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Piazza Trieste e Trento (San Ferdinando) - Piazza del Plebiscito - Via San Carlo

Che il visitatore giunga a Napoli per via aerea, e quindi da Capodichino, o per ferrovia in piazza Garibaldi, o in auto dall'Autostrada del Sole oppure dall'antica via Domitiana, o ancora che arrivi per via mare alla stazione marittima, noi gli diamo appuntamento nell'antica Piazza San Ferdinando, oggi Trieste e Trento, che riteniamo il vero cuore nonché l'epicentro irra­diante di tutti gli itinerari storico-artistici e turistici della città.

Inizieremo, perciò, e concluderemo qui gli itinerari, in questo piccolo largo tanto caro ai napoletani, che insistono a chiamarlo, anziché piazza Trieste e Trento, S. Ferdinando, col nome che gli deriva dall'antica chiesa dedicata da un re Borbone al suo santo protettore. Visitiamo dunque innanzi tutto questa piazza così asimmetrica e perciò caratteristica e quella adiacente, e più estesa del Plebiscito: dando le spalle a via Toledo, la Chiesa di San Ferdinando è alla nostra sinistra, mentre sulla destra si erge un Palazzo vicereale, attualmente sede di un accogliente circolo cittadino: all'inizio poi della via Chiaja, appare l'attuale sede della Prefettura; lontano si scorgono nella piazza del Plebi­scito i due imponenti monumenti equestri, la Basilica palatina di San Francesco di Paola col suo colonnato ed infine il Palazzo Salerno, sede del Comando della Regione Militare. Di fronte a noi, sulla sinistra, vediamo invece la sontuosa Reggia, nella quale a suo tempo entreremo curando di soffermarci su tutto quanto c'è di bello, soprattutto negli appartamenti, oggi adibiti a museo. Visiteremo altresì, uscendo dalla porta secondaria dei giardini reali, il vicino Teatro San Carlo e la Galleria Umberto I che gli è di fronte, e avremo così percorso il primo itinerario indispensa­bile per chi voglia conoscere un po' Napoli.

Al centro della piazza fa bella mostra di sé la Fontana donata alla città da Achille Lauro quando fu sindaco di Napoli: una vasca circolare che, per la sua forma, è stata prontamente denominata dall'arguzia popolare la fontana del Carciofo.

La Chiesa di San Ferdinando che fa da sfondo, costruita nel secolo XVII dalla Compagnia di Gesù, non è certamente tra le più belle edificate in quell'epoca ma è tuttavia ugualmente molto cara ai napoletani.

Dedicata in origine al santo gesuita Francesco Saverio, martire delle Indie, aveva annessi il convento dei religiosi ed una « scuola di grammatica ».

Occorre qui ricordare che i gesuiti all'inizio non ebbero una vita se­rena nella nostra città, nonostante l'Ordine religioso fondato da Sant'Igna­zio de Loyola fosse di origine spagnola: infatti lo stesso viceré, che per di più all'epoca era 11 cardinale Zapata, non era molto faverevole a que­st'ordine religioso, che visse perciò piuttosto stentatamente finché una gentildonna, la vedova del viceré conte di Lemos Pedro de Castro, Caterina della Cerda y Sandoval, parente del gesuita Francesco Borgia canonizzato poi dalla Chiesa, avendo ricevuto dal re Filippo di Spagna un donativo di 30.000 ducati nella caratteristica formula chiamata « pianelle e gale », che le spettavano perché come viceregina aveva prestato servizio per la Corona, passò la somma ai gesuiti. Questi, finalmente, sollevati dalle loro ristret­tezze, commissionarono al pittore Salvator Rosa un gran quadro raffigurante San Francesco Saverio da porre sull'altare maggiore della chiesa; poiché, però, il dipinto del grande artista non piacque, ne fu ordinato un secondo ad un parente di Salvator Rosa, Cesare Fracanzano, che ugualmente non fu accettato. Si pensò allora di rivolgersi ad un altro illustre pittore del­l'epoca, Luca Giordano. Quest'ultimo, forse perplesso per la sfortuna dei suoi colleghi che avevano avuto l'incarico prima di lui, non si decideva a consegnare il suo lavoro, e il superiore dei gesuiti volle rivolgersi al vi­ceré perché facesse pressione sul pittore. Il marchese del Carpio, quindi, incaricato dal viceré della questione, si recò personalmente a casa di Luca Giordano in vico Carminiello, e con sua grande meraviglia constatò che l'artista non aveva fatto ancora nemmeno il bozzetto. Le minacce del marchese dovettero essere così persuasive che il pittore, abbandonato ogni altro lavoro, si dedicò con tanto zelo all'opera che in sole 40 ore il quadro era terminato e consegnato, e quando il viceré seppe del miracolo di svel­tezza e di bravura compiuto dal Giordano, soddisfatto esclamò che chi aveva fatto tanto doveva essere un angelo o un demonio. Dopo aver am­mirato l'opera, volle conoscerne l'artefice: mandatolo quindi a chiamare ne fu talmente entusiasta che gli fece allestire uno studio nella reggia affinché « nelle ore che potea dispensarsi delle gravi cure del governo po­tesse avere il diritto di veder dipingere Luca ».

Anche un altro grande pittore dipinse per la chiesa di S. Francesco Saverio, Giuseppe Ribera detto lo Spagnoletto, perché nativo di Jàtiva in Spagna. Egli fu l'autore di un pregevole quadro che raffigurava San Bar­tolomeo e che ha anch'esso la sua storia: si racconta infatti che il duca di Ossuna, Pedro Giron, a quel tempo viceré di Napoli, affacciandosi dal suo palazzo notasse un grande andirivieni di gente senza riuscire a comprenderne il motivo. Apprese poi che nella chiesa era stato affisso un quadro dello Spagnoletto talmente bello che tutti accorrevano per ammirarlo. Il duca ordinò allora che il quadro venisse portato al suo cospetto : e tanto sublime ed espressivo dovè apparirgli il dipinto che, entusiasta, commis­sionò all'autore un altro quadro che raffigurasse Sant'Antonio di Padova da donare a questa chiesa.

In effetti il tempio gesuita fu poi sempre protetto dai vari viceré che l'arricchirono di importanti dipinti, fra cui gli affreschi di Paolo De Matteis, discepolo di Luca Giordano. In seguito Ferdinando IV, su proposta del ministro Tanucci, scacciò i gesuiti e, nel 1767 diede la chiesa ai Ca­valieri Costantiniani; Io stesso sovrano volle altresì dedicare la chiesa al suo santo protettore e, quindi, dal 1769 quest'ultima si chiamò « di San Ferdinando »; inoltre il quadro di Luca Giordano che raffigurava San Francesco Saverio fu trasferito nel Museo Borbonico e sostituito da uno raffigurante S. Ferdinando di Antonio Sarnelli, discepolo di Paolo De Mat-teis. Il sovrano borbonico e i suoi successori imposero che a nessuno venisse dato il permesso di interrare i defunti nella chiesa; unica ec­cezione fu fatta per la duchessa di Floridia, Lucia Migliaccio, moglie morganatica di Ferdinando IV, che ebbe sepoltura in un bel Monumento marmoreo di Tito Angelini addossato alla parete del transetto sinistro. Questa donna ebbe grande importanza nella vita del sovrano : figlia del duca di Floridia, Vincenzo, e di donna Dorotea Borgia, nata a Siracusa nel 1770, aveva sposato il principe di Partanna Benedetto Grifeo di cui era poi rimasta vedova ancora in giovane età; aveva quarantaquattro anni quando, poco tempo dopo la morte della consorte Maria Carolina, Ferdi­nando IV volle sposarla morganaticamente. A tutti sembrò molto strano questo matrimonio effettuato a così poca distanza dalla morte della regina e lo stesso figlio del re, Francesco, ne ebbe gran dolore. Alla duchessa di Floridia il re volle offrire una magnifica villa al Vomero, che fu chiamata appunto Floridiana, ed un terreno, entrambi attigui a quella palazzina, de­nominata Villa Lucia dal nome della nobildonna.

Entriamo, dunque, in questa chiesa, non prima però di esserci sof­fermati sulla facciata che, pur non bella, fu disegnata con perizia da Giovan Giacomo Conforto nel 1628 e poi rifatta da Cosimo Fanzago in­sieme   all'abside, al portale e ad alcune cappelle. Nell'interno, che è a croce latina ad unica navata, fanno bella mostra di sé gli affreschi di Paolo De Matteis cui abbiamo prima accennato, rappresentanti, alcuni, Scene di vita dei santi gesuiti Francesco Saverio, Ignazio de Loyola e Francesco Borgia, e altri nei peducci della cupola, Le Virtù teologali della Giustizia; di questi ultimi, quello che mostra San Francesco Saverio da­vanti alle spoglie della regina Isabella è senz'altro uno dei migliori. Gli affreschi esistenti nella cupola sono invece di Giovanni Diano, mentre il San Ferdinando posto sull'altare maggiore è opera di Federico Maldarelli. Sull'altare del transetto destro vi è un Cristo che appare a Sant'Ignazio del napoletano Francesco Antonio Altobello; nel transetto sinistro una Conce­zione di Cesare Fracanzano e due statue raffiguranti David e Mosè che portano la firma di Lorenzo e Domenico Antonio Vaccaro. Nella chiesa ha sede la nobile Arciconfraternita « di San Ferdinando di Palazzo » detta anche « di Nostra Signora dei Sette Dolori », fondata nel lontano 1522 e ospitata un tempo nel demolito tempio di Santo Spirito di Palazzo. Questa pia istituzione, ebbe l'onore di annoverare fra i suoi confratelli anche il re di Napoli Carlo di Borbone e godette della protezione di Giuseppe Bo-naparte e di quella di Francesco I di Borbone. Questi confermò nel 1828 il decreto che stabiliva che la congregazione potesse apporre al suo nome il titolo di « Reale », essendone confratelli anche numerosi pontefici, i reali borbonici e le regine: Maria Amalia, Maria Carolina, Maria Isabella, Maria Teresa, Maria Sofia, nonché principi di casa regnante fra cui il principe di Salerno Leopoldo di Borbone, il conte di Lecce Antonio, il principe di Capua Carlo, il conte di Siracusa Leopoldo, il conte di Trapani Francesco Paolo, il conte di Trani Luigi, il conte di Caserta Alfonso Maria, il conte di Girgenti Gaetano Maria e il conte di Bari Pasquale Maria. Dopo l'av­vento della casa Sabauda, superiore di questa reale associazione fu Vittorio Emanuele III e confratelli la regina Elena e Umberto II, ultimo re d'Italia. In questa chiesa le funzioni sono officiate in modo sontuoso, specie quelle della Settimana Santa; basti pensare che sino a pochi anni orsono nel giorno del venerdì santo venivano celebrate le tre ore di agonia con la partecipazione degli artisti lirici e dell'orchestra del Teatro San Carlo che eseguivano lo Stabat mater del Pergolesi composto proprio in omaggio alla reale confraternita. La chiesa di San Ferdinando, dove è sempre espo­sto il SS. Sacramento, essendo situata nel punto più « strategico » della città, è frequentatissima durante tutto il giorno.

Terminata la nostra visita alla storica chiesa, torniamo in questa piazza che ha un fascino tutto particolare e certamente doveva averne di più negli anni passati, quando gli « elegantoni » si soffermavano davanti allo scomparso Caffè di Vari Boi e Feste situato all'angolo con la via Nardones per attendere il passaggio delle signore che, provenendo dai palazzi magnatizi di Toledo, di Spaccanapoli o di Costantinopoli a piedi o in carrozza termi­navano qui la loro passeggiata, quando non si spingevano fino al mare di Santa Lucia.

Un'ultima nota merita la già nominata Fontana del Carciofo, opera di Comite e del Massari, che appare estremamente sugge­stiva specialmente la sera, quando è illuminata.

Riportandoci ora nuovamente con le spalle a via Toledo, notiamo sulla destra l'antico Palazzo Vicereale, sito di fronte alla chiesa di San Ferdinando, che una volta al piano terra ospitava il Caffè Europa.

In questo edificio hanno avuto sede due circoli e precisa­mente quello del Whist, ora non più esistente, che occupava tutto il primo piano e l'Artistico, ancora oggi molto frequentato.

Sorto nel 1864, tipicamente borbonico e legittimista, anche dopo la venuta dei Savoia, il circolo del Whist era il punto d'incontro di tutti i fedelissimi a casa Borbone: esso ebbe come presidenti nobili personaggi, entrati poi a far parte della nostra storia napoletana. Poi, nel 1919, motivi finanziari portarono alla fusione di questo circolo borbonico con il Nazio­nale, nettamente in antitesi.

Fondato invece nel 1888 da coloro che amavano le arti, le lettere e la cultura, frequentato ancor oggi da tutte le classi professionistiche, il circolo Artistico in primo tempo occupò un ammezzato dello storico pa­lazzo all'angolo di via Chiaja; e in un giorno di carnevale dello stesso anno fu inaugurato con un ballo ed una mostra di pittura di grandi artisti dell'ottocento napoletano come il Morelli, il Dalbono ed il Michetti. I soci furono così numerosi che si diceva che facevano la storia dell'ultimo ot­tocento napoletano con i grandi nomi di Mario Costa, Enrico De Leva, Matteo Schilizzi, Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao, Nicola Amore, Matteo Renato Imbriani, Antonio Cardarelli, Mariano Semmola e tanti altri. All'ini­zio di questo secolo, e precisamente con la venuta a Napoli di Cesare Pa-scarella, il circolo organizzò manifestazioni di cultura e di arte: confe­renze, recite, concerti, organizzati da grandi come Pietro Mascagni, Antonio Mancini, Vincenzo Gemito, Carlo Siviero, Matilde Serao e non ultimi Fer­dinando Russo, Adolfo Scalerà, Raffaele Viviani, Salvatore Di Giacomo ed Ernesto Murolo; molto graditi furono altresì i concerti eseguiti con la partecipazione di grandi artisti lirici come Maria Caniglia, Ebe Stignani, Gianna Pederzini, Rosa Raisa, Alessandro Bonci, Fernando De Lucia, Titta Ruffo, Gemma Bellincioni, Aureliano Pertile, Enrico Caruso, Beniamino Gi­gli, Tito Schipa, il baritono napoletano Vito Vittorio con Tatiana Menotti, e il compianto Ugo Romano. Tra i presidenti di questo glorioso circolo, poliedrico per le sue manifestazioni, ricorderemo Luigi Maria Foschini ed il conte Paolo Caracciolo di Torchiarolo, chiamato il presidente « della Lanterna del Molo » per la sua opposizione alla demolizione della lanterna che peraltro lo costrinse a lasciare la presidenza, alla quale fu poi Nicola Sansanelli che si avvalse dell'opera collaboratrice del conte Paolo Minucci. Tutti personaggi che, unitamente a quel grande parlatore che fu Mattia Limoncelli, successore del Sansanelli, i napoletani di certo non hanno di­menticato. Chi dirigeva ed organizzava le mostre di pittura era il grande maestro scomparso lo scorso anno, Francesco Galante ultimo pittore na­poletano del nostro «Otocento»: in esse si poterono ammirare opere del Michetti, di Gemito, di Gabriele Rossetti, di Luigi Crisconio, di Lord Man­cini, di Pasquale D'Angelo e di tanti altri.

Trascurando ora altre notizie non del tutto necessarie e significative, lasciando la piazza Trieste e Trento, così come ufficialmente dovrebbe essere chiamata, attraversiamo via Chiaia, che per noi costituirà un itinerario a parte.

Ci ricevono nell'altra pedana i tavolini variopinti dell'antico Caffè Gambrinus che è incorporato nel Palazzo della Prefettura. Anni addietro, di caffè, nella zona ve ne erano parecchi e special­mente nella via Toledo, ma nessuno poteva competere con il Gambrinus, ad eccezione forse di quel Caffè Europa già men­zionato.

A conferma di ciò, bisogna aggiungere che il proprietario di que­st'ultimo, Mariano Vacca, per non avere la concorrenza del Gambrinus decise di acquistarlo aderendo ad un concorso bandito dall'Amministra­zione Provinciale; fu così che questo caffé divenne il più caratteristico ed elegante di Napoli. In codesto locale, che era considerato dai napoletani il solo vero ritrovo della città, si beveva esclusivamente birra e cioccolata; in seguito però, fu aggiunta anche la sala ristorante, dove si potevano consumare lauti pasti per un prezzo fisso di lire 4,50: il pranzo era com­posto di solito di un consommé, un pasticcio di maccheroni, un piatto di pesce, uno di carne con legumi, verdure o insalata, dolce, formaggio e frutta. Quando il Vacca cedette il locale ai fratelli Esposito, come direttore del rinomato locale fu assunto un  siciliano di nome Ragusa.

L'ingresso principale era quello che dava nella nostra piazza San Fer­dinando, ma ve ne erano degli altri nella piazza del Plebiscito e nella strada di Chiaja. È necessario precisare però che, prima che subentras­sero i fratelli Esposito il locale alla morte di Mariano Vacca avvenuta nel 1893, era passato al figlio di questo, Enrico che volle rinnovare gli ambienti affidando il compito all'architetto Antonio Curri, che aveva stu­diato pittura col De Sanctis, Esposito, Caprile, Volpe e Cambriani e poi  architettura  con  Enrico Alvino.  Era  questi  un  buon  artista  che, divenuto noto anche per la decorazione della vicina Galleria Umberto I, morì però povero nel 1916 in una stanzetta « 'ncopp' 'e quartieri ». Il Curri, nato nel 1848 ad Alberobello, in un primo tempo voleva dare al locale la forma di trullo, ma in seguito si attenne, così come gli era stato richiesto, ad un progetto classico. Assolse il suo compito brillantemente aiutato nella pittura da maestri ed artisti famosi quali il napoletano De Sanctis, allievo di Domenico Morelli e Gioacchino Toma, l'amalfitano Pietro Scoppetta, che dopo aver iniziato a dipingere con De Chirico divenne poi famoso per quel suo Medico del Villaggio acquistato da re Umberto, il Caprile, discepolo di Filippo Palizzi nonché amico di Salvatore Di Giacomo, il piemontese Fabbron della scuola di Gabriele Smargiassi ed Antonio Mancini, il Capone, discepolo prima di Tommaso De Vivo e poi di Ce­sare Fracassini, il ritrattista Volpe, allievo del Morelli e successore del suo maestro nell'insegnamento all'Istituto di Belle Arti, il napoletano Bran­caccio, discepolo ed amico di Edoardo Dalbono, il paesaggista romagnolo Pratella, il Cambriani, appartenente alla cosiddetta « repubblica di Por­tici » e tanto amico del D'Orsi e del De Nittis, il salernitano Esposito, che finì i suoi giorni tragicamente per un amore infelice, il ritrattista Salva­tore Postiglione, allievi di Domenico Morelli, il salernitano Tafuri, se­guace del Gemito e del Curri, l'abruzzese Biondi, discepolo di Gioacchino Toma ed amico di Giuseppe Casciaro, il napoletano poeta e musicista De Curtis, che era figlio del grande decoratore Giuseppe, il Toro, discepolo di Domenico Morelli, il molisano Cocco, discepolo di Michele Cammarano e di Vincenzo Volpe che lasciò belle opere nel Circolo Ufficiali di Pre­sidio del Palazzo Salerno, il poeta napoletano Ragione, allievo di Stani­slao Lista, l'Aldina, nella scuola d'Ignazio Perricci, che si rese celebre per le sue pitture a Palazzo Cellamare e a Palazzo d'Avalos, il pugliese Storrano, allievo di Giuseppe Mancinelli, l'irolli, seguace del Morelli e del Michetti, ed il leccese paesaggista Casciaro, allievo di Filippo Palizzi; per la parte scultorea i lavori furono eseguiti dal napoletano Cepparulo, resosi poi celebre per la statua dell'Italia a pie del monumento di Vittorio Emanuele II in piazza Municipio, dal Renda, discepolo di Gioacchino Toma, dal napoletano Alfano, dal pugliese De Matteis e dal siciliano Sor-tino. Detto ciò, non riteniamo sia azzardato affermare che questo Caffé era una vera e propria galleria d'arte: si trattava infatti di artisti tutti di vasta fama ma ognuno tanto diverso dall'altro per tendenze e gusti da provocare, alla fine dei lavori di rinnovo del locale, un vero movimento artistico-culturale che indubbiamente diede un'impronta indelebile a tutta l'arte figurativa napoletana. Era il tempo dei «Café chantants», pieni di allegria e di mondanità; anche il nostro Coffe, dunque veniva frequentato assiduamente da tutto il bel mondo napoletano e non mancavano i più bei nomi del mondo artistico e culturale.

Il Gambrinus divenne un vero cenacolo d'arte e di cultura, in quanto era frequentato anche da scrittori e giornalisti dell'epoca dei quali ricor­diamo Decio Carli, il Dell'Erba, La Rotonda, Roberto Bracco, Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Eduardo Scarfoglio e Gabriele D'Annun­zio che spesso era solito incontrarvisi con la sua amica contessa Anguissola. Non mancavano uomini politici come Francesco Girardi o il Marchese del Carretto o ancora imponenti cattedratici come Giorgio Arcoleo, Enrico Pes-sina e Luigi Miraglia, principi del foro come Enrico De Nicola e Camillo Porzio, letterati come Mario Giobbe, Ettore Marroni, Saverio Procida, Adolfo Scalerà, Vittorio Pica, Valentino Gervasi e Nicola Daspuro, autore quest'ultimo del libretto dell'opera di Pietro Mascagni « L'amico Fritz ». Gli artisti napoletani c'erano tutti, da Luca Postiglione a Vincenzo Migliaro, da Pietro Scoppetta a Giuseppe De Sanctis, da Edoardo Casciaro all'ungherese Sigismondo Tawsky.

S'intende che il caffé era frequentato anche dalla buona borghesia che amava gustare un « sorbetto » o accanirsi su uno di quei « pezzi duri » che, sino agli inizi dell'ultima guerra mondiale, erano da considerarsi il vero cavallo di battaglia dello storico Gambrinus. I tavolini più richiesti erano quelli che stavano nella Piazza del Plebiscito perché era possibile vedere un continuo viavai di gente ed assistere al cambio della guardia del Palazzo Reale che rappresentava pur sempre, come del resto oggi in altre nazioni,   un'attrattiva.

Oggi il caffé esiste ancora, ma in condizioni di ambiente molto ri­dotte, senza dire che è frequentato soprattutto da persone di passaggio; gran parte dei locali è occupata da un'agenzia bancaria e lasciamo al tu­rista il commento su questa decisione, non prima però di essere entrati all'interno per ammirare quanto rimane di quello che fu il famoso Gambrinus, il vertice mondano, artistico, letterario e politico della città. C'è chi l'ha chiamato l'ultimo « seggio di Napoli », e chi « il cataletto » della Na­poli ottocentesca, ma è certo che questa è stata la vera culla dell'ottocento napoletano.

Questo caffé, anello di congiunzione tra le due note piazze, tutt'oggi è spesso teatro di dimostrazioni popolari, in quanto il palazzo in cui ha sede ospita la Prefettura, ed è anche residenza del rappresentante del go­verno, il Prefetto di Napoli, commissario governativo della Regione.

Nel 1938 il caffé venne soppresso mentre era prefetto di Napoli Mar­ziale, e all'epoca alcuni dissero che la moglie, malata di nervi, non potesse più sopportare i suoni delle orchestrine e la voce dei rumorosi frequen­tatori del locale; è certo comunque che il prefetto Marziale decise di sopprimere questo storico caffé, diventato un vero semenzaio di barzellette antifasciste e  perciò  assolutamente  non  tollerate  dal  regime  totalitario.

Il Palazzo della Prefettura, al cui piano terra, come si è detto, è quanto rimane del Caffè Gambrinus, è l'antico palazzo della Foresteria destinato ad alloggiare ospiti di casa Borbone.

Costruito dall'architetto Laperuta intorno al 1815, l'edificio ospitò al piano terra, sin dall'epoca borbonica, la famosa Libreria Detken e Ro­dioti, che vantava una bottega di antiquariato veramente importante, oltre ad un archivio di notizie e manoscritti su tutte le famiglie napoletane. Soltanto qui si potevano acquistare gazzette e giornali stranieri e per questa vendita la libreria era divenuta un focolaio di reazione antiborbo­nica. Poiché i guadagni erano rilevanti i due titolari si decisero a diven­tare editori; oggi, comunque, quella libreria famosa è solo un ricordo.

Sulla destra di codesto imponente stabile si erge la superba Basilica palatina di S. Francesco di Paola, mentre il Palazzo Salerno ed il Palazzo Reale sono situati rispettivamente di fronte ed a sinistra dell'edificio stesso.

La magnifica piazza del Plebiscito che può dirsi la continuazione di Piazza San Ferdinando altro non è che l'antico Largo di Palazzo, ricco di monasteri e conventi, eretti poco distanti l'uno dall'altro: tra questi ri­cordiamo quello della SS. Croce, quello di Santo Spirito, di San Luigi, di San Giovanni ad lampades, di San Marco, e quello della Congrega dei la-naioli e tessitori. Il più antico tra tutti era quello della SS. Croce, dove Roberto d'Angiò fece seppellire le spoglie del nipotino Carlo Martello; la sua fama è inoltre legata al fatto che la regina Sancia, dopo la morte del re Roberto, volle rinchiudersi proprio lì dove morì e fu sepolta nel 1345.

Anche il convento dì Santo Spirito era molto antico, poiché fu co­struito nel 1326 dal principe Landolfo Caracciolo; mentre il monastero della SS. Croce doveva sorgere dove oggi si trova il Palazzo Salerno, questo convento si trovava dove è oggi il Palazzo della Prefettura ed era officiato dai monaci armeni di San Basilio che nel 1448 furono sostituiti da dome­nicani. Il convento di San Giovanni ad lampades, poi, doveva essere dove è oggi San Francesco di Paola, e quando questo santo venne a Napoli lo occupò con i frati del suo Ordine che per umiltà volle chiamare « minimi ». Il monastero venne poi occupato da altri confratelli di San Francesco ed ingrandendosi mutò di nome chiamandosi invece di San Luigi e Martiniello.

Nel 1555 fu costruito il Regio Palazzo, chiamato poi Palazzo Vecchio per distinguerlo dall'attuale Reggia, e ciò portò alla demolizione del con­vento di Santo Spirito, che fu fatto ricostruire dal viceré Francesco Alvarez Ribera in una traversa di Chiaia con lo stesso nome. Il palazzo vec­chio fu edificato dagli architetti Ferdinando Maglione e Giovanni Benincasa, affrescato da Matteo Lama e decorato da Giovanni Tommaso Villani. Fu soltanto dopo la costruzione di questo Palazzo Regio, che la piazza ebbe il nome di Largo di Palazzo. In questo largo vi era anche la famosa Fontana di Fonseca che prese il nome dal Viceré, conte di Monterey. Essa fu costruita dall'architetto Cosimo Fanzago, e la famosa statua che la adornava fu  chiamata il  Gigante  perché  era una gigantesca figura priva degli arti, elemento di scavo rinvenuto nel Tempio dei Giganti. Era pog­giata su una base in marmo che originariamente portava impressa una lunghissima iscrizione latina, andata poi perduta verso la fine del secolo XVIII. C'era chi diceva che il Gigante raffigurasse Giove Terminale, chi Giove Olimpico, mentre altri invece la ritenevano semplicemente un'erma; certo di valore artistico ne aveva ben poco, anche se una certa impor­tanza storica le va riconosciuta. Era il Pasquino napoletano e mentre al Pasquino di Roma che è nei pressi di piazza Navona si affìggevano le sa­tire al governo papale, presso la Statua del Gigante a Napoli si trovavano  <<pasquinate>> che, non avendo alcun valore letterario, erano delle satire a sfondo politico. Queste pasquinate divennero ben presto uno strumento di vendetta o di critica o peggio ancora di accuse anonime contro i vari viceré: si ritiene che molte di queste satire fossero opera di Salvator Rosa che le inviava da Roma, se ne sospettò anche Ferdinando Galiani, l'abate Lorenzi e il poetastro Onofrio Galeota, ma certo questo « Pasquino » napoletano fu principalmente un annunziatore di critica politica. Infatti nel periodo repubblicano del '99 mise la coccarda di giacobino, mentre le truppe del cardinale Ruffo Io fecero diventare realista. Durante il decurìonato francese queste satire cominciarono a non essere più sopporta­bili; inveivano addirittura contro re Giuseppe Bonaparte. Una mattina giunse l'ultima frecciata: era il « testamento» del Gigante che lasciava « la testa al Consiglio di Stato, le braccia ai ministri, Io stomaco ai ciambellani; le gambe ai generali » e poi soffermandosi su alcuni particolari... tutto il rimanente a re Giuseppe Bonaparte. Fu così che fu ordinata prima la de­molizione della statua e poi il suo ricovero in un magazzeno della reggia. In piazza del Plebiscito avevano luogo feste popolari fra le quali non si può dimenticare quella famosa della «Cuccagna»: in tale occasione, proprio davanti al Palazzo Regio, veniva innalzato un albero su di una col­linetta ricoperta di prati ed alberelli su cui venivano appesi i migliori sa­lami e caciocavalli delle province napoletane; da alcune fontanelle, inoltre, sgorgava vino bianco e rosso, e il popolo si divertiva così a « saccheg­giare » tutte quelle leccornie prelibate. Tralasciando le « Cuccagne » che di volta in volta vennero organizzate dai viceré, occorre ricordare quella che si fece per l'arrivo di Carlo di Borbone, poi preparata allo stesso modo quando Ferdinando IV salì sul trono di Napoli.

Domina al centro della piazza il colonnato ad emiciclo che è quanto rimane del Foro Murat voluto da re Giacchino, opera per la quale fu posta la prima pietra il 25 marzo del 1809, giorno in cui ricorreva il genetliaco del sovrano francese che pur si distinse durante il suo breve regno napoletano. Ferdinando di Borbone lo volle poi a corona della Basilica Palatina di San Francesco di Paola, costruita per un voto che aveva fatto se fosse riuscito a riconquistare il regno dai francesi.

Quando la chiesa fu edificata, sembrò adempiersi una profezia di San Francesco di Paola, il quale avrebbe detto a Ferrante d'Aragona che in quel luogo sarebbe stato un giorno eretta una chiesa splendida e quello spiazzo sarebbe diventato il più importante della città. Fu quindi ema­nato un regolare bando per la costruzione di questo monumentale tempio ed il concorso fu vinto dallo svizzero italiano Pietro Bianchi di Lugano, discepolo del Tiranesi.

All'architetto « fu imposto lo spazio rinchiuso tra i due palazzi della Foresteria e del principe di Salerno », ma gli fu ingiunto che l'altezza del tempio non dovesse superare quella della reggia.

La costruzione della chiesa fu decretata però soltanto nel 1816 e l'opera terminò nel 1846 « ricca di marmi, ma quanto speciosa per dipinti e sculture da commettere a' migliori artisti sì napoletani che forestieri senza ri­guardi a spese ». Non mancarono però le critiche, anche se si disse che gli artisti, pur non dei migliori, avevano portato a termine una chiesa eccellente che ricordava il Pantheon di Roma. Bellissime appaiono all'osservatore la magnifica cupola e la facciata nonché l'importante pronao su sei colonne a due pilastri ionici, il tutto coronato da un triangolare tim­pano ove spiccano le statue raffiguranti San Francesco a sinistra, San Ferdinando sulla destra ed al centro, sul vertice, la Religione.  L'interno, preceduto da un atrio formato da cappelle laterali, è costituito da una ro­tonda centrale sulla quale si eleva la cupola alta 53 metri e sorretta da trentaquattro colonne corinzie e trentaquattro pilastri in giro esterno, tutti in marmo di Mondragone così come i confessionali e l'altare che, pur es­sendo stato costruito prima delle disposizioni del Concilio Vaticano II, è rivolto verso i fedeli; finemente intarsiato di porfido, di agate, diaspri di Sicilia e lapislazzoli, opera di Anselmo Cangiano del 1641, era prima nella chiesa dei SS. Apostoli.

Nell'interno della chiesa, nudo e molto ampio, vi sono otto statue lungo le pareti. Da destra: San Giovanni Crisostomo, opera di Gennaro Cali, Sant'Ambrogio, di Tito Angelini, San Luca, di Antonio Cali, San Matteo, del Finelli, San Giovanni Evangelista, di Pietro Temerani, San Marco, di Giuseppe De Fabbris, Sant'Agostino, di Tommaso Arnaud e San­t'Atanasio di Angelo Solari, che è poi l'autore di quelle statue sul porticato raffiguranti la Fortezza e l'Umiltà. I dipinti non sono di gran valore artistico: notiamo da destra un San Nicola da Tolentino di Natale Carta, che è l'autore del San Francesco di Paola, La Comunione del Santo di Pietro Benvenuti, Il Transito di San Giuseppe di Camillo Guerra e l'Im­macolata di Tommaso De Vivo, che è anche l'autore della Morte di San­t'Andrea.

Tra la prima e la seconda cappella vi è la sacrestia, ove si possono ammirare due quadri, e precisamente la Circoncisione di Antonio Campi del 1586 ed un'altra Immacolata del piacentino Gaspare Landi della fine del secolo XVIII, mentre nell'abside una magnifica tela del romano Vincenzo Camuccini raffigura San Francesco di Paola che risuscita un cadavere. Uscendo dalla chiesa, ammireremo le quarantotto colonne di questo por­ticato che sono di pietra di Pozzuoli come i pilastri, gli zoccoli e i capi­telli, mentre le cornici e le lastre convesse della cupola sono di pietra calcarea di Gaeta.

Fuori dalla chiesa, a destra, vi è una stradina piuttosto erta con delle scale attraverso le quali si arriva alla piazzetta Deme­trio Salazar, intitolata al pittore e patriota calabrese, che, fu ferito nei moti del '48 e partecipò anche a quelli di Parigi, ove fu arrestato per il colpo di stato del 2 dicembre; la dedica a questo artista è giustificata anche dal fatto che il Salazar ebbe il merito di fondare l'Istituto d'arte sito appunto in questa piazzetta. Il piccolo largo precedentemente era chiamato « della Croce alla Paggeria » per ricordare sia l'antico convento ove, come si è detto, morì e fu sepolta la regina Sancia, sia la Real Paggeria, vale a dire la scuola dei paggi di corte chiusa nel 1730 per la decisione del re di scegliere i suoi 12 paggi tra i cadetti della Real Accademia Militare; Francesco I di Borbone soppresse poi questa istituzione nel 1825.

Alla metà del secolo scorso, dopo che fu fondato il Real Istituto di Incoraggiamento per le Arti, che doveva servire per avviare i giovani allo studio dell'arte e del lavoro artistico, alcuni personaggi napoletani, come Carlo Santangelo ed il Novi, fondarono questo istituto che però fu realiz­zato soltanto nel 1878 per opera di un comitato costituito da Demetrio Salazar, Saverio Altamura, Gaetano Filangieri, Domenico Morelli e Filippo Palizzi con la collaborazione del ministro della Pubblica Istruzione Fran­cesco De Sanctis e di Enrico Alvino e Gioacchino Toma. L'istituto riunì scuole di vario indirizzo artistico e col tempo ospitò anche un museo, per desiderio dei grandi pittori Filippo Palizzi e Domenico Morelli, mentre il cortile finemente maiolicato veniva trasformato in un ameno giardino con piante pregiate offerte dall'Orto Botanico e dall'Istituto Agrario di Portici. Primo presidente dell'Istituto d'Arte fu il principe Filangieri che ebbe anche l'idea di far maiolicare dagli stessi allievi la facciata dell'Isti­tuto. Attualmente l'istituto accoglie scuole di disegno e di plastica, laboratori d'insegnamento pratico, scuole di decorazioni pittoriche, di scultura, di arti grafiche, di ceramica, di ebanisteria, di decorazione in ferro e in cuoio. Il portico appare però, oggi, molto danneggiato ed è un vero peccato in quanto il rivestimento di ceramica policroma, realizzato dagli al­lievi di Domenico Morelli e di Filippo Palizzi, è davvero splendido. Molto interessante è altresì il museo ricco di opere d'arte, di campioni di pavimenti eseguiti per il Vaticano, tessuti copti del V secolo, vasi di scavo e resti di pavimenti pregiati in maiolica, ceramiche di Capodimonte, Giustiniani, tedesche e rustiche; di notevole bellezza sono inoltre il pavimento settecentesco al primo piano e i dipinti di Domenico Morelli e di Filippo Palizzi esìstenti nell'ufficio del presidente della scuola.

Percorrendo ora a ritroso la stessa stradina, ritorniamo nella nostra Piazza del Plebiscito, dove, subito a destra, un modesto ingresso con una rustica scalea immette in quel che rimane della Chiesa del Monastero della SS. Croce, attigua al Palazzo Salerno, che attualmente non conserva nulla che possa ricordare la bel­lezza e l'importanza dell'antico convento. Prima di parlare del Palazzo Salerno, osserveremo le statue equestri, simmetrica­mente disposte, raffiguranti Carlo e Ferdinando IV di Borbone.

Quest'ultima è del Canova ed il cavallo, bellissimo, ricorda la razza di Persano, mentre nella prima scultura il personaggio è del Cali ed il cavallo del Canova. Una nota curiosa riguardo a quest'ultima statua eque­stre: essa mostra sulla groppa re Carlo, mentre avrebbe dovuto esservi Napoleone, in quanto l'opera era stata commissionata nel 1807 da Giuseppe Bonaparte. Ferdinando IV, ritornato sul trono, fece chiamare il Canova e gli confermò l'ordinazione, a patto che il cavaliere fosse il primo re della dinastia dei Borbone. Su queste due statue equestri del 1860 il popolo, che si era « liberato » dei Borbone, voleva sfogare il suo odio, ma il cappel­lano dei garibaldini, padre Gavazzi, cercò di far capire ai forsennati che si trattava di due opere d'arte e che... in seguito avrebbero sempre potuto mettervi su Vittorio Emanuele e il dittatore Garibaldi! E così le due statue rimasero fortunatamente al loro posto ed ancora oggi le possiamo ammirare.

L'edificio che si trova sulla destra della piazza guardando la reggia è il Palazzo Salerno, attualmente sede del Comando della Regione Militare Meridionale.

Esso fu costruito dove era prima il convento dei frati Riformati nel 1775, quando Ferdinando di Borbone volle vicino alla sua Reggia il Batta­glione Cadetti, un corpo che si era distinto valorosamente nella battaglia di Velletri. Questo corpo scelto, formato da circa 300 uomini, era stato ri­costituito nel 1772 allo scopo di preparare i giovani alla carriera delle armi col grado di ufficiale; comandante ne era il re, colonnello governatore e direttore il maresciallo di campo di S.M. don Francesco Pignatelli, e ispet­tore il colonnello Scalfati. Nel 1775 questi ultimi due provvidero alla tra­sformazione del convento in caserma. Il palazzo subì poi un'ulteriore mu­tamento nel 1791, quando ospitò prima il ministro Acton e poi i vari mi­nisteri di Stato. Nel 1825, questi furono trasferiti al palazzo San Giacomo, oggi sede del Municipio di Napoli.

Il Palazzo nel 1798 per ragioni di simmetria fu rifatto dall'architetto Francesco Securo con la facciata, uguale a quella del prospiciente palazzo della Foresteria, oggi sede della Prefettura. L'ala che sopravanza fa parte invece della primitiva costruzione e conserva ancora il nome di Palazzo Croce, derivatogli dal vecchio convento che vi era un tempo, del quale resta soltanto la chiesetta.

Il Palazzo Salerno prese il nome dal predicato del principe Leopoldo Giovanni Giuseppe di Borbone, figlio di Ferdinando IV e Maria Carolina d'Austria che vi abitò per circa cinque lustri. Egli fu prima comandante del Corpo Volontari Nobili di Cavalleria, poi Comandante Generale ed Ispettore della Guardia Reale e infine a capo del Corpo di spedizione delle truppe na­poletane, siciliane ed inglesi per la riconquista del regno occupato dalle truppe francesi di Gioacchino Murat. Tornato a Napoli da Vienna, dove si era recato per fidanzarsi con la quindicenne arciduchessa Maria Cle­mentina,   fu  nominato  Presidente del Supremo Consiglio di Guerra e si stabilì nel palazzo tra il 1825 ed il 1826 rimanendovi sino al giorno della sua morte, avvenuta il 10 marzo del 1851.

In effetti, le notizie che si hanno di questo edificio sono poche ed incerte fino alla data dell'Unità d'Italia, quando esso diventò sede del I Comando Militare Italiano, chiamato il Comando Generale Militare delle Province Napoletane, con a capo il Conte della Rocca generale Enrico Morozzo. Questi ne prese possesso dopo aver debellato a Capua le truppe borboniche con il V Corpo dell'esercito piemontese, e da allora Palazzo Salerno è stato sempre sede dei vari comandi militari succedutisi a Napoli.

Può interessare sapere che sotto questo edificio vi è stato per un certo periodo il Caffé Turco che come il Gambrinus aveva tavoli sulla strada ed offriva agli avventori spettacoli di varietà. Vi diedero spettacoli Adolfo Narciso, macchiettisti e comici dell'importanza del Mongelluzzo. Durante la guerra libica del 1911 il locale fu chiamato invece Caffé Tripoli, e dopo la grande guerra chiuse per sempre i  suoi battenti.

Di notevole interesse senza dubbio è la storia della Reggia, la cui costruzione fu decisa alla fine del secolo decimosesto, in previsione di una visita di Filippo III, per sostituire il Palazzo Regio o, come fu chiamato poi, Palazzo Vecchio, che sembrava inadeguato ad accogliere il re di Spagna con il  suo  seguito.

L'altro palazzo doveva esistere sin dal 1555, come si deduce da un'an­tica cronaca dove è riportato che « a Mastro Matteo De Lama erano stati dati ben 125 ducati per le pitture fatte nelle stanze del Regio Palazzo et a Poggio Reale ». Si ritiene che gli architetti di questo Palazzo Vecchio, che era stato decorato in stucco ed oro da Giovanni Tommaso Villani, siano stati Ferdinando Maglione e Giovanni Benincasa. Dopo la sua costruzione il Largo si chiamò appunto « di Palazzo » mentre la piazza San Ferdinando era in quel tempo chiamata Largo di S. Spirito.

Durante il vicereame del conte di Miranda, vale a dire fin dal 1593, l'architetto Domenico Fontana era « ingegnere maggiore » della città e del regno; a lui fu affidato il progetto della costruzione dell'attuale Reggia, che fu però realizzato solo nel 1600 dal viceré conte di Lemos don Ferrante Ruiz de Castro y Andrado quando si seppe che Filippo III aveva deciso di visitare Napoli il palazzo regio o palazzo vecchio, infatti, non fu ritenuto degno di ospitare un re di Spagna e per questo si pensò di sfruttare l'an­tica idea del conte di Miranda scegliendo un'area che da Castelnuovo giungesse sino alla salita del Gigante con un prospetto principale di 520 palmi di lunghezza e 110 di altezza. Domenico Fontana, dopo aver effettuato il progetto, volle sottoporlo al viceré per l'approvazione, che fu peraltro immediatamente data e quando di lì ad un anno morì il conte dì Lemos, il figlio Francesco, che era il capitano ed il luogotenente generale del regno, si preoccupò di continuare l'opera intrapresa; oggi, ai lati del­l'ingresso centrale, due lapidi ricordano i due uomini.

Il Fontana, che era stato anche architetto di Sisto V, si era già distinto per il Palazzo Lateranense, la scalinata di Trinità dei Monti, l'ac­quedotto dell'Acqua Felice, e la sistemazione del Quirinale. Aveva inoltre curato personalmente l'erezione degli obelischi di piazza San Pietro, di Santa Maria Maggiore e di San Giovanni in Laterano, oltre alla costru­zione della cupola di San Pietro sul tamburo di Michelangelo. Per questo lavoro, al quale collaborò con lui Giacomo Della Porta, non gli furono risparmiate, anche per invidia, critiche, a volte severe, tanto che si finì per non attenersi completamente al disegno originario. Soprattutto l'osteg­giò un suo collega, Giovan Battista Cavagna che, romano, mal sopportava che nella sua città tanti lavori portassero la firma del Fontana che invece era nativo di Melide, in Svizzera. Non pago di palesare a chiunque la sua disapprovazione, il Cavagna volle metterla persino per iscritto in un opuscoletto.

Ritornati alla Reggia, vi entreremo, accedendo al primo cortile, rimasto come era nel disegno originario del Fontana, ad eccezione di qualche variante effettuata da Ferdinando II intorno al 1838 e di altre apportate dai successori del Fontana, cioè il figlio Giulio Cesare, Bartolomeo Picchiatti, Onofrio Antonio Gìsolfi e Francesco Antonio Picchiatti. Esso fu poi re­staurato da Gaetano Genovese, quando aggiunse dei corpi di fabbrica ai lati e alle spalle  della reggia per aumentarne la mole. Anche la facciata e l'esterno conservano la forma originaria, tranne che per i balconi che prima erano isolati e poi furono uniti in un'unica loggia; una modi­fica fu apportata anche nel portico poiché il Vanvitelli, per aumentarne la solidità della costruzione, propose la chiusura alterna dei varchi e ri­cavò nelle arcate chiuse delle nicchie, che poi, come vedremo, furono usate per la collocazione delle otto statue dei re di Napoli.

La Reggia era costituita originariamente da tre corpi principali, quello verso il mare con finestre al primo piano, quello occidentale che dava sul largo del Palazzo e quello settentrionale che dava più o meno nell'at­tuale Teatro San Carlo: essa, in un primo tempo chiamata Palazzo Nuovo, avrebbe potuto ospitare il sovrano e la sua corte, ma poiché Filippo III disdisse la sua visita, fu adibita a residenza dei viceré. Una sera del lu­glio del 1647, con una carrozza di corte tirata da sei cavalli bianchi e scortata da alabardieri e lacchè, vi giunse Masaniello per essere ricevuto dal viceré, mentre la viceregina si intratteneva con la moglie del pescatore rivoluzionario, Bernardina Pisa; non passò molto tempo, però, che Bernardina e la madre del pescatore tornarono per chiedere misericordia ed aiuto.

Nel periodo vicereale si diedero in questa reggia molte feste, memo­rabili soprattutto quelle date quando Filippo IV nel 1657 ebbe finalmente un erede; all'insegna del gran lusso furono altresì le feste date dal viceré spagnolo Pedro d'Aragona che consumò tanto denaro per l'organizzazione dei suoi ricevimenti da lasciare al Tesoro un debito di 500.000 ducati mentre in cassa ve ne erano soltanto 700! Durante il vicereame austriaco l'im­portanza della reggia scemò sensibilmente, ma del resto i trentadue anni di questa dominazione rappresentano una delle parentesi più scialbe della storia napoletana; con la venuta a Napoli di Carlo di Borbone, infine, il palazzo divenne  una vera reggia.

Poiché i viceré austriaci avevano ridotto il palazzo in condizioni pre­carie, il sovrano e la sua consorte Maria Amalia, figlia di Augusto III di Sassonia re di Polonia, ebbero cura di apportarvi le necessarie modifiche e di compiervi gli opportuni lavori di restauro: gli appartamenti furono abbelliti con decorazioni ed affreschi di Domenico Antonio Vaccaro, del Ricciardello, del Rossi, del Righini e del De Mura, che affrescò anche egregiamente l'alcova dei reali. Grande fasto ebbero i festeggiamenti dati nel 1739 per le nozze del fratello del re e nel 1740 per la gravidanza ed il parto della regina. Si susseguirono ricevimenti diplomatici e molta festa si fece il giorno dell'onomastico della regina, il 12 luglio del 1740.

Morto il fratello Ferdinando VI, re Carlo, come si è detto, andò a cin­gere la corona di Spagna, dopo che una giunta di ministri e di medici ebbe decretato che il primogenito era di malferma salute egli volle abdi­care in favore del figlio Ferdinando. Con Ferdinando IV il Palazzo Reale visse un periodo di massimo splendore, specialmente al tempo delle nozze con Maria Carolina d'Austria: esso ospitava i reali quando questi non erano nella reggia dì Caserta, che finì col diventare per la corte borbo­nica una  « maison  de  plaisance ».

Anche durante il periodo francese la nostra reggia fu oggetto di cure ed attenzione : gli appartamenti furono infatti arricchiti di mobili e sup­pellettili francesi, che Carolina Bonaparte aveva portato con sé dall'Eliseo, e grandiosi festeggiamenti vennero organizzati per ricevere la nuova regina di Napoli, sorella del grande Napoleone; quando poi Murat, sconfitto dagli austriaci, partì per la Francia, anche la regina Carolina dovè andare via dalla reggia che aveva sontuosamente arredata. Ella aveva infatti fatto ri­vestire il suo appartamento di raso bianco e specchi, aveva fatto trasfor­mare il suo « boudoir » e le « toilettes » sì che quando Ferdinando IV tornò a Napoli, dovè essere soddisfatto di riscontrare nei suoi apparta­menti tante migliorie. In seguito, sotto il regno di Ferdinando li, un incendio distrusse gran parte dell'edificio; si provvide quindi a ricostruirlo, creandovi la nuova grande ala verso l'arsenale. Furono ingrandite le* ter­razze superiori; su quella a mezzogiorno, venne creato il giardino pensile, mentre l'altra, quella che dà verso il San Carlo, fu chiusa da una vetrata.

Riguardo alla facciata della reggia, aggiungeremo che in quelle nicchie ricavate sotto gli archi chiusi, per desiderio di Umberto I di Savoia fu­rono poste le statue dei re di Napoli che risultarono però troppo grandi e sproporzionate. Ne riportiamo il personaggio e il relativo autore, a par­tire dalla sinistra: Ruggero il Normanno di Emilio Franceschi, Federico II di Svevia di Emanuele Caggìano, Carlo I d'Angiò di Tommaso Solari, Alfonso I d'Aragona di Achille d'Orsi, Carlo V di Vincenzo Gemito, Carlo di Borbone di Raffaele Belliazzi, Gioacchino Marat di Giovan Battista Amendola ed in ultimo Vittorio Emanuele II di Savoia di Francesco Jerace. Data la scarsa profondità delle nicchie, le statue effettivamente sembrano straripare dallo spazio loro assegnato: inoltre la figura di Federico II è piuttosto scialba, quella di Alfonso d'Aragona alquanto inespressiva, la sta­tua di Carlo V sembra del tutto ingiustificata in quanto questo re con Napoli non ha avuto mai gran che da fare; Gioacchino Murat è un po'... troppo maschio nella sua baldanzosa divisa, mentre re Vittorio appare statico e  senza alcuna espressione.

Dal cortile principale del palazzo, di cui sopra abbiamo scritto, si accede al primo piano, un tempo sede dei viceré e poi dei sovrani bor­bonici, attraverso il maestoso scalone costruito dal Picchiatti nel 1655, ai cui lati si ammirano quattro statue raffiguranti la Giustizia, la Fortuna, la Clemenza e la Prudenza, rispettivamente opere di Gennaro Cali, di An­tonio Cali, di Tito Angelini e del Solari.

La balaustra dello scalone d'onore e la scalea stessa furono restaurate dal Genovese dal 1838 al 1842 con marmi policromi di Trapani, di Vitulano e di Sicilia. Alla sommità dello scalone vi è una loggia che gira intorno al cortile e dà accesso all'Appartamento Storico; subito a destra vi è in­vece l'ingresso al  Teatro  di Corte.

Questo Teatro di corte ai tempi dell'architetto Fontana non esisteva né era prevista la sua costruzione.

In seguito, poiché ai viceré piacevano gli spettacoli teatrali, ma per questione di prestigio non potevano recarsi a vederli nei teatri pubblici, si volle adibire a teatro la Gran Sala al primo piano, fornendola di un palcoscenico: in tal modo la famiglia vicereale e i dignitari di corte po­tevano assistere a rappresentazioni teatrali quando volevano. Sotto i viceré conte di Lemos, duca d'Ossuna, duca d'Alba, e conte di Monterey, furono spesso rappresentate farse, egloghe e commedie in spagnolo, in lingua italiana o in dialetto napoletano e anzi, a dir di Giovanni Vincenzo Impe­riali e del cardinal Savelli, sotto il vicereame del conte dì Monterey ogni lunedì a palazzo vi era una diversa rappresentazione teatrale che destava ammirazione, oltre che per la bravura degli attori anche « per i sollazze­voli intermedi e le macchine giranti ».

Nel 1651, durante il vicereame del conte d'Ognatte, fu rappresentata per la prima volta a Napoli la commedia in musica, non nella Gran Sala ma in un locale a pianterreno che era adibito prima « per giuoco della palla ». La famosa compagnia dei « Febi armonici » interpretò uno dei primi drammi musicali che siano stati rappresentati a Napoli, « L'inco­ronazione di Poppea » del Monteverdi, e da questo palcoscenico i drammi musicali passarono poi nei teatri napoletani. Nel 1696, sotto il viceré duca di Medinacoeli, continuò l'esecuzione di opere in musica e, questo no­biluomo, un gran donnaiolo, si contornò di una corte di gaudenti di cui facevano parte cantanti come la famosa « Giorgina », Angela Voglia che Io aveva raggiunto a Napoli venendo da Roma. Essa, riuscita a sfuggire alla gendarmeria pontificia per la protezione di Cristina di Svezia e per la debolezza di papa Innocenzo XI quando stava per essere acciuffata, fu nominata dal viceré dama di corte della viceregina! Questa sgualdrina portò il parapiglia nella corte vicereale sia per la sua civetteria che per la gelosia del suo protettore che al suo ritorno in Spagna, nel 1701, volle portarla con sé; nel 1709 il duca, che aveva l'incarico di ministro degli esteri, dopo essere stato accusato di svariate colpe, morì, si disse, di ve­leno, e la « Giorgina » fu  scacciata dalla Spagna.

I migliori attori del tempo calcarono il palcoscenico del teatrino di corte, fra cui Geronimo Favella, il Frittellino, ovvero Pier Maria Cecchino, Silvio Fiorillo, Gabriello Costantino, Giulia de Caro e quasi tutte le ma­schere napoletane con a capo Pulcinella, don Anselmo Tartaglia e Coviello.

Nei trentadue anni di vicereame austriaco il teatrino ebbe un periodo di stasi, ma dopo la venuta di Carlo di Borbone, esso conobbe il suo pe­riodo aureo: la sala fu arricchita di lampadari e specchi e nel 1768, poi, si diede incarico a Ferdinando Fuga di trasformarla in un teatro di corte vero e proprio. Le pareti quindi furono divise in lesene con capitelli do­rati e mensole, fu creata una grande balaustra decorata e adornata con maschere dorate ed al centro fu messo il palco reale. Nel 1789 poi Antonio Dominici, con la collaborazione di Giovan Battista Rossi e Crescenzo La Gamba, decorò il soffitto con dipinti allegorici, mentre in dodici nicchie furono poste delle statue di cartapesta rappresentanti le Muse, Apollo, Mi­nerva  e Mercurio, opere dello scultore Angelo Viva. L'incendio del 1838 danneggiò anche il teatro ma poi, insieme ai lavori di rifacimento e di restauro, vi furono effettuate delle altre decorazioni: altre modifiche, dopo il 1860, furono apportate da Ignazio Perricci. Gli eventi bellici del 1943, infine, causarono ulteriori disastri, poiché andò distrutta la volta del tea­tro, ma si salvarono le statue del Viva. Per un certo tempo la sala fu adoperata per le rappresentazioni di spettacoli cinematografici per le truppe alleate, e solo nel 1950 furono iniziati i lavori di restauro, oltre che del teatro, di tutto l'appartamento storico; si cercò di restituire al teatrino l'originaria linea settecentesca provvedendo alla ricostruzione del tetto e del palcoscenico ed al restauro delle decorazioni della sala, scrostando il rivestimento di cemento messo dagli alleati e rispettando le parti non colpite. Fu rifatto il pavimento e furono riparate le mensole e i capitelli nonché alcune delle statue di cartapesta, ad opera dello scultore Antonio Lebbre Venne inoltre restituita al suo splendore la balaustra e rifatta la decorazione del soffitto su disegno di Cesare Maria Cristini, che si ispirò a quanto aveva fatto nello scorso secolo il Genovese. Gravi difficoltà si presentarono per quest'ultimo lavoro, essendosi rivelato impossibile ripro­durre fedelmente le opere distrutte; tuttavia i pittori napoletani Vincenzo Ciardo, Antonio Bresciano, Alberto Chiancone ed il compianto Francesco Galante ispirandosi all'opera del Dominici riuscirono a compiere un'opera decorosa e di gran lunga superiore a quella vasta tela del Dominici che era originariamente nel soffitto. La decorazione centrale, opera di Fran­cesco Galante, raffigura Anfitrite e Poseidone: vi sono inoltre dei pae­saggi, opere del Chiancone, del Bresciani e del Ciardi, mentre i putti e gli  amorini  sono  di Cesare Maria Cristini.

Si provvide in seguito a dotare il palcoscenico di un gran sipario di velluto ed a tutte le rifiniture necessarie al completo restauro, dopo di che il teatrino di corte ha potuto riprendere a funzionare : attualmente viene usato per conferenze, riunioni, o per spettacoli ad inviti dati dal­l'Ente Turismo e dall'Azienda Autonoma di Soggiorno.

Prima di visitare l'Appartamento Storico ricorderemo che dopo l'in­cendio del 1838, l'architetto Genovese fece abbattere tutte quelle fabbri­che che, a suo avviso, deturpavano il secondo ordine degli archi nel cor­tile principale; rifece poi la cornice, restaurò tutto il primo piano com­pletando il secondo col belvedere, ed effettuò altre radicali innovazioni for­mando un complesso architettonico abbastanza omogeneo. Dopo l'incendio, i sovrani abitarono al secondo piano, mentre il primo venne usato per le feste e per «la pompa dei baciamani».

Tutti gli ambienti e le sale fu­rono decorati dai migliori artisti dell'epoca; il nuovo appartamento, e precisamente quello dove è oggi la Biblioteca Nazionale, fu riservato ai balli di corte. Gli stucchi furono eseguiti da Andrea Cariello e Cosimo De Rosa, i saloni modellati da Gennaro Aveta, sempre su disegno dell'ar­chitetto Genovese, e ai soffitti delle sale lavorarono Giuseppe Cammarano, Filippo Marsigli, Camillo Guerra, Gennaro Maldarelli, mentre gli stucchi in bianco ed oro furono eseguiti da Costantino Beccalli e Gennaro De Cre­scenzo. Alla decorazione degli appartamenti collaborarono anche Pasquale Ricca, Luigi Paliotti, i fratelli Conte, Luigi Botta e Costantino Bichen-comer. II secondo piano, ricco di suppellettili e di dipinti dell'800 fra i quali spiccano i paesaggi di Filippo e Nicola Palizzi e di Consalvo Ca­relli, fu destinato, come si è detto, ad appartamento privato dei sovrani.

Iniziamo ora la descrizione di quanto « dovrebbe » essere nelle varie Sale degli appartamenti. Preferiamo usare il condizionale in quanto molto spesso ciò che si è visto ieri, oggi non c'è o perché il pezzo è in restauro o perché è stato trasferito altrove: personalmente ci auguriamo che il vi­sitatore possa trovare tutto quanto abbiamo avuto modo di ammirare.

Nella I Sala dopo il teatrino, Francesco De Mura ornò il soffitto con un gran dipinto allegorico, attualmente in restauro, eseguito per espresso desiderio della madre di Carlo di Borbone, Elisabetta Farnese. I disegni, infatti, furono inviati a Madrid alla regina aggiungendo che rappresen­tavano un'allegoria delle Virtù del figlio Carlo e della regina Maria Amalia.

I due bellissimi arazzi in lana e seta alle pareti son opere degli arazzieri Behagle e Latour della fabbrica di Gobelin: essi raffigurano l'Aria e il Fuoco e fanno parte di una serie, insieme ad altri due che sono attual­mente nella sala V. Completano l'arredamento mobili rococò, specchiere, orologi e candelabri.

Il balcone di questa sala è quello centrale della Reggia, a cui si affacciavano i viceré e i  reali per salutare il  popolo.

La II Sala ha nel soffitto affreschi di Belisario Corenzio che illustrano le glorie della casa aragonese. Nei sei scomparti si possono ammi­rare i seguenti dipinti: Genova che offre le chiavi ad Alfonso d'Aragona, L'ingresso trionfale di Alfonso nella città di Napoli, Offerta ad Alfonso dell'Ordine del Toson d'Oro, Alfonso mecenate delle Arti e delle Lettere, Ad Alfonso il Pontefice Eugenio dà l'investitura delle terre conquistate. Alle pareti fanno bella mostra un dipinto di Giuseppe Ribera raffigurante la Vergine che mostra il Bambino a San Brunone, uno di Massimo Stanzione raffigurante la Vestizione di Sant'Ignazio, un Orfeo che incanta gli animali di scuola caravaggesca, da alcuni attribuito a Gherardo Delle Notti e da altri a Gerrit Honthorts, ed un San Giovanni Battista della scuola di  Guido  Reni.

Nella III Sala, alle pareti, due grandi paesaggi della scuola di Paolo Bril, pregiato pittore nato ad Anversa nel 1554, che lavorò per un certo periodo a Napoli. Nella volta si ammira una Minerva che premia la Virtù di Giuseppe Cammarano, e sulla parete centrale un settecentesco arazzo di fattura napoletana raffigurante II Fuoco: il modello fu eseguito dal giovane pittore Girolamo Starace Franchis, molto apprezzato per la sua arte da Luigi Vanvitelli, mentre l'arazzo, datato 1763, porta la firma del Durante.

La IV Sala, quella del Trono, è stata negli ultimi anni rivestita di broccato; gli stucchi sono opera di Camillo Beccalli, i bassorilievi alle pa­reti raffiguranti le Province del Regno, sono attribuiti al Cariello e al De Rosa; il trono ed il baldacchino furono eseguiti intorno al 1853.

Segue la Sala chiamata degli Ambasciatori, riccamente arredata con mobili e divani impero. Anche qui troviamo quattro magnifici arazzi dei quali due sono incorniciati con quadri e raffigurano La morte dell'Ammi­raglio Coligny nella notte di San Bartolomeo e II duca di Sully ferito. Di fronte ai primi vi sono gli altri due arazzi Gobelin che completano la serie degli Elementi, con quelli della prima sala: essi raffigurano La Terra e II Mare. La decorazione della volta, di Belisario Corenzio, è suddivisa in quattordici scomparti: a sinistra della parete settentrionale notiamo La guerra contro Alfonso di Portogallo, La guerra contro Luigi di Francia, Genova attaccata dai francesi e difesa dagli spagnoli, La presa delle Ca­narie, La conquista di Granata, La battaglia sui monti di Alpuxaerras, L'entrata dei vincitori a Barcellona, Gli ebrei messi al bando, La scoperta del nuovo mondo, I siciliani giurano fedeltà a Filippo II, L'imbarco della sposa di Filippo III l'arciduchessa Marianna a Finale, L'entrata dell'arci­duchessa a Madrid, Le nozze reali e Ferrante d'Aragona che riceve San Francesco di Paola.

La Sala seguente, la VI, è chiamata di Maria Cristina perché fu dap­prima la camera da letto della regina Maria Amalia e poi quella di Maria Cristina di Savoia, prima moglie di Ferdinando II di Borbone. La sala aveva affreschi di Francesco De Mura che durante l'occupazione militare al­leata furono totalmente distrutti: attualmente vi si ammira, a sinistra dell'ingresso una Vergine col Bambino, in un primo tempo attribuita a Giulio Romano ed oggi a Pedro Ruviales allievo di Polidoro da Caravag­gio; sulla parete centrale spicca un dipinto di Jan Lys — prima attribuito ad Andrea Vaccaro — raffigurante Davide con le Vergini, di fronte un Ritratto di un cardinale attribuito al genovese Gian Battista Gaulli detto il Baciccia, e su una consolle, di fianco, una dolcissima Sacra famiglia di Filippino Lippi su tavola. Davanti ai balconi vi sono due imponenti vasi di Sèvres con vedute del Parco di Monfontaine di Saint Germain; sulle consolles fanno bella mostra due orologi francesi impero e quattro vasi di bronzo dorato, opere del parigino Filippo Thomire.

Adiacente a questa sala vi è la Cappellina privata di Maria Cristina di Savoia, che ha un grazioso altare barocco in legno dipinto e dorato: vi si ammirano inoltre tre tele: una Fuga in Egitto, una Visita di San­t'Elisabetta di Anton Raphael Mengs e una Madonna col Bambino di Ia­copo da Ponte detto il Bassano.

Segue la VII sala, affrescata secondo alcuni da Belisario Corenzio e secondo altri da Battistello Caracciolo con le Vittorie di Consalvo de Cordova contro i francesi e la sua entrata a Napoli. Gravi danni riportò questa Sala durante l'occupazione militare alleata, ma attualmente è pos­sibile ammirarvi al centro un grazioso tavolo da lavoro settecentesco, dono della regina di Francia Maria Antonietta alla sorella Maria Carolina regina di Napoli. Alle pareti un bell'arazzo di Pietro Duranti del 1766, su disegno di Francesco De Mura, raffigurante la Purità e dodici tavole con i Proverbi illustrati,  che furono  attribuiti  a Federico  Zuccari o  al  napoletano Francesco Saraceni. Ai lati del balcone vi sono una Veduta di Venezia attri­buita al Maneschi, due Marine di Carlo Growenbrock, che fu pittore di corte di Luigi XV e due Paesaggi del napoletano Gaetano Martoriello. AI centro del balcone colpisce l'attenzione del visitatore una Gabbietta di porcellana e bronzo che poggia su un tavolo rotondo decorato con ve­dute, dono di Nicola I di Russia a Ferdinando II  di Borbone.

L'VIII sala, affrescata dal napoletano Gennaro Maldarelli con dipinto raffigurante Re Tancredi che rimanda Costanza ad Arrigo VI, ha alle pa­reti un Vasari, un Ritratto di Giovanetta di Sofonisba Anguissola, un Calvario di Andrea da Salerno, una Crocefissione di ignoto napoletano del '500 e una Vergine con Bambino di Andrea Sabatini da Salerno; su una consolle, un settecentesco orologio inglese di Carlo Clay.

Segue la Sala chiamata delle Guardie del Corpo, la IX, quella dove si fermava la guardia d'onore costituita da nobili napoletani. Alle pareti vi sono arazzi, fra i quali i quattro più grandi formano la serie degli Ele­menti. Di fattura napoletana, tessuti dal 1746 al 1750, raffigurano L'Aria, Il mare, L'Acqua e La Terra. I mobili di epoca impero, sono adorni di vasi di porcellana cinese, candelabri ed orologi.

La sala X ha nel soffitto, un affresco di Gennaro Maldarelli, raffigu­rante Ruggero il Normanno che sbarca a Palermo. Mobili francesi destano una certa attenzione: un piccolo secretaire, un canterano ed un tavolo impero, opera di A. Weisweiler. Vi son inoltre una libreria impero di co­struzione napoletana, ai cui lati sono due bei Paesaggi, uno di Salvatore e l'altro di Francesco Fergola; completano l'arredamento vasi, orologi, lumi e barometri.

Nell'XI Sala vi sono molti dipinti di pittori napoletani: il Figliuol Prodigo di Mattia Preti; di fronte ai balconi due opere di Andrea Vac­caro e precisamente Orfeo e le baccanti e L'incontro di Rachele con Gia­cobbe. Alla parete seguente notiamo Lot e le figlie di Massimo Stanziane; a fianco ai balconi, un Gesù fra i dottori di G. A. Galli detto lo Spadarino e una Testa di Apostolo di Cesare Fracanzano.

Nella Sala che segue, la XII, vi sono dei quadri dipinti per la serie degli arazzi fabbricati sotto la direzione di Pietro Durante raffiguranti Scene di don Chisciotte: i loro autori sono Antonio Guastaferro, Antonio De Dominici, Giuseppe Bonito e Benedetto della Torre, e vi si riconosce Sancio all'osteria, La regina Mica Miconi con don Chisciotte, Don Chisciotte all'osteria e Don Chisciotte contro i mulini a vento. Gli altri due dipinti raffiguranti Gli invitati straordinari del sultano sono anche essi modelli per arazzi, e furono eseguiti per volere di Carlo di Borbone dal pittore Giu­seppe Bonito.

La XIII Sala offre al visitatore soprattutto opere di pittori stranieri: Due Finanzieri del belga Giovanni Massijs, che li ha raffigurati mentre an­notano gli incassi fiscali, un Ritratto di Maria Clementina d'Austria della Vigèe Lebrun, un Ritratto di gentiluomo dell'olandese Abramo van der Tem­pie da Leeuwarden, Una giovane donna di Ludolf de Yong, un altro pittore della scuola settecentesca olandese, tre Ritratti di Gentiluomini e uno di Gentildonna di Abraham Tempel, una Vecchia signora dell'olandese Nicola Maes, il Suonatore di flauto del francese Alessio Grimou.

La sala XIV contiene alcuni ritratti : quelli di Augusto III di Sassonia e Giuseppina d'Austria di G. Doyen, una figura intera di Ferdinando IV del Camuccini, il Ritratto di Barbara Maddalena, regina di Spagna, di ignoto, un Ritratto di giovane donna in arazzo su cartone di Maurice Quentin de la Tour e quello di Ranuccio Farnese, opera di Giacomo Denys. La XV Sala presenta dipinti a carattere sacro: un Gesù sotto la Croce di Giorgio Vasari, un Calvario di un discepolo di Andrea da Salerno, San Francesco attribuito al secentesco fiorentino Carlo Dolci, una Sacra famiglia anche dì Bartolomeo Schedoni, San Giuseppe in estasi della scuola del Guercino, San Giovanni Battista anche dello Schedoni e la Carità dello stesso artista. Altri magnifici quadri di pittori napoletani sono esposti nella sala XVI: tre Paesaggi di Guglielmo Giusti, Salvatore Giusti e uno di Gabriele Smargiassi; una Primavera, opera giovanile di Filippo Palizzi acquistata da Ferdinando II in una mostra di pittura del 1841, un Tramonto di Nicola Palizzi e due Interni di Stalla di Consalvo Carelli. La Sala XVII, o salone dei Ricevimenti, era la prima Sala Reale: fu rifatta nel 1840 e da allora fu chiamata Sala d'Ercole perché vi era un modello in gesso dell'Ercole Farnese; fu ancora restaurata dopo l'av­vento al trono dei Savoia. I grandi lampadari di Murano che illumina­vano   questa   sala   furono   distrutti   durante   l'occupazione   militare  alleata e sono stati sostituiti da lampadari in bronzo. Attualmente la sala è adorna di arazzi napoletani eseguiti verso la fine del secolo XVIII, e pre­cisamente tra il 1783 e il 1786, sotto la direzione di Pietro Durante su cartoni di Antonio De Dominici, Giuseppe Bonito e Fedele Fischietti: cin­que di essi raffigurano scene allegoriche ricordanti La favola di Amore e Psiche; sugli altri quattro sono raffigurate delle architetture e le statue di Licurgo, Solone, Ermete e Nurna Pompilio. Vi sono inoltre quattro im­portanti vasi di Limoges che furono finemente decorati da A. Giovine e porcellane francesi.

La fabbrica napoletana di arazzi si trovava a San Carlo alle Mortelle; nel 1778, poi fu portata a Palazzo Reale dove durante i moti della Repub­blica Partenopea del  1799 andò distrutta quasi del tutto.

Ci auguriamo che il visitatore trovi le opere nello stesso ordine in cui le abbiamo descritte, ma anche in questo appartamento storico avvengono spesso spostamenti di mobili e di quadri.

Molto interessante è la Cappella, che si trova al primo piano di fronte all'ingresso principale: essa fu ideata da Cosimo Fanzago intorno al 1640 e, dedicata all'Assunta, fu consacrata nel 1646 durante il vicereame del duca d'Arcos. Nel 1656 fu abbellita ed ingrandita ancora dal viceré conte di Castrillo e gli stucchi in oro furono apposti a cura del Modanino. Una nuova consacrazione, con grandi funzioni, fu fatta nel 1668 dal vescovo di Molfetta e da allora la Real Cappella fu adibita alla celebrazione di matrimoni, battesimi e funzioni solenni, come i « Te Deum » ai quali in determinate occasioni interveniva tutta la corte. Il disegno originario della costruzione fu poi col tempo modificato e rimaneggiato anche perché, a dire il vero, non era un'opera tra le migliori del Fanzago; così, agli inizi del secolo XIX, e precisamente tra il 1808 e il 1815, il real architetto An­tonio De Simone e Gaetano Genovese vi effettuarono radicali modifiche costruendovi anche una tribuna con balaustra, mentre si facevano affre­scare le pareti da Giuseppe Cammarano, Ferdinando II, poco prima della morte, ne dispose un nuovo ingrandimento, e quindi il figlio Francesco II nel 1859 fece ultimare questi lavori facendo rinforzare il soffitto, rifare le arcate e costruire ai lati del presbiterio le due cappelle con le cupolette decorate. Quando fu rinnovato l'interno nel 1815, furono distrutte le de­corazioni che erano state eseguite da Giacomo Del Po e quelle ancora più antiche del 1705, e restarono soltanto alcune figure di angeli. Quanto al soffitto, che era formato da canne in stucco, essendo crollato nel 1687 per un lieve movimento tellurico, fu rifatto da Niccolò Rossi, discepolo di Luca Giordano; anche questo affresco andò poi distrutto, e la magnifica Assunta che vi si vede fu dipinta da Domenico Morelli nel 1863. Que­st'opera, veramente stupenda, fu ideata dall'artista, come egli stesso rac­conta, in una delle tante belle giornate napoletane in cui « alzando gli oc­chi allo zenit s'incontra un turchino profondo e se in quel momento passa una leggiadra nuvola bianca è quella la nota più bella e più pittorica che si possa immaginare ». Insieme al Morelli, collaborarono alla decorazione di questa graziosa capella anche altri pittori dell'800 napoletano: Spano, Rizzo, Marinelli, Sagliata, Licata, Altamura, Maldarelli e Giuseppe Cam­marano, che ne decorò le pareti al di sopra della tribuna e ai lati del­l'altare. Purtroppo i dipinti di questi artisti furono danneggiati da un bombardamento alleato nel 1943 e non rimase che l'Assunta di Domenico Morelli.

L'altare maggiore, opera di Dionisio Lazzari del 1687, è forse la cosa più bella della cappella reale: esso è composto dal paliotto, da un ciborio con porticine di rame dorato, ed è arricchito da lapislazzuli ed agate intarsiate. Costruito in origine per la chiesa di Santa Teresa al Museo, fu qui trasferito nel 1808 in occasione della settimana santa per desiderio di Ferdinando IV, e vi fu celebrato un pontificale con paramenti lavorati dalla regina Maria Teresa e dalle principesse reali.

La cappella fino al 1860 fu officiata del clero « palatino », costituito da un cappellano maggiore, dodici cappellani ordinari, tre cappellani in­signiti, diciotto cappellani di cotta e rocchetto, dodici chierici ordinari e diciotto straordinari; vi erano inoltre musici, cantori e maestri di cap­pella tra i quali furono famosi Scarlatti, Porpora, Cimarosa e Paisiello; ugualmente famose rimasero le funzioni in occasione delle « Quarantore », il periodo durante il quale rimaneva esposto il SS. Sacramento. Queste funzioni ebbero inizio verso la fine del secolo XVII e nel 1686 l'arcivescovo dispose che il Sacramento venisse esposto in otto delle novantasei chiese della città ogni mese per quattro giorni continui incominciando dalla cat-

tedrale; in questa occasione alla real cappella poteva accedere il popolo, a cui si permetteva anche di assistere alle funzioni e alla messa solenne, con l'intervento dell'arcivescovo. Riteniamo che l'ultima cerimonia religiosa de­gna di rilievo avvenuta in questa cappella sia stato il battesimo di Maria Pia di Savoia, primogenita di re Umberto, avvenuto il 18 ottobre 1934. Pur­troppo durante la guerra, e precisamente durante l'occupazione militare alleata, la cappella fu adibita a deposito con grande vergogna per coloro che  disposero  questo  sacrilegio!

Nella Reggia hanno sede l'Azienda di Soggiorno Cura e Tu­rismo e la Biblioteca Nazionale con ingresso da Via San Carlo e dalla reggia.

Per entrare nell'ala del palazzo ove ha sede la Biblioteca Nazionale bisogna attraversare i giardini reali. Il nucleo iniziale di questa Biblioteca, che fu aperta al pubblico soltanto nel 1804, fu costituito dalla grandiosa raccolta Farnese, portata a Napoli da Carlo di Borbone; vi furono poi annesse l'officina dei papiri trovati ad Ercolano nel 1752, la Biblioteca Lucchesi Palli, la San Giacomo, la San Martino, la Brancacciana, quella di Maria Carolina d'Austria e la Provinciale.

Gravi danni apportarono gli eventi del '43 alle sale di quest'ala della reggia, ma nel rimettere a posto le opere, è stata possibile una più razio­nale suddivisione ed una più funzionale ripartizione dei volumi e degli argomenti. La biblioteca è stata altresì arricchita dai volumi del Fondo Aosta, da diecimila libri della Palatina e da quelli della biblioteca del Collegio Militare dell'Annunziatella. Attualmente la Biblioteca Nazionale di Napoli contiene circa un milione e quattrocentocinquantamila opere, quat-tromilacinquecentoquarantaquattro incunaboli, diecimilanovecentoquaranta manoscritti e millesettecentottantacinque papiri ercolanesi, rinvenuti in quella villa ad Ercolano che da allora si chiamò la villa dei papiri.

Sarà bene a questo punto menzionare gli incunaboli più rari che sono raccolti in questa biblioteca: il Catholicon di Giovanni Baldi del 1460, una Bibbia del 1462, un Lattanzio del 1465, il Bartolo da Sassoferrato del 1471, un Omero del 1488, e vari incunaboli napoletani tra i quali una Bibbia del 1476, un Esopo del 1485, ed alcuni finemente illustrati e decorati come il De re militari del 1472, una Divina Commedia del 1481 che riporta alcuni disegni del Botticelli, il Sogno di Polifilo del 1499 e un Liber Chronicarum di Hartmann Schedel. Vi sono inoltre importanti manoscritti e palinsesti le cui scritture risalgono al periodo dal III al VI secolo. Molto interes­santi sono alcuni codici, come quello con l'Alessandra di Licofrone, alcuni frammenti biblici in dialetto copto del V secolo e manoscritti anche mi­niati. Degna di nota è anche una raccolta rarissima di documenti ed epi­stole  con  autografi  di  notevole  importanza e  edizioni pregiate.

Usciti dalla Biblioteca, possiamo visitare il Teatro San Carlo, uno dei migliori e più gloriosi teatri lirici d'Europa. Esso fu co­struito per volontà di Carlo di Borbone e inaugurato il 4 no­vembre del 1737, giorno onomastico del sovrano, con l'Achille in Sciro del Metastasio e musica di Domenico Sarro. Seguirono La Clemenza di Tito musicata da Leonardo Leo e L'Olimpiade di Niccolò Porpora.

Il funzionamento del nostro Massimo veniva curato dall'Uditore del­l'Esercito: non si poteva applaudire, chiedere bis, o entrare nel palco­scenico, e solo il sovrano presente in sala poteva disporre le cose in modo differente. II primo impresario del teatro fu, come vedremo, il suo co­struttore seguito dal barone di Liveri, e poi dal notaio Diego Tufarelli, da Gaetano Grossatesta, e da Giovanni Tedeschi che era stato un cantante. Nel 1764 le recite al San Carlo furono sospese: fu costituita la Giunta dei Teatri e all'Uditore si aggiunsero come componenti di questa giunta due  consiglieri.   Ritornò  come   impresario   il   Grossatesta  ed  in   occasione delle nozze tra re Ferdinando e Maria Carolina, Adolfo Hasse compose la Partenope.

In questo teatro sono stati rappresentati in prima visione drammi dei migliori compositori con i più validi cantanti, a cominciare da quell'al­lievo del Porpora che fu Gaetano Maiorana detto il Cantarello. Tra i com­positori ricorderemo Niccolò Iommelli, Gaetano Latilla, che era maestro nel Conservatorio di Venezia, Leonardo Leo che invece insegnava nel Con­servatorio napoletano della Pietà dei Turchini, Adolfo Hasse che, anche es­sendo tedesco, aveva studiato a Napoli, Baldassarre Galuppi, Davide Puca, Cristoforo Gluck che il 4 novembre 1752 con la sua Clemenza di Tito e poi con l'Orfeo e con YAlceste ebbe tre grandi successi. Giunse poi da Bari Niccolò Piccinni del quale trionfò la Zenobia del Metastasio; furono rappresentate opere di Nicola Sala, che insegnò per un lunghissimo periodo al Conservatorio della Pietà dei Turchini, di Antonio Sacchini, venuto a Napoli nel settembre del 1761, Giovanni Cristiano Bach del quale furono rappresentate il Catone e l'Alessandro. Della scuola napoletana ricordiamo Tommaso Traetta, allievo del Porpora e del Durante, del quale fu data la Bidone scritta espressamente per questo teatro; Giovanni Paisiello, che anche se tarantino, fu allievo del Conservatorio napoletano di Sant'Onofrio a Capuana e discepolo del grande Francesco Durante.

II San Carlo fu dunque il più importante teatro lirico italiano. Nel 1786 terminò l'amministrazione della Deputazione e la sorveglianza sul funzionamento del teatro passò ad un Ministro economico che a quel tempo era il Barone Ventapane. Si provvide a riordinare l'orchestra e gli orchestrali giunsero al numero di cinquantanove per un spesa annua di duecentosessantacinque ducati; cantanti di grido calcarono il palcosce­nico e tra questi desideriamo ricordare la Brigida Banti che, cosa più unica che rara, non aveva mai studiato musica pur essendo stata alla Scala di Milano e all'inaugurazione della Fenice di Venezia nel 1792; cite­remo inoltre la Bellington e Giuseppina Grassini che riuscì ad affascinare col suo canto Napoleone e che, secondo alcuni, fu la causa del divorzio del Bonaparte da Giuseppina; ella fu poi nominata cantante di camera del­l'Imperatore  con un  diritto di pensione  di ben quindicimila franchi.

L'orchestra del San Carlo ebbe quindi una radicale riforma e l'in­carico di sovraintendere fu dato al maestro Paisiello: in seguito, con i moti della Repubblica partenopea del 1799, allo stabile del teatro furono arre­cati  parecchi  danni  che però al  rientro  dei  sovrani furono sanati.

Nel secolo XIX, e precisamente nel novembre del 1800, la carica di impresario fu data a Lorenzo d'Amico; venivano rappresentate in questo periodo opere del Fioramante, di Giacomo Tritto, del Guglielmi, di Gae­tano Andreozzi, che poi fu anche impresario del teatro. Con la venuta a Napoli dei francesi si diedero opere del Pavesi, del Farinelli, dello Zin-garelli e di altri, e nel 1810 fu nominato impresario Domenico Barbaja, ri­velatosi subito il migliore che il teatro avesse mai avuto. Egli fece rap­presentare opere dello Spontini, la Vestale e la Ifigenia in Aulide di Gluck, mentre nel 1815 apparivano i grandi nomi di Gioacchino Rossini e della grande artista Isabella Colibran che, al contrario della Catalani, fu sonoramente fischiata. Di quest'ultimo grande compositore furono rap­presentati la Elisabetta Regina d'Inghilterra, l'Otello e l'Armida, che però non ebbe un gran successo, ed infine il Mosè e la Gazza Ladra. Si affac­ciava in questo periodo sulle scene anche il compositore Saverio Mer-cadante e venne a Napoli per due concerti Niccolò Paganini; grosso suc­cesso riscossero anche due fra le maggiori opere del Rossini, il Bar­biere di Siviglia e la Zelmira; nel 1826, infine, furono rappresentate le prime opere di Vincenzo Bellini e di Gaetano Donizetti, pur essendo ancora Ros­sini il più richiesto. Nel 1840 Barbaja si ritirò e la carica di impresario fu presa da Eduardo Guillaume; venne rappresentata in tale periodo la prima opera di Giuseppe Verdi, Oberto Conte di San Bonifacio, che non piacque, come non erano piaciute in un primo momento le composizioni del Mercadante e del Donizetti, che si erano poi brillantemente affermati.

Anche Verdi non tardò a riscuotere il meritato successo e l'ebbe in­fatti con l'Attila, col Nabucco e con l'Emani, finché conquistò definiti­vamente il pubblico con I Lombardi alla prima Crociata e con la Luisa Miller, che fu scritta appositamente per il San Carlo. Avvenimento molto atteso a Napoli fu la prima rappresentazione del Trovatore, nel 1853, seguita dalla Traviata e dal Rigoletto, che suscitò peraltro critiche del tutto  negative.

Dopo  l'unione  del  Regno  di  Napoli  al  Regno  d'Italia, il Teatro San Carlo visse un periodo molto travagliato e la sua amministrazione divenne governativa: passò poi ad un impresario di nome Antonio Musella per un quinquennio durante il quale diede alla scena soltanto le opere di Verdi e di Rossini. Ben presto il Musella rinunciò al suo incarico, e la gestione divenne sempre più difficile anche se non mancarono grandi artisti e famosi compositori, mentre il pubblico e la stessa amministrazione non erano soddisfatti dell'andamento delle cose. Non intendiamo far qui la storia della lirica, ma non possiamo passar sotto silenzio i gloriosi trascorsi di questo grande teatro, che continuò ad essere uno dei più brillanti d'Italia dagli inizi del secolo sino al 1940 quando si giunse alla determina­zione  di  sostituire  all'Amministrazione  un  Ente Autonomo.

Il teatro San Carlo fu costruito, come abbiamo accennato, per volere di Carlo di Borbone: il re nel 1736 osservò che il vecchio teatro San Bar­tolomeo, nonostante i lavori di abbellimento, non poteva più soddisfare le esigenze della corte e della nobiltà e occorreva pertanto costruirne uno nuovo per il quale si poteva usufruire del materiale di risulta di quello che si andava a demolire. Fu deciso di appaltare la costruzione all'archi­tetto Angelo Carasale, con l'impegno che dovesse esser consegnato entro il mese di ottobre del 1737: c'è da considerare che il contratto fu fatto il 4 marzo di quell'anno e che quindi il tempo era ristrettissimo, otto mesi e dieci giorni. I cinque palchi a destra e i cinque a sinistra del palco reale rimasero a disposizione del sovrano, che contribuì nella spesa con ventimila dei centomila ducati che si spesero in totale: dodicimilaottan-tasei furono ricavati dalla demolizione del San Bartolomeo, al cui posto fu fatta erigere una chiesa.

Sul teatro, dedicato a San Cario Borromeo, Santo del sovrano, fu ap­posta una epigrafe in latino dettata da Bernardo Tanucci, che andò di­strutta nell'incendio del  1816.

L'inaugurazione avvenne il 4 novembre, giorno di San Carlo e quindi onomastico del sovrano, con la rappresentazione dell'Achille del Metastasio. Lo storico settecentesco Pietro Colletta racconta che re Carlo nel congra­tularsi col Carasale che aveva il grado di Colonnello Brigadiere, gli con­fidò che avrebbe gradito un passaggio dalla reggia al teatro e che ... il Carasale sarebbe riuscito a farlo fare durante lo spettacolo (!). Comun­que, anche se non in poche ore, il passaggio fu veramente fatto a spese del re per un importo di trentaduemila ducati. Il Carasale fu poi anche impresario del teatro, ma tanta fortuna lo rese così inviso che furono inviate al re delle denunce nelle quali si insinuava che la sua ammini­strazione non era delle più oneste. Venne quindi aperta un'inchiesta, men-tra il Carasale veniva arrestato e rinchiuso nelle carceri della Vicaria prima e poi nel Castel Sant'Elmo. Qui il poveretto morì di dolore nel 1742, e fu poi sepolto proprio in quella chiesa di San Bartolomeo che egli stesso aveva fatto edificare dove era stato demolito il teatro. Il San Carlo nel 1762 fu abbellito a cura dell'architetto Ferdinando Fuga in concomitanza con l'occasione delle nozze di Ferdinando IV con l'arciduchessa d'Austria Maria Carolina. Esso conservò la sua forma a semicerchio, ma vennero costruiti palchetti di proscenio tra i pilastri del boccascena, fu variata l'addobbatura e le pareti della sala furono arricchite con cristalli e specchi. Altre modifiche furono effettuate nei 1797 in occasione della venuta dell'arcidu­chessa d'Austria Maria Clementina che andava sposa al princie ereditario : in questa occasione fu dato incarico all'architetto Domenico Chelli per l'abbellimento e il rifacimento interno. Con la venuta dei francesi fu or­dinato il progetto di una nuova facciata, ma l'architetto toscano Antonio Niccolini, a cui fu demandata l'approvazione del disegno lo bocciò. Si decise quindi di bandire un concorso, e questo!... guarda caso!... fu vinto dallo stesso Niccolini che l'aveva proposto, e nel 1810 furono iniziati i la­vori, che prevedevano anche la costruzione dell'atrio e della loggia della facciata. Sulla cornice del portico, a cinque archi che corrispondono agli ingressi, furono messi dei bassorilievi raffiguranti Orfeo e Anfione, Apollo con le Muse, l'Apoteosi di Sofocle e Euripide, e dietro ad una grande balaustra fu costruito un loggiato con quattordici colonne ioniche sormon­tate da un frontone a triangolo che reggeva al centro una statua di Par­tenope e lateralmente due tripodi; nel 1816 il teatro fu purtroppo distrutto da un incendio, ma re Ferdinando diede ordine al Niccolini ed ad Anto­nio De Simone di rifarlo completamente: nella ricostruzione n