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Moda - Agostino e la sua eredità
Beierwaltes - Agostino e il
neoplatonismo cristiano
Masutti - Il problema del corpo in
sant'Agostino
Hamman - La vita quotidiana
nell'Africa di sant'Agostino
Marrou - Sant'Agostino e la fine
della cultura antica
Brown - Agostino di Ippona
Balido - Studi Agostiniani
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DALLE "CONFESSIONES"
LIBRO PRIMO
[L'INFANZIA]
1.1. Sei grande, Signore, e degno di altissima
lode: grande è la tua potenza e incommensurabile la tua sapienza. E
vuole celebrarti l'uomo, questa particella della tua creazione,
l'uomo che si porta dietro la sua morte, che si porta dietro la
testimonianza del suo peccato, e della tua resistenza ai superbi:
eppure vuole celebrarti l'uomo, questa particella della tua
creazione. Tu lo risvegli al piacere di cantare le tue lodi, perché
per te ci hai fatti e il nostro cuore è inquieto finché in te non
trovi pace. Di questo, mio Signore, concedimi intelligenza e
conoscenza: bisogna invocarti prima di renderti lode? E bisogna
invocarti prima di incontrarti? Come si può invocarti senza
conoscerti? Si rischia, non sapendolo, di invocare una cosa per
un'altra, e cader nell'equivoco. O piuttosto bisogna invocarti, per
incontrarti? Ma come invocheranno quello in cui non hanno ancora
creduto? E come credere, se nessuno l'annuncia?Loderà Dio chi ne
sente la mancanza. Perché chi lo cerca lo troverà e chi lo trova gli
renderà lode. Voglio cercarti, mio Signore, invocandoti, e invocarti
credendo in te: perché l'annuncio di te ci è dato. Ti invoca, mio
signore, la mia fede - quella che tu mi hai dato, che l'umanità del
tuo figlio e l'ufficio di chi ti annuncia mi hanno ispirato.
2.2. E come invocherò il mio Dio, il mio Dio e
Signore, se in-vocarlo è chiamarlo entro di me? E dov'è in me lo
spazio per accogliere il mio Dio? Dio entrare in me, quel Dio che ha
fatto il cielo e la terra? Come? C'è in me un luogo capace di
comprenderti, mio Dio e Signore? Il cielo e la terra, che tu hai
fatto e in cui hai fatto anche me, ti comprendono forse? O forse
perché senza di te non sarebbe cosa alcuna, avviene che ogni cosa ti
comprenda? Ma se anche io per questo esisto, perché mai ti chiedo di
venire in me, io che non sarei io, se tu non fossi in me? Già: io
non sono ancora all'inferno, eppure tu sei anche là. Sì, quando sarò
disceso all'inferno, tu sei là. Io dunque non esisterei, mio Dio,
non sarei assolutamente nulla, se tu non fossi in me. O piuttosto,
non esisterei se io non fossi in te: perché da te, per te, in te
ogni cosa esiste. Sì, mio Signore, eppure, eppure... Dove mi volgerò
a invocarti se sono già in te, e tu da dove mai verresti in me? In
che recessi oltre la terra e il cielo ritirarmi, perché da loro
venga in me il mio Dio, che ha detto: io riempio il cielo e la
terra?
3.3. Ti comprendono forse il cielo e la terra,
perché tu li riempi? O non li riempi piuttosto eccedendoli, perché
non ti comprendono? E dove riversi tutto ciò che resta di te quando
hai riempito cielo e terra? O forse non hai bisogno di essere in
alcun modo contenuto, tu che contieni ogni cosa, perché per te
riempire è contenere? Certo non sono i vasi pieni di te a renderti
stabile, perché se anche si spezzassero tu non ti verseresti. E
quando ti riversi su di noi tu non ti spandi a terra, ma sollevi noi
invece; e non vai perduto tu: ma fai che noi siamo raccolti in te.
Pure, ciascuna cosa che riempi, la riempi di tutto te stesso. Forse
allora, non potendo ciascuna cosa comprenderti intero, tutte
comprendono di te solo una parte, e la stessa? Oppure ciascuna
comprende di te una parte maggiore o minore a seconda della sua
grandezza? Allora vi sarebbero parti di te maggiori e minori? O sei
tutto intero in ogni punto, e nulla ti comprende tutto?
4.4. Dio mio, che cosa sei dunque? Che cosa se
non un Dio che è signore? Già - chi è signore oltre al Signore? E
chi è dio oltre al nostro Dio? Tu - il supremo, il migliore, il più
potente - sì, l'onnipotente - il più misericordioso e il più giusto,
il più segreto e il più presente, il più bello e il più forte,
immobile e inafferrabile, immutabile che tutto muti, mai nuovo e mai
vecchio, che ogni cosa rinnovi e porti a vecchiezza i superbi e non
s'accorgono; tu che sei sempre in atto e sempre in quiete, senza
bisogno accumuli, sostieni e riempi e proteggi, crei e nutri e porti
a compimento, tu cercatore che di nulla manca. Ami e non ti
scomponi, sei geloso e imperturbabile, ti penti e non provi rimorso,
ti infurii e resti in pace, muti le opere ma non l'idea; accogli ciò
che trovi senza aver mai perduto, ignori la miseria e godi dei
guadagni, ignori l'avarizia e pretendi ad usura. Ti si dà
oltremisura per farti debitore: eppure, chi ha una sola cosa che non
ti appartenga? Tu paghi i debiti senza dovere nulla, e li condoni
senza perder nulla. E noi - mio Dio, mia vita, mia divina dolcezza,
che cosa abbiamo detto? Che cosa può mai dire, chi parla di te?
Eppure guai a chi di te non parla, perché parla, ed è muto.
5.5. Chi mi farà trovare quiete in te, chi ti
farà venire nel mio cuore a ubriacarlo? Che io dimentichi i miei
mali e abbracci l'unico mio bene: te. Che cosa sei per me? Abbi
pietà di me, lascia che parli. Che cosa sono io per te, perché tu mi
ingiunga di amarti e t'accenda d'ira contro di me se non lo faccio,
fino a lanciarmi la minaccia di tristezze enormi? Come fosse da poco
già quella di non amarti. Un po' di indulgenza, ti supplico: mio
Signore, dimmi che cosa sei per me. Dillo a quest'anima: sono la tua
salvezza. Dillo in modo che io l'oda. Ecco, sono davanti a te le
orecchie del mio cuore: aprile e dillo all'anima, sono la tua
salvezza. E io correrò dietro a questa voce e ti troverò. Non
celarmi il tuo volto: io morirò per non morire, e vederlo.
- 6. Angusta è la casa dell'anima perché tu venga
da lei: falla più ampia. È in rovina: rimettila tu in piedi. Ha di
che offendere i tuoi occhi, lo so e lo confesso. Ma chi la ripulirà
- a chi, se non a te, potrò gridare: liberami, Signore, dalle cose
nascoste anche a me stesso, e proteggi il tuo servo dagli altrui
segreti. Credo, e per questo parlo. Signore, tu sai. Di fronte a te
non ho forse accusato me stesso dei miei delitti, Dio mio, e tu non
hai assolto l'empietà del mio cuore? Io non discuto con te che sei
la verità; e non voglio ingannarmi, perché la mia iniquità non menta
a se stessa. No, non discuto con te, perché se terrai conto dei
torti, Signore, Signore, chi potrà resistere?
[Nascita e infanzia]
6.7. E tuttavia consentimi di parlare davanti
alla tua misericordia: sono terra e cenere, eppure consentimi di
parlare - perché è alla tua misericordia che parlo, non a un uomo,
che riderebbe di me. Anche tu forse ridi di me, ma se ti volgerai a
guardarmi avrai pietà. Perché in fondo altro non voglio dire se non
che io non so da dove son venuto - qui, in questa vita mortale dico,
o morte vitale. Non lo so. E mi accolsero i conforti della tua
compassione, per quanto ho appreso dai genitori della mia carne, che
tu hai formato nel tempo da lui, in lei: non ne ho memoria, io. Mi
accolsero dunque i conforti del latte umano: ma non erano mia madre
o le mie balie a riempirsi da sé le poppe - eri tu che per mezzo
loro nutrivi la mia infanzia secondo la regola che hai stabilito e
le risorse che hai disposto sin nel fondo delle cose. E anche per
tua volontà era dato a me di non voler di più di quanto davi, e a
quelle che mi nutrivano di voler dare a me ciò che tu davi loro:
perché era nell'ordine delle cose il desiderio che avevano di darmi
ciò che avevano in abbondanza da te. Era un bene per loro il bene
che da loro traevo, e che non da loro, ma per loro mezzo era fatto.
Perché da te vengono tutti i beni, Dio, dal mio Dio mi viene tutta
intera la salute. E me ne sono accorto poi, quando hai cominciato a
gridarmelo proprio attraverso queste tue elargizioni, interiori ed
esterne. Sì, perché tutto quello che sapevo fare allora era
succhiare e godermi in pace i piaceri o piangere dei fastidi della
mia carne, nient'altro.
- 8. Poi cominciai anche a sorridere, dapprima
nel sonno, più tardi da sveglio. Così almeno mi dissero, e io ci
credo, perché è quello che vediamo negli altri bambini: io di tutto
questo non ho memoria. Ed ecco che a poco a poco mi rendevo conto
del luogo in cui mi trovavo, e volevo manifestare i miei desideri
alle persone capaci di soddisfarli, e non ci riuscivo, perché gli
uni erano dentro e le altre fuori di me, e quelle persone non
avevano un senso che le facesse accedere all'anima mia. E così mi
mettevo a lanciare in aria braccia e gambe e grida, segnali con cui
per poco che mi riuscisse esprimevo i miei desideri, e che erano
simili a questi, in qualche modo, non al vero. E se non mi davano
soddisfazione, o per non riuscire a intendermi o per non farmi
danno, montavo su tutte le furie: solo perché i grandi non si
piegavano ai miei capricci e delle persone libere rifiutavano
d'essere schiavizzate, e a forza di pianti mi vendicavo di loro.
Così son fatti i bambini: l'ho imparato più tardi, da quelli che ho
conosciuto, e che cosí fossi anch'io me l'hanno rivelato meglio loro
senza saperlo, che i miei educatori con tutto il loro sapere.
- 9. Ecco: è morta tanto tempo fa la mia
infanzia, e io vivo. Tu invece mio Signore sempre vivi e nulla muore
in te, perché prima dei primordi dei secoli e prima di ogni cosa che
può dirsi prima, tu sei e sei Dio e Signore di tutte le cose che hai
creato. Ferme in te stanno le cause di tutte le cose instabili e
restano immutabili le origini di tutte le cose mutevoli e vivono
eterne le ragioni di tutte le cose irrazionali e temporali. Tu parla
dunque a uno che ti supplica e abbi pietà di un miserabile e dimmi:
è a un'altra età, già morta anch'essa, che seguì la mia infanzia?
Quella che ho vissuto nelle viscere di mia madre? Qualcosa me ne fu
detto invero, e donne incinte ne ho vedute io stesso. Ma prima
ancora, mia dolcezza, dimmi... Ero da qualche parte, ero qualcuno?
Non ho nessun testimone di questo: né mio padre e mia madre, né
l'esperienza d'altri né la mia memoria. Ma forse tu ridi di me che
ti faccio queste domande, e vuoi piuttosto che io ti renda lode e
testimonianza per quello che so?
- 10. Ti riconosco, Signore del cielo e della
terra, e ti rendo lode per i primordi della mia infanzia. Io non ne
ho memoria, ma tu hai dato all'uomo di farsene un'idea ricavandola
dall'infanzia di altri, e di formarsi molte opinioni sul proprio
conto perfino in base all'autorità di qualche vecchia serva. Sì,
esistevo, e anche allora ero un essere vivente, e già verso la fine
dell'infanzia ero alla ricerca dei segni con cui farmi comprendere
dagli altri. Da dove viene un essere vivente come questo se non da
te, Signore? A meno che qualcuno possa esser l'artefice di se
stesso. O l'esistenza e la vita scorrono in noi per una sola vena
che abbia origine diversa da te, nostro autore? Da te per cui
esistere non è altro che vivere, perché l'esistenza al suo massimo è
il colmo della vita, non altro. E tu esisti in grado sommo: non
muti, e in te l'oggi non ha termine, eppure ha termine in te, perché
in te sono anche tutte le cose di quaggiù: non avrebbero vie per cui
passare, se tu non le contenessi. E poiché non vengono meno, sono
l'oggi i tuoi anni: e quanti giorni nostri e dei nostri padri sono
già passati attraverso il tuo oggi e da esso han ricevuto il modo e
la misura in cui sono esistiti, eppure altri ne passeranno ancora
per riceverne quel tanto d'esistenza, a loro volta. Tu invece sei
sempre il medesimo e tutte le cose di domani e dopo, e tutte quelle
di ieri e di prima ancora, oggi le compirai, oggi le hai già
compiute. Che posso farci, se c'è chi non capisce? Si rallegri anche
lui e dica che significa questo? Si rallegri anche così e gli sia
più caro trovarti senza fare scoperte che farne senza trovarti.
[L'innocenza dei bambini:
un'illusione]
7.11. Dio, ascolta. Maledetti i peccati degli
uomini! È l'uomo che lo dice, e tu hai pietà di lui, perché tu lo
hai fatto, ma non hai fatto anche il peccato che ha in sé. Chi mi
rammenterà il peccato della mia infanzia, se nessuno è innocente
davanti a te, neppure il neonato che ha un giorno solo di vita sulla
terra? E chi, se non qualunque bimbo piccolissimo, in cui vedo
quello che non ricordo di me stesso? Qual era dunque il mio peccato,
allora? Forse l'avidità con cui boccheggiavo piangendo per il seno?
Se lo facessi ora, boccheggiando a quel modo non per poppare ma per
un'esca adeguata ai miei anni, mi farei ridere in faccia e
riprovare, e giustissimamente. Dunque era riprovevole anche quello
che facevo allora, e solo perché non ero in grado di capirle le
riprovazioni erano fuori luogo, e sarebbero state irragionevoli.
Queste sono in effetti abitudini che la crescita stessa sradica ed
elimina: e non s'è mai visto che uno facendo pulizia getti via
deliberatamente quello che ha di buono. A meno che non fossero buoni
per quell'età anche altri vezzi: come quello di strepitare per cose
che a ottenerle ci avrebbero fatto male o di montare su tutte le
furie se delle persone libere e adulte, magari i nostri stessi
genitori e le persone più autorevoli non si facevano tiranneggiare,
o non erano lì, pronti al minimo cenno della propria volontà; e gli
sforzi per vendicarsi per quanto possibile di loro picchiandoli,
solo perché non obbedivano a degli ordini che sarebbe stato
pericoloso per noi eseguire? Dunque è nella debolezza del corpo
infantile l'innocenza dei bambini, non nell'anima. Io ho visto e
conosciuto bene un bambino geloso: non parlava ancora e già guardava
livido, con occhi torvi il suo fratello di latte. Chi non le sa,
queste cose? Le madri e le balie si vantano d'averci chissà quali
rimedi: ma non la si può chiamare innocente questa insofferenza,
questo rifiuto di condividere con altri il latte per abbondante e
ricco che fluisca alla fonte, e per bisognoso che altri sia di
quell'aiuto, il solo alimento da cui trae la vita. Ma a questo
riguardo si è tolleranti e indulgenti, non perché sian cose da nulla
o da poco, ma perché son destinate a venir meno coll'avanzare
dell'età. Lo prova il fatto che questi stessi atteggiamenti non si
possono più sopportare tranquillamente, quando li si riscontrano in
una persona più matura.
- 12. Tu dunque, mio Dio e Signore, che hai dato
al bambino vita e corpo, che come vediamo lo hai dotato di sensi e
di membra ben compaginate, hai reso grazioso il suo aspetto e hai
insinuato in lui tutti gli impulsi vitali adatti a preservarne
l'incolumità in ogni condizione, tu mi ordini di renderti lode per
tutto questo e di riconoscerti e di inneggiare al tuo nome,
Altissimo. Perché sei un Dio onnipotente e buono e lo saresti anche
se questa fosse la tua sola opera, che non poteva esser compiuta da
alcuno se non da te, unico, da cui viene ogni misura, modello di
bellezza che ogni cosa modelli e ordini secondo la tua norma.
Ebbene, mio Signore: questa età, che non ricordo di aver vissuta,
riguardo alla quale mi affido ad altrui resoconti e che solo
osservando altri bimbi arguisco di aver avuto anch'io, per
affidabile che sia questa congettura, ecco: mi pesa doverla
considerare parte di questa mia vita che sto vivendo, quaggiù nel
secolo. Quanto a tenebre d'oblio in effetti è pari a quella che ho
vissuto nell'utero di mia madre. Ma se son stato perfino concepito
nella colpa, e mia madre mi ha nutrito nell'utero fra i peccati,
dove, ti chiedo, dove, mio Signore, io servo tuo, dove o quando sono
stato innocente? Ma via, di quel tempo io non mi occuperò: che cosa
posso avere in comune, oggi, con qualcosa di cui non trovo traccia
nella memoria?
[L'apprendimento della
lingua]
8.13. È proseguendo dall'infanzia a qui che sono
arrivato alla fanciullezza? O piuttosto è questa che è venuta a
compiersi in me succedendo all'infanzia? Del resto quest'ultima non
se ne era andata: e dove, andava? Eppure non c'era più. Non ero più
un infante, privo della parola, ma un bambino parlante, ormai. E di
questo mi ricordo bene, mentre del modo in cui avevo appreso a
parlare mi sono reso conto solo più tardi. Non erano gli adulti, in
effetti, a insegnarmi le parole presentandomele con un qualche
ordine didattico, come poco più tardi fecero con l'alfabeto; ma ero
io che me le insegnavo da solo con l'intelligenza che tu mi hai
dato, Dio mio. Perché a forza di gemiti e gorgheggi e gesti mi
sforzavo di manifestare i miei stati d'animo, in modo da farmi
obbedire: ma non riuscivo a esprimere tutto quello che volevo, e
neppure ci riuscivo con chi volessi. Ma la memoria era come
prensile: quando gli adulti menzionavano qualche oggetto e in base a
quel suono protendevano il corpo nella sua direzione, io osservavo e
tenevo a mente che così, con quel suono, che emettevano quando
volevano indicare l'oggetto, essi lo chiamavano. E che fosse questo
ciò che volevano si capiva chiaramente dal movimento del corpo come
pure da quella sorta di linguaggio naturale di tutti i popoli, fatto
di espressioni del volto e cenni degli occhi e di gesti delle altre
membra e di toni di voce, sintomi questi dei diversi affetti che
accompagnano lo sforzo di acquisire qualcosa o il suo possesso, la
ripulsa o la fuga. Così a poco a poco, a furia di udire le stesse
parole ricorrere in una certa posizione in diverse frasi, capivo
quali fossero le cose di cui quelle parole erano segni, e ormai vi
avevo addestrato abbastanza gli organi della bocca per riuscire a
formulare i miei desideri col loro aiuto. E così arrivai a
comunicare con le persone circostanti mediante i segni che danno
espressione verbale alla volontà, ed entrai più profondamente nella
tempestosa comunità della vita umana, senza cessar di dipendere
dall'autorità dei genitori e dal minimo cenno degli adulti.
[La vuota disciplina della
scuola]
9.14. Dio, Dio mio, quante ne ho viste di miserie
e di raggiri allora, quando ancora bambino mi proponevano come
ideale di vita l'obbedienza a quelli che volevano fare di me un uomo
di successo e un vincitore nelle arti della chiacchiera, che servono
a procacciare prestigio fra gli uomini e false ricchezze. Fui
mandato a scuola, a imparare a leggere e a scrivere, senza avere la
minima idea, infelice, di che uso se ne potesse fare. E tuttavia, se
ero tardo nell'apprendere, mi battevano. Perché era un metodo
approvato dagli adulti, e molti venuti al mondo prima di noi avevano
aperto le dolorose vie per cui ci costringevano a passare, tanto per
accrescere un po' la dose di fatica e affanno riservata ai figli di
Adamo. Là però trovammo anche, mio Signore, persone che pregavano
te, e da loro venimmo a sapere, per quanto era nelle nostre
possibilità, che tu esistevi: eri grande, un personaggio capace di
ascoltarci e soccorrerci anche senza apparire ai nostri sensi. E da
bambino infatti cominciai a pregare te, soccorso e rifugio mio, e
sfrenavo del tutto la mia lingua quando ti invocavo: e ti pregavo,
per piccolo che fossi, con passione non piccola, di fare che non mi
battessero. E siccome non mi esaudivi, a tutto svantaggio della mia
ignoranza, gli adulti e perfino i miei genitori, che pure non
volevano mi accadesse nulla di male, ridevano delle botte che mi
toccavano: come non fossero allora, per me, un male grande e
angoscioso.
- 15. Esiste, mio Signore, un animo così grande,
capace di un'adesione cosí appassionata al tuo essere? Esiste, dico
- perché a tanto può condurre anche un certo genere di insensatezza
- un animo che in questo suo religioso aderire a te sia preso da una
passione tanto sublime da fargli ritener cosa da poco cavalletti e
unghioni e simili forme di tortura, che in tutti i paesi della terra
la gente ti supplica terrorizzata di tener lontane? E che per giunta
li ami teneramente, questi altri che ne hanno una tremenda paura?
Come facevano i nostri genitori: i quali sorridevano delle torture
che i nostri maestri infliggevano a noi bambini? Ma non per questo
noi ne avevamo meno paura, e non erano meno ferventi le suppliche
che ti rivolgevamo perché ce ne scampassi. Certo, avevamo la nostra
colpa, che era di scrivere o leggere o studiare di meno di quanto si
esigeva da noi. Perché non erano la memoria o l'ingegno a farci
difetto: di questi, mio Signore, hai voluto dotarci a sufficienza
per quell'età. Ma ci piaceva giocare, e questo era motivo per esser
puniti da persone che poi si comportavano proprio come noi. Ma i
giochi degli adulti si chiamano occupazioni, mentre quelli dei
bambini, che lo sono anch'essi, sono puniti dagli adulti: e nessuno
ha pietà degli adulti o dei bambini, o di entrambi. Magari un
giudice onesto approverebbe le busse che mi venivano date, perché
giocavo a pallone da bambino e il gioco m'impediva di imparare
rapidamente le lettere, grazie alle quali da grande avrei giocato
giochi più vituperandi. Ma si comportava diversamente proprio la
persona da cui venivo percosso? Se in qualche discussioncella era
vinto da un suo collega d'insegnamento, si rodeva per la bile e
l'invidia più di me quando in una partita di pallone venivo
sconfitto da un mio compagno di giochi.
10.16. Eppure io peccavo, Signore Dio, ordinatore
e creatore di tutte le cose in natura, ma dei peccati solo
ordinatore, Signore Dio mio, peccavo perché facevo il contrario di
quello che i genitori e quei maestri mi imponevano. Perché più tardi
avrei saputo come far buon uso della grammatica, quale che fosse
l'intento che i miei perseguivano nel volermela fare apprendere. Io
poi non disubbidivo perché mi garbasse far di meglio, ma per amore
del gioco: mi piaceva vincere le gare - lo trovavo esaltante - e
farmi solleticare le orecchie dalle storie fantastiche, e farne
crescere il prurito: con la stessa curiosità, sempre più intensa,
che mi faceva scintillare gli occhi di fronte agli spettacoli,
questi giochi degli adulti. Eppure chi li fa, gli spettacoli, ne
acquista un prestigio tale che quasi tutti lo augurerebbero ai
propri figli: salvo consentire volentieri che questi siano puniti se
gli spettacoli li distolgono dallo studio - che pure, nei loro
desideri, è il mezzo per arrivare a produrne di propri. Guarda tutto
questo, Signore, con cuore indulgente, e libera noi che ti
invochiamo ormai, e libera anche chi ancora non invoca te, perché ti
invochi e sia liberato.
[La religione materna. Una
grave malattia]
11.17. Ancora bambino avevo sentito parlare della
vita eterna che ci era stata promessa per l'umiliazione del Signore
Dio nostro, disceso fino a noi e al nostro orgoglio: e già ero stato
segnato col segno della sua croce e spruzzato del suo sale, appena
uscito dall'utero di mia madre, che aveva molto sperato in te. Tu lo
vedesti, Signore, quando ero ancora un bambino e un giorno
improvvisamente un'occlusione di stomaco mi fece venire una febbre
altissima e quasi stavo per morire, vedesti, Dio mio, tu che fin
d'allora m'eri custode, con che emozione e con che fede chiesi il
battesimo del tuo Cristo, del mio Dio e Signore, alla devozione di
mia madre e della madre di noi tutti, la tua Chiesa. E la mia madre
secondo la carne, che più di ogni altra cosa desiderava partorire
ancora la mia salvezza eterna dal fondo puro del suo cuore, nella
tua fede, già si apprestava con angoscia ad affrettare la mia
iniziazione ai sacramenti della salvezza, in modo che ne fossi
lavato e ti glorificassi, Signore Gesù, per la remissione dei miei
peccati, quando improvvisamente guarii. E così la mia purificazione
fu differita, quasi fosse stato inevitabile che mi insozzassi ancora
continuando a vivere: perché certamente ritrovarsi nel fango di ogni
colpa dopo quel lavacro avrebbe comportato uno stato d'accusa più
grave e più pericoloso. Dunque anch'io già credevo, come lei e
tutti, in casa, salvo mio padre, che tuttavia non riuscì a soffocare
in me i diritti dell'amore materno fino a impedirmi di credere in
Cristo, come non ci credeva - ancora - lui. Ella infatti faceva il
possibile perché tu mi fossi padre, Dio mio, invece di lui, e in
questo tu l'aiutavi ad essere da più del marito - che ella pur
essendo migliore di lui serviva: e in questo servizio, che tu hai
comandato, era ancora te che serviva.
- 18. Lo chiedo a te, Dio mio: vorrei sapere -
purché anche tu lo voglia - per quale disegno fu allora differito il
mio battesimo: e se fu per il mio bene che mi furono per così dire
allentate le briglie al peccato, o se non è vero che lo furono. Ma
se no, perché ancora oggi sentiamo dire dappertutto, a proposito di
questi o di quelli: "E lascialo fare, tanto non è ancora
battezzato!" Eppure se è in questione la salute fisica non diciamo:
"E lascia che si ferisca ancora, tanto non è ancora guarito!" In
quella circostanza dunque sarebbe stato meglio per me essere
guarito, e subito, e che si provvedesse a me con tutta la premura
del caso, da parte mia e dei miei, in modo che una volta ricevuta,
la salute dell'anima mia restasse sicura, affidata alla cura di chi
l'aveva data. Sì, meglio davvero.
Ma quante onde di tentazioni, altissime, si
profilavano già minacciose, oltre l'infanzia! E lei, mia madre, lo
sapeva bene: e preferiva arrischiarvi la terra che solo più tardi
avrebbe preso la mia forma, piuttosto che la forma già restaurata a
tua immagine.
12.19. Eppure proprio durante l'infanzia, che
suscitava meno apprensioni al mio riguardo dell'adolescenza, io non
amavo lo studio e detestavo d'esservi costretto: e vi ero tuttavia
costretto e mi faceva bene, pur se non facevo bene io: non avrei
studiato, senza costrizione. Perché nessuno fa bene controvoglia,
anche se è bene che lo faccia. Neppure quelli che mi costringevano
facevano bene, ma mi faceva bene lo stesso, Dio mio, per opera tua.
Loro infatti non vedevano altro fine agli studi cui mi costringevano
che quello di saziare un insaziabile desiderio di miserabili
ricchezze e d'ingloriosa fama. Ma tu - per cui sono contati i
capelli sulla nostra testa - impiegavi a mio vantaggio l'errore di
tutti quelli che mi assillavano perché studiassi, e quello mio di
non voler studiare lo usavi a mio castigo: e non ingiustamente ne
ero oppresso, da quel ragazzino e grande peccatore che ero. E così
tu da chi non faceva bene traevi del bene per me, e la mia giusta
pena era quello stesso me che peccava. Perché tu hai stabilito che
ogni anima che è nel disordine sia la sua propria pena: e così è.
[Prime passioni letterarie:
Virgilio]
13.20. Per quale ragione poi odiassi il greco, di
cui mi riempivano la testa da bambino, non mi è chiaro ancora oggi.
Mi ero infatti appassionato al latino, non quello dei maestri
elementari, ma quello insegnato dai cosiddetti grammatici. Perché le
prime classi, dove si insegna a leggere e scrivere e far di conto,
mi erano un peso e un supplizio non minore di tutte quante le classi
di greco. Ma anche questo rifiuto da cosa derivava se non dal
peccato e dalla frivolezza... per la quale ero carne e soffio che
vaga e non ritorna? Dopotutto quei primi rudimenti, coi quali si
formava in me la capacità di leggere tutto ciò che è scritto e di
scrivere io stesso tutto ciò che mi aggrada - e l'ho acquisita e la
posseggo ora, questa capacità - erano quelli che valevano di più,
perché più certi. Di più, dico di tutta quella letteratura, a
cominciare dalle avventure di un tale che andava errando, un certo
Enea: e dovevo imparare a memoria quelle, e dimenticare che anch'io
andavo errando, e piangere la morte di Didone che si uccide per
amore, mentre intanto nella mia estrema infelicità morivo in queste
storie lontano da te, Dio, vita mia, senza versare una lacrima sola.
- 21. Niente è più triste di un miserabile che
non si commisera e piange la morte di Didone per l'amore di Enea, e
non piange la sua propria morte per il disamore di te, Dio, lume del
mio cuore e pane nella bocca dell'anima, potenza che sposa la mia
mente e seme nel ventre dei pensieri. Io non ti amavo e ti tradivo
da lontano, e mentre lo facevo un coro di "bravo! bravo!" mi
risuonava tutt'intorno. Sì, l'amicizia di questo mondo è un modo di
prostituirsi via da te, e "bravo! bravo!" lo si dice perché l'uomo
si vergogni se non lo fa. E io non piangevo su tutto questo, ma
piangevo sulla morte di Didone che a spada tratta inseguiva gli
estremi mentre io stesso inseguivo le cose estreme della creazione,
lontano da te, terra che torna in terra: e se mi fosse stata
proibita, questa lettura, me ne sarei rattristato: per non poter
leggere di che rattristarmi! E questa follia passa per essere un
livello di istruzione letteraria superiore, e più proficuo di quello
che mi servì a imparare a leggere e scrivere.
- 22. Ma ora il mio Dio me lo gridi nell'anima, e
la tua stessa verità mi dica: no, no, non è così, son molto meglio i
primi rudimenti. Sì, perché adesso sono più disposto a dimenticare
le avventure di Enea e tutte le cose di quel genere, piuttosto che
come si fa a leggere e scrivere. Sulla soglia delle scuole di
grammatica pendono dei veli: ma più che il prestigio dei loro
misteri stanno a indicare la copertura dei loro errori. E non si
mettano a gridarmi contro adesso, che tanto non ne ho più paura ora
che ti confesso i desideri dell'anima, Dio mio, e ritrovo la calma
nel condannare le mie torte vie, per apprezzare le tue che son
buone. Non si mettano a gridarmi contro i venditori e compratori di
grammatica: perché se li interrogo su questo punto - è vero o no che
Enea venne a Cartagine, come dice il poeta? - i meno dotti
risponderanno di non saperlo, e i più dotti negheranno addirittura
che sia vero. Ma se chiedo come si scriva il nome di Enea, con quali
lettere, tutti quelli che hanno studiato mi risponderanno dicendo il
vero - secondo la convenzione arbitraria con cui gli uomini hanno
convenuto di fissarne i segni. E così se chiedo quale di queste due
cose sia peggio dimenticare, agli scopi di questa vita, il saper
leggere e scrivere o quelle finzioni poetiche, chi non vedrebbe che
cosa deve rispondere uno che non abbia smarrito la memoria di se
stesso? Dunque peccavo da bambino, con la mia predilezione per
quelle frivolezze, che preferivo a queste più utili nozioni: o
piuttosto queste le odiavo, e amavo quelle. E già: l'"uno e uno due,
due più due fa quattro" m'era una cantilena odiosa, e adoravo quello
spettacolo di leggerezza che è il cavallo di legno pieno di
guerrieri e l'incendio di Troia e l'ombra stessa di Creusa.
["Una sapiente alchimia di
amarezze"]
14.23. Perché dunque odiavo la letteratura greca,
che pure non è da meno quanto a poemi? Indubbiamente anche Omero è
un sapiente tessitore di favole, deliziosamente leggero. Eppure da
bambino mi riusciva indigesto. Credo che questo succeda anche ai
bambini greci con Virgilio, se sono costretti a studiarlo come lo
ero io con Omero. Era la difficoltà, nient'altro che la difficoltà
di apprendere una lingua straniera a cospargere come di fiele tutte
le greche delizie di quelle narrazioni favolose. Io non sapevo una
parola di greco, e mi assillavano furiosamente perché lo imparassi,
torturandomi con la minaccia di terribili castighi. C'è stato un
tempo, nella primissima infanzia, in cui neppure di latino sapevo
una parola: e tuttavia m'è bastata un po' d'attenzione a impararlo,
senza spaventi e torture, anzi fra le carezze delle balie e i loro
giochi e le risa. L'ho imparato senza esservi incalzato sotto il
giogo della disciplina, quando era il mio cuore a incalzarmi perché
dessi alla luce quello che concepiva: il che non sarebbe avvenuto,
se alcune parole non le avessi imparate non dagli insegnanti, ma da
altri parlanti con le orecchie pronte ad accogliere tutto ciò che mi
veniva in mente e che io vi riversavo. E questa è un'illustrazione
abbastanza chiara della maggior efficacia che la libera curiosità ha
rispetto a un pavido affannarsi sotto costrizione, per quanto
riguarda questo genere di apprendimento. D'altra parte è questa
costrizione a ridurre sotto le tue leggi, Dio, il flusso dispersivo
di quella: sì, sotto le tue leggi, le tue leggi che dalla frusta dei
maestri alle prove dei mártiri dispensano una sapiente alchimia di
amarezze. Salutari: perché ci richiamano a te dalla pestifera
gaiezza che da te ci ha allontanati.
15.24. Ascolta, Signore, la mia preghiera, che
quest'anima non crolli sotto la tua disciplina e io non cessi di
renderti lode per l'indulgenza che mi hai dimostrato strappandomi
dalle mie perfide vie. Perché tu mi sia più dolce di tutte le
seduzioni di cui ero preda, e io ti ami profondamente e mi stringa
alla tua mano con tutte le viscere e tu mi strappi a ogni
tentazione, fino all'ultimo. Ecco Signore, sei tu il mio re e il mio
Dio: se da bambino ho appreso qualcosa di utile, sia posto al tuo
servizio, e al tuo servizio sia tutto il mio parlare e scrivere e
leggere e calcolare, perché quando studiavo cose vane tu mi imponevi
una disciplina e il peccato di appassionarmi a quelle fatuità lo
perdonavi. Sì, in fondo studiandole ho imparato molte parole utili;
benché le si possano imparare anche occupandosi di cose meno vane,
ed è una via più sicura da far percorrere a dei bambini.
16.25. Ma guai a te, fiumana del vivere umano!
Chi ti resisterà? Quando sarai a secco, finalmente? Fino a quando
trascinerai i figli di Eva nel gran mare irto d'angosce, che a
malapena riesce a traversare chi s'è imbarcato sul legno? Non è
dentro di te che ho letto un Giove tonante e adultero? E che sia
tutt'e due le cose, è impossibile: ma così lo si fa apparire sulle
scene, per avere un modello da imitare in un vero adulterio, con la
ruffianata di un tuono finto. E quale dei togati professori diede
ascolto - senza infuriarsi - a quell'uomo che dalla loro stessa
arena proclamava a gran voce: È la fantasia di Omero, che prestava
agli dèi qualità umane: vorrei ne avesse piuttosto prestate a noi
divine? Comunque è più vero che erano sì fantasie, ma attribuivano
qualità divine a uomini viziosi, in modo che i vizi non paressero
vizi, e chi li praticava sembrasse avere a modello non uomini
perduti, ma gli dèi del cielo.
[Il teatro e la cultura
pagana]
- 26. Fiume infernale, eppure si gettano dentro
di te i figli degli uomini, e pagano per imparare tutto questo, e
passa per una cosa seria, dato che si rappresenta pubblicamente in
piazza, sotto la tutela delle leggi che stanziano uno stipendio in
aggiunta ai compensi privati: e nel fragore dei sassi che urti vai
gridando: "Qui si imparano le parole, qui s'acquista l'eloquenza
indispensabile a persuadere e a esprimere il proprio pensiero."
Perché, non le conosceremmo queste espressioni, "pioggia d'oro" e
"grembo" e "trucco" e "templi del cielo", e altre che stanno scritte
in questo passo di Terenzio? Macché, per questo bisognava che costui
mettesse in scena il suo giovinastro che prende Giove a modello di
seduttore, mentre osserva un quadro alla parete, dove era
raffigurata questa scena: Giove che, come si narra, fa cadere una
pioggia d'oro in grembo a Danae, un trucco per ingannare la donna. E
guarda come si eccita al piacere, imparando per così dire alla
scuola celeste: E che dio! - dice - Sì, quello che i templi del cielo scuote con fragore immenso. E io che sono un pover'uomo no? Anch'io l'ho fatto, e molto volentieri.
Non è vero, non è affatto vero che questa
spudoratezza aiuti ad apprendere più facilmente queste parole: sono
queste parole che invitano a concedersi più leggermente questa
spudoratezza. Non accuso le parole, che sono come vasi eletti e
preziosi, ma il vino dell'errore che in essi ci veniva propinato da
quegli ebbri dottori, e che dovevamo sorbire per non esser
picchiati, e non c'era un giudice sobrio cui appellarsi. Eppure io,
Dio mio, al cui cospetto ormai pacificato è il mio ricordo, amavo
quegli studi e - infelice - ne ricavavo un gran piacere e per questo
ero giudicato un ragazzo di belle speranze.
[Prime glorie scolastiche]
17.27. Consentimi, mio Dio, di dire qualche cosa
anche del mio ingegno, questo tuo dono, e dei vaneggiamenti in cui
lo consumavo. Mi assegnavano un compito che bastava a mettere in
ansia quest'anima, fra la speranza di un riconoscimento e il timore
delle busse, come ad esempio quello di esporre il discorso di
Giunone furente e addolorata di non poter stornare dall'Italia il re
dei teucri, un discorso che non le avevo mai sentito fare. Ma
eravamo costretti anche noi ad andare errando dietro alle fantasie
dei poeti, e a dire in prosa quello che il poeta aveva detto in
versi: e più lodato era chi più plausibilmente, tenendo conto del
rango del personaggio abbozzato, sapeva interpretarne l'ira e il
dolore, scegliendo adeguatamente le parole con cui rivestire questi
sentimenti. Ah vita vera, Dio mio, che vantaggio ricavavo io dagli
applausi tributati alla mia recitazione, davanti a molti coetanei e
condiscepoli? Eccoli lì, era tutto fumo e vento. Dunque non c'era
altro mezzo di esercitare il mio ingegno e la lingua? Le tue lodi,
Signore, stese da un capo all'altro delle tue scritture: le tue lodi
mi avrebbero sorretto il vitigno del cuore: e non mi sarebbe stato
razziato e trascinato via per i deserti della frivolezza, come preda
sconciata dagli uccelli. Già: in molti modi si sacrifica agli angeli
caduti.
18.28. Ma che c'è di strano se mi lasciavo
trascinare a questo modo fra le vanità e uscivo sempre più da te,
Dio mio, quando mi si proponevano a modello degli uomini che, se li
si rimproverava di essere incorsi in qualche barbarismo o solecismo
nel raccontare qualche loro azione per nulla indegna, restavano
confusi, ma andavano ben fieri dei complimenti che ricevevano se
riuscivano a parlare dei loro impulsi viziosi in una lingua da
puristi, costruendo le frasi a regola d'arte "con facondia ed
eleganza". Tu vedi tutto questo Signore, e sei longanime, molto
pietoso e veridico, e taci. Ma tacerai per sempre? E ora strappi da
questa vertiginosa profondità l'anima che ti cerca e ha sete dei
tuoi piaceri, mentre ti dice il cuore: Ho cercato il tuo volto; il
tuo volto mi manca, signore: lontano dal tuo volto nel buio degli
affetti. Già: non è a piedi o attraversando lo spazio che ci sia
allontana da te e a te si ritorna. Non aveva bisogno di cavalli e di
carri o di navi, non prese il volo con un vistoso sbatter d'ali, non
consumò la strada a forza di garretti quel tuo figlio minore, quello
prodigo, per andare a vivere in un paese lontano, dove dissipare
quello che alla partenza tu gli avevi dato. Tenero padre che molto
gli desti, e più tenero ancora quando ritornò, povero ormai. Perché
chi vive fra gli impulsi del desiderio è nel buio degli affetti,
cioè lontano dal tuo volto.
- 29. Vedi, Signore Dio, vedi con la pazienza del
tuo sguardo con quanta diligenza i figli degli uomini osservano gli
accordi sanciti dai parlanti più antichi in materia di lettere e
sillabe, riservando un'estrema noncuranza agli accordi per la salute
perpetua da te sanciti in eterno. Così che se uno di quelli che
custodiscono o insegnano quelle vecchie convenzioni sui suoni
pronunciasse la parola homo senza aspirazione della prima sillaba,
contro la regola grammaticale, sarebbe riprovato più che se, essendo
un uomo, odiasse un uomo, contro i tuoi precetti.
Come se ci fosse nemico più pericoloso dell'odio
suscitato contro un nemico, anche il peggiore, o se perseguitando un
altro gli si potesse mai procurare una rovina più grave di quella
che l'inimicizia stessa provoca nel proprio cuore. E certo la
conoscenza della grammatica non è iscritta più profondamente
nell'intimo della coscienza, in cui sta scritto di non fare agli
altri quello che non si vuol soffrire per sé. E come sei segreto tu
che abiti nell'alto, nel silenzio, grande Dio solo, che con legge
implacabile spargi sui desideri di seduzione la pena d'esser ciechi!
Ecco invece un uomo in cerca di gloria, quella dei rètori, davanti a
un giudice umano, circondato da una folla: e mentre attacca con odio
ferocissimo il suo avversario pone la massima attenzione a evitare
che gli sfugga un errore nella pronuncia della parola "uomo", ma non
che un uomo, per un accesso di follia, sia cancellato dal consorzio
umano.
[Alle soglie
dell'adolescenza: passioni e talento]
19.30. E io bambino me ne stavo infelice sulla
soglia di quella vita, ed era degna palestra di quel genere di
competizioni la scuola dove più ansiosamente mi guardavo dai
barbarismi che dall'invidia verso quelli che non ne commettevano, se
capitava a me. E per questo, Dio mio, lo dico e lo confesso a te,
ero apprezzato da quelle persone la cui approvazione allora
costituiva tutto l'onore della mia vita. Non la vedevo, la voragine
di bruttura in cui m'ero sprofondato lontano dai tuoi occhi. E nella
loro luce nulla, ne sono certo, fu allora più detestabile di me, se
riuscivo a dispiacere perfino a quella gente, a furia di bugie con
cui ingannavo l'istitutore e i maestri e i genitori: per la voglia
che avevo di giocare, e la passione per gli spettacoli leggeri, con
l'istrionica smania di imitarli che mi mettevano addosso. Rubavo
anche, dalla dispensa di casa e da tavola, o per gola o per avere di
che far doni agli altri bambini: perché la loro compagnia per
giocare, benché ci si divertissero quanto me, me la vendevano. Nel
gioco poi ero dominato dalla vana ambizione di eccellere, al punto
che spesso rapinavo vittorie fraudolente. Lo facevo agli altri, ma
non lo sopportavo da parte loro: e se li coglievo in fallo
protestavo fierissimamente: ma se ero io ad essere colto in fallo e
redarguito, preferivo arrivare alla violenza piuttosto che cedere. E
questa sarebbe l'innocenza dei bambini? No, non esiste, Signore, non
esiste: ma figuriamoci, Dio mio! Sempre la stessa storia, prima per
noci e palline e passeri, sotto gli istitutori e i maestri, e poi
sotto i prefetti e i re per l'oro, i poderi, gli schiavi: sempre la
stessa storia mentre le età si succedono sempre più avanzate, come
alla verga succedono più gravi supplizi. Per questo tu che sei il
nostro re non hai voluto approvare, nella statura infantile, che il
simbolo dell'umiltà, quando hai detto: È di chi assomiglia a loro,
il regno dei cieli.
20.31. E tuttavia, Signore che altissimo e ottimo
fondi e governi tutto ciò che esiste, a te, Dio nostro, grazie:
anche se mi avessi voluto davvero soltanto bambino. Sì, anche allora
esistevo, vivevo e sentivo, e mi prendevo cura della mia
conservazione, questo ricordo o traccia della tua misteriosa unità,
da cui venivo; e avevo l'intima percezione dei miei sensi per
custodirne l'integrità, e anche in quei miei piccoli pensieri di
piccole cose prendevo gusto alla verità. Non volevo essere
ingannato, avevo una memoria vivida, ero dotato della parola, mi
lasciavo intenerire dall'amicizia, fuggivo il dolore, l'avvilimento,
l'ignoranza. Che cosa c'era in quell'essere vivo che non fosse
mirabile e degno di lode? Ma tutti questi sono doni del mio Dio. Non
sono stato io a darmeli: e sono beni, e tutto questo sono io. Dunque
è buono quello che ha fatto me, ed è lui il mio bene, e rendo onore
a lui per tutti i beni che costituivano il mio essere, anche da
bambino. Il mio peccato era soltanto di non cercare in lui, ma nelle
sue creature, in me stesso e negli altri, piaceri, distinzioni,
verità: e così precipitavo incontro a dolori, equivoci ed errori.
Grazie, mia dolcezza e mia gloria, mia fiducia. Grazie Dio mio dei
tuoi doni: ma tu conservameli. E così mi salverai, e crescerà e si
compirà quello che tu mi hai dato, e io sarò con te, perché se sono
è soltanto per te.
LIBRO SECONDO
[A SEDICI ANNI]
1.1. Voglio ricordare le passate brutture e le
devastazioni inflitte dalla carne all'anima: non perché io le ami ma
per amare te, Dio mio. È per amore del tuo amore che lo faccio, e
ripercorro le vie della mia infamia nell'amarezza di questa
rimemorazione: perché tu possa addolcirmela, dolcezza senza inganno,
tu felice dolcezza senza angosce. Che mi raccogli dalla dispersione
e ricomponi i mille pezzi in cui mi sono frantumato, quando volgendo
le spalle all'uno - a te - sono svanito nel molteplice. Vi fu un
tempo, l'adolescenza, in cui bruciavo dalla voglia di provare le
cose più basse, e fino in fondo: e mi lasciai pullulare una selva di
ombrosi amori, e la mia bella forma ne fu devastata e qualcosa marcì
dentro di me ai tuoi occhi, mentre a me stesso piacevo e volevo
piacere agli occhi degli uomini.
[Gli amori dell'adolescenza]
2.2. Niente mi deliziava quanto amare ed essere
amato. Ma non ne mantenevo la misura, da anima ad anima, il luminoso
limite dell'amicizia. Come una nebbia saliva dal limo del desiderio
sensuale e dagli umori della pubertà e mi oscurava, mi offuscava il
cuore, fino a che il chiaro cielo dell'affetto si confondeva alla
foschia dell'erotismo. E tutt'e due m'accendevano dentro un solo
incendio e cacciavano allo sbaraglio improvviso delle passioni
quella malcerta età e la sprofondavano in un pozzo di vergogna. La
tua collera era cresciuta sopra di me, e non me ne accorgevo. Mi
lasciavo assordare dallo stridore di catena della mia mortalità,
pena per l'orgoglio dell'anima, e andavo via più lontano da te che
mi lasciavi andare, ed ero agitato e traboccante e colavo fuori
ribollendo di voglie, e tu tacevi. Mia tardiva allegrezza! Tacevi
allora, e io lontano da te sempre più mi perdevo in mille e mille
sterili semi di dolori, superbo nell'abiezione e nella fatica
inquieto.
- 3. Nessuno avrebbe potuto porre un limite alla
mia affannosa tristezza e volgere a buon uso le fugaci bellezze
delle infime cose, e indicare una meta al piacere che mi davano,
fino a che i marosi della mia età si frangessero sulla spiaggia del
matrimonio, se non potevano placarsi e contenersi entro i limiti
della procreazione di figli. Come prescrive la tua legge, Signore
che plasmi perfino la propaggine della nostra morte, tu che puoi
temperare con mano leggera le spine che nel tuo paradiso non
c'erano. Perché non è lontana da noi la tua onnipotenza, anche
quando siamo lontani da te. Fossi stato più lucido! Avrei certo
avvertito il tuono delle tue nubi: Costoro avranno tribolazioni
nella carne, e io vorrei risparmiarvele, e: È bene per l'uomo non
toccare donna! E: Chi è senza moglie pensa alle cose di Dio, e a
piacere a Dio; ma chi è vincolato dal matrimonio pensa alle cose del
mondo, e a piacere alla moglie. Sì, fossi stato più lucido avrei
prestato ascolto a queste voci, e una volta castrato per amore del
regno dei cieli più felice mi sarebbe stata l'attesa dei tuoi
abbracci.
- 4. Infelice: invece ruppi gli argini,
abbandonandomi a quel mio impeto fluviale, e ti lasciai e
oltrepassai tutti i limiti della tua legge e non scampai al tuo
staffile - e chi vi scampa fra i mortali? Tu eri sempre là, con
feroce tenerezza, a tormentarmi, a cospargere di amarezza e disgusto
tutte le mie allegrie di seduttore, perché cercassi l'allegria che
non disgusta. E ci fossi riuscito, là niente avrei trovato
all'infuori di te, Signore, di te che mascheri di dolore la legge e
ci colpisci per guarirci e ci uccidi per non lasciarci morire
lontano da te. Dov'ero, in quale esilio lontano dalle dolcezze della
tua casa, in quel sedicesimo anno d'età della mia carne? Fu allora
che si impadronì di me (e io mi ero consegnato con le mani legate)
una frenesia di piacere amoroso, disonore dell'uomo quando è
sfrenato, illecito per le tue leggi. I miei non si curarono di
arginare col matrimonio quel fiume in piena che ero: la loro unica
preoccupazione era che imparassi a comporre i discorsi migliori e a
persuadere con l'arte oratoria.
[Interruzione degli studi]
3.5. E proprio quell'anno i miei studi erano
stati interrotti. Ero stato richiamato da Madaura, vicina città dove
già mi ero trasferito per studiare letteratura e retorica, e ora si
tentava di trovare il denaro per un mio soggiorno molto più lontano,
a Cartagine. E questo era più consono all'ambizione che ai mezzi di
mio padre, assai modesto cittadino di Tagaste. A chi racconto tutto
questo? No, non a te, Dio mio, ma alla tua presenza io lo racconto
al genere umano, al genere che è mio, per quanto piccola sia la
parte di esso che si imbatterà in queste mie pagine. E a che scopo?
Perché io stesso e chiunque mi legge consideriamo da che profondità
debba levarsi a te il nostro grido. Eppure che cos'è più vicino al
tuo orecchio di un cuore che ti riconosce, di un vivere di fede?
Allora non c'era nessuno che non approvasse incondizionatamente un
uomo come mio padre, che per mantenere agli studi lontano da casa il
figlio non badava a spendere al di là delle sue possibilità
patrimoniali. Molti concittadini assai più ricchi si guardavano bene
dall'affrontare per i loro figli un impegno del genere. E intanto
quello stesso padre non si preoccupava di come io crescessi ai tuoi
occhi, o di quanto fossi casto, purché fossi un coltivato oratore -
cioè del tutto incolto nelle cose tue, Dio che sei l'unico, vero e
buon padrone del tuo campo, del mio cuore.
- 6. Ma quando - ero appunto nel sedicesimo anno
- dovetti interrompere la scuola per queste ragioni familiari, e
nell'intermezzo di vacanza tornai a stare coi miei genitori,
altissimi mi crebbero i rovi della libidine, tanto che ne fui
soverchiato: e non c'era mano che li sradicasse. Anzi mio padre, una
volta che, ai bagni, si accorse guardandomi che ero già in piena
pubertà, con tutti i segni di un'adolescenza inquieta, preso da una
specie di esaltazione all'idea dei futuri nipoti, lo fece notare a
mia madre: ed era pieno di gioia, di quella sbornia di gioia in cui
questo mondo s'è dimenticato di te, del suo creatore, e s'è
innamorato delle tue creature, ubriaco di un vino invisibile: la sua
volontà perversa, incline a ciò che è più basso. Però nel cuore di
mia madre tu avevi già gettato le fondamenta del tuo tempio, della
tua sacra dimora: mentre lui era soltanto un catecumeno, e per di
più di fresca data. Fu un duro colpo per lei, che fu presa da
trepidazione e religioso timore: benché ancora non fossi battezzato
paventava le vie tortuose in cui cammina chi volge a te la schiena e
non la faccia.
- 7. Infelice! E oso dire che tu tacevi, Dio mio,
mentre mi allontanavo da te? Tacevi davvero, allora, per me? E di
chi erano se non tue le parole che mi cantavi nelle orecchie per
bocca di mia madre, a te fedele? Ma non mi scendevano in cuore,
nemmeno una ci arrivava per tradursi in fatti. Lei voleva che io
rinunciassi agli amorazzi - e mi ricordo l'ansia enorme con cui mi
ammoniva in segreto - soprattutto di guardarmi dall'adulterio con
qualunque donna sposata. E a me parevano consigli da donne, che mi
sarei vergognato di seguire. E invece erano i tuoi, e io non lo
sapevo e credevo che tu tacessi e che a parlare fosse solo lei,
quella di cui tu ti servivi per non tacere: e in lei io disprezzavo
te, io, sì, suo figlio, figlio della tua ancella, servo tuo. Ma lo
ignoravo e correvo a precipizio, talmente cieco da vergognarmi di
esser meno svergognato dei miei coetanei. Li stavo a sentire mentre
si vantavano dei loro vizi e più erano brutti più se ne gloriavano,
e quel che piaceva era fare non solo per il piacere del fatto, ma
anche per il prestigio che ne conseguiva. Che cosa meriterebbe di
esser biasimato più del vizio? Ma io diventavo più vizioso per non
essere biasimato, e quando per difetto di colpe non arrivavo alla
pari coi peggiori, mi inventavo azioni che non avevo commesso, per
paura di apparire tanto più meschino quanto meno ero colpevole, e di
esser giudicato tanto più vile quanto più ero casto.
- 8. Erano questi i miei compagni di
vagabondaggio per le piazze di Babilonia: e io mi rotolavo in quel
fango come fosse un balsamo o un profumo prezioso. E per incollarmi
ancora più tenacemente al suo ombelico mi cavalcava l'avversario
invisibile e mi seduceva - e facilmente mi lasciavo sedurre. Perché
perfino lei che era già fuggita dal centro di Babilonia, e però si
attardava ancora alla sua periferia, dico la madre della mia carne,
mi aveva sì raccomandato il pudore, ma poi non si preoccupava
abbastanza della cosa che da suo marito era venuta a sapere di me: e
se non poteva eliminarla tagliando nel vivo, arginarla nei limiti di
un affetto coniugale le pareva fin d'allora devastante e pericoloso
per il mio futuro. Non se ne preoccupò perché temeva che l'impaccio
di una moglie potesse frustrare le mie speranze. Non la speranza
della vita futura, che mia madre riponeva in te, ma quelle degli
studi letterari, che entrambi i genitori erano troppo desiderosi di
vedermi portare a compimento: lui, perché su di te non nutriva alcun
pensiero o quasi, e su di me solo pensieri fatui; lei, perché
riteneva che l'educazione letteraria tradizionale non solo non
sarebbe stata un ostacolo, ma anzi in qualche misura un aiuto, nel
mio cammino verso di te. Questa è almeno la congettura che posso
avanzare, in questo tentativo di richiamare alla mente il carattere
dei miei genitori. E mi allentavano anche le briglie ai
divertimenti, ben oltre il tenore di una severità moderata, fino a
dare via libera a tutta la varietà delle mie passioni. E su tutte le
cose gravava una foschia che mi precludeva il cielo sereno della tua
verità, mio Dio. E come dal grasso mi spuntava l'occhio della
malignità.
[Il furto di pere]
4.9. Certamente la tua legge punisce il furto,
Signore, e così la legge scritta nel cuore degli uomini, che neppure
la loro ingiustizia può cancellare. Non a caso non c'è ladro che si
lasci derubare senza batter ciglio! Neppure se è ricco e l'altro
ruba per sfamarsi. E io volli commettere un furto, e lo commisi
senza essere in miseria: o forse sì, povero com'ero di giustizia,
che avevo a noia, e straricco di iniquità. Rubai quello che avevo in
abbondanza e di qualità molto migliore, e del resto non era per
goderne che volevo rubarlo, ma per il furto stesso, per il peccato.
C'era un pero nelle vicinanze della nostra vigna, carico di frutti
non particolarmente invitanti all'aspetto o al sapore. Era una notte
fosca, e noi giovani banditi avevamo tirato così in lungo i nostri
scherzi per le strade, secondo un'abitudine infame: e ce ne andammo
a scuotere la pianta per portar via le pere. Ce ne caricammo addosso
una quantità enorme, e non per farne un'abbuffata noi, ma per
gettarle ai porci - e se anche ne assaggiammo qualcuna fu solo per
il gusto della cosa proibita. Ecco il mio cuore, Dio, ecco il cuore
che in fondo all'abisso ha suscitato la tua pietà. E questo cuore
ora ti deve dire che cosa andava cercando laggiù: volevo fare una
cattiveria gratuita, senza avere altra ragione d'essere malvagio che
la malvagità. Era brutta, e l'ho amata: ho amato la mia morte, il
venire a mancare - e non l'oggetto di questa mancanza, no, ma la mia
mancanza stessa ho amato, anima vergognosa che si schioda dal tuo
fondamento per annientarsi, e non per qualche bruttura particolare,
ma per il suo desiderio del brutto.
5.10. I corpi belli, l'oro e l'argento e tutte le
cose colpiscono per l'aspetto visibile; nel tatto ciò che conta di
più è la proporzione, e a ciascuno degli altri sensi corrisponde un
particolare aspetto dei corpi. Anche il prestigio temporale e il
potere e il prevalere hanno un loro pregio, da cui nasce anche la
voglia di vendetta: tuttavia nel perseguire tutti questi beni non
c'è bisogno di uscire da te, Signore, né di trasgredire la tua
legge. E la vita che viviamo qui ha un suo fascino, dovuto a una
certa misura di dignità e di accordo con tutte queste bellezze
inferiori. E anche l'amicizia degli uomini è dolce nel suo caro nodo
che stringe molte anime in una. Per tutte queste cose, o altre del
genere, si commette peccato soltanto se una immoderata inclinazione
verso di esse induce ad abbandonare per loro, che sono beni infimi,
i migliori o i supremi. Cioè te, nostro Signore e Dio, e la tua
verità e la tua legge. Anche le cose più basse hanno le loro
attrattive, ma non come il mio Dio che di tutte è l'autore, perché
in lui trova il suo piacere il giusto, ed è lui la delizia dei puri
di cuore.
- 11. Quando si cerca il movente di un delitto,
di solito non si resta convinti finché non viene in luce la
possibilità almeno che si tratti del desiderio di uno di quei beni
che abbiamo definito inferiori, o la paura di perderlo. Son pur
sempre cose belle e degne, ancorché spregevoli e basse di fronte a
quelle fonti di beatitudine che sono i beni superiori. Uno ha
ammazzato un uomo. Perché l'ha fatto? Desiderava sua moglie o il suo
podere, o voleva procurarsi di che vivere con una rapina, o temeva
di perdere una di queste cose per colpa della vittima, o si è
lasciato infiammare dal desiderio di vendicarsi di un'offesa.
Avrebbe mai ammazzato un uomo senza una ragione, per il puro piacere
dell'omicidio? E chi potrebbe crederlo? Di un uomo crudele fino alla
pazzia è stato scritto che era malvagio e crudele in modo gratuito:
ma perfino in questo caso viene data una ragione, subito prima:
perché, diceva, non gli si intorpidisse la mano o la mente,
nell'ozio. E anche questo, a che scopo? Perché? È evidente: quell'allenamento
ai delitti gli serviva per impadronirsi di Roma, ottenere cariche
pubbliche, potere e ricchezze; per liberarsi dal timore delle leggi
e dai problemi derivanti dalla povertà della sua famiglia e dal
rimorso per i delitti compiuti. In conclusione, perfino Catilina non
amava i propri delitti, ma un'altra cosa: il fine per cui li
perpetrava.
[Un gesto gratuito]
6.12. E a me, infelice, cosa piaceva in te, mio
furto, notturna bravata dei miei sedici anni? Non eri bello, dato
che eri un furto. Ma sei qualcosa tu, perché io ti rivolga la
parola? Erano belli i frutti che rubammo perché erano creature tue,
bellissimo fra tutte le cose, loro autore, Dio buono, Dio sommo bene
e mio bene vero; erano belli quei frutti, ma non erano la cosa
desiderata da quest'anima miserabile. Perché io ne avevo in
abbondanza di migliori, ma colsi proprio quelli, soltanto per
rubare. E infatti una volta che li ebbi colti li gettai per
abbuffarmi soltanto della mia ingiustizia, che mi dava un grande
piacere. E se qualcuno di quei frutti mi finì sotto i denti, era la
brutta azione che gli faceva da condimento. E ora, mio Signore e
Dio, io mi chiedo che cosa mi piacesse tanto in quel furto, e non ci
vedo un'ombra di bellezza: non dico di quella che si trova nella
giustizia e nella saggezza, ma neppure di quella che sta nella mente
dell'uomo e nella sua memoria, nei suoi sensi e nella vita
vegetativa. Non un'ombra: non lo splendido rango delle stelle, non
la bellezza della terra e del mare folti di vite in potenza, nella
vicenda di nascite e morti; neppure, infine, quella bellezza
evanescente e umbratile che è il fascino ingannevole dei vizi.
[La perversa imitazione di
Dio]
- 13. In fondo, l'orgoglio è un omaggio alla
grandezza, quando tu solo sei l'eccelso Dio al di sopra del tutto. E
l'ambizione che cosa cerca se non onori e gloria, quando a te solo
fra tutte le cose sono dovuti onori e gloria eterna? E la ferocia
dei potenti vuol essere temuta: ma di chi è che bisogna aver timore
se non del solo Dio? Al suo potere chi è che può strapparsi o
comunque sottrarsi, quando, dove, da chi, per fuggir dove? E le
carezze degli amanti vogliono farsi amare: ma non c'è carezza più
lieve del tuo amore e non c'è passione più salutare di quella per la
tua verità, lucente e bella sopra ogni altra cosa. E la curiosità si
atteggia a brama di conoscenza, quando il conoscitore massimo di
tutto sei tu. Perfino l'ignoranza e l'idiozia si coprono col nome di
semplicità e innocenza, perché nulla c'è di più semplice di te. E
nulla di più innocente, se sono le azioni dei malvagi a rivoltarsi
contro di loro. E l'ignavia è una sorta di aspirazione alla quiete:
ma c'è una quiete certa come Dio? Il lusso poi si fa chiamare
soddisfazione e abbondanza: ma sei tu la pienezza e ricchezza senza
fine di un indistruttibile benessere. Lo sperpero si nasconde
all'ombra della generosità: ma sei tu il più abbondante dispensatore
di ogni bene. L'avidità vuol molto possedere: e tu possiedi tutto.
L'invidia contende il primato: e cosa è migliore di te? L'ira cerca
vendetta: chi nella vendetta è più giusto di te? La paura si
sgomenta d'ogni insolita e repentina minaccia all'integrità delle
cose amate: e cerca nella prevenzione la sua sicurezza. E cosa c'è
di insolito per te? Di repentino? Chi può togliere a te quello che
ami? Dove se non da te è la vera sicurezza? La tristezza si strugge
per le cose perdute che lusingavano il desiderio, perché vorrebbe
che nulla le si potesse strappare, come a te.
- 14. Ed è così che l'anima tradisce, quando ti
volta le spalle per cercare fuori di te qualcosa che non trova puro
e limpido se non tornando a te. Ti scimmiottano tutti, quelli che si
allontanano da te e ti si levano contro. Ma anche scimmiottandoti
mostrano che sei tu il creatore di ogni genere di cose, e che perciò
non c'è luogo a sfuggirti. Che cosa mi piaceva in quel mio furto
dunque, e in che cosa imitai, sia pure colpevolmente e a rovescio,
il mio Signore? Forse prendevo gusto a violare la tua legge almeno
con la frode, visto che con la forza non potevo? Per imitare,
prigioniero com'ero, un'azzoppata libertà facendo impunemente una
cosa proibita, buia caricatura d'onnipotenza? Eccolo qui lo schiavo
fuggitivo, che lasciò il suo padrone e trovò l'ombra. O putredine,
bestia mostruosa della vita, profondità della morte. È possibile che
mi attirasse una cosa proibita, solo perché proibita, e niente
altro?
7.15. Come ricambierò il Signore del fatto che la
mia memoria rievoca tutto questo senza che l'anima se ne sgomenti?
Io saprò amarti Signore, e ringraziarti e riconoscere il tuo nome,
perché mi hai perdonato azioni tanto malvagie e brutte. Lo debbo
alla tua grazia e alla tua compassione, che tu abbia sciolto il
ghiaccio dei miei peccati. Alla tua grazia debbo anche il male che
non ho fatto: perché cosa non avrei potuto fare io che ho amato
persino la colpa gratuita? Eppure sento che tutto è stato perdonato,
il male che spontaneamente ho fatto e quello che mi hai indotto a
non commettere. E poi qual è quell'uomo che considerando la propria
incostanza osa attribuire alle proprie forze la propria castità e
incolpevolezza? Per poi amarti di meno, quasi gli fosse stata meno
necessaria la compassione con cui condoni i peccati a chi si ti si
rivolge. E allora se qualcuno ha udito il tuo richiamo e ha seguito
la tua voce e ha evitato il male di cui legge in queste pagine il
mio ricordo e la mia confessione, non voglia ridere di me: ero
malato e fui guarito da quel medico stesso cui deve di non essersi
ammalato, o forse d'essersi ammalato meno. E voglia amarti
altrettanto, anzi di più, vedendo me liberato da tanta malinconia di
colpe in grazia di colui che non volle ne fosse egli stesso
avviluppato.
[Complicità di gruppo]
8.16. Povero me: che frutto raccolsi allora dalle
cose che ora mi fanno arrossire a ricordarle? E soprattutto, dico,
da quel furto: commesso per amore del furto e per nient'altro,
dunque per niente, niente essendo il furto, così da farmi più povero
ancora. Eppure non l'avrei fatto da solo - se ricordo l'animo mio di
allora - da solo non l'avrei compiuto affatto. Dunque era anche la
complicità dei miei compagni d'avventura ad attrarmi.
Dunque non è vero che era il furto in se stesso a
piacermi, e nient'altro. Ma sì invece: nient'altro, perché anche
quella complicità non era niente. Già, che cos'è in realtà? Che cosa
sia può insegnarmelo solo colui che illumina il mio cuore e discerne
le sue ombre. Che significa questo, che mi viene in mente di
indagare e discutere e valutare quel fatto? Se allora fossi stato
attratto dai frutti che rubai, e avessi desiderato di godermeli,
avrei potuto compiere anche da solo quell'ingiustizia - ammesso che
uno solo bastasse - e arrivare così a cavarmene la voglia, senza
star lì a sfregarci le coscienze per infiammare il mio prurito di
arraffare. Ma siccome non era in quei frutti, il mio piacere era
solo nella colpa, e a suscitarlo era la complicità.
9.17. Che stato d'animo era quello? Il meno che
si possa dire è che era brutto: guai a me che lo provavo. Ma pure in
che cosa consisteva? I peccati chi li capisce? Un riso ci
solleticava il cuore all'idea di far torto a della gente che non se
l'aspettava proprio da parte nostra, e si sarebbe infuriata. Perché
allora mi divertiva tanto non farlo da solo? Forse perché non è
facile ridere da soli? Non è facile, eppure capita anche a singole
persone quando son sole e nessun altro è presente, di scoppiare a
ridere se vedono o gli viene in mente qualcosa di irresistibilmente
comico. Però io non l'avrei fatto da solo, da solo no,
assolutamente. Eccolo davanti a te, mio Dio, il vivido ricordo di
quest'anima. Da solo non l'avrei compiuto, quel furto commesso non
per la cosa rubata, ma per il piacere di rubare: a farlo da solo non
c'era nessun gusto, e non lo avrei mai fatto. Inimicissima amicizia,
inspiegabile seduzione della mente, ansia di male nata dal gioco e
dallo scherzo e desiderio di far danno agli altri senza frenesia di
guadagno o di vendetta, quando qualcuno dice "andiamo, facciamo", e
si ha pudore a non essere impudenti.
10.18. Chi scioglierà questo groviglio tanto
intricato e attorto? È brutto: non voglio più rivolgergli il
pensiero, non voglio più vederlo. Te voglio, innocenza e giustizia,
bella e preziosa di nobili luci, di sazietà insaziabile. Da te c'è
grande quiete, e vita ignara d'ogni turbamento. Chi entra in te,
entra nella gioia del suo Signore e non avrà più paura e si troverà
sovranamente bene nel bene sovrano. Come acqua mi sono dissipato,
scorrendo via da te e ho errato per tutta la mia adolescenza, Dio
mio, troppo lontano dalla tua immobilità. E sono divenuto a me
stesso un paese di miseria.
LIBRO TERZO
[A CARTAGINE: GLI STUDI]
1.1. Arrivai a Cartagine e mi trovai a bagno in
una caldaia ribollente di amori colpevoli. Io non amavo ancora e
amavo l'amore: e una più segreta povertà mi faceva odiare in me
stesso proprio questo non esser povero abbastanza. Cercavo qualcosa
da amare, amando l'amore, e odiavo la serenità di una via senza
trappole. Avevo fame e rifiutavo il nutrimento interiore, cioè te,
Dio mio: non era quello il cibo per cui mi consumavo, ma se non
smaniavo per un cibo eterno non era perché ne fossi sazio: anzi più
digiuno ne ero, e più nausea mi dava. Non era in buona salute
l'anima, era come esulcerata e si gettava fuori, infelice, nel
desiderio di farsi toccare e graffiare dai corpi: che nessuno
amerebbe, se non avessero un'anima. Amare ed essere amato mi era più
dolce se possedevo anche nel corpo la persona amata. E così
inquinavo la sorgente dell'amicizia con i veleni della passione e
offuscavo la sua chiarezza con l'inferno del sesso. Eppure,
sgraziato e volgare com'ero, mi studiavo follemente, nella mia
straripante vanità, d'essere raffinato ed elegante. Infine
precipitai nell'amore, da cui volevo esser fatto prigioniero. Dio
mio di compassione, di quanto fiele mi hai cosparso quella dolcezza!
Tale è la tua bontà. Fui amato, giunsi a un segreto vincolo di
intimità, e mi avvolgevo voluttuosamente in grovigli d'angoscia per
cedere ai colpi delle fruste di fuoco: sì, gelosie e sospetti e
paure e rabbie e litigi.
[Il teatro: una passione.
Psicologia dello spettatore]
2.2. Mi affascinavano gli spettacoli teatrali,
pieni di immagini delle mie angosce e di paglia per il mio fuoco.
Come mai vuole piangere l'uomo in questi luoghi, davanti agli
spettacoli di tragedie e morti che mai vorrebbe egli stesso
soffrire? Pure, soffrire è proprio quello che lo spettatore vuole, e
questa sofferenza gli è un piacere. Cos'è, se non la nostra povera
follia? Meno si è immuni da quelle passioni, e più ci si commuove:
anche se il proprio soffrire si chiama passione, e il soffrire per
gli altri compassione. Ma infine che razza di compassione è se son
solo finzioni, effetti da teatro? Al punto che lo spettatore non è
indotto a portare soccorso, ma viene solo invitato a una dolorosa
immedesimazione, e apprezza tanto più l'attore tragico quanto più
questa riesce. E se la recitazione di quelle disgrazie antiche o
immaginarie non fa soffrire abbastanza lo spettatore, quello se ne
va annoiato e protesta; se invece soffre, rimane attento e piange, e
così si diverte.
- 3. Dunque amiamo le lacrime e il dolore. Senza
dubbio ogni uomo desidera la gioia. E se a nessuno piace essere
infelice, forse è il piacere della compassione, che non può esser
senza qualche dolore, la sola ragione di amare il dolore? E anche
questo è un rivolo di quella sorgente, l'amicizia. Ma dove va? Dove
scorre? E perché sfocia in un fiume di pece bollente, nei gorghi di
un piacere malinconico, in cui la stessa amicizia si muta e si
stravolge, sviandosi e precipitando di propria iniziativa dalla sua
limpida serenità? E allora bisogna rifiutare la compassione? Niente
affatto. Si ami pure la sofferenza, talvolta. Ma guardati
dall'impurità anima mia! Resta sotto la protezione del mio Dio, il
Dio dei nostri padri glorificato e celebrato in ogni tempo, guardati
dall'impurità. Non sono privo di compassione, ora: ma allora a
teatro io godevo insieme con gli amanti stretti nei loro abbracci
colpevoli anche se simulati soltanto per il gioco della scena, e in
una sorta di compassione mi rattristavo delle loro separazioni; e in
tutt'e due i modi mi divertivo. Oggi veramente provo maggior
compassione di chi sguazza nelle gioie colpevoli che non di chi
soffre duramente per la privazione di un piacere distruttivo e di
una felicità grama. E questa è certo compassione più autentica, ma
in questo caso non è un piacere rattristarsi. Anche se si approva
per dovere di carità chi soffre per gli infelici, uno che abbia una
compassione genuina preferirebbe che non ci fosse di che soffrire.
Se esiste una benevolenza maligna - che è impossibile - allora anche
chi prova vera e sincera compassione può desiderare che esistano
degli infelici di cui avere compassione. La sofferenza dunque a
volte la si può approvare: amarla, mai. Tu, Dio che ami le anime,
senti per loro una compassione tanto più pura e incorruttibile della
nostra, quanto sei invulnerabile al dolore. Ma chi può tanto?
- 4. Ma io allora amavo quella pena, infelice, e
cercavo di che procurarmela: e in quelle angosce estranee e
immaginarie, da commediante, più lacrime riusciva a strapparmi
l'attore e più mi piaceva la sua recitazione, e tanto più fortemente
subivo il suo potere di seduzione. Non c'è da meravigliarsene,
perché la povera pecora che ero, smarrita lontano dal tuo gregge e
insofferente della tua sorveglianza, era deturpata da una
volgarissima scabia. E perciò questo amore della pena - non per
farmene penetrare molto in profondità, perché certo non avrei amato
patire io stesso quello che amavo negli spettacoli - ma quasi per
farmene sfiorare l'epidermide, da quelle pene immaginarie e teatrali
che erano. Ma come quando ci si gratta la scabia, le conseguenze
erano infiammazioni, gonfiori e infezioni disgustose. Ma era vita
quella vita, Dio mio?
[Vita studentesca. Il
piacere delle trasgressioni]
3.5. Ma alta su di me, lontana, fedele,
volteggiava la tua misericordia. In che malvagie cose mi sono
disperso. Ho ceduto a una curiosità sacrilega, fino a farmi
trascinare, dimentico di te verso le cose più basse e infide, e a un
insidioso culto dei demoni, ai quali offrivo le mie peggiori azioni
in sacrificio. Ma intanto tu continuavi a fustigarmi! Perfino in
mezzo alla folla delle tue cerimonie, fra le pareti della tua chiesa
ho osato desiderare il frutto della morte, e darmi da fare per
ottenerlo. E allora tu mi hai staffilato duramente, ed era ancora
nulla in confronto alla mia colpa, o tu grandiosa misericordia mia,
mio Dio, rifugio che mi scampi alla gente nefasta e devastante fra
cui vagavo carico di boria, e sempre più lontano per le mie vie che
amavo invece delle tue: mia fuggitiva libertà, che amavo.
- 6. Anche gli studi cosiddetti liberali avevano
il loro sbocco nei fori litigiosi dove avrei dovuto eccellere: e
dove la gloria è proporzionale all'abilità negli imbrogli. Tale è la
cecità degli uomini, che perfino della cecità si gloriano. Ormai ero
fra i primi alla scuola di retorica e ne andavo superbo: gonfio di
vento ero, benché di gran lunga più tranquillo - Signore, tu lo sai
- e del tutto estraneo alle gazzarre dei "perturbatori" - già,
questo soprannome sinistro e diabolico è come una patente di
snobismo - fra i quali vivevo. Serbavo dunque un certo pudore
nell'impudenza, perché io non ero come loro: stavo con loro a volte,
e mi divertiva la loro amicizia, ma evitavo sempre con orrore di
partecipare alle loro imprese, cioè alle gazzarre prepotenti con cui
aggredivano la timidezza dei nuovi arrivati e li spaventavano a
furia di scherzi gratuiti, giusto per sfogare la loro maligna
allegria. Niente è più simile alle azioni dei demoni. Non ci sarebbe
stato nomignolo più adatto di "perturbatori", perturbati com'erano
essi stessi per primi e pervertiti da quegli spiriti beffardi:
vittime delle loro seduzioni e dei loro raggiri, per il solo fatto
di prender tanto gusto alle beffe e ai raggiri.
[L'incontro con la
filosofia]
4.7. Erano questi i compagni di un'età ancora
oscillante, che trascorsi studiando i libri d'arte oratoria: in cui
aspiravo a emergere, col fine fatuo e deplorevole di godermi i fasti
della vanità umana. E già, secondo il consueto ordine degli studi,
mi era venuto in mano un libro di un certo Cicerone, la cui lingua è
oggetto di universale ammirazione: cosa che non si può dire del suo
spirito. Ma quel suo libro contiene un'esortazione alla filosofia:
Ortensio, è intitolato. Ed è proprio quel libro che ha mutato il mio
modo di sentire: ha convogliato verso di te, mio signore, tutte le
mie suppliche e mi ha fatto nascere altre ambizioni, altri progetti.
Erano all'improvviso senza alcun valore, tutte quelle speranze della
mia vanità: e nel mio cuore divampò un'incredibile passione per
l'immortalità della sapienza. Cominciava il risveglio che mi avrebbe
ricondotto a te. Quel libro io non lo usai per affinare il mio
linguaggio, cioè per l'acquisto cui parevano destinati i soldi di
mia madre: avevo diciott'anni, e mio padre era morto due anni prima.
Non lo usai per affinare il mio linguaggio: perché era ciò che
diceva ad avermi persuaso, e non come lo diceva.
- 8. Che incendio, mio Dio, che incendio questo
in cui mi struggevo di levarmi in volo per ritornare a te, via dalle
cose terrene, e non sapevo cosa volevi far di me! Sta presso di te
la Sapienza. Ma l'amore della sapienza ha il nome greco di
filosofia, e per quel nome mi accendevo, leggendo. Si può sedurre,
con la filosofia: c'è gente che usa il suo grande nome affascinante
e nobile per imbellettare e mascherare i propri errori, e quasi
tutti quelli di questa razza, contemporanei o precedenti all'autore,
sono segnalati e bollati in quel libro. Là si mostra salutare il
consiglio donato dal tuo spirito per bocca del tuo buon servo
devoto: Badate che nessuno vi inganni con la filosofia e la vana
seduzione conforme alla tradizione umana, conforme agli elementi di
questo mondo e non conforme a Cristo, perché in lui abita
corporalmente tutta la pienezza della divinità. A quel tempo, lo
sai, lume del mio cuore, ancora non conoscevo queste parole
dell'Apostolo: ma in quell'esortazione bastava ad avvincermi
l'invito, che il discorso mi faceva, ad amare non questa o quella
setta ma la sapienza stessa, dovunque fosse: e a cercarla,
conseguirla, possederla e stringerla a sé con forza. Quel discorso
mi accendeva e mi faceva ardere, e in tanto fuoco una cosa sola mi
raffreddava, che non vi comparisse il nome di Cristo, perché questo
nome - secondo la tua bontà, Signore - questo nome del mio
Salvatore, tuo figlio, il mio cuore ancora intatto l'aveva
fiduciosamente succhiato col latte materno e lo conservava nel
profondo. E senza questo nome qualunque opera, per quanto dotta e
raffinata e veridica, non mi conquistava del tutto.
[Primo approccio alla
Bibbia...]
5.9. Così decisi di mettermi a leggere le Sacre
Scritture, per vedere com'erano. E cosa mi trovo davanti? Qualcosa
di oscuro ai superbi ma non più accessibile ai piccoli, basso
all'approccio e sublime a procedere e velato di misteri: e io non
ero il tipo da riuscire a passarci, magari chinando la testa, per
quel suo ingresso. Perché quello che sto dicendo non ha niente a che
fare con l'impressione che quel modo di scrivere mi fece allora,
quando mi misi a occuparmene: ma mi sembrò semplicemente indegna del
confronto con la dignità ciceroniana. La mia tronfiaggine rifuggiva
dalla sua misura, e tutto il mio acume non riusciva a penetrare al
suo interno. E invece era fatta per crescere coi piccoli, ma io
disdegnavo di farmi piccolo, ed ero gonfio di boria a furia di darmi
delle arie.
[...e incontro col
manicheismo]
6.10. Fu così che mi trovai in mezzo a persone
pazze d'orgoglio, eccessivamente attaccate alla carne e alla
chiacchiera, che in bocca avevano i lacci del diavolo e il vischio
di una rimasticatura di sillabe: mozziconi del tuo nome, e di quelli
del signore Gesù Cristo e del Paracleto nostro consolatore, lo
Spirito Santo. Li avevano sempre sulle labbra, questi nomi: ma non
erano che strepito e vento. Del resto avevano il cuore vuoto - di
verità.
"Verità, verità" ripetevano, e ne facevano un
gran parlare con me, e in loro non ce n'era un'ombra. E ne facevano
tante di asserzioni false: e non soltanto su di te, che veramente
sei la verità, ma anche sugli elementi di questo mondo, creatura
tua: e figuriamoci che su questo punto son dovuto passare oltre i
filosofi che ne parlavano in modo veridico, per amor tuo, padre mio
e bene sommo, bellezza di ogni cosa bella. O verità, verità, come si
struggevano per te fin da allora le viscere della mia mente, mentre
quelli mi rintronavano continuamente e in tutte le maniere col suono
del tuo nome e il peso enorme dei loro numerosi libri! E quelli
erano i vassoi in cui al posto di te si offriva alla mia fame il
sole e la luna, opere tue: belle, sì, ma pur sempre tue creature,
ben diverse da te e anche dalle prime cose. Perché prima di questi
corpi per quanto luminosi e celesti vengono le tue creature
spirituali. E io neppure di quelle, ma di te sola avevo fame e sete,
verità in cui non c'è mutamento né passa l'ombra delle stagioni. E
invece mi ammannivano su quei vassoi splendidi fantasmi, così che
tanto valeva amare questo sole che almeno per questi occhi è vero,
piuttosto che quelle fantasie di una mente incline a farsi illudere
dagli occhi. Eppure le prendevo per te e le bevevo: non avidamente
però, perché in bocca poi non era quello il tuo sapore - infatti con
quelle vacue invenzioni tu non avevi nulla a che fare - e non me ne
sentivo nutrito, ma sempre più affamato. Il cibo dei sogni è quanto
di più simile a quello degli uomini desti: ma i dormienti non ne
sono nutriti, perché dormono. Ma quei sogni non erano neppure
affatto simili a te che mi parli ora: perché erano fantasmi di
corpi, corpi immaginari, meno certi di questi veri corpi che vediamo
con occhi di carne, celesti o terreni. Li vediamo e come noi li
vedono le bestie e gli uccelli, e sono più certi di quando li
immaginiamo. E questi corpi immaginati a loro volta son più certi di
quelli più grandi, infiniti, che immaginiamo per analogia, e che non
sono più niente del tutto. Come quelle vuotaggini appunto di cui
allora mi nutrivo, senza nutrirmi affatto. Ma tu, amore mio, cui
m'abbandono per essere forte, tu non sei questi corpi che vediamo, e
sia pure in cielo, e nemmeno sei quelli che lassù non vediamo:
perché ne sei l'autore e neppure li annoveri fra le tue opere più
alte. E allora quanto più lontano sei da quelle mie immaginazioni,
fantasmi di corpi che non esistono affatto! Son più certe di loro le
immagini fantastiche dei corpi che esistono, e più certi di queste i
corpi stessi: ma non sono te. Ma neppure sei l'anima, che è la vita
dei corpi - e indubbiamente vale più dei corpi, la loro vita. Tu sei
la vita delle anime, vita delle vite, che vivi di te stessa e non ti
muti, tu vita di quest'anima.
[Il Dio dell'intimo e le
favole]
- 11. Dov'eri allora, e quanto eri lontano? E io
vagavo lontano da te, respinto perfino dalle ghiande dei porci, che
di ghiande nutrivo. Già: quant'eran meglio le favole dei letterati e
dei poeti di quelle trappole! I versi e la poesia e il volo di Medea
servono certo più dei cinque elementi variamente cucinati per i
cinque antri delle tenebre, che non hanno nemmeno un'ombra di
esistenza e uccidono chi ci crede. Perché da versi e poesia io
traggo anche un vero nutrimento: ma se cantavo il volo di Medea non
pretendevo di asserirlo, e se lo udivo cantare non ci credevo: a
quelle fantasie invece credetti. E guai a me! Quanti gradini ho
disceso verso il fondo dell'inferno, affannato e riarso dalla
carestia del vero, al tempo in cui, Dio mio - io lo confesso a te
che allora fosti indulgente, quando non ti confessavo ancora - ti
cercavo con gli occhi della carne. Non con l'intelligenza della
mente, per cui tu m'hai voluto superiore alle bestie. Ma tu m'eri
più interno del mio intimo stesso, e superiore al sommo di me
stesso. Su quella via incontrai la donna sfrontata e sprovveduta,
l'allegoria di Salomone che siede alla porta di casa e va dicendo:
il pane nascosto è più buono, più dolce è l'acqua rubata. Costei mi
sedusse, perché mi trovò allo scoperto, insediato nell'occhio della
carne, a ruminare quello che attraverso di lui avevo divorato.
7.12. Ignaro dell'Altro, che solo è vero, ero
quasi capziosamente indotto ad approvare i miei stolti ingannatori,
quando mi interrogavano sull'origine del male e se Dio fosse
delimitato da una forma corporea e avesse capelli e unghie, e se si
dovessero stimare giuste persone che avevano molte mogli
contemporaneamente e ammazzavano altri uomini e facevano sacrifici
animali. Io che ignoravo tutto questo ne restavo scosso: e mi
sembrava di avvicinarmi alla verità proprio mentre me ne
allontanavo, perché non sapevo che il male non è che privazione di
bene fino al nulla assoluto. E come avrei potuto vederlo, se i miei
occhi non vedevano oltre i corpi | | |