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Andria

 

 

 

 

 

DAGLI "ADELPHOE"

ADELPHOE”, vv. 636/712

  ATTO IV - SCENA V

  Metro

                    636-637 settenari trocaici; 638-678 senari giambici; 679-706 settenari trocaici; 707-711 settenari giambici; 712 ottonario giambico

  Il chiarimento di Eschino con Micione

  MICIONE: Fate come ho detto, Sostrata; io andrò da Eschino per fargli sa­pere come si sono messe le cose.

   Ma chi ha bussato qui alla porta?

ESCHINO: Per Ercole! E’ mio padre: è finita per me.

M: Eschino...

E: Che affari ha costui qui?

M: ...hai bussato tu a questa porta?

   [Tace. Perché non prendermi gioco di lui per un pò? Lo merita, dal momento che non ha mai voluto confidarmi questo (suo segreto)].

   Non mi rispondi nulla?

E: In quanto a me, per quel ch’io sappia, non (ho bussato) a codesta (porta).

M: Sicuro? Infatti mi domandavo con meraviglia che cosa tu avessi a che fare qui.

   [E’ arrossito: la cosa si mette bene[1]].

E: Per piacere, padre, dimmi, che cosa hai tu da fare in questa casa?

M: Per conto mio nulla. Poco fa mi ha trascinato qui dal foro un amico per­ché lo assistessi (in una sua questione).

E: Quale?

M: Te lo dirò: abitano qui alcune povere donnette; tu non le conosci; anzi so bene (che non le conosci); infatti sono venute ad abitare qui da non molto tempo.

E: E poi che altro c’è?

M: C’è una ragazza con la madre.

E: Continua.

M: Questa ragazza è orfana del padre: il parente più stretto a lei è questo mio amico: le leggi[2] le impongono di sposarlo.

E: Per me è finita!

M: Che c’è?

E: Niente, bene, continua.

M: Egli è venuto per portarsela via con sè; infatti abita a Mileto.

E: Eh! Per portar via con sè la ragazza?

M: Proprio così.

E: In nome del cielo, fino a Mileto?

M: Si.

E: Mi sento male. Ma esse, che cosa, che cosa dicono?

M: Che cosa pensi che esse (possano dire)? Nulla davvero.

   La madre, però, ha inventato una storia, che cioè (alla ragazza) è nato un figlioletto da un altro uomo, non so da chi, ma non ne ha fatto il nome; (dice) che quello ha la precedenza e che (perciò la ragazza) non deve essere data in moglie a questo (suo parente).

E: Oh,  bella! Insomma, non ti pare questa una buona ragione?

M: No.

E: Perché no, di grazia? Forse, padre, costui se la porterà via da qui?

M: Perché non la dovrebbe portar via?

E: Avete agito con troppa durezza e senza pietà, anzi, o padre, e lascia che te lo dica, con troppa franchezza, (avete agito) in modo sconveniente[3].

M: Perché?

E: E me lo domandi? Quali sentimenti insomma pensate che proverà quell’infelice che è stato il primo a far l’amore con lei e che, poveretto, forse l’ama ancora perdutamente, quando sotto i propri occhi se la vedrà strappar via e portar lontano? Che brutta azione, padre!

M: Per quale ragione (dici) ciò? Chi gliel’ha promessa? Chi gliel’ha data? A chi è andata sposa lei e quando? Chi ha dato il consenso[4]? Perché sposò (una donna) destinata ad altri?

E: Doveva forse ammuffire in casa una ragazza (come lei) in età da marito attendendo finché questo suo parente venisse di là (da Micione) qui (da lei)?

   Queste cose, caro padre, avresti dovuto esporre e sostenere.

M: E’ proprio curiosa! Avrei dovuto parlare contro colui in difesa del quale ero venuto come avvocato? Ma che ci importa di queste cose, Eschino? O che interessi abbiamo con essi? Andiamocene; ma che hai? Perché piangi?

E: Ascoltami, padre, te ne prego.

M: Eschino, ho udito tutto e so (tutto)[5]; io ti amo davvero e perciò maggiormente mi sta a cuore (tutto) ciò che fai.

E: Vorrei che tu, o padre, finché vivrai, mi amassi così, per i miei meriti, per come mi addolora moltissimo di aver commesso questa mancanza e perciò provo vergogna davanti a te.

M: Lo credo veramente; infatti conosco la tua indole onesta; ma temo che tu sia troppo trascurato.

   Insomma; in quale città credi di vivere? Hai sedotto una ragazza che non avevi il diritto di toccare. Questa (è) la prima colpa, (colpa) grave, sì, tutta­via nella natura umana: l’hanno spesso commessa anche altri (che pur sono) galantuomini.

   Ma dimmi un pò: dopo che l’hai commessa, hai forse considerato la cosa in tutti i suoi aspetti? O hai forse pensato a ciò che dovevi fare ed in che modo? (Hai pensato) come avrei potuto saperlo, se tu stesso ti vergognavi di parlarmene?

   E mentre continuavi ad essere incerto, son passati dieci mesi.

   Per quanto almeno è dipeso da te, hai rovinato te, quella poveretta ed il bambino.

   Credevi forse che gli dei avrebbero fatto tutto per te, mentre te ne stavi a dormire[6]?

   E che essa ti sarebbe stata condotta a casa, nella tua camera da letto, senza che tu ti dessi da fare?

   Mi auguro che tu non sia allo stesso modo imprevidente (anche) nelle altre cose. Sta’ tranquillo, la sposerai[7].

E: Eh?

M: Sta’ tranquillo, te lo ripeto.

E: In nome del cielo, padre, (perché) ora vuoi prenderti gioco di me tu?

M: Io di te? Perché?

E: Non lo so: temo di più appunto perché desidero così fortemente che sia vero (tutto) quello (che dici).

M: Va’ a casa e prega gli dei che ti venga in casa la moglie: va’.

E: Che? Di già la moglie?

M: Di già.

E: Di già?

M: Ma si, al più presto.

E: Possano maledirmi gli dei tutti, o padre, se non è vero che io ora ti amo più dei miei occhi.

M: Che cosa? (Mi ami più) di lei?

E: Quanto lei.

M: Troppa grazia.

E: Ebbene, dove è l’uomo di Mileto?

M: Non esiste più, se ne è andato, si è imbarcato. Ma perché non ti muovi?

E: Va’, padre, pregali tu piuttosto gli dei; infatti so bene che essi daranno tanto più retta a te in quanto sei molto più buono di me.

M: Io entro in casa a far preparare ciò che occorre: tu, se hai giudizio, fa’ come ti ho detto.

E: Che affare è questo[8]? Questo significa essere padre o essere figlio? Se fosse un fratello o un amico, come potrebbe essere più compiacente verso di me[9]? Dovrei non voler bene a lui, ad un uomo tale, dovrei non averlo nel cuore? Oh! Appunto perciò con la sua indulgenza mi ha messo addosso un grande scrupolo[10] che io possa per caso fare imprudentemente ciò che egli non vorrebbe (che io facessi): sapendolo mi guarderò (dal farlo).

   Ma (perché) indugio ad entrare? (Forse temo) di far ritardare proprio io le mie nozze?


[1] Il rossore di Eschino è per Micione un segnale positivo: indica che il giovane non si è aperto con il padre non per paura, ma per pudore, per ritegno a dargli un dispiacere. Analogo concetto in Menandro.

[2] La legge ateniese a cui si allude era attribuita a Solone e prevedeva che un’orfana fosse sposata dal parente più prossimo: a questa stessa legge si fa riferimento anche nel “Phormio”.

[3] Ancora riferisce il Riverdito: Venendosi qui a scontrare la disumanità astratta del “ius” e la praticità problematica dell’”aequum”, Terenzio, per bocca di Eschino, attacca l’iniquità della rigida applicazione di ciò che è legge, cioè il fatto che il parente più prossimo voglia far valere il proprio diritto di prelazione matrimoniale sull’orfana senza mezzi materiali, in nome del sentimento di umanità e dei verdetti istintivi del cuore.

[4] Perchè il matrimonio fosse formalmente valido i genitori avrebbero dovuto dare il loro consenso: Micione continua a simulare di attenersi ad una linea di correttezza giuridica, indifferente alle ragioni del cuore.

[5] Garbarino: Quando finalmente il giovane si decide a gettare la maschera, il padre gli risparmia, con delicatezza e generosità, l’umiliazione della confessione; anzi, proprio nel momento in cui l’emozione del giovane culmina nelle lacrime, lo rassicura confermandogli il suo amore.

[6] A questa scena cruciale della commedia, riferisce la Rampioni, si è soliti annettere un particolare significato in rapporto alle convinzioni pedagogiche di Terenzio. Secondo alcuni, Micione non intenderebbe fare una predica o una lezione al figlio, ma un semplice esperimento per saggiare se esiste in lui il “pudor”, il senso morale. A noi pare che dalle parole di Micione si enucleino almeno tre imperativi ai quali secondo Terenzio dovrebbe uniformarsi un’esistenza autenticamente morale: il rispetto per ogni norma di convivenza civile, la confidenza verso il genitore-amico, il dovere di ri­spondere delle proprie azioni di fronte agli altri ed alla propria coscienza. Questo, almeno in linea di principio.

[7] Il Bo dubita che Micione anticipi più di tanto le moderne vedute pedagogiche: In realtà Micione non lascia neanche che Eschino chieda il suo intervento, interviene lui prima e provvede a tutto, di­venta lui il suo dio protettore, ma approfitta della circostanza e dell’occasione propizia per farlo ragionare sui fatti, fargliene trarre degli ammaestramenti per l’avvenire.

[8] Eschino, rimasto solo davanti alla porta di casa, sta riflettendo ad alta voce sul senso dell’esser padre e dell’esser figlio.

[9] Del Corno: Nella commedia, e nell’esperienza della vita, in Grecia e soprattutto a Roma, il padre rappresentava l’autorità più che la solidarietà affettiva, offerta piuttosto dai fratelli e dagli amici: di qui lo stupore di Eschino, pure assuefatto alla tenerezza di Micione.

[10] Micione con la sua indulgenza fa nascere in Eschino quasi un senso di colpa, che si esplica nel ti­more di commettere senza accorgersene qualcosa che il padre non voglia.

 

     

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Ultimo aggiornamento:  18-03-07