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Andria

 

 

 

 

 

DAGLI "ADELPHOE"

ADELPHOE”, vv. 81/154

  ATTO I - SCENA II

  Metro: senari giambici

  Il dissenso di Demea con Micione[1]

 DEMEA: Oh, proprio a proposito! Vado in cerca proprio di te.

MICIONE: Perché sei preoccupato?

D: E me lo domandi dal momento che a noi è (un figlio come) Eschino? Perché io sono preoccupato?

M: Non dicevo che così sarebbe finita? Cosa ha combinato[2]?

D: Che cosa ha combinato egli che non si vergogna di nulla, non teme nes­suno né crede di essere soggetto a nessuna legge? Infatti non considero ciò che (da lui) è stato commesso prima: che cosa di vergognoso non ha combi­nato poco fa!

M: Di che cosa mai si tratta?

D: Ha sfondato una porta e si è precipitato a forza in casa di altri; ha battuto fino ad ucciderli il padrone e tutta la servitù; ha portato via la donna che amava: tutti gridano che è stata commessa un’azione molto vergognosa[3].

   Quanti, o Micione, me lo hanno detto mentre venivo qua!

   (La notizia) è sulla bocca di tutti.

   Insomma, se bisogna portare un esempio, non si accorge che suo fratello bada agli interessi di casa e vive in campagna modestamente e frugalmente?

   Quello (non ha commesso) nessuna azione simile a questa.

   E quando dico queste cose a lui, le dico a te, o Micione: (sei proprio) tu (che) lasci che egli si guasti.

M: Non c’è mai nulla più ingiusto di un uomo privo di esperienza, il quale non considera ragionevole se non quello che ha fatto lui.

D: A che cosa (mira) questo (discorso)?

M: Perché tu, o Demea, giudichi male queste cose[4].

   Non è un delitto, credi a me, che un giovane frequenti le donne e beva: (no), non è (delitto); né (è delitto) sfondare una porta[5].

   Queste cose se non le abbiamo fatte né io né tu, (fu) la povertà (che) non ci permise di farle.

   E tu ora ti fai un merito di ciò che allora facesti costretto dalla miseria?

   Non è giusto; infatti se noi avessimo avuto i mezzi per farlo, l’avremmo fatto (anche noi).

   Anche tu, se fossi (veramente) un uomo, permetteresti a quell’altro tuo (figliuolo) di fare (lo stesso) ora finché l’età glielo permette piuttosto che farlo poi, in età non adatta, quando ti avrà portato a seppellire dopo aver (a lungo) atteso (la tua morte).

D: Per Giove, tu, (che sei) uomo (di giudizio), mi fai diventare pazzo! Non è forse vergogna che un giovane faccia queste cose?

M: Ah, dammi retta, non infastidirmi spesso con questa questione: mi hai affidato tuo figlio perché lo adottassi[6].

   Ormai è diventato mio. Se sbaglia in qualche cosa, o Demea, sbaglia a spese mie; in ciò io sopporto la maggior parte (del danno).

   (Se) banchetta, (se) si ubriaca, (se) odora di profumi, (spende) del mio; va a donne: gli sarà dato da me denaro finché ne avrò la possibilità; quando poi non ne avrò le possibilità, forse gli si chiuderà in faccia l’uscio.

   Ha rotto una porta: sarà riparata; ha strappato un vestito: sarà risarcito; e, grazie agli dei, ho il denaro per farlo, ed ancora non è scarso.

   Insomma o smettila o dammi un giudice, chiunque vuoi: dimostrerò che tu in questa faccenda sbagli di più.

D: Ahimè! Impara ad essere padre da quelli che sul serio sanno (esserlo).

M: Tu sei padre per (vincolo di) natura, io per i (buoni) consigli.

D: Tu coi tuoi consigli (gli fai) qualcosa (di buono)?

M: Ah, se continui, me ne andrò.

D: Così tratti tu?

M: Dovrei forse sentire tante volte la tua musica?

D: (Eschino) mi sta a cuore.

M: Anche a me sta a cuore. Ma, o Demea, ciascuno di noi si prenda cura della parte che gli spetta: tu dell’uno, io egualmente dell’altro; infatti il prenderti cura di entrambi è come un ridomandarmi quel (figlio) che mi hai dato.

D: Ah, Micione!

M: Così mi sembra.

D: Che cosa si deve dire? Se ti piace proprio questo, scialacqui, sperperi, vada alla malora[7]; (la cosa) non mi riguarda per nulla.

   Se ormai una sola parola[8] d’ora in poi...[9]

M: Di nuovo, Demea, ti adiri?

D: O non credi? Ti richiedo forse (il figlio) che ti ho affidato? Mi dispiace; non sono poi un estraneo; se mi oppongo... ecco, smetto (di parlare).

   Vuoi che mi occupi solo di uno: mi occupo (di uno); e ringrazio gli dei che è così come voglio (che sia)[10].

   Il tuo, invece, se ne accorgerà più tardi... no, non voglio dire contro di lui (parole) troppo dure.

M[11]: Ciò che egli dice non è una cosa da nulla, ma nemmeno è tutta la ve­rità: tuttavia un pò mi dispiacciono queste (sue parole)[12]; ma non ho voluto fargli capire che ne soffro.

   Quell’uomo, infatti, è (fatto) così: ogni volta che voglio calmarlo, mi ci metto di punta e lo smonto, tuttavia egli a stento sopporta pazientemente (le mie parole); se però io facessi crescere o se anche assecondassi la sua furia, senz’altro impazzirei con lui.

   D’altra parte Eschino in questa faccenda un pò di torto verso di noi ce l’ha[13].

   Quale è la cortigiana di cui egli non è stato l’amante o a cui non abbia dato qualche (dono)?

   Infatti, poco fa [credo che si sia ormai stancato di tutte] mi ha detto di voler prendere moglie.

   Speravo che fossero ormai sbolliti (gli ardori della) giovinezza: ero contento.

   Invece, eccolo (cominciare) da capo!

   Ma, qualunque cosa ci sia, voglio vederci chiaro ed incontrarmi con lui, se si trova nel foro.


[1] Del carattere e delle idee di Demea, riassume il Piazzi, ci ha informato Micione nel monologo precedente; quindi non ci stupiamo nel vederlo irrompere in scena tutto imbronciato verso il fratello che accusa della pessima educazione di Eschino, uno scavezzacollo senza freni inibitori. Ecco l’ultima bravata del giovane, di cui Demea ha appena saputo: è entrato in casa altrui sfondando la porta, ha picchiato a sangue il padrone ed i servi e ha rapito la donna che amava. Un’azione da codice penale, anche se poi si verrà a sapere che il luogo lasciava a desiderare e la donna era una “meretrice” che Eschino rapiva per conto del fratello Ctesifone, innamorato di lei al punto da arruolarsi mercenario, se non l’avesse sposata. Micione minimizza però la gravità dell’accaduto: il passo è fondamentale perchè contiene un’implicita definizione di “humanitas”, intesa come capacità di comprendere con indulgenza e tolleranza le esigenze altrui diverse dalle proprie, senza assolutizzare il proprio punto di vista. Ma, uscito Demea, Micione esprime in un soliloquio la sua preoccupazione. Da buon filosofo egli ha il senso del relativo, della poliedricità e complessità delle cose umane, dunque sa bene che dopo tutto una parte di ragione ce l’ha anche Demea. Il ragazzo qualche pensiero glielo sta dando da tempo: non sarà che la pedagogia permissiva è buona solo in teoria?

Sempre sul concetto di “humanitas” ai tempi terenziani così continua l’Alfonsi: La consapevolezza individuale e morale del loro compito direttivo, come loro “dovere” anzi, fu nei Romani rafforzata, qualche anno dopo la morte di Terenzio, da Panezio, il filosofo mediostoico. Panezio crea un’etica che è un’estetica di vita: per cui ognuno deve realizzare in sè il proprio impegno morale. Ogni uomo diventa così una “persona”, quasi una maschera nobile di dignità, e l’insieme delle persone un’umanità eletta che deve attuare nel mondo l’ideale ellenico della “filantropìa”. Nasce così nel circolo scipionico il concetto di “humanitas”, destinato a tanto alto avvenire, per cui il “civis Romanus” si trasforma in “homo humanus”. E’ idea che implica non solo la “filantropìa” greca, ma anche giustizia verso gli altri e solidarietà con i propri simili in nome di un comune limite e di una comune dignità. Di quest’idea è largamente permeata tutta la commedia di Terenzio; da questa “humanitas” nasce in Roma la satira morale di Lucilio, la prima autobiografia di uomini politici di Rufo, anche la reazione polemica di Catone che contrappone all’ideale umanistico del circolo scipionico uno suo.

Bene sintetizza questo concetto in Terenzio lo Schadewaldt: Ciò che gli uomini sulla scena sentono e fanno, lo spettatore sente e fa con loro, e quello che dicono sembra provenire dalle profondità dell’animo ed è rivolto soprattutto al suo cuore.

[2] dissignavit: il verbo, secondo il Del Corno, ha il doppio valore di compiere un’azione straordina­ria, nel bene come nel male: l’esclamazione di Demea ha un tono amaramente ironico.

[3] in effetti Demea non dice che si tratta di una casa equivoca e, quindi, il reato ha l’apparenza d’essere ben più grave

[4] La difesa di Micione, dice il Barchiesi, ricalca la pacatezza illuminata e filosofica che abbiamo imparato a conoscere. In questa flemma c’è qualcosa di sorprendente, perchè le novità portate da Demea non sembrano irrilevanti scappatelle, e certamente il pubblico trova un pò leggerina questa pronta assoluzione

[5] Un’interpretazione suggestiva che si attaglia bene all’intera commedia ce la offre il Lentano: Nella commedia latina il ratto o l’esposizione delle fanciulle, il conseguente stato di cortigiana o schiava, l’agnizione finale simboleggiano tre fasi di un rito di passaggio dall’adolescenza alla condizione adulta, rispettivamente: la separazione anche violenta (rapimento, naufragio) dallo statuto di partenza; il momento di “marginalità”, di sospensione o rovesciamento delle regole vigenti, in cui la fanciulla sperimenta una condizione (meretricio, schiavitù) opposta a quella alla quale si viene pre­parando; il momento del reingresso, segnato dall’agnizione, nella società ad un livello qualitativamente superiore (matrimonio). La commedia, quindi, rispecchierebbe anche il passaggio del maschio dalla fase adolescenziale e presociale della marginalità a quella dell’integrazione nella società degli adulti.

[6] leggiamo in un saggio del Vitali: Che il problema del metodo da seguire nell’educazione dei figli, problema antico e moderno e sempre attuale, agitasse gli spiriti dei contemporanei di Terenzio non c’è naturalmente da dubitare; e c’è da credere anzi che esso fosse, più che in qualunque altro luogo, dibattuto in Roma, ove la “patria potestas” era tanto vasta e rigida, e, più che mai, nel tempo di Terenzio, tempo già ormai nuovo rispetto ai primi cinque secoli della vecchia età repubblicana, per effetto appunto delle nuove condizioni di vita del nascente impero. Ad una gioventù che aveva dato prove sì mirabili su tanti campi di battaglia, allargando l’orizzonte politico romano non soltanto oltre l’agreste Lazio ma anche oltre le Alpi e oltre i mari, a una gioventù che aveva espresso dal suo seno comandanti supremi, per non citare altri, quale il poco più che adolescente Scipione l’Africano, l’inflessibile rigore della patria potestà doveva ormai apparire assurdo; e le affermazioni di diritto d’emancipazione dovevano sonare alte, perentorie, insistenti.

[7] si notano: asìndeto (mancanza di congiunzioni), “climax” (un crescendo) e allitterazione (della “p”)

[8] è una formula di giuramento

[9] inizia qui una serie di aposiopesi (interruzione deliberata della frase) da parte di Demea per esprimere sdegno, nervosismo, minaccia

[10] il pubblico saprà che Eschino ha agito per conto del fratello solo successivamente e, quindi, al momento non ha ragione di dubitare che l’elogio di Demea riguardo a Ctesifone sia fondato

[11] Micione, lasciato solo, riflette sul suo modello educativo, della cui positività rimane convinto, anche se le ultime vicende insinuano nel suo animo qualche dubbio e perplessità

[12] c’è in queste parole di Micione il riconoscimento della poliedricità delle vicende umane, dell’impossibilità di definire con un giudizio netto ed univoco il senso degli avvenimenti o la complessità di un comportamento

[13] finchè era presente Demea, Micione ha dissimulato la sua preoccupazione per la condotta di Eschino, ora però che è solo manifesta la sua inquietudine e forse ha qualche dubbio sulla bontà di un credo pedagogico basato sulla fiducia e sulla tolleranza

 


     

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Ultimo aggiornamento:  18-03-07