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"ADELPHOE”,
vv. 26/80
ATTO I - SCENA I
Metro:
senari giambici
Micione illustra il suo metodo educativo
vv. 26-49
MICIONE:
Storace!
Questa notte Eschino non è tornato dal banchetto e (non si è fatto
vedere) nessuno dei servi
che gli erano andati incontro.
(E’) proprio vero quello (che) dicono: se te ne stai lontano da
casa in qualche luogo e
se colà indugi troppo, è meglio
che ti capiti ciò che tua moglie nell’ira dice contro di te e
quello che pensa nel suo animo, piuttosto che
quello che (dicono) i genitori indulgenti.
Se ritardi, tua moglie sospetta o che tu sia preso dall’amore (per
un’altra) o che (un’altra donna) sia presa d’amore per te
o che ti dai al bere
e te la godi e che tu solo ti dai al bel tempo, mentre
a lei (solo) tocca tribolare.
Poiché mio figlio non è ritornato, quali pensieri io ho e da quali
preoccupazioni sono ora agitato!
O che
abbia preso freddo
o che sia caduto in qualche luogo o che si sia rotto le ossa.
Perbacco! (Ma è mai possibile) che un uomo si metta
in testa di procurarsi
ciò (= di adottare un figlio) che gli sia più caro di se stesso!
Eppure
non è figlio mio, ma di mio fratello,
che
fin dall’adolescenza è di un carattere
così
diverso (dal mio): io mi son dato a questa comoda vita di città,
senza pensieri, e, ciò che costoro considerano una fortuna, una
moglie non l’ho avuta mai.
Egli, invece, (ha fatto) tutto il contrario: trascorre
la vita in campagna, tira a campare sempre tra strettezze e
privazioni; ha preso moglie, gli son nati due figli; di essi
il maggiore
l’ho adottato io,
l’ho tirato su da piccolo;
l’ho sempre tenuto con me, gli ho voluto bene come se fosse mio;
nell’educarlo è il mio godimento, solo ciò mi è caro.
vv. 50-63
Mi do da fare
con cura affinché da parte sua egli abbia verso di me (gli stessi
sentimenti): lo fornisco (di denaro), lascio passare le sue
stranezze, ritengo che non è necessario che egli faccia ogni cosa
secondo il mio diritto;
insomma ho abituato mio figlio a non tenermi nascoste quelle
(scappatelle) che comporta con sé la giovinezza e che gli altri
(giovani) fanno di nascosto dai padri.
Chi, infatti, si sarà abituato a mentire o avrà il coraggio di
ingannare il padre, tanto più avrà il coraggio (di ingannare) gli
altri.
Credo che sia meglio tenere a freno i figli (facendo leva) sulla
vergogna
(delle loro colpe) e sull’indulgenza piuttosto che (facendo leva)
sul timore (che i padri incutono).
Questo mio (principio) non va a genio a mio fratello né gli piace.
Viene spesso da me a rimproverarmi:
“Che fai, o Micione? Perché mi
mandi in rovina il giovane? Perché si dà agli amori? Perché si dà
al bere? Perché tu gli fornisci denaro
per queste cose e l’accontenti troppo nel vestire? Tu non sei
fatto (per educare un giovane)”.
vv. 64-80
Egli è troppo rigido, al di là
del giusto e del ragionevole,
d’altra parte sbaglia di molto, secondo il mio punto di vista, chi
crede che l’autorità che si consegue con la forza sia più forte o
più duratura di quella che si consegue con l’affetto.
Questa è la mia norma (di vita) e di questo sono convinto: chi
compie il suo dovere spinto dal (timore del) castigo, starà in
guardia tanto tempo finchè crede che sarà scoperto; se invece
spera che (la sua colpa) resterà nascosta, ricade nella sua
inclinazione.
Colui che tu cerchi di conquistartelo con le buone maniere, fa di
buon grado (il suo dovere), cerca di ricambiarti (la sua
gratitudine) e sarà sempre lo stesso sia che tu gli stia accanto
sia che gli stia lontano.
Questo
è il dovere di un padre, abituare il figlio ad agire bene
spontaneamente più che per timore di altri: in ciò differiscono
il padre e il padrone.
Chi non è capace (di fare) ciò, confessi di non saper governare i
figli.
Ma questo
(che viene) è forse quello stesso di cui parlavo?
Si, è proprio lui.
Lo vedo preoccupato, non so di che cosa: credo che ormai mi farà
dei rimproveri, secondo il solito.
Sono lieto che tu giunga in buona salute,
Demea.
E’,
leggiamo in Garbarino, la commedia più matura e più riuscita di Terenzio: l’ultima da lui
composta, derivata da un originale menandreo e rappresentata
durante i giochi funebri in onore di Lucio Emilio Paolo, padre
di Scipione Emiliano, nel 160 a.C.. Dopo un prologo la
commedia si apre con un monologo di Micione (sicuramente
“portavoce” dell’Autore), che vive in città e già per questo
rappresentante di una mentalità più aperta (secondo la visione
di Menandro condivisa da Terenzio), uno dei due vecchi
protagonisti, in cui il personaggio presenta se stesso, il suo
metodo educativo (che punti non sulla paura della punizione,
ma sull’indulgenza, la comprensione e la generosità) e la sua
visione della vita, contrapponendola a quella del fratello
Démea; e imposta in modo chiaro il tema centrale della
commedia: il problema dell’educazione dei figli.
Nei
primi vv. 25 della commedia parla “il
prologo”: a differenza di Plauto, che nel prologo espone
l’antefatto della commedia, questo in Terenzio è polemico. In
esso il poeta si difende contro i suoi detrattori,
specialmente contro chi lo accusa di plagio e contro chi
sostiene che nel suo lavoro è aiutato da illustri personaggi.
Il
tema della commedia,
ci dice il Sandbach,
è quello del contrasto
tra due metodi per educare un figlio, l’uno permissivo e
l’altro restrittivo. Nessuno dei due si dimostra del tutto
privo di inconvenienti, ma Micione, il padre che pratica il
primo sistema, è, fino all’ultimo atto, presentato in una luce
favorevole come generoso, realista ed uomano; quando egli ha
occasione di impartire al figlio un comprensivo rimprovero, il
giovane lo accetta riflettendo sul fatto che la loro relazione
è più simile a quella tra amici o tra fratelli che a quella
abituale tra padre e figlio, e decide di non far nulla che
possa andare contro i desideri del vecchio. L’altro, Demea,
fratello di Micione, aspro e privo di gioia di vivere, viene a
trovarsi in situazioni ridicole ed è indeciso di fronte ad un
problema morale a proposito del quale Micione non ha
esitazioni: pur non essendo quello il matrimonio che
personalmente avrebbe scelto, egli non dubita neppure per un
momento che il figlio debba sposare la fanciulla povera che
ama e che gli dato un erede.
Storax:
è uno schiavo che avrebbe dovuto rientrare con il figlio: non
ottenendo risposta, ha la conferma che Eschino è ancora fuori
casa; il nome è un grecismo e corrisponde ad un albero
resinoso da cui si estraeva un profumo: lo schiavo,
evidentemente, era profumato!
servulorum:
è diminutivo di “servus”
advorsum:
= “obviam”; si riferisce agli schiavi “adversitores” (uno è Storace) che scortavano con fiaccole accese i
loro padroni
aut:
non ha valore disgiuntivo, ma indica una “gradatio”
rispetto alla proposizione precedente
quam:
secondo termine di paragone
tete:
accusativo del pronome di seconda persona rafforzato da “-te”
potare:
intensivo di “bibo”
quom:
= “cum”, con valore avversativo
Sono
frequenti nella lettura alcuni fenomeni linguistici: l’aferesi, cioè la caduta di un fonema o di un gruppo di fonemi ad
inizio della parola, in “es”
ed in “est” ed il
loro appoggiarsi al termine precedente [es.: “comoediast”
= “comoedia est”];
l’enclisi, cioè la caduta della “s”
finale che viene sostituita da un apostrofo [es.: “quibu’” = “quibus”];
fusione di aferesi ed
enclisi [“usust”
= “usus est”]; associazione di
enclisi ed apocopi nell’enclitica successiva [“sanun” = “sanus” + “ne”
apocopato].
ne:
dipende dal verbo “sollicitor”,
inteso come “verbum
timendi”: da qui il “ne
+ cong.” perchè si teme che accada ciò che non si vuole
alserit:
perf. cong. da “algeo,
es, alsi, ere, 2”
praefregerit:
perf. cong. da “praefringo
(prae + frango),
is, fregi, fractum, ere, 3”
instituere:
infin. esclamativo a cui il “-ne”
dà anche un tono interrogativo
Si
riferisce al figlio, che Micione è andato a cercarsi, perchè
l’ha adottato, e poi gli si è affezionato tanto da stare in
ansia per lui: Micione scopre quasi con stupore l’affetto
enorme che ha nel suo cuore per questo giovane che non è
neanche suo figlio e per il quale è disposto a preoccuparsi e
soffrire; l’”humanitas”
trova in lui un esempio assai valido di come l’uomo si faccia
coinvolgere dai sentimenti per gli altri.
Nota
lo Schiesaro: I personaggi di Demea e Micione agitano l’uno contro l’altro temi che
sono rilevanti per la società romana di allora:
tradizionalismo ed apertura, parsimonia e lusso, legalità
formale ed ideali di giustizia, educazione permissiva ed
educazione tollerante.
Is:
nella traduzione il pronome dimostrativo è risolto in relativo
studio:
compl. di qualità
La
città in cui si svolge l’azione della commedia è Atene
agere...habere:
infin. storici
maiorem:
il comparativo perchè i figli sono due
parvolo:
= “parvulo”, diminutivo di “parvus”
All’affermazione
di un ideale di educazione liberale ed umana,
nota il Casali,
ed alla creazione di un personaggio che si presentasse non
solo come il banditore di questo ideale, ma come un esemplare
di umanità aperta, cordiale, sensibile, Terenzio era indotto,
oltre che dalla sua indole, dai suggerimenti che gli venivano
dall’ambiente colto e raffinato nel quale viveva (il Circolo
degli Scipioni), dove i valori della tradizione romana si
fondevano, attraverso la mediazione di filosofi e filologi
greci, con l’eredità spirituale dell’Ellenismo, ed i modi del
vivere si conformavano ad una nuova concezione dell’uomo come
libera personalità aperta ad ogni esperienza di vita, di
pensiero e di arte, capace quindi di intendere meglio se
stessa e gli altri, e perciò più disposta alla tolleranza ed
alla comprensione.
Secondo
l’inglese Goldberg
il monologo di Micione
avrebbe fiunzione simile a quello della
“Sàmia” di Menandro, lacunosamente giunto fino a noi. In
questo, il giovane Moschione racconta d’esser stato allevato
dal padre adottivo con grande liberalità, cioè nel modo in cui
Micione ha tirato su Eschino. Ma mentre rende di sè l’immagine
complessivamente positiva di un giovane bene educato, insinua
nello spettatore il dubbio che non sia tutto oro quello che
luccica: c’è un accenno fuggevole al fatto che ha messo
incinta la figlia del vicino, che poi sposa (proprio come farà
Eschino). E poi si avverte, nell’enumerazione compiaciuta dei
meriti personali, l’egocentrismo del figlio di papà. Sono
segnali sufficienti a far dubitare della positività del
personaggio, a inaugurare l’attesa di un esito della sua
azione che potrebbe anche risultare, come di fatto risulterà,
deludente. Nelle due commedie, dunque, il monologo serve a
preparare il rovesciamento del finale, che in parte è a
sorpresa, in parte prevedibile a partire da alcuni indizi.
Cioè
quello conseguente alla “patria
potestas”, che Micione ha assunto adottando Eschino
clanculum:
diminutivo parlato di “clam”
e l’accusativo è comune nei comici
E’
il sentimento di vergogna che trattiene dal fare il male,
mentre “liberalitas”
è la nobiltà del cuore che nasce da un’educazione saggia. E’
da notare che Terenzio ha messo uno vicino all’altro due
termini che hanno la stessa radice: “liberalitate” e “liberos”,
ad indicare che una delle prerogative del figlio è proprio di
essere un uomo libero e nobile, a differenza dei servi.
Il
frequentativo “clamito”
esprime sia l’iterazione sia l’intensità delle rozze proteste
del fratello villano
sumptum
suggeris:
allitterazione
In
effetti,
afferma il Tumscitz,
nel finale ambiguo e problematico Micione rivelerà i limiti del suo
carattere e della sua ideologia progressista. Fin da questo
monologo iniziale egli non convince del tutto. La sua
accondiscendenza al limite del permissivismo, la rinuncia alla
“patria potestas” per un rapporto paritario basato sull’”amicitia”
dovevano lasciar perplesso lo spettatore romano, il quale,
alla fine della commedia, non si sarebbe poi stupito che,
seguendo questi precetti, si potesse andare in rovina.
I
due termini indicano il primo l’equità giuridica, il secondo
la norma morale. Ora, se è vero che Dèmea con la sua severità
applica la norma giuridica della “patria
potestas”, non tiene conto però di altri principi che
rientrano nella concezione dell’”humanitas” sostenuta da Terenzio.
Secondo
il Barchiesi, la nascita di un’ideologia dell’imperialismo romano è un dato importante
nell’età di Terenzio: si fa luce l’idea che il potere è più
efficace se si fa amare, quindi se è temperato ed illuminato.
Si
consideri la consonanza delle idee di Terenzio con la
pedagogia più attuale; ma queste teorie in Roma dovevano
risuonare assai pericolose, perchè mettevano in discussione il
principio dell’educazione severa e dell’autorità paterna.
La
triplice anàfora del pronome scandisce l’esposizione del
modello pedagogico di Micione, per il quale “dominus”
e “pater” non
coincidono, ma si oppongono. Questa contrapposizione era
piuttosto rivoluzionaria nel mondo romano.
Entra
in scena Demea. Provenendo dalla campagna è passato per il
foro, dove ha saputo del rapimento della cortigiana da parte
di Eschino e per questo è infuriato.
E’
una comune formula di saluto.
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