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Piazza Vittoria - Riviera di Chiaja - La Villa
Comunale - Piazza San Pasquale - Santa Maria in
Portico - Piazza della Repubblica - La Torretta -
Via Piedigrotta - Via Mergellina - Mergellina
Questo itinerario ci condurrà da Piazza Vittoria a
Mergellina attraverso la Riviera di Chiaja, o le
parallele Villa Comunale e via Caracciolo. La
Villa comunale, che
inizia da Piazza Vittoria, è affiancata da via
Caracciolo verso il mare e dalla Riviera di Chiaja
sul versante interno e termina a piazza della
Repubblica. Quando se ne decise la realizzazione nel
1778, Ferdinando IV dispose che tra la Riviera e la
spiaggia di Chiaja fosse creato un grande giardino,
ricco di alberi e di aiuole, dove potesse recarsi a
passeggio la famiglia reale.
Il progetto sfruttava una vecchia idea del viceré
duca di Medinacoeli, e infatti in una veduta di
Napoli del 1698 con il particolare della strada di
Chiaja già si vedevano dei giardini davanti alla
chiesa della Vittoria con aiuole, alberi e una
fontana al centro. Il re diede incarico a Carlo
Vanvitelli di progettare l'opera e, avendone
approvato immediatamente il progetto, fece iniziare
gli adempimenti preliminari: fu decretato
l'esproprio di una parte del giardino del palazzo
Satriano, la demolizione del Casino degli Invitti di
Conca e di una cappella che era stata costruita da
padre Rocco sulla spiaggia nonché l'acquisto di un
ampio tratto di terreno, in parte paludoso. Furono
eliminati la baracca della Dogana e i lavatoi
pubblici della spiaggia, cosa che suscitò le
proteste delle donne dei pescatori e marinai che
vivevano in quella zona; anche la demolizione della
cappella, che conteneva un'immagine molto venerata,
causò una certa opposizione finché il Vanvitelli
cercò di venire incontro ai desideri popolari
trasferendo i sacri arredi della cappellina in
questione in un locale del Real Orfanotrofio di San
Giuseppe a Chiaja. Fu inoltre sospesa la costruzione
di un'altra cappella che padre Rocco stava
costruendo sullo scoglio di San Leonardo.
Il progetto iniziale della Villa si fermava al punto
dove è la Cassa Armonica : e, poiché doveva essere
divisa in cinque viali, il giardiniere reale Felice
Abate vi piantò subito molti alberi, dei quali
alcuni olmi e tigli, oggi plurisecolari. La Villa fu
recinta di pilastri e griglie di ferro, ed il
Vanvitelli per arricchirla richiese dodici statue di
scavo che erano state reperite a Pozzuoli ed una
grande statua rappresentante la Flora che era stata
acquistata dal ministro Tanucci, ma la sua proposta
non fu accolta e furono commissionate alcune
sculture a Carrara, mentre le nicchie rimanevano
aperte con le sole griglie di ferro. Queste statue
non giunsero mai e solo alcune in stucco su modello
del Sammartino furono apposte su alcune fontane:
furono costruite, infatti, cinque fontane in
travertino di Caserta. Di fianco all'ingresso, che
era da piazza Vittoria, furono costruiti due
padiglioni neoclassici con porticati ornati da
coppie di lesene, uno dei quali fu dato in fitto a
botteghe e l'altro ad un caffè-ristorante; sulle
terrazze di copertura di questo furono sistemati i
tavoli per gli avventori. Furono poi costruite
contro la volontà del Vanvitelli delle botteghe dove
si vendevano oggetti di scavo e coralli ed un
casotto per un corpo di guardia, ma l'architetto nel
1801 riuscì a far spostare il locale adibito alla
guardia nell'interno della Villa ed a far demolire
le botteghe. Quando la Villa fu terminata ne fu
affidata la sopraintendenza alla Real Deputazione
dei Pubblici Spettacoli, ma il Vanvitelli rimase
addetto alla manutenzione e l'Abate fu nominato
giardiniere capo.
Per l'inaugurazione, avvenuta l’11 luglio del 1781,
fu allestita nella piazza una gran fiera che rimase
in permanenza per due mesi, fino all'8 settembre,
festa della Madonna di Piedigrotta giorno in cui il
popolo fu ammesso a passeggiare nei giardini e si
impiantò anche un piccolo teatro ove la compagnia
del San Carlino rappresentò alcune farse con
Pulcinella.
L'ingresso principale aveva ai lati due garitte per
le sentinelle: da esso partiva un grande viale
centrale che era diviso in due parti nel senso della
lunghezza da una fontana, costruita su modello del
Sammartino, con la Sirena Partenope ed il Sebeto che
versavano acqua da uno scoglio. Questa figurazione
fu sostituita nel 1791 su proposta del pittore
tedesco Hackert dal Toro Farnese, che vi
rimase sino al 1826, quando fu trasferito al Museo
Borbonico. In effetti la sistemazione nella villa
dell'imponente gruppo statuario, noto con questo
nome perché faceva parte della collezione di Casa
Farnese, suscitò molte critiche.
I due viali laterali erano fiancheggiati da tigli e
da olmi e coperti da graziosi grillages di
viti il cui raccolto veniva venduto. Dal lato del
mare fu messo un lungo parapetto perché i bambini
non corressero il rischio di cadere e furono
installati dei sedili in piperno o in travertino che
ancora oggi vi sono, purtroppo in cattive
condizioni; su questo lato vi erano molte fontane.
Il viale verso la Riviera era diviso dalla strada da
una pesante cancellata in ferro sostenuta da
pilastri; su questo lato vi erano altri due
ingressi, ed un terzo era alla fine della Villa cioè
nei pressi della Cassa Armonica dove allora ancora
si ergeva la Chiesetta di San Leonardo.
Questa Villa piacque tanto che con un bel po' di
megalomania fu chiamata « Tuglieria », in ricordo
delle Tuileries, ma poiché si ebbe poi il
buon senso di accorgersi che questo nome era un po'
esagerato, ci si attenne al nome ufficiale di Villa
Reale.
Durante i mesi estivi vi si poteva accedere anche di
notte e la nobiltà soleva riunirvisi per eleganti
diners o per gustare dei sorbetti che erano
ritenuti una vera specialità. La sera venivano dati
dei concerti dagli allievi dei conservatori
napoletani, ma il popolo doveva accontentarsi
sempre di ascoltarli dall'esterno, ad eccezione di
quell'unico giorno della festa di Piedigrotta,
quando per ventiquattr'ore la Villa restava senza
controllo e tutti potevano recarsi in chiesa
attraversandola o potevano attendere il passaggio
del Corteo Reale.
La Villa subì una triste sorte nel periodo finale
della Repubblica Partenopea, quando dalle truppe
del cardinale Ruffo fu adibita a poligono di tiro e
ad acquartieramento delle truppe, ed in ultimo vi
furono persino postati dei pezzi di artiglieria. In
seguito fu necessario rimetterla a posto e nel
secondo tratto fu progettata ad opera del Dehenhart
la costruzione di un boschetto e fu poi messa la
fontana con il gruppo di Europa di Angelo
Viva; la piccola chiesa di San Leonardo fu demolita
e sullo scoglio fu spianata una terrazzina che
divenne punto d'incontro degli innamorati.
Durante il decurionato francese la Villa venne
illuminata e dal 1825 vi furono messe alcune statue,
copie di capolavori greci, come l'Apollo del
Belvedere, il Sileno con Bacco bambino, il
Faunetto, il Gladiatore moribondo, il
Gladiatore guerriero ed altre di minore
importanza, quasi tutte opere del Violani e di
Tommaso Solari. Dopo il 1825, come abbiamo
accennato, il Toro Farnese fu trasferito al
Museo ed al suo posto fu messa un vasca di granito
sostenuta da quattro leoni, che aveva una testa di
medusa al centro: quella fontana fu diletto dei
bimbi, e dalle balie fu battezzata col nome di
Fontana delle Paparelle, perché vi furono messe
delle anatre. Ai lati vi furono sistemate le statue
raffiguranti le stagioni e più avanti i gruppi del
Ratto dì Proserpina, Ercole ed il leone Nemeo
e il Ratto delle Sabine, copia dell'originale
del francese Giambologna. Terminata questa prima
parte della Villa « Vanvitelliana », troviamo altre
copie di opere greche, il Tempietto di Virgilio,
e il Tempietto del Tasso su disegno del
Gasse; all'uscita del boschetto fu messa la copia di
una statua raffigurante Atreo e i gruppi
rappresentanti Castore e Polluce e Lucio
Papirio.
Dove oggi ha sede il Circolo della Stampa vi
era il caffé Napoli; il sodalizio che attualmente
occupa il padiglione fu fondato nel 1909 ad
iniziativa di giornalisti e professionisti tra cui
erano Giovanni Porzio, Matilde Serao, Edoardo
Scarfoglio, Ferdinando Russo, Salvatore Di Giacomo,
Roberto Bracco, e fu inaugurato con una cena
sociale alla quale furono ospiti d'onore Giosuè
Carducci ed Annie Vivanti.
La parte nuova della Villa fu iniziata nel 1834 ad
opera dell'architetto Stefano Gasse. Lungo il mare
il parapetto del Vanvitelli non fu continuato perché
si pensò di farvi un galoppatoio per i cavalieri e
le amazzoni del tempo; alla fine della prima zona,
dove era l'altro corpo di guardia, si installò il
caffé Vacca.
Dopo l'annessione del Regno di Napoli al Regno
d'Italia la Villa fu aperta al popolo e fu chiamata
Nazionale. Di lì a poco Enrico Alvino presentava il
progetto di una nuova strada che doveva costeggiarla
lungo il mare e che comprendeva il suo
rammodernamento: fu quindi realizzata via Caracciolo
e la Villa fu rimodernata anche se non proprio
secondo il progetto dell'Alvino.
Furono aggiunte altre statue, fra cui quella
raffigurante Gian Battista Vico che fu
scolpita e donata dal conte di Siracusa Leopoldo di
Borbone, il quale volle che fosse messa di fronte al
palazzo dove abitava alla Riviera; si mutò anche
l'illuminazione e i vecchi fanali furono sostituiti
con globi francesi.
Nel 1869 l'amministrazione comunale cambiò ancora
nome alla Villa chiamandola « Comunale », furono
demoliti i due padiglioni vanvitelliani all'ingresso
ed otto statue che si trovavano lungo il viale
principale furono messe nelle aiuole di questo
ingresso. L'inferriata della parte della Riviera fu
tolta e fu costruito quel padiglione in stile
pompeiano, attualmente sede della Società
Promotrice Salvator Rosa, che fu a suo tempo lo
studio del pittore Maldarelli e poi del fotografo
Lauro.
Di fronte a questo padiglione pompeiano nel 1872 il
naturalista tedesco Antonio Dohrn fece sorgere una
Stazione Zoologica per far conoscere la fauna
e la flora marina, che è tuttora una delle più
importanti d'Europa: la palazzina che la ospita fu
costruita dall'architetto Capocci. II Dohrn, che
ebbe quale suo diretto collaboratore lo scienziato
Teodoro Heuss, provvide ad impiantare un reparto di
zoologia, uno di fisiologia ed uno di biochimica per
gli studi e le ricerche di naturalisti che venivano
a Napoli. Fu costituita anche una flottiglia adibita
alla pesca per il reperimento del materiale di
studio, che viene portato in questo istituto e
conservato in vasche di acqua marina. L'Aquarium
contiene ventisei vasche con circa duecento
specie di animali marini; ha inoltre una biblioteca
che, mantenuta costantemente aggiornata, è ritenuta
una delle più importanti del mondo nel campo
biologico. Questa Stazione ha anche un laboratorio
di ecologia distaccato ad Ischia che completa la
ricerca scientifica su problemi sinecologici e
zoogeografici.
Garibaldi, quando fu dittatore a Napoli, s'interessò
di questo centro zoologico marino e lo fece
inserire nella Esposizione Internazionale Marittima
che fu organizzata a Napoli nel 1871 nell'attuale
Piazza Principe di Napoli.
La Cassa Armonica
della Villa, ancora esistente, fu costruita nel 1877
da Enrico Alvino; essa è formata da una pedana
circolare con montanti di ghisa e con il tetto a
forma poligonale, mentre colonnine di ghisa e
traliccio metallico ne costituiscono la struttura
leggera ed elegante.
Dal 1881 la Villa iniziò a prendere il suo aspetto
attuale: fu eretto il Monumento a Sigismondo
Thalberg, opera del Monteverdi, nel 1885 quello
ad Enrico Alvino di Giovan Battista Amendola
e nel 1898 vi fu sistemata davanti all'Aquarium
la secentesca Fontana di Santa Lucia, a
cui abbiamo già accennato. Essa fu costruita durante
il vicereame di don Pedro de Toledo con fondi
raccolti dal popolo, ma poiché la somma non fu
sufficiente a pagare gli artisti, il viceré
contribuì alla spesa. Due pilastri compositi
fiancheggiano l'arco elegantemente scolpito e
sostengono il frontone spezzato; una gran vasca è
sostenuta da due delfini che versano acqua dalla
bocca. Lateralmente la fontana è decorata da
bassorilievi che raffigurano Anfitrite e Nettuno
circondati da tritoni e da divinità marine che
lottano tra loro contendendosi una procace sirena.
Un'epigrafe attribuisce l'opera a Domenico D'Auria
e a Giovanni da Nola ma si ritiene invece che ne
fosse autore il fiorentino Michelangelo Naccherino,
discepolo del Giambologna e di Tommaso Montani, nel
1607; un'altra iscrizione"ricorda l'ampliamento
della Fontana Santa Lucia a spese del viceré Borgia
nel 1620; il restauro fu opera dell'architetto
Bonucci. Nella Villa Comunale ha la sua sede anche
il Circolo del Tennis, che fu fondato nel
1905 e fu chiamato poi Lawn Tennis Club, un
sodalizio tuttora molto fiorente del quale fa parte
una rappresentanza di tutti i ceti cittadini. Fu
sistemato prima in un vecchio padiglione umbertino
che aveva un unico salone con parquet in
legno, ove un pianista allietava la sera i giovani
soci. In questo circolo, oltre il tennis, si
praticava anche il pattinaggio a rotelle, molto di
moda un tempo, e per tale diporto fu costruita un
pista sulla quale la più elegante gioventù
partenopea si cimentava in grande allegria.
Nel 1911 l'antico caffé Vacca, che era quasi di
fronte alla Cassa Armonica, fu demolito per dare
spazio a quella zona accanto al parapetto del
galoppatoio dal lato della Riviera; nel 1914 la
Villa Comunale si arricchì ancora di busti di
uomini illustri, fra cui quelli di Giosuè
Carducci, di Saverio Gatto, Giovanni Bovio
e Luigi Settembrini di Domenico
Pellegrino, Giorgio Arcoleo di Francesco
Jerace che scolpì anche quello raffigurante
Gioacchino Toma; Eduardo Scarfoglio opera di
Giuseppe Semola, Francesco De Sanctis di
Achille D'Orsi, Francesco Del Giudice di
Torello Torelli. Intorno al 1936 furono eliminati i
due galoppatoi ad a sinistra la via Caracciolo venne
allargata col vasto marciapiede verso la Villa,
mentre sul lato verso la Riviera fu messa la linea
tramviaria.
Nella rotonda di via Caracciolo si erge il
Monumento al Duca della Vittoria Armando Diaz,
felicissima opera di Francesco Magni e Gino
Lancellotti.
Invece di uscire dalla nostra Villa Comunale, che
termina in Piazza della Repubblica, ci conviene
ritornare sui nostri passi a piazza Vittoria per
rifare lo stesso itinerario lungo la storica
Riviera di Chiaja.
I primi palazzi della Riviera furono costruiti nel
secolo XVI; a quell'epoca lungo il litorale non vi
erano che casette dì pescatori e di popolani, ed i
primi edifici gentilizi sorsero come residenze di
villeggiatura, benché anche sotto questo aspetto la
zona non fosse molto consigliabile, in quanto fino
allo scadere del secolo XVIII fu paludosa e malsana.
La trasformazione di queste paludi in ridenti
giardini durò a lungo, ma nel 1696 finalmente la
strada della Riviera fu lastricata, poiché ormai vi
era stato costruito un discreto numero di palazzi:
sia sulla pianta del duca di Noja del 1775 che su
quella del Marchese del 1798 si vedono queste
costruzioni, più numerose nel primo tratto che da
piazza Vittoria va alla piazza San Pasquale, anziché
da quest'ultima alla Torretta.
II primo palazzo che troviamo, in angolo con la
discesa di via Calabritto è il
Palazzo Ravaschieri di Satriano,
nel quale i proprietari ospitarono Wolfango Goethe,
che nel suo Italienische Reise decantò la
grazia e l'intelligenza della padrona di casa,
Teresa Filangieri, e l'elegante passeggiata che
aveva luogo sotto i suoi balconi, una gara di
bellezza e di raffinatezza, dove si sfoggiavano
magnifici equipaggi e sontuosi vestiti.
Poiché alla Riviera si portavano a passeggio le
fanciulle da marito, era vietato soffermarvisi alle
donnine allegre. Sotto questo palazzo vi è stato per
un certo periodo un piccolo caffé comunemente
chiamato il « caffettuccio » il cuo vero nome era il
Caffé Recupito, elegante e mondano. Quando ancora
non esistevano i café-chantants in questo
locale dopo il San Carlo si riunivano le attricette
e la jeunesse dorée maschile della città
nonché i poeti, musicisti e giornalisti che solevano
intrattenersi sino all'alba.
Il palazzo Ravaschieri fu, come abbiamo accennato,
uno dei primi ad essere costruito alla Riviera; la
sua severa facciata adorna di busti marmorei fu
eretta nel 1601. L'edificio ha un ampio cortile ed
una bella scalea settecentesca opera del Sanfelice.
La sua storia è legata ad una famiglia principesca,
quella del principe di Cariati, che l'occupava
intorno al 1662, che fu causa di un luttuoso
episodio, partito da uno stupido malinteso accaduto
durante uno dei suoi sontuosi ricevimenti.
Una sera il principe della Pietra, ospite appunto
del Cariati, nel vedere una cagnetta bastarda che
uscì abbaiando dal suo rifugio dietro una poltrona,
ebbe l'infelice idea di osservare che rassomigliava
moltissimo ad una che aveva smarrito la sua
insopportabile suocera, la principessa
di Monteaguto, che lo
infastidiva continuamente perché gliela ritrovasse.
La cagnetta rassomigliava tanto a quella perduta che
il principe della Pietra, che probabilmente doveva
aver bevuto qualche bicchierino in più, disse al suo
ospite di restituirgliela immediatamente. Il Cariati
fece l'impossibile per far comprendere al suo
ospite con le buone che la cagna era sua e quindi
non poteva essere quella dispersa dalla suocera, ma
poi una parola tirò l'altra, e il bisticcio terminò
in una sfida, e in ottemperanza al vecchio codice
cavalleresco gli sfidati scesero sul terreno non da
soli, ma con gli amici, che avevano preso partito
per l'uno o per l'altro. Lo scontro si effettuò
all'alba nell'ampio cortile del palazzo e vi perse
la vita un cavaliere, ferito dal principe della
Pietra. Nonostante le gravi conseguenze di questo
inutile duello, il viceré, poiché i responsabili
appartenevano al patriziato, non prese alcun
provvedimento contro i colpevoli e concesse la
grazia a tutti, ma, evidentemente scossi dalle
proporzioni prese da una futile lite, ben
trecentosessantadue cavalieri si impegnarono
solennemente, apponendo la loro firma a un
documento, a non far più duelli in gruppo né
tanto meno per questioni di così poca
importanza.
Questo palazzo fu anche residenza vicereale: vi
abitarono il viceré marchese di Astorga ed il suo
successore marchese di Los Velez, giunto a Napoli
nel 1675 dopo essere stato viceré di Sardegna, che
vi tenne un'importantissima corte. Questo gentiluomo
spagnolo si guadagnò l'affetto dei napoletani
rifiutandosi nel 1679 di attingere alle misere borse
del popolo per il governo di Madrid. In occasione
del matrimonio di Carlo II con Maria Luisa però gli
furono richiesti trecentomila ducati e poiché non
era riuscito a racimolarli dovè imporre una tassa
sulla fabbricazione dell'acquavite. A questo
viceré, che lasciò definitivamente Napoli nel 1682,
si deve la proibizione del passeggio lungo la
Riviera alle prostitute. Il periodo in cui ospitò
la corte vicereale rappresentò il momento migliore
nella vita di questo palazzo, perché le possibilità
finanziarie dei Ravaschieri di Satriano non
avrebbero permesso loro di poter ricevere con tanta
magnificenza.
Subito dopo il Palazzo Satriano incontriamo il
vicolo omonimo, che incrocia la via intitolata al
patriota Carlo Poerio, una stretta e antica strada
parallela alla Riviera che da piazza dei Martiri,
angolo via Calabritto, conduce in piazza San
Pasquale. Questa strada era prima chiamata vico
Freddo a Chiaja in quanto i giardini che partivano
dal Palazzo di Garcxa de Toledo in Largo Ferrandina,
davano una piacevole frescura a coloro che passavano
di qui. Il prolungamento del vico Satriano, via
Bisignano, taglia via Alabardieri, così chiamata
perché vi era una caserma di questo corpo speciale
soppresso nel 1784 che di solito faceva da scorta ai
sovrani, e termina al bivio con via Cavallerizza.
Una seconda trasversale di via Carlo Poerio, via
Domenico Fiorelli, conduce poi in largo Ferrandina.
Ritornando alla Riviera, troviamo all'altro angolo
di vico Satriano il
Palazzo San Teodoro
che aveva anche un ingresso secondario nel vicolo,
chiuso da tempo.
Questo edificio nel 1826 fu restaurato ed ampliato
dall'architetto Guglielmo Bechi con una linea
neoclassica-pompeiana dopo che il duca di San
Teodoro ebbe acquistato alcune abitazioni adiacenti
dalle famiglie Pannone e de Tocco.
Seguiva il
Palazzo Ischitella,
non più esistente, che fu uno dei primi ad essere
costruito in questo primo tratto della Riviera di
Chiaja, dopo il Satriano. Appena costruito, nel
1647, poiché il proprietario, il nobile Mattia
Casanatte, era Reggente della Città in questo
critico momento storico, fu saccheggiato e quasi
distrutto dai rivoluzionari di Masaniello. Il
Casanatte, un nobile aragonese, per salvarsi la vita
fu costretto ad abbandonare il palazzo; in seguito
se ne tornò in Spagna, mentre dei suoi due figli,
uno, che era cardinale, si trasferì a Roma, e
l'altro, che per difendere il padre era stato
criticato, morì a Napoli tragicamente.
Esaminando una carta di questo tratto della Riviera
di Chiaja del 1694 ci si accorge che il palazzo fin
da allora era veramente imponente, a due piani e con
due ingressi, dotato di molte finestre con fini
decorazioni in marmo ed artistiche inferriate.
L'edifìcio poi passò ai Pinto, principi di
Ischitella, una famiglia oriunda dal Portogallo e
precisamente a quel principe che fu « scrivano di
Razione », che volle ingrandirlo e abbellirlo
nell'interno facendo decorare finemente i saloni
del piano nobile. L'ultimo di questa famiglia, che
fu proprietario del palazzo, fu il principe
Francesco Pinto, che era stato insignito anche del
marchesato di Giugliano. Dopo essere stato
dignitario di corte di re Giuseppe Bonaparte, don
Francesco partecipò da valoroso alla campagna di
Russia nell'esercito napoletano di Gioacchino Murat:
quindi dopo la triste fine del re francese, non era
facile tornare a Napoli. Egli non solo vi riuscì,
ma fu anche ripreso nell'esercito borbonico, e,
dato il suo passato di valoroso combattente e di
gran dignitario di corte, nel 1848 Ferdinando II
volle riconoscere tutti i suoi meriti nominandolo
Ministro della Guerra. Tale rimase sino al 1855,
dedicandosi alla nuova causa con grande lealtà; e
quando Garibaldi entrò con i suoi uomini a Napoli,
il principe Pinto lasciò la città e scomparve
nell'anonimato. Il palazzo passò poi al proprietario
dei caffé Europa e Donzelli che ne fece un albergo
chiamandolo prima Gran Bretagna e poi Riviera; agli
inizi di questo secolo infine vi ebbe sede un
circolo fondato da un'associazione napoletana di
carità. In seguito questo antico edificio è stato
demolito e ricostruito in una veste moderna che
guasta tutta la linea architettonica di questa
magnifica Riviera. L'attiguo vico Ischitella che
prese il nome dagli antichi proprietari del palazzo,
congiunge anch'esso la Riviera con via Carlo Poerio
ed immette direttamente ne] parco Bivona,
appartenuto alla famiglia Alvarez de Toledo. Nella
palazzina in questo parco abitò il conte di
Caltabellotta, consorte di una principessa Colonna
di Paliano, famoso perché nei suoi saloni amava dare
concerti per gli amici.
Tornando alla Riviera troviamo il
Palazzo Cioffi,
con un elegante androne adorno di statue di marmo e
quindi il
Palazzo Petagna,
appartenuto al principe Trebisaccia, che ha nel
cortile una graziosa fontana.
Incontriamo inoltre la piccola
Chiesa di San Rocco,
presso la quale era il monastero di San Sebastiano,
tenuto da monache ed officiato da quattro frati
domenicani che provvedevano anche alla riscossione
del diritto di pesca per la parte del litorale
prospiciente al monastero, che spettava a queste
monache. Questo antico diritto era stato concesso
dal duca Sergio di Napoli e riconfermato da Carlo II
d'Angiò e poi da re Roberto al convento di San
Pietro a Castello.
La chiesa originariamente doveva essere molto più
grande, con cinque altari, sul maggiore dei quali in
una nicchia di marmo vi era una miracolosa statua
del santo, protettore dei pellegrini e dei
viandanti. Nel 1819 Ferdinando IV fece aprire nel
retro un secondo ingresso concedendolo alla
Confraternita del Rosario che, pur lasciando
titolare della chiesa il santo dei pellegrini, fece
rimodernare l'edificio, forse restringendolo. Il
monastero fu venduto ai proprietari dei palazzi
limitrofi, ma la chiesetta è rimasta, anche se
incorporata in un palazzo; essa deve ritenersi una
delle prime costruzioni effettuate sulla Riviera,
poiché la sua data di edificazione si aggira
intorno al 1530.
Segue il
Palazzo Pignatelli di Strongoli
costruito nel 1829
con sobria facciata
neoclassica dall'architetto Niccolini:
l'appartamento nobile ha la fronte con balconi a
timpano e bugne paraspigoli.
Il proprietario era nel 1860 il principe di
Strongoli e conte di Melissa don Francesco
Pignatelli che sposò donna Adelaide del Balzo,
esimio letterato, noto per una elegante traduzione
dell'Eneide; la consorte fu membro
dell'Accademia Pontaniana, cosa eccezionale se si
pensa che fecero parte di questa famosa accademia
soltanto altre due donne : la duchessa d'Angri e la
professoressa Bacunin. Molto amica di Vittorio
Emanuele e Margherita di Savoia quando erano
principi di Napoli, la principessa Adelaide fu con
nomina reale creata ispettrice di vari istituti.
Qui, con piazza San Pasquale, termina il primo
tratto della Riviera di Chiaja. Dà il nome al largo
la francescana
Chiesa di San Pasquale
fatta costruire su disegno di Giuseppe Pollio da
Carlo di Borbone nella metà del secolo XVIII in
ringraziamento per la nascita del primogenito;
prima, il convento e la chiesa appartenevano ai
frati Alcantarini.
La chiesa, ultimamente restaurata nel 1970, a dire
il vero, non presenta nulla di notevole né dal lato
storico né dal Iato artistico. Potremmo segnalare
soltanto che in essa si conserva il corpo del beato
Egidio, un frate laico francescano morto in concetto
di santità, che fu molto conosciuto per i suoi
miracoli nel periodo del decurionato francese. Da
una porticina laterale si accede al convento e ad
una piccola grotta dedicata alla Madonna di Lourdes
molto venerata dai giovani e dalle giovani che vi si
soffermano prima di andare alle tante scuole che
sono in questa zona.
In questo largo sfocia la via Carlo Poerio di cui
abbiamo precedentemente parlato, e, in senso
perpendicolare alla Riviera, la via Carducci che
sale per piazza Amendola a via dei Mille, così come
la parallela via San Pasquale a Chiaja. Via
Carducci, aperta prima dell'inizio della seconda
guerra mondiale, è fiancheggiata da palazzi
moderni: in via San Pasquale, anch'essa moderna
all'inizio ma alquanto più vecchia alla fine,
ricordiamo la Chiesa Evangelica. Via San
Pasquale e via Carducci sono unite ed intersecate
da strade parallele: via A. Torelli, via Vittorio
Imbriani, via Vincenzo Cuoco e qualche altra più
piccola di scarso interesse.
In piazza San Pasquale vi era sin dagli inizi
del secolo XVIII un mercato del pesce che veniva
chiamato 'a preta 'o Pesce, ovvero la Pietra
del pesce, e poiché ogni medaglia ha il suo
rovescio, mentre vi si poteva acquistare del pesce
fresco, l'odore di questa zona non era tra i
migliori. A prescindere da questo mercato, poi,
proprio in questa direzione le donne del borgo di
Chiaja andavano a lavare i loro panni ed a buttare a
mare gli esiti dei loro bisogni corporali, e Giovan
Battista Basile nel suo Cunto de li cunti ci
racconta che da questo litorale proveniva un odore
così sgradevole che veniva detto volgarmente « la
malora di Chiaja ». Non essendovi fognature le
massaie non avevano altra scelta, nonostante i
viceré vietassero quest'usanza.
All'angolo della piazza facciamo iniziare il secondo
tratto della Riviera; qui un edificio moderno
sostituisce malamente un antico palazzo appartenuto
agli Ulloa, che era stato eretto agli inizi del '600
dal duca di Lauria Adriano Ulloa o secondo alcuni
dalla Casa degli Incurabili e poi venduto al duca.
Seguono il
Palazzo Bagnara a Chiaja,
così chiamato per distinguerlo dall'altro che
vedremo a piazza Dante ed il
Palazzo Serracapriola,
costruito verso la fine del 700, che per un certo
tempo ha ospitato il Caffè Riviera.
Questo palazzo, a differenza del precedente che non
ha nessun interesse artistico o storico, è legato
al periodo francese della storia napoletana per
un'esplosione avvenuta il 31 gennaio del 1808 che ne
causò la distruzione di una parte e alcune vittime.
Abitava allora qui il ministro di polizia Giuseppe
Cristoforo Saliceti che in questa esplosione fu
ferito, con la figliola e il genero duca di Lavello.
Poiché al piano terra della parte che andò
distrutta, quella che fa angolo con via Bausan, vi
era la bottega di uno speziale, si sospettò che
questi, un certo Onofrio Viscardi, filoborbonico,
avesse causata l'esplosione, che si pensò potesse
essere una vendetta della regina Maria Carolina
contro l'odiato Saliceti. A dire il vero fu
incolpato in principio persino il ministro delle
finanze Roederer, anch'egli in urto col ministro di
polizia, ma in seguito la sua colpevolezza fu
esclusa. L'inchiesta fatta da tre generali stabilì
che l'esplosione era stata causata da una carica di
ben cento libbre di polvere, e tutti i sospetti
ricaddero sui familiari dello speziale, che furono
costretti a dichiararsi colpevoli e confessarono
anche di essere stati istigati da alcuni messi
inviati dalla regina Maria Carolina. Si disse che
questa confessione fosse stata strappata ai Viscardi
con torture e minacce, ma, quel che è certo, la
disgraziata famiglia pagò con la forca il suo
delitto; poiché lo speziale non fu giustiziato si
sussurrò che avesse avuta salva la vita perché aveva
fatto da delatore a danno di altri, ma l'anno
seguente anch'egli morì, sembra tragicamente. Il
proprietario del palazzo, il duca di Serracapriola
Antonio Maresca Donnorso, quando avvenne
l'esplosione si trovava alla corte di Pietroburgo
quale Ministro plenipotenziario di Ferdinando IV,
dal quale era molto stimato. Il sovrano spodestato
affidava importanti negoziati al brillante
diplomatico, il quale sembra che si fosse
conquistata la simpatia di Caterina di Russia a tal
punto che l'imperatrice gli avrebbe promesso che se
fosse riuscita a debellare la Turchia con una pace
onorevole avrebbe donato al Regno di Napoli le coste
albanesi. Rimasto vedovo della prima moglie, Maria
Adelaide del Carretto di Camerano, Antonino Maresca
si risposò in Russia con la figliola del Procuratore
Generale di tutte le Russie, il principe Alessandro
Wiazemski e si mise così in vista che fu poi
prescelto per essere inviato al Congresso di Vienna
a difendere la causa del suo re. Questo congresso,
durato dal 22 settembre 1814 al 9 giugno 1815,
avrebbe dovuto determinare il nuovo assetto
dell'Europa nella ricerca di una pace duratura e di
una ripartizione equa dei territori, ma il
Metternich fece la parte del leone e l'Austria
divenne padrona di vari stati italiani; rimasero
liberi, praticamente, soltanto il Piemonte ed il
Regno di Napoli che fu restituito a Ferdinando IV.
Il sovrano borbonico sul momento fece grandi
promesse al Maresca, ma quando avvennero i moti del
1820-21 dei quali l'Austria fu indirettamente
responsabile, diede al suo diplomatico la colpa di
non essere riuscito ad evitare l'ingerenza austriaca
nel Regno. Poco dopo, nel 1822 il duca morì a
Pietroburgo.
Attualmente questo palazzo è stato sostituito da una
costruzione moderna, dopo che, a causa di un
incendio avvenuto nel 1944, era stato in parte
distrutto: anche a quell'epoca il proprietario,
Giovanni Maresca di Serracapriola, era assente, in
India, e sembra che l'incendio si sviluppasse in
alcuni saloni che le forze armate americane avevano
requisito per farvi un circolo.
Una strada sulla destra è intitolata al valoroso
ufficiale della Marina Napoletana Giovanni Bausan,
che combatté su una nave inglese con l'ammiraglio
Bodney alla battaglia di Capo San Vincenzo. Quando
Ferdinando IV di Borbone si rifugiò in Sicilia,
poiché la nave britannica su cui era il sovrano non
riusciva ad entrare in porto si chiamò a bordo il
Bausan, la cui perizia era ben nota, perché
comandasse la manovra. Nel 1808 lo troviamo
alla riconquista di Capri
e nel 1810 valoroso combattente nelle acque di
Napoli.
Questa piccola strada era prima chiamata del
Carminiello, per una chiesa intitolata alla Vergine
del Carmelo che ci risulta esistente sin dal 1619;
annesso vi era anche un convento, i cui frati nel
1714 si lamentarono presso l'autorità di polizia
perché nel vicoletto adiacente, quello
dell'Ascensione avvenivano « scandalose opere alle
quali la solitudine di detto vicolo serve di
incitamento e d'asilo ». Accanto al convento vi era
un forno molto accorsato che panificava in modo
eccellente, ma agli inizi del secolo scorso, chiesa,
convento e forno furono demoliti e qui fu costruito
il Palazzo Ludolf.
Degno di rilievo, segue il
Palazzo dei Ruffo della Scaletta,
appartenuto prima ai
principi di Belvedere e precisamente al cardinale
Diomede Carafa, per cui ancora da alcuni è chiamato
Carafa del Belvedere.
Il cardinale fece incidere sulla facciata il suo
stemma cardinalizio con un distico virgiliano; la
proprietà passò poi al principe di Bisignano Tiberio
Carafa che nel suo parco creò un giardino zoologico,
riunendovi anche delle bestie feroci, tra cui un
leone, divenuto peraltro così mansueto da essere il
divertimento dei bimbi del vicinato. Si racconta che
un giorno il principe portasse il leone con sé in
una trattoria e lo legasse ad una inferriata, e che
l'animale avendolo visto allontanarsi, per scendere
sulla strada si lanciasse nel vuoto
strangolandosi.
Nel 1832 l'edificio fu ampliato e restaurato da
Francesco Saverio Ferrari che rifece la facciata,
mentre il cortile, le scale ed i due appartamenti
nobili furono decorati da Guglielmo Bechi, lo stesso
architetto del Palazzo San Teodoro; questi provvide
anche alla sistemazione dei giardini, dei quali una
parte nel tempo passarono all'attigua Villa
Pignatelli. La scala di questo palazzo è ricordata
per un aneddoto... borbonico: il proprietario, il
principe Ruffo della Scaletta, l'aveva ridotta per
ingrandire l'appartamento al piano nobile. Poiché
una sera che ebbe l'onore di accogliere in casa re
Ferdinando, dopo aver ammirato i saloni, il sovrano
si disse spiacente di non poter fare altrettanto
per la scala, che era troppo modesta, il Ruffo pensò
bene di allargarla di nuovo. Le diede quindi tanto
spazio che quando invitò un'altra volta il re,
quegli scherzosamente osservò che la scala era molto
bella ma si era « magnato tutt' 'o palazzo ».
Anticamente il parco giungeva sino alla collina del
Vomero; nel 1825, poi, i Belvedere ne vendettero due
ettari a lord Guglielmo Drummond che a sua volta li
passò al baronetto di Aldenham Ferdinando Acton, che
per sfuggire alla persecuzione dei cattolici era
andato prima in Francia e poi si era trasferito a
Napoli. Il terreno fu acquistato per costruirvi una
villa, della quale si affidò la realizzazione ad un
allievo del Niccolini, l'architetto Pietro Valente;
le decorazioni interne e i disegni del parco furono
invece opera dell'architetto Bechi, e tutto
l'insieme fu terminato intorno al 1830. Il risultato
fu una costruzione neoclassica dalla tipica linea
inglese molto bene ambientata con il bel parco. Per
dare un certo tono all'ingresso l'architetto
concepì la costruzione di due piccoli edifici uniti
da una cancellata attraverso la quale dalla strada
si può ammirare ancora oggi la Villa Pignatelli.
Anche per questa costruzione non mancarono
critiche, poiché fu trovato sproporzionato il
rapporto tra la fronte della facciata ed il
porticato: Michele Ruggiero, ad esempio, riteneva di
riscontrare poca avvedutezza nel disegno dell'atrio
posto davanti alla casa e alle colonne, che
occupano metà della vista dei pilastri che sono
arretrati.
Ai tempi degli Acton la villa era tenuta con grande
larghezza di mezzi, ma quando morì don Ferdinando
nel 1837, la vedova, Maria Luisa Pelline D'Alberg,
dopo tre anni si risposò con il conte di Grandville,
che sarebbe divenuto un giorno il presidente della
Camera dei Lords, e decise di trasferirsi a Londra
con il figlio Giovanni Emerick. Nel 1841 quindi la
villa fu venduta: Carlo Lefebure e Francesco
Verhulet comprarono parte del terreno, mentre il
giardino, la villa vera e propria e le dipendenze
furono acquistate dal magnate della finanza
germanica barone Carlo Meyer von Rotschild che era
venuto a Napoli nel 1821 per sostenere e
finanziare le truppe austriache del Metternich. Nel
1842 i Rotschild fecero costruire i loro uffici
distaccati dalla villa, che mantennero come lussuosa
residenza. Quindi diedero incarico all'architetto
Gaetano Genovese di allargare e adattare alcune
sale, la sala Rossa e la biblioteca, mentre un
architetto francese di cui non conosciamo il nome
ebbe il compito di decorare due sale, quella per i
balli e l'altra « azzurra ». Poiché la felicità non
è di questo mondo, in questa famiglia nel 1855
morirono tre fratelli su cinque; la loro potenza
finanziaria, sin dal 1848 aveva incominciato a
declinare, forse a causa di quei moti rivoluzionari
che scossero lo stato dalle fondamenta. Quando la
famiglia Borbone lasciò Napoli, i superstiti
Rotschild vollero seguirla, e, riservandosi soltanto
i due piani dell'edificio adibito ad uffici,
vendettero nel 1867 la villa al duca di Monteleone
Aragona Pignatelli Cortes che vi trasferì la sua
residenza. II duca Diego, nel 1886, sposò la
duchessina di Amalfi Rosa Fici e dopo il suo
matrimonio rese questa villa una vera reggia.
Rimasta vedova, la principessa decise di abbandonare
la vita mondana e di dedicarsi soltanto alla cura
dell'amministrazione delle proprietà e alla
sistemazione dell'importantissimo archivio di
famiglia, che andò personalmente riordinando
nell'attiguo edificio di Santa Maria in Portico.
Questo archivio, passato oggi all'Archivio di Stato
in Napoli, contiene documenti risalenti sino al
secolo XIII. L'unica abitudine mondana che la
duchessa di Monteleone volle conservare fu quella
di far dare nei saloni della sua villa i concerti
dell'Accademia Napoletana. Alla sua morte, avvenuta
nel 1952, la villa per suo desiderio fu donata allo
Stato completa di arredamento affinché se ne
facesse un museo intitolato al principe Diego:
attualmente in un padiglione in fondo è ospitato il
Museo delle Carrozze, la cui raccolta, se
così può chiamarsi, fu donata dal Marchese di
Civitanova. La Villa è sotto la giurisdizione delia
Soprintendenza alle Gallerie e pur essendo oggi un
Museo, viene usata, a discrezione insindacabile del
sopraintendente, per manifestazioni e mostre.
Appena entrati nel portico di ingresso si ammirano
due busti del Persichetti del 1959 raffiguranti il
Principe Diego Pignatelli e la consorte
Principessa Rosina; nell'atrio vi sono quattro
vasi antico Giappone con festosi fiori ed uccelli e
sulla destra, all'inizio della scala, un busto
secentesco in bronzo raffigurante Ferdinando
Cortes. Nella Sala Rossa vi è un bel tavolo
rotondo in marmo con pietre dure e quattro angeli
porta-candelabri a fianco delle porte; si entra poi
nella Sala da Ballo ove si notano splendidi
lampadari francesi e specchiere finemente
intagliate; segue la Sala di Musica, con un vecchio
pianoforte e delle consolles sovrastate da
grandi specchiere sulle quali poggiano vasi di
porcellana policroma del Giappone; in fondo vi è un
piccolo ambiente semicircolare con decorazione in
stile pompeiano.
La sala Azzurra ha una grande consolle con
vaso di Sassonia e candelabri francesi mentre sul
camino trionfa un magnifico orologio francese
settecentesco eccezionale anche per la sua
grandezza, con figure allegoriche rappresentanti il
Tetnpo e l'Astronomia. In una vetrina
si ammirano alcune porcellane dorate di Sassonia,
due candelabri Wolfsohn di Dresda, altre figurine e
gruppetti tra i quali uno raffigurante un Ratto
di Proser-pina, un servizio da caffé decorato in
oro e una piccola zuppiera ornata dì fiori a
rilievo. Nel soffitto della Sala Rossa, tappezzata
in damasco, vi è un affresco di ignoto autore
settecentesco raffigurante l'Architettura
contornato da due genii dei quali uno impugna la
pianta della villa. Sul caminetto vi è un orologio
francese del secolo XIX e sulle ricche consolles
dei vasi policromi di Sassonia e altri di
porcellana giapponese oltre a candelabri di bronzo
dorato. La Sala Verde ha alle pareti tre pannelli
dipinti dal cinquecentesco Giovan Filippo
Criscuolo, discepolo di Andrea da Salerno e nella
vetrina a muro delle porcellane viennesi del
settecento delle quali una molto importante
raffigurante la Liberazione di Andromeda,
oltre ad alcune zuppierine ed antiche posate con
manici di porcellana. In un'altra vetrina si
ammirano porcellane di Capodimonte, di Napoli e di
Venezia, con un rarissimo vetro di Murano del secolo
XVIII, e piatti e vasi di maiolica Giustiniani e del
Vecchio, oltre a una grande zuppiera di porcellana
veneziana del settecento. Nella vetrina a sinistra
si vedono invece porcellane inglesi Chelsea e Bow,
dei puttini di Doccia, delle porcellane di Zurigo e
di Meissen, e nella vetrina opposta all'ingresso, a
sinistra, porcellane cinesi del secolo XVIII,
porcellane Gres, due vasi Ch'ien-Lung anche
del settecento, e un biscuit di Sévres,
semprecché nulla sia stato spostato dal suo
posto.
Nella vetrinetta di mogano a destra vi è un servizio
per caffelatte in porcellana di Sévres decorato a
Napoli da Giovine oltre a dei bicchieri di
porcellana decorati dallo stesso artista che
vogliono ricordare alcuni fatti del Ministero Ferri
del 1846 e un orologio settecentesco con figure
allegoriche di porcellana di Meissen. La Sala da
pranzo ha la tavola sempre apparecchiata con
argenteria, porcellane e servizio di bicchieri
inglesi del secolo scorso con Io stemma della
famiglia e due splendidi candelabri d'argento. Alle
pareti, nature morte del '700 e sui mobili zuppiere
e piatti decorati in porcellana di Sévres, di Nove e
di Napoli, oltre a coppe e vasi giapponesi. La
biblioteca è costituita da varie librerie e alle
pareti vi sono dei Piatti d'Abruzzo
raffiguranti Maria Carolina, Giuseppe Pignatelli del
pittore Carlo Labarbera, Rosina Pignatelli di
Giuseppe de Sanctis, papa Pignatelli, Innocenzo XII,
incisioni di Blondeau di G. M. Morandi e piccoli
mobili intarsiati di tartaruga e di avorio. Sulla
tavola centrale vasi di porcellana giapponese,
mentre le pareti, le poltrone e le sedie sono
rivestite di cuoio di Cordova. Nel salottino
ellittico altro busto di bronzo di papa Pignatelli,
un secrétaire Luigi Filippo, una vetrina in
mogano e tartaruga con dei biscuits di
Napoli e di Sévres, dei quali uno molto bello
raffigurante una giovane donna sdraiata, in analogia
alla figura di Carolina Bonaparte nel gruppo
dell'Aurora di Grassi che attualmente è al Museo
di Capodimonte. Vi è inoltre una vetrinetta inglese
con piccoli busti di personaggi classici e un'altra
in mogano con un magnifico servizio di porcellana di
epoca impero. L'atrio veranda ha delle copie di
statue antiche, oltre ad un busto marmoreo
raffigurante Innocenzo XII, uno di
Clemente XI, che successe al papa Pignatelli
nel 1700, ed uno del Duca di Monteleone da
antico romano, opera dello scultore siciliano
Leonardo Pennino, eseguito a Roma nel 1721. Il
giardino all'inglese contiene magnifiche araucarie
ed altre piante rare, come Magnolia grandiflora,
Rhododendron hibridum, Zamia integrifolia, Cycas
Revoluta, Chamaedorea Elegans, Kentia Foresteriana,
e Belmoreana, Sterlitzia Reginae e Augusta, Hibiscus
Sinen-sis, Camelia iaponica.
Attiguo a questa villa troviamo il
Palazzo Siracusa,
poi Caravita di Sirignano,
greve e pesante, che occupa l'area di vari
fabbricati preesistenti: esso affaccia alla Riviera,
ma ha l'ingresso principale sulla via del
Rione Sirignano.
La parte più antica di questo palazzo fu costruita
nel secolo XVI per desiderio del marchese della
Valle don Ferdinando Alarcon, un generale spagnolo
al servizio di Carlo V, assurto a grandi ricchezze e
grandi onori per essere stato uno degli amanti della
regina Giovanna d'Aragona. Questo potrebbe quindi
essere considerato il più antico dei palazzi alla
Riviera, o per lo meno lo è senz'altro quella torre
all'angolo orientale della facciata che doveva
essere di vedetta per la difesa dai pirati turchi.
Agli inizi del '700 dagli eredi Della Valle il
palazzo passò al principe Caracciolo di Torella come
bene dotale di un'unica figlia e nel 1815 fu
completamente rinnovato da Antonio Annito: nel 1838
lo acquistò poi il conte di Siracusa Leopoldo di
Borbone, noto per le sue idee liberali. Egli lo fece
rimodernare dall'architetto Fausto Niccolini e così
il palazzo di' venne il luogo di ritrovo degli
aristocratici napoletani che come lui erano in
politica all'avanguardia. In quel tempo vi erano
annessi circa quattordicimila metri quadrati di
parco, nel quale era stato creato anche un teatrino
dove il conte di Siracusa, mecenate, scultore e
filodrammatico, organizzava recite e
rappresentazioni. L'edificio passò dopo il 1860 al
barone Compagna ed infine al principe Caravita di
Sirignano che lo fece ricostruire dotandolo di una
seconda torre simmetrica a quella antica e lottizzò
poi il gran parco per costruirvi dei tetri
palazzoni. In questo palazzo abitarono il conte de
Marzi, Placido de Sangro, che donò al Museo della
Floridiana la preziosa raccolta di porcellane e un
nipote del cardinale Sisto Riario Sforza, il duca
Nicola, nei cui saloni si ammiravano gli splendidi
arazzi di Casa Doria con la raffigurazione delle
Quattro Stagioni. In questo rione dove il
verde, ahimé, è quasi completamente scomparso,
abitarono altri due noti personaggi, lo scultore
Cangiullo, illustre discepolo del Toma, ed il più
grande spadaccino italiano, il marchese Luigi
Mastel-loni di Capograssi, l'unico che riuscì a
battere il campione europeo Agesilao Greco. Questo
patrizio napoletano apparteneva alla famiglia di
quel marchese Emanuele che fu Ministro di Grazia e
Giustizia della Repubblica Partenopea del 1799,
fratello del duca di Salza don Mario.
La prossima strada a destra, via Santa Maria in
Portico, si apre tra i due
Palazzi Schioppa e Gallo,
il primo dei quali era di una famosa modista
francese e l'altro appartenne al duca Mastrilli del
Gallo, abile diplomatico presso Napoleone. La strada
prende il nome dall'antica
Chiesa di Santa Maria in Portico,
costruita all'inizio del '600 per volere della
duchessa di Gravina Felice Maria Orsini, che aveva
in questa zona una estesa proprietà costituita da
un palazzo e da giardini che giungevano sino al
Vomero. Rimasta vedova, la gentildonna, dopo essersi
consigliata con i padri gesuiti, volle trasformare
il suo palazzo in monastero. In seguito, a causa di
alcune divergenze di vedute con la loro
benefattrice, questi religiosi furono sostituiti dai
Chierici Regolari, un Ordine toscano fondato dal
beato Giovanni Leonardo. Essi provvidero
all'edificazione della chiesa, che fu dedicata alla
Vergine di Santa Maria in Portico, venerata anche a
Roma, la cui miracolosa immagine già durante la
peste del 1656 attirò grande affluenza di fedeli
nella chiesa presso la Riviera.
Attualmente questo tempio si presenta con la
facciata rifatta nel 1862 e con una graziosa cupola
sull'abside: vi si possono ammirare, nella prima
cappella a sinistra, alcuni affreschi di Luca
Giordano e una Nascita della Vergine di
Fedele Fischetti del 1766 ed in una cappella a
destra un Crocefisso in legno del secolo XV
di eccezionale bellezza. Notevole il Presepe,
con pastori a grandezza naturale, un valido esempio
di quest'arte napoletana; in legno e riccamente
vestiti, si ritiene siano della metà del secolo
XVII.
Dalla chiesa di Santa Maria in Portico, si può
imboccare la via Girolamo Piscicelli, che conduce in
largo Ascensione, oppure via Martucci, che sale a
piazza Amedeo; sulla sinistra della chiesa vi è un
dedalo di vicoli e vicoletti ove l'unica strada da
ricordare è la via Campiglione.
Dopo questa breve deviazione ritorniamo alla Riviera
e, dopo aver superato qualche palazzetto di scarso
interesse, come il
Palazzo Belgioioso
che appartenne al principe di Cerenzia, si incontra
il
Palazzo Capece Minutolo di Bugnano,
che in origine era di proprietà del Pio Monte della
Misericordia, ma nel tempo fu interamente rifatto e
adibito ad albergo. Segue il piccolo
Palazzo Como
che non ha alcun interesse artistico ma dal lato
storico-folkloristico è legato al ricordo della
famosa « mazzarella di San Giuseppe ».
I napoletani hanno spesso sentito dire la frase «
non sfrocolià 'a mazzarella 'e San Giuseppe »
passata a significare « non dar fastidio, non
svegliare i cani che dormono! » Questa espressione
solo in un secondo momento ha assunto il suo
significato scherzoso, mentre quello originale era
puramente letterale. Infatti era conservato a Napoli
un avanzo del bastone di San Giuseppe, una reliquia
non si sa come giunta dall'Inghilterra nel secolo
XVIII e custodita in una cappella dal cantante
Grimaldi, molto noto nei teatri napoletani del
secolo XVIII, nel suo appartamento alla Riviera di
Chiaja, proprio in questo palazzetto Como attiguo
alla chiesa. II giorno del santo, il 19 marzo,
mentre di fronte alla chiesa si disponevano le
bancarelle con le zeppole e in via Medina, ove era
un'altra chiesa dedicata a San Giuseppe, si
allestiva la tradizionale fiera degli uccelli, il
Grimaldi esponeva per tutto l'ottavario alla
venerazione dei fedeli e della corte la reliquia che
conservava gelosamente. Egli era però costretto a
farla sorvegliare da un suo servitore, il veneziano
Andrea Muscìano, poiché non era facile tenere a bada
i cosiddetti fedeli che per fanatismo o per
vandalismo, approfittando della ressa cercavano di
portarsi a casa un po' di « mazzarella ». E se
qualcuno allungava le mani verso la reliquia veniva
appunto ammonito: « Non sfrocoliate la mazzarella di
San Giuseppe! ». Pare però che nonostante la
sorveglianza, al termine dell'ottavario la «
mazzarella » si trovasse sempre più assottigliata e
accorciata con grande dispiacere del Grimaldi.
Alla morte del Grimaldi la reliquia passò ai suoi
discendenti e ad un certo punto fu causa di lite tra
fratelli, finché dopo lunghe questioni giudiziarie
il tribunale decise di affidarla alla badessa del
monastero di San Giuseppe de' Rossi e poi al Real
Monte e Congregazione di San Giuseppe de' Nudi in
via San Potito, ove riteniamo che quanto ne rimane
sia conservato insieme ad una parte del mantello
del Santo.
In questa zona vi erano molti « casini » di
villeggiatura, non più esistenti; oltre a quelli di
cui abbiamo già parlato ricorderemo quelli del
marchese Faxado e quello del Reggente Moles. Questo
tratto della Riviera era chiamato « il borgo di San
Leonardo », essendo nato intorno all'omonima chiesa
non più esistente che si ergeva su un lembo di terra
distaccato dalla riva sì da costituire quasi
un'isoletta: vi si accedeva attraverso una porta ad
arco varcando un piccolo ponte. Sembra che questa
chiesetta fosse stata costruita per un voto fatto
al santo di cui portava il nome da un gentiluomo
castigliano che, sorpreso da una tempesta mentre
navigava nel golfo, si sarebbe salvato toccando
terra in quel punto della spiaggia. La chiesa,
chiamata di San Leonardo ad insulam, fu
officiata prima dai monaci basiliani e poi dai
domenicani : essa ed il suo convento sono legati
alla storia del periodo aragonese e della Congiura
dei Baroni perché una nobildonna napoletana,
Mondella Gaetani, principessa di Bisignano, il cui
marito era già in galera, essendo fra quelli che
avevano congiurato contro re Ferrante, per sottrarre
i teneri figlioletti alle ire del sovrano riuscì a
rifugiarsi presso i buoni frati. Subito dopo, sempre
grazie all'aiuto dei religiosi, di lì potè
imbarcarsi su un legno romano e mettersi in salvo a
Terracina, in suolo pontificio.
Di fronte al complesso religioso, sulla spiaggia, vi
era la Taverna di Florio, ricordata da molti
napoletani. Lo scoglio di san Leonardo durante i
moti di Masaniello fu conteso fra gli spagnoli e i
rivoltosi napoletani; in seguito fu unito alla riva
ed ora non ne resta che il ricordo.
Quasi di fronte alla chiesa di San Leonardo i
gesuiti fondarono un collegio che dedicarono a San
Giuseppe, a cui furono aggregati poi un
convalescenziario e nel 1676 una chiesa, opera
dell'architetto Carrarese, un laico gesuita. Quando
questi religiosi furono espulsi dal regno di Napoli
il collegio ed il convento furono adibiti a scuola
di arte nautica finché nel 1818 Ferdinando IV vi
insediò un Ospizio per ciechi dedicato ai santi
Giuseppe e Lucia. Attualmente la
Chiesa di San Giuseppe
è chiamata a Chiaja per distinguerla da
altre dedicate allo stesso santo.
Nell'interno si possono ammirare due belle opere del
napoletano Antonio Sarnelli, una Annunciazione
ed II Sogno di Giuseppe; sull'altare
maggiore vi è una Sacra Famiglia del
seicentesco napoletano Francesco De Maria, mentre
sono opere del romano Giacomo Farelli il Transito
di San Giuseppe e l'Angelo che annuncia il
viaggio in Egitto. In sacrestia dovrebbe esservi
un dipinto del De Maria raffigurante Sant'Anna.
Avvicinandoci alla fine di questa strada notiamo
ancora il
Palazzo Guevara di Bovino,
costruito dall'architetto Moscarella che volle
imitare lo stile del fiorentino Palazzo Pitti.
L'edificio passò poi al principe di Candriano e
Matilde Serao ci racconta che vi avvenne un dramma
poiché una nobildonna vi fu sorpresa dal consorte in
intimo colloquio con un diplomatico straniero.
Il palazzo appartenne poi all'ambasciatore in Russia
principe Camillo Caracciolo di Bella che, essendo un
liberale convinto, era molto amico del conte di
Siracusa; attualmente è sede del Consolato di
Francia.
In questa zona, un po' prima di questo palazzo ve ne
era un altro appartenuto prima ad una famiglia
chiamata Scuotto, e poi passato ai Charlsworth, che
viene ricordato perché durante la sua costruzione
furono trovati dei resti di opus reticulatum.
Vi era anche una caserma, anch'essa non più
esistente, chiamata Cristalleria. Unito al Palazzo
Guevara da un arco vi era il Palazzo del prìncipe
dì Teora Mirelli, che diede il nome alla salita
attigua che saliva sino al Vomero prendendo più in
su il nome di Imbrecciata.
La salita dell'Arco Mirelli taglia la via Andrea
d'Isernia, la via Crispi, ed il Corso Vittorio
Emanuele. Questa via Andrea d'Isernia è intitolata
all'illustre personaggio che fu giudice della Magna
Curia nel 1290 e poi Luogotenente del Gran
Protonotario Bartolomeo di Capua.
Poiché il palazzo dei Mirelli apparteneva
precedentemente al duca di Caivano, il segretario
del regno Barile, l'arco era chiamato prima ancora
il Ponte di Caivano.
Prima di lasciare questa salita o discesa dell'Arco
Mirelli ricorderemo la
Chiesa di San Francesco degli Scarioni che si
trova su di essa a metà del primo tratto. È così
chiamata perché fu fatta costruire nel 1701, per
desiderio di un mercante toscano che aveva questo
cognome, da Giovan Battista Nauclerio, insieme al
convento che ospitava religiose toscane e fu poi di
clausura.
Sulla porta dell'atrio vi sono una statua del santo
ed una iscrizione marmorea che ricorda una visita di
Pio IX nel 1849.
Su questa salita vi è anche la bella
Chiesa dei Santi Giovanni e Teresa
attualmente monastero di clausura delle Carmelitane
Scalze, fondato nel 1746 e costruito nel giardino
della villa del Regio Consigliere Carlo Gaeta.
La chiesa, di forma ellittica, e con elegante
cupola, insieme al monastero fu messa sotto la
protezione della famiglia reale borbonica e
dichiarata di Casa Reale. Nell'interno vi sono
alcune pitture di Giuseppe Bonito di Castellammare
di Stabia, di cui ricordiamo il Calvario e
una Sacra Famiglia.
Al vico Parete, che taglia questa strada, vi è
l'antico
Palazzo Capomazza
che viene ricordato principalmente perché da qui
partivano le corse dei cavalli; le povere bestie
venivano lanciate su questa discesa, in una
competizione quanto mai difficile e pericolosa.
Questo palazzo apparteneva al marchese Emilio
Capomazza di Campolattaro che fu sindaco di Napoli e
poi deputato al Parlamento.
Ritornando sui nostri passi, osserviamo la grande
piazza che si estende per tutta la larghezza della
Riviera, della Villa Comunale, che qui termina, e di
via Caracciolo, che continua verso Mergellina. Essa,
chiamata prima piazza Umberto I e poi Principe di
Napoli, dal titolo che portava in quel tempo il
futuro Vittorio Emanuele III, ha attualmente il nome
di Piazza della Repubblica; al centro si nota il
modernissimo e poco comprensibile Monumento agli
« scugnizzi » delle Quattro Giornate.
Dopo questa piazza la Riviera di Chiaja sfocia nella
Torretta, mentre in parallelo parte il moderno viale
Elena; si chiamerà — probabilmente — viale Gramsci.
Sulla destra troviamo un'angusta strada che si
dirama poi in tre rami che confluiscono in Corso
Vittorio Emanuele e subito dopo la piccola
Chiesa di Santa Maria della Neve,
che non ha nulla di notevole se non le sue origini,
essendo stata costruita nel 1571 a spese dei
pescatori del litorale mettendo da parte il ricavato
del mercato della domenica.
Anticamente nel mese dì agosto in onore di questa
Vergine si organizzavano grandi feste durante le
quali i giovani pescatori facevano gare di velocità
con le loro barche. Nel 1697 vi era una fontana con
un'iscrizione che ricordava l'abbellimento della
piccola chiesa operato per desiderio del viceré
Luigi Francesco della Cerda, duca di Medinacoeli. La
Vergine ed un'effigie di Sant'Anna che era in questa
chiesa erano ritenute molto miracolose, e anche la
regina Carolina veniva spesso a venerarle. Questo
sito è chiamato Torretta nel ricordo di una torre
che vi fu costruita nel 1564 per volere del viceré
duca d'Alcalà Pedro Afan de Ribera, dopo una
disastrosa incursione dei saraceni. Dopo essere
sbarcati in queste vicinanze i pirati fecero
ventiquattro prigionieri e poco mancò che non
riuscissero a rapire anche la marchesa del Vasto.
Poi, asserragliati nel castello, di Ni-sida
intavolarono trattative per ottenere un riscatto.
L'emissario vicereale autorizzato alle trattative fu
lo scultore Gerolamo Santacroce, che ottenne la
liberazione dei prigionieri previo pagamento di una
considerevole somma, una parte della quale fu
versata dalla Compagnia della Redenzione dei Cattivi
che era in via San Sebastiano. Della « torretta »
nulla è rimasto ed al suo posto vi sono gli edifici
del Consolato degli Stati Uniti.
Proseguiamo imboccando via Piedigrotta che ci porta
all'omonima chiesa e alla Galleria delle Quattro
Giornate. In questa strada nel secolo XVII vi era il
Palazzo del marchese Taccone di Sitizzano,
che vi aveva raccolto una ricca biblioteca. Il
Palazzo d'Aquino di Caramanico
appartenuto ad un Bartolomeo che nel 1640 sposò una
contessa Stampa di Milano è ancora esistente, anche
se fu distrutto in parte durante i moti
insurrezionali del 1647 e nel tempo fu varie volte
ricostruito: attualmente è sede di una caserma.
Al termine di via Piedigrotta ci troviamo nella
piazzetta omonima dalla quale, scendendo sulla
sinistra, usciamo in piazza Sannazaro ove
confluiscono la via Mergellina e il viale Elena. Al
centro della piazza vi è la
Fontana della Sirena, opera di Pasquale
Buccino, composta di un gruppo di mostri e cavalli
marini su una base rocciosa sui quali domina una
sirena rappresentata con la coda attorcigliata ed
un braccio levato al cielo; questa fontana era prima
in Piazza Garibaldi. Sulla destra-vi è la
Galleria Laziale,
scavata nel 1925, che sbocca a Fuorigrotta, nuovo
rione che visiteremo in un altro itinerario.
Incamminandoci ancora per il proseguimento di via
Mergellina, a destra troviamo nell'omonima piazzetta
la Fontana del Leone.
L'acqua che nel secolo scorso scaturiva da questa
fontana, cadendo dalla bocca di un leone in una
grande vasca, era considerata la migliore della
città, tanto che Ferdinando II mandava a prenderla
per la sua mensa anche quando stava per incamminarsi
per un viaggio. Questa fonte era conosciuta sin dal
secolo XVII quando era chiamata di Mergoglino,
dal nome della contrada. All'angolo sinistro di
via Mergellina con via Caracciolo vediamo il
Palazzo Minozzi
e giungiamo infine nel largo Barbaja, prospiciente
la piccola spiaggia di Mergellina e l'omonimo
porticciuolo.
Mergellina conserva ancora molto del suo fascino,
anche se parte di esso è folklore sapientemente
dosato e indubbiamente non appaga l'occhio
smaliziato del visitatore. Tuttavia, davanti ai
moderni ed accoglienti caffé all'aperto, cinto dal
piccolo molo per imbarcazioni da diporto, il breve
tratto di spiaggia di sera accoglie ancora le barche
dei pescatori tirate a secco per la notte, e di
giorno le reti stese ad asciugare. Per chi passi
lungo il breve arco naturale fiancheggiato dai
banchi degli ostricari pacchianamente addobbati con
trofei di conchiglie, ma allietati dal verde e dal
giallo dei limoni freschi, tra il vocìo dei
venditori ed il frastuono del traffico sulla
strada, l'odore acuto del mare, che emana, più che
dal mare stesso, dalle erbe di scoglio disposte con
bell'arte a decorare i piatti di vongole, di
cannolicchi e di ostriche, è come l'aroma sottile di
un vino prezioso. Sullo sfondo antico, nobile,
indimenticabile, unico del Vesuvio, in secondo
piano, spicca sul mare azzurro, tetro e turrito,
Castel dell'Ovo.
E poi ancora mare, mare a perdita d'occhio... Anche
quest'angolo di paradiso, come più volte Mergellina
è stata chiamata, ha la sua leggenda, leggenda di
amore e di morte i cui protagonisti sono una sirena
e un modesto pescatore. A quest'ultimo appunto si
vuole che il luogo debba il suo nome, al giovane
impetuoso e ardente che, avendo visto in una notte
di plenilunio una sirena, se ne innamorò
perdutamente. Secondo un'antica leggenda riportata
da Matilde Serao, questa ammaliatrice ritornava di
tanto in tanto per rivedere il suo amoroso per poi
dileguarsi quando questi cercava di seguirla
nell'azzurro mare di Posillipo. Appunto per tentare
di raggiungere a tutti i costi la sua amata il
pescatore, pazzo d'amore, una sera nuotò fino
all'esaurimento delle forze ed annegò. La bellezza
di questo luogo fu vantata da Plinio, Seneca,
Svetonio, Tacito, Silio Italico, Stazio e dallo
stesso Virgilio, tanto innamorato di questo lembo di
mare e di cielo che volle comporre le Georgiche.
Da Giovanni Boccaccio a Jacopo Sannazzaro, il
fedelissimo di Federico d'Aragona, sino a Goethe,
Grimm, Goudar, a Gabriele D'Annunzio e Vittoria
Aganoor Pompili, scrittori e poeti cantarono la
bellezza di Mergellina.
Nel secolo XIII la località era chiamata Mìrlinum
e nel secolo XV Mergoglino o Merguglino, e
questo ad ogni modo era il nome di una torre che
stava sulla riva del mare e dalla quale un anonimo
cronista quattrocentesco vuole che avesse inizio la
fuga di Vannella Gaetani di Traietto: certo è che
nel periodo aragonese questa parte del Borgo di
Chiaja veniva chiamato Mergoglino. Secondo il
Martorelli il significato del nome sarebbe quello di
sito « molto gradito agli smergi », mentre il
Capaccio suppone che derivi dal nome « megari » dato
all'isolotto di Castel del-l'Ovo, che equivarrebbe
al mergum latino, che significa « smergo » o
uccello acquatico. Il mergurus, vale a dire
il piccolo colombo di mare, potrebbe darci la
soluzione del quesito: il diminutivo di mergus,
usato dai pescatori che si imbarcavano su questa
spiaggia, un po' per corruzione un po' per
diminuzione si sarebbe trasformato in Mergulinus
e indi Mergoglino.
Al termine di via Mergellina, a destra, si può
imboccare via Orazio, con la quale inizia la moderna
zona residenziale: un po' più avanti, sempre sulla
destra, vi è la IV Funicolare, così chiamata perché
è la più recente delle quattro funicolari
napoletane. Vediamo quindi di fronte a noi la
Chiesa di Santa Maria del
Parto, a cui si accede per un'erta scaletta.
Essa fu costruita agli inizi del secolo XVI dal
poeta Jacopo Sannazaro, a cui re Federico
d'Aragona, l'ultimo di questa famiglia che cinse la
corona di Napoli, aveva donato un ameno appezzamento
di terra proprio qui alle falde di Posillipo,
chiamato il « Mergoglino ». Il poeta dedicò questa
chiesa a quella Vergine che aveva cantata nel suo
poema De Partii
Virginis
e la donò ai frati
Serviti, detti anche Servi di Maria, un Ordine
religioso fondato da sette gentiluomini toscani. La
chiesa fu iniziata nel 1529 insieme al convento per
i frati, ai quali il Sannazzaro, oltre a donare il
terreno per l'edificazione del piccolo complesso
monastico, assegnò anche una rendita di trecento
ducati. Per giungere davanti a questa chiesa bisogna
salire, come abbiamo accennato, un'erta scalinata:
la sua facciata non differisce da quella di una
piccola parrocchia di campagna, nonostante sia stata
rifatta da Giovan Carlo Mormile ed ancora una volta
nel secolo scorso; su di essa spiccano i due tondi,
che avrebbero gran bisogno di restauro con le
fattezze di Federico d'Aragona e di Jacopo
Sannazzaro.
La chiesa è divisa in due piani, uno inferiore
dedicato alla Vergine, senza alcun interesse, e uno
superiore chiamato anche di San Nazario dal nome del
poeta. In quello inferiore, vi è sull'altare una
effige della Vergine protettrice delle partorienti.
La chiesa superiore è ad unica navata; vi si nota un
quadro raffigurante San Michele, che è
stranamente noto come « il diavolo di Mergellina ».
Esso ci mostra un giovane bellissimo che calpesta il
diavolo, al quale il pittore, Leonardo da Pistoia,
ha dato una magnifica testa di donna. Il dipinto,
secondo un'antica leggenda, adombrerebbe la
vittoria sulla tentazione del vescovo di Ariano
Diomede Ca-rafa, divenuto in seguito cardinale. Di
lui si sarebbe innamorato, incorrisposta, una bella
dama, e si vorrebbe ravvedere nella « femmina
tentatrice » Vittoria d'Avalos, il che sembra un
po' azzardato data l'intemerata reputazione di
questa aristocratica dama napoletana.
Sul pavimento c'è la lastra sepolcrale del
cardinale, che però non vi è sepolto, in quanto morì
a fu inumato a Roma nel 1560. Vi è poi un'altro
marmo sepolcrale di Fabrizio Manlio che raffigura un
giovane che, secondo la leggenda, innamorato di
Mergellina, chiese di morire vedendola e di esservi
sepolto. In questa chiesa si possono ancora ammirare
alcune delle statue lignee del presepe di Giovanni
da Nola.
Sull'altare maggiore campeggia un distico del
Sannazzaro.
L'opera più importante che conserva questa chiesa è
proprio alle spalle dell'altare maggiore: il
Sepolcro del Sannazaro, veramente di grande
rilievo artistico, un monumento che se non regge il
paragone con quello di Ladislao in San Giovanni a
Carbonara o quello di re Roberto in Santa Chiara,
desta però l'ammirazione di chi l'osserva. Una gran
base, con ai lati un Apollo e una Minerva
che recano invece i nomi di David e Iudith e due
maestose mensole reggono l'urna cineraria con il
busto del poeta e due amorini ai lati. Tra queste
due mensole vi è un quadro in rilievo sul quale
campeggiano il dio Pane, Nettuno ed una Ninfa. Sulla
base, tra due amorini e le armi del poeta vi è una
iscrizione di Pietro Bembo.
Adornano il sepolcro alcune strane ligure, come un
teschio « cornuto » e lo stemma del poeta con lo
scacchiere a quadretti rossi e oro.
Difficile è stabilire l'esatta paternità di questa
magnifica opera ma la finezza della sua fattura fa
pensare ad un grande artista del tempo. Alla base si
legge il presumibile nome dell'autore, che sarebbe
un laico servita, Giovanni Angelo Montorsoli da
Poggibonsi che fu allievo di Michelangelo. Questa
attribuzione potrebbe essere avvalorata dal fatto
che effettivamente le due statue che sono ai lati,
di Apollo e Minerva, sono michelangiolesche. Anche
il Vasari è di questa idea, anzi aggiunge che con il
frate servita collaborò Francesco Ferruccio da
Fiesole, detto il Tadda; altri, invece attribuiscono
l'opera a Michelangelo Santacroce. La cappella fu
dipinta verso la fine del '600 ed il pittore Nicola
Russo, forte del paganesimo insito nel monumento
funerario, si mantenne in carattere dipingendovi
scene raffiguranti Venere, Il Parnaso e
Mercurio e sulla facciata del coro la
Grammatica, la Retorica, la Filosofia
e l'Astrologia. Altri dipinti raffigurano
la Storia di Rachele e l'Incontro del
patriarca Abramo coi tre angeli.
Nell'edificio annesso alla chiesa furono raccolti
dai buoni frati all'inizio dell'800 gli orfanelli
del colera; molti morirono e furono sepolti insieme
ai loro benefattori.
Sotto la chiesa di Santa Maria del Parto vi era la
Villa del famoso impresario Domenico Barbaja,
nella quale dimorò a lungo Rossini, l'epicureo
compositore che nella sua imparziale passione per le
belle donne e la buona cucina finiva per trovare ben
poco tempo da dedicare alla musica.
Subito a destra della chiesa troviamo il
Palazzo del Reggente Andrea di Gennaro
della nobile famiglia del Sedile di Porto, con un
bel loggiato: appartenevano al complesso alcune
grotte che si diceva fossero collegate col mare.
Questo itinerario termina qui all'inizio di via
Posillipo, ma c'è ancora da ricordare alla fine di
via Caracciolo, la Fontana
del Sebeto.
Eretta per desiderio del viceré Manuel Zunica y
Fonseca nel 1635, l'opera è di Carlo Fanzago, che
volle raffigurare il fiumiciattolo napoletano nella
gigantesca statua di un « barbone » adagiato su una
grande valva di conchiglia sotto un arco; ai lati
due tritoni davano acqua. La fontana è stata
restaurata nel tempo. Il fiume Sebeto, del quale ci
parlò Papinio Stazio nelle sue Selve nonché
molti altri autori dell'antichità, adornò con la sua
immagine allegorica persino alcune monete del V
secolo a.C... Dopo molti secoli Giovanni Boccaccio
nel De Flumìnibus ne parlò, ma disse di aon
ricordare di averlo visto, e così il Pontano e il
Sannazzaro; riteniamo però, che attualmente tutti
siano d'accordo nel ravvisare il Sebeto in quel più
che modesto fiumiciattolo che, nato dal Monte Somma
scende al mare passando sotto una strada che porta
all'Autostrada del Sole.
Piazza Santa Caterina - Via Filangieri - Rampe
Brancaccio - Piazzetta Mondragone - Via Nicotera -
Via Vittoria Colonna - Piazza Amedeo - Via Martucci
- Via Crispi - Parco Margherita - Largo Ferrandina a
Chiaja - Via Cavallerizza - Via Carlo Poerio - Largo
Ascensione - Via Piscicelli - Arco Mirelli - Via
Michelangelo Schipa.
Questo itinerario potrebbe dirsi quello del centro
elegante di Napoli, poiché nelle vie che
attraverseremo vi sono i migliori negozi e caffè, i
più eleganti locali della città. Da piazza Santa
Caterina inizia la via Gaetano Filangieri,
intitolata all'autore della « Scienza della
Legislazione » che vi abitò. Sul primo palazzo che
è poi il
Palazzo Filangieri,
a destra una lapide ricorda che vi morì il musicista
Francesco Saverio Mercadante. Sulla nostra sinistra,
dopo una piazzetta intitolata a Giulio Rodino,
inizia la caratteristica via Cavallerizza.
Continuando lungo via Filangieri troviamo
l'imponente
Palazzo Mannaiuolo,
all'angolo con l'ampia gradinata chiamata Rampe
Brancaccio, il modesto succedaneo napoletano della
romana Trinità dei Monti, che tuttavia è stata
negli ultimi anni usata per esposizioni di pittura
moderna. Essa porta a queste rampe che prendono il
nome dalla omonima illustre famiglia napoletana che
tra la piazzetta Mondragone e la via dei Mille
possedeva immensi giardini.
Salendo queste rampe, si può giungere o a via
Giovanni Nicotera — la strada che passa sul ponte di
Chiaja —, o, dopo la piazzetta Mondragone, al Corso
Vittorio Emanuele, nei pressi del Palazzo Cariati.
Dopo questa gradinata la strada cambia il nome in
quello di via dei Mille, in ricordo della famosa
spedizione che unì il regno di Napoli a quello
d'Italia. Questa elegante arteria fu voluta appunto
da Garibaldi, ma la sua costruzione fu iniziata
soltanto nel 1885 con l'esproprio di alcuni
giardini.
Il primo edificio a destra è il
Palazzo Spinelli,
oggi proprietà di una banca; vi abitò il musicista
napoletano Enrico De Leva che, insieme a Salvatore
Di Giacomo compose tante canzoni napoletane divenute
oggi parte del repertorio classico. Vi era un tempo
la sede del Circolo Italo-Britannico. Sulla destra
segue via Vetriera che conduce anch'essa alle Rampe
Brancaccio; quindi il
Palazzo Leonetti,
dopo il quale si apre un'altra stradina, il vico
Vasto a Chiaja, dal nome del bel
Palazzo
che ora incontreremo appartenuto ai marchesi
d'Avalos del Vasto,
che conduce al Largo Proto, dal cognome del duca di
Maddaloni che qui aveva alcune proprietà. Sulla
sinistra della nostra strada si apre invece la via
dedicata al patriota Nicola Nisco che per aver
partecipato ai moti del 1848 dovè scontare molti
anni di galera: compose la « Storia d'Italia », che
gli fu commissionata da Umberto I.
Il Palazzo d'Avalos, appartenuto all'illustre
famiglia, tanto legata alla storia napoletana del
periodo aragonese e spagnolo, aveva in origine un
portone con magnifici battenti in bronzo che si
vuole imitassero quelli del Pantheon. Nel secolo
XVIII fu restaurato nella forma oggi esistente
dall'architetto Mario Gioffredo che vi creò
un'ampia loggia sorretta da quattro colonne in marmo
bianco sull'ingresso. Alla fine del secolo scorso
nell'appartamento nobile, si potevano ancora
ammirare il letto cinquecentesco di Vittoria Colonna
ed alcuni arazzi regalati da Carlo V al marchese di
Pescara in ringraziamento per i servigi che gli
aveva resi nella battaglia di Pavia, dove nel 1525,
il gentiluomo era riuscito a far prigioniero il re
di Francia. I modelli dei meravigliosi arazzi erano
stati disegnati dal Tiziano mentre il Tintoretto ne
avrebbe curati gli ornati; nel 1882 la nobile
famiglia li regalò allo Stato ed oggi sono al museo
di Capodimonte. Verso il 1850 il grande palazzo fu
trasformato in villa, anche perché questa zona era
in quel tempo ancora campagna e fu recintato da
magnifici cancelli ed inferriate, opera di Achille
Pulii.
Segue quello che fu il
Palazzo Carafa di Roccella,
ora in completo abbandono, preda della attuale
speculazione edilizia e vittima della burocrazia.
Semidistrutto, non può essere ricostruito né ci si
decide ad abbatterlo perché era monumento nazionale.
Di questo palazzo si hanno notizie sin dal 1668,
quando il principe Francesco de' Sangro di
Sanseverino costruì su una collinetta comprata dai
cappuccini, un palazzetto che diede in dote alla
figlia Antonia andata sposa a Giuseppe Carafa duca
di Bruzzano, vedovo di donna Ippolita Requesens
d'Aragona. Nel 1775 l'edificio fu restaurato dalla
principessa Ippolita di Roccella e la masseria che
vi era annessa fu trasformata in magnifici
giardini. Il palazzo fu sempre dei Carafa, ma nel
1885 la principessa Lucrezia Pignatelli, vedova di
Vincenzo Maria Carafa, vendette al barone Giuseppe
Treves i giardini che furono nel tempo rivenduti per
l'edificazione di ville e palazzi dopo l'apertura di
quell'elegante strada intitolata alla regina
Margherita di Savoia. Nel 1889 i Carafa vendettero
una parte del terreno confinante col palazzo
d'Avalos. Nel 1813 il palazzo fu restaurato
dall'architetto Errichelli : esso aveva dapprima un
imponente e pregiato portale in marmo che
presentava, sino alla demolizione, due corpi
avanzati ai lati. Si ritiene che l'architetto fosse
Luca Vecchioni, un coadiutore del Vanvitelli, che
lavorò anche alla costruzione del monastero di San
Marcellino in collaborazione con Mario Gioffredo e
con Gaetano Pallante e col Vanvitelli alla
progettazione di San Vincenzo e San Gennaro dei
Poveri: quindi il palazzo era decisamente di scuola
vanvitelliana. Di fronte vi è la moderna via
dedicata a Giosuè Carducci che giunge alla Riviera
intersecando il prolungamento di via Cavallerizza.
Segue la Chiesa di Santa
Teresa a Chiaja, del secolo XVII: il
monastero, già esistente, era dedicato alla Santa ed
apparteneva ai frati Carmelitani Scalzi al
borgo di Chiaja.
I frati, avendo ricevuto un lascito ed un terreno,
costruirono l'attuale chiesa, che fu ampliata alla
fine del '600 insieme al convento annesso ad opera
dell'architetto Cosimo Fanzago con un altro lascito
offerto da donna Isabella Mastrogiudice ed aiuti in
danaro ed agevolazioni dei viceré conte di Ognatte e
conte di Penaranda. Nel 1750 i carmelitani cedettero
alcuni locali attigui al convento ad un quartiere
di guardie del Corpo, e nel 1778 fecero ampliare il
convento ad opera di Rocco Casino; furono però
costretti a cedere i giardini ad un quartiere di un
reggimento di Ussari. Alla chiesa si accede per
un'altra scala a due rampe; essa non è bella, ma ha
nell'interno dei notevoli dipinti di Luca Giordano
raffiguranti Santa Teresa e San Pietro
d'Alcantara, una Natività e
Sant'Anna che istruisce
Maria con San
Gioacchino. La
statua della Santa in marmo è opera del
Fanzago.
Di fronte alla chiesa di Santa Teresa, sulla
sinistra di via dei Mille, si apre la strada
intitolata a Mariano d'Ayala nella
quale abitò e visse lo
storico e letterato napoletano, ufficiale borbonico
stimato ed apprezzato dal generale Filangieri; fu
costretto a dimettersi dall'esercito per le sue
idee liberali, ma rientrato a Napoli nel 1860 gli fu
affidata la direzione della « Gazzetta Militare » e
fu nominato Comandante della Guardia Nazionale. In
questa strada si nota un
Palazzo
del secolo XVIII con un
grazioso portale dell'epoca: costruito dai de Vargas
y Machuca, principi di Casapesenna, è attualmente di
proprietà dei
marchesi Buccino Grimaldi,
dai quali è stato restaurato anni or sono.
Dopo via Mariano d'Ayala, via dei Mille prende il
nome di via Vittoria Colonna, in omaggio alla
poetessa consorte del marchese di Pescara il cui
palazzo, nelle vicinanze, abbiamo già esaminato.
Subito a sinistra vi è il
Palazzo Scarpetta,
costruito dal grande attore e commediografo, che è
ricordato da una lapide. Più avanti, nel grande
edifìcio, rimodernato di recente, che fa angolo con
la piazza Amedeo, abitò lungamente l'eminente
meridionalista Giustino Fortunato: esso accolse
quindi storici, letterati e scrittori insigni, che
vi convenivano per visitare l'illustre amico.
Via Vittoria Colonna termina in Piazza Amedeo, dalla
quale partono a sinistra via Martucci, a destra via
Francesco Crispi e, nella stessa direzione dalla
quale siamo venuti, ma in salita, via del Parco
Margherita. Nella piazza vi è una stazione della
Metropolitana sulla quale si affaccia di fianco il
Palazzo Balsorano, che è stato sino a poco tempo fa
sede dell'Istituto del Sacro Cuore ed è ora
abbandonato a se stesso in quanto non si sa se
quest'Ordine religioso sia riuscito a perfezionarne
la vendita.
I conti Balsorano, che erano i Lefebure, oriundi
della Francia, ebbero qui una residenza lussuosa ed
elegante: era in effetti più che un palazzo una
villa con un gran parco che giungeva sino al Corso
Vittorio Emanuele, del quale ancora si può ammirare
una parte. Prima, nel secolo XVI, la Villa era del
letterato napoletano Giovan Battista Manzo, e vi fu
ospite nel 1592 Torquato Tasso. Appunto in ricordo
di questo soggiorno l'abate Vito Fornari fece
apporre sulla facciata una sua epigrafe in ricordo
del III centenario della morte del poeta. Il Tasso
proveniva da una permanenza presso la famiglia del
principe di Conca che Io aveva tenuto quasi
prigioniero per fargli terminare la sua «
Gerusalemme Conquistata ». In seguito passarono
per i saloni della villa Manzo altri illustri
personaggi: nel 1625 Giovan Battista Marino e nel
1638 il poeta inglese Milton. Quindi può dirsi che
questo antico « casino di campagna » rappresenti
tutto un ricordo della Napoli letteraria dei secoli
passati. Vi convennero altri letterati napoletani,
come Ascanio Pignatelli, Pietro Antonio Caracciolo
ed uomini di cultura come il duca di Termoli, il
duca di Nocera, il duca di Castel di Sangro, il
marchese Sant'Agata, il principe di Venosa, il
cardinale Gesualdo.
Giunti a questo punto, se imbocchiamo la via
Martucci ritorniamo a Santa Maria in Portico, che
già abbiamo vista salendo dalla Riviera; via Crispi
e via del Parco Margherita portano entrambe al Corso
Vittorio Emanuele.
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