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“ADELPHOE”,
vv. 81/154
ATTO I - SCENA II
Metro:
senari giambici
Il dissenso di Demea con Micione
DEMEA:
Oh, proprio a proposito! Vado in cerca proprio di te.
MICIONE:
Perché sei preoccupato?
D:
E me lo domandi dal momento che a noi è (un figlio come)
Eschino? Perché io sono preoccupato?
M:
Non dicevo che così sarebbe finita? Cosa ha combinato?
D:
Che cosa ha combinato egli che non si vergogna di nulla, non
teme nessuno né crede di essere soggetto a nessuna legge? Infatti
non considero ciò che (da lui) è stato commesso prima: che cosa di
vergognoso non ha combinato poco fa!
M:
Di che cosa mai si tratta?
D:
Ha sfondato una porta e si è precipitato a forza in casa di
altri; ha battuto fino ad ucciderli il padrone e tutta la servitù;
ha portato via la donna che amava: tutti gridano che è stata
commessa un’azione molto vergognosa.
Quanti, o Micione, me lo hanno detto mentre venivo qua!
(La notizia) è sulla bocca di tutti.
Insomma, se bisogna portare un esempio, non si accorge che suo
fratello bada agli interessi di casa e vive in campagna
modestamente e frugalmente?
Quello (non ha commesso) nessuna azione simile a questa.
E quando dico queste cose a lui, le dico a te, o Micione: (sei
proprio) tu (che) lasci che egli si guasti.
M:
Non c’è mai nulla più ingiusto di un uomo privo di esperienza,
il quale non considera ragionevole se non quello che ha fatto lui.
D:
A che cosa (mira) questo (discorso)?
M:
Perché tu, o Demea, giudichi male queste cose.
Non è un delitto, credi a me, che un giovane frequenti le donne e
beva: (no), non è (delitto); né (è delitto) sfondare una porta.
Queste cose se non le abbiamo fatte né io né tu, (fu) la povertà
(che) non ci permise di farle.
E tu ora ti fai un merito di ciò che allora facesti costretto
dalla miseria?
Non è giusto; infatti se noi avessimo avuto i mezzi per farlo,
l’avremmo fatto (anche noi).
Anche tu, se fossi (veramente) un uomo, permetteresti a quell’altro
tuo (figliuolo) di fare (lo stesso) ora finché l’età glielo
permette piuttosto che farlo poi, in età non adatta, quando ti
avrà portato a seppellire dopo aver (a lungo) atteso (la tua
morte).
D:
Per Giove, tu, (che sei) uomo (di giudizio), mi fai diventare
pazzo! Non è forse vergogna che un giovane faccia queste cose?
M:
Ah, dammi retta, non infastidirmi spesso con questa questione:
mi hai affidato tuo figlio perché lo adottassi.
Ormai è diventato mio. Se sbaglia in qualche cosa, o Demea,
sbaglia a spese mie; in ciò io sopporto la maggior parte (del
danno).
(Se) banchetta, (se) si ubriaca, (se) odora di profumi, (spende)
del mio; va a donne: gli sarà dato da me denaro finché ne avrò la
possibilità; quando poi non ne avrò le possibilità, forse gli si
chiuderà in faccia l’uscio.
Ha rotto una porta: sarà riparata; ha strappato un vestito: sarà
risarcito; e, grazie agli dei, ho il denaro per farlo, ed ancora
non è scarso.
Insomma o smettila o dammi un giudice, chiunque vuoi: dimostrerò
che tu in questa faccenda sbagli di più.
D:
Ahimè! Impara ad essere padre da quelli che sul serio sanno
(esserlo).
M:
Tu sei padre per (vincolo di) natura, io per i (buoni)
consigli.
D:
Tu coi tuoi consigli (gli fai) qualcosa (di buono)?
M:
Ah, se continui, me ne andrò.
D:
Così tratti tu?
M:
Dovrei forse sentire tante volte la tua musica?
D:
(Eschino) mi sta a cuore.
M:
Anche a me sta a cuore. Ma, o Demea, ciascuno di noi si prenda
cura della parte che gli spetta: tu dell’uno, io egualmente
dell’altro; infatti il prenderti cura di entrambi è come un
ridomandarmi quel (figlio) che mi hai dato.
D:
Ah, Micione!
M:
Così mi sembra.
D:
Che cosa si deve dire? Se ti piace proprio questo, scialacqui,
sperperi, vada alla malora;
(la cosa) non mi riguarda per nulla.
Se ormai una sola parola
d’ora in poi...
M:
Di nuovo, Demea, ti adiri?
D:
O non credi? Ti richiedo forse (il figlio) che ti ho affidato?
Mi dispiace; non sono poi un estraneo; se mi oppongo... ecco,
smetto (di parlare).
Vuoi che mi occupi solo di uno: mi occupo (di uno); e ringrazio
gli dei che è così come voglio (che sia).
Il tuo, invece, se ne accorgerà più tardi... no, non voglio dire
contro di lui (parole) troppo dure.
M:
Ciò che egli dice non è una cosa da nulla, ma nemmeno è tutta la
verità: tuttavia un pò mi dispiacciono queste (sue parole);
ma non ho voluto fargli capire che ne soffro.
Quell’uomo, infatti, è (fatto) così: ogni volta che voglio
calmarlo, mi ci metto di punta e lo smonto, tuttavia egli a stento
sopporta pazientemente (le mie parole); se però io facessi
crescere o se anche assecondassi la sua furia, senz’altro
impazzirei con lui.
D’altra parte Eschino in questa faccenda un pò di torto verso di
noi ce l’ha.
Quale è la cortigiana di cui egli non è stato l’amante o a cui non
abbia dato qualche (dono)?
Infatti, poco fa [credo che si sia ormai stancato di tutte] mi ha
detto di voler prendere moglie.
Speravo che fossero ormai sbolliti (gli ardori della) giovinezza:
ero contento.
Invece, eccolo (cominciare) da capo!
Ma, qualunque cosa ci sia, voglio vederci chiaro ed incontrarmi
con lui, se si trova nel foro.
Del carattere e delle
idee di Demea, riassume il
Piazzi, ci ha informato Micione nel monologo precedente; quindi non ci
stupiamo nel vederlo irrompere in scena tutto imbronciato
verso il fratello che accusa della pessima educazione di
Eschino, uno scavezzacollo senza freni inibitori. Ecco
l’ultima bravata del giovane, di cui Demea ha appena saputo: è
entrato in casa altrui sfondando la porta, ha picchiato a
sangue il padrone ed i servi e ha rapito la donna che amava.
Un’azione da codice penale, anche se poi si verrà a sapere che
il luogo lasciava a desiderare e la donna era una “meretrice”
che Eschino rapiva per conto del fratello Ctesifone,
innamorato di lei al punto da arruolarsi mercenario, se non
l’avesse sposata. Micione minimizza però la gravità
dell’accaduto: il passo
è fondamentale perchè contiene un’implicita definizione di “humanitas”,
intesa come capacità di comprendere con indulgenza e
tolleranza le esigenze altrui diverse dalle proprie, senza
assolutizzare il proprio punto di vista. Ma, uscito Demea,
Micione esprime in un soliloquio la sua preoccupazione. Da
buon filosofo egli ha il senso del relativo, della
poliedricità e complessità delle cose umane, dunque sa bene
che dopo tutto una parte di ragione ce l’ha anche Demea. Il
ragazzo qualche pensiero glielo sta dando da tempo: non sarà
che la pedagogia permissiva è buona solo in teoria?
Sempre sul concetto di “humanitas” ai tempi
terenziani così continua l’Alfonsi:
La consapevolezza
individuale e morale del loro compito direttivo, come loro
“dovere” anzi, fu nei Romani rafforzata, qualche anno dopo la
morte di Terenzio, da Panezio, il filosofo mediostoico.
Panezio crea un’etica che è un’estetica di vita: per cui
ognuno deve realizzare in sè il proprio impegno morale. Ogni
uomo diventa così una “persona”, quasi una maschera nobile di
dignità, e l’insieme delle persone un’umanità eletta che deve
attuare nel mondo l’ideale ellenico della “filantropìa”. Nasce
così nel circolo scipionico il concetto di “humanitas”,
destinato a tanto alto avvenire, per cui il “civis Romanus” si
trasforma in “homo humanus”. E’ idea che implica non solo la
“filantropìa” greca, ma anche giustizia verso gli altri e
solidarietà con i propri simili in nome di un comune limite e
di una comune dignità. Di quest’idea è largamente permeata
tutta la commedia di Terenzio; da questa “humanitas” nasce in
Roma la satira morale di Lucilio, la prima autobiografia di
uomini politici di Rufo, anche la reazione polemica di Catone
che contrappone all’ideale umanistico del circolo scipionico
uno suo.
Bene sintetizza questo concetto in Terenzio lo
Schadewaldt:
Ciò che gli uomini sulla scena sentono e fanno, lo spettatore sente e fa
con loro, e quello che dicono sembra provenire dalle
profondità dell’animo ed è rivolto soprattutto al suo cuore.
dissignavit: il
verbo, secondo il Del
Corno, ha il doppio valore di compiere un’azione
straordinaria, nel bene come nel male: l’esclamazione di
Demea ha un tono amaramente ironico.
in effetti Demea non dice che si tratta di una casa equivoca
e, quindi, il reato ha l’apparenza d’essere ben più grave
La
difesa di Micione, dice il
Barchiesi, ricalca la pacatezza illuminata e filosofica che abbiamo imparato a
conoscere. In questa flemma c’è qualcosa di sorprendente,
perchè le novità portate da Demea non sembrano irrilevanti
scappatelle, e certamente il pubblico trova un pò leggerina
questa pronta assoluzione
Un’interpretazione suggestiva che si attaglia bene all’intera
commedia ce la offre il
Lentano:
Nella commedia latina il
ratto o l’esposizione delle fanciulle, il conseguente stato di
cortigiana o schiava, l’agnizione finale simboleggiano tre
fasi di un rito di passaggio dall’adolescenza alla condizione
adulta, rispettivamente: la separazione anche violenta
(rapimento, naufragio) dallo statuto di partenza; il momento
di “marginalità”, di sospensione o rovesciamento delle regole
vigenti, in cui la fanciulla sperimenta una condizione
(meretricio, schiavitù) opposta a quella alla quale si viene
preparando; il momento del reingresso, segnato
dall’agnizione, nella società ad un livello qualitativamente
superiore (matrimonio). La commedia, quindi, rispecchierebbe
anche il passaggio del maschio dalla fase adolescenziale e
presociale della marginalità a quella dell’integrazione nella
società degli adulti.
leggiamo in un saggio del
Vitali:
Che il problema del
metodo da seguire nell’educazione dei figli, problema antico e
moderno e sempre attuale, agitasse gli spiriti dei
contemporanei di Terenzio non c’è naturalmente da dubitare; e
c’è da credere anzi che esso fosse, più che in qualunque altro
luogo, dibattuto in
Roma, ove la “patria potestas” era tanto vasta e rigida, e,
più che mai, nel tempo di Terenzio, tempo già ormai nuovo
rispetto ai primi cinque secoli della vecchia età
repubblicana, per effetto appunto delle nuove condizioni di
vita del nascente impero. Ad una gioventù che aveva dato prove
sì mirabili su tanti campi di battaglia, allargando
l’orizzonte politico romano non soltanto oltre l’agreste
Lazio ma anche oltre le Alpi e oltre i mari, a una gioventù
che aveva espresso dal suo seno comandanti supremi, per non
citare altri, quale il poco più che adolescente Scipione
l’Africano, l’inflessibile rigore della patria potestà doveva
ormai apparire assurdo; e le affermazioni di diritto
d’emancipazione dovevano sonare alte, perentorie, insistenti.
si notano: asìndeto (mancanza di congiunzioni), “climax” (un crescendo) e allitterazione (della “p”)
è una formula di giuramento
inizia qui una serie di aposiopesi (interruzione deliberata
della frase) da parte di Demea per esprimere sdegno,
nervosismo, minaccia
il pubblico saprà che Eschino ha agito per conto del fratello
solo successivamente e, quindi, al momento non ha ragione di
dubitare che l’elogio di Demea riguardo a Ctesifone sia
fondato
Micione, lasciato solo, riflette sul suo modello educativo,
della cui positività rimane convinto, anche se le ultime
vicende insinuano nel suo animo qualche dubbio e perplessità
c’è in queste parole di Micione il riconoscimento della
poliedricità delle vicende umane, dell’impossibilità di
definire con un giudizio netto ed univoco il senso degli
avvenimenti o la complessità di un comportamento
finchè era presente Demea, Micione ha dissimulato la sua
preoccupazione per la condotta di Eschino, ora però che è solo
manifesta la sua inquietudine e forse ha qualche dubbio sulla
bontà di un credo pedagogico basato sulla fiducia e sulla
tolleranza
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