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Andria

 

 

 

 

 

DAGLI "ADELPHOE"

"ADELPHOE[1], vv. 26/80

ATTO I - SCENA I[2]

  Metro: senari giambici

  Micione illustra il suo metodo educativo[3]

  vv. 26-49

  MICIONE: Storace![4] Questa notte Eschino non è tornato dal banchetto e (non si è fatto vedere) nessuno dei servi[5] che gli erano andati incontro[6].

   (E’) proprio vero quello (che) dicono: se te ne stai lontano da casa in qualche luogo e[7] se colà indugi troppo, è meglio[8] che ti capiti ciò che tua moglie nell’ira dice contro di te e quello che pensa nel suo animo, piuttosto che[9] quello che (dicono) i genitori indulgenti.

   Se ritardi, tua moglie sospetta o che tu sia preso dall’amore (per un’altra) o che (un’altra donna) sia presa d’amore per te[10] o che ti dai al bere[11] e te la godi e che tu solo ti dai al bel tempo, mentre[12] a lei (solo) tocca tribolare.

   Poiché mio figlio non è ritornato, quali pensieri io ho e da quali preoccu­pazioni sono ora agitato[13]!

   O che[14] abbia preso freddo[15] o che sia caduto in qualche luogo o che si sia rotto le ossa[16].

   Perbacco! (Ma è mai possibile) che un uomo si metta[17] in testa di procu­rarsi[18] ciò (= di adottare un figlio) che gli sia più caro di se stesso[19]!

   Eppure[20] non è figlio mio, ma di mio fratello[21], che[22] fin dall’adolescenza è di un carattere[23] così[24] diverso (dal mio): io mi son dato a questa comoda vita di città[25], senza pensieri, e, ciò che costoro considerano una fortuna, una moglie non l’ho avuta mai.

   Egli, invece, (ha fatto) tutto il contrario: trascorre[26] la vita in campagna, tira a campare sempre tra strettezze e privazioni; ha preso moglie, gli son nati due figli; di essi[27] il maggiore[28] l’ho adottato io[29], l’ho tirato su da pic­colo[30]; l’ho sempre tenuto con me, gli ho voluto bene come se fosse mio; nell’educarlo è il mio godimento, solo ciò mi è caro.

  vv. 50-63[31]

     Mi do da fare[32] con cura affinché da parte sua egli abbia verso di me (gli stessi sentimenti): lo fornisco (di denaro), lascio passare le sue stranezze, ritengo che non è necessario che egli faccia ogni cosa secondo il mio diritto[33]; insomma ho abituato mio figlio a non tenermi nascoste quelle (scappatelle) che comporta con sé la giovinezza e che gli altri (giovani) fanno di nascosto dai padri[34].

   Chi, infatti, si sarà abituato a mentire o avrà il coraggio di ingannare il pa­dre, tanto più avrà il coraggio (di ingannare) gli altri.

   Credo che sia meglio tenere a freno i figli (facendo leva) sulla vergogna[35] (delle loro colpe) e sull’indulgenza piuttosto che (facendo leva) sul timore (che i padri incutono).

   Questo mio (principio) non va a genio a mio fratello né gli piace.

   Viene spesso da me a rimproverarmi[36]: “Che fai, o Micione? Perché mi[37] mandi in rovina il giovane? Perché si dà agli amori? Perché si dà al bere? Perché tu gli fornisci denaro[38] per queste cose e l’accontenti troppo nel ve­stire? Tu non sei fatto (per educare un giovane)”[39].

  vv. 64-80

     Egli è troppo rigido, al di là del giusto e del ragionevole[40], d’altra parte sbaglia di molto, secondo il mio punto di vista, chi crede che l’autorità che si consegue con la forza sia più forte o più duratura di quella che si conse­gue con l’affetto[41].

   Questa è la mia norma (di vita) e di questo sono convinto: chi compie il suo dovere spinto dal (timore del) castigo, starà in guardia tanto tempo fin­chè crede che sarà scoperto; se invece spera che (la sua colpa) resterà na­scosta, ricade nella sua inclinazione[42].

   Colui che tu cerchi di conquistartelo con le buone maniere, fa di buon grado (il suo dovere), cerca di ricambiarti (la sua gratitudine) e sarà sempre lo stesso sia che tu gli stia accanto sia che gli stia lontano.

   Questo[43] è il dovere di un padre, abituare il figlio ad agire bene sponta­nea­mente più che per timore di altri: in ciò differiscono il padre e il pa­drone.

   Chi non è capace (di fare) ciò, confessi di non saper governare i figli.

   Ma questo[44] (che viene) è forse quello stesso di cui parlavo?

   Si, è proprio lui.

   Lo vedo preoccupato, non so di che cosa: credo che ormai mi farà dei rimproveri, secondo il solito.

   Sono lieto che tu giunga in buona salute[45], Demea.


[1]E’, leggiamo in Garbarino, la commedia più matura e più riuscita di Terenzio: l’ultima da lui composta, derivata da un originale menandreo e rappresentata durante i giochi funebri in onore di Lucio Emilio Paolo, padre di Scipione Emiliano, nel 160 a.C.. Dopo un prologo la commedia si apre con un monologo di Micione (sicuramente “portavoce” dell’Autore), che vive in città e già per questo rappresentante di una mentalità più aperta (secondo la visione di Menandro condivisa da Terenzio), uno dei due vecchi protagonisti, in cui il personaggio presenta se stesso, il suo metodo educativo (che punti non sulla paura della punizione, ma sull’indulgenza, la comprensione e la generosità) e la sua visione della vita, contrapponendola a quella del fratello Démea; e imposta in modo chiaro il tema centrale della commedia: il problema dell’educazione dei figli.

[2]Nei primi vv. 25 della commedia parla “il prologo”: a differenza di Plauto, che nel prologo espone l’antefatto della commedia, questo in Terenzio è polemico. In esso il poeta si difende contro i suoi detrattori, specialmente contro chi lo accusa di plagio e contro chi sostiene che nel suo lavoro è aiutato da illustri personaggi.

[3]Il tema della commedia, ci dice il Sandbach, è quello del contrasto tra due metodi per educare un figlio, l’uno permissivo e l’altro restrittivo. Nessuno dei due si dimostra del tutto privo di inconvenienti, ma Micione, il padre che pratica il primo sistema, è, fino all’ultimo atto, presentato in una luce favorevole come generoso, realista ed uomano; quando egli ha occasione di impartire al figlio un comprensivo rimprovero, il giovane lo accetta riflettendo sul fatto che la loro relazione è più simile a quella tra amici o tra fratelli che a quella abituale tra padre e figlio, e decide di non far nulla che possa andare contro i desideri del vecchio. L’altro, Demea, fratello di Micione, aspro e privo di gioia di vivere, viene a trovarsi in situazioni ridicole ed è indeciso di fronte ad un problema morale a proposito del quale Micione non ha esitazioni: pur non essendo quello il matrimonio che personalmente avrebbe scelto, egli non dubita neppure per un momento che il figlio debba sposare la fanciulla povera che ama e che gli dato un erede.

[4]Storax: è uno schiavo che avrebbe dovuto rientrare con il figlio: non ottenendo risposta, ha la conferma che Eschino è ancora fuori casa; il nome è un grecismo e corrisponde ad un albero resinoso da cui si estraeva un profumo: lo schiavo, evidentemente, era profumato!

[5]servulorum: è diminutivo di “servus

[6]advorsum: = “obviam”; si riferisce agli schiavi “adversitores” (uno è Storace) che scortavano con fiaccole accese i loro padroni

[7]aut: non ha valore disgiuntivo, ma indica una “gradatio” rispetto alla proposizione precedente

[8]satius: = “melius

[9]quam: secondo termine di paragone

[10]tete: accusativo del pronome di seconda persona rafforzato da “-te

[11]potare: intensivo di “bibo

[12]quom: = “cum”, con valore avversativo

[13]Sono frequenti nella lettura alcuni fenomeni linguistici: l’aferesi, cioè la caduta di un fonema o di un gruppo di fonemi ad inizio della parola, in “es” ed in “est” ed il loro appoggiarsi al termine precedente [es.: “comoediast” = “comoedia est”]; l’enclisi, cioè la caduta della “s” finale che viene sostituita da un apostrofo [es.: “quibu’” = “quibus”]; fusione di aferesi ed enclisi [“usust” = “usus est”]; associazione di enclisi ed apocopi nell’enclitica successiva [“sanun” = “sanus” + “ne” apocopato].

[14]ne: dipende dal verbo “sollicitor”, inteso come “verbum timendi”: da qui il “ne + cong.” perchè si teme che accada ciò che non si vuole

[15]alserit: perf. cong. da “algeo, es, alsi, ere, 2

[16]praefregerit: perf. cong. da “praefringo (prae + frango), is, fregi, fractum, ere, 3

[17]instituere: infin. esclamativo a cui il “-ne” dà anche un tono interrogativo

[18]parare: = “ut paret

[19]Si riferisce al figlio, che Micione è andato a cercarsi, perchè l’ha adottato, e poi gli si è affezionato tanto da stare in ansia per lui: Micione scopre quasi con stupore l’affetto enorme che ha nel suo cuore per questo giovane che non è neanche suo figlio e per il quale è disposto a preoccuparsi e soffrire; l’”humanitas” trova in lui un esempio assai valido di come l’uomo si faccia coinvolgere dai senti­menti per gli altri.

[20]Atque: = “atqui

[21]Nota lo Schiesaro: I personaggi di Demea e Micione agitano l’uno contro l’altro temi che sono rilevanti per la società romana di allora: tradizionalismo ed apertura, parsimonia e lusso, legalità formale ed ideali di giustizia, educazione permissiva ed educazione tollerante.

[22]Is: nella traduzione il pronome dimostrativo è risolto in relativo

[23]studio: compl. di qualità

[24]adeo: = “nimium

[25]La città in cui si svolge l’azione della commedia è Atene

[26]agere...habere: infin. storici

[27]inde: = “ex his

[28]maiorem: il comparativo perchè i figli sono due

[29]mihi: dativo etico

[30]parvolo: = “parvulo”, diminutivo di “parvus

[31]All’affermazione di un ideale di educazione liberale ed umana, nota il Casali, ed alla creazione di un personaggio che si presentasse non solo come il banditore di questo ideale, ma come un esemplare di umanità aperta, cordiale, sensibile, Terenzio era indotto, oltre che dalla sua indole, dai suggerimenti che gli venivano dall’ambiente colto e raffinato nel quale viveva (il Circolo degli Scipioni), dove i valori della tradizione romana si fondevano, attraverso la mediazione di filosofi e filologi greci, con l’eredità spirituale dell’Ellenismo, ed i modi del vivere si conformavano ad una nuova concezione dell’uomo come libera personalità aperta ad ogni esperienza di vita, di pensiero e di arte, capace quindi di intendere meglio se stessa e gli altri, e perciò più disposta alla tolleranza ed alla comprensione.

[32]Secondo l’inglese Goldberg il monologo di Micione avrebbe fiunzione simile a quello della “Sàmia” di Menandro, lacunosamente giunto fino a noi. In questo, il giovane Moschione racconta d’esser stato allevato dal padre adottivo con grande liberalità, cioè nel modo in cui Micione ha tirato su Eschino. Ma mentre rende di sè l’immagine complessivamente positiva di un giovane bene educato, insinua nello spettatore il dubbio che non sia tutto oro quello che luccica: c’è un accenno fuggevole al fatto che ha messo incinta la figlia del vicino, che poi sposa (proprio come farà Eschino). E poi si avverte, nell’enumerazione compiaciuta dei meriti personali, l’egocentrismo del figlio di papà. Sono segnali sufficienti a far dubitare della positività del personaggio, a inaugurare l’attesa di un esito della sua azione che potrebbe anche risultare, come di fatto risulterà, deludente. Nelle due commedie, dunque, il monologo serve a preparare il rovesciamento del finale, che in parte è a sorpresa, in parte prevedibile a partire da alcuni indizi.

[33]Cioè quello conseguente alla “patria potestas”, che Micione ha assunto adottando Eschino

[34]clanculum: diminutivo parlato di “clam” e l’accusativo è comune nei comici

[35]E’ il sentimento di vergogna che trattiene dal fare il male, mentre “liberalitas” è la nobiltà del cuore che nasce da un’educazione saggia. E’ da notare che Terenzio ha messo uno vicino all’altro due termini che hanno la stessa radice: “liberalitate” e “liberos”, ad indicare che una delle prerogative del figlio è proprio di essere un uomo libero e nobile, a differenza dei servi.

[36]Il frequentativo “clamito” esprime sia l’iterazione sia l’intensità delle rozze proteste del fratello villano

[37]nobis: dativo etico

[38]sumptum suggeris: allitterazione

[39]In effetti, afferma il Tumscitz, nel finale ambiguo e problematico Micione rivelerà i limiti del suo carattere e della sua ideologia progressista. Fin da questo monologo iniziale egli non convince del tutto. La sua accondiscendenza al limite del permissivismo, la rinuncia alla “patria potestas” per un rapporto paritario basato sull’”amicitia” dovevano lasciar perplesso lo spettatore romano, il quale, alla fine della commedia, non si sarebbe poi stupito che, seguendo questi precetti, si potesse andare in rovina.

[40]I due termini indicano il primo l’equità giuridica, il secondo la norma morale. Ora, se è vero che Dèmea con la sua severità applica la norma giuridica della “patria potestas”, non tiene conto però di altri principi che rientrano nella concezione dell’”humanitas” sostenuta da Terenzio.

[41]Secondo il Barchiesi, la nascita di un’ideologia dell’imperialismo romano è un dato importante nell’età di Terenzio: si fa luce l’idea che il potere è più efficace se si fa amare, quindi se è temperato ed illuminato.

[42]Si consideri la consonanza delle idee di Terenzio con la pedagogia più attuale; ma queste teorie in Roma dovevano risuonare assai pericolose, perchè mettevano in discussione il principio dell’educazione severa e dell’autorità paterna.

[43]La triplice anàfora del pronome scandisce l’esposizione del modello pedagogico di Micione, per il quale “dominus” e “pater” non coincidono, ma si oppongono. Questa contrapposizione era piuttosto rivoluzionaria nel mondo romano.

[44]Entra in scena Demea. Provenendo dalla campagna è passato per il foro, dove ha saputo del rapimento della cortigiana da parte di Eschino e per questo è infuriato.

[45]E’ una comune formula di saluto.

 


     

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Ultimo aggiornamento:  18-03-07