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Piazza Trieste e Trento (San Ferdinando) - Piazza
del Plebiscito - Via San Carlo
Che il visitatore giunga a Napoli per via aerea, e
quindi da Capodichino, o per ferrovia in piazza
Garibaldi, o in auto dall'Autostrada del Sole oppure
dall'antica via Domitiana, o ancora che arrivi per
via mare alla stazione marittima, noi gli diamo
appuntamento nell'antica
Piazza San Ferdinando, oggi Trieste e Trento,
che riteniamo il vero cuore nonché l'epicentro
irradiante di tutti gli itinerari storico-artistici
e turistici della città.
Inizieremo, perciò, e concluderemo qui gli
itinerari, in questo piccolo largo tanto caro ai
napoletani, che insistono a chiamarlo, anziché
piazza Trieste e Trento, S. Ferdinando, col nome che
gli deriva dall'antica chiesa dedicata da un re
Borbone al suo santo protettore. Visitiamo dunque
innanzi tutto questa piazza così asimmetrica e
perciò caratteristica e quella adiacente, e più
estesa del Plebiscito: dando le spalle a via Toledo,
la Chiesa di San Ferdinando è alla nostra
sinistra, mentre sulla destra si erge un Palazzo
vicereale, attualmente sede di un accogliente
circolo cittadino: all'inizio poi della via Chiaja,
appare l'attuale sede della Prefettura; lontano si
scorgono nella piazza del Plebiscito i due
imponenti monumenti equestri, la Basilica
palatina di San Francesco di Paola col suo
colonnato ed infine il Palazzo Salerno, sede
del Comando della Regione Militare. Di fronte a noi,
sulla sinistra, vediamo invece la sontuosa
Reggia, nella quale a suo tempo entreremo
curando di soffermarci su tutto quanto c'è di bello,
soprattutto negli appartamenti, oggi adibiti a
museo. Visiteremo altresì, uscendo dalla porta
secondaria dei giardini reali, il vicino Teatro
San Carlo e la Galleria Umberto I che gli
è di fronte, e avremo così percorso il primo
itinerario indispensabile per chi voglia conoscere
un po' Napoli.
Al centro della piazza fa bella mostra di sé la
Fontana donata alla città da Achille Lauro
quando fu sindaco di Napoli: una vasca circolare
che, per la sua forma, è stata prontamente
denominata dall'arguzia popolare la fontana del
Carciofo.
La
Chiesa di San Ferdinando
che fa da sfondo, costruita nel secolo XVII dalla
Compagnia di Gesù, non è certamente tra le più belle
edificate in quell'epoca ma è tuttavia ugualmente
molto cara ai napoletani.
Dedicata in origine al santo gesuita Francesco
Saverio, martire delle Indie, aveva annessi il
convento dei religiosi ed una « scuola di grammatica
».
Occorre qui ricordare che i gesuiti all'inizio non
ebbero una vita serena nella nostra città,
nonostante l'Ordine religioso fondato da
Sant'Ignazio de Loyola fosse di origine spagnola:
infatti lo stesso viceré, che per di più all'epoca
era 11 cardinale Zapata, non era molto faverevole a
quest'ordine religioso, che visse perciò piuttosto
stentatamente finché una gentildonna, la vedova del
viceré conte di Lemos Pedro de Castro, Caterina
della Cerda y Sandoval, parente del gesuita
Francesco Borgia canonizzato poi dalla Chiesa,
avendo ricevuto dal re Filippo di Spagna un donativo
di 30.000 ducati nella caratteristica formula
chiamata « pianelle e gale », che le spettavano
perché come viceregina aveva prestato servizio per
la Corona, passò la somma ai gesuiti. Questi,
finalmente, sollevati dalle loro ristrettezze,
commissionarono al pittore Salvator Rosa un gran
quadro raffigurante San Francesco Saverio da porre
sull'altare maggiore della chiesa; poiché, però, il
dipinto del grande artista non piacque, ne fu
ordinato un secondo ad un parente di Salvator Rosa,
Cesare Fracanzano, che ugualmente non fu accettato.
Si pensò allora di rivolgersi ad un altro illustre
pittore dell'epoca, Luca Giordano. Quest'ultimo,
forse perplesso per la sfortuna dei suoi colleghi
che avevano avuto l'incarico prima di lui, non si
decideva a consegnare il suo lavoro, e il superiore
dei gesuiti volle rivolgersi al viceré perché
facesse pressione sul pittore. Il marchese del
Carpio, quindi, incaricato dal viceré della
questione, si recò personalmente a casa di Luca
Giordano in vico Carminiello, e con sua grande
meraviglia constatò che l'artista non aveva fatto
ancora nemmeno il bozzetto. Le minacce del marchese
dovettero essere così persuasive che il pittore,
abbandonato ogni altro lavoro, si dedicò con tanto
zelo all'opera che in sole 40 ore il quadro era
terminato e consegnato, e quando il viceré seppe del
miracolo di sveltezza e di bravura compiuto dal
Giordano, soddisfatto esclamò che chi aveva fatto
tanto doveva essere un angelo o un demonio. Dopo
aver ammirato l'opera, volle conoscerne l'artefice:
mandatolo quindi a chiamare ne fu talmente
entusiasta che gli fece allestire uno studio nella
reggia affinché « nelle ore che potea dispensarsi
delle gravi cure del governo potesse avere il
diritto di veder dipingere Luca ».
Anche un altro grande pittore dipinse per la chiesa
di S. Francesco Saverio, Giuseppe Ribera detto lo
Spagnoletto, perché nativo di Jàtiva in Spagna. Egli
fu l'autore di un pregevole quadro che raffigurava
San Bartolomeo e che ha anch'esso la sua storia: si
racconta infatti che il duca di Ossuna, Pedro Giron,
a quel tempo viceré di Napoli, affacciandosi dal suo
palazzo notasse un grande andirivieni di gente senza
riuscire a comprenderne il motivo. Apprese poi che
nella chiesa era stato affisso un quadro dello
Spagnoletto talmente bello che tutti accorrevano per
ammirarlo. Il duca ordinò allora che il quadro
venisse portato al suo cospetto : e tanto sublime ed
espressivo dovè apparirgli il dipinto che,
entusiasta, commissionò all'autore un altro quadro
che raffigurasse Sant'Antonio di Padova da donare a
questa chiesa.
In effetti il tempio gesuita fu poi sempre protetto
dai vari viceré che l'arricchirono di importanti
dipinti, fra cui gli affreschi di Paolo De Matteis,
discepolo di Luca Giordano. In seguito Ferdinando
IV, su proposta del ministro Tanucci, scacciò i
gesuiti e, nel 1767 diede la chiesa ai Cavalieri
Costantiniani; Io stesso sovrano volle altresì
dedicare la chiesa al suo santo protettore e,
quindi, dal 1769 quest'ultima si chiamò « di San
Ferdinando »; inoltre il quadro di Luca Giordano che
raffigurava San Francesco Saverio fu trasferito nel
Museo Borbonico e sostituito da uno raffigurante
S. Ferdinando di Antonio Sarnelli, discepolo di
Paolo De Mat-teis. Il sovrano borbonico e i suoi
successori imposero che a nessuno venisse dato il
permesso di interrare i defunti nella chiesa; unica
eccezione fu fatta per la duchessa di Floridia,
Lucia Migliaccio, moglie morganatica di Ferdinando
IV, che ebbe sepoltura in un bel Monumento
marmoreo di Tito Angelini addossato alla parete
del transetto sinistro. Questa donna ebbe grande
importanza nella vita del sovrano : figlia del duca
di Floridia, Vincenzo, e di donna Dorotea Borgia,
nata a Siracusa nel 1770, aveva sposato il principe
di Partanna Benedetto Grifeo di cui era poi rimasta
vedova ancora in giovane età; aveva quarantaquattro
anni quando, poco tempo dopo la morte della consorte
Maria Carolina, Ferdinando IV volle sposarla
morganaticamente. A tutti sembrò molto strano questo
matrimonio effettuato a così poca distanza dalla
morte della regina e lo stesso figlio del re,
Francesco, ne ebbe gran dolore. Alla duchessa di
Floridia il re volle offrire una magnifica villa al
Vomero, che fu chiamata appunto Floridiana,
ed un terreno, entrambi attigui a quella palazzina,
denominata Villa Lucia dal nome della
nobildonna.
Entriamo, dunque, in questa chiesa, non prima però
di esserci soffermati sulla facciata che, pur non
bella, fu disegnata con perizia da Giovan Giacomo
Conforto nel 1628 e poi rifatta da Cosimo Fanzago
insieme all'abside, al portale e ad alcune
cappelle. Nell'interno, che è a
croce latina ad unica
navata, fanno bella mostra di sé gli affreschi di
Paolo De Matteis cui abbiamo prima accennato,
rappresentanti, alcuni, Scene di vita dei santi
gesuiti Francesco Saverio, Ignazio de Loyola e
Francesco Borgia, e altri nei peducci della
cupola, Le Virtù teologali della Giustizia;
di questi ultimi, quello che mostra San Francesco
Saverio davanti alle spoglie della regina Isabella
è senz'altro uno dei migliori. Gli affreschi
esistenti nella cupola sono invece di Giovanni
Diano, mentre il San Ferdinando posto
sull'altare maggiore è opera di Federico Maldarelli.
Sull'altare del transetto destro vi è un Cristo
che appare a Sant'Ignazio del napoletano
Francesco Antonio Altobello; nel transetto sinistro
una Concezione di Cesare Fracanzano e due
statue raffiguranti David e Mosè che
portano la firma di Lorenzo e Domenico Antonio
Vaccaro. Nella chiesa ha sede la nobile
Arciconfraternita « di San Ferdinando di Palazzo »
detta anche « di Nostra Signora dei Sette Dolori »,
fondata nel lontano 1522 e ospitata un tempo nel
demolito tempio di Santo Spirito di Palazzo. Questa
pia istituzione, ebbe l'onore di annoverare fra i
suoi confratelli anche il re di Napoli Carlo di
Borbone e godette della protezione di Giuseppe
Bo-naparte e di quella di Francesco I di Borbone.
Questi confermò nel 1828 il decreto che stabiliva
che la congregazione potesse apporre al suo nome il
titolo di « Reale », essendone confratelli anche
numerosi pontefici, i reali borbonici e le regine:
Maria Amalia, Maria Carolina, Maria Isabella, Maria
Teresa, Maria Sofia, nonché principi di casa
regnante fra cui il principe di Salerno Leopoldo di
Borbone, il conte di Lecce Antonio, il principe di
Capua Carlo, il conte di Siracusa Leopoldo, il conte
di Trapani Francesco Paolo, il conte di Trani Luigi,
il conte di Caserta Alfonso Maria, il conte di
Girgenti Gaetano Maria e il conte di Bari Pasquale
Maria. Dopo l'avvento della casa Sabauda, superiore
di questa reale associazione fu Vittorio Emanuele
III e confratelli la regina Elena e Umberto II,
ultimo re d'Italia. In questa chiesa le funzioni
sono officiate in modo sontuoso, specie quelle della
Settimana Santa; basti pensare che sino a pochi anni
orsono nel giorno del venerdì santo venivano
celebrate le tre ore di agonia con la partecipazione
degli artisti lirici e dell'orchestra del Teatro San
Carlo che eseguivano lo Stabat mater del
Pergolesi composto proprio in omaggio alla reale
confraternita. La chiesa di San Ferdinando, dove è
sempre esposto il SS. Sacramento, essendo situata
nel punto più « strategico » della città, è
frequentatissima durante tutto il giorno.
Terminata la nostra visita alla storica chiesa,
torniamo in questa piazza che ha un fascino tutto
particolare e certamente doveva averne di più negli
anni passati, quando gli « elegantoni » si
soffermavano davanti allo scomparso Caffè di Vari
Boi e Feste situato all'angolo con la via
Nardones per attendere il passaggio delle signore
che, provenendo dai palazzi magnatizi di Toledo, di
Spaccanapoli o di Costantinopoli a piedi o in
carrozza terminavano qui la loro passeggiata,
quando non si spingevano fino al mare di Santa
Lucia.
Un'ultima nota merita la già nominata Fontana del
Carciofo, opera di Comite e del Massari, che
appare estremamente suggestiva specialmente la
sera, quando è illuminata.
Riportandoci ora nuovamente con le spalle a via
Toledo, notiamo sulla destra l'antico Palazzo
Vicereale, sito di fronte alla chiesa di San
Ferdinando, che una volta al piano terra ospitava il
Caffè Europa.
In questo edificio hanno avuto sede due circoli e
precisamente quello del Whist, ora non più
esistente, che occupava tutto il primo piano e
l'Artistico, ancora oggi molto frequentato.
Sorto nel 1864, tipicamente borbonico e
legittimista, anche dopo la venuta dei Savoia, il
circolo del Whist era il punto d'incontro di tutti i
fedelissimi a casa Borbone: esso ebbe come
presidenti nobili personaggi, entrati poi a far
parte della nostra storia napoletana. Poi, nel 1919,
motivi finanziari portarono alla fusione di questo
circolo borbonico con il Nazionale,
nettamente in antitesi.
Fondato invece nel 1888 da coloro che amavano le
arti, le lettere e la cultura, frequentato ancor
oggi da tutte le classi professionistiche, il
circolo Artistico in primo tempo occupò un ammezzato
dello storico palazzo all'angolo di via Chiaja; e
in un giorno di carnevale dello stesso anno fu
inaugurato con un ballo ed una mostra di pittura di
grandi artisti dell'ottocento napoletano come il
Morelli, il Dalbono ed il Michetti. I soci furono
così numerosi che si diceva che facevano la storia
dell'ultimo ottocento napoletano con i grandi nomi
di Mario Costa, Enrico De Leva, Matteo Schilizzi,
Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, Nicola Amore,
Matteo Renato Imbriani, Antonio Cardarelli, Mariano
Semmola e tanti altri. All'inizio di questo secolo,
e precisamente con la venuta a Napoli di Cesare
Pa-scarella, il circolo organizzò manifestazioni di
cultura e di arte: conferenze, recite, concerti,
organizzati da grandi come Pietro Mascagni, Antonio
Mancini, Vincenzo Gemito, Carlo Siviero, Matilde
Serao e non ultimi Ferdinando Russo, Adolfo
Scalerà, Raffaele Viviani, Salvatore Di Giacomo ed
Ernesto Murolo; molto graditi furono altresì i
concerti eseguiti con la partecipazione di grandi
artisti lirici come Maria Caniglia, Ebe Stignani,
Gianna Pederzini, Rosa Raisa, Alessandro Bonci,
Fernando De Lucia, Titta Ruffo, Gemma Bellincioni,
Aureliano Pertile, Enrico Caruso, Beniamino Gigli,
Tito Schipa, il baritono napoletano Vito Vittorio
con Tatiana Menotti, e il compianto Ugo Romano. Tra
i presidenti di questo glorioso circolo, poliedrico
per le sue manifestazioni, ricorderemo Luigi Maria
Foschini ed il conte Paolo Caracciolo di
Torchiarolo, chiamato il presidente « della Lanterna
del Molo » per la sua opposizione alla demolizione
della lanterna che peraltro lo costrinse a lasciare
la presidenza, alla quale fu poi Nicola Sansanelli
che si avvalse dell'opera collaboratrice del conte
Paolo Minucci. Tutti personaggi che, unitamente a
quel grande parlatore che fu Mattia Limoncelli,
successore del Sansanelli, i napoletani di certo non
hanno dimenticato. Chi dirigeva ed organizzava le
mostre di pittura era il grande maestro scomparso lo
scorso anno, Francesco Galante ultimo pittore
napoletano del nostro «Otocento»: in esse si
poterono ammirare opere del Michetti, di Gemito, di
Gabriele Rossetti, di Luigi Crisconio, di Lord
Mancini, di Pasquale D'Angelo e di tanti altri.
Trascurando ora altre notizie non del tutto
necessarie e significative, lasciando la piazza
Trieste e Trento, così come ufficialmente dovrebbe
essere chiamata, attraversiamo via Chiaia, che per
noi costituirà un itinerario a parte.
Ci ricevono nell'altra pedana i tavolini variopinti
dell'antico
Caffè Gambrinus
che è incorporato nel Palazzo della Prefettura.
Anni addietro, di caffè, nella zona ve ne erano
parecchi e specialmente nella via Toledo, ma
nessuno poteva competere con il Gambrinus, ad
eccezione forse di quel Caffè Europa già
menzionato.
A conferma di ciò, bisogna aggiungere che il
proprietario di quest'ultimo, Mariano Vacca, per
non avere la concorrenza del Gambrinus decise di
acquistarlo aderendo ad un concorso bandito
dall'Amministrazione Provinciale; fu così che
questo caffé divenne il più caratteristico ed
elegante di Napoli. In codesto locale, che era
considerato dai napoletani il solo vero ritrovo
della città, si beveva esclusivamente birra e
cioccolata; in seguito però, fu aggiunta anche la
sala ristorante, dove si potevano consumare lauti
pasti per un prezzo fisso di lire 4,50: il pranzo
era composto di solito di un consommé, un
pasticcio di maccheroni, un piatto di pesce, uno di
carne con legumi, verdure o insalata, dolce,
formaggio e frutta. Quando il Vacca cedette il
locale ai fratelli Esposito, come direttore del
rinomato locale fu assunto un siciliano di nome
Ragusa.
L'ingresso principale era quello che dava nella
nostra piazza San Ferdinando, ma ve ne erano degli
altri nella piazza del Plebiscito e nella strada di
Chiaja. È necessario precisare però che, prima che
subentrassero i fratelli Esposito il locale alla
morte di Mariano Vacca avvenuta nel 1893, era
passato al figlio di questo, Enrico che volle
rinnovare gli ambienti affidando il compito
all'architetto Antonio Curri, che aveva studiato
pittura col De Sanctis, Esposito, Caprile, Volpe e
Cambriani e poi architettura con Enrico Alvino.
Era questi un buon artista che, divenuto noto
anche per la decorazione della vicina Galleria
Umberto I, morì però povero nel 1916 in una
stanzetta « 'ncopp' 'e quartieri ». Il Curri, nato
nel 1848 ad Alberobello, in un primo tempo voleva
dare al locale la forma di trullo, ma in seguito si
attenne, così come gli era stato richiesto, ad un
progetto classico. Assolse il suo compito
brillantemente aiutato nella pittura da maestri ed
artisti famosi quali il napoletano De Sanctis,
allievo di Domenico Morelli e Gioacchino Toma,
l'amalfitano Pietro Scoppetta, che dopo aver
iniziato a dipingere con De Chirico divenne poi
famoso per quel suo Medico del Villaggio
acquistato da re Umberto, il Caprile, discepolo di
Filippo Palizzi nonché amico di Salvatore Di
Giacomo, il piemontese Fabbron della scuola di
Gabriele Smargiassi ed Antonio Mancini, il Capone,
discepolo prima di Tommaso De Vivo e poi di Cesare
Fracassini, il ritrattista Volpe, allievo del
Morelli e successore del suo maestro
nell'insegnamento all'Istituto di Belle Arti, il
napoletano Brancaccio, discepolo ed amico di
Edoardo Dalbono, il paesaggista romagnolo Pratella,
il Cambriani, appartenente alla cosiddetta «
repubblica di Portici » e tanto amico del D'Orsi e
del De Nittis, il salernitano Esposito, che finì i
suoi giorni tragicamente per un amore infelice, il
ritrattista Salvatore Postiglione, allievi di
Domenico Morelli, il salernitano Tafuri, seguace
del Gemito e del Curri, l'abruzzese Biondi,
discepolo di Gioacchino Toma ed amico di Giuseppe
Casciaro, il napoletano poeta e musicista De Curtis,
che era figlio del grande decoratore Giuseppe, il
Toro, discepolo di Domenico Morelli, il molisano
Cocco, discepolo di Michele Cammarano e di Vincenzo
Volpe che lasciò belle opere nel Circolo Ufficiali
di Presidio del Palazzo Salerno, il poeta
napoletano Ragione, allievo di Stanislao Lista,
l'Aldina, nella scuola d'Ignazio Perricci, che si
rese celebre per le sue pitture a Palazzo Cellamare
e a Palazzo d'Avalos, il pugliese Storrano, allievo
di Giuseppe Mancinelli, l'irolli, seguace del
Morelli e del Michetti, ed il leccese paesaggista
Casciaro, allievo di Filippo Palizzi; per la parte
scultorea i lavori furono eseguiti dal napoletano
Cepparulo, resosi poi celebre per la statua
dell'Italia a pie del monumento di Vittorio Emanuele
II in piazza Municipio, dal Renda, discepolo di
Gioacchino Toma, dal napoletano Alfano, dal pugliese
De Matteis e dal siciliano Sor-tino. Detto ciò, non
riteniamo sia azzardato affermare che questo Caffé
era una vera e propria galleria d'arte: si trattava
infatti di artisti tutti di vasta fama ma ognuno
tanto diverso dall'altro per tendenze e gusti da
provocare, alla fine dei lavori di rinnovo del
locale, un vero movimento artistico-culturale che
indubbiamente diede un'impronta indelebile a tutta
l'arte figurativa napoletana. Era il tempo dei «Café
chantants», pieni di allegria e di mondanità;
anche il nostro Coffe, dunque veniva frequentato
assiduamente da tutto il bel mondo napoletano e non
mancavano i più bei nomi del mondo artistico e
culturale.
Il Gambrinus divenne un vero cenacolo d'arte e di
cultura, in quanto era frequentato anche da
scrittori e giornalisti dell'epoca dei quali
ricordiamo Decio Carli, il Dell'Erba, La Rotonda,
Roberto Bracco, Salvatore Di Giacomo, Ferdinando
Russo, Eduardo Scarfoglio e Gabriele D'Annunzio che
spesso era solito incontrarvisi con la sua amica
contessa Anguissola. Non mancavano uomini politici
come Francesco Girardi o il Marchese del Carretto o
ancora imponenti cattedratici come Giorgio Arcoleo,
Enrico Pes-sina e Luigi Miraglia, principi del foro
come Enrico De Nicola e Camillo Porzio, letterati
come Mario Giobbe, Ettore Marroni, Saverio Procida,
Adolfo Scalerà, Vittorio Pica, Valentino Gervasi e
Nicola Daspuro, autore quest'ultimo del libretto
dell'opera di Pietro Mascagni « L'amico Fritz
». Gli artisti napoletani c'erano tutti, da Luca
Postiglione a Vincenzo Migliaro, da Pietro Scoppetta
a Giuseppe De Sanctis, da Edoardo Casciaro
all'ungherese Sigismondo Tawsky.
S'intende che il caffé era frequentato anche dalla
buona borghesia che amava gustare un « sorbetto » o
accanirsi su uno di quei « pezzi duri » che, sino
agli inizi dell'ultima guerra mondiale, erano da
considerarsi il vero cavallo di battaglia dello
storico Gambrinus. I tavolini più richiesti erano
quelli che stavano nella Piazza del Plebiscito
perché era possibile vedere un continuo viavai di
gente ed assistere al cambio della guardia del
Palazzo Reale che rappresentava pur sempre, come del
resto oggi in altre nazioni, un'attrattiva.
Oggi il caffé esiste ancora, ma in condizioni di
ambiente molto ridotte, senza dire che è
frequentato soprattutto da persone di passaggio;
gran parte dei locali è occupata da un'agenzia
bancaria e lasciamo al turista il commento su
questa decisione, non prima però di essere entrati
all'interno per ammirare quanto rimane di quello che
fu il famoso Gambrinus, il vertice mondano,
artistico, letterario e politico della città. C'è
chi l'ha chiamato l'ultimo « seggio di Napoli », e
chi « il cataletto » della Napoli ottocentesca, ma
è certo che questa è stata la vera culla
dell'ottocento napoletano.
Questo caffé, anello di congiunzione tra le due note
piazze, tutt'oggi è spesso teatro di dimostrazioni
popolari, in quanto il palazzo in cui ha sede ospita
la Prefettura, ed è anche residenza del
rappresentante del governo, il Prefetto di Napoli,
commissario governativo della Regione.
Nel 1938 il caffé venne soppresso mentre era
prefetto di Napoli Marziale, e all'epoca alcuni
dissero che la moglie, malata di nervi, non potesse
più sopportare i suoni delle orchestrine e la voce
dei rumorosi frequentatori del locale; è certo
comunque che il prefetto Marziale decise di
sopprimere questo storico caffé, diventato un vero
semenzaio di barzellette antifasciste e perciò
assolutamente non tollerate dal regime
totalitario.
Il Palazzo della Prefettura,
al cui piano terra, come si è detto, è quanto rimane
del Caffè Gambrinus, è l'antico palazzo della
Foresteria destinato ad alloggiare ospiti di
casa Borbone.
Costruito dall'architetto Laperuta intorno al 1815,
l'edificio ospitò al piano terra, sin dall'epoca
borbonica, la famosa Libreria Detken e Rodioti,
che vantava una bottega di antiquariato
veramente importante, oltre ad un archivio di
notizie e manoscritti su tutte le famiglie
napoletane. Soltanto qui si potevano acquistare
gazzette e giornali stranieri e per questa vendita
la libreria era divenuta un focolaio di reazione
antiborbonica. Poiché i guadagni erano rilevanti i
due titolari si decisero a diventare editori; oggi,
comunque, quella libreria famosa è solo un ricordo.
Sulla destra di codesto imponente stabile si erge la
superba Basilica palatina di S. Francesco di
Paola, mentre il Palazzo Salerno ed il
Palazzo Reale sono situati rispettivamente di
fronte ed a sinistra dell'edificio stesso.
La magnifica piazza del Plebiscito che può dirsi la
continuazione di Piazza San Ferdinando altro non è
che l'antico Largo di Palazzo, ricco di monasteri e
conventi, eretti poco distanti l'uno dall'altro: tra
questi ricordiamo quello della SS. Croce, quello di
Santo Spirito, di San Luigi, di San Giovanni ad
lampades, di San Marco, e quello della Congrega dei
la-naioli e tessitori. Il più antico tra tutti era
quello della SS. Croce, dove Roberto d'Angiò fece
seppellire le spoglie del nipotino Carlo Martello;
la sua fama è inoltre legata al fatto che la regina
Sancia, dopo la morte del re Roberto, volle
rinchiudersi proprio lì dove morì e fu sepolta nel
1345.
Anche il convento dì Santo Spirito era molto antico,
poiché fu costruito nel 1326 dal principe Landolfo
Caracciolo; mentre il monastero della SS. Croce
doveva sorgere dove oggi si trova il Palazzo
Salerno, questo convento si trovava dove è oggi il
Palazzo della Prefettura ed era officiato dai monaci
armeni di San Basilio che nel 1448 furono sostituiti
da domenicani. Il convento di San Giovanni ad
lampades, poi, doveva essere dove è oggi San
Francesco di Paola, e quando questo santo venne a
Napoli lo occupò con i frati del suo Ordine che per
umiltà volle chiamare « minimi ». Il monastero venne
poi occupato da altri confratelli di San Francesco
ed ingrandendosi mutò di nome chiamandosi invece di
San Luigi e Martiniello.
Nel 1555 fu costruito il Regio Palazzo,
chiamato poi Palazzo Vecchio per distinguerlo
dall'attuale Reggia, e ciò portò alla demolizione
del convento di Santo Spirito, che fu fatto
ricostruire dal viceré Francesco Alvarez Ribera in
una traversa di Chiaia con lo stesso nome. Il
palazzo vecchio fu edificato dagli architetti
Ferdinando Maglione e Giovanni Benincasa, affrescato
da Matteo Lama e decorato da Giovanni Tommaso
Villani. Fu soltanto dopo la costruzione di questo
Palazzo Regio, che la piazza ebbe il nome di
Largo di Palazzo. In questo largo vi era anche
la famosa Fontana di Fonseca che prese il
nome dal Viceré, conte di Monterey. Essa fu
costruita dall'architetto Cosimo Fanzago, e la
famosa statua che la adornava fu chiamata il
Gigante perché era una gigantesca figura priva
degli arti, elemento di
scavo rinvenuto nel Tempio dei Giganti. Era
poggiata su una base in marmo che originariamente
portava impressa una lunghissima iscrizione latina,
andata poi perduta verso la fine del secolo XVIII.
C'era chi diceva che il Gigante raffigurasse Giove
Terminale, chi Giove Olimpico, mentre altri invece
la ritenevano semplicemente un'erma; certo di
valore artistico ne aveva ben poco, anche se una
certa importanza storica le va riconosciuta. Era il
Pasquino napoletano e mentre al Pasquino di Roma che
è nei pressi di piazza Navona si affìggevano le
satire al governo papale, presso la Statua del
Gigante a Napoli si trovavano <<pasquinate>> che,
non avendo alcun valore letterario, erano delle
satire a sfondo politico. Queste pasquinate
divennero ben presto uno strumento di vendetta o di
critica o peggio ancora di accuse anonime contro i
vari viceré: si ritiene che molte di queste satire
fossero opera di Salvator Rosa che le inviava da
Roma, se ne sospettò anche Ferdinando Galiani,
l'abate Lorenzi e il poetastro Onofrio Galeota, ma
certo questo « Pasquino » napoletano fu
principalmente un annunziatore di critica politica.
Infatti nel periodo repubblicano del '99 mise la
coccarda di giacobino, mentre le truppe del
cardinale Ruffo Io fecero diventare realista.
Durante il decurìonato francese queste satire
cominciarono a non essere più sopportabili;
inveivano addirittura contro re Giuseppe Bonaparte.
Una mattina giunse l'ultima frecciata: era il «
testamento» del Gigante che lasciava « la testa al
Consiglio di Stato, le braccia ai ministri, Io
stomaco ai ciambellani; le gambe ai generali » e poi
soffermandosi su alcuni particolari... tutto il
rimanente a re Giuseppe Bonaparte. Fu così che fu
ordinata prima la demolizione della statua e poi il
suo ricovero in un magazzeno della reggia. In piazza
del Plebiscito avevano luogo feste popolari fra le
quali non si può dimenticare quella famosa della
«Cuccagna»: in tale occasione, proprio davanti al
Palazzo Regio, veniva innalzato un albero su di una
collinetta ricoperta di prati ed alberelli su cui
venivano appesi i migliori salami e caciocavalli
delle province napoletane; da alcune fontanelle,
inoltre, sgorgava vino bianco e rosso, e il popolo
si divertiva così a « saccheggiare » tutte quelle
leccornie prelibate. Tralasciando le « Cuccagne »
che di volta in volta vennero organizzate dai
viceré, occorre ricordare quella che si fece per
l'arrivo di Carlo di Borbone, poi preparata allo
stesso modo quando Ferdinando IV salì sul trono di
Napoli.
Domina al centro della piazza il colonnato ad
emiciclo che è quanto rimane del Foro Murat
voluto da re Giacchino, opera per la quale fu posta
la prima pietra il 25 marzo del 1809, giorno in cui
ricorreva il genetliaco del sovrano francese che pur
si distinse durante il suo breve regno napoletano.
Ferdinando di Borbone lo volle poi a corona della
Basilica Palatina di San Francesco di Paola,
costruita per un voto che aveva fatto se fosse
riuscito a riconquistare il regno dai francesi.
Quando la chiesa fu edificata, sembrò adempiersi una
profezia di San Francesco di Paola, il quale avrebbe
detto a Ferrante d'Aragona che in quel luogo sarebbe
stato un giorno eretta una chiesa splendida e quello
spiazzo sarebbe diventato il più importante della
città. Fu quindi emanato un regolare bando per la
costruzione di questo monumentale tempio ed il
concorso fu vinto dallo svizzero italiano Pietro
Bianchi di Lugano, discepolo del Tiranesi.
All'architetto « fu imposto lo spazio rinchiuso tra
i due palazzi della Foresteria e del principe di
Salerno », ma gli fu ingiunto che l'altezza del
tempio non dovesse superare quella della reggia.
La costruzione della chiesa fu decretata però
soltanto nel 1816 e l'opera terminò nel 1846 « ricca
di marmi, ma quanto speciosa per dipinti e sculture
da commettere a' migliori artisti sì napoletani che
forestieri senza riguardi a spese ». Non mancarono
però le critiche, anche se si disse che gli artisti,
pur non dei migliori, avevano portato a termine una
chiesa eccellente che ricordava il Pantheon di Roma.
Bellissime appaiono all'osservatore la magnifica
cupola e la facciata nonché l'importante pronao su
sei colonne a due pilastri ionici, il tutto coronato
da un triangolare timpano ove spiccano le statue
raffiguranti San Francesco a sinistra, San
Ferdinando sulla destra ed al centro, sul
vertice, la Religione. L'interno, preceduto
da un atrio formato da cappelle laterali, è
costituito da una rotonda centrale sulla quale si
eleva la cupola alta 53 metri e sorretta da
trentaquattro colonne corinzie e trentaquattro
pilastri in giro esterno, tutti in marmo di
Mondragone così come i confessionali e l'altare che,
pur essendo stato costruito prima delle
disposizioni del Concilio Vaticano II, è rivolto
verso i fedeli; finemente intarsiato di porfido, di
agate, diaspri di Sicilia e lapislazzoli, opera di
Anselmo Cangiano del 1641, era prima nella chiesa
dei SS. Apostoli.
Nell'interno della chiesa, nudo e molto ampio, vi
sono otto statue lungo le pareti. Da destra: San
Giovanni Crisostomo, opera di Gennaro Cali,
Sant'Ambrogio, di Tito Angelini, San Luca,
di Antonio Cali, San Matteo, del Finelli,
San Giovanni Evangelista, di Pietro Temerani,
San Marco, di Giuseppe De Fabbris,
Sant'Agostino, di Tommaso Arnaud e
Sant'Atanasio di Angelo Solari, che è poi
l'autore di quelle statue sul porticato raffiguranti
la Fortezza e l'Umiltà. I dipinti non
sono di gran valore artistico: notiamo da destra un
San Nicola da Tolentino di Natale Carta, che
è l'autore del San Francesco di Paola, La
Comunione del Santo di Pietro Benvenuti, Il
Transito di San Giuseppe di Camillo Guerra e
l'Immacolata di Tommaso De Vivo, che è anche
l'autore della Morte di Sant'Andrea.
Tra la prima e la seconda cappella vi è la
sacrestia, ove si possono ammirare due quadri, e
precisamente la Circoncisione di Antonio
Campi del 1586 ed un'altra Immacolata del
piacentino Gaspare Landi della fine del secolo
XVIII, mentre nell'abside una magnifica tela del
romano Vincenzo Camuccini raffigura San Francesco
di Paola che risuscita un cadavere. Uscendo
dalla chiesa, ammireremo le quarantotto colonne di
questo porticato che sono di pietra di Pozzuoli
come i pilastri, gli zoccoli e i capitelli, mentre
le cornici e le lastre convesse della cupola sono di
pietra calcarea di Gaeta.
Fuori dalla chiesa, a destra, vi è una stradina
piuttosto erta con delle scale attraverso le quali
si arriva alla piazzetta Demetrio Salazar,
intitolata al pittore e patriota calabrese, che, fu
ferito nei moti del '48 e partecipò anche a quelli
di Parigi, ove fu arrestato per il colpo di stato
del 2 dicembre; la dedica a questo artista è
giustificata anche dal fatto che il Salazar ebbe il
merito di fondare l'Istituto d'arte sito
appunto in questa piazzetta. Il piccolo largo
precedentemente era chiamato « della Croce alla
Paggeria » per ricordare sia l'antico convento ove,
come si è detto, morì e fu sepolta la regina Sancia,
sia la Real Paggeria, vale a dire la scuola
dei paggi di corte chiusa nel 1730 per la decisione
del re di scegliere i suoi 12 paggi tra i cadetti
della Real Accademia Militare; Francesco I di
Borbone soppresse poi questa istituzione nel 1825.
Alla metà del secolo scorso, dopo che fu fondato il
Real Istituto di Incoraggiamento per le Arti,
che doveva servire per avviare i giovani allo studio
dell'arte e del lavoro artistico, alcuni personaggi
napoletani, come Carlo Santangelo ed il Novi,
fondarono questo istituto che però fu realizzato
soltanto nel 1878 per opera di un comitato
costituito da Demetrio Salazar, Saverio Altamura,
Gaetano Filangieri, Domenico Morelli e Filippo
Palizzi con la collaborazione del ministro della
Pubblica Istruzione Francesco De Sanctis e di
Enrico Alvino e Gioacchino Toma. L'istituto riunì
scuole di vario indirizzo artistico e col tempo
ospitò anche un museo, per desiderio dei grandi
pittori Filippo Palizzi e Domenico Morelli, mentre
il cortile finemente maiolicato veniva trasformato
in un ameno giardino con piante pregiate offerte
dall'Orto Botanico e dall'Istituto Agrario di
Portici. Primo presidente dell'Istituto d'Arte fu il
principe Filangieri che ebbe anche l'idea di far
maiolicare dagli stessi allievi la facciata
dell'Istituto. Attualmente l'istituto accoglie
scuole di disegno e di plastica, laboratori
d'insegnamento pratico, scuole di decorazioni
pittoriche, di scultura, di arti grafiche, di
ceramica, di ebanisteria, di decorazione in ferro e
in cuoio. Il portico appare però, oggi, molto
danneggiato ed è un vero peccato in quanto il
rivestimento di ceramica policroma, realizzato dagli
allievi di Domenico Morelli e di Filippo Palizzi, è
davvero splendido. Molto interessante è altresì il
museo ricco di opere d'arte, di campioni di
pavimenti eseguiti per il Vaticano, tessuti copti
del V secolo, vasi di scavo e resti di pavimenti
pregiati in maiolica, ceramiche di Capodimonte,
Giustiniani, tedesche e rustiche; di notevole
bellezza sono inoltre il pavimento settecentesco al
primo piano e i dipinti di Domenico Morelli e di
Filippo Palizzi esìstenti nell'ufficio del
presidente della scuola.
Percorrendo ora a ritroso la stessa stradina,
ritorniamo nella nostra Piazza del Plebiscito, dove,
subito a destra, un modesto ingresso con una rustica
scalea immette in quel che rimane della
Chiesa del Monastero della SS. Croce,
attigua al Palazzo Salerno, che attualmente non
conserva nulla che possa ricordare la bellezza e
l'importanza dell'antico convento. Prima di parlare
del Palazzo Salerno, osserveremo le statue equestri,
simmetricamente disposte, raffiguranti Carlo
e Ferdinando IV di Borbone.
Quest'ultima è del Canova ed il cavallo, bellissimo,
ricorda la razza di Persano, mentre nella prima
scultura il personaggio è del Cali ed il cavallo del
Canova. Una nota curiosa riguardo a quest'ultima
statua equestre: essa mostra sulla groppa re Carlo,
mentre avrebbe dovuto esservi Napoleone, in quanto
l'opera era stata commissionata nel 1807 da Giuseppe
Bonaparte. Ferdinando IV, ritornato sul trono, fece
chiamare il Canova e gli confermò l'ordinazione, a
patto che il cavaliere fosse il primo re della
dinastia dei Borbone. Su queste due statue equestri
del 1860 il popolo, che si era « liberato » dei
Borbone, voleva sfogare il suo odio, ma il
cappellano dei garibaldini, padre Gavazzi, cercò di
far capire ai forsennati che si trattava di due
opere d'arte e che... in seguito avrebbero sempre
potuto mettervi su Vittorio Emanuele e il dittatore
Garibaldi! E così le due statue rimasero
fortunatamente al loro posto ed ancora oggi le
possiamo ammirare.
L'edificio che si trova sulla destra della piazza
guardando la reggia è il
Palazzo Salerno,
attualmente sede del Comando della Regione Militare
Meridionale.
Esso fu costruito dove era prima il convento dei
frati Riformati nel 1775, quando Ferdinando di
Borbone volle vicino alla sua Reggia il Battaglione
Cadetti, un corpo che si era distinto valorosamente
nella battaglia di Velletri. Questo corpo scelto,
formato da circa 300 uomini, era stato ricostituito
nel 1772 allo scopo di preparare i giovani alla
carriera delle armi col grado di ufficiale;
comandante ne era il re, colonnello governatore e
direttore il maresciallo di campo di S.M. don
Francesco Pignatelli, e ispettore il colonnello
Scalfati. Nel 1775 questi ultimi due provvidero alla
trasformazione del convento in caserma. Il palazzo
subì poi un'ulteriore mutamento nel 1791, quando
ospitò prima il ministro Acton e poi i vari
ministeri di Stato. Nel 1825, questi furono
trasferiti al palazzo San Giacomo, oggi sede del
Municipio di Napoli.
Il Palazzo nel 1798 per ragioni di simmetria fu
rifatto dall'architetto Francesco Securo con la
facciata, uguale a quella del prospiciente palazzo
della Foresteria, oggi sede della Prefettura. L'ala
che sopravanza fa parte invece della primitiva
costruzione e conserva ancora il nome di Palazzo
Croce, derivatogli dal vecchio convento che vi
era un tempo, del quale resta soltanto la chiesetta.
Il Palazzo Salerno prese il nome dal predicato del
principe Leopoldo Giovanni Giuseppe di Borbone,
figlio di Ferdinando IV e Maria Carolina d'Austria
che vi abitò per circa cinque lustri. Egli fu prima
comandante del Corpo Volontari Nobili di Cavalleria,
poi Comandante Generale ed Ispettore della Guardia
Reale e infine a capo del Corpo di spedizione delle
truppe napoletane, siciliane ed inglesi per la
riconquista del regno occupato dalle truppe francesi
di Gioacchino Murat. Tornato a Napoli da Vienna,
dove si era recato per fidanzarsi con la quindicenne
arciduchessa Maria Clementina, fu nominato
Presidente del Supremo Consiglio di Guerra e si
stabilì nel palazzo tra il 1825 ed il 1826
rimanendovi sino al giorno della sua morte, avvenuta
il 10 marzo del 1851.
In effetti, le notizie che si hanno di questo
edificio sono poche ed incerte fino alla data
dell'Unità d'Italia, quando esso diventò sede del I
Comando Militare Italiano, chiamato il Comando
Generale Militare delle Province Napoletane, con a
capo il Conte della Rocca generale Enrico Morozzo.
Questi ne prese possesso dopo aver debellato a Capua
le truppe borboniche con il V Corpo dell'esercito
piemontese, e da allora Palazzo Salerno è stato
sempre sede dei vari comandi militari succedutisi a
Napoli.
Può interessare sapere che sotto questo edificio vi
è stato per un certo periodo il Caffé Turco
che come il Gambrinus aveva tavoli sulla strada ed
offriva agli avventori spettacoli di varietà. Vi
diedero spettacoli Adolfo Narciso, macchiettisti e
comici dell'importanza del Mongelluzzo. Durante la
guerra libica del 1911 il locale fu chiamato invece
Caffé Tripoli, e dopo la grande guerra chiuse
per sempre i suoi battenti.
Di notevole interesse senza dubbio è la storia della
Reggia, la cui costruzione fu decisa alla fine del
secolo decimosesto, in previsione di una visita di
Filippo III, per sostituire il Palazzo Regio o, come
fu chiamato poi, Palazzo Vecchio, che
sembrava inadeguato ad accogliere il re di Spagna
con il suo seguito.
L'altro palazzo doveva esistere sin dal 1555, come
si deduce da un'antica cronaca dove è riportato che
« a Mastro Matteo De Lama erano stati dati ben 125
ducati per le pitture fatte nelle stanze del Regio
Palazzo et a Poggio Reale ». Si ritiene che
gli architetti di questo Palazzo Vecchio, che era
stato decorato in stucco ed oro da Giovanni Tommaso
Villani, siano stati Ferdinando Maglione e Giovanni
Benincasa. Dopo la sua costruzione il Largo si
chiamò appunto « di Palazzo » mentre la piazza San
Ferdinando era in quel tempo chiamata Largo di S.
Spirito.
Durante il vicereame del conte di Miranda, vale a
dire fin dal 1593, l'architetto Domenico Fontana era
« ingegnere maggiore » della città e del regno; a
lui fu affidato il progetto della costruzione
dell'attuale Reggia, che fu però realizzato solo nel
1600 dal viceré conte di Lemos don Ferrante Ruiz de
Castro y Andrado quando si seppe che Filippo III
aveva deciso di visitare Napoli il palazzo regio o
palazzo vecchio, infatti, non fu ritenuto degno di
ospitare un re di Spagna e per questo si pensò di
sfruttare l'antica idea del conte di Miranda
scegliendo un'area che da Castelnuovo giungesse sino
alla salita del Gigante con un prospetto principale
di 520 palmi di lunghezza e 110 di altezza. Domenico
Fontana, dopo aver effettuato il progetto, volle
sottoporlo al viceré per l'approvazione, che fu
peraltro immediatamente data e quando di lì ad un
anno morì il conte dì Lemos, il figlio Francesco,
che era il capitano ed il luogotenente generale del
regno, si preoccupò di continuare l'opera
intrapresa; oggi, ai lati dell'ingresso centrale,
due lapidi ricordano i due uomini.
Il Fontana, che era stato anche architetto di Sisto
V, si era già distinto per il Palazzo Lateranense,
la scalinata di Trinità dei Monti, l'acquedotto
dell'Acqua Felice, e la sistemazione del Quirinale.
Aveva inoltre curato personalmente l'erezione degli
obelischi di piazza San Pietro, di Santa Maria
Maggiore e di San Giovanni in Laterano, oltre alla
costruzione della cupola di San Pietro sul tamburo
di Michelangelo. Per questo lavoro, al quale
collaborò con lui Giacomo Della Porta, non gli
furono risparmiate, anche per invidia, critiche, a
volte severe, tanto che si finì per non attenersi
completamente al disegno originario. Soprattutto
l'osteggiò un suo collega, Giovan Battista Cavagna
che, romano, mal sopportava che nella sua città
tanti lavori portassero la firma del Fontana che
invece era nativo di Melide, in Svizzera. Non pago
di palesare a chiunque la sua disapprovazione, il
Cavagna volle metterla persino per iscritto in un
opuscoletto.
Ritornati alla Reggia, vi entreremo, accedendo al
primo cortile, rimasto come era nel disegno
originario del Fontana, ad eccezione di qualche
variante effettuata da Ferdinando II intorno al 1838
e di altre apportate dai successori del Fontana,
cioè il figlio Giulio Cesare, Bartolomeo Picchiatti,
Onofrio Antonio Gìsolfi e Francesco Antonio
Picchiatti. Esso fu poi restaurato da Gaetano
Genovese, quando aggiunse dei corpi di fabbrica ai
lati e alle spalle della reggia per aumentarne la
mole. Anche la facciata e l'esterno conservano la
forma originaria, tranne che per i balconi che prima
erano isolati e poi furono uniti in un'unica loggia;
una modifica fu apportata anche nel portico poiché
il Vanvitelli, per aumentarne la solidità della
costruzione, propose la chiusura alterna dei varchi
e ricavò nelle arcate chiuse delle nicchie, che
poi, come vedremo, furono usate per la collocazione
delle otto statue dei re di Napoli.
La Reggia era costituita originariamente da tre
corpi principali, quello verso il mare con finestre
al primo piano, quello occidentale che dava sul
largo del Palazzo e quello settentrionale che dava
più o meno nell'attuale Teatro San Carlo: essa, in
un primo tempo chiamata Palazzo Nuovo,
avrebbe potuto ospitare il sovrano e la sua corte,
ma poiché Filippo III disdisse la sua visita, fu
adibita a residenza dei viceré. Una sera del luglio
del 1647, con una carrozza di corte tirata da sei
cavalli bianchi e scortata da alabardieri e lacchè,
vi giunse Masaniello per essere ricevuto dal viceré,
mentre la viceregina si intratteneva con la moglie
del pescatore rivoluzionario, Bernardina Pisa; non
passò molto tempo, però, che Bernardina e la madre
del pescatore tornarono per chiedere misericordia ed
aiuto.
Nel periodo vicereale si diedero in questa reggia
molte feste, memorabili soprattutto quelle date
quando Filippo IV nel 1657 ebbe finalmente un erede;
all'insegna del gran lusso furono altresì le feste
date dal viceré spagnolo Pedro d'Aragona che consumò
tanto denaro per l'organizzazione dei suoi
ricevimenti da lasciare al Tesoro un debito di
500.000 ducati mentre in cassa ve ne erano soltanto
700! Durante il vicereame austriaco l'importanza
della reggia scemò sensibilmente, ma del resto i
trentadue anni di questa dominazione rappresentano
una delle parentesi più scialbe della storia
napoletana; con la venuta a Napoli di Carlo di
Borbone, infine, il palazzo divenne una vera
reggia.
Poiché i viceré austriaci avevano ridotto il palazzo
in condizioni precarie, il sovrano e la sua
consorte Maria Amalia, figlia di Augusto III di
Sassonia re di Polonia, ebbero cura di apportarvi le
necessarie modifiche e di compiervi gli opportuni
lavori di restauro: gli appartamenti furono
abbelliti con decorazioni ed affreschi di Domenico
Antonio Vaccaro, del Ricciardello, del Rossi, del
Righini e del De Mura, che affrescò anche
egregiamente l'alcova dei reali. Grande fasto ebbero
i festeggiamenti dati nel 1739 per le nozze del
fratello del re e nel 1740 per la gravidanza ed il
parto della regina. Si susseguirono ricevimenti
diplomatici e molta festa si fece il giorno
dell'onomastico della regina, il 12 luglio del 1740.
Morto il fratello Ferdinando VI, re Carlo, come si è
detto, andò a cingere la corona di Spagna, dopo che
una giunta di ministri e di medici ebbe decretato
che il primogenito era di malferma salute egli volle
abdicare in favore del figlio Ferdinando. Con
Ferdinando IV il Palazzo Reale visse un periodo di
massimo splendore, specialmente al tempo delle nozze
con Maria Carolina d'Austria: esso ospitava i reali
quando questi non erano nella reggia dì Caserta, che
finì col diventare per la corte borbonica una «
maison de plaisance ».
Anche durante il periodo francese la nostra reggia
fu oggetto di cure ed attenzione : gli appartamenti
furono infatti arricchiti di mobili e suppellettili
francesi, che Carolina Bonaparte aveva portato con
sé dall'Eliseo, e grandiosi festeggiamenti vennero
organizzati per ricevere la nuova regina di Napoli,
sorella del grande Napoleone; quando poi Murat,
sconfitto dagli austriaci, partì per la Francia,
anche la regina Carolina dovè andare via dalla
reggia che aveva sontuosamente arredata. Ella aveva
infatti fatto rivestire il suo appartamento di raso
bianco e specchi, aveva fatto trasformare il suo «
boudoir » e le « toilettes » sì che
quando Ferdinando IV tornò a Napoli, dovè essere
soddisfatto di riscontrare nei suoi appartamenti
tante migliorie. In seguito, sotto il regno di
Ferdinando li, un incendio distrusse gran parte
dell'edificio; si provvide quindi a ricostruirlo,
creandovi la nuova grande ala verso l'arsenale.
Furono ingrandite le* terrazze superiori; su quella
a mezzogiorno, venne creato il giardino pensile,
mentre l'altra, quella che dà verso il San Carlo, fu
chiusa da una vetrata.
Riguardo alla facciata della reggia, aggiungeremo
che in quelle nicchie ricavate sotto gli archi
chiusi, per desiderio di Umberto I di Savoia furono
poste le statue dei re di Napoli che risultarono
però troppo grandi e sproporzionate. Ne riportiamo
il personaggio e il relativo autore, a partire
dalla sinistra: Ruggero il Normanno di Emilio
Franceschi, Federico II di Svevia di Emanuele
Caggìano, Carlo I d'Angiò di Tommaso Solari,
Alfonso I d'Aragona di Achille d'Orsi,
Carlo V di Vincenzo Gemito, Carlo di Borbone
di Raffaele Belliazzi, Gioacchino Marat
di Giovan Battista Amendola ed in ultimo Vittorio
Emanuele II di Savoia di Francesco Jerace. Data
la scarsa profondità delle nicchie, le statue
effettivamente sembrano straripare dallo spazio loro
assegnato: inoltre la figura di Federico II è
piuttosto scialba, quella di Alfonso d'Aragona
alquanto inespressiva, la statua di Carlo V sembra
del tutto ingiustificata in quanto questo re con
Napoli non ha avuto mai gran che da fare; Gioacchino
Murat è un po'... troppo maschio nella sua
baldanzosa divisa, mentre re Vittorio appare statico
e senza alcuna espressione.
Dal cortile principale del palazzo, di cui sopra
abbiamo scritto, si accede al primo piano, un tempo
sede dei viceré e poi dei sovrani borbonici,
attraverso il maestoso scalone costruito dal
Picchiatti nel 1655, ai cui lati si ammirano quattro
statue raffiguranti la Giustizia, la
Fortuna, la Clemenza e la Prudenza,
rispettivamente opere di Gennaro Cali, di
Antonio Cali, di Tito Angelini e del Solari.
La balaustra dello scalone d'onore e la scalea
stessa furono restaurate dal Genovese dal 1838 al
1842 con marmi policromi di Trapani, di Vitulano e
di Sicilia. Alla sommità dello scalone vi è una
loggia che gira intorno al cortile e dà accesso
all'Appartamento Storico; subito a destra vi è
invece l'ingresso al Teatro di Corte.
Questo Teatro di corte ai tempi
dell'architetto Fontana non esisteva né era prevista
la sua costruzione.
In seguito, poiché ai viceré piacevano gli
spettacoli teatrali, ma per questione di prestigio
non potevano recarsi a vederli nei teatri pubblici,
si volle adibire a teatro la Gran Sala al primo
piano, fornendola di un palcoscenico: in tal modo la
famiglia vicereale e i dignitari di corte potevano
assistere a rappresentazioni teatrali quando
volevano. Sotto i viceré conte di Lemos, duca
d'Ossuna, duca d'Alba, e conte di Monterey, furono
spesso rappresentate farse, egloghe e commedie in
spagnolo, in lingua italiana o in dialetto
napoletano e anzi, a dir di Giovanni Vincenzo
Imperiali e del cardinal Savelli, sotto il
vicereame del conte dì Monterey ogni lunedì a
palazzo vi era una diversa rappresentazione teatrale
che destava ammirazione, oltre che per la bravura
degli attori anche « per i sollazzevoli intermedi e
le macchine giranti ».
Nel 1651, durante il vicereame del conte d'Ognatte,
fu rappresentata per la prima volta a Napoli la
commedia in musica, non nella Gran Sala ma in un
locale a pianterreno che era adibito prima « per
giuoco della palla ». La famosa compagnia dei « Febi
armonici » interpretò uno dei primi drammi musicali
che siano stati rappresentati a Napoli, «
L'incoronazione di Poppea » del Monteverdi, e da
questo palcoscenico i drammi musicali passarono poi
nei teatri napoletani. Nel 1696, sotto il viceré
duca di Medinacoeli, continuò l'esecuzione di opere
in musica e, questo nobiluomo, un gran donnaiolo,
si contornò di una corte di gaudenti di cui facevano
parte cantanti come la famosa « Giorgina », Angela
Voglia che Io aveva raggiunto a Napoli venendo da
Roma. Essa, riuscita a sfuggire alla gendarmeria
pontificia per la protezione di Cristina di Svezia e
per la debolezza di papa Innocenzo XI quando stava
per essere acciuffata, fu nominata dal viceré dama
di corte della viceregina! Questa sgualdrina portò
il parapiglia nella corte vicereale sia per la sua
civetteria che per la gelosia del suo protettore che
al suo ritorno in Spagna, nel 1701, volle portarla
con sé; nel 1709 il duca, che aveva l'incarico di
ministro degli esteri, dopo essere stato accusato di
svariate colpe, morì, si disse, di veleno, e la «
Giorgina » fu scacciata dalla Spagna.
I migliori attori del tempo calcarono il
palcoscenico del teatrino di corte, fra cui Geronimo
Favella, il Frittellino, ovvero Pier Maria Cecchino,
Silvio Fiorillo, Gabriello Costantino, Giulia de
Caro e quasi tutte le maschere napoletane con a
capo Pulcinella, don Anselmo Tartaglia e Coviello.
Nei trentadue anni di vicereame austriaco il
teatrino ebbe un periodo di stasi, ma dopo la venuta
di Carlo di Borbone, esso conobbe il suo periodo
aureo: la sala fu arricchita di lampadari e specchi
e nel 1768, poi, si diede incarico a Ferdinando Fuga
di trasformarla in un teatro di corte vero e
proprio. Le pareti quindi furono divise in lesene
con capitelli dorati e mensole, fu creata una
grande balaustra decorata e adornata con maschere
dorate ed al centro fu messo il palco reale. Nel
1789 poi Antonio Dominici, con la collaborazione di
Giovan Battista Rossi e Crescenzo La Gamba, decorò
il soffitto con dipinti allegorici, mentre in dodici
nicchie furono poste delle statue di cartapesta
rappresentanti le Muse, Apollo, Minerva e
Mercurio, opere dello scultore Angelo Viva.
L'incendio del 1838
danneggiò anche il teatro
ma poi, insieme ai lavori di rifacimento e di
restauro, vi furono effettuate delle altre
decorazioni: altre modifiche, dopo il 1860, furono
apportate da Ignazio Perricci. Gli eventi bellici
del 1943, infine, causarono ulteriori disastri,
poiché andò distrutta la volta del teatro, ma si
salvarono le statue del Viva. Per un certo tempo la
sala fu adoperata per le rappresentazioni di
spettacoli cinematografici per le truppe alleate, e
solo nel 1950 furono iniziati i lavori di restauro,
oltre che del teatro, di tutto l'appartamento
storico; si cercò di restituire al teatrino
l'originaria linea settecentesca provvedendo alla
ricostruzione del tetto e del palcoscenico ed al
restauro delle decorazioni della sala, scrostando il
rivestimento di cemento messo dagli alleati e
rispettando le parti non colpite. Fu rifatto il
pavimento e furono riparate le mensole e i capitelli
nonché alcune delle statue di cartapesta, ad opera
dello scultore Antonio Lebbre Venne inoltre
restituita al suo splendore la balaustra e rifatta
la decorazione del soffitto su disegno di Cesare
Maria Cristini, che si ispirò a quanto aveva fatto
nello scorso secolo il Genovese. Gravi difficoltà si
presentarono per quest'ultimo lavoro, essendosi
rivelato impossibile riprodurre fedelmente le opere
distrutte; tuttavia i pittori napoletani Vincenzo
Ciardo, Antonio Bresciano, Alberto Chiancone ed il
compianto Francesco Galante ispirandosi all'opera
del Dominici riuscirono a compiere un'opera decorosa
e di gran lunga superiore a quella vasta tela del
Dominici che era originariamente nel soffitto. La
decorazione centrale, opera di Francesco Galante,
raffigura Anfitrite e Poseidone: vi
sono inoltre dei paesaggi, opere del
Chiancone, del Bresciani e del Ciardi, mentre i
putti e gli amorini sono di Cesare Maria
Cristini.
Si provvide in seguito a dotare il palcoscenico di
un gran sipario di velluto ed a tutte le rifiniture
necessarie al completo restauro, dopo di che il
teatrino di corte ha potuto riprendere a funzionare
: attualmente viene usato per conferenze, riunioni,
o per spettacoli ad inviti dati dall'Ente Turismo e
dall'Azienda Autonoma di Soggiorno.
Prima di visitare l'Appartamento Storico
ricorderemo che dopo l'incendio del 1838,
l'architetto Genovese fece abbattere tutte quelle
fabbriche che, a suo avviso, deturpavano il secondo
ordine degli archi nel cortile principale; rifece
poi la cornice, restaurò tutto il primo piano
completando il secondo col belvedere, ed effettuò
altre radicali innovazioni formando un complesso
architettonico abbastanza omogeneo. Dopo l'incendio,
i sovrani abitarono al secondo piano, mentre il
primo venne usato per le feste e per «la pompa dei
baciamani».
Tutti gli ambienti e le sale furono decorati dai
migliori artisti dell'epoca; il nuovo appartamento,
e precisamente quello dove è oggi la Biblioteca
Nazionale, fu riservato ai balli di corte. Gli
stucchi furono eseguiti da Andrea Cariello e Cosimo
De Rosa, i saloni modellati da Gennaro Aveta, sempre
su disegno dell'architetto Genovese, e ai soffitti
delle sale lavorarono Giuseppe Cammarano, Filippo
Marsigli, Camillo Guerra, Gennaro Maldarelli, mentre
gli stucchi in bianco ed oro furono eseguiti da
Costantino Beccalli e Gennaro De Crescenzo. Alla
decorazione degli appartamenti collaborarono anche
Pasquale Ricca, Luigi Paliotti, i fratelli Conte,
Luigi Botta e Costantino Bichen-comer. II secondo
piano, ricco di suppellettili e di dipinti dell'800
fra i quali spiccano i paesaggi di Filippo e Nicola
Palizzi e di Consalvo Carelli, fu destinato, come
si è detto, ad appartamento privato dei sovrani.
Iniziamo ora la descrizione di quanto « dovrebbe »
essere nelle varie Sale degli appartamenti.
Preferiamo usare il condizionale in quanto molto
spesso ciò che si è visto ieri, oggi non c'è o
perché il pezzo è in restauro
o perché è stato
trasferito altrove: personalmente ci auguriamo che
il visitatore possa trovare tutto quanto abbiamo
avuto modo di ammirare.
Nella I Sala dopo il teatrino, Francesco De Mura
ornò il soffitto con un gran dipinto allegorico,
attualmente in restauro, eseguito per espresso
desiderio della madre di Carlo di Borbone,
Elisabetta Farnese. I disegni, infatti, furono
inviati a Madrid alla regina aggiungendo che
rappresentavano un'allegoria delle Virtù del
figlio Carlo e della regina Maria Amalia.
I due bellissimi arazzi in lana e seta alle pareti
son opere degli arazzieri Behagle e Latour della
fabbrica di Gobelin: essi raffigurano l'Aria
e il Fuoco e fanno parte di una serie,
insieme ad altri due che sono attualmente nella
sala V. Completano l'arredamento mobili rococò,
specchiere, orologi e candelabri.
Il balcone di questa sala è quello centrale della
Reggia, a cui si affacciavano i viceré e i reali
per salutare il popolo.
La II Sala ha nel soffitto affreschi di Belisario
Corenzio che illustrano le glorie della casa
aragonese. Nei sei scomparti si possono ammirare i
seguenti dipinti: Genova che offre le chiavi ad
Alfonso d'Aragona, L'ingresso trionfale di Alfonso
nella città di Napoli, Offerta ad Alfonso
dell'Ordine del Toson d'Oro, Alfonso mecenate delle
Arti e delle Lettere, Ad Alfonso il Pontefice
Eugenio dà l'investitura delle terre conquistate.
Alle pareti fanno bella mostra un dipinto di
Giuseppe Ribera raffigurante la Vergine che
mostra il Bambino a San Brunone, uno di Massimo
Stanzione raffigurante la Vestizione di
Sant'Ignazio, un Orfeo che incanta gli
animali di scuola caravaggesca, da alcuni
attribuito a Gherardo Delle Notti e da altri a
Gerrit Honthorts, ed un San Giovanni Battista
della scuola di Guido Reni.
Nella III Sala, alle pareti, due grandi paesaggi
della scuola di Paolo Bril, pregiato pittore
nato ad Anversa nel 1554, che lavorò per un certo
periodo a Napoli. Nella volta si ammira una
Minerva che premia la Virtù di Giuseppe
Cammarano, e sulla parete centrale un settecentesco
arazzo di fattura napoletana raffigurante II
Fuoco: il modello fu eseguito dal giovane
pittore Girolamo Starace Franchis, molto apprezzato
per la sua arte da Luigi Vanvitelli, mentre
l'arazzo, datato 1763, porta la firma del Durante.
La IV Sala, quella del Trono, è stata negli ultimi
anni rivestita di broccato; gli stucchi sono opera
di Camillo Beccalli, i bassorilievi alle pareti
raffiguranti le Province del Regno, sono
attribuiti al Cariello e al De Rosa; il trono ed il
baldacchino furono eseguiti intorno al 1853.
Segue la Sala chiamata degli Ambasciatori,
riccamente arredata con mobili e divani impero.
Anche qui troviamo quattro magnifici arazzi dei
quali due sono incorniciati con quadri e raffigurano
La morte dell'Ammiraglio Coligny nella notte di
San Bartolomeo e II duca di Sully ferito.
Di fronte ai primi vi sono gli altri due arazzi
Gobelin che completano la serie degli Elementi, con
quelli della prima sala: essi raffigurano La
Terra e II Mare. La decorazione della
volta, di Belisario Corenzio, è suddivisa in
quattordici scomparti: a sinistra della parete
settentrionale notiamo La guerra contro Alfonso
di Portogallo, La guerra contro Luigi di Francia,
Genova attaccata dai francesi e difesa dagli
spagnoli, La presa delle Canarie, La conquista di
Granata, La battaglia sui monti di Alpuxaerras,
L'entrata dei vincitori a Barcellona, Gli ebrei
messi al bando, La scoperta del nuovo mondo, I
siciliani giurano fedeltà a Filippo II, L'imbarco
della sposa di Filippo III l'arciduchessa Marianna a
Finale, L'entrata dell'arciduchessa a Madrid, Le
nozze reali e Ferrante d'Aragona che riceve
San Francesco di Paola.
La Sala seguente, la VI, è chiamata di Maria
Cristina perché fu dapprima la camera da letto
della regina Maria Amalia e poi quella di Maria
Cristina di Savoia, prima moglie di Ferdinando II di
Borbone. La sala aveva affreschi di Francesco De
Mura che durante l'occupazione militare alleata
furono totalmente distrutti: attualmente vi si
ammira, a sinistra dell'ingresso una Vergine col
Bambino, in un primo tempo attribuita a Giulio
Romano ed oggi a Pedro Ruviales allievo di Polidoro
da Caravaggio; sulla parete centrale spicca un
dipinto di Jan Lys — prima attribuito ad Andrea
Vaccaro — raffigurante Davide con le Vergini,
di fronte un Ritratto di un cardinale
attribuito al genovese Gian Battista Gaulli detto il
Baciccia, e su una consolle, di fianco, una
dolcissima Sacra famiglia di Filippino Lippi
su tavola. Davanti ai balconi vi sono due imponenti
vasi di Sèvres con vedute del Parco di Monfontaine
di Saint Germain; sulle consolles fanno bella
mostra due orologi francesi impero e quattro
vasi di bronzo dorato, opere del parigino
Filippo Thomire.
Adiacente a questa sala vi è la Cappellina
privata di Maria Cristina di Savoia, che ha un
grazioso altare barocco in legno dipinto e dorato:
vi si ammirano inoltre tre tele: una Fuga in
Egitto, una Visita di Sant'Elisabetta di
Anton Raphael Mengs e una Madonna col Bambino
di Iacopo da Ponte detto il Bassano.
Segue la VII sala, affrescata secondo alcuni da
Belisario Corenzio e secondo altri da Battistello
Caracciolo con le Vittorie di Consalvo de Cordova
contro i francesi e la sua entrata a Napoli.
Gravi danni riportò questa Sala durante
l'occupazione militare alleata, ma attualmente è
possibile ammirarvi al centro un grazioso tavolo
da lavoro settecentesco, dono della regina di
Francia Maria Antonietta alla sorella Maria Carolina
regina di Napoli. Alle pareti un bell'arazzo di
Pietro Duranti del 1766, su disegno di Francesco De
Mura, raffigurante la Purità e dodici tavole
con i Proverbi illustrati, che furono
attribuiti a Federico Zuccari o al napoletano
Francesco Saraceni. Ai lati del balcone vi sono una
Veduta di Venezia attribuita al Maneschi,
due Marine di Carlo Growenbrock, che fu
pittore di corte di Luigi XV e due Paesaggi
del napoletano Gaetano Martoriello. AI centro del
balcone colpisce l'attenzione del visitatore una
Gabbietta di porcellana e bronzo che poggia su
un tavolo rotondo decorato con vedute, dono di
Nicola I di Russia a Ferdinando II di Borbone.
L'VIII sala, affrescata dal napoletano Gennaro
Maldarelli con dipinto raffigurante Re Tancredi
che rimanda Costanza ad Arrigo VI, ha alle
pareti un Vasari, un Ritratto di Giovanetta
di Sofonisba Anguissola, un Calvario di
Andrea da Salerno, una Crocefissione di
ignoto napoletano del '500 e una Vergine con
Bambino di Andrea Sabatini da Salerno; su una
consolle, un settecentesco orologio inglese
di Carlo Clay.
Segue la Sala chiamata delle Guardie del Corpo, la
IX, quella dove si fermava la guardia d'onore
costituita da nobili napoletani. Alle pareti vi sono
arazzi, fra i quali i quattro più grandi formano la
serie degli Elementi. Di fattura napoletana,
tessuti dal 1746 al 1750, raffigurano L'Aria, Il
mare, L'Acqua e La Terra. I mobili di
epoca impero, sono adorni di vasi di
porcellana cinese, candelabri ed orologi.
La sala X ha nel soffitto, un affresco di Gennaro
Maldarelli, raffigurante Ruggero il Normanno che
sbarca a Palermo. Mobili francesi destano una
certa attenzione: un piccolo secretaire, un
canterano ed un tavolo impero, opera
di A. Weisweiler. Vi son inoltre una libreria
impero di costruzione napoletana, ai cui lati sono
due bei Paesaggi, uno di Salvatore e l'altro
di Francesco Fergola; completano l'arredamento vasi,
orologi, lumi e barometri.
Nell'XI Sala vi sono molti dipinti di pittori
napoletani: il Figliuol Prodigo di Mattia
Preti; di fronte ai balconi due opere di Andrea
Vaccaro e precisamente Orfeo e le baccanti e
L'incontro di Rachele con Giacobbe. Alla
parete seguente notiamo Lot e le figlie di
Massimo Stanziane; a fianco ai balconi, un Gesù
fra i dottori di G. A. Galli detto lo Spadarino
e una Testa di Apostolo di Cesare Fracanzano.
Nella Sala che segue, la XII, vi sono dei quadri
dipinti per la serie degli arazzi fabbricati sotto
la direzione di Pietro Durante raffiguranti Scene
di don Chisciotte: i loro autori sono Antonio
Guastaferro, Antonio De Dominici, Giuseppe Bonito e
Benedetto della Torre, e vi si riconosce Sancio
all'osteria, La regina Mica Miconi con don
Chisciotte, Don Chisciotte all'osteria e Don
Chisciotte contro i mulini a vento. Gli altri
due dipinti raffiguranti Gli invitati
straordinari del sultano sono anche essi modelli
per arazzi, e furono eseguiti per volere di Carlo di
Borbone dal pittore Giuseppe Bonito.
La XIII Sala offre al visitatore soprattutto opere
di pittori stranieri: Due Finanzieri del
belga Giovanni Massijs, che li ha raffigurati mentre
annotano gli incassi fiscali, un Ritratto di
Maria Clementina d'Austria della Vigèe
Lebrun, un Ritratto di gentiluomo
dell'olandese Abramo van der Tempie da Leeuwarden,
Una giovane donna di Ludolf de Yong, un altro
pittore della scuola settecentesca olandese, tre
Ritratti di Gentiluomini e uno di Gentildonna
di Abraham Tempel, una Vecchia signora
dell'olandese Nicola Maes, il Suonatore di flauto
del francese Alessio Grimou.
La sala XIV contiene alcuni ritratti : quelli di
Augusto III di Sassonia e Giuseppina d'Austria
di G. Doyen, una figura intera di Ferdinando IV
del Camuccini, il Ritratto di Barbara
Maddalena, regina di Spagna, di ignoto, un
Ritratto di giovane donna in arazzo su cartone
di Maurice Quentin de la Tour e quello di
Ranuccio Farnese, opera di Giacomo Denys. La XV
Sala presenta dipinti a carattere sacro: un Gesù
sotto la Croce di Giorgio Vasari, un Calvario
di un discepolo di Andrea da Salerno, San
Francesco attribuito al secentesco fiorentino
Carlo Dolci, una Sacra famiglia anche dì
Bartolomeo Schedoni, San Giuseppe in estasi
della scuola del Guercino, San Giovanni Battista
anche dello Schedoni e la Carità dello
stesso artista. Altri magnifici quadri di pittori
napoletani sono esposti nella sala XVI: tre
Paesaggi di Guglielmo Giusti, Salvatore Giusti e
uno di Gabriele Smargiassi; una Primavera,
opera giovanile di Filippo Palizzi acquistata da
Ferdinando II in una mostra di pittura del 1841, un
Tramonto di Nicola Palizzi e due Interni
di Stalla di Consalvo Carelli. La Sala XVII, o
salone dei Ricevimenti, era la prima Sala Reale: fu
rifatta nel 1840 e da allora fu chiamata Sala
d'Ercole perché vi era un modello in gesso
dell'Ercole Farnese; fu ancora restaurata dopo
l'avvento al trono dei Savoia. I grandi lampadari
di Murano che illuminavano questa sala
furono distrutti durante l'occupazione
militare alleata e sono stati sostituiti da
lampadari in bronzo. Attualmente la sala è adorna di
arazzi napoletani eseguiti verso la fine del secolo
XVIII, e precisamente tra il 1783 e il 1786, sotto
la direzione di Pietro Durante su cartoni di Antonio
De Dominici, Giuseppe Bonito e Fedele Fischietti:
cinque di essi raffigurano scene allegoriche
ricordanti La favola di Amore e Psiche; sugli
altri quattro sono raffigurate delle architetture e
le statue di Licurgo, Solone, Ermete e Nurna
Pompilio. Vi sono inoltre quattro importanti
vasi di Limoges che furono finemente decorati da A.
Giovine e porcellane francesi.
La fabbrica napoletana di arazzi si trovava a San
Carlo alle Mortelle; nel 1778, poi fu portata a
Palazzo Reale dove durante i moti della Repubblica
Partenopea del 1799 andò distrutta quasi del tutto.
Ci auguriamo che il visitatore trovi le opere nello
stesso ordine in cui le abbiamo descritte, ma anche
in questo appartamento storico avvengono spesso
spostamenti di mobili e di quadri.
Molto interessante è la Cappella, che si trova al
primo piano di fronte all'ingresso principale: essa
fu ideata da Cosimo Fanzago intorno al 1640 e,
dedicata all'Assunta, fu consacrata nel 1646 durante
il vicereame del duca d'Arcos. Nel 1656 fu abbellita
ed ingrandita ancora dal viceré conte di Castrillo e
gli stucchi in oro furono apposti a cura del
Modanino. Una nuova consacrazione, con grandi
funzioni, fu fatta nel 1668 dal vescovo di Molfetta
e da allora la Real Cappella fu adibita alla
celebrazione di matrimoni, battesimi e funzioni
solenni, come i « Te Deum » ai quali in determinate
occasioni interveniva tutta la corte. Il disegno
originario della costruzione fu poi col tempo
modificato e rimaneggiato anche perché, a dire il
vero, non era un'opera tra le migliori del Fanzago;
così, agli inizi del secolo XIX, e precisamente tra
il 1808 e il 1815, il real architetto Antonio De
Simone e Gaetano Genovese vi effettuarono radicali
modifiche costruendovi anche una tribuna con
balaustra, mentre si facevano affrescare le pareti
da Giuseppe Cammarano, Ferdinando II, poco prima
della morte, ne dispose un nuovo ingrandimento, e
quindi il figlio Francesco II nel 1859 fece ultimare
questi lavori facendo rinforzare il soffitto, rifare
le arcate e costruire ai lati del presbiterio le due
cappelle con le cupolette decorate. Quando fu
rinnovato l'interno nel 1815, furono distrutte le
decorazioni che erano state eseguite da Giacomo Del
Po e quelle ancora più antiche del 1705, e restarono
soltanto alcune figure di angeli. Quanto al
soffitto, che era formato da canne in stucco,
essendo crollato nel 1687 per un lieve movimento
tellurico, fu rifatto da Niccolò Rossi, discepolo di
Luca Giordano; anche questo affresco andò poi
distrutto, e la magnifica Assunta che vi si
vede fu dipinta da Domenico Morelli nel 1863.
Quest'opera, veramente stupenda, fu ideata
dall'artista, come egli stesso racconta, in una
delle tante belle giornate napoletane in cui «
alzando gli occhi allo zenit s'incontra un turchino
profondo e se in quel momento passa una leggiadra
nuvola bianca è quella la nota più bella e più
pittorica che si possa immaginare ». Insieme al
Morelli, collaborarono alla decorazione di questa
graziosa capella anche altri pittori dell'800
napoletano: Spano, Rizzo, Marinelli, Sagliata,
Licata, Altamura, Maldarelli e Giuseppe Cammarano,
che ne decorò le pareti al di sopra della tribuna e
ai lati dell'altare. Purtroppo i dipinti di questi
artisti furono danneggiati da un bombardamento
alleato nel 1943 e non rimase che l'Assunta
di Domenico Morelli.
L'altare maggiore, opera di Dionisio Lazzari del
1687, è forse la cosa più bella della cappella
reale: esso è composto dal paliotto, da un ciborio
con porticine di rame dorato, ed è arricchito da
lapislazzuli ed agate intarsiate. Costruito in
origine per la chiesa di Santa Teresa al Museo, fu
qui trasferito nel 1808 in occasione della settimana
santa per desiderio di Ferdinando IV, e vi fu
celebrato un pontificale con paramenti lavorati
dalla regina Maria Teresa e dalle principesse reali.
La cappella fino al 1860 fu officiata del clero «
palatino », costituito da un cappellano maggiore,
dodici cappellani ordinari, tre cappellani
insigniti, diciotto cappellani di cotta e
rocchetto, dodici chierici ordinari e diciotto
straordinari; vi erano inoltre musici, cantori e
maestri di cappella tra i quali furono famosi
Scarlatti, Porpora, Cimarosa e Paisiello; ugualmente
famose rimasero le funzioni in occasione delle «
Quarantore », il periodo durante il quale rimaneva
esposto il SS. Sacramento. Queste funzioni ebbero
inizio verso la fine del secolo XVII e nel 1686
l'arcivescovo dispose che il Sacramento venisse
esposto in otto delle novantasei chiese della città
ogni mese per quattro giorni continui incominciando
dalla cat-
tedrale; in questa occasione alla real cappella
poteva accedere il popolo, a cui si permetteva anche
di assistere alle funzioni e alla messa solenne, con
l'intervento dell'arcivescovo. Riteniamo che
l'ultima cerimonia religiosa degna di rilievo
avvenuta in questa cappella sia stato il battesimo
di Maria Pia di Savoia, primogenita di re Umberto,
avvenuto il 18 ottobre 1934. Purtroppo durante la
guerra, e precisamente durante l'occupazione
militare alleata, la cappella fu adibita a deposito
con grande vergogna per coloro che disposero
questo sacrilegio!
Nella Reggia hanno sede l'Azienda di Soggiorno
Cura e Turismo e la
Biblioteca Nazionale con ingresso da
Via San Carlo e dalla reggia.
Per entrare nell'ala del palazzo ove ha sede la
Biblioteca Nazionale bisogna attraversare i giardini
reali. Il nucleo iniziale di questa Biblioteca, che
fu aperta al pubblico soltanto nel 1804, fu
costituito dalla grandiosa raccolta Farnese, portata
a Napoli da Carlo di Borbone; vi furono poi annesse
l'officina dei papiri trovati ad Ercolano nel 1752,
la Biblioteca Lucchesi Palli, la San Giacomo, la San
Martino, la Brancacciana, quella di Maria Carolina
d'Austria e la Provinciale.
Gravi danni apportarono gli eventi del '43 alle sale
di quest'ala della reggia, ma nel rimettere a posto
le opere, è stata possibile una più razionale
suddivisione ed una più funzionale ripartizione dei
volumi e degli argomenti. La biblioteca è stata
altresì arricchita dai volumi del Fondo Aosta, da
diecimila libri della Palatina e da quelli della
biblioteca del Collegio Militare dell'Annunziatella.
Attualmente la Biblioteca Nazionale di Napoli
contiene circa un milione e
quattrocentocinquantamila opere,
quat-tromilacinquecentoquarantaquattro incunaboli,
diecimilanovecentoquaranta manoscritti e
millesettecentottantacinque papiri ercolanesi,
rinvenuti in quella villa ad Ercolano che da allora
si chiamò la villa dei papiri.
Sarà bene a questo punto menzionare gli incunaboli
più rari che sono raccolti in questa biblioteca: il
Catholicon di Giovanni Baldi del 1460, una
Bibbia del 1462, un Lattanzio del 1465,
il Bartolo da Sassoferrato del 1471, un
Omero del 1488, e vari incunaboli napoletani tra
i quali una Bibbia del 1476, un Esopo
del 1485, ed alcuni finemente illustrati e decorati
come il De re militari del 1472, una
Divina Commedia del 1481 che riporta alcuni
disegni del Botticelli, il Sogno di Polifilo
del 1499 e un Liber Chronicarum di Hartmann
Schedel. Vi sono inoltre importanti manoscritti e
palinsesti le cui scritture risalgono al periodo dal
III al VI secolo. Molto interessanti sono alcuni
codici, come quello con l'Alessandra di
Licofrone, alcuni frammenti biblici in dialetto
copto del V secolo e manoscritti anche miniati.
Degna di nota è anche una raccolta rarissima di
documenti ed epistole con autografi di
notevole importanza e edizioni pregiate.
Usciti dalla Biblioteca, possiamo visitare il
Teatro San Carlo,
uno dei migliori e più gloriosi teatri lirici
d'Europa. Esso fu costruito per volontà di Carlo di
Borbone e inaugurato il 4 novembre del 1737, giorno
onomastico del sovrano, con l'Achille in Sciro
del Metastasio e musica di Domenico Sarro.
Seguirono La Clemenza di Tito musicata da
Leonardo Leo e L'Olimpiade di Niccolò
Porpora.
Il funzionamento del nostro Massimo veniva curato
dall'Uditore dell'Esercito: non si poteva
applaudire, chiedere bis, o entrare nel
palcoscenico, e solo il sovrano presente in sala
poteva disporre le cose in modo differente. II primo
impresario del teatro fu, come vedremo, il suo
costruttore seguito dal barone di Liveri, e poi dal
notaio Diego Tufarelli, da Gaetano Grossatesta, e da
Giovanni Tedeschi che era stato un cantante. Nel
1764 le recite al San Carlo furono sospese: fu
costituita la Giunta dei Teatri e all'Uditore si
aggiunsero come componenti di questa giunta due
consiglieri. Ritornò come impresario il
Grossatesta ed in occasione delle nozze tra re
Ferdinando e Maria Carolina, Adolfo Hasse compose la
Partenope.
In questo teatro sono stati rappresentati in prima
visione drammi dei migliori compositori con i più
validi cantanti, a cominciare da quell'allievo del
Porpora che fu Gaetano Maiorana detto il Cantarello.
Tra i compositori ricorderemo Niccolò Iommelli,
Gaetano Latilla, che era maestro nel Conservatorio
di Venezia, Leonardo Leo che invece insegnava nel
Conservatorio napoletano della Pietà dei Turchini,
Adolfo Hasse che, anche essendo tedesco, aveva
studiato a Napoli, Baldassarre Galuppi, Davide Puca,
Cristoforo Gluck che il 4 novembre 1752 con la sua
Clemenza di Tito e poi con l'Orfeo e
con YAlceste ebbe tre grandi successi. Giunse
poi da Bari Niccolò Piccinni del quale trionfò la
Zenobia del Metastasio; furono rappresentate
opere di Nicola Sala, che insegnò per un lunghissimo
periodo al Conservatorio della Pietà dei Turchini,
di Antonio Sacchini, venuto a Napoli nel settembre
del 1761, Giovanni Cristiano Bach del quale furono
rappresentate il Catone e l'Alessandro.
Della scuola napoletana ricordiamo Tommaso
Traetta, allievo del Porpora e del Durante, del
quale fu data la Bidone scritta espressamente
per questo teatro; Giovanni Paisiello, che anche se
tarantino, fu allievo del Conservatorio napoletano
di Sant'Onofrio a Capuana e discepolo del grande
Francesco Durante.
II San Carlo fu dunque il più importante teatro
lirico italiano. Nel 1786 terminò l'amministrazione
della Deputazione e la sorveglianza sul
funzionamento del teatro passò ad un Ministro
economico che a quel tempo era il Barone Ventapane.
Si provvide a riordinare l'orchestra e gli
orchestrali giunsero al numero di cinquantanove per
un spesa annua di duecentosessantacinque ducati;
cantanti di grido calcarono il palcoscenico e tra
questi desideriamo ricordare la Brigida Banti che,
cosa più unica che rara, non aveva mai studiato
musica pur essendo stata alla Scala di Milano e
all'inaugurazione della Fenice di Venezia nel 1792;
citeremo inoltre la Bellington e Giuseppina
Grassini che riuscì ad affascinare col suo canto
Napoleone e che, secondo alcuni, fu la causa del
divorzio del Bonaparte da Giuseppina; ella fu poi
nominata cantante di camera dell'Imperatore con
un diritto di pensione di ben quindicimila
franchi.
L'orchestra del San Carlo ebbe quindi una radicale
riforma e l'incarico di sovraintendere fu dato al
maestro Paisiello: in seguito, con i moti della
Repubblica partenopea del 1799, allo stabile del
teatro furono arrecati parecchi danni che però
al rientro dei sovrani furono sanati.
Nel secolo XIX, e precisamente nel novembre del
1800, la carica di impresario fu data a Lorenzo
d'Amico; venivano rappresentate in questo periodo
opere del Fioramante, di Giacomo Tritto, del
Guglielmi, di Gaetano Andreozzi, che poi fu anche
impresario del teatro. Con la venuta a Napoli dei
francesi si diedero opere del Pavesi, del Farinelli,
dello Zin-garelli e di altri, e nel 1810 fu nominato
impresario Domenico Barbaja, rivelatosi subito il
migliore che il teatro avesse mai avuto. Egli fece
rappresentare opere dello Spontini, la Vestale
e la Ifigenia in Aulide di Gluck, mentre
nel 1815 apparivano i grandi nomi di Gioacchino
Rossini e della grande artista Isabella Colibran
che, al contrario della Catalani, fu sonoramente
fischiata. Di quest'ultimo grande compositore furono
rappresentati la Elisabetta Regina
d'Inghilterra, l'Otello e l'Armida, che
però non ebbe un gran successo, ed infine il Mosè
e la Gazza Ladra. Si affacciava in
questo periodo sulle scene anche il compositore
Saverio Mer-cadante e venne a Napoli per due
concerti Niccolò Paganini; grosso successo
riscossero anche due fra le maggiori opere del
Rossini, il Barbiere di Siviglia e la
Zelmira; nel 1826, infine, furono rappresentate
le prime opere di Vincenzo Bellini e di Gaetano
Donizetti, pur essendo ancora Rossini il più
richiesto. Nel 1840 Barbaja si ritirò e la carica di
impresario fu presa da Eduardo Guillaume; venne
rappresentata in tale periodo la prima opera di
Giuseppe Verdi, Oberto Conte di San Bonifacio,
che non piacque, come non erano piaciute in un
primo momento le composizioni del Mercadante e del
Donizetti, che si erano poi brillantemente
affermati.
Anche Verdi non tardò a riscuotere il meritato
successo e l'ebbe infatti con l'Attila, col
Nabucco e con l'Emani, finché
conquistò definitivamente il pubblico con I
Lombardi alla prima Crociata e con la Luisa
Miller, che fu scritta appositamente per il San
Carlo. Avvenimento molto atteso a Napoli fu la prima
rappresentazione del Trovatore, nel 1853,
seguita dalla Traviata e dal Rigoletto,
che suscitò peraltro critiche del tutto
negative.
Dopo l'unione del Regno di Napoli al Regno
d'Italia, il Teatro San
Carlo
visse un periodo molto
travagliato e la sua amministrazione divenne
governativa: passò poi ad un impresario di nome
Antonio Musella per un quinquennio durante il quale
diede alla scena soltanto le opere di Verdi e di
Rossini. Ben presto il Musella rinunciò al suo
incarico, e la gestione divenne sempre più difficile
anche se non mancarono grandi artisti e famosi
compositori, mentre il pubblico e la stessa
amministrazione non erano soddisfatti dell'andamento
delle cose. Non intendiamo far qui la storia della
lirica, ma non possiamo passar sotto silenzio i
gloriosi trascorsi di questo grande teatro, che
continuò ad essere uno dei più brillanti d'Italia
dagli inizi del secolo sino al 1940 quando si giunse
alla determinazione di sostituire
all'Amministrazione un Ente Autonomo.
Il teatro San Carlo fu costruito, come abbiamo
accennato, per volere di Carlo di Borbone: il re nel
1736 osservò che il vecchio teatro San Bartolomeo,
nonostante i lavori di abbellimento, non poteva più
soddisfare le esigenze della corte e della nobiltà e
occorreva pertanto costruirne uno nuovo per il quale
si poteva usufruire del materiale di risulta di
quello che si andava a demolire. Fu deciso di
appaltare la costruzione all'architetto Angelo
Carasale, con l'impegno che dovesse esser consegnato
entro il mese di ottobre del 1737: c'è da
considerare che il contratto fu fatto il 4 marzo di
quell'anno e che quindi il tempo era ristrettissimo,
otto mesi e dieci giorni. I cinque palchi a destra e
i cinque a sinistra del palco reale rimasero a
disposizione del sovrano, che contribuì nella spesa
con ventimila dei centomila ducati che si spesero in
totale: dodicimilaottan-tasei furono ricavati dalla
demolizione del San Bartolomeo, al cui posto fu
fatta erigere una chiesa.
Sul teatro, dedicato a San Cario Borromeo, Santo del
sovrano, fu apposta una epigrafe in latino dettata
da Bernardo Tanucci, che andò distrutta
nell'incendio del 1816.
L'inaugurazione avvenne il 4 novembre, giorno di San
Carlo e quindi onomastico del sovrano, con la
rappresentazione dell'Achille del Metastasio.
Lo storico settecentesco Pietro Colletta racconta
che re Carlo nel congratularsi col Carasale che
aveva il grado di Colonnello Brigadiere, gli
confidò che avrebbe gradito un passaggio dalla
reggia al teatro e che ... il Carasale sarebbe
riuscito a farlo fare durante lo spettacolo (!).
Comunque, anche se non in poche ore, il passaggio
fu veramente fatto a spese del re per un importo di
trentaduemila ducati. Il Carasale fu poi anche
impresario del teatro, ma tanta fortuna lo rese così
inviso che furono inviate al re delle denunce nelle
quali si insinuava che la sua amministrazione non
era delle più oneste. Venne quindi aperta
un'inchiesta, men-tra il Carasale veniva arrestato e
rinchiuso nelle carceri della Vicaria prima e poi
nel Castel Sant'Elmo. Qui il poveretto morì di
dolore nel 1742, e fu poi sepolto proprio in quella
chiesa di San Bartolomeo che egli stesso aveva fatto
edificare dove era stato demolito il teatro. Il San
Carlo nel 1762 fu abbellito a cura dell'architetto
Ferdinando Fuga in concomitanza con l'occasione
delle nozze di Ferdinando IV con l'arciduchessa
d'Austria Maria Carolina. Esso conservò la sua forma
a semicerchio, ma vennero costruiti palchetti di
proscenio tra i pilastri del boccascena, fu variata
l'addobbatura e le pareti della sala furono
arricchite con cristalli e specchi. Altre modifiche
furono effettuate nei 1797 in occasione della venuta
dell'arciduchessa d'Austria Maria Clementina che
andava sposa al princie ereditario : in questa
occasione fu dato incarico all'architetto Domenico
Chelli per l'abbellimento e il rifacimento interno.
Con la venuta dei francesi fu ordinato il progetto
di una nuova facciata, ma l'architetto toscano
Antonio Niccolini, a cui fu demandata l'approvazione
del disegno lo bocciò. Si decise quindi di bandire
un concorso, e questo!... guarda caso!... fu vinto
dallo stesso Niccolini che l'aveva proposto, e nel
1810 furono iniziati i lavori, che prevedevano
anche la costruzione dell'atrio e della loggia della
facciata. Sulla cornice del portico, a cinque archi
che corrispondono agli ingressi, furono messi dei
bassorilievi raffiguranti Orfeo e Anfione, Apollo
con le Muse, l'Apoteosi di Sofocle e Euripide, e
dietro ad una grande balaustra fu costruito un
loggiato con quattordici colonne ioniche sormontate
da un frontone a triangolo che reggeva al centro una
statua di Partenope e lateralmente due tripodi; nel
1816 il teatro fu purtroppo distrutto da un
incendio, ma re Ferdinando diede ordine al Niccolini
ed ad Antonio De Simone di rifarlo completamente:
nella ricostruzione n |