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Piazza Vittoria - Riviera di Chiaja - La Villa Comunale - Piazza San Pasquale - Santa Maria in Portico - Piazza della Repub­blica - La Torretta - Via Piedigrotta - Via Mergellina - Mergellina

Questo itinerario ci condurrà da Piazza Vittoria a Mergellina attraverso la Riviera di Chiaja, o le parallele Villa Comunale e via Caracciolo. La Villa comunale, che inizia da Piazza Vittoria, è affiancata da via Caracciolo verso il mare e dalla Riviera di Chiaja sul versante interno e termina a piazza della Repubblica. Quando se ne decise la realizzazione nel 1778, Ferdinando IV dispose che tra la Riviera e la spiaggia di Chiaja fosse creato un grande giardino, ricco di alberi e di aiuole, dove potesse recarsi a passeggio la famiglia reale.

Il progetto sfruttava una vecchia idea del viceré duca di Medinacoeli, e infatti in una veduta di Napoli del 1698 con il particolare della strada di Chiaja già si vedevano dei giardini davanti alla chiesa della Vittoria con aiuole, alberi e una fontana al centro. Il re diede incarico a Carlo Vanvitelli di progettare l'opera e, avendone approvato immediatamente il proget­to, fece iniziare gli adempimenti preliminari: fu decretato l'esproprio di una parte del giardino del palazzo Satriano, la demolizione del Casino degli Invitti di Conca e di una cappella che era stata costruita da padre Rocco sulla spiaggia nonché l'acquisto di un ampio tratto di terreno, in parte paludoso. Furono eliminati la baracca della Dogana e i lavatoi pubblici della spiaggia, cosa che suscitò le proteste delle donne dei pescatori e marinai che vivevano in quella zona; anche la demolizione della cappella, che conteneva un'immagine molto venerata, causò una certa opposizione finché il Vanvitelli cercò di venire incontro ai desideri popolari trasfe­rendo i sacri arredi della cappellina in questione in un locale del Real Orfanotrofio di San Giuseppe a Chiaja. Fu inoltre sospesa la costruzione di un'altra cappella che padre Rocco stava costruendo sullo scoglio di San Leonardo.

Il progetto iniziale della Villa si fermava al punto dove è la Cassa Armonica : e, poiché doveva essere divisa in cinque viali, il giardiniere reale Felice Abate vi piantò subito molti alberi, dei quali alcuni olmi e tigli, oggi plurisecolari. La Villa fu recinta di pilastri e griglie di ferro, ed il Vanvitelli per arricchirla richiese dodici statue di scavo che erano state reperite a Pozzuoli ed una grande statua rappresentante la Flora che era stata acquistata dal ministro Tanucci, ma la sua proposta non fu accolta e furono commissionate alcune sculture a Carrara, mentre le nic­chie rimanevano aperte con le sole griglie di ferro. Queste statue non giunsero mai e solo alcune in stucco su modello del Sammartino furono apposte su alcune fontane: furono costruite, infatti, cinque fontane in travertino di Caserta. Di fianco all'ingresso, che era da piazza Vittoria, furono costruiti due padiglioni neoclassici con porticati ornati da coppie di lesene, uno dei quali fu dato in fitto a botteghe e l'altro ad un caffè-ristorante; sulle terrazze di copertura di questo furono sistemati i tavoli per gli avventori. Furono poi costruite contro la volontà del Vanvitelli delle botteghe dove si vendevano oggetti di scavo e coralli ed un casotto per un corpo di guardia, ma l'architetto nel 1801 riuscì a far spostare il locale adibito alla guardia nell'interno della Villa ed a far demolire le botteghe. Quando la Villa fu terminata ne fu affidata la sopraintendenza alla Real Deputazione dei Pubblici Spettacoli, ma il Vanvitelli rimase ad­detto alla manutenzione e l'Abate fu nominato giardiniere capo.

Per l'inaugurazione, avvenuta l’11 luglio del 1781, fu allestita nella piazza una gran fiera che rimase in permanenza per due mesi, fino all'8 settembre, festa della Madonna di Piedigrotta giorno in cui il popolo fu ammesso a passeggiare nei giardini e si impiantò anche un piccolo teatro ove la compagnia del San Carlino rappresentò alcune farse con Pulcinella.

L'ingresso principale aveva ai lati due garitte per le sentinelle: da esso partiva un grande viale centrale che era diviso in due parti nel senso della lunghezza da una fontana, costruita su modello del Sammartino, con la Sirena Partenope ed il Sebeto che versavano acqua da uno scoglio. Questa figurazione fu sostituita nel 1791 su proposta del pittore tedesco Hackert dal Toro Farnese, che vi rimase sino al 1826, quando fu trasfe­rito al Museo Borbonico. In effetti la sistemazione nella villa dell'impo­nente gruppo statuario, noto con questo nome perché faceva parte della collezione  di Casa Farnese,  suscitò molte critiche.

I due viali laterali erano fiancheggiati da tigli e da olmi e coperti da graziosi grillages di viti il cui raccolto veniva venduto. Dal lato del mare fu messo un lungo parapetto perché i bambini non corressero il rischio di cadere e furono installati dei sedili in piperno o in travertino che ancora oggi vi sono, purtroppo in cattive condizioni; su questo lato vi erano molte fontane. Il viale verso la Riviera era diviso dalla strada da una pe­sante cancellata in ferro sostenuta da pilastri; su questo lato vi erano altri due ingressi, ed un terzo era alla fine della Villa cioè nei pressi della Cassa Armonica dove allora ancora si ergeva la Chiesetta di San Leonardo.

Questa Villa piacque tanto che con un bel po' di megalomania fu chia­mata « Tuglieria », in ricordo delle Tuileries, ma poiché si ebbe poi il buon senso di accorgersi che questo nome era un po' esagerato, ci si at­tenne al nome ufficiale di Villa Reale.

Durante i mesi estivi vi si poteva accedere anche di notte e la no­biltà soleva riunirvisi per eleganti diners o per gustare dei sorbetti che erano ritenuti una vera specialità. La sera venivano dati dei concerti dagli allievi dei conservatori napoletani, ma il popolo doveva accontentarsi sem­pre di ascoltarli dall'esterno, ad eccezione di quell'unico giorno della festa di Piedigrotta, quando per ventiquattr'ore la Villa restava senza controllo e tutti potevano recarsi in chiesa attraversandola o potevano attendere il passaggio del Corteo Reale.

La Villa subì una triste sorte nel periodo finale della Repubblica Par­tenopea, quando dalle truppe del cardinale Ruffo fu adibita a poligono di tiro e ad acquartieramento delle truppe, ed in ultimo vi furono persino po­stati dei pezzi di artiglieria. In seguito fu necessario rimetterla a posto e nel secondo tratto fu progettata ad opera del Dehenhart la costruzione di un boschetto e fu poi messa la fontana con il gruppo di Europa di Angelo Viva; la piccola chiesa di San Leonardo fu demolita e sullo scoglio fu spianata una terrazzina che divenne punto d'incontro degli inna­morati.

Durante il decurionato francese la Villa venne illuminata e dal 1825 vi furono messe alcune statue, copie di capolavori greci, come l'Apollo del Belvedere, il Sileno con Bacco bambino, il Faunetto, il Gladiatore mori­bondo, il Gladiatore guerriero ed altre di minore importanza, quasi tutte opere del Violani e di Tommaso Solari. Dopo il 1825, come abbiamo ac­cennato, il Toro Farnese fu trasferito al Museo ed al suo posto fu messa un vasca di granito sostenuta da quattro leoni, che aveva una testa di medusa al centro: quella fontana fu diletto dei bimbi, e dalle balie fu battezzata col nome di Fontana delle Paparelle, perché vi furono messe delle anatre. Ai lati vi furono sistemate le statue raffiguranti le stagioni e più avanti i gruppi del Ratto dì Proserpina, Ercole ed il leone Nemeo e il Ratto delle Sabine, copia dell'originale del francese Giambologna. Ter­minata questa prima parte della Villa « Vanvitelliana », troviamo altre co­pie di opere greche, il Tempietto di Virgilio, e il Tempietto del Tasso su disegno del Gasse; all'uscita del boschetto fu messa la copia di una statua raffigurante Atreo e i gruppi rappresentanti Castore e Polluce e Lucio Papirio.

Dove oggi ha sede il Circolo della Stampa vi era il caffé Napoli; il sodalizio che attualmente occupa il padiglione fu fondato nel 1909 ad ini­ziativa di giornalisti e professionisti tra cui erano Giovanni Porzio, Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio, Ferdinando Russo, Salvatore Di Giacomo, Ro­berto Bracco, e fu inaugurato con una cena sociale alla quale furono ospiti d'onore Giosuè Carducci ed Annie Vivanti.

La parte nuova della Villa fu iniziata nel 1834 ad opera dell'architetto Stefano   Gasse. Lungo il mare il parapetto del Vanvitelli non fu continuato perché si pensò di farvi un galoppatoio per i cavalieri e le amaz­zoni del tempo; alla fine della prima zona, dove era l'altro corpo di guar­dia, si installò il caffé Vacca.

Dopo l'annessione del Regno di Napoli al Regno d'Italia la Villa fu aperta al popolo e fu chiamata Nazionale. Di lì a poco Enrico Alvino pre­sentava il progetto di una nuova strada che doveva costeggiarla lungo il mare e che comprendeva il suo rammodernamento: fu quindi realizzata via Caracciolo e la Villa fu rimodernata anche se non proprio secondo il progetto dell'Alvino.

Furono aggiunte altre statue, fra cui quella raffigurante Gian Battista Vico che fu scolpita e donata dal conte di Siracusa Leopoldo di Borbone, il quale volle che fosse messa di fronte al palazzo dove abitava alla Ri­viera; si mutò anche l'illuminazione e i vecchi fanali furono sostituiti con globi francesi.

Nel 1869 l'amministrazione comunale cambiò ancora nome alla Villa chiamandola « Comunale », furono demoliti i due padiglioni vanvitelliani all'ingresso ed otto statue che si trovavano lungo il viale principale furono messe nelle aiuole di questo ingresso. L'inferriata della parte della Riviera fu tolta e fu costruito quel padiglione in stile pompeiano, attualmente sede della Società Promotrice Salvator Rosa, che fu a suo tempo lo studio del pittore Maldarelli e poi del fotografo Lauro.

Di fronte a questo padiglione pompeiano nel 1872 il naturalista tede­sco Antonio Dohrn fece sorgere una Stazione Zoologica per far conoscere la fauna e la flora marina, che è tuttora una delle più importanti d'Eu­ropa: la palazzina che la ospita fu costruita dall'architetto Capocci. II Dohrn, che ebbe quale suo diretto collaboratore lo scienziato Teodoro Heuss, provvide ad impiantare un reparto di zoologia, uno di fisiologia ed uno di biochimica per gli studi e le ricerche di naturalisti che venivano a Napoli. Fu costituita anche una flottiglia adibita alla pesca per il repe­rimento del materiale di studio, che viene portato in questo istituto e conservato in vasche di acqua marina. L'Aquarium contiene ventisei vasche con circa duecento specie di animali marini; ha inoltre una biblioteca che, mantenuta costantemente aggiornata, è ritenuta una delle più importanti del mondo nel campo biologico. Questa Stazione ha anche un laboratorio di ecologia distaccato ad Ischia che completa la ricerca scientifica su problemi sinecologici e zoogeografici.

Garibaldi, quando fu dittatore a Napoli, s'interessò di questo cen­tro zoologico marino e lo fece inserire nella Esposizione Internazionale Marittima che fu organizzata a Napoli nel 1871 nell'attuale Piazza Principe di Napoli.

La Cassa Armonica della Villa, ancora esistente, fu costruita nel 1877 da Enrico Alvino; essa è formata da una pedana circolare con montanti di ghisa e con il tetto a forma poligonale, mentre colonnine di ghisa e traliccio metallico ne  costituiscono la struttura leggera ed elegante.

Dal 1881 la Villa iniziò a prendere il suo aspetto attuale: fu eretto il Monumento a Sigismondo Thalberg, opera del Monteverdi, nel 1885 quello ad Enrico Alvino di Giovan Battista Amendola e nel 1898 vi fu sistemata davanti all'Aquarium la secentesca Fontana di Santa Lucia, a cui abbiamo già accennato. Essa fu costruita durante il vicereame di don Pedro de Toledo con fondi raccolti dal popolo, ma poiché la somma non fu suffi­ciente a pagare gli artisti, il viceré contribuì alla spesa. Due pilastri com­positi fiancheggiano l'arco elegantemente scolpito e sostengono il fron­tone spezzato; una gran vasca è sostenuta da due delfini che versano acqua dalla bocca. Lateralmente la fontana è decorata da bassorilievi che raffigurano Anfitrite e Nettuno circondati da tritoni e da divinità marine che lottano tra loro contendendosi una procace sirena. Un'epigrafe attri­buisce l'opera a Domenico D'Auria e a Giovanni da Nola ma si ritiene invece che ne fosse autore il fiorentino Michelangelo Naccherino, discepolo del Giambologna e di Tommaso Montani, nel 1607; un'altra iscrizione"ri­corda l'ampliamento della Fontana Santa Lucia a spese del viceré Borgia nel 1620; il restauro fu opera dell'architetto Bonucci. Nella Villa Comunale ha la sua sede anche il Circolo del Tennis, che fu fondato nel 1905 e fu chiamato poi Lawn Tennis Club, un sodalizio tuttora molto fiorente del quale fa parte una rappresentanza di tutti i ceti cittadini. Fu sistemato prima in un vecchio padiglione umbertino che aveva un unico salone con parquet in legno, ove un pianista allietava la sera i giovani soci. In que­sto circolo, oltre il tennis, si praticava anche il pattinaggio a rotelle, molto di moda un tempo, e per tale diporto fu costruita un pista sulla quale la più elegante gioventù partenopea si cimentava in grande allegria.

Nel 1911 l'antico caffé Vacca, che era quasi di fronte alla Cassa Ar­monica, fu demolito per dare spazio a quella zona accanto al parapetto del galoppatoio dal lato della Riviera; nel 1914 la Villa Comunale si arric­chì ancora di busti di uomini illustri, fra cui quelli di Giosuè Carducci, di Saverio Gatto, Giovanni Bovio e Luigi Settembrini di Domenico Pelle­grino, Giorgio Arcoleo di Francesco Jerace che scolpì anche quello raffi­gurante Gioacchino Toma; Eduardo Scarfoglio opera di Giuseppe Semola, Francesco De Sanctis di Achille D'Orsi, Francesco Del Giudice di Torello Torelli. Intorno al 1936 furono eliminati i due galoppatoi ad a sinistra la via Caracciolo venne allargata col vasto marciapiede verso la Villa, mentre sul lato verso la Riviera fu messa la linea tramviaria.

Nella rotonda di via Caracciolo si erge il Monumento al Duca della Vittoria Armando Diaz, felicissima opera di Francesco Magni e Gino Lancellotti.

Invece di uscire dalla nostra Villa Comunale, che termina in Piazza della Repubblica, ci conviene ritornare sui nostri passi a piazza Vittoria per rifare lo stesso itinerario lungo la storica Riviera di Chiaja.

I primi palazzi della Riviera furono costruiti nel secolo XVI; a quell'epoca lungo il litorale non vi erano che casette dì pesca­tori e di popolani, ed i primi edifici gentilizi sorsero come resi­denze di villeggiatura, benché anche sotto questo aspetto la zona non fosse molto consigliabile, in quanto fino allo scadere del secolo XVIII fu paludosa e malsana. La trasformazione di queste paludi in ridenti giardini durò a lungo, ma nel 1696 final­mente la strada della Riviera fu lastricata, poiché ormai vi era stato costruito un discreto numero di palazzi: sia sulla pianta del duca di Noja del 1775 che su quella del Marchese del 1798 si vedono queste costruzioni, più numerose nel primo tratto che da piazza Vittoria va alla piazza San Pasquale, anziché da que­st'ultima alla Torretta.

II primo palazzo che troviamo, in angolo con la discesa di via Calabritto è il Palazzo Ravaschieri di Satriano, nel quale i proprietari ospitarono Wolfango Goethe, che nel suo Italienische Reise decantò la grazia e l'intelligenza della padrona di casa, Teresa Filangieri, e l'elegante passeggiata che aveva luogo sotto i suoi balconi, una gara di bellezza e di raffinatezza, dove si sfog­giavano magnifici equipaggi e sontuosi vestiti.

Poiché alla Riviera si portavano a passeggio le fanciulle da marito, era vietato soffermarvisi alle donnine allegre. Sotto questo palazzo vi è stato per un certo periodo un piccolo caffé comunemente chiamato il « caffettuccio » il cuo vero nome era il Caffé Recupito, elegante e mon­dano. Quando ancora non esistevano i café-chantants in questo locale dopo il San Carlo si riunivano le attricette e la jeunesse dorée maschile della città nonché i poeti, musicisti e giornalisti che solevano intrattenersi sino all'alba.

Il palazzo Ravaschieri fu, come abbiamo accennato, uno dei primi ad essere costruito alla Riviera; la sua severa facciata adorna di busti mar­morei fu eretta nel 1601. L'edificio ha un ampio cortile ed una bella scalea settecentesca opera del Sanfelice. La sua storia è legata ad una famiglia principesca, quella del principe di Cariati, che l'occupava intorno al 1662, che fu causa di un luttuoso episodio, partito da uno stupido malinteso ac­caduto durante uno dei suoi sontuosi ricevimenti.

Una sera il principe della Pietra, ospite appunto del Cariati, nel vedere una cagnetta bastarda che uscì abbaiando dal suo rifugio dietro una poltrona, ebbe l'infelice idea di osservare che rassomigliava moltissimo ad una che  aveva  smarrito  la sua insopportabile  suocera,  la principessa di Monteaguto, che lo infastidiva continuamente perché gliela ritrovasse. La cagnetta rassomigliava tanto a quella perduta che il principe della Pie­tra, che probabilmente doveva aver bevuto qualche bicchierino in più, disse al suo ospite di restituirgliela immediatamente. Il Cariati fece l'im­possibile per far comprendere al suo ospite con le buone che la cagna era sua e quindi non poteva essere quella dispersa dalla suocera, ma poi una parola tirò l'altra, e il bisticcio terminò in una sfida, e in ottempe­ranza al vecchio codice cavalleresco gli sfidati scesero sul terreno non da soli, ma con gli amici, che avevano preso partito per l'uno o per l'altro. Lo scontro si effettuò all'alba nell'ampio cortile del palazzo e vi perse la vita un cavaliere, ferito dal principe della Pietra. Nonostante le gravi con­seguenze di questo inutile duello, il viceré, poiché i responsabili appar­tenevano al patriziato, non prese alcun provvedimento contro i colpevoli e concesse la grazia a tutti, ma, evidentemente scossi dalle proporzioni prese da una futile lite, ben trecentosessantadue cavalieri si impegnarono solennemente, apponendo la loro firma a un documento, a non far più duelli in  gruppo  né  tanto meno  per  questioni  di  così  poca importanza.

Questo palazzo fu anche residenza vicereale: vi abitarono il viceré marchese di Astorga ed il suo successore marchese di Los Velez, giunto a Napoli nel 1675 dopo essere stato viceré di Sardegna, che vi tenne un'importantissima corte. Questo gentiluomo spagnolo si guadagnò l'affetto dei napoletani rifiutandosi nel 1679 di attingere alle misere borse del po­polo per il governo di Madrid. In occasione del matrimonio di Carlo II con Maria Luisa però gli furono richiesti trecentomila ducati e poiché non era riuscito a racimolarli dovè imporre una tassa sulla fabbricazione del­l'acquavite. A questo viceré, che lasciò definitivamente Napoli nel 1682, si deve la proibizione del passeggio lungo la Riviera alle prostitute. Il pe­riodo in cui ospitò la corte vicereale rappresentò il momento migliore nella vita di questo palazzo, perché le possibilità finanziarie dei Ravaschieri di Satriano non avrebbero permesso loro di poter ricevere con tanta ma­gnificenza.

Subito dopo il Palazzo Satriano incontriamo il vicolo omo­nimo, che incrocia la via intitolata al patriota Carlo Poerio, una stretta e antica strada parallela alla Riviera che da piazza dei Martiri, angolo via Calabritto, conduce in piazza San Pa­squale. Questa strada era prima chiamata vico Freddo a Chiaja in quanto i giardini che partivano dal Palazzo di Garcxa de Toledo in Largo Ferrandina, davano una piacevole frescura a coloro che passavano di qui. Il prolungamento del vico Satriano, via Bisignano, taglia via Alabardieri, così chiamata perché vi era una caserma di questo corpo speciale soppresso nel 1784 che di solito faceva da scorta ai sovrani, e termina al bivio con via Cavallerizza. Una seconda trasversale di via Carlo Poerio, via Domenico Fiorelli, conduce poi in largo Ferrandina.

Ritornando alla Riviera, troviamo all'altro angolo di vico Satriano il Palazzo San Teodoro che aveva anche un ingresso secondario nel vicolo, chiuso da tempo.

Questo edificio nel 1826 fu restaurato ed ampliato dall'architetto Gu­glielmo Bechi con una linea neoclassica-pompeiana dopo che il duca di San Teodoro ebbe acquistato alcune abitazioni adiacenti dalle famiglie Pannone e de Tocco.

Seguiva il Palazzo Ischitella, non più esistente, che fu uno dei primi ad essere costruito in questo primo tratto della Riviera di Chiaja, dopo il Satriano. Appena costruito, nel 1647, poiché il proprietario, il nobile Mattia Casanatte, era Reggente della Città in questo critico momento storico, fu saccheggiato e quasi distrutto dai rivoluzionari di Masaniello. Il Casanatte, un nobile aragonese, per salvarsi la vita fu costretto ad abbando­nare il palazzo; in seguito se ne tornò in Spagna, mentre dei suoi due figli, uno, che era cardinale, si trasferì a Roma, e l'altro, che per difendere il padre era stato criticato, morì a Napoli tragicamente.

Esaminando una carta di questo tratto della Riviera di Chiaja del 1694 ci si accorge che il palazzo fin da allora era veramente imponente, a due piani e con due ingressi, dotato di molte finestre con fini decorazioni in marmo ed artistiche inferriate. L'edifìcio poi passò ai Pinto, principi di Ischitella, una famiglia oriunda dal Portogallo e precisamente a quel prin­cipe che fu « scrivano di Razione », che volle ingrandirlo e abbellirlo nel­l'interno facendo decorare finemente i saloni del piano nobile. L'ultimo di questa famiglia, che fu proprietario del palazzo, fu il principe Francesco Pinto, che era stato insignito anche del marchesato di Giugliano. Dopo essere stato dignitario di corte di re Giuseppe Bonaparte, don Francesco partecipò da valoroso alla campagna di Russia nell'esercito napoletano di Gioacchino Murat: quindi dopo la triste fine del re francese, non era fa­cile tornare a Napoli. Egli non solo vi riuscì, ma fu anche ripreso nel­l'esercito borbonico, e, dato il suo passato di valoroso combattente e di gran dignitario di corte, nel 1848 Ferdinando II volle riconoscere tutti i suoi meriti nominandolo Ministro della Guerra. Tale rimase sino al 1855, dedicandosi alla nuova causa con grande lealtà; e quando Garibaldi entrò con i suoi uomini a Napoli, il principe Pinto lasciò la città e scomparve nell'anonimato. Il palazzo passò poi al proprietario dei caffé Europa e Donzelli che ne fece un albergo chiamandolo prima Gran Bretagna e poi Riviera; agli inizi di questo secolo infine vi ebbe sede un circolo fondato da un'associazione napoletana di carità. In seguito questo antico edificio è stato demolito e ricostruito in una veste moderna che guasta tutta la linea architettonica di questa magnifica Riviera. L'attiguo vico Ischitella che prese il nome dagli antichi proprietari del palazzo, congiunge an­ch'esso la Riviera con via Carlo Poerio ed immette direttamente ne] parco Bivona, appartenuto alla famiglia Alvarez de Toledo. Nella palaz­zina in questo parco abitò il conte di Caltabellotta, consorte di una prin­cipessa Colonna di Paliano, famoso perché nei suoi saloni amava dare concerti per gli amici.

Tornando alla Riviera troviamo il Palazzo Cioffi, con un ele­gante androne adorno di statue di marmo e quindi il Palazzo Petagna, appartenuto al principe Trebisaccia, che ha nel cortile una graziosa fontana.

Incontriamo inoltre la piccola Chiesa di San Rocco, presso la quale era il monastero di San Sebastiano, tenuto da monache ed officiato da quattro frati domenicani che provvedevano anche alla riscossione del diritto di pesca per la parte del litorale pro­spiciente al monastero, che spettava a queste monache. Questo antico diritto era stato concesso dal duca Sergio di Napoli e riconfermato da Carlo II d'Angiò e poi da re Roberto al convento di San Pietro a Castello.

La chiesa originariamente doveva essere molto più grande, con cinque altari, sul maggiore dei quali in una nicchia di marmo vi era una mi­racolosa statua del santo, protettore dei pellegrini e dei viandanti. Nel 1819 Ferdinando IV fece aprire nel retro un secondo ingresso conceden­dolo alla Confraternita del Rosario che, pur lasciando titolare della chiesa il santo dei pellegrini, fece rimodernare l'edificio, forse restringendolo. Il monastero fu venduto ai proprietari dei palazzi limitrofi, ma la chiesetta è rimasta, anche se incorporata in un palazzo; essa deve ritenersi una delle prime costruzioni effettuate sulla Riviera, poiché la sua data di edi­ficazione si aggira intorno al  1530.

Segue il Palazzo Pignatelli di Strongoli costruito nel 1829 con sobria facciata neoclassica dall'architetto Niccolini: l'appar­tamento nobile ha la fronte con balconi a timpano e bugne paraspigoli.

Il proprietario era nel 1860 il principe di Strongoli e conte di Me­lissa don Francesco Pignatelli che sposò donna Adelaide del Balzo, esimio letterato, noto per una elegante traduzione dell'Eneide; la consorte fu membro dell'Accademia Pontaniana, cosa eccezionale se si pensa che fecero parte di questa famosa accademia soltanto altre due donne : la duchessa d'Angri e la professoressa Bacunin. Molto amica di Vittorio Emanuele e Margherita di Savoia quando erano principi di Napoli, la principessa Adelaide fu con nomina reale creata ispettrice  di vari istituti.

Qui, con piazza San Pasquale, termina il primo tratto della Riviera di Chiaja. Dà il nome al largo la francescana Chiesa di San Pasquale fatta costruire su disegno di Giuseppe Pollio da Carlo di Borbone nella metà del secolo XVIII in ringraziamento per la nascita del primogenito; prima, il convento e la chiesa appartenevano ai frati Alcantarini.

La chiesa, ultimamente restaurata nel 1970, a dire il vero, non pre­senta nulla di notevole né dal lato storico né dal Iato artistico. Potremmo segnalare soltanto che in essa si conserva il corpo del beato Egidio, un frate laico francescano morto in concetto di santità, che fu molto cono­sciuto per i suoi miracoli nel periodo del decurionato francese. Da una porticina laterale si accede al convento e ad una piccola grotta dedicata alla Madonna di Lourdes molto venerata dai giovani e dalle giovani che vi si soffermano prima di andare alle tante scuole che sono in questa zona.

In questo largo sfocia la via Carlo Poerio di cui abbiamo precedentemente parlato, e, in senso perpendicolare alla Riviera, la via Carducci che sale per piazza Amendola a via dei Mille, così come la parallela via San Pasquale a Chiaja. Via Carducci, aperta prima dell'inizio della seconda guerra mon­diale, è fiancheggiata da palazzi moderni: in via San Pasquale, anch'essa moderna all'inizio ma alquanto più vecchia alla fine, ricordiamo la Chiesa Evangelica. Via San Pasquale e via Car­ducci sono unite ed intersecate da strade parallele: via A. To­relli, via Vittorio Imbriani, via Vincenzo Cuoco e qualche altra più piccola di scarso interesse.

In piazza San Pasquale vi era sin dagli inizi del secolo XVIII un mercato del pesce che veniva chiamato 'a preta 'o Pesce, ov­vero la Pietra del pesce, e poiché ogni medaglia ha il suo rove­scio, mentre vi si poteva acquistare del pesce fresco, l'odore di questa zona non era tra i migliori. A prescindere da questo mercato, poi, proprio in questa direzione le donne del borgo di Chiaja andavano a lavare i loro panni ed a buttare a mare gli esiti dei loro bisogni corporali, e Giovan Battista Basile nel suo Cunto de li cunti ci racconta che da questo litorale proveniva un odore così sgradevole che veniva detto volgarmente « la malora di Chiaja ». Non essendovi fognature le massaie non avevano altra scelta, nonostante i viceré vietassero quest'usanza.

All'angolo della piazza facciamo iniziare il secondo tratto della Riviera; qui un edificio moderno sostituisce malamente un antico palazzo appartenuto agli Ulloa, che era stato eretto agli inizi del '600 dal duca di Lauria Adriano Ulloa o secondo alcuni dalla Casa degli Incurabili e poi venduto al duca.

Seguono il Palazzo Bagnara a Chiaja, così chiamato per distinguerlo dall'altro che vedremo a piazza Dante ed il Palazzo Serracapriola, costruito verso la fine del 700, che per un certo tempo ha ospitato il Caffè Riviera.

Questo palazzo, a differenza del precedente che non ha nessun inte­resse artistico o storico, è legato al periodo francese della storia napo­letana per un'esplosione avvenuta il 31 gennaio del 1808 che ne causò la distruzione di una parte e alcune vittime. Abitava allora qui il ministro di polizia Giuseppe Cristoforo Saliceti che in questa esplosione fu ferito, con la figliola e il genero duca di Lavello. Poiché al piano terra della parte che andò distrutta, quella che fa angolo con via Bausan, vi era la bottega di uno speziale, si sospettò che questi, un certo Onofrio Viscardi, fi­loborbonico, avesse causata l'esplosione, che si pensò potesse essere una vendetta della regina Maria Carolina contro l'odiato Saliceti. A dire il vero fu incolpato in principio persino il ministro delle finanze Roederer, anch'egli in urto col ministro di polizia, ma in seguito la sua colpevolezza fu esclusa. L'inchiesta fatta da tre generali stabilì che l'esplosione era stata causata da una carica di ben cento libbre di polvere, e tutti i so­spetti ricaddero sui familiari dello speziale, che furono costretti a dichia­rarsi colpevoli e confessarono anche di essere stati istigati da alcuni messi inviati dalla regina Maria Carolina. Si disse che questa confessione fosse stata strappata ai Viscardi con torture e minacce, ma, quel che è certo, la disgraziata famiglia pagò con la forca il suo delitto; poiché lo speziale non fu giustiziato si sussurrò che avesse avuta salva la vita perché aveva fatto da delatore a danno di altri, ma l'anno seguente anch'egli morì, sembra tragicamente. Il proprietario del palazzo, il duca di Serracapriola Antonio Maresca Donnorso, quando avvenne l'esplosione si trovava alla corte di Pietroburgo quale Ministro plenipotenziario di Ferdinando IV, dal quale era molto stimato. Il sovrano spodestato affidava importanti negoziati al brillante diplomatico, il quale sembra che si fosse conquistata la simpatia di Caterina di Russia a tal punto che l'imperatrice gli avrebbe promesso che se fosse riuscita a debellare la Turchia con una pace onorevole avrebbe donato al Regno di Napoli le coste albanesi. Rimasto vedovo della prima moglie, Maria Adelaide del Carretto di Camerano, Antonino Maresca si risposò in Russia con la figliola del Procuratore Generale di tutte le Rus­sie, il principe Alessandro Wiazemski e si mise così in vista che fu poi prescelto per essere inviato al Congresso di Vienna a difendere la causa del suo re. Questo congresso, durato dal 22 settembre 1814 al 9 giugno 1815, avrebbe dovuto determinare il nuovo assetto dell'Europa nella ricerca di una pace duratura e di una ripartizione equa dei territori, ma il Metternich fece la parte del leone e l'Austria divenne padrona di vari stati italiani; rimasero liberi, praticamente, soltanto il Piemonte ed il Regno di Napoli che fu restituito a Ferdinando IV. Il sovrano borbonico sul momento fece grandi promesse al Maresca, ma quando avvennero i moti del 1820-21 dei quali l'Austria fu indirettamente responsabile, diede al suo diplomatico la colpa di non essere riuscito ad evitare l'ingerenza austriaca nel Regno. Poco dopo, nel 1822 il duca morì a Pietroburgo.

Attualmente questo palazzo è stato sostituito da una costruzione mo­derna, dopo che, a causa di un incendio avvenuto nel 1944, era stato in parte distrutto: anche a quell'epoca il proprietario, Giovanni Maresca di Serracapriola, era assente, in India, e sembra che l'incendio si svilup­passe in alcuni saloni che le forze armate americane avevano requisito per farvi un circolo.

Una strada sulla destra è intitolata al valoroso ufficiale della Marina Napoletana Giovanni Bausan, che combatté su una nave inglese con l'ammiraglio Bodney alla battaglia di Capo San Vin­cenzo. Quando Ferdinando IV di Borbone si rifugiò in Sicilia, poiché la nave britannica su cui era il sovrano non riusciva ad entrare in porto si chiamò a bordo il Bausan, la cui perizia era ben nota, perché comandasse la manovra. Nel 1808 lo troviamo alla riconquista di Capri e nel 1810 valoroso combattente nelle acque di Napoli.

Questa piccola strada era prima chiamata del Carminiello, per una chiesa intitolata alla Vergine del Carmelo che ci risulta esistente sin dal 1619; annesso vi era anche un convento, i cui frati nel 1714 si lamenta­rono presso l'autorità di polizia perché nel vicoletto adiacente, quello dell'Ascensione avvenivano « scandalose opere alle quali la solitudine di detto vicolo serve di incitamento e d'asilo ». Accanto al convento vi era un forno molto accorsato che panificava in modo eccellente, ma agli inizi del secolo scorso, chiesa, convento e forno furono demoliti e qui fu co­struito il  Palazzo Ludolf.

Degno di rilievo, segue il Palazzo  dei Ruffo  della Scaletta, appartenuto prima ai principi di Belvedere e precisamente al cardinale Diomede Carafa, per cui ancora da alcuni è chiamato Carafa del Belvedere.

Il cardinale fece incidere sulla facciata il suo stemma cardinalizio con un distico virgiliano; la proprietà passò poi al principe di Bisignano Tiberio Carafa che nel suo parco creò un giardino zoologico, riunendovi anche delle bestie feroci, tra cui un leone, divenuto peraltro così mansueto da essere il divertimento dei bimbi del vicinato. Si racconta che un giorno il principe portasse il leone con sé in una trattoria e lo legasse ad una inferriata, e che l'animale avendolo visto allontanarsi, per scendere sulla strada   si   lanciasse  nel   vuoto   strangolandosi.

Nel 1832 l'edificio fu ampliato e restaurato da Francesco Saverio Fer­rari che rifece la facciata, mentre il cortile, le scale ed i due appartamenti nobili furono decorati da Guglielmo Bechi, lo stesso architetto del Palazzo San Teodoro; questi provvide anche alla sistemazione dei giardini, dei quali una parte nel tempo passarono all'attigua Villa Pignatelli. La scala di questo palazzo è ricordata per un aneddoto... borbonico: il proprietario, il principe Ruffo della Scaletta, l'aveva ridotta per ingrandire l'apparta­mento al piano nobile. Poiché una sera che ebbe l'onore di accogliere in casa re Ferdinando, dopo aver ammirato i saloni, il sovrano si disse spia­cente di non poter fare altrettanto per la scala, che era troppo modesta, il Ruffo pensò bene di allargarla di nuovo. Le diede quindi tanto spazio che quando invitò un'altra volta il re, quegli scherzosamente osservò che la scala era molto bella ma si era « magnato tutt'  'o palazzo ».

Anticamente il parco giungeva sino alla collina del Vomero; nel 1825, poi, i Belvedere ne vendettero due ettari a lord Guglielmo Drummond che a sua volta li passò al baronetto di Aldenham Ferdinando Acton, che per sfuggire alla persecuzione dei cattolici era andato prima in Francia e poi si era trasferito a Napoli. Il terreno fu acquistato per costruirvi una villa, della quale si affidò la realizzazione ad un allievo del Niccolini, l'archi­tetto Pietro Valente; le decorazioni interne e i disegni del parco furono invece opera dell'architetto Bechi, e tutto l'insieme fu terminato intorno al 1830. Il risultato fu una costruzione neoclassica dalla tipica linea in­glese molto bene ambientata con il bel parco. Per dare un certo tono al­l'ingresso l'architetto concepì la costruzione di due piccoli edifici uniti da una cancellata attraverso la quale dalla strada si può ammirare ancora oggi la Villa Pignatelli. Anche per questa costruzione non mancarono cri­tiche, poiché fu trovato sproporzionato il rapporto tra la fronte della fac­ciata ed il porticato: Michele Ruggiero, ad esempio, riteneva di riscontrare poca avvedutezza nel disegno dell'atrio posto davanti alla casa e alle co­lonne,  che occupano metà della vista dei  pilastri  che  sono  arretrati.

Ai tempi degli Acton la villa era tenuta con grande larghezza di mezzi, ma quando morì don Ferdinando nel 1837, la vedova, Maria Luisa Pelline D'Alberg, dopo tre anni si risposò con il conte di Grandville, che sarebbe divenuto un giorno il presidente della Camera dei Lords, e decise di tra­sferirsi a Londra con il figlio Giovanni Emerick. Nel 1841 quindi la villa fu venduta: Carlo Lefebure e Francesco Verhulet comprarono parte del terreno, mentre il giardino, la villa vera e propria e le dipendenze furono acquistate dal magnate della finanza germanica barone Carlo Meyer von Rotschild che era venuto a Napoli  nel  1821  per sostenere e  finanziare le truppe austriache del Metternich. Nel 1842 i Rotschild fecero costruire i loro uffici distaccati dalla villa, che mantennero come lussuosa residenza. Quindi diedero incarico all'architetto Gaetano Genovese di allargare e adat­tare alcune sale, la sala Rossa e la biblioteca, mentre un architetto fran­cese di cui non conosciamo il nome ebbe il compito di decorare due sale, quella per i balli e l'altra « azzurra ». Poiché la felicità non è di questo mondo, in questa famiglia nel 1855 morirono tre fratelli su cinque; la loro potenza finanziaria, sin dal 1848 aveva incominciato a declinare, forse a causa di quei moti rivoluzionari che scossero lo stato dalle fonda­menta. Quando la famiglia Borbone lasciò Napoli, i superstiti Rotschild vollero seguirla, e, riservandosi soltanto i due piani dell'edificio adibito ad uffici, vendettero nel 1867 la villa al duca di Monteleone Aragona Pi­gnatelli Cortes che vi trasferì la sua residenza. II duca Diego, nel 1886, sposò la duchessina di Amalfi Rosa Fici e dopo il suo matrimonio rese questa villa una vera reggia. Rimasta vedova, la principessa decise di abbandonare la vita mondana e di dedicarsi soltanto alla cura del­l'amministrazione delle proprietà e alla sistemazione dell'importantis­simo archivio di famiglia, che andò personalmente riordinando nell'attiguo edificio di Santa Maria in Portico. Questo archivio, passato oggi all'Ar­chivio di Stato in Napoli, contiene documenti risalenti sino al secolo XIII. L'unica abitudine mondana che la duchessa di Monteleone volle con­servare fu quella di far dare nei saloni della sua villa i concerti dell'Ac­cademia Napoletana. Alla sua morte, avvenuta nel 1952, la villa per suo de­siderio fu donata allo Stato completa di arredamento affinché se ne fa­cesse un museo intitolato al principe Diego: attualmente in un padiglione in fondo è ospitato il Museo delle Carrozze, la cui raccolta, se così può chiamarsi, fu donata dal Marchese di Civitanova. La Villa è sotto la giu­risdizione delia Soprintendenza alle Gallerie e pur essendo oggi un Museo, viene usata, a discrezione insindacabile del sopraintendente, per manife­stazioni e mostre.

Appena entrati nel portico di ingresso si ammirano due busti del Persichetti del 1959 raffiguranti il Principe Diego Pignatelli e la consorte Principessa Rosina; nell'atrio vi sono quattro vasi antico Giappone con festosi fiori ed uccelli e sulla destra, all'inizio della scala, un busto se­centesco in bronzo raffigurante Ferdinando Cortes. Nella Sala Rossa vi è un bel tavolo rotondo in marmo con pietre dure e quattro angeli porta-candelabri a fianco delle porte; si entra poi nella Sala da Ballo ove si no­tano splendidi lampadari francesi e specchiere finemente intagliate; segue la Sala di Musica, con un vecchio pianoforte e delle consolles sovrastate da grandi specchiere sulle quali poggiano vasi di porcellana policroma del Giappone; in fondo vi è un piccolo ambiente semicircolare con decora­zione in stile pompeiano.

La sala Azzurra ha una grande consolle con vaso di Sassonia e can­delabri francesi mentre sul camino trionfa un magnifico orologio francese settecentesco eccezionale anche per la sua grandezza, con figure allegoriche rappresentanti il Tetnpo e l'Astronomia. In una vetrina si ammirano al­cune porcellane dorate di Sassonia, due candelabri Wolfsohn di Dresda, altre figurine e gruppetti tra i quali uno raffigurante un Ratto di Proser-pina, un servizio da caffé decorato in oro e una piccola zuppiera ornata dì fiori a rilievo. Nel soffitto della Sala Rossa, tappezzata in damasco, vi è un affresco di ignoto autore settecentesco raffigurante l'Architettura con­tornato da due genii dei quali uno impugna la pianta della villa. Sul ca­minetto vi è un orologio francese del secolo XIX e sulle ricche consolles dei vasi policromi di Sassonia e altri di porcellana giapponese oltre a candelabri di bronzo dorato. La Sala Verde ha alle pareti tre pannelli di­pinti dal cinquecentesco Giovan Filippo Criscuolo, discepolo di Andrea da Salerno e nella vetrina a muro delle porcellane viennesi del settecento delle quali una molto importante raffigurante la Liberazione di Andromeda, oltre ad alcune zuppierine ed antiche posate con manici di porcellana. In un'altra vetrina si ammirano porcellane di Capodimonte, di Napoli e di Venezia, con un rarissimo vetro di Murano del secolo XVIII, e piatti e vasi di maiolica Giustiniani e del Vecchio, oltre a una grande zuppiera di porcellana veneziana del settecento. Nella vetrina a sinistra si vedono invece porcellane inglesi Chelsea e Bow, dei puttini di Doccia, delle por­cellane di Zurigo e di Meissen, e nella vetrina opposta all'ingresso, a sini­stra, porcellane cinesi del secolo XVIII, porcellane Gres, due vasi Ch'ien-Lung anche del settecento, e un biscuit di Sévres, semprecché nulla sia stato  spostato  dal  suo posto.

Nella vetrinetta di mogano a destra vi è un servizio per caffelatte in porcellana di Sévres decorato a Napoli da Giovine oltre a dei bicchieri di porcellana decorati dallo stesso artista che vogliono ricordare alcuni fatti del Ministero Ferri del 1846 e un orologio settecentesco con figure allego­riche di porcellana di Meissen. La Sala da pranzo ha la tavola sempre ap­parecchiata con argenteria, porcellane e servizio di bicchieri inglesi del secolo scorso con Io stemma della famiglia e due splendidi candelabri d'argento. Alle pareti, nature morte del '700 e sui mobili zuppiere e piatti decorati in porcellana di Sévres, di Nove e di Napoli, oltre a coppe e vasi giapponesi. La biblioteca è costituita da varie librerie e alle pareti vi sono dei Piatti d'Abruzzo raffiguranti Maria Carolina, Giuseppe Pignatelli del pittore Carlo Labarbera, Rosina Pignatelli di Giuseppe de Sanctis, papa Pignatelli, Innocenzo XII, incisioni di Blondeau di G. M. Morandi e pic­coli mobili intarsiati di tartaruga e di avorio. Sulla tavola centrale vasi di porcellana giapponese, mentre le pareti, le poltrone e le sedie sono ri­vestite di cuoio di Cordova. Nel salottino ellittico altro busto di bronzo di papa Pignatelli, un secrétaire Luigi Filippo, una vetrina in mogano e tar­taruga con dei biscuits di Napoli e di Sévres, dei quali uno molto bello raffigurante una giovane donna sdraiata, in analogia alla figura di Caro­lina Bonaparte nel gruppo dell'Aurora di Grassi che attualmente è al Museo di Capodimonte. Vi è inoltre una vetrinetta inglese con piccoli busti di personaggi classici e un'altra in mogano con un magnifico servizio di porcellana di epoca impero. L'atrio veranda ha delle copie di statue an­tiche, oltre ad un busto marmoreo raffigurante Innocenzo XII, uno di Cle­mente XI, che successe al papa Pignatelli nel 1700, ed uno del Duca di Monteleone da antico romano, opera dello scultore siciliano Leonardo Pen­nino, eseguito a Roma nel 1721. Il giardino all'inglese contiene magnifiche araucarie ed altre piante rare, come Magnolia grandiflora, Rhododendron hibridum, Zamia integrifolia, Cycas Revoluta, Chamaedorea Elegans, Kentia Foresteriana, e Belmoreana, Sterlitzia Reginae e Augusta, Hibiscus Sinen-sis, Camelia iaponica.

Attiguo a questa villa troviamo il Palazzo Siracusa, poi Caravita di Sirignano, greve e pesante, che occupa l'area di vari fabbricati preesistenti: esso affaccia alla Riviera, ma ha l'in­gresso  principale  sulla  via  del  Rione  Sirignano.

La parte più antica di questo palazzo fu costruita nel secolo XVI per desiderio del marchese della Valle don Ferdinando Alarcon, un generale spagnolo al servizio di Carlo V, assurto a grandi ricchezze e grandi onori per essere stato uno degli amanti della regina Giovanna d'Aragona. Questo potrebbe quindi essere considerato il più antico dei palazzi alla Riviera, o per lo meno lo è senz'altro quella torre all'angolo orientale della facciata che doveva essere di vedetta per la difesa dai pirati turchi.

Agli inizi del '700 dagli eredi Della Valle il palazzo passò al principe Caracciolo di Torella come bene dotale di un'unica figlia e nel 1815 fu completamente rinnovato da Antonio Annito: nel 1838 lo acquistò poi il conte di Siracusa Leopoldo di Borbone, noto per le sue idee liberali. Egli lo fece rimodernare dall'architetto Fausto Niccolini e così il palazzo di' venne il luogo di ritrovo degli aristocratici napoletani che come lui erano in politica all'avanguardia. In quel tempo vi erano annessi circa quattor­dicimila metri quadrati di parco, nel quale era stato creato anche un tea­trino dove il conte di Siracusa, mecenate, scultore e filodrammatico, or­ganizzava recite e rappresentazioni. L'edificio passò dopo il 1860 al barone Compagna ed infine al principe Caravita di Sirignano che lo fece rico­struire dotandolo di una seconda torre simmetrica a quella antica e lot­tizzò poi il gran parco per costruirvi dei tetri palazzoni. In questo palazzo abitarono il conte de Marzi, Placido de Sangro, che donò al Museo della Floridiana la preziosa raccolta di porcellane e un nipote del cardinale Sisto Riario Sforza, il duca Nicola, nei cui saloni si ammiravano gli splendidi arazzi di Casa Doria con la raffigurazione delle Quattro Stagioni. In que­sto rione dove il verde, ahimé, è quasi completamente scomparso, abita­rono altri due noti personaggi, lo scultore Cangiullo, illustre discepolo del Toma, ed il più grande spadaccino italiano, il marchese Luigi Mastel-loni di Capograssi, l'unico che riuscì a battere il campione europeo Age­silao Greco. Questo patrizio  napoletano apparteneva alla famiglia di quel marchese Emanuele  che fu Ministro di Grazia e Giustizia della Repub­blica Partenopea del 1799, fratello del duca di Salza don Mario.

La prossima strada a destra, via Santa Maria in Portico, si apre tra i due Palazzi Schioppa e Gallo, il primo dei quali era di una famosa modista francese e l'altro appartenne al duca Mastrilli del Gallo, abile diplomatico presso Napoleone. La strada prende il nome dall'antica Chiesa di Santa Maria in Portico, costruita all'inizio del '600 per volere della duchessa di Gravina Felice Maria Orsini, che aveva in questa zona una estesa pro­prietà costituita da un palazzo e da giardini che giungevano sino al Vomero. Rimasta vedova, la gentildonna, dopo essersi consi­gliata con i padri gesuiti, volle trasformare il suo palazzo in monastero. In seguito, a causa di alcune divergenze di vedute con la loro benefattrice, questi religiosi furono sostituiti dai Chierici Regolari, un Ordine toscano fondato dal beato Giovanni Leonardo. Essi provvidero all'edificazione della chiesa, che fu dedicata alla Vergine di Santa Maria in Portico, venerata anche a Roma, la cui miracolosa immagine già durante la peste del 1656 attirò grande affluenza di fedeli nella chiesa presso la Riviera.

Attualmente questo tempio si presenta con la facciata rifatta nel 1862 e con una graziosa cupola sull'abside: vi si possono ammirare, nella prima cappella a sinistra, alcuni affreschi di Luca Giordano e una Nascita della Vergine di Fedele Fischetti del 1766 ed in una cappella a destra un Cro­cefisso in legno del secolo XV di eccezionale bellezza. Notevole il Presepe, con pastori a grandezza naturale, un valido esempio di quest'arte napo­letana; in legno e riccamente vestiti, si ritiene siano della metà del secolo XVII.

Dalla chiesa di Santa Maria in Portico, si può imboccare la via Girolamo Piscicelli, che conduce in largo Ascensione, op­pure via Martucci, che sale a piazza Amedeo; sulla sinistra della chiesa vi è un dedalo di vicoli e vicoletti ove l'unica strada da ricordare è la via Campiglione.

Dopo questa breve deviazione ritorniamo alla Riviera e, dopo aver superato qualche palazzetto di scarso interesse, come il Palazzo Belgioioso che appartenne al principe di Cerenzia, si incontra il Palazzo Capece Minutolo di Bugnano, che in origine era di proprietà del Pio Monte della Misericordia, ma nel tempo fu interamente rifatto e adibito ad albergo. Segue il piccolo Palazzo Como che non ha alcun interesse artistico ma dal lato storico-folkloristico è legato al ricordo della famosa « mazzarella di San Giuseppe ».

I napoletani hanno spesso sentito dire la frase « non sfrocolià 'a mazzarella 'e San Giuseppe » passata a significare « non dar fastidio, non svegliare i cani che dormono! » Questa espressione solo in un secondo mo­mento ha assunto il suo significato scherzoso, mentre quello originale era puramente letterale. Infatti era conservato a Napoli un avanzo del ba­stone di San Giuseppe, una reliquia non si sa come giunta dall'Inghilterra nel secolo XVIII e custodita in una cappella dal cantante Grimaldi, molto noto nei teatri napoletani del secolo XVIII, nel suo appartamento alla Ri­viera di Chiaja, proprio in questo palazzetto Como attiguo alla chiesa. II giorno del santo, il 19 marzo, mentre di fronte alla chiesa si disponevano le bancarelle con le zeppole e in via Medina, ove era un'altra chiesa dedi­cata a San Giuseppe,  si allestiva la tradizionale fiera degli uccelli, il Grimaldi esponeva per tutto l'ottavario alla venerazione dei fedeli e della corte la reliquia che conservava gelosamente. Egli era però costretto a farla sorvegliare da un suo servitore, il veneziano Andrea Muscìano, poiché non era facile tenere a bada i cosiddetti fedeli che per fanatismo o per vandalismo, approfittando della ressa cercavano di portarsi a casa un po' di « mazzarella ». E se qualcuno allungava le mani verso la reliquia veniva appunto ammonito: « Non sfrocoliate la mazzarella di San Giusep­pe! ». Pare però che nonostante la sorveglianza, al termine dell'ottavario la « mazzarella » si trovasse sempre più assottigliata e accorciata con grande dispiacere del Grimaldi.

Alla morte del Grimaldi la reliquia passò ai suoi discendenti e ad un certo punto fu causa di lite tra fratelli, finché dopo lunghe questioni giu­diziarie il tribunale decise di affidarla alla badessa del monastero di San Giuseppe de' Rossi e poi al Real Monte e Congregazione di San Giuseppe de' Nudi in via San Potito, ove riteniamo che quanto ne rimane sia con­servato insieme ad una parte del mantello del Santo.

In questa zona vi erano molti « casini » di villeggiatura, non più esi­stenti; oltre a quelli di cui abbiamo già parlato ricorderemo quelli del marchese Faxado e quello del Reggente Moles. Questo tratto della Riviera era chiamato « il borgo di San Leonardo », essendo nato intorno all'omo­nima chiesa non più esistente che si ergeva su un lembo di terra distac­cato dalla riva sì da costituire quasi un'isoletta: vi si accedeva attraverso una porta ad arco varcando un piccolo ponte. Sembra che questa chie­setta fosse stata costruita per un voto fatto al santo di cui portava il nome da un gentiluomo castigliano che, sorpreso da una tempesta mentre navi­gava nel golfo, si sarebbe salvato toccando terra in quel punto della spiag­gia. La chiesa, chiamata di San Leonardo ad insulam, fu officiata prima dai monaci basiliani e poi dai domenicani : essa ed il suo convento sono legati alla storia del periodo aragonese e della Congiura dei Baroni perché una nobildonna napoletana, Mondella Gaetani, principessa di Bisignano, il cui marito era già in galera, essendo fra quelli che avevano congiurato contro re Ferrante, per sottrarre i teneri figlioletti alle ire del sovrano riuscì a rifugiarsi presso i buoni frati. Subito dopo, sempre grazie al­l'aiuto dei religiosi, di lì potè imbarcarsi su un legno romano e mettersi in salvo a Terracina, in suolo pontificio.

Di fronte al complesso religioso, sulla spiaggia, vi era la Taverna di Florio, ricordata da molti napoletani. Lo scoglio di san Leonardo durante i moti di Masaniello fu conteso fra gli spagnoli e i rivoltosi napoletani; in seguito fu unito alla riva ed ora non ne resta che il ricordo.

Quasi di fronte alla chiesa di San Leonardo i gesuiti fonda­rono un collegio che dedicarono a San Giuseppe, a cui furono aggregati poi un convalescenziario e nel 1676 una chiesa, opera dell'architetto Carrarese, un laico gesuita. Quando questi reli­giosi furono espulsi dal regno di Napoli il collegio ed il con­vento furono adibiti a scuola di arte nautica finché nel 1818 Ferdinando IV vi insediò un Ospizio per ciechi dedicato ai santi Giuseppe e Lucia. Attualmente la Chiesa di San Giuseppe è chia­mata a Chiaja per distinguerla da altre dedicate allo stesso santo.

Nell'interno si possono ammirare due belle opere del napoletano An­tonio Sarnelli, una Annunciazione ed II Sogno di Giuseppe; sull'altare mag­giore vi è una Sacra Famiglia del seicentesco napoletano Francesco De Maria, mentre sono opere del romano Giacomo Farelli il Transito di San Giuseppe e l'Angelo che annuncia il viaggio in Egitto. In sacrestia dovrebbe esservi un  dipinto  del De Maria raffigurante Sant'Anna.

Avvicinandoci alla fine di questa strada notiamo ancora il Palazzo Guevara di Bovino, costruito dall'architetto Moscarella che volle imitare lo stile del fiorentino Palazzo Pitti. L'edificio passò poi al principe di Candriano e Matilde Serao ci racconta che vi avvenne un dramma poiché una nobildonna vi fu sorpresa dal consorte in intimo colloquio con un diplomatico straniero.

Il palazzo appartenne poi all'ambasciatore in Russia principe Camillo Caracciolo di Bella che, essendo un liberale convinto, era molto amico del conte di Siracusa; attualmente è sede del Consolato di Francia.

In questa zona, un po' prima di questo palazzo ve ne era un altro appartenuto prima ad una famiglia chiamata Scuotto, e poi passato ai Charlsworth, che viene ricordato perché durante la sua costruzione furono trovati dei resti di opus reticulatum. Vi era anche una caserma, anch'essa non più esistente, chiamata Cristalleria. Unito al Palazzo Guevara da un arco vi era il Palazzo del prìncipe dì Teora Mirelli, che diede il nome alla salita attigua che saliva sino al Vomero prendendo più in su il nome di Imbrecciata.

La salita dell'Arco Mirelli taglia la via Andrea d'Isernia, la via Crispi, ed il Corso Vittorio Emanuele. Questa via Andrea d'Isernia è intitolata all'illustre personaggio che fu giudice della Magna Curia nel 1290 e poi Luogotenente del Gran Protonotario Bartolomeo di Capua.

Poiché il palazzo dei Mirelli apparteneva precedentemente al duca di Caivano, il segretario del regno Barile, l'arco era chia­mato prima ancora il Ponte di Caivano.

Prima di lasciare questa salita o discesa dell'Arco Mirelli ricorderemo la Chiesa di San Francesco degli Scarioni che si trova su di essa a metà del primo tratto. È così chiamata perché fu fatta costruire nel 1701, per desiderio di un mercante toscano che aveva questo cognome, da Giovan Battista Nauclerio, insieme al convento che ospitava religiose toscane e fu poi di clausura.

Sulla porta dell'atrio vi sono una statua del santo ed una iscrizione marmorea che ricorda una visita di Pio IX nel 1849.

Su questa salita vi è anche la bella Chiesa dei Santi Gio­vanni e Teresa attualmente monastero di clausura delle Carme­litane Scalze, fondato nel 1746 e costruito nel giardino della villa del Regio Consigliere  Carlo  Gaeta.

La chiesa, di forma ellittica, e con elegante cupola, insieme al mona­stero fu messa sotto la protezione della famiglia reale borbonica e dichia­rata di Casa Reale. Nell'interno vi sono alcune pitture di Giuseppe Bonito di Castellammare di Stabia, di cui ricordiamo il Calvario e una Sacra Famiglia.

Al vico Parete, che taglia questa strada, vi è l'antico Palazzo Capomazza che viene ricordato principalmente perché da qui partivano le corse dei cavalli; le povere bestie venivano lanciate su questa discesa, in una competizione quanto mai difficile e pericolosa. Questo palazzo apparteneva al marchese Emilio Capomazza di Campolattaro che fu sindaco di Napoli e poi deputato al Parlamento.

Ritornando sui nostri passi, osserviamo la grande piazza che si estende per tutta la larghezza della Riviera, della Villa Comunale, che qui termina, e di via Caracciolo, che continua verso Mergellina. Essa, chiamata prima piazza Umberto I e poi Principe di Napoli, dal titolo che portava in quel tempo il

futuro Vittorio Emanuele III, ha attualmente il nome di Piazza della Repubblica; al centro si nota il modernissimo e poco comprensibile Monumento agli « scugnizzi » delle Quattro Gior­nate.

Dopo questa piazza la Riviera di Chiaja sfocia nella Torretta, mentre in parallelo parte il moderno viale Elena; si chiamerà — probabilmente — viale Gramsci. Sulla destra troviamo un'an­gusta strada che si dirama poi in tre rami che confluiscono in Corso Vittorio Emanuele e subito dopo la piccola Chiesa di Santa Maria della Neve, che non ha nulla di notevole se non le sue origini, essendo stata costruita nel 1571 a spese dei pescatori del litorale mettendo da parte il ricavato del mercato della domenica.

Anticamente nel mese dì agosto in onore di questa Vergine si orga­nizzavano grandi feste durante le quali i giovani pescatori facevano gare di velocità con le loro barche. Nel 1697 vi era una fontana con un'iscrizione che ricordava l'abbellimento della piccola chiesa operato per desiderio del viceré Luigi Francesco della Cerda, duca di Medinacoeli. La Vergine ed un'effigie di Sant'Anna che era in questa chiesa erano ritenute molto mi­racolose, e anche la regina Carolina veniva spesso a venerarle. Questo sito è chiamato Torretta nel ricordo di una torre che vi fu costruita nel 1564 per volere del viceré duca d'Alcalà Pedro Afan de Ribera, dopo una di­sastrosa incursione dei saraceni. Dopo essere sbarcati in queste vicinanze i pirati fecero ventiquattro prigionieri e poco mancò che non riuscissero a rapire anche la marchesa del Vasto. Poi, asserragliati nel castello, di Ni-sida intavolarono trattative per ottenere un riscatto. L'emissario vicereale autorizzato alle trattative fu lo scultore Gerolamo Santacroce, che ottenne la liberazione dei prigionieri previo pagamento di una considerevole som­ma, una parte della quale fu versata dalla Compagnia della Redenzione dei Cattivi che era in via San Sebastiano. Della « torretta » nulla è rimasto ed al suo posto vi sono gli edifici del Consolato degli Stati Uniti.

Proseguiamo imboccando via Piedigrotta che ci porta all'omo­nima chiesa e alla Galleria delle Quattro Giornate. In questa strada nel secolo XVII vi era il Palazzo del marchese Taccone di Sitizzano, che vi aveva raccolto una ricca biblioteca. Il Palazzo d'Aquino di Caramanico appartenuto ad un Bartolomeo che nel 1640 sposò una contessa Stampa di Milano è ancora esistente, anche se fu distrutto in parte durante i moti insurre­zionali del 1647 e nel tempo fu varie volte ricostruito: attual­mente è sede di una caserma.

Al termine di via Piedigrotta ci troviamo nella piazzetta omonima dalla quale, scendendo sulla sinistra, usciamo in piazza Sannazaro ove confluiscono la via Mergellina e il viale Elena. Al centro della piazza vi è la Fontana della Sirena, opera di Pasquale Buccino, composta di un gruppo di mostri e cavalli marini su una base rocciosa sui quali domina una sirena rap­presentata con la coda attorcigliata ed un braccio levato al cielo; questa fontana era prima in Piazza Garibaldi. Sulla destra-vi è la Galleria Laziale, scavata nel 1925, che sbocca a Fuorigrotta, nuovo rione che visiteremo in un altro itinerario. Incamminan­doci ancora per il proseguimento di via Mergellina, a destra troviamo nell'omonima piazzetta la Fontana del Leone. L'acqua che nel secolo scorso scaturiva da questa fontana, cadendo dalla bocca di un leone in una grande vasca, era considerata la mi­gliore della città, tanto che Ferdinando II mandava a prenderla per la sua mensa anche quando stava per incamminarsi per un viaggio. Questa fonte era conosciuta sin dal secolo XVII quando era chiamata di Mergoglino, dal nome della contrada. All'angolo sinistro di via Mergellina con via Caracciolo vediamo il Palazzo Minozzi e giungiamo infine nel largo Barbaja, prospi­ciente la piccola spiaggia di Mergellina e l'omonimo porticciuolo.

Mergellina conserva ancora molto del suo fascino, anche se parte di esso è folklore sapientemente dosato e indubbiamente non appaga l'occhio smaliziato del visitatore. Tuttavia, davanti ai moderni ed accoglienti caffé all'aperto, cinto dal piccolo molo per imbarcazioni da diporto, il breve tratto di spiaggia di sera accoglie ancora le barche dei pescatori tirate a secco per la notte, e di giorno le reti stese ad asciugare. Per chi passi lungo il breve arco naturale fiancheggiato dai banchi degli ostricari pac­chianamente addobbati con trofei di conchiglie, ma allietati dal verde e dal giallo dei limoni freschi, tra il vocìo dei venditori ed il frastuono del traf­fico sulla strada, l'odore acuto del mare, che emana, più che dal mare stesso, dalle erbe di scoglio disposte con bell'arte a decorare i piatti di vongole, di cannolicchi e di ostriche, è come l'aroma sottile di un vino prezioso. Sullo sfondo antico, nobile, indimenticabile, unico del Vesuvio, in secondo piano, spicca sul mare azzurro, tetro e turrito, Castel dell'Ovo.

E poi ancora mare, mare a perdita d'occhio... Anche quest'angolo di paradiso, come più volte Mergellina è stata chiamata, ha la sua leggenda, leggenda di amore e di morte i cui protagonisti sono una sirena e un modesto pescatore. A quest'ultimo appunto si vuole che il luogo debba il suo nome, al giovane impetuoso e ardente che, avendo visto in una notte di plenilunio una sirena, se ne innamorò perdutamente. Secondo un'antica leggenda riportata da Matilde Serao, questa ammaliatrice ritornava di tanto in tanto per rivedere il suo amoroso per poi dileguarsi quando questi cercava di seguirla nell'azzurro mare di Posillipo. Appunto per tentare di raggiungere a tutti i costi la sua amata il pescatore, pazzo d'amore, una sera nuotò fino all'esaurimento delle forze ed annegò. La bellezza di questo luogo fu vantata da Plinio, Seneca, Svetonio, Tacito, Silio Italico, Stazio e dallo stesso Virgilio, tanto innamorato di questo lembo di mare e di cielo che volle comporre le Georgiche. Da Giovanni Boccaccio a Ja­copo Sannazzaro, il fedelissimo di Federico d'Aragona, sino a Goethe, Grimm, Goudar, a Gabriele D'Annunzio e Vittoria Aganoor Pompili, scrit­tori e poeti cantarono la bellezza di Mergellina.

Nel secolo XIII la località era chiamata Mìrlinum e nel secolo XV Mergoglino o Merguglino, e questo ad ogni modo era il nome di una torre che stava sulla riva del mare e dalla quale un anonimo cronista quattro­centesco vuole che avesse inizio la fuga di Vannella Gaetani di Traietto: certo è che nel periodo aragonese questa parte del Borgo di Chiaja ve­niva chiamato Mergoglino. Secondo il Martorelli il significato del nome sarebbe quello di sito « molto gradito agli smergi », mentre il Capaccio suppone che derivi dal nome « megari » dato all'isolotto di Castel del-l'Ovo, che equivarrebbe al mergum latino, che significa « smergo » o uccello acquatico. Il mergurus, vale a dire il piccolo colombo di mare, potrebbe darci la soluzione del quesito: il diminutivo di mergus, usato dai pescatori che si imbarcavano su questa spiaggia, un po' per corruzione un po' per diminuzione si sarebbe trasformato in Mergulinus e indi Mergoglino.

Al termine di via Mergellina, a destra, si può imboccare via Orazio, con la quale inizia la moderna zona residenziale: un po' più avanti, sempre sulla destra, vi è la IV Funicolare, così chia­mata perché è la più recente delle quattro funicolari napoletane. Vediamo quindi di fronte a noi la Chiesa di Santa Maria del Parto, a cui si accede per un'erta scaletta.

Essa fu costruita agli inizi del secolo XVI dal poeta Jacopo Sanna­zaro, a cui re Federico d'Aragona, l'ultimo di questa famiglia che cinse la corona di Napoli, aveva donato un ameno appezzamento di terra proprio qui alle falde di Posillipo, chiamato il « Mergoglino ». Il poeta dedicò questa chiesa a quella Vergine che aveva cantata nel suo poema De Partii Virginis e la donò ai frati Serviti, detti anche Servi di Maria, un Ordine religioso fondato da sette gentiluomini toscani. La chiesa fu iniziata nel 1529 insieme al convento per i frati, ai quali il Sannazzaro, oltre a donare il terreno per l'edificazione del piccolo complesso monastico, assegnò an­che una rendita di trecento ducati. Per giungere davanti a questa chiesa bisogna salire, come abbiamo accennato, un'erta scalinata: la sua facciata non differisce da quella di una piccola parrocchia di campagna, nonostante sia stata rifatta da Giovan Carlo Mormile ed ancora una volta nel secolo scorso; su di essa spiccano i due tondi, che avrebbero gran bisogno di restauro con le fattezze di  Federico d'Aragona e di Jacopo  Sannazzaro.

La chiesa è divisa in due piani, uno inferiore dedicato alla Vergine, senza alcun interesse, e uno superiore chiamato anche di San Nazario dal nome del poeta. In quello inferiore, vi è sull'altare una effige della Ver­gine protettrice delle partorienti. La chiesa superiore è ad unica navata; vi si nota un quadro raffigurante San Michele, che è stranamente noto come « il diavolo di Mergellina ». Esso ci mostra un giovane bellissimo che calpesta il diavolo, al quale il pittore, Leonardo da Pistoia, ha dato una magnifica testa di donna. Il dipinto, secondo un'antica leggenda, adom­brerebbe la vittoria sulla tentazione del vescovo di Ariano Diomede Ca-rafa, divenuto in seguito cardinale. Di lui si sarebbe innamorato, incorri­sposta, una bella dama, e si vorrebbe ravvedere nella « femmina tenta­trice » Vittoria d'Avalos, il che sembra un po' azzardato data l'intemerata reputazione  di  questa  aristocratica  dama  napoletana.

Sul pavimento c'è la lastra sepolcrale del cardinale, che però non vi è sepolto, in quanto morì a fu inumato a Roma nel 1560. Vi è poi un'altro marmo sepolcrale di Fabrizio Manlio che raffigura un giovane che, se­condo la leggenda, innamorato di Mergellina, chiese di morire vedendola e di esservi sepolto. In questa chiesa si possono ancora ammirare alcune delle statue lignee del presepe di Giovanni da Nola.

Sull'altare maggiore campeggia un distico del Sannazzaro.

L'opera più importante che conserva questa chiesa è proprio alle spalle dell'altare maggiore: il Sepolcro del Sannazaro, veramente di grande rilievo artistico, un monumento che se non regge il paragone con quello di Ladislao in San Giovanni a Carbonara o quello di re Roberto in Santa Chiara, desta però l'ammirazione di chi l'osserva. Una gran base, con ai lati un Apollo e una Minerva che recano invece i nomi di David e Iudith e due maestose mensole reggono l'urna cineraria con il busto del poeta e due amorini ai lati. Tra queste due mensole vi è un quadro in rilievo sul quale campeggiano il dio Pane, Nettuno ed una Ninfa. Sulla base, tra due amorini e le armi del poeta vi è una iscrizione di Pietro Bembo.

Adornano il sepolcro alcune strane ligure, come un teschio « cor­nuto » e lo  stemma del poeta con lo  scacchiere a quadretti rossi e oro.

Difficile è stabilire l'esatta paternità di questa magnifica opera ma la finezza della sua fattura fa pensare ad un grande artista del tempo. Alla base si legge il presumibile nome dell'autore, che sarebbe un laico ser­vita, Giovanni Angelo Montorsoli da Poggibonsi che fu allievo di Miche­langelo. Questa attribuzione potrebbe essere avvalorata dal fatto che ef­fettivamente le due statue che sono ai lati, di Apollo e Minerva, sono michelangiolesche. Anche il Vasari è di questa idea, anzi aggiunge che con il frate servita collaborò Francesco Ferruccio da Fiesole, detto il Tadda; altri, invece attribuiscono l'opera a Michelangelo Santacroce. La cappella fu dipinta verso la fine del '600 ed il pittore Nicola Russo, forte del paganesimo insito nel monumento funerario, si mantenne in carattere di­pingendovi scene raffiguranti Venere, Il Parnaso e Mercurio e sulla facciata del coro la Grammatica, la Retorica, la Filosofia e l'Astrologia. Altri dipinti raffigurano la Storia di Rachele e l'Incontro del patriarca Abramo coi tre angeli.

Nell'edificio annesso alla chiesa furono raccolti dai buoni frati all'inizio dell'800 gli orfanelli del colera; molti morirono e furono sepolti insieme ai loro benefattori.

Sotto la chiesa di Santa Maria del Parto vi era la Villa del famoso impresario Domenico Barbaja, nella quale dimorò a lungo Rossini, l'epicureo compositore che nella sua imparziale passione per le belle donne e la buona cucina finiva per trovare ben poco tempo da dedicare alla musica.

Subito a destra della chiesa troviamo il Palazzo del Reggente Andrea di Gennaro della nobile famiglia del Sedile di Porto, con un bel loggiato: appartenevano al complesso alcune grotte che si diceva fossero collegate col mare.

Questo itinerario termina qui all'inizio di via Posillipo, ma c'è ancora da ricordare alla fine di via Caracciolo, la Fontana del Sebeto.

Eretta per desiderio del viceré Manuel Zunica y Fonseca nel 1635, l'opera è di Carlo Fanzago, che volle raffigurare il fiumiciattolo napoletano nella gigantesca statua di un « barbone » adagiato su una grande valva di conchiglia sotto un arco; ai lati due tritoni davano acqua. La fontana è stata restaurata nel tempo. Il fiume Sebeto, del quale ci parlò Papinio Stazio nelle sue Selve nonché molti altri autori dell'antichità, adornò con la sua immagine allegorica persino alcune monete del V secolo a.C... Dopo molti secoli Giovanni Boccaccio nel De Flumìnibus ne parlò, ma disse di aon ricordare di averlo visto, e così il Pontano e il Sannazzaro; riteniamo però, che attualmente tutti siano d'accordo nel ravvisare il Sebeto in quel più che modesto fiumiciattolo che, nato dal Monte Somma scende al mare passando sotto una strada che porta all'Autostrada del Sole.

Piazza Santa Caterina - Via Filangieri - Rampe Brancaccio - Piazzetta Mondragone - Via Nicotera - Via Vittoria Colonna - Piazza Amedeo - Via Martucci - Via Crispi - Parco Margherita - Largo Ferrandina a Chiaja - Via Cavallerizza - Via Carlo Poerio - Largo Ascensione - Via Piscicelli - Arco Mirelli - Via Michelangelo Schipa.

Questo itinerario potrebbe dirsi quello del centro elegante di Napoli, poiché nelle vie che attraverseremo vi sono i migliori negozi e caffè, i più eleganti locali della città. Da piazza Santa Caterina inizia la via Gaetano Filangieri, intitolata all'autore della « Scienza della Legislazione » che vi abitò. Sul primo pa­lazzo che è poi il Palazzo Filangieri, a destra una lapide ricorda che vi morì il musicista Francesco Saverio Mercadante. Sulla nostra sinistra, dopo una piazzetta intitolata a Giulio Rodino, inizia la caratteristica via Cavallerizza. Continuando lungo via Filangieri troviamo l'imponente Palazzo Mannaiuolo, all'angolo con l'ampia gradinata chiamata Rampe Brancaccio, il modesto succedaneo napoletano della romana Trinità dei Monti, che tut­tavia è stata negli ultimi anni usata per esposizioni di pit­tura moderna. Essa porta a queste rampe che prendono il nome dalla omonima illustre famiglia napoletana che tra la piazzetta Mondragone e la via dei Mille possedeva   immensi giardini.

Salendo queste rampe, si può giungere o a via Giovanni Nicotera — la strada che passa sul ponte di Chiaja —, o, dopo la piazzetta Mondragone, al Corso Vittorio Emanuele, nei pressi del Palazzo Cariati. Dopo questa gradinata la strada cambia il nome in quello di via dei Mille, in ricordo della fa­mosa spedizione che unì il regno di Napoli a quello d'Italia. Questa elegante arteria fu voluta appunto da Garibaldi, ma la sua costruzione fu iniziata soltanto nel 1885 con l'esproprio di alcuni giardini.

Il primo edificio a destra è il Palazzo Spinelli, oggi proprietà di una banca; vi abitò il musicista napoletano Enrico De Leva che, insieme a Salvatore Di Giacomo compose tante canzoni napoletane divenute oggi parte del repertorio classico. Vi era un tempo la sede del Circolo Italo-Britannico. Sulla destra segue via Vetriera che conduce anch'essa alle Rampe Brancaccio; quindi il Palazzo Leonetti, dopo il quale si apre un'altra stradina, il vico Vasto a Chiaja, dal nome del bel Palazzo che ora incon­treremo appartenuto ai marchesi d'Avalos del Vasto, che con­duce al Largo Proto, dal cognome del duca di Maddaloni che qui aveva alcune proprietà. Sulla sinistra della nostra strada si apre invece la via dedicata al patriota Nicola Nisco che per aver partecipato ai moti del 1848 dovè scontare molti anni di galera: compose la « Storia d'Italia », che gli fu commissionata da Umberto I.

Il Palazzo d'Avalos, appartenuto all'illustre famiglia, tanto legata alla storia napoletana del periodo aragonese e spagnolo, aveva in origine un portone con magnifici battenti in bronzo che si vuole imitassero quelli del Pantheon. Nel secolo XVIII fu restaurato nella forma oggi esistente dal­l'architetto Mario Gioffredo che vi creò un'ampia loggia sorretta da quattro colonne in marmo bianco sull'ingresso. Alla fine del secolo scorso nell'ap­partamento nobile, si potevano ancora ammirare il letto cinquecentesco di Vittoria Colonna ed alcuni arazzi regalati da Carlo V al marchese di Pescara in ringraziamento per i servigi che gli aveva resi nella battaglia di Pavia, dove nel 1525, il gentiluomo era riuscito a far prigioniero il re di Francia. I modelli dei meravigliosi arazzi erano stati disegnati dal Tiziano mentre il Tintoretto ne avrebbe curati gli ornati; nel 1882 la nobile famiglia li regalò allo Stato ed oggi sono al museo di Capodimonte. Verso il 1850 il grande palazzo fu trasformato in villa, anche perché questa zona era in quel tempo ancora campagna e fu recintato da magnifici cancelli ed inferriate, opera di Achille Pulii.

Segue quello che fu il Palazzo Carafa di Roccella, ora in completo abbandono, preda della attuale speculazione edilizia e vittima della burocrazia. Semidistrutto, non può essere rico­struito né ci si decide ad abbatterlo perché era monumento nazionale.

Di questo palazzo si hanno notizie sin dal 1668, quando il principe Francesco de' Sangro di Sanseverino costruì su una collinetta comprata dai cappuccini, un palazzetto che diede in dote alla figlia Antonia andata sposa a Giuseppe Carafa duca di Bruzzano, vedovo di donna Ippolita Requesens d'Aragona. Nel 1775 l'edificio fu restaurato dalla principessa Ippolita di Roccella e la masseria che vi era annessa fu trasformata in magnifici giar­dini. Il palazzo fu sempre dei Carafa, ma nel 1885 la principessa Lucrezia Pignatelli, vedova di Vincenzo Maria Carafa, vendette al barone Giuseppe Treves i giardini che furono nel tempo rivenduti per l'edificazione di ville e palazzi dopo l'apertura di quell'elegante strada intitolata alla regina Mar­gherita di Savoia. Nel 1889 i Carafa vendettero una parte del terreno con­finante col palazzo d'Avalos. Nel 1813 il palazzo fu restaurato dall'archi­tetto Errichelli : esso aveva dapprima un imponente e pregiato portale in marmo che presentava, sino alla demolizione, due corpi avanzati ai lati. Si ritiene che l'architetto fosse Luca Vecchioni, un coadiutore del Vanvitelli, che lavorò anche alla costruzione del monastero di San Marcellino in collaborazione con Mario Gioffredo e con Gaetano Pallante e col Vanvitelli alla progettazione di San Vincenzo e San Gennaro dei Poveri: quindi il palazzo era decisamente di scuola vanvitelliana. Di fronte vi è la moderna via dedicata a Giosuè Carducci che giunge alla Riviera inter­secando il prolungamento  di via Cavallerizza.

Segue la Chiesa di Santa Teresa a Chiaja, del secolo XVII: il monastero, già esistente, era dedicato alla Santa ed apparte­neva  ai frati  Carmelitani  Scalzi  al  borgo  di  Chiaja.

I frati, avendo ricevuto un lascito ed un terreno, costruirono l'attuale chiesa, che fu ampliata alla fine del '600 insieme al convento annesso ad opera dell'architetto Cosimo Fanzago con un altro lascito offerto da donna Isabella Mastrogiudice ed aiuti in danaro ed agevolazioni dei viceré conte di Ognatte e conte di Penaranda. Nel 1750 i carmelitani cedettero alcuni lo­cali attigui al convento ad un quartiere di guardie del Corpo, e nel 1778 fecero ampliare il convento ad opera di Rocco Casino; furono però co­stretti a cedere i giardini ad un quartiere di un reggimento di Ussari. Alla chiesa si accede per un'altra scala a due rampe; essa non è bella, ma ha nell'interno dei notevoli dipinti di Luca Giordano raffiguranti Santa Teresa  San  Pietro  d'Alcantara,  una Natività  e Sant'Anna  che  istruisce Maria con San Gioacchino. La statua della Santa in marmo è opera del Fanzago.

Di fronte alla chiesa di Santa Teresa, sulla sinistra di via dei Mille, si apre la strada intitolata a Mariano d'Ayala nella quale abitò e visse lo storico e letterato napoletano, ufficiale borbonico stimato ed apprezzato dal generale Filangieri; fu co­stretto a dimettersi dall'esercito per le sue idee liberali, ma rientrato a Napoli nel 1860 gli fu affidata la direzione della « Gaz­zetta Militare » e fu nominato Comandante della Guardia Nazio­nale. In questa strada si nota un Palazzo del secolo XVIII con un grazioso portale dell'epoca: costruito dai de Vargas y Machuca, principi di Casapesenna, è attualmente di proprietà dei marchesi Buccino Grimaldi, dai quali è stato restaurato anni or sono.

Dopo via Mariano d'Ayala, via dei Mille prende il nome di via Vittoria Colonna, in omaggio alla poetessa consorte del marchese di Pescara il cui palazzo, nelle vicinanze, abbiamo già esaminato. Subito a sinistra vi è il Palazzo Scarpetta, costruito dal grande attore e commediografo, che è ricordato da una la­pide. Più avanti, nel grande edifìcio, rimodernato di recente, che fa angolo con la piazza Amedeo, abitò lungamente l'eminente meridionalista Giustino Fortunato: esso accolse quindi storici, letterati e scrittori insigni, che vi convenivano per visitare l'il­lustre amico.

Via Vittoria Colonna termina in Piazza Amedeo, dalla quale partono a sinistra via Martucci, a destra via Francesco Crispi e, nella stessa direzione dalla quale siamo venuti, ma in salita, via del Parco Margherita. Nella piazza vi è una stazione della Me­tropolitana sulla quale si affaccia di fianco il Palazzo Balsorano, che è stato sino a poco tempo fa sede dell'Istituto del Sacro Cuore ed è ora abbandonato a se stesso in quanto non si sa se quest'Ordine religioso sia riuscito a perfezionarne la vendita.

I conti Balsorano, che erano i Lefebure, oriundi della Francia, ebbero qui una residenza lussuosa ed elegante: era in effetti più che un palazzo una villa con un gran parco che giungeva sino al Corso Vittorio Ema­nuele, del quale ancora si può ammirare una parte. Prima, nel secolo XVI, la Villa era del letterato napoletano Giovan Battista Manzo, e vi fu ospite nel 1592 Torquato Tasso. Appunto in ricordo di questo soggiorno l'abate Vito Fornari fece apporre sulla facciata una sua epigrafe in ricordo del III centenario della morte del poeta. Il Tasso proveniva da una permanenza presso la famiglia del principe di Conca che Io aveva tenuto quasi pri­gioniero per fargli terminare la sua « Gerusalemme Conquistata ». In se­guito passarono per i saloni della villa Manzo altri illustri personaggi: nel 1625 Giovan Battista Marino e nel 1638 il poeta inglese Milton. Quindi può dirsi che questo antico « casino di campagna » rappresenti tutto un ricordo della Napoli letteraria dei secoli passati. Vi convennero altri let­terati napoletani, come Ascanio Pignatelli, Pietro Antonio Caracciolo ed uomini di cultura come il duca di Termoli, il duca di Nocera, il duca di Castel di Sangro, il marchese Sant'Agata, il principe di Venosa, il car­dinale Gesualdo.

Giunti a questo punto, se imbocchiamo la via Martucci ritorniamo a Santa Maria in Portico, che già abbiamo vista salendo dalla Riviera; via Crispi e via del Parco Margherita portano entrambe al Corso Vittorio Emanuele.