duecentoquarantasei
ab urbe condita.
PORSENNA
Come
sempre i popoli quando cambiano
regime, romani salutarono quello
nuovo con grande entusiasmo, e in
esso riposero tutte le loro
speranze, comprese quelle della
libertà e della giustizia sociale.
Fu convocato un grande comizio
centuriato cui presero
parte tutti i cittadini‑soldati che
proclamarono definitivamente
seppellita la monarchia, le
attribuirono la responsabilità di
tutti gli errori e soprusi di cui si
era macchiata l’amministrazione
della cosa pubblica in quei primi
due secoli e mezzo di vita; e al
posto del re nominarono due
consoli, scegliendoli nelle
persone dei due protagonisti, della
rivoluzione: il povero vedovo
Collatino e il povero orfano Lucio
Giunio Bruto. Il primo avendo
declinato, fu sostituito da Publio
Valerio.
Publio Valerio passò alla storia col
nomignolo di “Publicola”, che vuol
dire “amico del popolo”. Questa
amicizia, Publicola la dimostrò
sottoponendo e facendo approvare
dal comizio alcune leggi che
rimasero basilari per tutto il
periodo che durò la repubblica. Esse
comminavano la pena di morte a
chiunque tentasse d’impadronirsi di
una carica senza l’approvazione del
popolo. Consentivano al cittadino
che fosse stato condannato a morte
il ricorso in appello all’Assemblea,
cioè al comizio centuriato. E
concedevano a tutti il diritto di
uccidere, anche senza processo, chi
tentasse di farsi proclamare re.
Quest’ultima legge dimenticava però
di precisare in base a quali
elementi si poteva attribuire a
qualcuno quell’ambizione. E ciò
consenti al Senato, negli anni che
seguirono, di liberarsi di parecchi
incomodi nemici additandoli,
appunto, come aspiranti‑re. Il
sistema è ancora in uso presso
parecchi popoli: gli aspiranti‑re si
chiamano a volta a volta
“deviazionisti”, “nemici della
patria”, “agenti al soldo
dell’imperialismo straniero”. I
delitti, col progresso, non
cambiano. Ne cambia solo la
rubrica.
Nel
suo zelo democratico, Publicola
introdusse anche l’uso, da parte
del console, quando entrava nel
recinto del comizio centuriato,
di far abbassare, dai littori
che lo precedevano, le insegne:
quei famosi fasci, che poi
Mussolini rimise di moda, e che
costituivano il simbolo del potere.
Per dimostrare plasticamente che
questo potere veniva dal popolo: il
quale, dopo averlo delegato al
console, ne restava l’arbitro.
Erano
tutte bellissime cose, che li per li
fecero un grande effetto. Ma, una
volta sbolliti gli entusiasmi, la
gente cominciò a domandarsi in cosa
si concretavano, praticamente, i
vantaggi del nuovo sistema. Tutti i
cittadini avevano il voto, va bene,
ma nei comizi si seguitava a
praticare quel diritto per classi,
sempre combinate su quello schema
serviano, per cui i milionari della
prima, avendo novantotto
centurie, e quindi novantotto
voti, bastavano da soli a imporre la
propria volontà a tutti gli altri.
Infatti, una delle prime decisioni
che presero fu quella di revocare le
distribuzioni di terre fatte ai
poveri dai Tarquini nei paesi
conquistati. Sicché ci furono
parecchi piccoli proprietari che si
videro confiscare, da un giorno
all’altro, la casa e il podere e,
non sapendo come tirare avanti,
tornarono a Roma in cerca di lavoro.
Ma a
Roma di lavoro non ce n’era perché i
consoli, essendo nominati per un
anno soltanto, non potevano
intraprendere nessuna di quelle
grandi opere pubbliche ch’erano la
specialità dei re, eletti a vita i
primi cinque, e addirittura a titolo
ereditario gli ultimi due. Inoltre
la repubblica, dominata dal Senato
che l’aveva fatta e che era
costituito di proprietari terrieri
di origine sabina e latina, era
taccagna, a differenza della
scialacquona monarchia, dominata
dagl’industriali e dai mercanti di
origine etrusca e greca. Essa voleva
“risanare il bilancio”, come si
direbbe oggi, cioè praticare una
politica finanziaria sparagnina
anche perché non aveva nessun
interesse a moltiplicare la
categoria dei nuovi ricchi, suoi
naturali avversari.
Insomma, la città era in crisi, e i
poveri cafoni che venivano a
cercarvi scampo dalla
disoccupazione e dalla fame delle
campagne vi trovavano altra fame e
altra disoccupazione. I cantieri
erano fermi, rimaste a mezzo le case
e le strade. Gli audaci
imprenditori, ch’erano stati i
grandi sostenitori dei Tarquini e
avevano dato impiego a migliaia di
tecnici e a decine di migliaia di
operai, erano al bando o temevano di
esserci messi. I pubblici locali
chiudevano uno dietro l’altro per
mancanza di clienti, diradati dalla
scarsezza di circolante e dal clima
puritano