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LA STORIA DI ROMA PER... MONTANELLI

AB URBE CONDITA

Non sappiamo con precisione quando aRoma furono istituite le prime scuole regolari, cioè “statali”. Plutarco dice che. nacquero verso il 250 avanti Cristo, cioè circa cìnquecent’anni dopo la fondazione della città. Fino a quel momento i ragazzi romani erano stati educati in casa, i più poveri dai genitori, i più ricchi da magistri, cioè da maestri, o istitutori, scelti di solito nella categoria dei liberti, gli schiavi liberati, che a loro volta erano scelti fra i prigionieri di guerra, e preferibilmente fra quelli di origine greca, che erano i più colti.

Sappiamo però con certezza che dovevano faticare meno di quelli di oggi. Il latino lo sapevano già. Se avessero dovuto studiarlo, diceva il poeta tedesco Heine, non avrebbero mai trovato il tempo di conquistare il mondo. E quanto alla storia della loro patria, gliela raccontavano pres­s’a poco così:

Quando i greci di Menelao, Ulisse e Achille conquistarono Troia, nell’Asia Minore, e la mi­sero a ferro e a fuoco, uno dei pochi difensori che si salvò fu Enea, fortemente “raccomandato” (certe cose usavano anche a quei tempi) da sua madre, ch’era nientepopodimeno che la dea Ve­nere‑Afrodite. Con una valigia sulle spalle, piena delle immagini dei suoi celesti protettori, fra i quali naturalmente il posto d’onore toccava alla sua buona mamma, ma senza una lira in tasca, il poveretto si diede a girare il mondo, a casaccio. E dopo non si sa quanti anni di avventure e di­savventure, sbarcò, sempre con quella sua valigia sul groppone, in Italia, prese a risalirla verso nord, giunse nel Lazio, vi sposò la figlia del re Latino, che si chiamava Lavinia, fondò una città cui diede il nome della moglie, e insieme a costei visse felice e contento tutto il resto dei suoi giorni.

Suo figlio Ascanio fondò Alba Longa, facen­done la nuova capitale. E dopo otto generazioni, cioè a dire qualche duecento anni dopo l’arrivo di Enea, due suoi discendenti, Numitore e Amu­lio, erano ancora sul trono del Lazio. Purtroppo sui troni in due ci si sta stretti. E così un giorno Amulio scacciò il fratello per regnare da solo, e gli uccise tutti i figli, meno una: Rea Silvia. Ma, perché non mettesse al mondo qualche figliolo cui potesse, da grande, saltare il ticchio di ven­dicare il nonno, la obbligò a diventare sacerdo­tessa della dea Vesta, vale a dire monaca.

Un giorno Rea, che probabilmente aveva una gran voglia di marito e si rassegnava male al­l’idea di non potersi sposare, prendeva il fresco in riva al fiume perché era un’estate maledetta­mente calda, e si addormentò. Per caso in quei paraggi passava il dio Marte che scendeva so­vente sulla terra, un po’ per farvi qualche guer­ricciola, ch’era il suo mestiere abituale, un po’ per cercare delle ragazze, ch’era la sua passione favorita. Vide Rea Silvia. Se ne innamorò. E sen­za nemmeno svegliarla, la rese incinta.

                Amulio, quando lo seppe, si arrabbiò moltis­simo. Ma non la uccise. Aspettò ch’essa partoris­se non uno, ma due ragazzini gemelli. Poi li fece caricare su una microscopica zattera che affidò al fiume perché se li portasse, sul filo della cor­rente, fino al mare, e lì li lasciasse affogare. Ma non aveva fatto i conti col vento, che quel giorno spirava abbastanza forte, e che condusse la fra­gile imbarcazione a insabbiarsi poco lontano, in aperta campagna. Qui i due derelitti, che pian­gevano rumorosamente, richiamarono l’attenzio­ne di una lupa che corse ad allattarli. Ed è perciò che quella bestia è diventata il simbolo di Roma, che dai due gemelli poi fu fondata.

I maligni dicono che quella lupa non era af­fatto una bestia, ma una donna vera, Acca La­rentia, chiamata Lupa per via del suo carattere selvatico e delle molte infedeltà che faceva a suo marito, un povero pastore, andandosene a far l’amore nel bosco con tutti i giovanotti dei din­torni. Ma forse non sono che pettegolezzi.

I due gemelli succhiarono il latte, poi passa­rono alle pappine, poi misero i primi denti, rice­vettero il nome l’uno di Romolo, l’altro di Remo, crebbero, e alla fine seppero la loro storia. Allora tornarono ad Alba Longa, organizzarono una rivoluzione, uccisero Amulio, rimisero sul trono Numitore. Eppoi, impazienti di far qualcosa di nuovo come tutti i giovani, invece di aspettare un regno bell’e fatto ‘ dal nonno, che certamente gliel’avrebbe lasciato, andarono a costruirsene uno nuovo un po’ più in là. E scelsero il punto in cui la loro zattera si era arenata, in mezzo alle colline fra cui scorre il Tevere, quando sta per sfociare in mare. Qui, come spesso succede tra fratelli, litigarono sul nome da dare alla città. Poi decisero che avrebbe vinto chi avesse visto più uccelli. Remo, sull’Aventino, ne vide sei. Romolo, sul Palatino, ne vide dodici: la città si sarebbe dunque chiamata Roma. Aggiogarono due bian­chi buoi, scavarono un solco, e costruirono le mura giurando di uccidere chiunque le oltrepassasse. Remo, di malumore per la sconfitta, disse che erano fragili e ne ruppe un pezzo con un calcio. E Romolo, fedele al giuramento, lo accop­pò.con un colpo di badile.

Tutto ciò, dicono, avvenne settecentocinquantatre anni prima che Cristo nascesse, esattamente il 21 aprile, che tuttora si festeggia come il compleanno della città, nata, come si vede, da un fratricidio. I suoi abitanti ne fecero l’inizio della storia del mondo, fin quando l’avvento del Reden­tore non ebbe imposto un’altra contabilità.

Forse anche i popoli vicini facevano altrettan­to: ognuno di, essi datava la storia del mondo dalla fondazione della propria capitale, Alba Longa, Rieti, Tarquinia, o Arezzo che fosse. Ma non riuscirono a farselo riconoscere dagli altri, perché commisero il piccolo errore di perdere la guerra, anzi le guerre. Roma invece le vinse. Tut­te. Il podere di pochi ettari che Romolo e Remo si tagliarono con l’aratro fra le colline del Tevere diventò nello spazio di pochi secoli il centro del Lazio, poi dell’Italia, poi di.tutta la terra allora conosciuta. E in tutta la terra allora conosciuta si parlò la sua lingua, si rispettarono le sue leggi, e si contarono gli anni ab urbe condita, cioè da quel famoso 21 aprile del 753 avanti Cristo, ini­zio della storia di Roma e della sua civiltà.

Naturalmente le cose non erano andate pre­cisamente così. Ma così i babbi romani per molti secoli vollero che venissero raccontate ai loro figli: un po’ perché ci credevano essi stessi, un po’ perché, gran patrioti, li lusingava molto il fatto di poter mescolare gli dèi influenti come Venere e Marte, e delle personalità altolocate come Enea, alla nascita della loro Urbe. Essi sen­tivano oscuramente ch’era molto importante al­levare i loro ragazzi nella convinzione di appar­tenere a una patria costruita col concorso di esseri soprannaturali, che certamente non vi si sarebbe­ro prestati se non avessero inteso assegnarle un grande destino. Ciò diede un fondamento religioso a tutta la vita di Roma, che infatti crollò quan­do esso venne meno. L’Urbe fu caput mundi, ca­pitale del mondo, finché i suoi abitanti seppero poche cose e furono abbastanza ingenui da cre­dere in quelle, leggendarie, che avevano loro insegnato i babbi e i magistri; finché furono con­vinti di essere i discendenti di Enea, di avere nelle loro vene sangue divino e di essere “unti del Si­gnore” anche se a quei tempi si chiamava Gio­ve. Fu quando cominciarono a dubitarne che il loro Impero andò in frantumi e il caput mundi diventò una colonia. Ma non precipitiamo.

Nella bella favola di Romolo e Remo, forse non tutto è favola. Forse c’è anche qualche ele­mento di verità. Vediamo di sviscerarlo sulla base dei pochi dati abbastanza sicuri che l’archeologia e l’etnologia ci hanno fornito.

Già trentamila anni prima della fondazione di Roma, pare che l’Italia fosse abitata dall’uo­mo. Che uomo fosse, i competenti dicono di aver­lo ricostruito da certi ossicini del suo scheletro trovati qua e là, e che rimontano alla cosìddetta “età della pietra”. Ma noi ci fidiamo poco di queste induzioni, e quindi saltiamo a piè pari a un’èra molto più vicina, quella “neolitica” di qualcosa come ottomila anni fa, cioè cinquemila prima di Roma. Pare che la nostra penisola fosse allora popolata da certi liguri a nord e siculi a sud, gente con la testa a forma di pera, che vive­va un po’ in caverna, un po’ in capannucce ro­tonde, fatte di sterco e di fango, addomesticava animali e si nutriva di caccia e di pesca.

                Facciamo ancora un salto di quattromila an­ni, cioè arriviamo al 2000 avanti Cristo. Ed ecco che dal Settentrione, cioè dalle Alpi, giungono altre tribù, chissà da quanto tempo in mar­cia dalla loro patria di origine: l’Europa centra­le. Costoro non sono molto più progrediti degli indigeni con la testa a pera; ma hanno l’abitu­dine di costruire le loro abitazioni non in caverna sibbene su travi immerse nell’acqua, le cosìddette “palafitte”. Vengono, si vede, da posti acquitri­nosi, e infatti, arrivati da noi, scelgono la regione dei laghi, quello Maggiore, quello di C omo, quello di Garda, anticipando di qualche millennio il gusto dei turisti moderni. E introducono nel no­stro paese alcune grandi novità: quella di allevare greggi, quella di coltivare il suolo, quella di tessere stoffe e quella di circondare i loro villaggi con bastioni di mota e di terra battuta per difenderli tanto dagli attacchi degli animali quanto da quelli degli uomini.

                Piano piano cominciarono a scendere verso il sud, si abituarono a costruire capanne anche sull’asciutto, ma sempre puntellandole su pala­fitte; impararono, da certi loro cugini, pare, installatisi in Germania, l’uso del ferro con cui si fabbricarono un sacco di aggeggi nuovi, asce, coltelli, rasoi, eccetera, e fondarono una città vera          e propria, che si chiamò Villanova, e che doveva trovarsi nei pressi di quella che oggi è Bologna. Fu questo il centro di una civiltà che si chiamò appunto “villanoviana” e che piano piano dilagò in tutta la penisola. Da essa si crede che derivino, come razza,, come lingua, come costumi, gli um­bri, i sabini e i latini.

Cosa facessero degl’indigeni liguri e siculi questi villanoviani, quando si stabilirono nelle ter­re a cavalcioni ‑ del Tevere, non si sa. Forse li sterminarono, come si usava a quei tempi cosìd­detti “barbari” per distinguerli da» quelli nostri in cui si fa altrettanto sebbene si chiamino “ci­vili”; forse vi si mescolarono dopo averli sotto­messi. Fatto si è che, verso il 1000 avanti Cristo, tra la foce del Tevere e la baia di Napoli, i nuovi venuti fondarono molti villaggi che, sebbene abi­tati da gente del medesimo sangue, si facevano guerra tra loro e non si rappacificavano che di fronte a qualche comune nemico o in occasione di qualche festa religiosa.

La più grande e potente di queste cittadine fu Alba Longa, capitale del Lazio, ai piedi del monte Albano, che corrisponde probabilmente a Castel Gandolfo. E albalongani si ritiene che fos­sero quel pugno di avventurosi giovanotti che un bel giorno emigrarono qualche decina di chilo­metri più al nord, e fondarono Roma. Forse era­no dei braccianti, che andavano cercando un po’ di terra da appropriarsi e da coltivare. Forse erano dei poco di buono che avevano qualche conto da regolare con la polizia e i tribunali della loro città. Forse erano degli emissari mandati dal loro governo a sorvegliare quel punto, al confine con la Toscana, sulle cui coste era proprio allora sbarcata una nuova popolazione, gli etruschi, che non si sapeva da che parte del mondo venissero, ma di cui si dicevano peste e coma. E forse tra questi pionieri ce n’erano davvero due che si chiamavano uno Romolo e l’altro Remo. Comun­que, non dovevano essere più di un centinaio.

Il posto che scelsero aveva molti vantaggi e molti svantaggi. Era a una ventina di chilometri dal mare, e questo andava benissimo per tenersi al riparo dai pirati che lo infestavano, senza ri­nunziare a farne un porto: perché dalle imbar­cazioni di quel tempo, il braccio di fiume che lo separava dalla foce era facilmente navigabile. Ma gli stagni e gli acquitrini che lo circondavano lo condannavano alla malaria, malanno che ha battuto alle sue porte sino a pochi anni orsono. Però c’erano le colline, che almeno in parte pro­teggevano gli abitanti dalle zanzare. E infatti fu su una di esse, il Palatino, che dapprima si ac­quartierarono, col proposito di popolare in segui­to anche le altre sei che stavano tutt’attorno.

Ma per popolarle, occorreva fare dei figli. E per fare dei figli, occorrevano delle mogli. E quei pionieri erano scapoli.

Qui, in mancanza di storia, dobbiamo per forza tornare alla leggenda, che ci racconta come fece Romolo, o comunque si chiamasse il capoc­cione di quei tipacci, a procurar donne a sé e ai suoi compagni. Indisse una grande festa, forse con la scusa di celebrare la nascita della sua città, e invitò a prendervi parte i vicini di casa sabini (o quiriti), col loro re, Tito Tazio, e soprattutto le loro figlie. I sabini vennero. Ma, mentre erano intenti a gareggiare nelle corse a piedi e a cavallo, ch’era il loro sport preferito, molto poco spor­tivamente i padroni di casa rubaron loro le ragazze e li buttarono fuori a pedate.

I nostri antichi erano molto sensibili alle que­stioni di donne. Poco prima, il ratto di una, Ele­na, era costato una guerra durata dieci anni e finita con la distruzione di un grande regno: quello di Troia. I romani ne rapirono a dozzine, ed è quindi naturale che il giorno dopo dovessero far fronte ai loro babbi e fratelli, tornati in armi per recuperarle. Si asserragliarono sul Campido­glio, ma commisero l’imperdonabile errore di af­fidare le chiavi della fortezza che vi montava la guardia a Tarpeia, una ragazza romana che dicono fosse innamorata di Tito Tazio. Costei aprì una porta agl’invasori. I quali, gente caval­leresca e quindi refrattaria a tutti i tradimenti, compresi quelli perpetrati in loro favore, la com­pensarono schiacciandola sotto i loro scudi. I ro­mani più tardi diedero il suo nome alla rupe dalla quale solevano precipitare i traditori della patria condannati a morte.

Tutto finì in un pantagruelico banchetto nu­ziale. Perché le altre donne, in nome delle quali la battaglia si era accesa, a un certo punto s’in­terposero fra i due eserciti e dichiararono che non intendevano restare orfane, come sarebbe successo se i loro mariti romani avessero vinto, o vedove, come sarebbe successo se avessero vinto i loro babbi sabini. E ch’era ora di finirla perché con quegli sposi, sebbene spicciativi e maneschi, s’eran trovate benissimo. Meglio valeva regolarizzare i matrimoni, invece di continuare a scan­narsi. E così fu. Romolo e Tazio decisero di go­vernare insieme, ambedue col titolo di re, quel nuovo popolo nato dalla fusione delle due tribù, di cui portò congiuntamente il nome: romani quiriti. E siccome Tazio, subito dopo, ebbe la compiacenza di morire, l’esperimento di regno a due quella volta andò bene.

Chissà cosa c’è sotto a questa storia. Forse essa non è che la versione, suggerita dal patriot­tismo e dall’orgoglio, di una conquista di Roma da parte dei sabini. Ma può anche darsi che i due popoli si siano davvero volontariamente mesco­lati e che il famoso ratto fosse soltanto la normale cerimonia del matrimonio, come lo si celebrava allora, cioè col furto della sposa da parte dello sposo, ma col consenso del padre di lei, come si fa ancora presso certi popoli primitivi.

Se così fu veramente, è probabile che questa fusione fosse, più che suggerita, imposta dal pe­ricolo di un nemico comune: quegli etruschi che frattanto, dalla costa tirrenica, si erano sparpa­gliati in Toscana e in Umbria e, armati di una tecnica molto più progredita, premevano verso il Sud. Roma e la Sabina erano sulla direttrice di questa marcia e sotto diretta minaccia. Infatti non vi scamparono.

L’Urbe era appena nata, e già doveva veder­sela con uno dei più difficili e insidiosi rivali di tutta la sua storia. Lo abbatte attraverso prodigi di diplomazia prima, di coraggio e di tenacia poi. Ma le occorsero dei secoli.

POVERI ETRUSCHI

All’opposto dei romani d’oggi, che fanno tutto per scherzo, quelli dell’antichità facevano tutto sul serio. E specialmente quando si mettevano in testa di distruggere un nemico, non solo gli muo­vevano guerra e non gli davano tregua prima di averlo sconfitto, anche a costo di rimetterci eser­citi su eserciti e quattrini su quattrini; ma poi gli entravano in casa e non vi lasciavano pietra su pietra.

Un trattamento particolarmente severo riser­varono agli etruschi, quando, dopo aver subito da loro molte umiliazioni, si sentirono abbastanza forti per poterli sfidare. Fu una lotta lunga e sen­za esclusione di colpi, ma al vinto non furono lasciati neanche gli occhi per piangere. Rara­mente si è visto nella storia un popolo scomparire dalla faccia della terra, e un altro cancellarne le tracce con si ostinata ferocia. E a questo si deve il fatto che di tutta la civiltà etrusca non è rima­sto quasi più nulla. Non ne sopravvivono che al­cune opere d’arte e qualche migliaio d’iscrizioni, di cui solo poche parole sono state decifrate.

Su questi scarsissimi elementi, ognuno ha ricostruito quel mondo a modo suo.

Intanto, nessuno sa con precisione di dove questo popolo venisse. Dal modo come si sono rappresentati essi stessi nei bronzi e nei vasi di terracotta, pare che avessero corpi più tracagnot­ti e crani più massicci dei vìllanoviani, e linea­menti che ricordano la gente dell’Asia Minore. Molti infatti sostengono che arrivarono da quelle contrade, per mare; e la cosa sarebbe confermata dal fatto che furono i primi, tra gli abitatori del­l’Italia, ad avere una flotta. Certo, furono loro a dare il nome di Tirreno, che vuol dire appunto “etrusco”, al mare che bagna la costa della To­scana. Forse arrivarono in massa e sommersero la popolazione indigena, forse sbarcarono in po­chi e si limitarono a sottometterla con le loro armi più progredite e la loro tecnica più svilup­pata.

Che la loro civiltà fosse superiore a quella villanoviana è dimostrato dai crani che hanno trovato nelle tombe e che mostrano opere di pro­tesi dentale abbastanza raffinata. I denti sono un gran segno, nella vita dei popoli. Essi si deterio­rano con lo svilupparsi del progresso che rende più imperioso il bisogno di cure perfezionate. Gli etruschi conoscevano già il “ponte” per rinforzare i loro molari e i metalli che occorrevano per fabbricarlo. Infatti sapevano lavorare non solo il ferro che andarono a cercare, e trovarono, al­l’isola d’Elba e che trasformarono da greggio in acciaio; ma anche il rame, lo stagno e l’ambra.

Le città che si diedero subito a costruire nel­l’interno, Tarquinia, Arezzo, Perugia, Vejo, era­no molto più moderne dei villaggi fondati dai latini, dai sabini e dalle altre popolazioni villa­noviane. Tutte avevano dei bastioni per difender­si, delle strade e soprattutto le fogne. Seguivano, insomma, un “piano urbanistico”, come si direbbe oggi, rimettendo alla competenza degl’ingegneri, che erano per quei tempi bravissimi, ciò che gli altri lasciavano al caso e al capriccio degl’indivi­dui. Sapevano organizzarsi per lavori collettivi, di utilità generale, e lo. dimostrano i canali con cui bonificarono quelle contrade infestate dalla malaria. Ma soprattutto erano formidabili mer­canti, attaccati ai soldi e pronti a qualunque sa­crificio pur di moltiplicarli. I romani ignoravano ancora cosa ci fosse dietro il Soratte, montagnola poco discosta dalla loro città, che gli etruschi già erano arrivati in Piemonte, Lombardia e Veneto, avevano varcato a piedi le Alpi e, risalendo il Rodano e il Reno, avevano portato i loro pro­dotti sui mercati francesi, svizzeri e tedeschi per scambiarli con quelli locali. Furono loro a porta­re in Italia come mezzo di scambio la moneta, che i romani poi copiarono, tanto è vero che vi lasciarono incisa la prua di una nave prima di averne mai costruita una.

Erano gente allegra, che prendeva la vita dal lato più piacevole; e per questo alla fine per­sero la guerra contro i malinconici romani che la prendevano dal lato più austero. Le scene ri­prodotte sui loro vasi e sepolcri ci mostrano uo­mini ben vestiti con quella toga, che poi i romani copiarono facendone il loro costume nazionale, lunghi capelli e barbe inanellate, molti gioielli al polso, al collo, ai diti, e sempre intesi a bere, a mangiare e a conversare, quando non lo erano a praticare qualcuno dei loro esercizi sportivi.

Questi consistevano soprattutto nella boxe, nel lancio del disco e del giavellotto, nella lotta e in altre due manifestazioni che noi crediamo, a torto, squisitamente moderne e forestiere: il polo e la corrida. Naturalmente le regole di questi giuochi erano diverse da quelle che si usano oggi. Ma sin da allora lo spettacolo della lotta fra il toro e l’uomo nell’arena era considerato di pre­gio, tanto è vero che chi moriva se ne voleva por­tare nella tomba qualche scena‑ricordo dipinta sui vasi, per continuare a divertircisi anche nel­l’aldilà.

Un gran passo avanti rispetto agli arcaici e patriarcali costumi romani e degli altri indigeni, era la condizione della donna, che presso gli etru­schi godeva di gran libertà, e infatti viene rap­presentata in compagnia dei maschi, partecipe dei loro divertimenti. Pare che fossero donne molto belle e di liberissimi costumi. Nei dipinti appaiono ingioiellate, asperse di cosmetici e senza troppe preoccupazioni di pudore. Mangiano a crepapelle e bevono a garganella, distese coi loro uomini su ampi sofà. Oppure suonano il flauto, o danzano. Una di loro, che poi diventò molto im­portante a Roma, Tanaquilla, era una intellettuale”, che la sapeva lunga di matematica e di medicina. Il che vuol dire che, a differenza delle loro colleghe latine, condannate alla più nera ignoranza, andavano a scuola e studiavano. I ro­mani, ch’erano gran moralisti, chiamavano “to­scane”, cioè etrusche, tutte le donne di facili costumi. E in una commedia di Plauto c’è una ragazza accusata di seguire il “costume toscano” perché fa la prostituta.

La religione, che è sempre la proiezione della morale di un popolo, era centrata su un dio di nome Tinia, che esercitava il suo potere col ful­mine e il tuono. Egli non governava direttamente gli uomini, ma affidava i suoi ordini a una specie di gabinetto esecutivo, composto di dodici grandi dèi, così grandi ch’era sacrilegio perfino pronun­ciarne il nome. Asteniamocene quindi anche noi, per non confondere la testa di chi ci legge. Tutti insieme costoro formavano il gran tribunale del­l’aldilà, dove i “genii”, specie di commessi o di guardie municipali, conducevano le anime dei defunti, appena avevano abbandonato i loro ri­spettivi corpi. E li cominciava un processo in piena regola. Chi non riusciva a dimostrare di aver vissuto secondo i precetti dei giudici, era condannato all’inferno, a meno che i parenti e gli amici rimasti in vita non facessero per lui tan­te preghiere e sacrifici da ottenerne l’assoluzione.

E in questo caso veniva assunto in paradiso, per continuare a godervi quei terrestri piaceri a base di bevute, mangiate, cazzotti e canzonette, di cui s’era fatto scolpire le allegre scene sul sepolcro.

Ma del paradiso gli etruschi pare che parlas­sero poco e di rado, lasciandolo piuttosto nel vago. Forse troppo pochi ce ne andavano, per sa­perne qualcosa di preciso. Quello su cui erano informatissimi era l’inferno, di cui conoscevano, uno per uno, tutti i tormenti che vi si soffrivano. Evidentemente i loro preti pensavano che, per tenere in riga la gente, valevano più le minacce della dannazione che le speranze dell’assoluzione. E questo modo dì veder le cose si è perpetuato sino in tempi più recenti, sino a quelli di Dante che, nato in Etruria anche lui, è rimasto dello stesso parere e sull’inferno ha scialato molto più che sul paradiso.

Con questo non dobbiamo credere che gli etruschi fossero fiorellini di gentilezza. Ammazza­vano con relativa facilità, e sia pure con la buona intenzione di offrire in sacrificio la vittima per la salvezza di qualche amico o parente. Soprattutto i prigionieri di guerra erano adibiti a questa bi­sogna. Trecento romani, catturati in una delle tante battaglie che si combatterono fra i due eser­citi, furono uccisi per lapidazione a Tarquinia. E sul loro fegato ancora palpitante di vita gl’indo­vini cercarono di determinare i futuri eventi della guerra. Evidentemente non ci riuscirono, altri­menti l’avrebbero smessa subito. Ma l’uso era frequente, anche se in genere ci si serviva delle viscere di qualche animale, pecora o toro che fos­se, e i romani lo copiarono.

Politicamente, le loro sparse città non riusci­rono mai a unirsi, e purtroppo non ce ne fu nes­suna abbastanza forte per tenere in pugno le altre, come fece Roma con le rivali latine e sa­bine. Ci fu una federazione dominata da Tarqui­nia, ma non venne a capo delle tendenze separa­tiste. I dodici piccoli stati che ne facevano parte, invece di unirsi contro il comune nemico, si lasciarono battere e fagocitare da esso uno per uno. La loro diplomazia era come quella di certe moderne nazioni europee che preferiscono morire da sole piuttosto che vivere insieme.

Tutto questo è stato ricostruito, a furia d’in­duzioni, dai resti dell’arte etrusca che sono giunti sino a noi e che costituiscono la sola eredità la­sciataci da quel popolo. Si tratta specialmente di vasi e di bronzi. Fra i vasi ce ne sono di belli, come “l’Apollo di Veio”, detto anche “Apollo che cammina”, di terracotta policroma, che denunzia nei coroplasti etruschi una grande perizia tecnica e un gusto raffinato. Sono quasi sempre d’imitazione greca e, salvo qualche raro esempla­re come il “bucchero nero”, non ci sembrano gran che.

Ma per quanto scarsi siano questi resti, ba­stano a farci capire come i romani, una volta ch’ebbero sopraffatto gli etruschi, dopo essere andati per un pezzo a scuola da loro e averne subito la superiorità soprattutto nel campo tecni­co e organizzativo, non solo li distrussero, ma cercarono di cancellare ogni traccia della loro civiltà. La consideravano malata e corruttrice. Copiarono da essa tutto quello che faceva loro comodo. Mandarono alle scuole di Vejo e di Tar­quinia i loro ragazzi per addottorarli specialmen­te in medicina e ingegneria. Imitarono la toga. Adottarono l’uso della moneta. E forse presero a prestito anche l’organizzazione politica, che però gli etruschi ebbero in comune con tutti gli altri popoli dell’antichità e che passò, anche in casa loro, da un regime monarchico ad.uno repubbli­cano, retto da un lucumone, magistrato elettivo, e infine a una forma di democrazia dominata dal­le classi ricche. Ma i propri costumi, stoici e sani, basati sul sacrificio e sulla disciplina sociale, Roma volle preservarli dalle mollezze di quelli etruschi. Istintivamente sentì che vincere in guer­ra il nemico e occuparne le terre non bastava,, se poi gli si dava il destro di contaminare le case del padrone, assumendovelo in qualità di schiavo o di precettore, come si usava a quei tempi coi vinti. E lo distrusse. E ne volle sepolti tutti i do­cumenti e monumenti.

Questo però successe molto tempo dopo che il primo contatto venisse stabilito fra i due po­poli, i quali s’incontrarono appunto a Roma, quando vi giunsero gli albalongani e vi trova­rono, a quanto pare, già installata una piccola colonia etrusca, che aveva dato al sito un nome di casa sua. Sembra infatti che “Roma” venga da “Rumon” che in etrusco vuol dire “fiume”. E se questo è vero, bisogna dedurne che la prima popolazione dell’Urbe fu formata non soltanto di latini e di sabini, popoli dello stesso sangue e dello stesso ceppo, come lascerebbe credere la storia del famoso “ratto”, ma anche di etruschi, gente di tutt’altra razza e lingua e religione. An­zi, secondo certi storici, etrusco sarebbe stato lo stesso Romolo. E comunque fu certamente etru­sco il rito con cui fondò la città, scavando il solco con un aratro trascinato da un toro e da una giovenca bianchi, dopo che dodici uccelli di buon augurio avevano volteggiato sulla sua testa.

Senza Volerci mettere in concorrenza coi com­petenti che da secoli vanno discutendo di queste faccende e non riescono a mettersi d’accordo, di­remo quella che ci sembra la più probabile di tutte le versioni.

Gli etruschi, che avevano la passione del turi­smo e del commercio, avevano già fondato un piccolo villaggio sul Tevere, quando latini e sa­bini vi giunsero. E questo villaggio doveva servire da stazione di smistamento e di rifornimento per le loro linee di navigazione verso il Sud. Qui, e specialmente in Campania, avevano già impian­tato ricche colonie: Capua, Nola, Pompei, Erco­lano, dove le popolazioni locali che si chiamavano sannite e ch’erano di origine villanoviana anch’es­se, venivano a scambiare i loro prodotti agricoli con quelli industriali in arrivo dalla Toscana. Era difficile, da Arezzo o da Tarquinia, giungere fin laggiù via terra. Mancavano le strade e la regio­ne era infestata da belve e da banditi. Molto più facile, visto ch’eran gli unici a possedere una flotta, era per gli etruschi venirci via mare. Ma il viaggio era lungo, richiedeva intere settimane. Le navi, grandi come gusci di noce, non potevano imbarcare molti rifornimenti per gli uomini, e avevano bisogno di porti, lungo la strada, dove provvedersi di farina e d’acqua per il resto del tragitto. La foce del Tevere, giusto a metà del percorso, forniva una comoda baia per riempire le stive vuote, e per di più, navigabile com’era a quei tempi, offriva anche un comodo mezzo per risalire nell’interno e combinare qualche affaruc­cio coi latini e sabini che lo abitavano. La contra­da era costellata non si sa se d’una trentina o d’una settantina di borghi, ognuno dei quali rap­presentava un piccolo mercato di scambio. Non che vi si potessero fare grandi affari perché il Lazio, a quei tempi, non era ricco che di legname per via (chi lo direbbe, oggi?) dei suoi meravi­gliosi boschi. Per il resto, non produceva neanche frumento, ma soltanto farro, e un po’ di vino e di olive. Ma gli etruschi, pur di far quattrini, si contentavano del poco, e il vizio gli è rimasto.

Per questo fondarono Roma, chiamandola così o con un altro nome, ma senza dare troppa importanza alla cosa. Chissà quante ce n’erano, di Rome, scaglionate lungo la costa tirrenica fra Livorno e Napoli. E ci misero, a badarvi, una guarnigione di marinai e di mercanti che forse consideravano quel trasferimento un castigo. Do­vevano tenere in ordine soprattutto il cantiere per le riparazioni delle navi danneggiate dalle tempeste, e i magazzini per rifornirle.

Poi, un bel giorno, presero ad arrivare a grup­petti i latini e i sabini, un po’ forse perché in casa cominciavano a stare stretti, un po’ perché anch’essi avevano voglia di commerciare con gli etruschi, dei cui prodotti erano bisognosi. Che avessero già allora un piano strategico di con­quista dell’Italia prima, e del mondo poi, e che per questo ritenessero indispensabile la posizione di Roma, son fantasie degli storici d’oggi. Quei latini e sabini erano degli zoticoni di stoffa con­tadina, per i quali la geografia si riassumeva nel­l’orto di casa.

É probabile che questi nuovi arrivati siano venuti alle mani tra loro. Ma è altrettanto pro­babile che poi, invece di distruggersi a vicenda, si siano alleati, per fare fronte agli etruschi che dovevano guardarli un po’ come gl’inglesi guar­dano gl’indigeni, nelle loro colonie. Davanti a quella gente forestiera che li trattava dall’alto in basso e che parlava un idioma a loro incompren­sibile, dovettero accorgersi di essere fratelli, ac­comunati dallo stesso sangue, dalla medesima lingua e dalla identica miseria. E per questo mi­sero in comune il poco che avevano: le donne. Il famoso ratto non è probabilmente che il sim­bolo di questo accordo, dal quale è naturale che gli etruschi siano rimasti esclusi, ma di propria volontà. Essi si sentivano superiori e non vole­vano mescolarsi con quella plebaglia.

La divisione razziale continuò almeno cento anni, durante i quali latini e sabini, ormai fusi nel tipo romano, dovettero ingoiare parecchi rospi. Quando, dopo Tarquinio il Superbo che fu l’ultimo re, essi presero il sopravvento, la vendet­ta fu indiscriminata. E forse l’accanimento che misero a distruggere l’Etruria non solo come sta­to, ma anche come civiltà, gli fu ispirato appunto dalle umiliazioni che dagli etruschi avevano su­bito anche in patria. E di essi vollero epurare tutto, perfino la storia, dando un certificato di nascita latino anche a Romolo che forse lo aveva etrusco e facendo risalire all’unione coi sabini l’origine della città.

I RE AGRARI

Quando Romolo morì, molti anni dopo aver sep­pellito Tito Tazio, i romani dissero ch’era stato il dio Marte a rapirlo e a condurlo in cielo per trasformarlo in dio, il dio Quirino. E come tale d’allora in poi lo venerarono, come fanno oggi i napoletani con san Gennaro.

A lui successe, come secondo re di Roma, Nu­ma Pompilio, che la tradizione ci dipinge mezzo filosofo e mezzo santo, come lo fu, parecchi secoli dopo, Marco Aurelio. Quelle che più lo interes­savano erano le questioni religiose. E siccome in questa materia ci doveva essere una grossa anar­chia perché ognuno dei tre popoli venerava i propri dèi, fra i quali non si riusciva a capire chi fosse il più importante, Numa decise di mettervi ordine. E per imporlo, quest’ordine, ai suoi riot­tosi sudditi, fece spargere la notizia che ogni notte, mentre dormiva, la ninfa Egeria veniva a visitarlo in sogno dall’Olimpo per trasmetterglie­ne direttamente le istruzioni. Chi vi avesse disob­bedito, non era col re, uomo fra gli uomini, che avrebbe dovuto vedersela, ma col Padreterno in persona.

Lo stratagemma può sembrare infantile, ma anche oggi seguita ad attaccare, di quando in quando. In pieno secolo ventesimo, Hitler, per farsi obbedire dai tedeschi, non seppe escogitarne uno migliore, E ogni tanto scendeva dalla mon­tagna di Berchtesgaden con qualche nuovo ordi­ne del buon Dio in tasca: quello di sterminare gli ebrei, per esempio, o di distruggere la Polonia. E il bello è che, a quanto pare, ci credeva anche lui. L’umanità, in queste faccende, non ha molto progredito, dai tempi di Numa.

Tuttavia anche in questa leggenda forse c’è un fondo di vero, o almeno un’indicazione che ci permette di ricostruirlo. Quali che siano stati i loro nomi e la loro origine, quelli dell’antichis­sima Roma, più che re veri e propri, dovettero essere dei papi, come del resto lo era l”arconte Basileo” ad Atene.

Tutte le autorità, a quei tempi, erano puntel­late soprattutto sulla religione. Il potere dello stesso pater familias, o capo di casa, sulla moglie, sui fratelli minori, sui figli, sui nipoti, sui servi, era più che altro quello di un alto sacerdote cui il buon Dio aveva delegato certe funzioni. E per questo era così forte. E per questo le famiglie romane erano così disciplinate. E per questo ognuno sentiva tanto i propri doveri e li assolveva in pace e in guerra.

Numa, stabilendo un ordine.di precedenza fra i vari dèi che ognuno dei vari popoli che la formavano si era portato a Roma, compi forse un’opera politica fondamentale: quella che poi consentì ai suoi successori, Tullo Ostilio e Anco Marzio, di condurre il popolo unito alle guerre vittoriose contro ‑ le città rivali della contrada. Ma, come poteri ‑ politici veri e propri, non dove­va averne molti, perché quelli più grandi e deci­sivi restavano nelle mani del popolo che lo eleggeva ed a cui doveva sempre rispondere.

Questo, di per sé, non vorrebbe dir nulla, per­ché in tutti i tempi e sotto qualsiasi regime, chi comanda dice di farlo in nome del popolo. Ma a Roma non si trattò di chiacchiere, almeno fino alla dinastia dei Tarquini, i quali del resto per­sero il trono appunto perché vollero starci seduti come padroni invece che come “delegati”. E la divisione del comando era fatta press’a poco così.

La città era divisa in tre tribù: quella dei latini, quella dei sabini, quella degli etruschi. Ogni tribù era divisa in dieci curie, o quartieri. Ogni curia in dieci gente, o casate. Ogni casata era divisa in famiglie. Le curie si riunivano in genere due volte all’anno, e in queste occasioni facevano il comizio curiato, che fra le altre cose si occupava anche dell’elezione del re, quando uno moriva. Tutti avevano il medesimo diritto di voto. La maggioranza decideva. Il re eseguiva.

Era la democrazia assoluta senza classi sociali, e funzionò finché Roma fu un piccolo pacifico villaggio abitato da poca gente che di rado met­teva la testa fuor delle mura. Poi gli abitanti crebbero, e crebbero anche le esigenze. Il re che dapprima, oltre a dir messa, cioè a celebrare i sacrifici e gli altri riti della liturgia, doveva anche applicare le leggi, cioè fare il giudice, non ebbe più il tempo di assolvere tutti questi compiti, e cominciò a nominare dei “funzionari” a cui affi­darli. Così nacque la cosìddetta “burocrazia”. Colui ch’era stato soprattutto un prete, diventa vescovo, e designa dei parroci e curati che lo aiutino nelle funzioni religiose. Poi ha bisogno anche di chi provveda alle strade, al censo, al catasto, all’igiene, e nomina dei competenti che si occupino di queste faccende. Così nasce il pri­mo “ministero”: il cosìddetto Consiglio degli Anziani o Senato, costituito da un centinaio di membri ch’erano discendenti, per diritto di primogenitura, dei pionieri venuti con Romolo a fondare Roma e che dapprima hanno soltanto il compito di consigliare il sovrano, ma poi di­ventano sempre più influenti.

E infine nasce, come stabile organizzazione, l’esercito, basato anch’esso sulla divisione nelle trenta curie, ognuna delle quali doveva fornire una centuria, cioè cento fanti, e una decuria, cioè dieci cavalieri col cavallo. Le trenta centurie e le trenta decurie, cioè tremilatrecento uomini, fa­cevano tutte insieme la legione che fu il primo e unico corpo d’armata dell’antichissima Roma. Sui soldati il re, che ne era il comandante supremo, aveva diritto di vita o di morte. Ma anche questo potere militare non lo esercita in maniera assoluta e senza controllo. Egli dirige le opera­zioni, ma dopo aver chiesto consiglio al comizio centuriato, cioè alla legione in armi, di cui solle­cita anche l’approvazione per la nomina degli ufficiali che a quei tempi si chiamavano pretori.

Insomma, tutte le precauzioni erano state prese dai romani perché il re non si tramutasse in un tiranno. Egli doveva restare un “delegato” della volontà popolare. Quando un branco d’uc­celli passava per aria o un fulmine schiantava un albero, era compito suo riunire i sacerdoti, con loro studiare cosa volessero dire quei segni e, se gli pareva che significassero qualcosa di poco buono, decidere che sacrifici bisognava fare per placare gli dèi evidentemente offesi di qualcosa. Quando due privati venivano a litigio fra loro e magari uno derubava o scannava l’altro, non era affar suo occuparsene. Ma se uno commetteva qualche delitto contro lo stato o la collettività, allora se lo faceva condurre davanti da qualche guardia, e magari lo condannava a morte. Per tutto il resto, decisioni non poteva prenderne. Doveva chiederle in tempo di pace ai comizi cu­riati e in tempo di guerra a quelli centuriati. Se era furbo, riusciva, come avviene anche oggi, a presentare come “volontà del popolo” quella sua personale. Altrimenti doveva subirla. Ma sempre doveva fare i conti, per eseguirla, col Senato.

Tale era l’ordinamento che il primo re di Roma, sia egli stato Romolo o no, e a qualunque delle tre razze sia appartenuto, diede all’Urbe. E tale fu quello che il saggio Numa lasciò al suo successore Tullo Ostilio, ch’era di temperamento molto più vivace.

Egli aveva nel sangue la politica, l’avventura e l’avidità. Ma il fatto che il “comizio” avesse scelto proprio lui come sovrano, significa che, dopo i quarant’anni di pace assicuratile da Nu­ma, tutta Roma aveva una gran voglia dì menar le mani. Dei borghi e città che la circondavano, Alba Longa era la più ricca e importante. Non sappiamo quale pretesto escogitasse Tullo per muoverle guerra. Forse nessuno. Ma fatto si è che un bel giorno l’attaccò e la rase al ‑suolo, seb­bene la leggenda abbia trasformato questa pre­potenza in un episodio cavalleresco e quasi gen­tile. Dicono infatti che i due eserciti rimisero la sorte delle armi a un duello fra i tre Orazi romani e tre Curiazi albalongani, Costoro uccisero due Orazi. Ma l’ultimo a sua volta uccise loro e decise la guerra. Fatto sta però che Alba Longa fu di­strutta, e il suo re fu legato con le due gambe a due carri che, lanciati in direzione opposta, lo squarciarono. Fu così che Roma trattò quella ch’essa considerava la sua madrepatria, la terra donde diceva che i suoi fondatori erano venuti.

Naturalmente l’avvenimento dovette allar­mare un po’ tutti gli altri villaggi della contrada che, non avendo subito l’influenza etrusca, erano rimasti indietro, nel cosìddetto progresso, e quin­di si sentivano più deboli e peggio armati dei romani. Un po’ con tutti Tullo Ostilio e il suo successore Anco Marzio, che ne seguì l’esempio, attaccarono briga.

Per concludere, il giorno che al trono fu ele­vato Tarquinio Prisco come il quinto re, Roma era già il nemico pubblico numero uno di quella regione di cui non si conoscono con esattezza i confini, ma che doveva estendersi press’a poco fino a Civitavecchia a nord, fino verso Rieti a est, e fin verso Frosinone a sud.

Ora, è molto probabile che questa politica di conquiste, destinata a diventare ancora più ag­gressiva con gli ultimi tre re di famiglia Tarqui­nia, fosse d’ispirazione soprattutto etrusca. E questo per un semplice motivo: che, mentre lati­ni e sabini erano agricoltori, gli etruschi erano industriali e mercanti. I primi, ogni volta che scoppiava una nuova guerra, dovevano abban­donare il podere lasciandolo andare in malora per arruolarsi nella legione, e rischiavano di per­derlo, se il nemico vinceva. I secondi invece ave­vano tutto da guadagnare: aumentavano i con­sumi, piovevano le “commesse” del governo; e in caso di vittoria si conquistavano nuovi mercati. In tutti i tempi e in tutte le nazioni è sempre stato così: gli abitanti delle città, capitalisti, intellet­tuali, commercianti, vogliono le guerre contro la volontà dei contadini che poi devono farle. Più uno stato s’industrializza, più la città prende il sopravvento sulla campagna, e più la sua politica diventa avventurosa e aggressiva.

Fino al quarto re, l’elemento contadino pre­valse in Roma e la sua economia fu soprattutto agricola. Quei tremilatrecento uomini che costi­tuivano il suo esercito ci dimostrano che la popo­lazione complessiva doveva ammontare a un trentamila anime, di cui forse la maggior parte erano disseminate nel contado. Nella città vera e propria ce ne sarà stata, sì e no, la metà, che dal Palatino ora si erano sparpagliati anche sugli altri colli. La maggior parte di loro vivevano in capanne di fango venute su alla rinfusa e disor­dinatamente, con una porta per entrarvi, ma senza finestre, e una sola stanza in cui mangia­vano, bevevano, dormivano tutti insieme babbo, mamma, figliuoli, nuore, generi, nipoti, schiavi (chi ne aveva), polli, somari, vacche e porci. Gli uomini, al mattino, scendevano al piano per ara­re la terra. E fra loro c’erano anche i senatori che, come tutti gli altri, aggiogavano i buoi e spargevano il seme o falciavano la spiga. I ragaz­zi li aiutavano, perché il lavoro dei campi era la loro unica e vera scuola, il loro unico e vero sport. E i padri approfittavano dell’occasione per inse­gnar loro che il seme dava buon frutto solo quan­do il cielo mandava acqua e sole in giuste dosi sulla zolla; che il cielo mandava acqua e sole in giuste dosi sulla zolla solo quando gli dèi lo vole­vano; che gli dèi lo volevano solo quando gli uomini avevano compiuto tutti i loro doveri verso di essi; e che il primo di questi doveri consisteva nell’obbedienza dei giovani ai vecchi.

Così crescevano i cittadini romani, almeno quelli di discendenza latina e sabina, che doveva­no costituire la maggioranza. L’igiene e la cura della propria persona dovevano essere ridotte al minimo, anche per le donne. Niente cosmetici, niente civetterie, poca o punta acqua, che le don­ne dovevano andare ad attingere in basso e ripor­tare in anfore sospese sulla testa. Non c’erano gabinetti di decenza né fogne. Si facevano i pro­pri bisogni fuori dell’uscio e si lasciavano lì. Le barbe e i capelli crescevano incolti. Quanto ai vestiti, non state a credere ai monumenti, che del resto appartengono ad epoche molto più recenti, quando Roma ebbe una vera e propria industria tessile ed una categoria di sarti evoluti, che per la maggior parte erano di origine e di scuola gre­che. In quei tempi lontani la toga, che poi acqui­stò tanta imponenza, o non era ancora nata, o era ridotta alla sua foggia più elementare. Forse so­migliava alla futa che attualmente portano gli abissini: un cencio bianco, tessuto in casa dalle mogli e dalle figlie con lana di pecora, con un buco in mezzo per infilarci la testa. Pochi ne ave­vano una di ricambio. In genere portavano sem­pre la stessa, d’estate e &inverno, di giorno e di notte, immaginate con quali conseguenze.

Non s’indulgeva a nessun piacere, nemmeno a quelli di gola. Contro le teorie dei moderni scienziati americani, secondo i quali la forza di un popolo è condizionata dal suo consumo di ca­lorie e di vitamine, che a sua volta è condizionato dalla varietà del suo nutrimento, i romani dimo­strarono che si può conquistare il mondo anche mangiando soltanto un impasto mal cotto d’ac­qua e di farina, due olive e un po’ di cacio, annaffiato solo nei giorni di festa da un bicchier di vino. L’olio sembra che sia venuto più tardi, e dapprima pare che lo abbiano usato solo per ungersi la pelle, a difesa dalle bruciature del freddo e da quelle del sole. Il che doveva aumen­tare non poco il puzzo generale.

A questo regime non sfuggiva nemmeno il re, che soltanto con la dinastia dei Tarquini ebbe una divisa, un elmo e delle insegne speciali. Sino ad Anco Marzio egli fu eguale tra gli eguali, an­che lui arò la terra dietro i buoi aggiogati, sparse il seme e falciò la spiga. Non risulta nemmeno che avesse una reggia o comunque un ufficio. Risulta invece che andava fra la gente senza una scorta di protezione perché, se ne avesse avuta una, tutti lo avrebbero accusato dì voler regnare con la forza invece che col consenso del popolo. Le decisioni le prendeva sotto un albero, o a se­dere sull’uscio di casa, dopo aver sentito l’opinio­ne degli anziani che gli facevano corona torno tomo. Saliva in cattedra e forse indossava anche un abito speciale, solo quando doveva compiere un sacrificio o qualche altra cerimonia religiosa.

Anche in guerra i romani andavano senza niente che somigliasse ad una vera e propria or­ganizzazione militare. Il pretore che comandava la centuria o la decuria non aveva insegne di grado. Le armi erano soprattutto bastoni, sassi e rozze spade. Ci volle del tempo prima che si arri­vasse all’elmo, allo scudo e alla corazza, invenzio­ni che allora dovettero fare l’effetto ‘ che ai giorni nostri fecero la mitragliatrice e il carro armato.

Sicché le grandi campagne che Roma intraprese sotto i primi suoi bellicosì re dovettero somigliare più che altro a spedizioni punitive e risolversi in gran mazzate di uomo contro uomo, senz’ombra di tattica e di strategia. I romani le vinsero non tanto perché erano i più forti, quanto perché era­no i più persuasi che la loro patria era stata fon­data dagli dèi per realizzare grandi imprese e che morire per essa costituiva non un merito, ma solo il pagamento di un debito contratto nel momento in cui si era nati.

Il nemico, una volta battuto, cessava dì essere un “soggetto” per dìventare soltanto un “ogget­to”. Il romano che lo aveva fatto prigioniero lo considerava cosa sua propria: se era di malumo­re, lo ammazzava; se era di buonumore, se lo portava a casa come schiavo, e poteva farne quel che voleva: ucciderlo, venderlo, obbligarlo a la­vorare. Le terre venivano requisite dallo stato e date in affitto ai sudditi. Le città molto spesso erano dìstrutte e le popolazioni deportate.

Con questi sistemi, Roma crebbe a spese dei latini a sud, dei sabini e degli equi a est, degli etruschi a nord. Sul mare, da cui distava pochi chilometri, non osava avventurarsi perché non aveva ancora una flotta, e la sua popolazione con­tadina ne diffidava per istinto. Sotto Romolo, Tito Tazio, Tullo Ostilio e Anco, Marzio, i roma­ni furono “terrieri” e la loro politica “terrestre”.

Fu l’avvento di una dinastia etrusca a mutare radicalmente le cose, sia nella politica interna che in quella estera.

1 RE MERCANTI

Non si sa con precisione quando e come Anco Marzio mori. Ma dovette essere a un centocin­quant’anni dal giorno in cui la leggenda vuole che Roma sia stata fondata, cioè verso il 600 avanti Cristo. Pare comunque che in quel mo­mento si trovasse in città un certo Lucio Tarqui­nio, personaggio molto differente da quelli che i romani usavano scegliersi come re e magistrati.

Non era del posto. Veniva da Tarquinia, ed era figlio di un greco, Demarato, emigrato da Corinto e sposatosi con una donna etrusca. Da questo incrocio era nato un ragazzo vivace, bril­lante, spregiudicato, ambiziosissimo, che forse i

romani, quando venne a stabilirsi fra loro, guar­darono con un misto d’ammirazione, d’invidia e dì diffidenza. Era ricco e scialacquatore fra gente povera e taccagna. Era elegante in mezzo ai bifolchi. Era l’unico a sapere di filosofia, geografia e matematica in un mondo di poveri analfabeti. Quanto alla politica, sangue greco più sangue etrusco dovevano far di lui un diplomatico di mille risorse fra concittadini che ne dovevano aver noche. Tito Livio dice di lui: Fu il primo che intrigò per farsi eleggere re e pronunciò un discorso per assicurarsi l’appoggio della plebe.

Che sia stato il primo,. ne dubitiamo. Ma che abbia intrigato, ne siamo sicuri. Probabilmente le famiglie etrusche, che costituivano una minoran­za, ma ricca e potente, videro in lui il loro uomo; e, stanche di essere governate da re pastori e con­tadini, di razza latina e sabina, sordi ai loro bisogni commerciali ed espansionistici, decisero di in­nalzarlo al trono.

Come siano andate le cose, s’ignora. Ma l’ac­cenno di Tito Livio alla plebe ci consente di farcene un’idea. Essa è un elemento nuovo nella storia romana, o per lo meno un elemento che non si era fatto sentire sotto i primi quattro re, che alla plebe non avevan nessun bisogno di par­lare per venire eletti, per il semplice motivo che la plebe ai loro tempi non c’era. Nei comizi curiati, che procedevano all’investitura del sovra­no, non esistevano differenze sociali. Tutti erano cittadini, tutti erano piccoli o grandi proprietari di terra; tutti quindi avevano, formalmente, gli stessi diritti, anche se, per forza di cose, nella pra­tica, poi, a prendere le decisioni e ad imporle agli altri erano alcuni professionisti della poli­tica.

Era una perfetta democrazia casalinga, dove tutto veniva fatto alla luce del sole e si discuteva fra cittadini uguali e quel che contava, per la distribuzione delle cariche, era la stima e A pre­stigio di cui si godeva. Ma essa presupponeva ‑la piccola città che Roma fu in quel suo primo secolo di vita, chiusa nella sua angusta cerchia di catapecchie, e dove ognuno conosceva l’altro e sapeva di chi era figlio e cosa aveva fatto e come trattava la moglie e quanto spendeva per mangiare e quanti sacrifici celebrava in nome degli dèi.

Ma alla morte di Anco Marzio la situazione era del tutto cambiata. 1 bisogni di guerra aveva­no stimolato l’industria e quindi favorito l’ele­mento etrusco, quello che dava i falegnami, i fabbri, gli armieri, i mercanti. N’erano arrivati da Tarquinia, da Arezzo, da Vejo, le botteghe s’erano riempite di garzoni e d’apprendisti che, imparato bene il mestiere, avevano messo su al­tre botteghe. Il rialzo dei salari aveva richiamato in città la mano d’opera contadina. I soldati, do­po aver fatto la guerra, tornavano malvolentieri sui campi e preferivano restare a Roma, dove si trovavano con più facilità donne e vino. Ma so­prattutto le vittorie vi avevano fatto confluire rivoli di schiavi. Ed era questa moltitudine fore­stiera che formava il plenum da cui viene la parola plebe.

Lucio Tarquinio e i suoi amici etruschi do­vettero veder subito che profitto si poteva trarre da questa massa di gente, per la maggior parte esclusa dai comizi curiati, se si fosse potuto convincerla che solo un re forestiero anche lui avrebbe potuto fame valere i diritti. E per questo l’arringò, promettendole chissà cosa, magari ciò che poi fece davvero. Egli aveva dietro di sé quella che oggi si chiamerebbe la Confindustria: i Cini, i Marzotto, gli Agnelli, i Pirelli, i Falck dell’antica Roma: gente che quattrini per la propaganda elettorale aveva da spenderne quanti ne voleva, ed era decisa a farlo per garantirsi un governo più disposto di quelli precedenti a tutelare i suoi interessi e a seguire quella politica espansionistica ch’era la condizione della sua prosperità.

Certamente ci riuscirono perché Lucio Tarquinio fu eletto col nome di Tarquinio Prisco, rimase sul trono trentotto anni, e per liberarsi di lui i “patrizi”, cioè i “terrieri”, dovettero farlo assassinare. Ma inutilmente. Prima di tutto perché la corona, dopo di lui, passò a suo figlio, eppoi a suo nipote. In secondo luogo perché, più che la causa, l’avvento della dinastia dei Tarquini fu l’effetto di una certa svolta chela storia di Roma aveva subito e che non le consentiva più di tornare al suo primitivo e arcaico ordinamento sociale e alla politica che ne derivava.

Il re della Confindustria e della plebe fu un re autoritario, guerriero, pianificatore e demagogo. Volle una reggia e se la fece costruire secondo lo stile etrusco, molto più raffinato di quello romano. Poi nella reggia fece innalzare un trono, e lì si mise a sedere, in pompa magna, con lo scettro in mano, e un elmo ripieno di pennacchi. Dovette farlo un po’ per vanità, un po’ perché conosceva i suoi polli e sapeva benissimo che la plebe, cui doveva la sua elezione e di cui intendeva conservarsi il favore, amava il fasto e il re lo vuol vedere in alta uniforme, circondato da corazzieri. A differenza dei suoi predecessori che la maggior parte del loro tempo la passavano a dir messa e a fare oroscopi, egli la trascorse a esercitare il potere temporale cioè a far politica e guerre. Prima soggiogò tutto il Lazio, poi attaccò briga con i sabini e rosicchiò loro un’altra parte di terre. Per fare questo, ebbe bisogno di molte armi che l’industria pesante gli fornì facendoci sopra grossi affari, e di molti rifornimenti che i mercanti gli assicurarono guadagnandoci sopra larghe prebende. Gli storici repubblicani e anti‑etruschi scrissero poi che il suo regno fu tutto un intrallazzo, una generale mangeria, il trionfo delle mance e delle "bustarelle”, e che il bottino ch’egli prese ai vinti lo usò per abbellire non Roma, ma le città etrusche, particolarmente Tarquinia, che gli aveva dato i natali.

Ne dubitiamo, perché fu proprio sotto di lui che Roma fece un balzo avanti, specie in fatto di monumenti e di urbanistica. Anzitutto vi costruì la cloaca massima, cioè le fogne, che finalmente liberarono i cittadini dai loro rifiuti, con i quali avevano sino ad allora convissuto. Eppoi finalmente l’Urbe cominciò a diventar tale davvero, con strade ben tracciate, quartieri definiti, case che non eran più capanne, ma costruzioni vere e proprie, col tetto spiovente da ambedue i lati, finestre e atrio, e un foro, cioè una piazza centra­le, dove tutti i cittadini si riunivano.

Purtroppo, per compiere questa autentica ri­voluzione, che sconvolgeva non soltanto la faccia esterna di Roma, ma. anche il suo costume di vita, egli dovette subire l’ostilità del Senato, deposi­tario dell’antica tradizione e poco disposto a ri­nunziare al suo diritto di controllo sul re. In altri tempi esso lo avrebbe deposto o costretto alle dimissioni. Ma ora bisognava fare i conti con la plebe, cioè con una moltitudine che ancora non aveva una adeguata rappresentanza politica, ma sperava che Tarquinio gliene desse una ed era pronta a sostenerlo anche don le barricate. Era più facile ucciderlo, e così fecero. Ma commisero l’imperdonabile errore di lasciare in vita sua mo­glie e suo figlio, convinti che quella per il suo sesso e questi per la sua giovane età non potessero mantenere il potere.

Forse avrebbero avuto ragione, se Tanaquilla fosse stata romana,. cioè abituata soltanto a obbe­dire. Ma invece era etrusca, aveva studiato, con suo marito aveva diviso non soltanto il letto ma anche il lavoro interessandosi ai problemi di sta­to, all’amministrazione, alla politica estera, alle riforme; e su tutto la sapeva più lunga degli stessi senatori, molti dei quali erano analfabeti.

Seppellito il re, essa ne occupò il posto sul trono, e lo tenne caldo per Servio che frattanto cresceva e che fu il primo e l’ultimo re di Roma a ereditare la corona senza venire eletto. Non si sa bene se costui fosse figlio suo o di una sua serva, come sembra indicare il nome. Comun­que, anche di lui gli storici, romani, tutti repub­blicani ferventi, hanno cercato di dir male. Ma non ci sono riusciti. Pur controvoglia, essi hanno dovuto ammettere che il suo governo fu illumi­nato e che sotto di lui furono condotte a termine alcune fra le più importanti imprese. Anzitutto egli costruì una cerchia di mura intorno alla città, dando così lavoro a muratori, tecnici e artigiani che videro in lui il loro protettore. Poi pose mano alla grande riforma politica e sociale, che fu di base a tutti i successivi ordinamenti romani.

La vecchia divisione in trenta curie presup­poneva una città dì trenta o quarantamila abi­tanti, tutti press’a poco con gli stessi titoli, le stesse benemerenze e lo stesso patrimonio. Ma ora essa era straordinariamente cresciuta, e c’è chi fa ascendere a sette o ottocentomila anime la popo­lazione cittadina del tempo di Servio. Probabil­mente son calcoli sbagliati: a tanto dovevano ammontare non gli abitanti di Roma, ma quelli di tutto il territorio da essa conquistato. Tuttavia la città doveva superare almeno i centomila, e i grandi lavori pubblici che Tarquinio e Servio intrapresero dovettero essere imposti anche da un’acuta crisi di alloggi.

Di questa massa, solo quella già iscritta ai comizi curiati aveva voce in capitolo e poteva votare. Gli altri seguitavano a restare esclusi, e fra costoro c’erano anche i più grandi industriali e commercianti e banchieri: quelli che fornivano i quattrini allo stato per fare le guerre e le grandi opere di bonifica. Essi avevano ora diritto a una ricompensa.

Come prima cosa, Servio diede la cittadinan­za ai libertini, cioè ai figli degli schiavi liberati, o liberti. Dovettero essere parecchie e parecchie migliaia di persone, che da quel momento furono i suoi più accaniti sostenitori. Poi abolì le trenta curie divise secondo i quartieri, e al loro posto istituì cinque classi, differenziate in base non al loro domicilio, ma al loro patrimonio. Alla prima appartenevano coloro che avevano almeno cen­tomila assi; all’ultima quelli che ne possedevano meno di dodicimilacinquecento. A difficile stabi­lire a cosa corrisponda, in moneta d’oggi, un asse. Forse a dieci lire, forse più. Comunque, furono queste differenze economiche a determinare an­che quelle politiche. Perché mentre nelle curie tutti erano pari, almeno formalmente, e il voto di ognuno valeva quello dì ogni altro, le classi votavano per centurie, ma non ne avevano un numero uguale. La prima ne aveva novantotto. In tutte erano centoventitrè. Sicché in pratica bastavano i novantotto voti della prima classe per determinare la maggioranza. Le altre, anche se si coalizzavano, non riuscivano a batterla.

Era un regime capitalista o plutocratico in piena regola, che dava il monopolio del potere legislativo alla Confindustria, togliendolo alla Federterra, cioè al Senato che di denaro ne aveva molto meno. Ma cosa poteva esso fare? Servio non gli doveva neppure l’elezione perché la corona l’aveva ereditata dal padre; e aveva con sé i quattrini dei ricchi che a lui erano debi­tori della loro nuova potenza, e l’appoggio del popolino cui egli aveva dato impiego, salario e cittadinanza. Sorretto da queste forze, si circondò di una guardia armata per proteggere la propria vita dai malintenzionati, si recinse la testa di un diadema d’oro, si fece fabbricare un trono d’avo­rio e su esso sedette, maestosamente, con uno scet­tro in mano, sormontato da un’aquila. Patrizio o non patrizio, senatore o mendicante, chiunque volesse avvicinarlo doveva farsi annunziare e aspettare pazientemente il suo turno in antica­mera.

Era difficile eliminare un uomo simile. E in­fatti i suoi nemici, per riuscirci, dovettero affi­darne il compito a suo nipote‑genero, che, come tale, poteva circolare liberamente nella reggia.

Questo secondo Tarquinio, prima di rischiare il colpo, tentò di far deporre lo zio per abuso di potere. Servio si presentò alle centurie che lo riconfermarono re con plebiscitaria acclamazione (lo racconta Tito Livio, gran repubblicano, e dunque dev’esser vero).

Non restava quindi che il pugnale, e Tarqui­nio lo usò senza troppi scrupoli. Ma il respiro di sollievo che trassero i senatori, coi quali si era alleato, rimase loro in gola, quando videro l’ucci­sore sedersi a sua volta sul trono d’avorio senza chieder il loro permesso, come avveniva a quei buoni vecchi tempi ch’essi speravano di restau­rare.

Il nuovo sovrano si mostrò subito più tiran­nico di quello che aveva spedito all’altro mondo. E infatti lo battezzarono “il Superbo” per distin­guerlo dal fondatore della dinastia. Se gli diedero quel nomignolo, qualche ragione ci dovette esse­re, anche se non è vero quel che poi si è raccon­tato della sua caduta. Pare che si divertisse a uccidere la gente nel Foro. E di carattere aggres­sivo fu certamente perché la maggior parte del suo tempo, come re, la trascorse a fare guerre. Guerre fortunate, perché sotto il suo comando l’esercito, che ora disponeva di alcune decine di migliaia di uomini, conquistò non soltanto la Sa­bina, ma anche l’Etruria e le sue colonie meridio­nali almeno fino a Gaeta. Di qui sin quasi alle foci dell’Arno, Roma faceva in quel momento il buono e il cattivo tempo. La guerra non sem­pre era calda. Spesso era soltanto “fredda”, come si dice oggi. Ma insomma Tarquinio fu, un po’ in forza di armi, un po’ in grazia di diplomazia, il capo di qualcosa che, per quei tempi, era un pic­colo impero. Esso non arrivava all’Adriatico, ma ormai dominava il Tirreno.

Forse Tarquinio menò tanto le mani anche per far dimenticare il modo in cui era salito al trono sul cadavere dì un re generoso e popolare. I successi esterni servono molte volte a masche­rare la debolezza interna d’un regime. Comun­que , e a questa smania di conquista che Tarquinio dovette, a quanto pare, la sua caduta.

Un giorno, raccontano, egli era al campo, con i suoi soldati, suo figlio Sesto Tarquinio e suo nipote Lucio Tarquinio Collatino. Costoro, sotto la tenda, cominciarono a discutere della virtù delle loro rispettive mogli, ognuno sostenendo, da buon marito, quella della propria. Probabilmente uno disse all’altro: « La mia è una sposa onesta. La tua ti mette le corna ». Decisero di tornare quella notte a casa per sorprenderle sul fatto. Inforcarono i cavalli, e via.

A Roma trovarono la moglie di Sesto che si consolava della momentanea vedovanza banchet­tando con amici e lasciandosene corteggiare. Quella di Collatino, Lucrezia, ingannava l’attesa tessendo un abito per suo marito. Collatino, trion­fante, intascò la scommessa e tornò al campo. Sesto, mortificato e smanioso di rivincita, si mise a fare la corte a Lucrezia, e alla fine, un po’ con la violenza, un po’ con l’astuzia, ne vinse la resi­stenza.

Commessa l’infedeltà, la povera donna man­dò a chiamare suo marito e suo padre, ch’era un senatore, confessò loro l’accaduto e si uccise con una pugnalata al cuore. Lucio Giunio Bruto, an­che lui nipote del re, che gli aveva ucciso il bab­bo, adunò il Senato, raccontò la storia di quel­l’infamia e propose la decadenza dal trono del Superbo e l’espulsione dalla città di tutta la sua famiglia (eccetto lui, si capisce). Tarquinio, in­formato, si precipitò a Roma, mentre Bruto con­temporaneamente galoppava verso il campo, e probabilmente s’incontrarono per strada. Mentre il re tentava di rimettere ordine nella città, Bruto gli seminava il disordine nelle legioni che decisero allora di ribellarsi e di marciare su Roma. Tarquinio fuggì verso il Nord, rifugiandosi in quell’Etruria da cui i suoi antenati erano discesi e di cui egli aveva umiliato l’orgoglio riducendo­ne le città alla condizione di vassalle di Roma. Dovette essere una ben amara mortificazione per lui chiedere ospitalità a Porsenna, lucumone, cioè primo magistrato dì Chiusi, che a quei tempi si chiamava Clusium.

Ma Porsenna, gran gentiluomo, gliela con­cesse.

A Roma proclamarono la repubblica. Come più tardi quella dei Plantageneti in Inghilterra e quella dei Borboni in Francia, anche la monar­chia di Roma era durata sette re.

Correva l’anno 500 avanti Cristo. Ne erano trascorsi duecentoquarantasei ab urbe condita.

PORSENNA

Come sempre i popoli quando cambiano regime, romani salutarono quello nuovo con grande entusiasmo, e in esso riposero tutte le loro speranze, comprese quelle della libertà e della giustizia sociale. Fu convocato un grande comizio centuriato cui presero parte tutti i cittadini‑sol­dati che proclamarono definitivamente seppellita la monarchia, le attribuirono la responsabilità di tutti gli errori e soprusi di cui si era macchiata l’amministrazione della cosa pubblica in quei pri­mi due secoli e mezzo di vita; e al posto del re nominarono due consoli, scegliendoli nelle perso­ne dei due protagonisti, della rivoluzione: il po­vero vedovo Collatino e il povero orfano Lucio Giunio Bruto. Il primo avendo declinato, fu so­stituito da Publio Valerio.

Publio Valerio passò alla storia col nomignolo di “Publicola”, che vuol dire “amico del popolo”. Questa amicizia, Publicola la dimostrò sotto­ponendo e facendo approvare dal comizio alcune leggi che rimasero basilari per tutto il periodo che durò la repubblica. Esse comminavano la pena di morte a chiunque tentasse d’impadronirsi di una carica senza l’approvazione del popolo. Consentivano al cittadino che fosse stato condan­nato a morte il ricorso in appello all’Assemblea, cioè al comizio centuriato. E concedevano a tutti il diritto di uccidere, anche senza processo, chi tentasse di farsi proclamare re. Quest’ultima leg­ge dimenticava però di precisare in base a quali elementi si poteva attribuire a qualcuno quel­l’ambizione. E ciò consenti al Senato, negli anni che seguirono, di liberarsi di parecchi incomodi nemici additandoli, appunto, come aspiranti‑re. Il sistema è ancora in uso presso parecchi popoli: gli aspiranti‑re si chiamano a volta a volta “de­viazionisti”, “nemici della patria”, “agenti al soldo dell’imperialismo straniero”. I delitti, col progresso, non cambiano. Ne cambia solo la ru­brica.

Nel suo zelo democratico, Publicola introdus­se anche l’uso, da parte del console, quando entrava nel recinto del comizio centuriato, di far abbassare, dai littori che lo precedevano, le inse­gne: quei famosi fasci, che poi Mussolini rimise di moda, e che costituivano il simbolo del potere. Per dimostrare plasticamente che questo potere veniva dal popolo: il quale, dopo averlo delegato al console, ne restava l’arbitro.

Erano tutte bellissime cose, che li per li fecero un grande effetto. Ma, una volta sbolliti gli en­tusiasmi, la gente cominciò a domandarsi in cosa si concretavano, praticamente, i vantaggi del nuovo sistema. Tutti i cittadini avevano il voto, va bene, ma nei comizi si seguitava a praticare quel diritto per classi, sempre combinate su quel­lo schema serviano, per cui i milionari della pri­ma, avendo novantotto centurie, e quindi novan­totto voti, bastavano da soli a imporre la propria volontà a tutti gli altri. Infatti, una delle prime decisioni che presero fu quella di revocare le distribuzioni di terre fatte ai poveri dai Tarquini nei paesi conquistati. Sicché ci furono parecchi piccoli proprietari che si videro confiscare, da un giorno all’altro, la casa e il podere e, non sapendo come tirare avanti, tornarono a Roma in cerca di lavoro.

Ma a Roma di lavoro non ce n’era perché i consoli, essendo nominati per un anno soltanto, non potevano intraprendere nessuna di quelle grandi opere pubbliche ch’erano la specialità dei re, eletti a vita i primi cinque, e addirittura a titolo ereditario gli ultimi due. Inoltre la repub­blica, dominata dal Senato che l’aveva fatta e che era costituito di proprietari terrieri di origine sabina e latina, era taccagna, a differenza della scialacquona monarchia, dominata dagl’indu­striali e dai mercanti di origine etrusca e greca. Essa voleva “risanare il bilancio”, come si direbbe oggi, cioè praticare una politica finanziaria spa­ragnina anche perché non aveva nessun interesse a moltiplicare la categoria dei nuovi ricchi, suoi naturali avversari.

Insomma, la città era in crisi, e i poveri cafoni che venivano a cercarvi scampo dalla di­soccupazione e dalla fame delle campagne vi trovavano altra fame e altra disoccupazione. I cantieri erano fermi, rimaste a mezzo le case e le strade. Gli audaci imprenditori, ch’erano stati i grandi sostenitori dei Tarquini e avevano dato impiego a migliaia di tecnici e a decine di mi­gliaia di operai, erano al bando o temevano di esserci messi. I pubblici locali chiudevano uno dietro l’altro per mancanza di clienti, diradati dalla scarsezza di circolante e dal clima puritano </